Skyforger – Kauja Pie Saules

Skyforger – Kauja Pie Saules

1998 – full-length – Mascot Records

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Peter: voce, chitarra – Rihards: chitarra – Edgards “Zirgs”: basso – Imants: batteria

Tracklist: 1. Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi / Neighed The Battlehorses – 2. Kauja Pie Saules.1236 / The Battle Of Saule. 1236 – 3. Sencu Ozols / Ancient Oak – 4. Viestarda Cîna Pie Metotnes.1219 / Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 – 5. Kurši / Kurshi – 6. Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky – 7. Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown – 8. Kauja Garozas Silâ.1287 / Battle At Garoza Forest. 1287 – 9. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross

Siamo abituati a gruppi che parlano di storia nei propri album. Ce ne sono di tutti i tipi: quelli che letti due libri ci fanno un concept, quelli che hanno reale interesse per un determinato periodo storico (può essere un indefinito medioevo, la cultura celtica o le due guerre mondiali) e quelli che non avendo qualcosa di personale da dire nei testi seguono il trend vichingo tra inquietanti drakkar e generica mitologia norrena. E poi ci sono gruppi – pochi in realtà – che trattano di storia con competenza e sincera passione. È il caso degli Skyforger, band lettone formatasi a Riga nel 1995, che tre anni più tardi, con l’aiuto della Mascot Records, pubblica il debut Kauja Pie Saules (The Battle Of Saule).

Piccola – dovuta – precisazione. I titoli saranno riportati sia in lingua originale, il lettone, che in inglese. Il motivo è semplice: scrivendo solo in inglese, come spesso si è portati a fare, si rischierebbe di far perdere fascino all’intero lavoro degli Skyforger, snaturandolo.

Il pagan metal è legame con la propria storia, la ricerca delle proprie origini, lo scavare la terra alla ricerca delle radici, e una volta trovate conoscerle, capirle, amarle. Gli Skyforger sono fieri della loro cultura, della loro storia, di ciò che i Semigalli e le altre tribù hanno fatto per difendersi dagli aggressori nei vari secoli di storia. Nel libretto di Kauja Pie Saules il primo ringraziamento è un sentito “our brave forefathers who have spilled their blood upon this ground for the freedom of our land”. I testi dell’album trattano delle valorose popolazioni pagane che per anni si difesero dai continui attacchi dei cristiani (i Cavalieri Livoniani, detti anche Cavalieri della Spada, aiutati dall’Ordine dei Cavalieri Teutonici), prima di soccombere ed essere sottomessi sul finire del XIII secolo.

Musicalmente parlando Kauja Pie Saules suona sporco, grezzo, violento. In alcuni passaggi il black metal la fa da padrone, riff tiratissimi e urla si uniscono in una macabra danza di morte tanto fredda quanto affascinante. Ma si va oltre, perché s’iniziano a sentire i primi echi dei Bathory (quelli più epici), così come alcuni spunti prettamente heavy metal tedesco (influenza molto chiara in Kurbads). E poi ci sono le bellissime melodie folk, le atmosfere ancestrali, i canti in coro su un semplice ritmo di tamburo, l’orgoglio nazionalista che risuona in ogni secondo delle nove canzoni qui presenti. E proprio con cori maschili e delicate melodie inizia Kauja Pie Saules: Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi/Neighed The Battlehorses è una canzone tradizionale lettone, per l’occasione modificata nelle parole, dove tutti e quattro i musicisti cantano creando un’atmosfera delicata e sognante. Ma dura poco, bastano pochi secondi di Kauja Pie Saules. 1236/The Battle Of Saule. 1236 per capire che qualcosa è cambiato, la tragedia è alle porte e Peter lo urla con tutte le forze in corpo. Il suo scream suona disperato, perfetto con i grevi riff di chitarra e l’atmosfera soffocante, soprattutto nella seconda parte della canzone. Il ritmo non cala e la drammaticità aumenta con Sencu Ozols/Ancient Oak, tra blast beat e taglienti soluzioni chitarristiche, fino a quando, a sorpresa, arriva uno stacco lento che spezza il ritmo e un fantastico kokle porta colore e respiro a un brano oramai in apnea e diretto alla morte. Non c’è tregua però, la voce di Peter e il ritmo forsennato di Viestarda Cîna Pie Metotnes. 1219/Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 ci fanno ripiombare nella drammaticità degli eventi, la dura lotta tra i Semigalli e i crociati, la volontà di difendere le proprie terre dall’invasore cristiano. Al popolo Kurši è dedicato il brano seguente, che dopo un’introduzione folk ispirata dai ritmi dainas, tradizionale ballata lettone, parte un motivo potente cantato da Imants, batterista della formazione. Cornamuse e scacciapensieri sono gli strumenti trainanti della prima parte di Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky, killer song appena la componente prettamente metal ha la meglio sul lato più intimo dei nostri. Ottimi i riff di chitarra, così come azzeccati sono i cambi di tempo e i mutamenti d’umore – comunque sempre “nero” – che caratterizzano la canzone. Rabbia, ferocia, voglia di libertà e ancora – di nuovo – rabbia, fino a quando non arriva Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown: un fuoco che arde al centro, quattro pagani intorno a condividere sotto forma di canto l’orgoglio nazionale, tradizioni e volontà di essere un tutt’uno con la natura circostante che per l’intera durata del brano fa loro compagnia coccolandoli con rumori di uccelli notturni e fronde che si muovono. E poi c’è lei, la canzone più bella dell’intero repertorio Skyforger, Kauja Garozas Silâ. 1287 / Battle At Garoza Forest. 1287. In poco più di cinque minuti di durata è racchiuso tutto lo stile, le influenze (musicali e storico/culturali), le sfaccettature del sound della band lettone, passando dai canti degli antichi guerrieri (che fungono da introduzione – mozzafiato!), alle melodie uniche, figlie di una terra contesa e bramata da altri popoli per secoli. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross chiude alla grande un album che fa ormai parte della storia del pagan metal, tra giri di chitarra sostenuti che si tramutano in lancinanti melodie e una sensazione di soffocamento data dall’improvviso comparire di una foschia che nel giro di pochi istanti s’infittisce diventando una nebbia densa. Nebbia inquietante, ma anche liberatoria, perché tiene a distanza chi non sa vedere oltre, intimorendo i semplici curiosi e avvolgendo con freddo calore gli amanti di queste tetre ma affascinanti atmosfere.

L’artwork e la copertina perfezionano l’opera, essendo parte fondamentale nel concept-non concept degli Skyforger, un qualcosa in più che arricchisce e rende completa sotto ogni aspetto una piccola grande opera troppo poco conosciuta. Kauja Pie Saules è un album capolavoro, forse il primo del genere, sicuramente troppo importante e bello per sottovalutarlo. Un modo intenso e sincero per avvicinarsi alle antiche tradizioni e alla storia delle Lettonia, terra imbevuta di sangue ma abitata da persone fiere e valorose.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Llvme – Yía De Nuesu

Llvme – Yía De Nuesu

2012 – full-length – My Kingdom Music

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Eric Montejo: voce – Nandu S. Prieto: chitarra, basso, tastiera, cornamusa, ghironda, batteria 

Tracklist: 1. 1188-1230 – 2. Helmántica3. Vettonia4. Vaqueirada’l Baitse5. Cenceyu6. Yia Fatu A Tierra7. Prameséu8. Purtillu De La Llĩltá9. Llibación Nu Alborecer10. Xota Chaconeada11. Miróbriga12. Favéu De Sueños

Un album complesso, ricco di sfaccettature e sfumature distanti e tradizionalmente in contrasto tra loro; momenti di poetico dolore e di maschia forza bruta. Un lavoro sicuramente difficile da comprendere e fare proprio, nonostante fin dai primi ascolti “qualcosa” finisca dritto al cuore.

L’impatto con una musica distante dalla nostra come lo è quella ricca di venature “tradizionali” della penisola iberica non è dei più semplici, sia per la lingua utilizzata dai Llvme, l’arcaico dialetto dell’antico regno di León, che per il bagaglio culturale e sonoro a noi poco conosciuto. Eppure in Yía De Nuesu ribolle sangue mediterraneo, un collegamento, un leggero legame che ci rende quasi parenti. E che viene a galla sovente, impetuoso, al quale è difficile resistere, nonostante la proposta dei Llvme sia un crocevia musicale di difficile catalogazione, avendo cornamuse e accenni di folklore popolare, così come sfuriate extreme metal e leggeri riferimenti doom, intensificato dalla passione del pagan metal e dal calore che solo noi mediterranei possiamo avere. Volendo azzardare una descrizione (piuttosto approssimativa e personale, quindi anche ampiamente non condivisibile) potrei dire che i Llvme suonano come se i Primordial fossero originari della regione (León) vicina al confine tra Spagna e Portogallo, con una maggiore propensione al folk/pagan alla Negură Bunget privi dell’essenza tribale, con la raffinatezza dei My Dying Bride e il fuoco che arde nelle vene del poeta Fernando Ribeiro dei Moonspell. Negli oltre cinquanta minuti di Yía De Nuesu c’è spazio per il folk e il black, per il doom e pagan, tutto concentrato in dodici tracce che riescono a suonare omogenee nonostante le distanze stilistiche. Proprio in questo fatto (e non solo) risiede la bravura del gruppo spagnolo, capace di far convivere il diavolo e l’acqua santa nello stesso spazio.

Yía De Nuesu segue a due anni di distanza il debutto Fogeira De Sueños, dopo che l‘italiana My Kingdom Music riuscì a firmare la band di Salamanca nonostante fosse contesa anche da altre label. Nel nuovo full lenght i Llvme si presentano con una formazione rinnovata – particolarmente rilevante è l’ingresso del vocalist Eric Montejo al posto del non troppo rimpianto Lord Valius – e un lavoro in fase di produzione di eccellente fattura: Daniel Cardoso (tastierista e batterista degli Anathema, dietro al banco di missaggio anche per Heavenwood, Ava Inferi e Anneke Van Giersbergen tra gli altri) e gli Ultrasound Studios hanno fatto un lavoro davvero buono, sicuramente un netto passo in avanti rispetto alla sufficiente e nulla più di Fogeira De Sueños. Anche musicalmente ci sono delle differenze tra i due platter: Yía De Nuesu risulta più diretto del predecessore nonostante siano aumentate sia le tracce che il minutaggio complessivo del disco.

Le dodici composizioni del nuovo cd sono assai varie e intervallate nei momenti giusti con brevi attimi di quiete: non semplici riempitivi strumentali dal sapore ambient, ma veri lampi di arte con sempre qualcosa da trasmettere. Esempio migliore di Vaqueirada’l Baitse non ce n’è: nei due minuti di durata l’ospite Marisa, cantante del gruppo di musica tradizionale leonese Son Del Cordel, fa tornare alla mente i nostri cari ormai lontani da questa vita, lasciano l’amaro in bocca (o è semplicemente il sapore delle lacrime?) per un ultimo abbraccio purtroppo impossibile. O la “meridionale” Prameséu, e la folk (con tanto di cornamusa) Xota Chaconeada: istanti di respiro tra le corpose bordate metal che compongono Yía De Nuesu.

Ottima opener dell’album è 1188-1230 (anni del regno di Alfonso VIII di León), dove confluiscono diverse sonorità, passando con naturalezza e classe dal riff di chitarra black/gothic ad aperture maggiormente melodiche. La voce aggressiva di Eric Montejo conduce il brano verso territori violenti, mentre lo stacco a metà canzone rievoca alcuni passaggi dei maestri My Dying Bride, durante il quale la voce principale è quella dell’ospite Ana Sanabria. La personalità dei Llvme viene fuori nella seguente Helmántica, dove la band continua a martellare con ritmi incalzanti e scream vocals. Alcuni semplici accorgimenti della sezione ritmica rendono la composizione varia nel ripetersi dei passaggi, per quella che è sicuramente la traccia più brutale dell’intero disco. Una gustosissima cornamusa introduce Vettonia, canzone ritmata e creata con bontà e perizia da parte della band spagnola; si prosegue con un break decadente e con un rapido assalto vocale che si alterna a schitarrate da headbanging: l’atmosfera è tetra e malevola, quasi inquietante. Tocca alla già menzionata Vaqueirada’l Baitse creare un momento di intima sofferenza, per riprendere poi il “classico” sali/scendi di violenza e soavità (da brividi lo stacco di violino ad opera di Marco Aurelio) con Cenceyu. La voce di Montejo introduce, insieme alla chitarra di Nandu S. Prieto, la sesta traccia, la conturbante, grazie al magnifico suono del violino, Yia Fatu A Tierra. La tastiera assume un ruolo di primaria importanza, creando atmosfere delicate tra riff stoppati e le urla del frontman. Prameséu, tra canti mattutini del gallo e strumenti folk dall’aria gioiosa, è il secondo intermezzo strumentale, una buona occasione per riprendere fiato. I primi secondi di Purtillu De La Llĩltá ricordano alcuni istanti della bellissima colonna sonora de Il Signore Degli Anelli – Il Ritorno Del Re; la lunga introduzione strumentale lascia spazio ad una splendida cornamusa (suonata dal polistrumentista e principale songwriter Nandu) accompagnata dalla sezione ritmica mai così coinvolgente: il risultato è un misto di drammatico folklore tinto da colori pastello e atmosfere colme di pathos. In Purtillu De La Llĩltá regnano il verde denso dei prati che riprendono colore e forza dopo il lungo inverno e il delicato grigio della nebbia mattutina. Inquietante l’evocazione iniziale di Llibación Nu Alborecer ad opera del singer Montejo; il brano prosegue tra melodie di chitarra di derivazione doom/death inglese e quel tocco mediterraneo che contraddistingue i Llvme fin dagli esordi. Xota Chaconeada è uno strumentale dal sapore folk. Immaginate di arrampicarvi fino alla cima dei monti Cantabrici e di riposarvi assaporando con tutti i sensi il meraviglioso paesaggio che vi si pone dinanzi: montagne e colline verdi in lontananza, lo splendido cielo limpido a rendere il quadro ancora più pacifico; volgendo lo sguardo a nord, lontano e solo nelle giornate serene, il blu profondo dell’oceano. L’aria profuma di libertà e le mani sono graffiate a causa della scalata non semplice. Una serie di rapidi colpi di batteria ci riportano al disco, con l’ultima canzone cantata di Yía De Nuesu: Miróbriga è aggressiva fin dai primi secondi, e non basta un violino impazzito a rendere meno aspro l’impatto. Conclude l’opera Favéu De Sueños, sorta di outro che inizia con lo scroscio dell’acqua accompagnato dal pianoforte, per proseguire con l’amorevole canto degli uccelli e un’atmosfera che si fa man mano sempre più serena e in grado di farci sentire in armonia con la Natura.

Per apprezzare in pieno il secondo disco dei Llvme servono diversi e attenti ascolti: i tanti elementi che inizialmente sembrano – a volte – cozzare tra di loro, la graffiante voce di Montejo sulla base musicale in particolare, mentre un poco alla volta tutto diventa sempre più familiare, riuscendo a gustare fino in fondo ogni sfaccettature di questo interessante gruppo.

Yía De Nuesu si rivela più diretto e ben amalgamato rispetto al comunque buon debutto Fogeira De Sueños: la musica ha tratto giovamento dalla fuoriuscita dei vecchi musicisti lasciando tutto l’onere della composizione al duo Prieto/Montejo, bravissimi nel limare la spigolature del debutto e migliorando le intuizioni vincenti.

La My Kindgom Music può essere orgogliosa di aver visto dove gli altri hanno, forse, volto lo sguardo solo superficialmente: i Llvme hanno le potenzialità per entrare a far parte dell’olimpo della scena pagan europea e Yía De Nuesu è il primo passo in quella direzione.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Vanaheim – The House Spirit

Vanaheim – The House Spirit

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zino Van Leerdam: voce – Nick Roovers: chitarra – James Chancé: chitarra – Mike Seidel: basso – Bram Trommelen: batteria

Tracklist: 1. The Dwarven Chant – 2. Domovoi – 3. Forefather’s Awakening – 4. Daughter Of The Dawn

Un concept EP come debutto non è cosa per tutti. Soprattutto se fatto veramente bene. É il caso dei Vanaheim, formazione olandese in attività dal 2015 che dopo due anni di lavoro arriva alla prima pubblicazione con l’autoproduzione The House Spirit, un quattro tracce che narra la storia del Domovoj, pelosa creatura maschile della mitologia slava che protegge l’ambiente famigliare.

La prima cosa che emerge ascoltando il disco è la grande abilità della band, che non sembra assolutamente ai primi passi, ma che anzi dimostra una compattezza propria di chi ne ha viste tante. Invece i musicisti sono tutti giovani e tra questi incontriamo il chitarrista Nick Roovers, già sulle pagine di Mister Folk qualche anno addietro con il suo ex gruppo Druantia. La musica dei Vanahiem è un pagan/folk metal robusto e dinamico, dal forte piglio nordico e dotato di buona personalità. Le influenze in alcuni momenti sono palesi (l’opener deve molto agli Ensiferum e la title track ai Finntroll, per portare degli esempi), ma queste sono ben amalgamate con il gusti dei musicisti e grazie al songwriting sopra la media rispetto agli altri debutti le quattro canzoni suonano fresche e accattivanti.

L’iniziale The Dwarven Chant è bella diretta e alterna momenti più orchestrali ad altri decisamente più estremi e brutali. Le orchestrazioni finntrolliane di Domovoi ci trasportano in un mondo oscuro e pericoloso, come il cuore di una foresta ostile che ha deciso di punire il visitatore indesiderato. Spiazza e stupisce positivamente lo strumentale Forefather’s Awakening, oltre sette minuti folk/ambient che accompagna l’ascoltare all’ultima traccia Daughter Of The Dawn, ben dieci giri di lancetta del miglior pagan/folk underground con richiami ai grandi del genere (Moonsorrow) in una composizione che ad ogni ascolto si fa più interessante e ricca di sfumature.

I Vanaheim hanno da poco iniziato il proprio percorso musicale, ma già si può dire che sono pronti al grande passo del full-length, possibilmente supportati da una etichetta discografica di qualità. Ventotto minuti di buon pagan metal al debutto non è cosa per tutti, sorprendenti!

Varg – Göttardämmerung

Varg – Göttardämmerung

2017 – EP – Napalm Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Freki: voce, chitarra – Managarm: chitarra – Hati: chitarra – Skill: basso – Fenrier: batteria

Tracklist: 1. Götterdämmerung – 2. Hel – 3. Beißreflex – 4. Knochenpfad

La carriera dei Varg sembrava ormai segnata, destinata a una mediocrità quasi fastidiosa dopo il brutto Guten Tad e il terribile Das Ende Alle Lügen, usciti rispettivamente nel 2012 e nel 2016. Non che la band tedesca abbia mai brillato per originalità o grandi canzoni, ma i primi lavori erano buoni esempi di pagan metal tedesco un po’ becero e caciarone, sicuramente piacevole da ascoltare sia in studio che in contesto live.

La title-track è una bordata carica di ferocia e riff tanto semplici quanto potenti. Il cantato del gigante Freki e la furia della batteria di Fenrier sono le colonne portanti di questi convincenti quattro minuti. L’attacco di Hel è violento e accattivante al tempo stesso, ma è il ritornello il punto forte della canzone: la melodia di chitarra e la linea vocale sono di ottima fattura e a guadagnarci è l’intera composizione. La terza traccia è Beißreflex, forse il pezzo meno ispirato fino al break a un minuto dal termine in pieno stile metalcore che comunque non stona nel contesto un po’ “moderno” del brano. Chiude l’EP Knochenpfad, dall’insolita struttura che alterna parti soft e parlate con giri di chitarra compatti e lineari per un risultato discreto anche se un po’ spiazzante.

Dal poco che si può ascoltare, pare che Götterdämmerung sia un tentativo di tornare allo spirito d’inizio carriera, un pagan metal rozzo e sporcato da influenze moderne, un po’ coatto nell’anima, nel complesso comunque convincente e ben fatto. Forse l’errore Das Ende Alle Lügen (lavoro del quale, è giusto dirlo, vanno più che fieri, anche grazie all’ingresso nella top 20 tedesca) è stato compreso e i lupi tedeschi vogliono farsi perdonare? Difficile. Più plausibile, invece, che la band voglia andare avanti unendo le due anime che sembrano essere intrappolate in Freki e soci.

Selvans – Hirpi (live)

Selvans – Hirpi

2017 – live album – Avantgarde Music

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haruspex: voce – Fulguriator: chitarra

Tracklist: 1. Lupercale – 2. Hirpi Sorani – 3. O Clitumne! – 4. Furore Pagano (Draugr cover) – 5. Pater Surgens

Un sigillo inaspettato questo Hirpi, live album dei Selvans arrivato un po’ a sorpresa dopo appena un album in studio, un EP e uno split. Un prodotto del genere in ambito musicale è cosa assolutamente rara, ma i musicisti abruzzesi hanno dimostrato di avere una forza e una determinazione fuori dal comune.

Il disco si presenta con una confezione semplice ma elegante, un digipack dalla grafica accattivante e in linea con i precedenti lavori. I suoni sono davvero buoni e fedeli a quanto si ascolta realmente in un loro concerto. L’aspetto musicale è curato e il risultato finale è emozionante: le varie Lupercale e Hirpi Sorani, poste in apertura, sono piccoli classici che, anche grazie alle potenti e crude vocals e alla lunga durata delle composizioni, quasi ipnotizzano l’ascoltatore. Le sfuriate black sono lame affilate in grado di squarciare la carne al pari della capacità di cullare che hanno le parti atmosferiche. O Clitumne! è un brano molto toccante, durante il quale il frontman Haruspex si supera per intensità e interpretazione. La pazzesca cover Furore Pagano dei mai dimenticati Draugr è il giusto tributo al passato che, con l’aiuto degli ospiti Trimphator e Stolas (rispettivamente chitarra e basso degli autori dei capolavori Nocturnal Pagan Supremacy e De Ferro Italico), è il miglior modo per ricordare l’amico e compagno di armi Jonny. Chiude questo bel live album Pater Surgens (dallo split Selvans/Downfall Of Nur pubblicato lo scorso anno): una canzone che rimarca la forte personalità dei musicisti e che mostra veramente tutte le armi a loro disposizione.

Hirpi, limitato a 300 copie, è un’istantanea sincera e raffinata di quello che i Selvans sono stati nella prima parte di carriera. Non c’è dato sapere come si svilupperà questa oscura creatura pagana, ma per ora non possiamo che godere della grande musica prodotta dal combo abruzzese, e Hirpi è un ottimo modo per farlo.

Arkona – Vozrozhdenie

Arkona – Vozrozhdenie

2016 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Masha “Scream”: voce – Sergey “Lazar”: chitarra – Ruslan “Kniaz”: basso – Andrey Ischenko: batteria – Vladimir “Volk”: strumenti folk

Tracklist: 1. Kolyada – 2. Maslenitsa 3. To The House Of Svarog – 4. Black Ravens – 5. Revival – 6. Rus – 7. Brothers Slavs – 8. Solstice – 9. Under The Swords – 10. On The Animals’ Paths – 11. Pledged – 12. Call Of Ancestors

Abbiamo assistito di recente al non riuscito tentativo da parte degli Einherjar di dare nuova vita a un disco del passato ri-registrando e, di fatto, non portando nulla di buono o nuovo a quanto già pubblicato due decenni fa. Ora è il turno dei russi Arkona, ma le cose sono un pochino diverse. Il debutto Vozrozhdenie vede la luce nell’aprile 2004 e, per quanto la band abbia cercato di ricavare il massimo da quella registrazione, è riscontrabile in maniera oggettiva la non potenza della produzione. Inoltre, tutte le melodie folk sono create con l’utilizzo della tastiera (suonata da Masha Arkhipova) e per finire le tracce di batteria suonano poco credibili, destando più di un sospetto sulla reale registrazione. Così, dopo aver dato alle stampe l’ostico Yav, la band di Mosca decide di tornare in studio e dare un degno suono al lavoro che ha permesso loro di iniziare a farsi conoscere e apprezzare dai metallari di mezza Europa e non solo. Cosa c’è di diverso tra i due Vozrozhdenie?

La prima cosa che si nota è chiaramente la copertina, opera del grande Kris Verwimp. La vecchia front cover, comunque molto bella, è stata sostituita da un dipinto del maestro belga, nel quale trova spazio anche il nuovo logo della band. Una volta inserito il disco nel lettore cd veniamo travolti da un sound potente e in un certo senso moderno, nitido e muscoloso. Le chitarre sono ora corpose e i bassi molto presenti: il fatto interessante è che gli Arkona hanno utilizzato lo stesso studio (CDM records studio) di dodici anni prima e sempre con il chitarrista Sergey “Lazar” Atrashkevich dietro alla consolle, con la differenza creata dalla strumentazione e, soprattutto, dall’esperienza maturata nel corso degli anni. Un altro elemento di non poco conto è rappresentato dall’utilizzo di veri strumenti folk all’interno delle canzoni suonati da Vladimir “Volk”: la differenza con il passato, in questo caso la tastiera, è a dir poco colossale! Ultimo, ma non per questo meno importante, le canzoni in alcuni casi hanno subito dei cambiamenti e aggiunto/perso venti secondi di musica. Alla fine, quindi, le varie Kolyada e Solstice suonano convincenti e fresche, con la spettacolare Rus, cavallo di battaglia che ha visto molti tramonti, a distinguersi sempre dal resto delle composizioni.

Il paragone con gli Einherjer non tiene: i norvegesi hanno registrato una nuova versione del classico Dragons Of The North (Dragons Of The North XX) con lo stesso sound del 1996, mentre la band russa ha dato nuova vita e migliorato un cd che sicuramente era piacevole da ascoltare, ma con la nuova veste guadagna non pochi punti. Un’uscita utile questa nuova versione di Vozrozhdenie che rende giustizia alle radici degli Arkona e che, se accostato al cupo Yav, permette di far conoscere il classico sound dei russi agli appassionati che si stanno accostando in questo memento alla band di Masha Scream.