Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

2020 – full-length – Ván Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marsél: voce – Stefán: chitarra, basso, pianoforte – Árni: batteria, organo, viola, violoncello, voce

Tracklist: 1. Ek býð þik velkominn – 2. Bróðir, var þat þín hǫnd – 3. Sem járnklær nætr dragask nærri – 4. Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita – 5. Um nætr reika skepnr – 6. Heiftum skal mána kveðja – 7. Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’ – 8. Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi – 9. Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar

Abbiamo incontrato i talentuosi Árstíðir lífsins a metà 2019 per la pubblicazione di Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr e a un anno di distanza ecco arrivare il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir, ovvero l’altra metà del concept sul quale si basa il lavoro della band islandese/tedesca. Non trattandosi dei Guns n’Roses era impossibile per la Ván Records pubblicare simultaneamente due cd anche se uniti a livello concettuale, ecco quindi la necessità di separare le due parti e pubblicarle a un anno di distanza l’una dall’altra. Inoltre la domanda che ci si pone da ascoltatore è: “’quanto sarebbe stato difficile “assorbire” centoquarantaquattro (144!) minuti di musica per niente immediata e che necessita di numerosi e attenti ascolti per essere digerita e compresa?”. Così facendo la Ván Records e gli Árstíðir lífsins hanno risolto due problemi con una solo mossa, facendo anzi incuriosire ancora di più i fan della band, in religiosa attesa del secondo atto della Saga, sapendo di poter contare su di loro per quel che concerne le vendite. Vendite meritatissime, perché gli Árstíðir lífsins non hanno mai sbagliato un’uscita e nel corso della loro carriera – iniziata nel 2008 e che al momento conta due EP, due split e cinque full-length – sono stati bravissimi a pubblicare solamente gioielli di pagan black metal senza mai abbassare l’asticella della qualità.

Il primo disco della Saga è ormai storia (anche se recente), come suona il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir? Non bisogna aspettarsi alcuna novità a livello musicale: gli Árstíðir lífsins suonano ormai con una personalità e consapevolezza dei propri mezzi che li rende immediatamente riconoscibili, capaci di entrare nelle profondità umane e musicali al fine di realizzare canzoni in gradi di far venire la pelle d’oca. L’unica differenza reale tra i due Saga è che nel secondo capitolo viene dato maggiore spazio all’aspetto acustico/ambient delle canzoni, un elemento che non è mai mancato alla band di Marcél e soci, ma che in questo lavoro ricopre un ruolo ancora più importante. Black metal, sontuosi arpeggi di chitarra, cori liturgici, melodie oscure e feroci accelerazioni fanno da contraltare a momenti ritualistici che da sempre costituiscono parte del bagaglio musicale degli Árstíðir lífsins, i quali senza la necessità di incorporare nuovi elementi ad ogni uscita riescono a trasformare con grande efficacia in musica le storie raccontate nei testi. Come facilmente intuibile, si continua a parlare del re norvegese Óláfr Haraldsson (995-1030), responsabile (colpevole?) dell’evangelizzazione della Scandinavia dopo la sua conversione; una storia apparentemente semplice che viene invece narrata con grande precisione e passione attraverso i nove brani, rendendo di fatto i due Saga i lavori maggiormente complessi e ambiziosi della band nord europea. Come sempre l’estetica del prodotto è fattore di vanto per etichetta e gruppo: il corposo booklet è ricco di illustrazioni, informazioni extra utili a comprendere meglio la vicenda e presenta i testi in lingua originale, l’antico islandese, tradotti in inglese.

Passano due canzoni e oltre dieci minuti prima di poter ascoltare per la prima volta la chitarra: è proprio questa la forza degli Árstíðir lífsins, ovvero coinvolgere l’ascoltatore per lunghi minuti con intro/lunghi tratti parlati-atmosferici senza però annoiarlo, evitando così il più classico (e quasi sempre giusto) skip a favore della prima canzone “vera”. C’è da dire che Sem járnklær nætr dragask nærri è semplicemente fantastica, tra Enslaved periodo viking black e pesanti nuvole nere che annunciano il temporale. L’esecuzione è perfetta, i brani sono taglienti e cupi e non c’è un solo momento di flessione: tutto al posto giusto, nient’altro da aggiungere. Tra le black oriented Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita (contenente tutte le sfaccettature del sound) e Heiftum skal mána kveðja dal riffing incisivo, troviamo la tenebrosa Um nætr reika skepnr, canzone dall’incedere lento e quasi ritualistico: la voce narrante così profonda culla l’ascoltatore come le morbide onde del mare fanno con le piccole imbarcazioni a remi. Per affrontare il mare aperto di Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’, invece, ci vuole una longship vichinga data l’irruenza della batteria e i continui cambi di tempo e ferocia. L’ambient di Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi, infine, conduce alla conclusiva, lunghissima e spettacolare Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar. Se è vero che gli Árstíðir lífsins sono maestri nell’allungare a dismisura introduzioni e parti atmosferiche, è altrettanto vero che i loro brani dalla durata importante (qui si parla di diciotto giri di lancetta) non sono mai banali, scontati o ripetitivi.

Chi conosce i precedenti lavori degli Árstíðir lífsins avrà già fatto suo questo gran disco in fase di preordine, tutti gli altri non potranno fare a meno di rimanere affascinati da tanta classe al servizio di questo bellissimo connubio tra musica folk ambient, pagan e black metal.

GOD The Barbarian Horde – Forefathers: A Spiritual Heritage

GOD The Barbarian Horde – Forefathers: A Spiritual Heritage

2019 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Constantin Lăpusneanu: voce – Eugen Lăpusneanu: chitarra – Telmo Melao: basso – Paulinho: batteria – Filipe Colombo Silva Costa: tastiera

Tracklist: 1. Chemarea Strămosilor – 2. Licoarea Zeilor – 3. Datina Mesagerului – 4. Străbunii – 5. Legea Pământului – 6. Triburile Infioratorilor Codrii – 7. Alma Mater (Moonspell cover)

La storia che porta alla pubblicazione di Forefathers: A Spiritual Heritage è assurda e merita di essere raccontata dalla voce dei protagonisti (a tal proposito, seguite il sito per l’intervista che arriverà presto), ma essendo i GOD The Barbarian Horde una band quasi sconosciuta in Italia è necessario fare un’introduzione per presentare il gruppo. Il 1994 è l’anno di fondazione e dopo tre demo arriva il debutto From The Moldavian Ecclesiastic Throne, seguito da altri due full-length che di folk metal non hanno nulla. Il 2006 vede l’ultima pubblicazione della “prima fase” della carriera, un EP dal titolo Hell & Heaven nel quale il gothic incontra delle timide influenze folk metal. Nel 2014 un altro EP sancisce il ritorno sulle scene dei GOD The Barbarian Horde dopo alcuni anni di stop: Zal Mox è un lavoro pagan folk metal che suona fresco in un momento in cui il genere era sulla cresta dell’onda. Due anni più tardi arriva l’ottimo Sufletul Neamului (autoprodotto), al quale segue questo Forefathers: A Spiritual Heritage. In realtà il disco risale al 2010, ma è rimasto nel cassetto fino a quando la Earth And Sky Productions è riuscita a pubblicato pochi mesi fa. Le canzoni risalgono al 2006-2008, anni in cui la band aveva base in Portogallo, ma le tracce registrate andarono perdute e quindi la pubblicazione cancellata. I fratelli Lăpusneanu però non si diedero per vinti e nel corso degli anni hanno ri-arrangiato e inciso nuovamente alcune di quelle canzoni, pubblicandole nei cd successivi. Con un lavoro paziente e metodico le registrazioni sono tornate a noi e nel dicembre 2019 hanno visto ufficialmente la luce per la prima volta.

Forefathers: A Spiritual Heritage è composto da sette canzoni per un totale di quarantotto minuti. Ad aprire il lavoro c’è Chemarea Strămosilor, composizione lunga (oltre undici giri di lancette) che riassume tutte le sfaccettature del GOD sound: ampio spazio a ritmi veloci con melodie dalle tinte allegre che in un batter d’occhio svaniscono lasciando la scena a parti più oscure dove trovano occasione di farsi notare anche la chitarra solista e la fisarmonica sotto forma di tastiera. Cori ubriachi da osteria, presto seguiti da melodie che ricordano da vicino i nostri stornelli, sono alla base di Licoarea Zeilor: una canzone godereccia e alcolica, divertente da ascoltare e frenetica nei ritmi, dalla quale non si può chieder altro che far saltare con il sorriso ebete stampato in faccia di chi è ubriaco. La terza traccia, Datina Mesagerului, è più delicata nei suoni, decisamente folk nell’atmosfera, ricca com’è di flauti e strumenti tradizionali, con un’accelerazione nel finale da mal di testa che ci sta benissimo. La quarta canzone, Străbunii, suona diversa dalle altre, ricorda qualcosa di latino e, forzando un po’ la mano, sembra un mix tra i Moonspell meno estremi e il folk metal più scanzonato: un caso dato che i fratelli Lăpusneanu abbiano vissuto per anni in Portogallo? Con Legea Pământului si torna a un sound più classico che spazia dall’up-tempo con scacciapensieri e ritmiche serrate a melodie accattivanti e incisive su una base più pacata, mentre l’ultimo brano originale è Triburile Infioratorilor Codrii, un buon riassunto delle qualità musicali dei GOD The Barbarian Horde con un occhio di riguardo all’aspetto più virile della loro proposta, pur non tralasciando orchestrazioni, flauti e ritmiche a tratti danzerecce. A chiudere questo Forefathers: A Spiritual Heritage troviamo la cover di Alma Materd ei Moonspell, chiaro lascito dell’esperienza di vita fatti dai fratelli Lăpusneanu in Portogallo e meritato tributo a un gruppo che, anche se in via trasversale, ha sempre mostrato un forte legame con la propria terra.

Forefathers: A Spiritual Heritage è stato un parto difficile e sicuramente anche i componenti del gruppo a un certo punto avranno smesso di credere nella pubblicazione di questo lavoro. Ora, grazie al lavoro della Earth And Sky Productions questo album è stampato su cd e chiunque sia appassionato di folk/pagan metal non può che esserne felice.

Atavicus – Di Eroica Stirpe

Atavicus – Di Eroica Stirpe

2019 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lupus Nemesis: voce, chitarra, orchestrazioni – Triumphator: chitarra, basso – Tamoth: batteria

Tracklist: 1. Come Nasce Un Eroe – 2. L’Estasi Del Sangue – 3. L’Ardire Degli Avi – 4. Divina Lama Invitta – 5. Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre – 6. Consacrato All’Eterno – 7. Safinim – 8. Di Eroica Stirpe

Finalmente, dopo ben cinque anni di attesa, gli Atavicus pubblicano il primo full-length. La band si era prepotentemente affacciata sul mercato nel 2014 con l’EP Ad Maiora, lavoro che ha subito riscosso consensi e creato attesa per il successore. Negli anni seguenti sono arrivati un paio di singoli (L’Ardire Degli Avi e Safinim, stampati in poche decine di copie), ma del debutto su lunga distanza neanche l’ombra. Nel frattempo non sono mancati concerti e progetti paralleli, ma c’è da dire che se l’attesa è servita per avere poi tra le mani questo Di Eroica Stirpe, allora gli Atavicus sono più che giustificati. Il sound del gruppo abruzzese è quello che li ha caratterizzati fin dai primi passi mossi: un coatto metal muscoloso e ignorante (tra pagan, heavy e black), fatto di massicci riff di chitarra e cori di grande impatto, epici e maschi fino al midollo. Non ci sono novità quindi nella proposta di Lupus Nemesis e Triumphator, ma è da registrare un’impennata di cattiveria nei momenti più vicini al black metal e un’ondata di testosterone nei ritornelli e nei cori che sono solenni e maestosi come mai prima.

Presentato esteticamente dalla copertina realizzata da Svafnir (voce dei Draugr in De Ferro Italico), Di Stirpe Eroica gode di una produzione all’altezza della situazione che permette all’ascoltatore di beneficiare al meglio del lavoro svolto in studio di registrazione. Il merito maggiore, però, va riconosciuto agli Atavicus per aver composto una manciata di canzoni che colpiscono nel segno fin dai primi ascolti, con chorus facilmente memorizzabili e una serie di passaggi per niente scontati e che mettono in mostra una bravura dei musicisti che forse viene messa in ombra dall’attitudine in your face che è da sempre il loro marchio di fabbrica.

Il disco parte in maniera spettacolare con Come Nasce Un Eroe, furioso up-tempo che picchia duro fin dai primi secondi, ma che rallenta nei momenti giusti e apre alla melodia quando ce n’è bisogno: un’opener praticamente perfetta! L’Estasi Del Sangue continua l’assalto sonoro anche se in maniera diversa, con lo stacco acustico a tre quarti di brano particolarmente ispirato e il finale che ricorda da vicino la parte narrata del capolavoro De Ferro Italico (la canzone). La terza traccia è L’Ardire Degli Avi, già nota in quanto pubblicata nel singolo di due anni fa, ma qui presentata in una versione più pulita e “ingentilita” che rende giustizia alla bellezza dei riff e che dà ai cori uno spessore maggiore. Si prosegue con i titoli roboanti, questa volta tocca a Divina Lama Invitta. L’inizio è furibondo, ma gli arpeggi di chitarra che ricordano i Dissection prima e l’ingresso delle orchestrazioni in seguito creano melodia laddove c’era solo distruzione. Il brano prosegue con ritmiche al limite dell’umano, ma sempre con il marchio Atavicus ben in mostra, soprattutto quando la voce di Lupus Nemesis si fa pulita e profonda. L’iniziale pianto disperato di Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre è straziante, la canzone si sviluppa in un mid-tempo molto arioso e ben costruito, con elementi folk che nel sound della band abruzzese si incastrano alla perfezione. Dopo l’intermezzo Consacrato All’Eterno parte Safinim, canzone da oltre dieci minuti di durata. Un pezzo che difficilmente si immaginava potesse essere nelle corde degli Atavicus, ma che è in verità una vera perla di rara bellezza. Il songwriting è fluido, le parti sono ben collegate tra loro e durante l’ascolto non si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a una canzone forzatamente lunga. Il break dopo quattro giri di lancetta, tra uccellini cinguettanti, lo scrosciare della pioggia e i tuoni in lontananza, rallenta il battito cardiaco e porta al nuovo ingresso della distorsione, questa volta all’insegna della varietà (e imprevedibilità): con un riffing insolito e per certi versi vicino al thrash teutonico si apre la “seconda” parte di Safinim, abbellita da tastiere ampollose e improvvise accelerazioni totalmente devote al black metal. Sì, con Safinim gli Atavicus si sono superati realizzando una canzone dal forte impatto sonoro/emotivo:

“In un momento senza tempo è racchiuso lo spirito eroico di una stirpe che sempre guiderà il guerriero devoto alla via della dell’onore e della virtù.”

La title-track chiude in maniera magnifica il debutto degli Atavicus: sette minuti di metallo muscoloso ma che non disdegna la melodia, con grandi picchi di epicità e la sensazione che la formazione abruzzese, quando vuole, sa sfornare piccoli capolavori.

Cinquantadue minuti di potente metal che non si fossilizza in un’unica forma musicale, ma che è facilmente riconoscibile come lo stile degli Atavicus. Si nota, da metà disco in poi, una maggiore ricerca per la melodia e le parti meno violente: una scelta diversa per la tracklist, forse, avrebbe reso l’ascolto ancora più entusiasmante. Le canzoni funzionano alla grande e con Di Eroica Stirpe i musicisti abruzzesi hanno compiuto il passo in avanti che da loro ci si aspettava: gli anni di attesa sono stati tanti, ma la qualità del prodotto finale giustifica l’attesa. Bentornati Atavicus!

Heidevolk – Uit Oude Grond

Heidevolk – Uit Oude Grond

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris Den Boghtdrincker: voce – Mark Splintervuyscht: voce – Reamon Bomenbreker: chitarra – Sebas Bloeddorst: chitarra – Rowan Roodbaert: basso – Joost den Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Nehalennia – 2. Ostara – 3. Vlammenzee – 4. Gelders Lied – 5. Dondergod – 6. Reuzenmacht – 7. Alvermans Wraak – 8. Karel Van Egmond – 9. Levenlots – 10. Deestring – 11. Best Bij Nacht

Terzo disco per gli Heidevolk che, forti della spinta promozionale della Napalm Records, sono diventati un nome di spicco nella scena folk metal. Non si sta parlando di una popolarità pari a quella dei leader Finntroll o Korpilaani, ma è un dato di fatto che sempre più persone negli anni scorsi si siano appassionate alla musica dei sei metallers olandesi. Ad affascinare è sicuramente la genuinità della proposta, un pagan metal diretto, poco elaborato e di grande impatto. Uit Oude Grond (“From Old Soil” la traduzione in inglese) presenta delle piccole ma importanti novità che danno un senso di evoluzione alla loro musica. Non che i nostri con il terzo cd abbiano virato verso quale lido stilistico, ma ascoltando i precedenti album (De Strijdlust Is Geboren e Valhalla Wacht) non ci si può non accorgere che qualcosa effettivamente sia cambiato. Quello che balza subito all’orecchio è la produzione: a differenza dei primi due dischi, questa è potente, pulita e nitida, forse un pochino ovattata: una maggiore enfasi alle frequenze medio-alte avrebbe probabilmente giovato al risultato finale. L’altra cosa che si nota subito è il guitar work più elaborato rispetto al passato, meno statico e con un pizzico d’innovazione rispetto ai primi due album, quanto basta per proporre qualcosa di nuovo e non restare ancorati ai soliti schemi compositivi.

Uit Oude Grond contiene dodici tracce, due delle quali strumentali, per un totale di cinquanta minuti.L’opener Nehalennia racchiude in sé tutti gli elementi caratteristici del “nuovo” corso degli Heidevolk: riffing leggermente più ricercato (pur rimanendo in un contesto tecnico/compositivo piuttosto semplice), le voci dei due cantanti – vero marchio di fabbrica, nonché segno distintivo della band – di Joris Den Boghtdrincker e Mark Splintervuyscht che cercano di essere più melodiche che in passato, riuscendo al tempo stesso a non perdere la “virilità” che li caratterizza, e per concludere un maggior peso alla componente folk. La seconda traccia è Ostara, una canzone decisamente “pagana” che ricorda le atmosfere del debutto De Strijdlust Is Geboren, in particolare lo stacco centrale con la seguente parte up-tempo che suona fieramente battagliera. Vlammenzeeè una delle canzoni più veloci del disco, con il batterista Joost den Vellenknotscher sugli scudi, autore di una prova solida senza cercare di strafare: la sua precisa doppia cassa e il buon gioco di tom rendono la canzone dinamica e scorrevole. Lenta e atmosferica è invece Gelders Lied, dove l’animo più delicato e malinconico degli Heidevolk viene a galla, regalandoci un brano come mai il sestetto olandese aveva composto. Si ritorna alle sonorità di qualche anno prima con Dondergod, brano “classico” per il gruppo originario della Gheldria (Gelderland in olandese), con un buon alternarsi di parti veloci e altre più lente dove i cantanti provano – con discreto successo – ad essere più melodici che aggressivi. Reuzenmacht è un mid tempo convincente che vede nelle sezioni centrale e finale due brevi assoli di chitarra, fatto questo piuttosto isolato nella discografia del gruppo. Ed ecco la vera sorpresa dell’album: Alvermans Wreaak, una strumentale di oltre cinque minuti di durata, nella quale gli Heidevolk dimostrano che anche a livello compositivo qualcosa è cambiato, essendo questo brano segno di grande maturità. Dopo un inizio acustico con mandolino e violino la canzone prende ritmo e potenza, con l’ingresso della batteria prima e della chitarra elettrica poi. La parte centrale vede la batteria aumentare drasticamente di velocità e il riffing delle chitarre si fa serrato (e decisamente maideniano), mentre assoli di chitarra e violino s’intrecciano prima di tornare al tema iniziale, per poi finire con battiti di mano a tempo come avviene nelle migliori taverne dove si balla, si canta e si beve in allegria. Si ritorna a sonorità seriose con Karel Van Egmond, brano che pur non essendo brutto risulta essere il più fiacco del disco nonostante qualche spunto interessante nella parte centrale. Levenlotsinvece è l’altro piccolo gioiello di questo Uit Oude Grond: assolutamente perfetti tutti i giri di chitarra, così come perfette sono le due voci sia nelle strofe che – soprattutto – nel ritornello, uno dei momenti migliori del disco nonostante sia di una semplicità disarmante. Come penultima traccia c’è una strumentale acustica dal titolo Deesting che nulla aggiunge alla tracklist ed è facile vittima dello “skippare” al brano successivo, l’interessante Best Bij Nacht che, come l’opener Nehalennia, presenta tutte le caratteristiche degli Heidevolk 2010. Non poteva esserci chiusura migliore per di un disco decisamente valido che prosegue l’evoluzione iniziata con Valhalla Wacht, un’evoluzione musicale lenta ma costante, che senza grossi scossoni dà l’opportunità all’ascoltatore di poter assorbire al meglio i nuovi input che i sei pagan metallers inseriscono di volta in volta nella propria musica.

Gli Heidevolk con Uit Oude Grond proseguono quindi sulla buona strada tracciata dai primi dischi, pubblicando un lavoro onesto e piacevole all’ascolto. Sopra la media della scena dell’epoca per qualità, ma inferiore rispetto al debutto, questo disco è comunque fondamentale per poter arrivare al successivo Batavi, lavoro epico e potente che ha visto raccogliere i frutti dei semi gettati con Uit Oude Grond.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Kampfar – Ofidians Manifest

Kampfar – Ofidians Manifest

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole Hartvigsen: chitarra – Jon Bakker: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Syndefall – 2. Ophidian – 3. Dominans – 4. Natt – 5. Eremitt – 6. Skamløs! – 7. Det Sorte

Una storia che va avanti da ben venticinque anni. Venticinque anni che in questo periodo “moderno” e tecnologico sembrano essere almeno il doppio. Quando i Kampfar si formarono nel lontano 1994, difficilmente avrebbero anche solo sperato di essere un quarto di secolo più tardi ancora in giro per il mondo a portare la propria musica sui palcoscenici più importanti dei festival e nei locali che hanno fatto la storia dell’heavy metal. Ma i Kampfar, in realtà, non solo continuano a pubblicare dischi di grande bellezza, ma sembrano aver intrapreso una via ben precisa che unisce la staticità stilistica di chi ha trovato la propria dimensione e la necessità di apportare ad ogni lavoro delle piccole novità per poter continuare a suonare grande musica. Il nuovo Ofidians Manifest, ottavo sigillo della splendida carriera di Dolk e soci, arriva a tre anni e mezzo dell’ispirato Profan e, come detto poche righe fa, non si discosta poi molto dal predecessore, pur presentando qualcosa di fresco e inedito (o quasi) all’interno delle canzoni. Probabilmente la carriera dei Kampfar si può dividere in due parti, ovvero prima e dopo Mare, lavoro del 2011 che ha fatto da spartiacque tra il vecchio pagan black e quello “nuovo”. Molto si deve alla produzione più pulita e “orecchiabile”, ma è anche vero che qualcosa è cambiato nella fase compositiva dei brani (per forza, verrebbe da dire: è cambiato il chitarrista con l’ingresso di Ole Hartvigsen al posto di Thomas Andreassen), con una maggiore attenzione verso il “classico” ritornello e la ricerca della melodia che prima non era così intensa.

Sette canzoni per quaranta minuti di musica: breve e diretto, senza riempitivi o cali di qualità, Ofidians Manifest è un signor album che prosegue il discorso stilistico dei precedenti lavori senza per questo risultare “già sentito” o scontato. L’opener Syndefall macina riff senza tregua, con l’interpretazione stellare di Dolk che rappresenta la classica marcia in più. Il biondo cantante ha smesso di stupire ormai da tempo in quanto le sue vocals sono sempre state eccellenti, piuttosto quel che sorprende è la ancora più intensa capacità di essere un tutt’uno con la musica, una creatura notturna spaventosa e arcana che vaga nella foresta più fitta. Ophidian è una delle canzoni più belle del lotto, tra strofe sporche di terra e fango e l’inaspettato ritornello con voce pulita che spezza la furia dei Kampfar: pura classe cristallina. La voce di Agnete Kjølsrud, già in studio con Dimmu Borgir e Solefald, introduce la terza traccia Dominans, per struttura diversa dal classico stile della band norvegese, ricca com’è di parti ariose – pur sporcate da suoni quasi noise –, momenti di solo basso e riprese elettriche che non portano alle tipiche e attese sfuriate black metal. Velocità che torna parzialmente con Natt, canzone che non disdegna rallentamenti e mostra l’ottima chimica tra il basso di Jon Bakker e la batteria di Ask Ty. La bella Eremitt gioca sull’atmosfera, un mid-tempo accattivante con brevi istanti di pianoforte (che proseguono anche in sottofondo nella successiva accelerazione) e una potenza incredibile quando la band decide di suonare pesante e aggressivo. L’inizio old school di Skamlømette subito in chiaro come suonerà la canzone: i “vecchi” Kampfar, quelli più diretti e grezzi, ma sempre incredibilmente efficaci, si riaffacciano nel 2019 per portare a scuola la maggior parte dei gruppi che si sono recentemente incamminati su questo percorso musicale. Ragazzi, i professori son qui per spiegarvi come si suona pagan black metal! Gli otto minuti e mezzo di Det Sorte, ultima e più lunga traccia del disco, sono introdotti da un bell’arpeggio di chitarra acustica, un cappello quasi elegante in forte contrasto con il tipico brano dei Kampfar, un massiccio crescendo che porta allo stacco di pianoforte (strumento che se utilizzato in particolari casi come questo diventa preziosissimo) a metà canzone prima di avviarsi verso un finale ispirato e concreto.

Influenzato dalle foreste e le montagne che circondano la base dei Kampfar, Hemsedal, così come dai colori che la natura cambia a seconda delle stagioni, Ofidians Manifest è l’ennesimo centro di un gruppo che non ha mai sbagliato un colpo, una sicurezza in studio quanto in concerto, capace come pochi di riproporre la furia del disco sul palco. Otto dischi in venticinque anni e mai una volta a quota cinquanta minuti: i Kampfar hanno sempre preferito la sostanza e la qualità alla quantità.

Wolfchant – Call Of The Black Winds

Wolfchant – Call Of The Black Winds

2011 – full-length – Massacre Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lokhi: voce, mouth harp – Nortwin: voce pulita – Ragnar: chitarra solista – Skaahl: chitarra ritmica – Bahznar: basso – Norgahd: batteria, fisarmonica – Gvern: tastiera

Tracklist: 1. Black Winds Rising (prelude) – 2. Stormwolves – 3. Eremit – 4. Black Fire – 5. Naturgewalt – 6. Heathen Rise – 7. Never Will Fall – 8. Die Nacht Der Wölfe – 9. The Last Farewell – 10. Der Stahl In Meinem Feinde – 11. Call Of The Black Winds

2011, anno dispari, buono quindi per far uscire sul mercato il nuovo album dei Wolfchant, band tedesca che con svizzera precisione ha rilasciato i dischi a ventiquattro mesi di distanza l’un l’altro: i precedenti Bloody Tales Of Disgraced Lands, A Pagan Storm e Determined Damnationsono infatti datati rispettivamente 2005, 2007 e 2009. Call Of The Black Winds prosegue le coordinate stilistiche delle precedenti release senza apportare significative innovazioni, cercando semplicemente di smussare alcune spigolature del songwriting che in parte rovinavano quanto di buono proposto dal settebello bavarese: si parla quindi di un mix ben riuscito di viking e pagan metal, senza essere né troppo sacrale, né troppo brutale e violento.

L’album si apre dopo il solito e inutile intro con Stormwolves, brano che racchiude nei cinque minuti abbondanti di durata le caratteristiche migliori dei Wolfchant: riffing diretto, lo scream di Lokhi che s’intreccia in maniera efficace con la voce pulita e vagamente declamatoria di Nortwin, cori intensi ma non troppo potenti (come invece capita spesso di sentire, finendo per avere un effetto finto-plasticoso che rovina la parte interessata) e la chitarra di Ragnar che ci delizia con melodie semplici, ma molto valide. La successiva Eremit suona decisamente aggressiva ed è impreziosita dal buonissimo lavoro della coppia di axemen Skaahl e Ragnar. Naturgewalt segue molto da vicino l’andatura dell’opener, essendo quasi uguale sia per struttura che per efficacia, mentre maggiormente delicata si dimostra essere Heathen Rise, lunga cavalcata metallica di buona fattura. Piacevole è la sorpresa di The Last Farewell: una power ballad in un disco di pagan/viking metal è cosa rara come la neve ad agosto. La parte tirata con doppia cassa e scream vocals a circa metà canzone non fa altro che far risaltare maggiormente il resto della composizione, incentrata per lo più su accordi privi di distorsione e riff molto ariosi; la canzone è la mosca bianca di Call Of The Black Winds e risulta essere una delle migliori composizioni dei Wolfchant per personalità e buon gusto. Vigorosa è Der Stahl In Meinem Feinde, ben strutturata e ritmata anche grazie al prezioso lavoro dietro le pelli di Norgahd. A chiudere l’album troviamo la title track, quasi nove minuti di lunghezza, melodica e potente al tempo stesso, ricca di cambi d’umore tra sfuriate extreme metal e accordi aperti che spezzano il ritmo e donano al brano un senso di completezza che raramente i Wolfchant sono riusciti a esibire.

La qualità audio è più che buona, il missaggio, opera di Markus Stock – già a lavoro con Empyrium e The Vision Bleak – è equilibrato e dona ad ogni strumento la giusta visibilità, mentre la bella copertina è stata disegnata dal talentuoso Ingo Tauer, il quale ha in precedenza collaborato con Fimbulvet e Minas Morgul.

Con questa uscita i Wolfchant hanno osato qualcosa più del solito e il risultato è apprezzabile, anche se cinquantacinque minuti di disco sono probabilmente troppi e alcuni riempitivi come Black Fire, Never Will Falle Die Nacht Der Wölf e, seppur non propriamente brutti, non aggiungendo assolutamente nulla all’album, sarebbero stati più adatti ad un eventuale utilizzo come bonus track in versioni limitate del disco. Call Of The Black Winds è un lavoro discreto, piacevole per gli appassionati di queste sonorità e, al tempo stesso, interessante per coloro i quali intendono iniziare a saperne di più sui Wolfchant e sul pagan metal teutonico.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.