Selvans / Downfall Of Nur

Selvans – Downfall Of Nur

2016 – split – Avantgarde Music

VOTO: 8,5recensore: Mr. Folk

Formazione Selvans: Selvans Haruspex: voce, tastiera, strumenti tradizionali – Sethlans Fulgurator: chitarra, basso

Formazione Downfall Of Nur: Antonio Sanna: tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Intro / Sol – 2. Pater Surgens / Selvans – 3. Mater Universi / Downfall Of Nur – 4. Outro / Luna

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Sole e luna, gli opposti perfetti.
Un dualismo dal quale nasce ogni coppia di opposti dell’universo conosciuto.
Una dualità osservata e studiata ampiamente, cantata e rappresentata nelle epoche precedenti in molteplici versioni.

Il fine di questa opera suddivisa in quattro atti è di fornire una nuova interpretazione di questa icotomia, permeata da tutti quegli elementi tipici che contraddistinguono i nostri progetti: differente uno dall’altro come varietà ma allo stesso tempo simili, uniti per una unanime evocazione del passato.

Cosa succede quando due ottime realtà decidono di unire le forze e collaborare per la realizzazione di uno split? La risposta sono i quaranta minuti di questo lavoro, quaranta minuti di rara intensità e bontà musicale. Un cd che non passa inosservato non solo per la musica, ma anche per il fantastico lavoro grafico atto non solo a stupire l’osservatore, ma anche a completare e rafforzare il concept che si cela dietro a questa pubblicazione della sempre puntuale Avantgarde Records.

Lo split (in versione cd digipak, vinile nero e vinile oro) si divide così: intro e outro sono stati composti da Selvans Haruspex (voce della band abruzzese) e da Antonio Sanna (mastermind del progetto sardo/argentino), mentre il primo brano è una composizione dei Selvans, il secondo dei Downfall Of Nur. La descrizione della musica non è cosa semplice e, in questo caso, forse, anche poco utile. Parlare di canzoni lunghe rispettivamente tredici e diciotto minuti è difficile e non renderebbe l’idea di cosa si ha dinanzi: due opere complete nelle quali è possibile trovare tutto lo spettro sonoro delle due band, come al solito profonde e mai scontate, innovative pur con i piedi ben radicati nella tradizione e nella propria terra d’origine. In tutto questo la musica è, per quanto di grande livello, “solamente” un aspetto dell’intero lavoro, da leggere a 360° con l’aiuto delle immagini e dei testi. Tra sfuriate black metal e sontuosi momenti ambient, gli stati d’animo dell’ascoltatore variano a seconda delle note prodotte dai musicisti; tutto è ben equilibrato, le parti estreme sono davvero pesanti, così come quelle maggiormente soft o riflessive convincono a pieno. Non mancano strumenti a fiato e reminiscenze folk, sempre in quantità giuste e per nulla prevedibili (vedi l’utilizzo del launeddas, strumento simile a quello utilizzato dal dio Pan).

In un certo senso, questo split non è cosa per tutti: raramente si ha a che fare con musica di questo livello, di questa intensità. Può succedere che la proposta spiazzi e destabilizzi l’ascoltatore, ma è molto più probabile che Pater Surgens e Mater Universi incantino e rapiscano il fortunato possessore del disco.

Selvans / Downfall Of Nur ha un solo difetto: dopo quaranta minuti, termina. Un lavoro sopra la media, personale e bello sotto tutti i punti di vista: complimenti alle band e a chi da loro fiducia e supporto.

Kampfar – Profan

Kampfar – Profan

2015 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole: chitarra – Jon: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Gloria Ablaze – 2. Profanum – 3. Icons – 4. Skavank – 5. Daimon – 6. Pole In The Ground – 7. Tornekratt

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Una discografia come quella dei Kampfar è cosa rara al giorno d’oggi: sette full-length e una manciata di EP/singoli sempre di grande qualità, senza perdere mai l’ispirazione ma anzi sviluppando un sound personale ormai diventato vero marchio di fabbrica. Oltre venti anni di attività, ma la bontà musicale di Dolk e soci è rimasta invariata nel corso del tempo.

Profan, naturale successore di Djevelmakt, è il manifesto sonoro di una band affiatata e sicura, che in carriera non ha mai sbagliato una pubblicazione e che a ogni album guadagna – meritatamente – sempre nuovi fan. Heimgang e Kvass suonano chiaramente diversi da quello che la band di Bergen propone oggi, ma il trademark è sempre lo stesso, i Kampfar sono diventati dei porta bandiera del pagan black metal più intransigente senza perdere nulla dell’aspetto melodico che li ha sempre contraddistinti.

L’ascolto di Profan porta la mente sempre e solo in un luogo: al centro della più oscura, sinistra e infestata foresta norvegese. La selvatica Gloria Ablaze è l’opener perfetta, dall’incedere minaccioso con le sfuriate black metal e il riffing che si dilata per permettere al cantato (scream e clean) di doppiarsi in un ritornello che sembra al tempo stesso l’urlo di una strega e della sua disperata vittima:

I claim fire
Behind the shade of shadows
There in fire
At the gates, beyond
Beyond the fires of the highest horns
There in fire
Behind the shades of shadows

L’inizio di Profanum è feroce, uno spietato up-tempo dai giri di chitarra affilati, talmente furioso che stupisce (in positivo!) il lungo stacco strumentale con i tipici riff melodici che contraddistinguono i Kampfar dai tempi dell’esordio. Ancora impeto pagano con Icons, brano arricchito dagli immancabili cambi di tempo con Dolk che ripete più volte che noi siamo “icons of filth”. Nella difficile scelta del “brano migliore” del cd, potrebbero starci i sette minuti di Skavank: tutto gira alla perfezione, dalle bordate estreme alle parti più groove e oscure durante le quali sembra di poter vedere le creature della notte aggirarsi tra gli alberi. La capacità della band di assemblare canzoni di elevata qualità, varie musicalmente e soprattutto in grado di scatenare nell’ascoltatore reazioni importanti, sono il segreto che accompagna i Kampfar dal giorno della fondazione in quel lontano 1994. Il Didgeridoo suonato dall’ospite Geir Torgersen viene presto avvicinato dal pianoforte per un inizio canzone diverso dal solito: Daimon è una composizione particolare che non vuole rispettare le regole che tutte le band conoscono, con un finale nel quale le stesse frasi vengono ripetute più volte da un Dolk quasi sciamano per un risultato ipnotico. Pole In The Ground è puro black metal, violento e oscuro, spaventoso e inquietante quanto il testo:

Night terror
The sun has been blocked,
Crippled by darkness
Burning despair
From the shadow keeper

Dopo il viaggio nell’oscurità offerto da Pole In The Ground, la “semplice” Tornekratt è quasi un ritorno alla luce. Una luce però smorzata dalle nuvole scure che circondano la canzone: dopo i primi minuti di buona qualità arriva la sorpresa situata al centro della composizione, ovvero un signor chorus in pulito da parte del frontman che stupisce e risveglia tutti quanti, anche coloro che sono ipnotizzati dai boscosi riff di chitarra opera dell’ex Mistur (ma nella band dal 2011) Ole Hartvigsen.

Profan è ottimo sotto tutti i punti di vista. I musicisti sono di prima categoria e quando si ascoltano dei fraseggi in grado di emozionare l’ascoltatore allora vuol dire che si è dinanzi a un lavoro sicuramente degno di nota. La produzione aiuta senz’altro: suoni e volumi sono potentissimi e cristallini, ma il retrogusto di sporco – sicuramente un collegamento voluto con il proprio passato musicale – che pervade l’intero cd è il valore aggiunto all’intero lavoro svolto in studio da parte di Hartvigsen.

Profan è l’ennesimo disco convincente dei Kampfar, che rafforza lo status raggiunto dalla band a suon di lavori ineccepibili, fedele alla tradizione ma che non disprezza piccole novità che rendono il sound attuale. Dopo oltre venti anni di carriera una band di metal estremo, forse, non può chiedere di più.

Atavicus – L’Ardire Degli Avi

Atavicus – L’Ardire Degli Avi

2016 – singolo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lupus Nemesis: voce, chitarra – Triumphator: chitarra, basso

Tracklist: 1. L’Ardire Degli Avi – 2. L’Aquila E Il Falco (Pooh cover)

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Pubblicazione in forma limitatissima per gli abruzzesi Atavicus, realtà attiva dal 2013 e autrice dell’EP di debutto Ad Maiora ben accolto da critica e pubblico. Il nuovo – e breve, quasi dieci minuti di durata – L’Ardire Degli Avi può essere inteso come una sfiziosa anteprima per i due ex Draugr Lupis Nemesis e Triumphator, in quanto viene qui presentata una nuova composizione e la già nota cover dei Pooh L’Aquila E Il Falco. Se della cover si è parlato in abbondanza in varie occasioni, è giusto rimarcarne l’ottima scelta – e il coraggio – del duo, capace di realizzare una versione personale del brano contenuto nel disco Dove Comincia Il Sole del 2010. Il sound degli Atavicus incontra le belle parole di Valerio Negrini, storico paroliere della band emiliana: il risultato è veramente buono. Di uguale qualità l’opener L’Ardire Degli Avi (Promo Edit), composizione che farà parte del prossimo lavoro in studio della band. Si tratta di un pagan/black dal doppio animo, epico e brutale, caratteristica ormai nota della formazione italiana e che sicuramente verrà riproposta e ampliata nel disco che verrà. L’affilato inizio lascia spazio alla velocità di metà brano: chaos, cambi di tempo e sfuriate d’altri tempi ci conducono in un’orgia di sangue e lame che farà la felicità degli amanti di queste sonorità.

Il singolo L’Ardire Degli Avi (prodotto in sole cinquanta copie) è una piacevole anteprima in attesa del prossimo lavoro dei guerrieri abruzzesi, sempre fedeli al motto “acciaio e morte”.

Grimtotem – Invunche

Grimtotem – Invunche

2016 – singolo – autoprodotto

VOTO: 7,5recensore: Mr. Folk

Formazione: Carolina: voce, chitarra – Cristian: chitarra – Rodrigo: basso – DS: batteria, strumenti folk – Nicolás: tastiera

Tracklist: 1. Kütral – 2. Invunche

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Il folk/pagan/viking metal non è solo un affare europeo, sia chiaro. Ci sono tante band nate negli angoli più impensabili della terra in grado di fare cose a dir poco eccellenti, basti pensare a quanto prodotto da Skiltron e Tengger Cavalry, provenienti rispettivamente da Argentina e Mongolia. Mister Folk oggi vi racconta dei Grimtotem, band nata in Cile e più precisamente nella cittadina di Arauco, nella regione di Bío Bío. Il gruppo ha esordito nel 2014 con il discreto singolo Wengan (presente QUI), ma il nuovo Invunche (due brani per una durata totale di tredici minuti) mostra una band matura e consapevole delle proprie capacità.

Le canzoni suonano personali seppure alcune influenze siano riconoscibili. La struttura dei pezzi è curata, tanto che i brani scorrono molto bene per tutti gli oltre sei minuti di lunghezza. L’opener Kütral alterna riff chitarristici e pattern di batteria tirati ad altri più melodici duranti i quali si mette in mostra la tastiera, mai invasiva ma anzi utile a sottolineare determinati passaggi. Il secondo brano è la title-track che si fa notare subito grazie all’inizio feroce ed epico. Il riffing è mai banale o ripetitivo, il basso pulsa ed esegue brevi fraseggi che spiccano nel missaggio finale, il pianoforte è una sorpresa nel sound chiassoso dei Grimtotem. La seconda parte della composizione è più orecchiabile, tra assoli di chitarra, di tastiera e l’improvviso – quanto “simpatico” – finale di canzone.

I Grimtotem sono forti della volontà di esplorare le possibilità musicali a loro disposizione, il pagan metal ipervitaminico proposto è impreziosito dalla prova della cantante/chitarrista Carolina Rebellado: il suo growl profondo è in grado di far impallidire i suoi colleghi uomini. A questo punto la curiosità di ascoltare cosa riesce a fare la band cilena in un EP di quattro-cinque brani è veramente tanta…

Negura Bunget – Tău

Negură Bunget – Tău

2015 – full-length – Lupus Lounge

VOTO: 9Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Adrian Neagoe: chitarra, tastiera – Ovidiu Corodan: basso – Negru: batteria, percussioni – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Nămetenie – 2. Izbucul Galbenei – 3. La Hotaru Cu Cinci Culmi – 4. Curgerea Muntelui – 5. Tărîm Vîlhovnicesc – 6. împodobeala Timpului – 7. Picur Viu Foc – 8. Schimnicește

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Quello che ci offrono i Negură Bunget con Tău non sono solamente cinquanta minuti di grande musica, ma un vero e proprio viaggio nella terra della band, la Transilvania. Primo di una trilogia chiamata Transilvanian Trilogy, il settimo sigillo dei romeni è un concept sugli elementi naturali, come ben illustrato nel booklet e dalle pagine dell’imponente artbook.

Pubblicato a cinque anni di distanza dall’ottimo Vîrstele Pămîntului, Tău vede oltre a una nuova line-up (rodata grazie all’EP Gînd a-prins del 2013), una formula musicale sì marchiata a fuoco Negură Bunget, ma che rappresenta un’evoluzione, com’è normale che sia, di quanto prodotto in venti anni di carriera. Il nuovo lavoro della band capitanata dal batterista Gabriel Mafa “Negru” presenta canzoni dalla forte connotazione ambient, ben bilanciate da parti al limite del black metal e grandiosi momenti folk/etnici in grado di far accapponare la pelle. Musicalmente Tău estremizza quanto proposto in Vîrstele Pămîntului, ampliando le parti atmosferiche-ambient – sempre più importanti – che ben contrastano con i momenti extreme metal e i numerosi arpeggi di chitarra. I testi sono degli inni alla grandiosità della Natura, alla bellezza delle montagne Făgăraș, brulle e imponenti, alla potenza del fiore che resiste solitario e fiero tra le rocce delle catene montuose, alla primordiale importanza dell’acqua e alla pace che trasmette il lago Stănișoara, un vero invito alla meditazione; infine non mancano le leggende del folklore, come gli arcaici giganti di Tărîm Vîlhovnicesc.

I Negură Bunget non hanno paura di sperimentare e spostare un passo più avanti i propri limiti, proponendo un disco veramente difficile da assimilare, ricco di spunti e idee a dir poco interessanti, ma assolutamente non immediato e che a un ascolto poco attento rischia di essere etichettato come poco omogeneo. Grazie alle continue ripetizioni della tracklist – e un’attenta lettura dei testi – si capisce che è vero il contrario: Tău è un signor disco guidato da un filo conduttore facilmente riconoscibile, che sviluppa tutta la propria espressività lungo i cinquanta minuti di durata e che non mostra cali qualitativi o d’ispirazione. Gli strumenti utilizzati per creare questo concept sono numerosi, ma spicca sicuramente il theremin, uno strumento elettrico che non prevede il contatto fisico per suonare, invenzione del fisico sovietico Leve Sergeevič Termen, qui suonato dall’ospite Gabriel Almași e presente nella traccia d’apertura Nămetenie. Nell’album sono presenti anche altri guest: la voce di Alexandrina Hristov e la chitarra di Rune Eriksen “Blasphemer” (Aura Noir, Twilight Of The Gods del mediocre Fire On The Mountain ed ex Mayhem) compaiono in împodobeala Timpului, mentre Sakis Tolis, voce/chitarra dei Rotting Christ, lo troviamo in Tărîm Vîlhovnicesc.

Difficile, sinceramente difficile, per me, descrivere le canzoni che compongono Tău: nonostante le centinaia di recensioni e i libri pubblicati, a volte capita di trovarsi senza parole, o, per meglio dire, senza le parole adatte. Scrivere della maestria dei musicisti in fase di composizione, o dei “livelli” d’ascolto dell’opener Nămetenie, piuttosto dei ritmi di împodobeala Timpului risulta essere piuttosto banale e prevedibile. Tău va ascoltato tutto d’un fiato, senza distrazioni o pause, solo in questo modo sarà possibile comprendere e apprezzare il grande lavoro svolto dai Negură Bunget.

L’aspetto visivo, come al solito, è di primaria importanza. Oltre ai “classici” cd e vinili, sono sul mercato due edizioni limitate molto interessanti, ovvero wooden box e artbook. Il primo segue le orme di quanto fatto con Vîrstele Pămîntului (salvo il contenuto), quindi la confezione di legno è decorata in stile romeno e all’interno sono presenti foglie d’acero e frutti di bosco, mentre l’artbook è un elegante volume di grandi dimensioni (28×28, con bonus disc e dvd) con 72 pagine ricche di testi (in romeno e traduzione in inglese, più le spiegazioni) e meravigliose fotografie della selvaggia natura transilvana scattate da Negru, perfette per entrare immediatamente in sintonia con i testi e lo spirito del gruppo.

Terminare l’ascolto di Tău (pubblicato da Lupus Longe/Prophecy Production, già label d’interessanti realtà come Farsot, Helrunar, Durdeduh e Secrets Of The Moon) senza aver la voglia di ricominciare l’ascolto del disco è praticamente impossibile, così come è assai probabile il desiderio di saperne di più di una terra spesso troppo generalmente indicata come “quella di Dracula”. Il viaggio con i Negură Bunget è appena iniziato, e per il momento è stato entusiasmante, non resta che aspettare gli altri due capitoli della Trilogia Transilvana continuando ad ascoltare (e a sfogliare, per chi possiede l’artbook) il nuovo capolavoro di Negru e soci.

Heidevolk – Batavi

Heidevolk – Batavi

2012 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris den Boghtdrincker: voce – Mark Splintervuyscht: voce – Reamon Bomenbreker: chitarra – Rowan Roodbaert: basso – Joost den Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Een Nieuw Begin – 2. De Toekomst Lonkt – 3. Het Verbond Met Rome – 4. Wapenbroeders – 5. In Het Woud Gezworen – 6. Veleda – 7. Als De Dood Weer Naar Ons Lacht8. Einde Der Zege – 9. Vrijgevochten

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Esiste un fortissimo legame tra i gruppi folk-viking-pagan metal e la storia, la tradizione di un dato popolo, i miti e gli dèi; un legame che di fatto spesso definisce il genere musicale e il paese di appartenenza, pur con delle eccezioni – in particolare in Italia -, a seconda dei temi trattati nei testi, che possono essere epiche battaglie realmente avvenute, mitologia norrena, arcaiche leggende delle Alpi, personaggi storici o seducenti paesaggi rurali dell’Est Europa.

Gli Heidevolk, gruppo attivo dal 2002, arrivano al quarto capitolo della loro interessante discografia con Batavi, un concept album che descrive, attraverso nove capitoli, la storia della tribù germanica dei Batavi: dalla prime vicende avvenute nella natìa Germania, all’emigrazione in cerca di una nuova terra dove stabilirsi che li portò nell’attuale Olanda, passando per l’importante alleanza con l’Impero Romano, per arrivare alla conclusiva e inconcludente ribellione del 69 d.C. e successiva nuova sottomissione ai Romani. I testi sono una romantica reinterpretazione basata sugli eventi storici narrati in particolare da Tacito, storico e senatore romano.

Batavi si apre con Een Nieuw Begin, brano dal forte impatto: un inizio spumeggiante tra fieri e possenti riff di chitarra e nordici cori di voci maschili. Qui parte, in maniera secca e diretta, la storia dei Batavi, originari della Germania e costola della popolazione dei Catti. Nella successiva De Toekomst Lonkt i Batavi si allontanano dalla terra d’origine in cerca di un nuovo insediamento, trovato in seguito nel delta del fiume Reno. Musicalmente la canzone si presenta particolarmente ritmata, ricca di cambi di tempo e di stili, passando dal tappeto di doppia cassa delle prime battute a strofe e ritornelli più vari. La terza traccia, Het Verbond Met Rome, inizia con dei riff lenti e pesanti, arricchiti dalle splendide voci dei due cantanti, in questo caso particolarmente epiche, presto travolte dalla velocità del blast beat del drummer den Vellenknotscher e dalle rapide note del chitarrista Reamon Bomenbreker: ben presto la canzone si trasforma in un favoloso pezzo battagliero, tra cori eroici e accordi granitici. I singer Joris den Boghtdincker e Mark Splintervuyscht – mai tanto affiatati come su questo disco – raccontato i motivi per cui i romani nel 12 a.C. strinsero un’alleanza con i Batavi, invece di sottometterli come accadeva con tutte le altre popolazioni: si trattava di un popolo particolarmente feroce ed abile sul campo di battaglia, così da portare i conquistatori alla decisione di non voler ricevere tasse in soldi, bensì in uomini da inserire nel proprio esercito. La successiva Wapenbroeders è probabilmente la migliore composizione dell’intera discografia degli Heidevolk, a mio parere la canzone perfetta: in quattro minuti esatti racchiude l’essenza del pagan metal, ricca di sfumature e richiami ai precedenti tre dischi senza dimenticare brevi, ma importanti, motivi folk. Momenti di melodia con tanto di violino si alternano perfettamente a improvvisi break dove la sei corde crea un vero e proprio muro invalicabile, così come torna il tanto caro up tempo selvaggio e primitivo come solo in De Strijdlust Is Geboren si poteva ascoltare, prima del bellissimo e insolito finale. Una traccia, questa, che denota il chiaro e costante miglioramento del gruppo in fase di songwriting, capace ormai di racchiudere in un solo brano tante idee di qualità con una naturalezza finora inedita. Il testo si concentra sulla conquista della Britannia nel 43 d.C., quando i Batavi combatterono insieme ai Romani nella battaglia di Medwey. Si inizia a parlare di cospirazione ai danni dei conquistatori in In Het Woud Gezworen, probabilmente il momento meno interessante dell’intero disco, essendo la “classica” canzone veloce degli Heidevolk, introdotta questa volta da una parte iniziale piuttosto maschia. Veleda è un intermezzo acustico buono per spezzare l’ascolto di Batavi, prima della potente parte finale del cd: Velleda è il nome della profetessa che predisse la vittoria contro i Romani. Corre l’anno 69, la rivolta ha inizio: Als De Dood Weer Naar Ons Lacht parte aggressiva, la batteria di Joost den Vellenknotscher martella come non mai ben supportata dal basso di Rowan Roodbaert, la chitarra è minacciosa e oscura pur avendo (in verità, dote di tutto l’album) un dinamismo fino ad oggi sconosciuto alla band, e cosa assai rara, tira fuori un assolo che ben si amalgama con la trama tritaossa della canzone. Sembra di vedere i corpi degli sconfitti sul terreno: teste spaccate e sangue caldo a terra, odore di terrore e morte nell’aria, con i Batavi vincitori consci che la risposta di Roma non si farà attendere a lungo. E infatti arriverà l’anno successivo, con l’invio di ben otto legioni a ristabilire la giuste gerarchie, sconfiggendo i ribelli e facendoli tornare a servire nell’esercito. Einde Der Zege è, appunto, un’altra canzone dal piglio aggressivo, che ben si addice al testo. La linea vocale è particolarmente fiera e orgogliosa delle proprie origini, il violino regala momenti di malinconia dovuti al risultato dei campi di battaglia (furono necessari ai Romani due scontri per sottomettere nuovamente i Batavi). Sul finale del pezzo il ritmo cala, offrendo istanti di gustoso headbenging, è il momento di scendere nuovamente a patti con gli invasori, di combattere al loro fianco nuove e brute battaglie. La conclusiva Vrijgevochten è un mid-tempo dal piglio quasi riflessivo, con il finale a sfumare dal forte senso malinconico: è l’alba di una nuova era.

La produzione dell’asso Peter Tägtgren (Immortal, Destruction, Dimmu Borgir, Amon Amarth, Kampfar e tantissimi altri) è croce e delizia al tempo stesso: i suoni sono puliti e sparati in faccia senza però risultare plasticosi, anzi, tutti gli strumenti suonano particolarmente reali e minacciosi. La sezione ritmica ha un sound robusto e muscoloso, le voci di den Boghtdrincker e Splintervuyscht, il vero segreto del successo degli Heidevolk, sono più evocative che mai. I suoni sporchi e, se vogliamo, “underground” di Walhalla Wacht, secondo lavoro targato 2008 sono decisamente un lontano ricordo, e non è detto che sia per forza un bene.

A due anni di distanza dal precedente Uit Oude Grond, e nonostante l’abbandono del chitarrista e fondatore Sebas Bloeddorst, gli Heidevolk compiono un grande, e in parte inaspettato, passo in avanti, sfornando un album che colpisce immediatamente e che migliora ancor di più con l’aumentare dei passaggi, capace di catapultare l’ascoltatore direttamente a duemila anni fa, quando sul delta del Reno prosperava la popolazione dei Batavi, forti e abili combattenti, unici all’interno dell’Impero a non dover pagare il tributum romani.

Batavi è una grande colonna sonora per i meravigliosi racconti della storia antica.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.