Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

2021 – full-length – Cult Of Parthenope

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thierry Vaccher: voce – Alessandro Mancini: chitarra – Alberto Marinucci: chitarra – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Michelangelo Iacovella: tastiera

Tracklist: 1. Il Culto Del Fuoco – 2. Aurea Aetas – 3. Vae Victis – 4. Triumpe – 5. Le Forche Caudine – 6. Leucesie – 7. Sentinum – 8. Armilustrium

Il 2021 non poteva iniziare meglio: nel giro di pochi mesi sono usciti tre dischi italiani che non soffrono la concorrenza estera e che sicuramente avranno ottimi riscontri in tutto il mondo. Dopo Apocalypse con Pedemontium e Bloodshed Walhalla con Second Chapter, tocca ora ai Dyrnwyn con Il Culto Del Fuoco prendersi i meritati riflettori e dare gioia agli appassionati del folk pagan metal. La band romana, forte del nuovo contratto con la Cult Of Parthenope, pubblica il secondo lavoro Il Culto Del Fuoco in un bel digipak a sei pannelli con tanto di booklet illustrato ricco di foto, testi e tutte le informazioni sul lavoro in studio. Il cd, come il precedente Sic Transit Gloria Mundi vede il prezioso contributo di Riccardo Studer (Stormlord) alla consolle, autore anche delle fondamentali orchestrazioni.

L’iniziale title-track suona fin dai primi secondi epica e drammatica, e sono proprio questi due aggettivi a descrivere nel migliore dei modi la musica dei Dyrnwyn. I temi trattati – alcuni selezionati eventi dell’antica Roma – richiedono esattamente questo tipo di musica. Si nota subito, inoltre, un lavoro maggiormente profondo delle chitarre, più dinamiche e fresche rispetto al passato. Tutto questo non fa altro che alzare l’asticella della qualità che, è bene ricordarlo, era già a buon livello col precedente lavoro. Aurea Aetas è un brano vario stilisticamente che spazia dal mid-tempo a parti simil black sinfonico senza tralasciare le melodie del flauto suonate dell’ospite Jenifer Clementi. L’inizio di Vae Victis è un vero assalto sonoro e il proseguo non è da meno: cala la velocità, ma l’intensità continua ad essere bella alta e le orchestrazioni che si sovrappongono ai riff secchi delle sei corde non fanno altro che accentuare questa urgenza. La quarta canzone è Triumpe, massiccia e cupa, introdotta da un minuto e mezzo di narrato e sottofondo folk che ricorda le ultime cose dei Draugr. La band abruzzese è un nome di riferimento per i Dyrnwyn e un paio di volte durante l’ascolto de Il Culto Del Fuoco si palesa l’influenza degli autori del capolavoro De Ferro Italico. Con Le Forche Caudine si giunge a un piccolo capolavoro che tratta di un avvenimento della seconda guerra sannitica (321 a.C.) nella quale i Romani furono sconfitti dai Sanniti. La musica segue la drammaticità degli eventi e a colpire sono gli ottimi giri di chitarra: la coppia Mancini/Marinucci è più in forma che mai! Leucesie alterna momenti frizzanti e quasi di allegro folk metal con parti decisamente più cupe e fortemente cinematografiche (merito anche delle sempre eccellenti orchestrazioni), ma è con la seguente Sentinum che la formazione italiana tocca il massimo per intensità e trasporto. Sentinum, oggi Sassoferrato in provincia di Ancona, ai piedi dell’Appennino umbro/marchigiano, è il luogo dove si svolse una delle battaglie più importanti dell’antichità, quella Battaglia Delle Nazioni del 295 a.C. che vide la vittoria dei Romani sulla lega creata da Galli Senoni, Etruschi, Umbri e Sanniti, dando così il via libera alla conquista dell’Adriatico da parte dei Romani.

Davanti agli occhi degli eserciti
Si lancia contro l’orda
Sprona il cavallo verso le file
Serrate dei Galli
E trova la morte trafitto
Dalle sagitte nemiche
Condannando gli avversari

Allo stesso fato

L’epicità delle gesta narrate nel testo va a braccetto con quella musicale, tra mid-tempo battaglieri e brevi ma ferali accelerazioni. Il Culto Del Fuoco è concluso da un brano strumentale da ben quattro minuti, Armilustrium. Non il classico “outro”, ma un brano vero e proprio, privo di voce, che porta a conclusione un signor disco.

I Dyrnwyn sono in attività dal 2012 e anno dopo anno, cd dopo cd, hanno dimostrato tanto carattere e voglia di migliorarsi: dal grezzo (e genuino) Fatherland del 2013 al presente Il Culto Del Fuoco ne è passata di acqua sotto i ponti, ma ascoltando tutte le release della band è facile capire il lavoro dei musicisti e i miglioramenti che hanno portato prima all’ottimo Sic Transit Gloria Mundi, e infine a questi cinquanta minuti di folk/pagan metal di prim’ordine. Ormai i Dyrnwyn sono da considerare tra le migliori realtà del genere in Europa, ma dobbiamo sempre a tenere a mente che sono un orgoglio italiano.

Sur Austru – Obarsie

Sur Austru – Obarsie

2021 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Mihai Florea: chitarra – Ovidiu Corodan: basso – Sergiu Nădăban: batteria – Ionut Cadariu: flauto, tastiera – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Cel Din Urmă – 2. Taina – 3. Codru Moma – 4. Cant Adânc – 5. Caloianul – 6. Ucenicii Din Hârtop I – 7. Ucenicii Din Hârtop II

A due anni dal bel debutto Meteahna Timpurilor, tornano con un nuovo lavoro dal titolo Obârşie i Sur Austru, band che ricorderete essere nata dopo i tragici eventi che hanno riguardato i Negură Bunget nel 2017. La formazione romena conferma quanto di buono fatto nel primo cd, proseguendo il cammino in ambito folk black metal senza la volontà e il bisogno di apportare chissà quale cambiamento alla propria proposta: d’altra parte, perché cambiare se quello che si fa continua a piacere e il risultato è invidiabile? Obârşie con i suoi cinquantasei minuti di durata risulta essere un signor disco, di facile ascolto per chi già conosce la creatura di Tibor Kati (e anche quella prima di Negru), altamente elettrizzante per chi si avvicina con questo full-length alla musica tradizionale romena unita al black metal.

L’opener Cel Din Urmă con i suoi tredici minuti può essere vista come l’emblema musicale del disco: elegante nel suo avanzare tra richiami al folk romeno e la sezione prettamente metal, atmosferico quando se ne presenta l’occasione ma che non si risparmia quando c’è da aumentare l’aggressività. Una canzone che da sola potrebbe essere quasi un EP tanto è lunga e bella da ascoltare. La successiva Taina si muove sulle stesse orme di Cel Din Urmă, anche essa con un minutaggio che sconfina i dieci giri di lancetta: le chitarre, anche quando “veloci”, suonano sempre pulite e taglienti, con la sezione ritmica impegnata a dare dinamicità e groove al brano. Codru Moma, “appena” quattro minuti, è un bell’intermezzo strumentale molto atmosferico nel classico stile Sur Austru che conduce a Cant Adânc, canzone dalla linea vocale “orecchiabile” e con un tocco sinfonico (tra tastiere e cori) veramente bello; a metà composizione tutto cambia, il growl e la sei corde, per la prima volta veramente minacciosa, mutano l’umore fino a farlo diventare nero alla fine del pezzo. Percussioni e melodie folkloristiche danno inizio a Caloianul con uno stile che i fan dei Negură Bunget sicuramente non potranno fare a meno di amare ed è la parte più interessante della canzone, mentre a stupire è il basso di Ovidiu Corodan posto in apertura di Ucenicii Din Hârtop I, canzone che successivamente si snoda tra sonorità folk black, frammenti acustici, ritmi coinvolgenti e un finale onirico davvero affascinante. Obârşie termina con la seconda parte di Ucenicii Din Hârtop, brano standard per Kati e soci, dal forte accento melodico anche nei momenti black oriented.

Al termine di Obârşie le sensazioni sono solamente positive: la musica è di qualità, le emozioni trasmesse forti e diverse tra di loro. Questo è, come Meteahna Timpurilor, un disco che porta la mente a volare verso la Romania, alla scoperta dei luoghi e delle vicende che rendono tanto affascinante una terra a noi lontana e un gruppo in grado di mettere in musica il folklore (i testi trattano dei Solomonari, entità magiche in grado di controllare le condizioni metereologiche) con tanta maestria come i Sur Austru, una necessaria colonna sonora. A tutto ciò bisogna necessariamente aggiungere la bellezza del digipak: dalla carta, ai colori, all’inusuale (ma azzeccatissima!) scelta di “tagliare” il centro della copertina per creare quello che sembra essere un ingresso mistico alla musica dei Sur Austru. Udito e vista vanno a braccetto: Obârşie è già da considerare come uno dei migliori lavori dell’anno.

Hand Of Kalliach – Shade Beyond

Hand Of Kalliach – Shade Beyond

2020 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: John Fraser: voce, chitarra, batteria – Sophie Fraser: voce, basso

Tracklist: 1. Fàilte – 2. Fathoms – 3. Overwhelm – 4. White Horizon – 5. In Tempest Wrought

John e Sophie Fraser sono marito e moglie ed è questa la caratteristica che balza all’occhio appena si ha a che fare con il progetto Hand Of Kalliach. Dalla bellissima Edimburgo, Scozia, il duo fresco di nascita – meno di un anno dalla prima prova alla realizzazione del presente EP – cerca di unire sotto una matrice nelle intenzioni death metal melodico, ma in realtà spesso al limite con altri sottogeneri come il doom drone e una certa dose “core”, la musica gaelica e celtica. Shade Beyond, lavoro al momento disponibile sono in formato digitale, racchiude cinque brani per un totale di ventiquattro minuti dove di folk come lo si intende solitamente ce n’è veramente poco, mentre grande importanza assume l’aspetto “fisico” della musica, con un muro sonoro spesso e insidioso e la parte vocale quasi sempre affidata a John che alterna momenti vicini al death con altri simpatizzanti per un certo black metal rantolato.

Fàilte è un po’ l’emblema del disco: ritmi lenti, atmosfera pesante, melodia assente. Forse la colpa dell’iniziale senso di smarrimento è dovuto all’aspettativa che, detto sinceramente, era verso qualcosa di completamente diverso da quello contenuto nelle varie Fathoms e Overwhelm. La musica degli Hand Of Kalliach è cruda e nuda, diretta e senza fronzoli, ma se presa per il verso giusto e una volta tolta la nuvola nera della delusione dovuta all’errata aspettativa, sa regalare momenti di buon metal estremo. La conclusiva In Tempest Wrought, con i suoi sette minuti, è forse la traccia più interessante del lotto, nella quale il power duo scozzese prova ad andare oltre quanto già espresso, cercando qualcosa di diverso ma ugualmente efficace.

Shade Beyond è il classico primo lavoro che è stato realizzato con cuore e passione ma suona acerbo; il segnale positivo sta nei piccoli dettagli nelle varie canzoni che lasciano presagire un’evoluzione sonora che potrebbe portare a qualcosa di interessante, vedi ad esempio la voce clean di Sophie in White Horizon, quasi un pezzo gothic. Un po’ confusionario, un po’ sognante, Shade Beyond può essere la colonna sonora per quelle giornate uggiose e fredde tipiche della Scozia e che noi amanti del folk/viking metal sogniamo in tutte le stagioni. Progetto intrigante questo degli Hand Of Kalliach: da risentire al prossimo disco dopo aver lavorato sodo sulla direzione musicale da seguire.

Sur Austru – Meteahna Timpurilor

Sur Austru – Meteahna Timpurilor

2019 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera, bucium – Mihai Florea: chitarra, bucium – Corodan Ovidiu: basso – Segiu Nădăban: batteria, percussioni – Ionut Cadariu: flauto, tastiera – Petrică Ionetescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. De Dincolo De Munte – 2. Puhoaielor – 3. Mistuind – 4. Bradul Cerbului – 5. Jale – 6. Dor Austru – 7. In Timp Vernal – 8. Jabracie

I romeni Sur Austru nascono nel 2018 come conseguenza dell’inaspettata morte di Negru, batterista e leader dei Negură Bunget. Era il marzo 2017 quando un attacco cardiaco si portò via Gabriel Mafa nel pieno dei lavori per il terzo e ultimo capitolo della Transylvanian Trilogy. I restanti musicisti, dopo l’iniziale e comprensibile periodo di sconforto, incertezza e riflessioni, decisero di dar vita a un nuova band, i Sur Austru appunto, sapendo già che avrebbero comunque portato a termine i lavori per completare la trilogia.

Però diciamocelo chiaramente: cosa possono suonare gli ex Negură Bunget che formano un nuovo gruppo se non la musica che avrebbero suonato con i Negură Bunget se non ci fosse stato il pesante lutto? Meteahna Timpurilor quindi prosegue il discorso musicale di Zi, ovvero pagan black metal con grandi inserti di strumenti folk romeni. Qualcosa in realtà è cambiato, forse anche per l’ingresso del chitarrista Mihai Florea (già con i Grimegod di Tibor Kati) e di Ionut Cadariu, oltre ovviamente al drummer Segiu Nădăban. I nuovi brani sono mediamente più corti rispetto a quanto proposto in passato (tolta Dor Austru che conta undici minuti) e le composizioni sembrano essere più dirette e capaci di arrivare prima al punto. Ma, soprattutto, la produzione è finalmente degna di una band internazionale, cosa che purtroppo mancava agli ultimi lavori dei Negură Bunget.

L’italiana Avantgarde Music non si è fatta scappare l’occasione di metterli sotto contratto e nel settembre 2019 è stato pubblicato Meteahna Timpurilor. La veste grafica ha una sua importanza e infatti l’elegante digipak è curato nei minimi dettagli e il “buco” in quella che dovrebbe essere la copertina è un’idea semplice quanto efficace. Il booklet è composto da dodici pagine ed è veramente bello per grafica e illustrazioni. Quel che conta di più è ovviamente la musica, e le attese non sono state deluse: pagan black metal personale e ispirato, suonato col cuore e senza la paura di osare qualcosa di poco usuale. Il risultato è un disco compatto nei suoi cinquantadue minuti di durata, in grado di ammaliare con lunghe parti al limite dell’ambient con strumenti tradizionali e improvvise impennate metalliche e voci gutturali che hanno un qualcosa di preistorico. L’iniziale De Dincolo De Munte è il chiaro esempio della bravura dei Sur Austru e della direzione musicale che la band intende seguire, una via di montagna dove il percorso è stretto e spesso insidiato da pietre che ne ostacolano il cammino, ma che porta a punti panoramici meravigliosi che tolgono il fiato. La strumentale Jale è il classico intermezzo da metà disco, solitamente inutile ma in questo caso buono per aumentare l’aspetto folk del disco e che porta direttamente agli undici minuti della spettacolare Dor Austru, un autentico viaggio nel folklore della Romania e della Transilvania in particolare. Le restanti canzoni suonano tutte interessanti e non sono presenti dei riempitivi, anche se un paio di pezzi sono un po’ meno freschi, ma presentano comunque un’anima che li fa suonare comunque intriganti.

Cosa aspettarci dal futuro non è dato saperlo, se i Sur Austru proseguiranno all’ombra dei Negură Bunget o se proveranno qualcosa di fresco e diverso pur restando all’interno del genere che amano e suonano con sincerità. Questo Meteahna Timpurilor è e rimane un gran bel disco, un debutto con i fiocchi che, a distanza di tempo e decine di ascolti, continua a regalare belle emozioni.

Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

2020 – full-length – Ván Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marsél: voce – Stefán: chitarra, basso, pianoforte – Árni: batteria, organo, viola, violoncello, voce

Tracklist: 1. Ek býð þik velkominn – 2. Bróðir, var þat þín hǫnd – 3. Sem járnklær nætr dragask nærri – 4. Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita – 5. Um nætr reika skepnr – 6. Heiftum skal mána kveðja – 7. Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’ – 8. Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi – 9. Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar

Abbiamo incontrato i talentuosi Árstíðir lífsins a metà 2019 per la pubblicazione di Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr e a un anno di distanza ecco arrivare il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir, ovvero l’altra metà del concept sul quale si basa il lavoro della band islandese/tedesca. Non trattandosi dei Guns n’Roses era impossibile per la Ván Records pubblicare simultaneamente due cd anche se uniti a livello concettuale, ecco quindi la necessità di separare le due parti e pubblicarle a un anno di distanza l’una dall’altra. Inoltre la domanda che ci si pone da ascoltatore è: “’quanto sarebbe stato difficile “assorbire” centoquarantaquattro (144!) minuti di musica per niente immediata e che necessita di numerosi e attenti ascolti per essere digerita e compresa?”. Così facendo la Ván Records e gli Árstíðir lífsins hanno risolto due problemi con una solo mossa, facendo anzi incuriosire ancora di più i fan della band, in religiosa attesa del secondo atto della Saga, sapendo di poter contare su di loro per quel che concerne le vendite. Vendite meritatissime, perché gli Árstíðir lífsins non hanno mai sbagliato un’uscita e nel corso della loro carriera – iniziata nel 2008 e che al momento conta due EP, due split e cinque full-length – sono stati bravissimi a pubblicare solamente gioielli di pagan black metal senza mai abbassare l’asticella della qualità.

Il primo disco della Saga è ormai storia (anche se recente), come suona il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir? Non bisogna aspettarsi alcuna novità a livello musicale: gli Árstíðir lífsins suonano ormai con una personalità e consapevolezza dei propri mezzi che li rende immediatamente riconoscibili, capaci di entrare nelle profondità umane e musicali al fine di realizzare canzoni in gradi di far venire la pelle d’oca. L’unica differenza reale tra i due Saga è che nel secondo capitolo viene dato maggiore spazio all’aspetto acustico/ambient delle canzoni, un elemento che non è mai mancato alla band di Marcél e soci, ma che in questo lavoro ricopre un ruolo ancora più importante. Black metal, sontuosi arpeggi di chitarra, cori liturgici, melodie oscure e feroci accelerazioni fanno da contraltare a momenti ritualistici che da sempre costituiscono parte del bagaglio musicale degli Árstíðir lífsins, i quali senza la necessità di incorporare nuovi elementi ad ogni uscita riescono a trasformare con grande efficacia in musica le storie raccontate nei testi. Come facilmente intuibile, si continua a parlare del re norvegese Óláfr Haraldsson (995-1030), responsabile (colpevole?) dell’evangelizzazione della Scandinavia dopo la sua conversione; una storia apparentemente semplice che viene invece narrata con grande precisione e passione attraverso i nove brani, rendendo di fatto i due Saga i lavori maggiormente complessi e ambiziosi della band nord europea. Come sempre l’estetica del prodotto è fattore di vanto per etichetta e gruppo: il corposo booklet è ricco di illustrazioni, informazioni extra utili a comprendere meglio la vicenda e presenta i testi in lingua originale, l’antico islandese, tradotti in inglese.

Passano due canzoni e oltre dieci minuti prima di poter ascoltare per la prima volta la chitarra: è proprio questa la forza degli Árstíðir lífsins, ovvero coinvolgere l’ascoltatore per lunghi minuti con intro/lunghi tratti parlati-atmosferici senza però annoiarlo, evitando così il più classico (e quasi sempre giusto) skip a favore della prima canzone “vera”. C’è da dire che Sem járnklær nætr dragask nærri è semplicemente fantastica, tra Enslaved periodo viking black e pesanti nuvole nere che annunciano il temporale. L’esecuzione è perfetta, i brani sono taglienti e cupi e non c’è un solo momento di flessione: tutto al posto giusto, nient’altro da aggiungere. Tra le black oriented Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita (contenente tutte le sfaccettature del sound) e Heiftum skal mána kveðja dal riffing incisivo, troviamo la tenebrosa Um nætr reika skepnr, canzone dall’incedere lento e quasi ritualistico: la voce narrante così profonda culla l’ascoltatore come le morbide onde del mare fanno con le piccole imbarcazioni a remi. Per affrontare il mare aperto di Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’, invece, ci vuole una longship vichinga data l’irruenza della batteria e i continui cambi di tempo e ferocia. L’ambient di Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi, infine, conduce alla conclusiva, lunghissima e spettacolare Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar. Se è vero che gli Árstíðir lífsins sono maestri nell’allungare a dismisura introduzioni e parti atmosferiche, è altrettanto vero che i loro brani dalla durata importante (qui si parla di diciotto giri di lancetta) non sono mai banali, scontati o ripetitivi.

Chi conosce i precedenti lavori degli Árstíðir lífsins avrà già fatto suo questo gran disco in fase di preordine, tutti gli altri non potranno fare a meno di rimanere affascinati da tanta classe al servizio di questo bellissimo connubio tra musica folk ambient, pagan e black metal.

GOD The Barbarian Horde – Forefathers: A Spiritual Heritage

GOD The Barbarian Horde – Forefathers: A Spiritual Heritage

2019 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Constantin Lăpusneanu: voce – Eugen Lăpusneanu: chitarra – Telmo Melao: basso – Paulinho: batteria – Filipe Colombo Silva Costa: tastiera

Tracklist: 1. Chemarea Strămosilor – 2. Licoarea Zeilor – 3. Datina Mesagerului – 4. Străbunii – 5. Legea Pământului – 6. Triburile Infioratorilor Codrii – 7. Alma Mater (Moonspell cover)

La storia che porta alla pubblicazione di Forefathers: A Spiritual Heritage è assurda e merita di essere raccontata dalla voce dei protagonisti (a tal proposito, seguite il sito per l’intervista che arriverà presto), ma essendo i GOD The Barbarian Horde una band quasi sconosciuta in Italia è necessario fare un’introduzione per presentare il gruppo. Il 1994 è l’anno di fondazione e dopo tre demo arriva il debutto From The Moldavian Ecclesiastic Throne, seguito da altri due full-length che di folk metal non hanno nulla. Il 2006 vede l’ultima pubblicazione della “prima fase” della carriera, un EP dal titolo Hell & Heaven nel quale il gothic incontra delle timide influenze folk metal. Nel 2014 un altro EP sancisce il ritorno sulle scene dei GOD The Barbarian Horde dopo alcuni anni di stop: Zal Mox è un lavoro pagan folk metal che suona fresco in un momento in cui il genere era sulla cresta dell’onda. Due anni più tardi arriva l’ottimo Sufletul Neamului (autoprodotto), al quale segue questo Forefathers: A Spiritual Heritage. In realtà il disco risale al 2010, ma è rimasto nel cassetto fino a quando la Earth And Sky Productions è riuscita a pubblicato pochi mesi fa. Le canzoni risalgono al 2006-2008, anni in cui la band aveva base in Portogallo, ma le tracce registrate andarono perdute e quindi la pubblicazione cancellata. I fratelli Lăpusneanu però non si diedero per vinti e nel corso degli anni hanno ri-arrangiato e inciso nuovamente alcune di quelle canzoni, pubblicandole nei cd successivi. Con un lavoro paziente e metodico le registrazioni sono tornate a noi e nel dicembre 2019 hanno visto ufficialmente la luce per la prima volta.

Forefathers: A Spiritual Heritage è composto da sette canzoni per un totale di quarantotto minuti. Ad aprire il lavoro c’è Chemarea Strămosilor, composizione lunga (oltre undici giri di lancette) che riassume tutte le sfaccettature del GOD sound: ampio spazio a ritmi veloci con melodie dalle tinte allegre che in un batter d’occhio svaniscono lasciando la scena a parti più oscure dove trovano occasione di farsi notare anche la chitarra solista e la fisarmonica sotto forma di tastiera. Cori ubriachi da osteria, presto seguiti da melodie che ricordano da vicino i nostri stornelli, sono alla base di Licoarea Zeilor: una canzone godereccia e alcolica, divertente da ascoltare e frenetica nei ritmi, dalla quale non si può chieder altro che far saltare con il sorriso ebete stampato in faccia di chi è ubriaco. La terza traccia, Datina Mesagerului, è più delicata nei suoni, decisamente folk nell’atmosfera, ricca com’è di flauti e strumenti tradizionali, con un’accelerazione nel finale da mal di testa che ci sta benissimo. La quarta canzone, Străbunii, suona diversa dalle altre, ricorda qualcosa di latino e, forzando un po’ la mano, sembra un mix tra i Moonspell meno estremi e il folk metal più scanzonato: un caso dato che i fratelli Lăpusneanu abbiano vissuto per anni in Portogallo? Con Legea Pământului si torna a un sound più classico che spazia dall’up-tempo con scacciapensieri e ritmiche serrate a melodie accattivanti e incisive su una base più pacata, mentre l’ultimo brano originale è Triburile Infioratorilor Codrii, un buon riassunto delle qualità musicali dei GOD The Barbarian Horde con un occhio di riguardo all’aspetto più virile della loro proposta, pur non tralasciando orchestrazioni, flauti e ritmiche a tratti danzerecce. A chiudere questo Forefathers: A Spiritual Heritage troviamo la cover di Alma Materd ei Moonspell, chiaro lascito dell’esperienza di vita fatti dai fratelli Lăpusneanu in Portogallo e meritato tributo a un gruppo che, anche se in via trasversale, ha sempre mostrato un forte legame con la propria terra.

Forefathers: A Spiritual Heritage è stato un parto difficile e sicuramente anche i componenti del gruppo a un certo punto avranno smesso di credere nella pubblicazione di questo lavoro. Ora, grazie al lavoro della Earth And Sky Productions questo album è stampato su cd e chiunque sia appassionato di folk/pagan metal non può che esserne felice.