Kampfar – Ofidians Manifest

Kampfar – Ofidians Manifest

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole Hartvigsen: chitarra – Jon Bakker: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Syndefall – 2. Ophidian – 3. Dominans – 4. Natt – 5. Eremitt – 6. Skamløs! – 7. Det Sorte

Una storia che va avanti da ben venticinque anni. Venticinque anni che in questo periodo “moderno” e tecnologico sembrano essere almeno il doppio. Quando i Kampfar si formarono nel lontano 1994, difficilmente avrebbero anche solo sperato di essere un quarto di secolo più tardi ancora in giro per il mondo a portare la propria musica sui palcoscenici più importanti dei festival e nei locali che hanno fatto la storia dell’heavy metal. Ma i Kampfar, in realtà, non solo continuano a pubblicare dischi di grande bellezza, ma sembrano aver intrapreso una via ben precisa che unisce la staticità stilistica di chi ha trovato la propria dimensione e la necessità di apportare ad ogni lavoro delle piccole novità per poter continuare a suonare grande musica. Il nuovo Ofidians Manifest, ottavo sigillo della splendida carriera di Dolk e soci, arriva a tre anni e mezzo dell’ispirato Profan e, come detto poche righe fa, non si discosta poi molto dal predecessore, pur presentando qualcosa di fresco e inedito (o quasi) all’interno delle canzoni. Probabilmente la carriera dei Kampfar si può dividere in due parti, ovvero prima e dopo Mare, lavoro del 2011 che ha fatto da spartiacque tra il vecchio pagan black e quello “nuovo”. Molto si deve alla produzione più pulita e “orecchiabile”, ma è anche vero che qualcosa è cambiato nella fase compositiva dei brani (per forza, verrebbe da dire: è cambiato il chitarrista con l’ingresso di Ole Hartvigsen al posto di Thomas Andreassen), con una maggiore attenzione verso il “classico” ritornello e la ricerca della melodia che prima non era così intensa.

Sette canzoni per quaranta minuti di musica: breve e diretto, senza riempitivi o cali di qualità, Ofidians Manifest è un signor album che prosegue il discorso stilistico dei precedenti lavori senza per questo risultare “già sentito” o scontato. L’opener Syndefall macina riff senza tregua, con l’interpretazione stellare di Dolk che rappresenta la classica marcia in più. Il biondo cantante ha smesso di stupire ormai da tempo in quanto le sue vocals sono sempre state eccellenti, piuttosto quel che sorprende è la ancora più intensa capacità di essere un tutt’uno con la musica, una creatura notturna spaventosa e arcana che vaga nella foresta più fitta. Ophidian è una delle canzoni più belle del lotto, tra strofe sporche di terra e fango e l’inaspettato ritornello con voce pulita che spezza la furia dei Kampfar: pura classe cristallina. La voce di Agnete Kjølsrud, già in studio con Dimmu Borgir e Solefald, introduce la terza traccia Dominans, per struttura diversa dal classico stile della band norvegese, ricca com’è di parti ariose – pur sporcate da suoni quasi noise –, momenti di solo basso e riprese elettriche che non portano alle tipiche e attese sfuriate black metal. Velocità che torna parzialmente con Natt, canzone che non disdegna rallentamenti e mostra l’ottima chimica tra il basso di Jon Bakker e la batteria di Ask Ty. La bella Eremitt gioca sull’atmosfera, un mid-tempo accattivante con brevi istanti di pianoforte (che proseguono anche in sottofondo nella successiva accelerazione) e una potenza incredibile quando la band decide di suonare pesante e aggressivo. L’inizio old school di Skamlømette subito in chiaro come suonerà la canzone: i “vecchi” Kampfar, quelli più diretti e grezzi, ma sempre incredibilmente efficaci, si riaffacciano nel 2019 per portare a scuola la maggior parte dei gruppi che si sono recentemente incamminati su questo percorso musicale. Ragazzi, i professori son qui per spiegarvi come si suona pagan black metal! Gli otto minuti e mezzo di Det Sorte, ultima e più lunga traccia del disco, sono introdotti da un bell’arpeggio di chitarra acustica, un cappello quasi elegante in forte contrasto con il tipico brano dei Kampfar, un massiccio crescendo che porta allo stacco di pianoforte (strumento che se utilizzato in particolari casi come questo diventa preziosissimo) a metà canzone prima di avviarsi verso un finale ispirato e concreto.

Influenzato dalle foreste e le montagne che circondano la base dei Kampfar, Hemsedal, così come dai colori che la natura cambia a seconda delle stagioni, Ofidians Manifest è l’ennesimo centro di un gruppo che non ha mai sbagliato un colpo, una sicurezza in studio quanto in concerto, capace come pochi di riproporre la furia del disco sul palco. Otto dischi in venticinque anni e mai una volta a quota cinquanta minuti: i Kampfar hanno sempre preferito la sostanza e la qualità alla quantità.

Annunci

Wolfchant – Call Of The Black Winds

Wolfchant – Call Of The Black Winds

2011 – full-length – Massacre Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lokhi: voce, mouth harp – Nortwin: voce pulita – Ragnar: chitarra solista – Skaahl: chitarra ritmica – Bahznar: basso – Norgahd: batteria, fisarmonica – Gvern: tastiera

Tracklist: 1. Black Winds Rising (prelude) – 2. Stormwolves – 3. Eremit – 4. Black Fire – 5. Naturgewalt – 6. Heathen Rise – 7. Never Will Fall – 8. Die Nacht Der Wölfe – 9. The Last Farewell – 10. Der Stahl In Meinem Feinde – 11. Call Of The Black Winds

2011, anno dispari, buono quindi per far uscire sul mercato il nuovo album dei Wolfchant, band tedesca che con svizzera precisione ha rilasciato i dischi a ventiquattro mesi di distanza l’un l’altro: i precedenti Bloody Tales Of Disgraced Lands, A Pagan Storm e Determined Damnationsono infatti datati rispettivamente 2005, 2007 e 2009. Call Of The Black Winds prosegue le coordinate stilistiche delle precedenti release senza apportare significative innovazioni, cercando semplicemente di smussare alcune spigolature del songwriting che in parte rovinavano quanto di buono proposto dal settebello bavarese: si parla quindi di un mix ben riuscito di viking e pagan metal, senza essere né troppo sacrale, né troppo brutale e violento.

L’album si apre dopo il solito e inutile intro con Stormwolves, brano che racchiude nei cinque minuti abbondanti di durata le caratteristiche migliori dei Wolfchant: riffing diretto, lo scream di Lokhi che s’intreccia in maniera efficace con la voce pulita e vagamente declamatoria di Nortwin, cori intensi ma non troppo potenti (come invece capita spesso di sentire, finendo per avere un effetto finto-plasticoso che rovina la parte interessata) e la chitarra di Ragnar che ci delizia con melodie semplici, ma molto valide. La successiva Eremit suona decisamente aggressiva ed è impreziosita dal buonissimo lavoro della coppia di axemen Skaahl e Ragnar. Naturgewalt segue molto da vicino l’andatura dell’opener, essendo quasi uguale sia per struttura che per efficacia, mentre maggiormente delicata si dimostra essere Heathen Rise, lunga cavalcata metallica di buona fattura. Piacevole è la sorpresa di The Last Farewell: una power ballad in un disco di pagan/viking metal è cosa rara come la neve ad agosto. La parte tirata con doppia cassa e scream vocals a circa metà canzone non fa altro che far risaltare maggiormente il resto della composizione, incentrata per lo più su accordi privi di distorsione e riff molto ariosi; la canzone è la mosca bianca di Call Of The Black Winds e risulta essere una delle migliori composizioni dei Wolfchant per personalità e buon gusto. Vigorosa è Der Stahl In Meinem Feinde, ben strutturata e ritmata anche grazie al prezioso lavoro dietro le pelli di Norgahd. A chiudere l’album troviamo la title track, quasi nove minuti di lunghezza, melodica e potente al tempo stesso, ricca di cambi d’umore tra sfuriate extreme metal e accordi aperti che spezzano il ritmo e donano al brano un senso di completezza che raramente i Wolfchant sono riusciti a esibire.

La qualità audio è più che buona, il missaggio, opera di Markus Stock – già a lavoro con Empyrium e The Vision Bleak – è equilibrato e dona ad ogni strumento la giusta visibilità, mentre la bella copertina è stata disegnata dal talentuoso Ingo Tauer, il quale ha in precedenza collaborato con Fimbulvet e Minas Morgul.

Con questa uscita i Wolfchant hanno osato qualcosa più del solito e il risultato è apprezzabile, anche se cinquantacinque minuti di disco sono probabilmente troppi e alcuni riempitivi come Black Fire, Never Will Falle Die Nacht Der Wölf e, seppur non propriamente brutti, non aggiungendo assolutamente nulla all’album, sarebbero stati più adatti ad un eventuale utilizzo come bonus track in versioni limitate del disco. Call Of The Black Winds è un lavoro discreto, piacevole per gli appassionati di queste sonorità e, al tempo stesso, interessante per coloro i quali intendono iniziare a saperne di più sui Wolfchant e sul pagan metal teutonico.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Nodfyr – In Een Andere Tijd

:Nodfyr: – In Een Andere Tijd

2017 – EP – Ván Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Mark: chitarra, basso – Jasper: tastiera

Tracklist: 1. In Een Andere Tijd – 2. Ode Aan De Ijssel

Prendete l’eccellente debutto degli Heidevolk De Strijdlust Is Geboren, rendete le chitarre più grasse e imponenti, date una spolverata alla produzione e avrete In Een Andere Tijd, EP di debutto dei :Nodfyr:. Il paragone con gli Heidevolk non è casuale in quanto alla guida dei :Nodfyr: troviamo Joris Van Gelre, storico cantante della famosa pagan metal band olandese dei lavori migliori (ovvero dal debutto fino a Batavi) e che con il suo personale stile vocale caratterizza in maniera massiccia il questo progetto in piedi dal 2011 ma che arriva alla pubblicazione solamente nel novembre del 2017. Completano la formazione Mark Kwint e Jesper Strik, ovvero i due musicisti dietro il monicker Alvenrad (qui trovate la recensione del loro secondo disco Heer). Da segnalare un altro ex Heidevolk che però non fa più parte dei progetto, ovvero Niels Riethorst, chitarrista in De Strijdlust Is Geboren. Con queste premesse era facile immaginare un sound simile tra i due gruppi, meno, invece, l’incredibile qualità di questo EP. Si può dire che In Een Andere Tijd suona come gli Heidevolk non riescono (o vogliono?) più: canzoni epiche e solenni, virili e dirette. La struttura dei pezzi non è particolarmente ricercata, ma i due brani (per un totale di quattordici minuti) centrano in pieno il cuore degli heathen metallers alla ricerca di inni emozionanti e – se vogliamo – un po’ coatti.

Durante la title-track non sfugge all’attenzione il violino dell’ospite Irma Vos – anche lei coinvolta in molte registrazioni degli Heidevolk – la quale dona un tocca di eleganza e delicatezza a un ammasso di muscoli metallici che sembra non conoscere altro che la forza bruta. Il suono dell’acqua che scorre e le note di pianoforte danno il via agli otto minuti di Ode Aan De Ijssel, un bellissimo mid-tempo dai toni malinconici che dopo cori imponenti e chitarre lineari e ispirate si conclude nello stesso delicato smodo in cui è iniziato.

L’EP suona molto bene, esattamente come un disco pagan metal dovrebbe suonare: possente e pulito, ma dal tocco analogico, lontano da chitarre iper compresse e altre fredde modernità. Del mastering in particolare se n’è occupato un vero guru come Patrick W. Engel, il quale ha lavorato con Darkthrone, Dissection e si è occupato di recente di una gran quantità di remastering di grandi nomi come Destruction, Fates Warning e Possessed tra gli altri. La copertina è un quadro del pittore olandese dell’800 J.W. Bilders dal titolo Oude Eiken Te Wolfhezeed è possibile ammirarlo recandosi al Teylers Museum di Haarlem, in Olanda. La grafica del disco (digipak a quattro pannelli) è molto piacevole e ben si addice alla musica e all’etica pagan dei :Nodfyr:; la Ván Records ha pubblicato questo lavoro anche in vinile 7” color viola e in una versione limitata a 96 pezzi con una confezione di cartone chiusa da un sigillo in ceralacca.

Se è vero che una rondine non fa primavera, si può fare un’eccezione per i :Nodfyr: in quanto questo EP, seppur nella sua brevità, mostra tutte le qualità di una band sì agli esordi, ma composta da musicisti esperti e desiderosi di dire la propria ancora a lungo. Non resta quindi che attendere con trepidazione il full-length di debutto che, si può star sicuri, sarà qualcosa di veramente epico.

Khors – Beyond The Bestial

Khors – Beyond The Bestial

2018 – EP – Ashen Dominion

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jurgis: voce, chitarra, tastiera – Helg: chitarra – Khorus: basso – Khaoth: batteria

Tracklist: 1. Beyond The Bestial – 2. Through The Realm Of Unborn Stars – 3. Frigit Obscurity Of Soul – 4. Winterfall – 5. In The Cold Embrace Of Mist – 6. Red Mirrors

Classe e oscurità, in una sola parola Khors. La band ucraina torna sul mercato con un EP di trentacinque minuti dai contenuti interessanti: Beyond The Bestial contiene, infatti, sei brani, compreso un lungo strumentale di sei minuti e due canzoni risalenti al periodo 2007-2008. Dopo sei album di qualità sempre crescente di pagan/black metal, si possono permettere scelte di questo tipo, così come possono decidere di pubblicare un EP meno black e più tendente all’atmosferico come questo Beyond The Bestial. Non mancano certo le tipiche ritmiche che hanno contraddistinto il drummer e fondatore Khaoth negli ultimi due dischi in particolare, ma ampio spazio viene concesso a momenti quasi intimi con grande rilevanza della tastiera. Fin dall’opener title-track è possibile rendersi conto che i Khors, questa volta, hanno deciso di fare un passo in avanti e cambiare qualcosa. Come detto, ambient e black metal sono mescolati sapientemente e la stessa cosa accade con la seguente Through The Realm Of Unborn Stars (i titoli delle canzoni rivelano l’anima poetica del cantante/chitarrista Jurgis), con lunghe ma non violente parti estreme per cantato e ritmiche, ma pervase da un alone oscuro, drammatico e sognante accentuato dal saggio uso della tastiera. La terza traccia è la già menzionata strumentale Frigit Obscurity Of Soul: la canzone ha un suo perché in questa forma, l’ascolto è piacevole e se i Khors avessero inserito della parole il risultato sarebbe stato sicuramente diverso e meno interessante. Con Winterfall si torna a un certo black metal sinfonico ed elegante nel classico stile Khors, nel quale non mancano chitarre pulite, arpeggi e in generale momenti soft e quasi sognanti. Il brano è stato scritto nel 2007 e fa parte del secondo disco Mysticism, ma in questa occasione è stato ripulito e reso più armonioso senza però perdere lo spirito iniziale. La musica si fa più diretta e cruda nella seguente In The Cold Embrace Of Mist: c’è meno spazio per stacchi al limite del post rock, ma il black metal degli ucraini rimane comunque molto melodico e “orecchiabile”. L’ultima traccia di Beyond The Bestial è Red Mirrors, anche questa contenuta originariamente in Mysticism. Jurgis e soci hanno lavorato per rendere la canzone ancora più malinconica dell’originale, togliendo le poche parti con distorsori e lavorando di gusto al fine di farla nascere a nuova vita. Una canzone completamente acustica e con il cantato clean, ma soprattutto così delicata, non è cosa per tutti: in questo i Khors si dimostrano una volta di più coraggiosi e consapevoli dei propri mezzi.

Beyond The Bestial è un EP della giusta durata, con un gustoso mix di brani nuovi e rivisitazioni del passato. Ad arricchire il tutto c’è l’elegante artwork curato da Mayhem Project (Zgard, Paganland, Scuorn di Parthenope) e la produzione pulita ed equilibrata che rende giustizia alle composizioni. L’etichetta ha rilasciato l’EP anche in versione limitata con il wooden box contenente alcuni oggetti che il collezionista saprà apprezzare ma, al di là del merchandise, quel che conta di più è la musica e quella di Beyond The Bestial è in grado di soddisfare i fan che attendono da quasi quattro anni il seguito di Night Falls Onto The Fronts Of Ours.

Selvans – Faunalia

Selvans – Faunalia

2018 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 9 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haruspex: voce, tastiera, strumenti tradizionali – Fulguriator: chitarra, basso

Tracklist: 1. Ad Malum Finem – 2. Notturno Peregrinar – 3. Anna Perenna – 4. Magna Mater Maior Mons – 5. Phersu – 6. Requiem Aprutii

Alcuni lavori sono destinati a lasciare il segno nella storia di un determinato genere musicale. Sono lavori nati dal cuore e dalla passione dei musicisti, nati senza secondi fini se non la realizzazione di un grande disco. Tutti vorrebbero tirar fuori un (capo)lavoro destinato a cambiare le sorti della musica, o il modo di vedere e intendere certa musica. In campo estremo, in Italia, non mancano validi esempi, basti pensare ai primi Sadist, agli Inner Shrine o Inchiuvatu di circa venti anni fa: non si parla di certo di successo planetario e tour mondiali, a volte però basta spostare l’asticella un po’ più avanti per fare qualcosa di concreto per e nella musica. In tempi recenti De Ferro Italico dei Draugr ha fatto lo stesso, pur in una scena piccola come quella pagan/folk italiana: dopo quel disco l’approccio al folk metal per i gruppi tricolori non è stato più lo stesso. Sembra poco? Faunalia dei Selvans – un caso che nelle due formazioni ci sia sempre Haruspex? – è un altro lavoro che farà parlare di sé (?) anche fra diversi anni, citato come l’album che ha spostato in avanti l’asticella del metal estremo coniugando alla perfezione folk (folklore), chitarre distorte, ricerca musicale e sentimento. Tutto questo in cinquantasei minuti di grande musica. Non che i Selvans non abbiano sempre pubblicato lavori a dir poco interessanti (il debutto Lupercalia, l’EP Clangore Plenilunio e lo split con i Downfall Of Nur), ma Faunalia è un disco che osa più del solito, con nuove e spiazzanti (in positivo!) influenze, oltre a una miriade di dettagli di gran classe. Fin dall’intro è possibile intuire che Haruspex e Fulguriator hanno in serbo qualcosa di nuovo, diverso, anche se fortemente legato con quanto fatto in precedenza. Forse è “colpa” di quel fischiettare che fa tanto Morricone, ma Ad Malum Finem è un po’ il riassunto di Faunalia: mai, ripeto, mai, un intro è stato così “utile” e sensato.

Il resto? Difficile da raccontare. Ci sono le chitarre distorte, le urla disperate, una batteria – per la prima volta reale – che picchia duro, momenti di forte aggressività creativa che non è mai fine a se stessa e che lavora per il risultato finale, per Faunalia. Questo è un disco che va visto e sentito come un’opera unica e compatta, dove le canzoni sono delle scene che messe insieme danno vita al film. E il film dei Selvans ha un qualcosa di magico e terribile, di profano e ancestrale. Faunalia è un film che non avrebbe candidature all’oscar, ma sarebbe pieno di premi in concorsi dove l’Arte la fa da padrona, al di là dei produttori e delle leggi di mercato.

La band abruzzese ha definito Faunalia “A Dark Italian Opus” e non poteva esserci descrizione migliore: le radici italiane, pur non sbandierate, sono palesi e sotto gli occhi di tutti. Non è la lingua, ma il sangue che scorre nei solchi del disco a dirlo. Inoltre sono presenti in varie tracce degli ospiti appartenenti a gruppi di culto e non allineati al classico mondo heavy metal, il che rafforza l’indipendenza del Selvans e di Faunalia dal “solito giro”. Agghiastru (Inchiuvatu, Astimi, La Caruta Di Li Dei ecc.), Mercy (Ianva) e Tumulash (Tumulus Anmatus, Fides Inversa) e la tromba di Gianluca Virdis danno il proprio apporto a diverse canzoni, ma vanno citati anche Acheron e HK che, in veste di ospiti rispettivamente con la sei corde e con il drum kit, danno ulteriore potenza a questo disco.

Un lavoro dei Selvans non è mai scontato, banale o prevedibile, e se della musica si è già detto, è bene parlare anche dei testi. Italiano, latino e siciliano sono amalgamati meravigliosamente e nelle varie canzoni vengono trattati il demone etrusco Phersu (rappresentato nelle tombe di Tarquinia) e la divinità romana Anna Perenna, ma alcuni brani sono dedicati ai giganti abruzzesi Gran Sasso e Majella (Magna Mater Maior Mons) e alle catastrofi naturali che recentemente hanno messo in ginocchio l’Abruzzo e il centro Italia (Requiem Aprutii), entrambi lunghissimi con oltre quattordici minuti di durata l’uno, ma che non lasciano respiro all’ascoltatore.

Se a inizio carriera i Selvans avevano stupito per qualità e personalità, con Faunalia confermano non solo quanto detto e pensato sul proprio conto, ma alzano ulteriormente l’asticella che si citava a inizio recensione. Senza giri di parole, questo lavoro è emozionante e non ci si stanca mai di ascoltarlo.

Ash Of Ashes – Down The White Waters

Ash Of Ashes – Down The White Waters

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Skaldir: voce, chitarra, basso, tastiera – Morten: voce

Tracklist: 1. Down The White Waters – 2. Flames On The Horizon – 3. Ash To Ash – 4. Sea Of Stones – 5. Springar – 6. Seven Winters Long (The Lay Of Wayland) – 7. In Chains (The Lay Of Wayland) – 8. The Queen’s Lament (The Lay Of Wayland) – 9. Chambers Of Stone (The Lay Of Wayland) – 10. Outro

Un disco fresco, dinamico, ben fatto, mai ripetitivo: la cosa sorprendente è che Down The White Waters è un debut album. Gli Ash Of Ashes hanno lavorato nell’ombra fino alla pubblicazione di questo cd, ma c’è da dire che i musicisti non sono certo inesperti e in particolare il chitarrista/cantante Skaldir ha realizzato quattro dischi con gli Hel tedeschi, band pagan black in attività fino al 2012.

Down The White Waters è un lavoro realizzato con il cuore, ma anche con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare e cosa vuole trasmettere all’ascoltatore. Tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering sono avvenute negli Kalthallen Studios, ovvero le sale dove gli Ash Of Ashes provano e compongono le canzoni. Non è quindi un caso che il cd sia stato “elaborato” dai musicisti stessi, senza alcun aiuto esterno. Il risultato è davvero buono, a partire dai suoni puliti e graffianti, per passare all’ottima equalizzazione e alla potenza finale del disco. Fare tutto da soli è spesso controproducente, ma Skaldir e Morten hanno davvero svolto un lavoro preciso e di qualità che dona a Down The White Waters una marcia in più.

I due musicisti si sono divisi il lavoro (della batteria se n’è occupato Dennis Strillinger, noto per essere stato dietro le pelli nel debutto del 2006 A Storm To Come dei Van Canto) e se Skadir ha realizzato tutte le musiche (con l’eccezione di Springar che è un brano tradizionale), Morten ha scritto i testi, tutti legati alla mitologia, con la chicca del mini concept chiamato “The Lay Of Wayland” e che narra delle vicende di Weland il Fabbro (stando alle parole del cantante, questa è la prima volta che un gruppo heavy metal ne canta le gesta), personaggio leggendario al quale sono attribuite, tra le altre cose, la forgiatura della spada Excalibur di arturiana memoria e l’armatura di Beowulf.

La musica degli Ash Of Ashes può essere definita “skaldic metal”: epica e imponente, malinconica ma coraggiosa. Le canzoni suonano personali nonostante i musicisti non nascondano la predilezione per i Bathory del periodo viking, influenza che si palesa in particolare nei numerosi mid-tempo di Down The White Waters, eppure Skaldir, compositore di tutte le canzoni, ha saputo metterci del suo e il risultato finale ne risente in positivo. Nei quarantadue minuti di durata gli Ash Of Ashes mostrano tutte le armi a propria disposizione e tra le chitarre emozionanti (e windiriane per drammaticità) di Chambers Of Stone e quelle più ruvide di Ash Of Ashes – una montagna russa di ferocia ed epicità – che vengono stemperate dall’intervento della nyckelharpa di Mathias Gyllengahm (Norrsinnt, Utmarken), spuntano composizioni dai tratti solenni e nordici come Seven Winters Long (impreziosita dall’hardingfele, una sorta di violino a otto o nove corde utilizzato nella musica tradizionale norvegese, dell’ospite Runahild) e Flames On The Horizon.

Down The White Waters è una vera e propria sorpresa, un disco maturo che merita assolutamente di essere conosciuto e ascoltato a ripetizione. Invece di cercare segnali di vita in gruppi che da troppi anni annaspano nelle super produzioni e non realizzano un cd veramente bello da più di dieci anni, è il caso di segnarsi il nome degli Ash Of Ashes e scoprire il mondo contenuto nelle dieci tracce di questo disco.