Ash Of Ashes – Down The White Waters

Ash Of Ashes – Down The White Waters

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Skaldir: voce, chitarra, basso, tastiera – Morten: voce

Tracklist: 1. Down The White Waters – 2. Flames On The Horizon – 3. Ash To Ash – 4. Sea Of Stones – 5. Springar – 6. Seven Winters Long (The Lay Of Wayland) – 7. In Chains (The Lay Of Wayland) – 8. The Queen’s Lament (The Lay Of Wayland) – 9. Chambers Of Stone (The Lay Of Wayland) – 10. Outro

Un disco fresco, dinamico, ben fatto, mai ripetitivo: la cosa sorprendente è che Down The White Waters è un debut album. Gli Ash Of Ashes hanno lavorato nell’ombra fino alla pubblicazione di questo cd, ma c’è da dire che i musicisti non sono certo inesperti e in particolare il chitarrista/cantante Skaldir ha realizzato quattro dischi con gli Hel tedeschi, band pagan black in attività fino al 2012.

Down The White Waters è un lavoro realizzato con il cuore, ma anche con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare e cosa vuole trasmettere all’ascoltatore. Tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering sono avvenute negli Kalthallen Studios, ovvero le sale dove gli Ash Of Ashes provano e compongono le canzoni. Non è quindi un caso che il cd sia stato “elaborato” dai musicisti stessi, senza alcun aiuto esterno. Il risultato è davvero buono, a partire dai suoni puliti e graffianti, per passare all’ottima equalizzazione e alla potenza finale del disco. Fare tutto da soli è spesso controproducente, ma Skaldir e Morten hanno davvero svolto un lavoro preciso e di qualità che dona a Down The White Waters una marcia in più.

I due musicisti si sono divisi il lavoro (della batteria se n’è occupato Dennis Strillinger, noto per essere stato dietro le pelli nel debutto del 2006 A Storm To Come dei Van Canto) e se Skadir ha realizzato tutte le musiche (con l’eccezione di Springar che è un brano tradizionale), Morten ha scritto i testi, tutti legati alla mitologia, con la chicca del mini concept chiamato “The Lay Of Wayland” e che narra delle vicende di Weland il Fabbro (stando alle parole del cantante, questa è la prima volta che un gruppo heavy metal ne canta le gesta), personaggio leggendario al quale sono attribuite, tra le altre cose, la forgiatura della spada Excalibur di arturiana memoria e l’armatura di Beowulf.

La musica degli Ash Of Ashes può essere definita “skaldic metal”: epica e imponente, malinconica ma coraggiosa. Le canzoni suonano personali nonostante i musicisti non nascondano la predilezione per i Bathory del periodo viking, influenza che si palesa in particolare nei numerosi mid-tempo di Down The White Waters, eppure Skaldir, compositore di tutte le canzoni, ha saputo metterci del suo e il risultato finale ne risente in positivo. Nei quarantadue minuti di durata gli Ash Of Ashes mostrano tutte le armi a propria disposizione e tra le chitarre emozionanti (e windiriane per drammaticità) di Chambers Of Stone e quelle più ruvide di Ash Of Ashes – una montagna russa di ferocia ed epicità – che vengono stemperate dall’intervento della nyckelharpa di Mathias Gyllengahm (Norrsinnt, Utmarken), spuntano composizioni dai tratti solenni e nordici come Seven Winters Long (impreziosita dall’hardingfele, una sorta di violino a otto o nove corde utilizzato nella musica tradizionale norvegese, dell’ospite Runahild) e Flames On The Horizon.

Down The White Waters è una vera e propria sorpresa, un disco maturo che merita assolutamente di essere conosciuto e ascoltato a ripetizione. Invece di cercare segnali di vita in gruppi che da troppi anni annaspano nelle super produzioni e non realizzano un cd veramente bello da più di dieci anni, è il caso di segnarsi il nome degli Ash Of Ashes e scoprire il mondo contenuto nelle dieci tracce di questo disco.

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Fimbulvet – Heidenherz

Fimbulvet – Heidenherz

2016 – raccolta – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: “Ewige Winter”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Felix Zimmermann: batteria

“Der Ruf In Goldene Hallen”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Falko Knoll: batteria

Bonus tracks: Stephan Gauger: voce, chitarra – Christian Fröhlich: chitarra – Steffen Mehlhorn: basso – Hannes Köhler: batteria

Tracklist: CD1 “Ewiger Winter”: 1. Heer Der Ewigkeit – 2. Thronend – 3. Sonnenuntergang – 4. Schlacht Im Schenee – 5. Verschneite Welt – 6. Walveters Pfand – 7. Der Raben Raunen – 8. Wälderritt – 9. Nebel – 10. Gjallarhorn – Aug Nach Wigrid – 11. Erinnerung – 12. Walvaters Pfand (bonus track) – 13. Wälderritt (bonus track)

CD2 “Der Ruf In Goldene Hallen”: 1. Intro – 2. Der Ruf In Goldene Hallen – 3. Schwert Aus Stein – 4. Heidenherz – 5. Das Letzte Feuer – 6. Helias Bann – 7. Gewandung Der Zeit – 8. Am Stamme Yggdrasils – 9. Klang Des Waldes – 10. Horn Der Vernichtung – 11. Schwert Aus Stein (bonus track) – 12. Heidenherz (bonus track)

Operazione di “recupero” per la Einheit Produktionen: Heidenherz dei tedeschi Fimbulvet è un doppio cd contenente i primi due full-length della band con l’aggiunta di qualche bonus track. Ci si potrebbe domandare il perché di questa uscita, la risposta è semplice: Ewiger Winter (2006) è un cd che il gruppo si è autofinanziato, mentre Der Ruf In Goldene Hallen è stato pubblicato dalla Eichenthron (label che ha realizzato appena tre dischi) in sole mille copie. Entrambi i cd sono praticamente introvabili e quindi questo Heidenherz è sicuramente il benvenuto tra i fan della formazione proveniente dalla Thuringia, oltre un buon modo per promuovere il nome del gruppo vista la qualità estetica della confezione e il prezzo invitante. La raccolta si presenta in un elegante digipak a sei pannelli correlato da un booklet da ventiquattro pagine con i testi delle canzoni, le informazioni tecniche per ogni disco e una foto dell’ultima line-up con i crediti delle bonus track.

Ewiger Winter è un disco di debutto sopra la media: dal sound personale e con una manciata di canzoni davvero efficaci (l’opener Heer Der Ewigkeit e la sontuosa Thronend sono due ottimi esempi), è sì il primo passo dei Fimbulvet, ma anche un disco a suo modo storico nel mondo del pagan metal tedesco. La produzione old style e senza ritocchi da studio può suonare anacronistica al giorno d’oggi, ma è lo specchio di una band sincera che ha fatto del proprio meglio in studio riuscendo a tirar fuori dei suoni in linea con il genere suonato. Le bonus track sono le ri-registrazioni delle canzoni Walvaters Pfand e Wälderritt: con i suoni del 2016 acquistano nuova vita per potenza e pulizia, ma chiaramente perdono quel fascino dovuto alla genuina veste underground di dieci anni prima.

Il CD2 contiene Der Ruf In Goldene Hallen, uscito originariamente nel 2008, e un paio di bonus track. Il secondo disco dei Fimbulvet prosegue senza scossoni quando realizzato nel debutto, ma le canzoni sono più compatte e ben amalgamate, inoltre la registrazione è di gran lunga migliore seppur lo studio utilizzato per l’intero lavoro di registrazione, mix e mastering sia lo stesso, ovvero il Powertrack di Enrico “Löwe” Neidhardt, una garanzia per quel che riguarda il pagan metal teutonico. I cinquanta minuti di Der Ruf In Goldene Hallen scorrono veloci e senza intoppi, con la parte centrale del disco che è praticamente perfetta e mostra la band della Thuringia al massimo della forma. Le due bonus track sono la ri-registrazione di Schwert Aus Stein, in verità non molto differente dall’originale, e l’ottima versione acustica di Heidenherz, talmente ben riuscita da fa venir voglia di ascoltare un intero disco dei Fimbulvet in chiave acustica.

Heidenherz è un ottimo modo per recuperare i primi due lavori della band ormai introvabili con l’aggiunta di gustose bonus track. Conoscere Ewiger Winter e Der Ruf In Goldene Hallen dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni appassionato di pagan metal e la Einheit Produktionen permette ciò con un formato e una grafica accattivante: cosa si può volere di più?

Surturs Lohe – Seelenheim

Surturs Lohe – Seelenheim

2016 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Reki: voce, flauto – Ragnfalt: chitarra – Heidenherz: chitarra – Ralph: basso – Nidhöggr: batteria – Alraun: flauto, tastiera, voce

Tracklist: 1. Der Kaiser Im Berg – 2. Lohe Surt – 3. Seelenheim – 4. Unter Der Linden – 5. Gotengrab – 6. Sumar Kehre Heim – 7. Schwertleite – 8. Schildwacht

Tracklist bonus cd: 1. Lohe Surt – 2. Muspelsturm – 3. Urda – 4. Windheim – 5. Blutbuche – 6. Was Einst Ward, Das Werd Nimmermehr

Germania, landa di pagan metal. La terra tedesca è da sempre madre generosa in campo rock/metal, ma nel sottogenere del pagan metal ha dato veramente tutto quello che poteva. In particolare la Thuringia, zona ricca di foreste nel centro occidentale della Germania, ha visto nascere e affermarsi un buon numero di band pagan metal, tutte arrivare a una discreta notorietà in seguito alla pubblicazione di dischi sempre convincenti.

Circondati da imponenti alberi secolari, si sono formati nella primavera del 1996 i Surturs Lohe, formazione che in oltre venti anni di attività ha rilasciato solamente quattro full-length e un paio di split, prediligendo saggiamente la qualità alla quantità. È normale quindi che tra il debutto Wo Einst Elfen Tanzten e Seelenheim (pubblicato dalla tedesca Einheit Produktionen) ci siano grandi differenze a livello tecnico/compositivo fermo restando che il disco del 2001 è comunque un discreto prodotto. Le otto tracce di Seelenheim sono arrangiate molto bene, non ci sono momenti ostici o che non scorrono con facilità, ogni secondo è curato al meglio e questo giova al risultato finale e all’ascolto del cd.

L’intro cinematografico Der Kaiser Im Berg porta a Lohe Surt, prima vera canzone del disco e tipico inizio che più pagan metal non si piò. Riff di chitarra taglienti e lo scream di Reki supportati dal potente drumming di Nidhöggr sono il gradito biglietto da visita della durata di quattro minuti, durante i quali rallentamenti e giri di sei corde più heavy fanno la loro comparsa prima di soccombere al lato black metal dei Surturs Lohe. Morbidi arpeggi di chitarra introducono la title-track, canzone caratterizzata nella prima parta dall’eterea voce di Alraus. Dopo il terzo giro di lancette, però, la musica cambia ed entrano in gioco distorsioni e scream: negli otto minuti di durata c’è quindi spazio per accelerazioni feroci, parti di incredibile cattiveria e deliziose aperture soavi con tanto di flauti; Seelenheim è una grande canzone che mostra i Surturs Lohe in forma strepitosa. L’inizio di Unter Der Linden ricorda il sound degli Odroerir di Das Erbe Unserer Ahnen: acustico e ancestrale, un brano intimo anche quando fanno la comparsa distorsioni e drumming che comunque non stravolgono il pezzo in quanto si rimane sempre nel mondo del melodico. La successiva Gotengrab è quasi interamente acustica e di una dolcezza unica: il doppio cantato maschile/femminile e le brevi ma incisive note di flauto rendono la canzone una power ballad come se ne sentono sempre meno. L’ingresso delle sei corde (con tanto di lungo e gustoso assolo) non fa altro che accentuare la delicatezza della composizione. La traccia successiva è Sumar Kehre Heim, pagan metal allo stato puro cantato con voce pulita e rocciosi riff di chitarra alla Judas Priest. La conclusione del disco si avvicina sulle note di pianoforte di Schwertleite, brano corto ma che non è un mero riempitivo, bensì un intro più che intenso per Schildwacht, canzone da dieci minuti duranti i quali i Surturs Lohe tirano fuori tutto quello che hanno per realizzare una canzone monumento. Il risultato è a dir poco ottimo, denso e vario nel racchiudere tutte le influenze e gli stili dei musicisti, così non ci si stupisce quando si passa dai riff black metal ad aperture melodiche con il flauto in evidenza prima di terminare con una lunga parte acustica con chitarra e pianoforte.

La versione in mio possesso è quella “box set”, la confezione del disco quindi è di grande qualità: il box è massiccio e resistente, così come la carta lucida del booklet è molto spessa. Nella confezione è presente il poster con la copertina del disco e una gran quantità di foto dei musicisti immortalati nelle situazioni più disparate, una toppa con il logo del gruppo e il bonus cd con il booklet di quattro pagine. L’unica nota negativa è il libricino di Seelenheim, in quanto tutto scritto in lingua tedesca e impossibile da capire per chi non parla la lingua. A livello grafico, però, il risultato è molto buono ed è in linea con la qualità dell’intero packing. Il bonus cd contiene la versione acustica (e ri-arrangiata) di Lohe Surt e quella a capella di Musperlsturm (tratta dal disco del 2002 Vor Walveters Thron), mentre le restanti quattro canzoni sono la versione re-masterizzata del demo Urda, originariamente pubblicato nel 1999 e quindi un piccolo pezzo di storia del pagan metal reso con questa pubblicazione nuovamente disponibile.

Il suono è molto buono perché reale e ruspante, pulito il giusto senza quindi quel fastidioso “effetto plasticoso” che snatura la natura dei gruppi. Gran merito di tutto questo va riconosciuto a Enrico Neidhardt, profondo conoscitore del genere in quanto ha già lavorato con Menhir, Odroerir, Fimbulvet e Gernotshagen tra gli altri, e artefice della bella riuscita sonora di Seelenheim.

Seelenheim è un signor disco, al momento il migliore della discografia dei Surturs Lohe. Cosa non da poco, e che giustamente invoglia ulteriormente all’acquisto, il cd è accompagnato da una bella confezione con all’interno tutto quello che può rendere felice un collezionista. La band della Thuringia – che oggi presenta una line-up parzialmente variata – è ancora lontana dal terminare il proprio viaggio e, anche se con tempi lunghi, ci delizierà ancora con dischi di puro pagan metal. Seelenheim rappresenta il loro apice ed è un lavoro che nessun appassionato del genere dovrebbe lasciarsi scappare.

Skyforger – Kauja Pie Saules

Skyforger – Kauja Pie Saules

1998 – full-length – Mascot Records

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Peter: voce, chitarra – Rihards: chitarra – Edgards “Zirgs”: basso – Imants: batteria

Tracklist: 1. Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi / Neighed The Battlehorses – 2. Kauja Pie Saules.1236 / The Battle Of Saule. 1236 – 3. Sencu Ozols / Ancient Oak – 4. Viestarda Cîna Pie Metotnes.1219 / Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 – 5. Kurši / Kurshi – 6. Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky – 7. Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown – 8. Kauja Garozas Silâ.1287 / Battle At Garoza Forest. 1287 – 9. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross

Siamo abituati a gruppi che parlano di storia nei propri album. Ce ne sono di tutti i tipi: quelli che letti due libri ci fanno un concept, quelli che hanno reale interesse per un determinato periodo storico (può essere un indefinito medioevo, la cultura celtica o le due guerre mondiali) e quelli che non avendo qualcosa di personale da dire nei testi seguono il trend vichingo tra inquietanti drakkar e generica mitologia norrena. E poi ci sono gruppi – pochi in realtà – che trattano di storia con competenza e sincera passione. È il caso degli Skyforger, band lettone formatasi a Riga nel 1995, che tre anni più tardi, con l’aiuto della Mascot Records, pubblica il debut Kauja Pie Saules (The Battle Of Saule).

Piccola – dovuta – precisazione. I titoli saranno riportati sia in lingua originale, il lettone, che in inglese. Il motivo è semplice: scrivendo solo in inglese, come spesso si è portati a fare, si rischierebbe di far perdere fascino all’intero lavoro degli Skyforger, snaturandolo.

Il pagan metal è legame con la propria storia, la ricerca delle proprie origini, lo scavare la terra alla ricerca delle radici, e una volta trovate conoscerle, capirle, amarle. Gli Skyforger sono fieri della loro cultura, della loro storia, di ciò che i Semigalli e le altre tribù hanno fatto per difendersi dagli aggressori nei vari secoli di storia. Nel libretto di Kauja Pie Saules il primo ringraziamento è un sentito “our brave forefathers who have spilled their blood upon this ground for the freedom of our land”. I testi dell’album trattano delle valorose popolazioni pagane che per anni si difesero dai continui attacchi dei cristiani (i Cavalieri Livoniani, detti anche Cavalieri della Spada, aiutati dall’Ordine dei Cavalieri Teutonici), prima di soccombere ed essere sottomessi sul finire del XIII secolo.

Musicalmente parlando Kauja Pie Saules suona sporco, grezzo, violento. In alcuni passaggi il black metal la fa da padrone, riff tiratissimi e urla si uniscono in una macabra danza di morte tanto fredda quanto affascinante. Ma si va oltre, perché s’iniziano a sentire i primi echi dei Bathory (quelli più epici), così come alcuni spunti prettamente heavy metal tedesco (influenza molto chiara in Kurbads). E poi ci sono le bellissime melodie folk, le atmosfere ancestrali, i canti in coro su un semplice ritmo di tamburo, l’orgoglio nazionalista che risuona in ogni secondo delle nove canzoni qui presenti. E proprio con cori maschili e delicate melodie inizia Kauja Pie Saules: Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi/Neighed The Battlehorses è una canzone tradizionale lettone, per l’occasione modificata nelle parole, dove tutti e quattro i musicisti cantano creando un’atmosfera delicata e sognante. Ma dura poco, bastano pochi secondi di Kauja Pie Saules. 1236/The Battle Of Saule. 1236 per capire che qualcosa è cambiato, la tragedia è alle porte e Peter lo urla con tutte le forze in corpo. Il suo scream suona disperato, perfetto con i grevi riff di chitarra e l’atmosfera soffocante, soprattutto nella seconda parte della canzone. Il ritmo non cala e la drammaticità aumenta con Sencu Ozols/Ancient Oak, tra blast beat e taglienti soluzioni chitarristiche, fino a quando, a sorpresa, arriva uno stacco lento che spezza il ritmo e un fantastico kokle porta colore e respiro a un brano oramai in apnea e diretto alla morte. Non c’è tregua però, la voce di Peter e il ritmo forsennato di Viestarda Cîna Pie Metotnes. 1219/Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 ci fanno ripiombare nella drammaticità degli eventi, la dura lotta tra i Semigalli e i crociati, la volontà di difendere le proprie terre dall’invasore cristiano. Al popolo Kurši è dedicato il brano seguente, che dopo un’introduzione folk ispirata dai ritmi dainas, tradizionale ballata lettone, parte un motivo potente cantato da Imants, batterista della formazione. Cornamuse e scacciapensieri sono gli strumenti trainanti della prima parte di Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky, killer song appena la componente prettamente metal ha la meglio sul lato più intimo dei nostri. Ottimi i riff di chitarra, così come azzeccati sono i cambi di tempo e i mutamenti d’umore – comunque sempre “nero” – che caratterizzano la canzone. Rabbia, ferocia, voglia di libertà e ancora – di nuovo – rabbia, fino a quando non arriva Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown: un fuoco che arde al centro, quattro pagani intorno a condividere sotto forma di canto l’orgoglio nazionale, tradizioni e volontà di essere un tutt’uno con la natura circostante che per l’intera durata del brano fa loro compagnia coccolandoli con rumori di uccelli notturni e fronde che si muovono. E poi c’è lei, la canzone più bella dell’intero repertorio Skyforger, Kauja Garozas Silâ. 1287 / Battle At Garoza Forest. 1287. In poco più di cinque minuti di durata è racchiuso tutto lo stile, le influenze (musicali e storico/culturali), le sfaccettature del sound della band lettone, passando dai canti degli antichi guerrieri (che fungono da introduzione – mozzafiato!), alle melodie uniche, figlie di una terra contesa e bramata da altri popoli per secoli. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross chiude alla grande un album che fa ormai parte della storia del pagan metal, tra giri di chitarra sostenuti che si tramutano in lancinanti melodie e una sensazione di soffocamento data dall’improvviso comparire di una foschia che nel giro di pochi istanti s’infittisce diventando una nebbia densa. Nebbia inquietante, ma anche liberatoria, perché tiene a distanza chi non sa vedere oltre, intimorendo i semplici curiosi e avvolgendo con freddo calore gli amanti di queste tetre ma affascinanti atmosfere.

L’artwork e la copertina perfezionano l’opera, essendo parte fondamentale nel concept-non concept degli Skyforger, un qualcosa in più che arricchisce e rende completa sotto ogni aspetto una piccola grande opera troppo poco conosciuta. Kauja Pie Saules è un album capolavoro, forse il primo del genere, sicuramente troppo importante e bello per sottovalutarlo. Un modo intenso e sincero per avvicinarsi alle antiche tradizioni e alla storia delle Lettonia, terra imbevuta di sangue ma abitata da persone fiere e valorose.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Llvme – Yía De Nuesu

Llvme – Yía De Nuesu

2012 – full-length – My Kingdom Music

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Eric Montejo: voce – Nandu S. Prieto: chitarra, basso, tastiera, cornamusa, ghironda, batteria 

Tracklist: 1. 1188-1230 – 2. Helmántica3. Vettonia4. Vaqueirada’l Baitse5. Cenceyu6. Yia Fatu A Tierra7. Prameséu8. Purtillu De La Llĩltá9. Llibación Nu Alborecer10. Xota Chaconeada11. Miróbriga12. Favéu De Sueños

Un album complesso, ricco di sfaccettature e sfumature distanti e tradizionalmente in contrasto tra loro; momenti di poetico dolore e di maschia forza bruta. Un lavoro sicuramente difficile da comprendere e fare proprio, nonostante fin dai primi ascolti “qualcosa” finisca dritto al cuore.

L’impatto con una musica distante dalla nostra come lo è quella ricca di venature “tradizionali” della penisola iberica non è dei più semplici, sia per la lingua utilizzata dai Llvme, l’arcaico dialetto dell’antico regno di León, che per il bagaglio culturale e sonoro a noi poco conosciuto. Eppure in Yía De Nuesu ribolle sangue mediterraneo, un collegamento, un leggero legame che ci rende quasi parenti. E che viene a galla sovente, impetuoso, al quale è difficile resistere, nonostante la proposta dei Llvme sia un crocevia musicale di difficile catalogazione, avendo cornamuse e accenni di folklore popolare, così come sfuriate extreme metal e leggeri riferimenti doom, intensificato dalla passione del pagan metal e dal calore che solo noi mediterranei possiamo avere. Volendo azzardare una descrizione (piuttosto approssimativa e personale, quindi anche ampiamente non condivisibile) potrei dire che i Llvme suonano come se i Primordial fossero originari della regione (León) vicina al confine tra Spagna e Portogallo, con una maggiore propensione al folk/pagan alla Negură Bunget privi dell’essenza tribale, con la raffinatezza dei My Dying Bride e il fuoco che arde nelle vene del poeta Fernando Ribeiro dei Moonspell. Negli oltre cinquanta minuti di Yía De Nuesu c’è spazio per il folk e il black, per il doom e pagan, tutto concentrato in dodici tracce che riescono a suonare omogenee nonostante le distanze stilistiche. Proprio in questo fatto (e non solo) risiede la bravura del gruppo spagnolo, capace di far convivere il diavolo e l’acqua santa nello stesso spazio.

Yía De Nuesu segue a due anni di distanza il debutto Fogeira De Sueños, dopo che l‘italiana My Kingdom Music riuscì a firmare la band di Salamanca nonostante fosse contesa anche da altre label. Nel nuovo full lenght i Llvme si presentano con una formazione rinnovata – particolarmente rilevante è l’ingresso del vocalist Eric Montejo al posto del non troppo rimpianto Lord Valius – e un lavoro in fase di produzione di eccellente fattura: Daniel Cardoso (tastierista e batterista degli Anathema, dietro al banco di missaggio anche per Heavenwood, Ava Inferi e Anneke Van Giersbergen tra gli altri) e gli Ultrasound Studios hanno fatto un lavoro davvero buono, sicuramente un netto passo in avanti rispetto alla sufficiente e nulla più di Fogeira De Sueños. Anche musicalmente ci sono delle differenze tra i due platter: Yía De Nuesu risulta più diretto del predecessore nonostante siano aumentate sia le tracce che il minutaggio complessivo del disco.

Le dodici composizioni del nuovo cd sono assai varie e intervallate nei momenti giusti con brevi attimi di quiete: non semplici riempitivi strumentali dal sapore ambient, ma veri lampi di arte con sempre qualcosa da trasmettere. Esempio migliore di Vaqueirada’l Baitse non ce n’è: nei due minuti di durata l’ospite Marisa, cantante del gruppo di musica tradizionale leonese Son Del Cordel, fa tornare alla mente i nostri cari ormai lontani da questa vita, lasciano l’amaro in bocca (o è semplicemente il sapore delle lacrime?) per un ultimo abbraccio purtroppo impossibile. O la “meridionale” Prameséu, e la folk (con tanto di cornamusa) Xota Chaconeada: istanti di respiro tra le corpose bordate metal che compongono Yía De Nuesu.

Ottima opener dell’album è 1188-1230 (anni del regno di Alfonso VIII di León), dove confluiscono diverse sonorità, passando con naturalezza e classe dal riff di chitarra black/gothic ad aperture maggiormente melodiche. La voce aggressiva di Eric Montejo conduce il brano verso territori violenti, mentre lo stacco a metà canzone rievoca alcuni passaggi dei maestri My Dying Bride, durante il quale la voce principale è quella dell’ospite Ana Sanabria. La personalità dei Llvme viene fuori nella seguente Helmántica, dove la band continua a martellare con ritmi incalzanti e scream vocals. Alcuni semplici accorgimenti della sezione ritmica rendono la composizione varia nel ripetersi dei passaggi, per quella che è sicuramente la traccia più brutale dell’intero disco. Una gustosissima cornamusa introduce Vettonia, canzone ritmata e creata con bontà e perizia da parte della band spagnola; si prosegue con un break decadente e con un rapido assalto vocale che si alterna a schitarrate da headbanging: l’atmosfera è tetra e malevola, quasi inquietante. Tocca alla già menzionata Vaqueirada’l Baitse creare un momento di intima sofferenza, per riprendere poi il “classico” sali/scendi di violenza e soavità (da brividi lo stacco di violino ad opera di Marco Aurelio) con Cenceyu. La voce di Montejo introduce, insieme alla chitarra di Nandu S. Prieto, la sesta traccia, la conturbante, grazie al magnifico suono del violino, Yia Fatu A Tierra. La tastiera assume un ruolo di primaria importanza, creando atmosfere delicate tra riff stoppati e le urla del frontman. Prameséu, tra canti mattutini del gallo e strumenti folk dall’aria gioiosa, è il secondo intermezzo strumentale, una buona occasione per riprendere fiato. I primi secondi di Purtillu De La Llĩltá ricordano alcuni istanti della bellissima colonna sonora de Il Signore Degli Anelli – Il Ritorno Del Re; la lunga introduzione strumentale lascia spazio ad una splendida cornamusa (suonata dal polistrumentista e principale songwriter Nandu) accompagnata dalla sezione ritmica mai così coinvolgente: il risultato è un misto di drammatico folklore tinto da colori pastello e atmosfere colme di pathos. In Purtillu De La Llĩltá regnano il verde denso dei prati che riprendono colore e forza dopo il lungo inverno e il delicato grigio della nebbia mattutina. Inquietante l’evocazione iniziale di Llibación Nu Alborecer ad opera del singer Montejo; il brano prosegue tra melodie di chitarra di derivazione doom/death inglese e quel tocco mediterraneo che contraddistingue i Llvme fin dagli esordi. Xota Chaconeada è uno strumentale dal sapore folk. Immaginate di arrampicarvi fino alla cima dei monti Cantabrici e di riposarvi assaporando con tutti i sensi il meraviglioso paesaggio che vi si pone dinanzi: montagne e colline verdi in lontananza, lo splendido cielo limpido a rendere il quadro ancora più pacifico; volgendo lo sguardo a nord, lontano e solo nelle giornate serene, il blu profondo dell’oceano. L’aria profuma di libertà e le mani sono graffiate a causa della scalata non semplice. Una serie di rapidi colpi di batteria ci riportano al disco, con l’ultima canzone cantata di Yía De Nuesu: Miróbriga è aggressiva fin dai primi secondi, e non basta un violino impazzito a rendere meno aspro l’impatto. Conclude l’opera Favéu De Sueños, sorta di outro che inizia con lo scroscio dell’acqua accompagnato dal pianoforte, per proseguire con l’amorevole canto degli uccelli e un’atmosfera che si fa man mano sempre più serena e in grado di farci sentire in armonia con la Natura.

Per apprezzare in pieno il secondo disco dei Llvme servono diversi e attenti ascolti: i tanti elementi che inizialmente sembrano – a volte – cozzare tra di loro, la graffiante voce di Montejo sulla base musicale in particolare, mentre un poco alla volta tutto diventa sempre più familiare, riuscendo a gustare fino in fondo ogni sfaccettature di questo interessante gruppo.

Yía De Nuesu si rivela più diretto e ben amalgamato rispetto al comunque buon debutto Fogeira De Sueños: la musica ha tratto giovamento dalla fuoriuscita dei vecchi musicisti lasciando tutto l’onere della composizione al duo Prieto/Montejo, bravissimi nel limare la spigolature del debutto e migliorando le intuizioni vincenti.

La My Kindgom Music può essere orgogliosa di aver visto dove gli altri hanno, forse, volto lo sguardo solo superficialmente: i Llvme hanno le potenzialità per entrare a far parte dell’olimpo della scena pagan europea e Yía De Nuesu è il primo passo in quella direzione.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Vanaheim – The House Spirit

Vanaheim – The House Spirit

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zino Van Leerdam: voce – Nick Roovers: chitarra – James Chancé: chitarra – Mike Seidel: basso – Bram Trommelen: batteria

Tracklist: 1. The Dwarven Chant – 2. Domovoi – 3. Forefather’s Awakening – 4. Daughter Of The Dawn

Un concept EP come debutto non è cosa per tutti. Soprattutto se fatto veramente bene. É il caso dei Vanaheim, formazione olandese in attività dal 2015 che dopo due anni di lavoro arriva alla prima pubblicazione con l’autoproduzione The House Spirit, un quattro tracce che narra la storia del Domovoj, pelosa creatura maschile della mitologia slava che protegge l’ambiente famigliare.

La prima cosa che emerge ascoltando il disco è la grande abilità della band, che non sembra assolutamente ai primi passi, ma che anzi dimostra una compattezza propria di chi ne ha viste tante. Invece i musicisti sono tutti giovani e tra questi incontriamo il chitarrista Nick Roovers, già sulle pagine di Mister Folk qualche anno addietro con il suo ex gruppo Druantia. La musica dei Vanahiem è un pagan/folk metal robusto e dinamico, dal forte piglio nordico e dotato di buona personalità. Le influenze in alcuni momenti sono palesi (l’opener deve molto agli Ensiferum e la title track ai Finntroll, per portare degli esempi), ma queste sono ben amalgamate con il gusti dei musicisti e grazie al songwriting sopra la media rispetto agli altri debutti le quattro canzoni suonano fresche e accattivanti.

L’iniziale The Dwarven Chant è bella diretta e alterna momenti più orchestrali ad altri decisamente più estremi e brutali. Le orchestrazioni finntrolliane di Domovoi ci trasportano in un mondo oscuro e pericoloso, come il cuore di una foresta ostile che ha deciso di punire il visitatore indesiderato. Spiazza e stupisce positivamente lo strumentale Forefather’s Awakening, oltre sette minuti folk/ambient che accompagna l’ascoltare all’ultima traccia Daughter Of The Dawn, ben dieci giri di lancetta del miglior pagan/folk underground con richiami ai grandi del genere (Moonsorrow) in una composizione che ad ogni ascolto si fa più interessante e ricca di sfumature.

I Vanaheim hanno da poco iniziato il proprio percorso musicale, ma già si può dire che sono pronti al grande passo del full-length, possibilmente supportati da una etichetta discografica di qualità. Ventotto minuti di buon pagan metal al debutto non è cosa per tutti, sorprendenti!