Nodfyr – In Een Andere Tijd

:Nodfyr: – In Een Andere Tijd

2017 – EP – Ván Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Mark: chitarra, basso – Jasper: tastiera

Tracklist: 1. In Een Andere Tijd – 2. Ode Aan De Ijssel

Prendete l’eccellente debutto degli Heidevolk De Strijdlust Is Geboren, rendete le chitarre più grasse e imponenti, date una spolverata alla produzione e avrete In Een Andere Tijd, EP di debutto dei :Nodfyr:. Il paragone con gli Heidevolk non è casuale in quanto alla guida dei :Nodfyr: troviamo Joris Van Gelre, storico cantante della famosa pagan metal band olandese dei lavori migliori (ovvero dal debutto fino a Batavi) e che con il suo personale stile vocale caratterizza in maniera massiccia il questo progetto in piedi dal 2011 ma che arriva alla pubblicazione solamente nel novembre del 2017. Completano la formazione Mark Kwint e Jesper Strik, ovvero i due musicisti dietro il monicker Alvenrad (qui trovate la recensione del loro secondo disco Heer). Da segnalare un altro ex Heidevolk che però non fa più parte dei progetto, ovvero Niels Riethorst, chitarrista in De Strijdlust Is Geboren. Con queste premesse era facile immaginare un sound simile tra i due gruppi, meno, invece, l’incredibile qualità di questo EP. Si può dire che In Een Andere Tijd suona come gli Heidevolk non riescono (o vogliono?) più: canzoni epiche e solenni, virili e dirette. La struttura dei pezzi non è particolarmente ricercata, ma i due brani (per un totale di quattordici minuti) centrano in pieno il cuore degli heathen metallers alla ricerca di inni emozionanti e – se vogliamo – un po’ coatti.

Durante la title-track non sfugge all’attenzione il violino dell’ospite Irma Vos – anche lei coinvolta in molte registrazioni degli Heidevolk – la quale dona un tocca di eleganza e delicatezza a un ammasso di muscoli metallici che sembra non conoscere altro che la forza bruta. Il suono dell’acqua che scorre e le note di pianoforte danno il via agli otto minuti di Ode Aan De Ijssel, un bellissimo mid-tempo dai toni malinconici che dopo cori imponenti e chitarre lineari e ispirate si conclude nello stesso delicato smodo in cui è iniziato.

L’EP suona molto bene, esattamente come un disco pagan metal dovrebbe suonare: possente e pulito, ma dal tocco analogico, lontano da chitarre iper compresse e altre fredde modernità. Del mastering in particolare se n’è occupato un vero guru come Patrick W. Engel, il quale ha lavorato con Darkthrone, Dissection e si è occupato di recente di una gran quantità di remastering di grandi nomi come Destruction, Fates Warning e Possessed tra gli altri. La copertina è un quadro del pittore olandese dell’800 J.W. Bilders dal titolo Oude Eiken Te Wolfhezeed è possibile ammirarlo recandosi al Teylers Museum di Haarlem, in Olanda. La grafica del disco (digipak a quattro pannelli) è molto piacevole e ben si addice alla musica e all’etica pagan dei :Nodfyr:; la Ván Records ha pubblicato questo lavoro anche in vinile 7” color viola e in una versione limitata a 96 pezzi con una confezione di cartone chiusa da un sigillo in ceralacca.

Se è vero che una rondine non fa primavera, si può fare un’eccezione per i :Nodfyr: in quanto questo EP, seppur nella sua brevità, mostra tutte le qualità di una band sì agli esordi, ma composta da musicisti esperti e desiderosi di dire la propria ancora a lungo. Non resta quindi che attendere con trepidazione il full-length di debutto che, si può star sicuri, sarà qualcosa di veramente epico.

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Khors – Beyond The Bestial

Khors – Beyond The Bestial

2018 – EP – Ashen Dominion

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jurgis: voce, chitarra, tastiera – Helg: chitarra – Khorus: basso – Khaoth: batteria

Tracklist: 1. Beyond The Bestial – 2. Through The Realm Of Unborn Stars – 3. Frigit Obscurity Of Soul – 4. Winterfall – 5. In The Cold Embrace Of Mist – 6. Red Mirrors

Classe e oscurità, in una sola parola Khors. La band ucraina torna sul mercato con un EP di trentacinque minuti dai contenuti interessanti: Beyond The Bestial contiene, infatti, sei brani, compreso un lungo strumentale di sei minuti e due canzoni risalenti al periodo 2007-2008. Dopo sei album di qualità sempre crescente di pagan/black metal, si possono permettere scelte di questo tipo, così come possono decidere di pubblicare un EP meno black e più tendente all’atmosferico come questo Beyond The Bestial. Non mancano certo le tipiche ritmiche che hanno contraddistinto il drummer e fondatore Khaoth negli ultimi due dischi in particolare, ma ampio spazio viene concesso a momenti quasi intimi con grande rilevanza della tastiera. Fin dall’opener title-track è possibile rendersi conto che i Khors, questa volta, hanno deciso di fare un passo in avanti e cambiare qualcosa. Come detto, ambient e black metal sono mescolati sapientemente e la stessa cosa accade con la seguente Through The Realm Of Unborn Stars (i titoli delle canzoni rivelano l’anima poetica del cantante/chitarrista Jurgis), con lunghe ma non violente parti estreme per cantato e ritmiche, ma pervase da un alone oscuro, drammatico e sognante accentuato dal saggio uso della tastiera. La terza traccia è la già menzionata strumentale Frigit Obscurity Of Soul: la canzone ha un suo perché in questa forma, l’ascolto è piacevole e se i Khors avessero inserito della parole il risultato sarebbe stato sicuramente diverso e meno interessante. Con Winterfall si torna a un certo black metal sinfonico ed elegante nel classico stile Khors, nel quale non mancano chitarre pulite, arpeggi e in generale momenti soft e quasi sognanti. Il brano è stato scritto nel 2007 e fa parte del secondo disco Mysticism, ma in questa occasione è stato ripulito e reso più armonioso senza però perdere lo spirito iniziale. La musica si fa più diretta e cruda nella seguente In The Cold Embrace Of Mist: c’è meno spazio per stacchi al limite del post rock, ma il black metal degli ucraini rimane comunque molto melodico e “orecchiabile”. L’ultima traccia di Beyond The Bestial è Red Mirrors, anche questa contenuta originariamente in Mysticism. Jurgis e soci hanno lavorato per rendere la canzone ancora più malinconica dell’originale, togliendo le poche parti con distorsori e lavorando di gusto al fine di farla nascere a nuova vita. Una canzone completamente acustica e con il cantato clean, ma soprattutto così delicata, non è cosa per tutti: in questo i Khors si dimostrano una volta di più coraggiosi e consapevoli dei propri mezzi.

Beyond The Bestial è un EP della giusta durata, con un gustoso mix di brani nuovi e rivisitazioni del passato. Ad arricchire il tutto c’è l’elegante artwork curato da Mayhem Project (Zgard, Paganland, Scuorn di Parthenope) e la produzione pulita ed equilibrata che rende giustizia alle composizioni. L’etichetta ha rilasciato l’EP anche in versione limitata con il wooden box contenente alcuni oggetti che il collezionista saprà apprezzare ma, al di là del merchandise, quel che conta di più è la musica e quella di Beyond The Bestial è in grado di soddisfare i fan che attendono da quasi quattro anni il seguito di Night Falls Onto The Fronts Of Ours.

Selvans – Faunalia

Selvans – Faunalia

2018 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 9 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haruspex: voce, tastiera, strumenti tradizionali – Fulguriator: chitarra, basso

Tracklist: 1. Ad Malum Finem – 2. Notturno Peregrinar – 3. Anna Perenna – 4. Magna Mater Maior Mons – 5. Phersu – 6. Requiem Aprutii

Alcuni lavori sono destinati a lasciare il segno nella storia di un determinato genere musicale. Sono lavori nati dal cuore e dalla passione dei musicisti, nati senza secondi fini se non la realizzazione di un grande disco. Tutti vorrebbero tirar fuori un (capo)lavoro destinato a cambiare le sorti della musica, o il modo di vedere e intendere certa musica. In campo estremo, in Italia, non mancano validi esempi, basti pensare ai primi Sadist, agli Inner Shrine o Inchiuvatu di circa venti anni fa: non si parla di certo di successo planetario e tour mondiali, a volte però basta spostare l’asticella un po’ più avanti per fare qualcosa di concreto per e nella musica. In tempi recenti De Ferro Italico dei Draugr ha fatto lo stesso, pur in una scena piccola come quella pagan/folk italiana: dopo quel disco l’approccio al folk metal per i gruppi tricolori non è stato più lo stesso. Sembra poco? Faunalia dei Selvans – un caso che nelle due formazioni ci sia sempre Haruspex? – è un altro lavoro che farà parlare di sé (?) anche fra diversi anni, citato come l’album che ha spostato in avanti l’asticella del metal estremo coniugando alla perfezione folk (folklore), chitarre distorte, ricerca musicale e sentimento. Tutto questo in cinquantasei minuti di grande musica. Non che i Selvans non abbiano sempre pubblicato lavori a dir poco interessanti (il debutto Lupercalia, l’EP Clangore Plenilunio e lo split con i Downfall Of Nur), ma Faunalia è un disco che osa più del solito, con nuove e spiazzanti (in positivo!) influenze, oltre a una miriade di dettagli di gran classe. Fin dall’intro è possibile intuire che Haruspex e Fulguriator hanno in serbo qualcosa di nuovo, diverso, anche se fortemente legato con quanto fatto in precedenza. Forse è “colpa” di quel fischiettare che fa tanto Morricone, ma Ad Malum Finem è un po’ il riassunto di Faunalia: mai, ripeto, mai, un intro è stato così “utile” e sensato.

Il resto? Difficile da raccontare. Ci sono le chitarre distorte, le urla disperate, una batteria – per la prima volta reale – che picchia duro, momenti di forte aggressività creativa che non è mai fine a se stessa e che lavora per il risultato finale, per Faunalia. Questo è un disco che va visto e sentito come un’opera unica e compatta, dove le canzoni sono delle scene che messe insieme danno vita al film. E il film dei Selvans ha un qualcosa di magico e terribile, di profano e ancestrale. Faunalia è un film che non avrebbe candidature all’oscar, ma sarebbe pieno di premi in concorsi dove l’Arte la fa da padrona, al di là dei produttori e delle leggi di mercato.

La band abruzzese ha definito Faunalia “A Dark Italian Opus” e non poteva esserci descrizione migliore: le radici italiane, pur non sbandierate, sono palesi e sotto gli occhi di tutti. Non è la lingua, ma il sangue che scorre nei solchi del disco a dirlo. Inoltre sono presenti in varie tracce degli ospiti appartenenti a gruppi di culto e non allineati al classico mondo heavy metal, il che rafforza l’indipendenza del Selvans e di Faunalia dal “solito giro”. Agghiastru (Inchiuvatu, Astimi, La Caruta Di Li Dei ecc.), Mercy (Ianva) e Tumulash (Tumulus Anmatus, Fides Inversa) e la tromba di Gianluca Virdis danno il proprio apporto a diverse canzoni, ma vanno citati anche Acheron e HK che, in veste di ospiti rispettivamente con la sei corde e con il drum kit, danno ulteriore potenza a questo disco.

Un lavoro dei Selvans non è mai scontato, banale o prevedibile, e se della musica si è già detto, è bene parlare anche dei testi. Italiano, latino e siciliano sono amalgamati meravigliosamente e nelle varie canzoni vengono trattati il demone etrusco Phersu (rappresentato nelle tombe di Tarquinia) e la divinità romana Anna Perenna, ma alcuni brani sono dedicati ai giganti abruzzesi Gran Sasso e Majella (Magna Mater Maior Mons) e alle catastrofi naturali che recentemente hanno messo in ginocchio l’Abruzzo e il centro Italia (Requiem Aprutii), entrambi lunghissimi con oltre quattordici minuti di durata l’uno, ma che non lasciano respiro all’ascoltatore.

Se a inizio carriera i Selvans avevano stupito per qualità e personalità, con Faunalia confermano non solo quanto detto e pensato sul proprio conto, ma alzano ulteriormente l’asticella che si citava a inizio recensione. Senza giri di parole, questo lavoro è emozionante e non ci si stanca mai di ascoltarlo.

Ash Of Ashes – Down The White Waters

Ash Of Ashes – Down The White Waters

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Skaldir: voce, chitarra, basso, tastiera – Morten: voce

Tracklist: 1. Down The White Waters – 2. Flames On The Horizon – 3. Ash To Ash – 4. Sea Of Stones – 5. Springar – 6. Seven Winters Long (The Lay Of Wayland) – 7. In Chains (The Lay Of Wayland) – 8. The Queen’s Lament (The Lay Of Wayland) – 9. Chambers Of Stone (The Lay Of Wayland) – 10. Outro

Un disco fresco, dinamico, ben fatto, mai ripetitivo: la cosa sorprendente è che Down The White Waters è un debut album. Gli Ash Of Ashes hanno lavorato nell’ombra fino alla pubblicazione di questo cd, ma c’è da dire che i musicisti non sono certo inesperti e in particolare il chitarrista/cantante Skaldir ha realizzato quattro dischi con gli Hel tedeschi, band pagan black in attività fino al 2012.

Down The White Waters è un lavoro realizzato con il cuore, ma anche con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare e cosa vuole trasmettere all’ascoltatore. Tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering sono avvenute negli Kalthallen Studios, ovvero le sale dove gli Ash Of Ashes provano e compongono le canzoni. Non è quindi un caso che il cd sia stato “elaborato” dai musicisti stessi, senza alcun aiuto esterno. Il risultato è davvero buono, a partire dai suoni puliti e graffianti, per passare all’ottima equalizzazione e alla potenza finale del disco. Fare tutto da soli è spesso controproducente, ma Skaldir e Morten hanno davvero svolto un lavoro preciso e di qualità che dona a Down The White Waters una marcia in più.

I due musicisti si sono divisi il lavoro (della batteria se n’è occupato Dennis Strillinger, noto per essere stato dietro le pelli nel debutto del 2006 A Storm To Come dei Van Canto) e se Skadir ha realizzato tutte le musiche (con l’eccezione di Springar che è un brano tradizionale), Morten ha scritto i testi, tutti legati alla mitologia, con la chicca del mini concept chiamato “The Lay Of Wayland” e che narra delle vicende di Weland il Fabbro (stando alle parole del cantante, questa è la prima volta che un gruppo heavy metal ne canta le gesta), personaggio leggendario al quale sono attribuite, tra le altre cose, la forgiatura della spada Excalibur di arturiana memoria e l’armatura di Beowulf.

La musica degli Ash Of Ashes può essere definita “skaldic metal”: epica e imponente, malinconica ma coraggiosa. Le canzoni suonano personali nonostante i musicisti non nascondano la predilezione per i Bathory del periodo viking, influenza che si palesa in particolare nei numerosi mid-tempo di Down The White Waters, eppure Skaldir, compositore di tutte le canzoni, ha saputo metterci del suo e il risultato finale ne risente in positivo. Nei quarantadue minuti di durata gli Ash Of Ashes mostrano tutte le armi a propria disposizione e tra le chitarre emozionanti (e windiriane per drammaticità) di Chambers Of Stone e quelle più ruvide di Ash Of Ashes – una montagna russa di ferocia ed epicità – che vengono stemperate dall’intervento della nyckelharpa di Mathias Gyllengahm (Norrsinnt, Utmarken), spuntano composizioni dai tratti solenni e nordici come Seven Winters Long (impreziosita dall’hardingfele, una sorta di violino a otto o nove corde utilizzato nella musica tradizionale norvegese, dell’ospite Runahild) e Flames On The Horizon.

Down The White Waters è una vera e propria sorpresa, un disco maturo che merita assolutamente di essere conosciuto e ascoltato a ripetizione. Invece di cercare segnali di vita in gruppi che da troppi anni annaspano nelle super produzioni e non realizzano un cd veramente bello da più di dieci anni, è il caso di segnarsi il nome degli Ash Of Ashes e scoprire il mondo contenuto nelle dieci tracce di questo disco.

Fimbulvet – Heidenherz

Fimbulvet – Heidenherz

2016 – raccolta – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: “Ewige Winter”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Felix Zimmermann: batteria

“Der Ruf In Goldene Hallen”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Falko Knoll: batteria

Bonus tracks: Stephan Gauger: voce, chitarra – Christian Fröhlich: chitarra – Steffen Mehlhorn: basso – Hannes Köhler: batteria

Tracklist: CD1 “Ewiger Winter”: 1. Heer Der Ewigkeit – 2. Thronend – 3. Sonnenuntergang – 4. Schlacht Im Schenee – 5. Verschneite Welt – 6. Walveters Pfand – 7. Der Raben Raunen – 8. Wälderritt – 9. Nebel – 10. Gjallarhorn – Aug Nach Wigrid – 11. Erinnerung – 12. Walvaters Pfand (bonus track) – 13. Wälderritt (bonus track)

CD2 “Der Ruf In Goldene Hallen”: 1. Intro – 2. Der Ruf In Goldene Hallen – 3. Schwert Aus Stein – 4. Heidenherz – 5. Das Letzte Feuer – 6. Helias Bann – 7. Gewandung Der Zeit – 8. Am Stamme Yggdrasils – 9. Klang Des Waldes – 10. Horn Der Vernichtung – 11. Schwert Aus Stein (bonus track) – 12. Heidenherz (bonus track)

Operazione di “recupero” per la Einheit Produktionen: Heidenherz dei tedeschi Fimbulvet è un doppio cd contenente i primi due full-length della band con l’aggiunta di qualche bonus track. Ci si potrebbe domandare il perché di questa uscita, la risposta è semplice: Ewiger Winter (2006) è un cd che il gruppo si è autofinanziato, mentre Der Ruf In Goldene Hallen è stato pubblicato dalla Eichenthron (label che ha realizzato appena tre dischi) in sole mille copie. Entrambi i cd sono praticamente introvabili e quindi questo Heidenherz è sicuramente il benvenuto tra i fan della formazione proveniente dalla Thuringia, oltre un buon modo per promuovere il nome del gruppo vista la qualità estetica della confezione e il prezzo invitante. La raccolta si presenta in un elegante digipak a sei pannelli correlato da un booklet da ventiquattro pagine con i testi delle canzoni, le informazioni tecniche per ogni disco e una foto dell’ultima line-up con i crediti delle bonus track.

Ewiger Winter è un disco di debutto sopra la media: dal sound personale e con una manciata di canzoni davvero efficaci (l’opener Heer Der Ewigkeit e la sontuosa Thronend sono due ottimi esempi), è sì il primo passo dei Fimbulvet, ma anche un disco a suo modo storico nel mondo del pagan metal tedesco. La produzione old style e senza ritocchi da studio può suonare anacronistica al giorno d’oggi, ma è lo specchio di una band sincera che ha fatto del proprio meglio in studio riuscendo a tirar fuori dei suoni in linea con il genere suonato. Le bonus track sono le ri-registrazioni delle canzoni Walvaters Pfand e Wälderritt: con i suoni del 2016 acquistano nuova vita per potenza e pulizia, ma chiaramente perdono quel fascino dovuto alla genuina veste underground di dieci anni prima.

Il CD2 contiene Der Ruf In Goldene Hallen, uscito originariamente nel 2008, e un paio di bonus track. Il secondo disco dei Fimbulvet prosegue senza scossoni quando realizzato nel debutto, ma le canzoni sono più compatte e ben amalgamate, inoltre la registrazione è di gran lunga migliore seppur lo studio utilizzato per l’intero lavoro di registrazione, mix e mastering sia lo stesso, ovvero il Powertrack di Enrico “Löwe” Neidhardt, una garanzia per quel che riguarda il pagan metal teutonico. I cinquanta minuti di Der Ruf In Goldene Hallen scorrono veloci e senza intoppi, con la parte centrale del disco che è praticamente perfetta e mostra la band della Thuringia al massimo della forma. Le due bonus track sono la ri-registrazione di Schwert Aus Stein, in verità non molto differente dall’originale, e l’ottima versione acustica di Heidenherz, talmente ben riuscita da fa venir voglia di ascoltare un intero disco dei Fimbulvet in chiave acustica.

Heidenherz è un ottimo modo per recuperare i primi due lavori della band ormai introvabili con l’aggiunta di gustose bonus track. Conoscere Ewiger Winter e Der Ruf In Goldene Hallen dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni appassionato di pagan metal e la Einheit Produktionen permette ciò con un formato e una grafica accattivante: cosa si può volere di più?

Surturs Lohe – Seelenheim

Surturs Lohe – Seelenheim

2016 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Reki: voce, flauto – Ragnfalt: chitarra – Heidenherz: chitarra – Ralph: basso – Nidhöggr: batteria – Alraun: flauto, tastiera, voce

Tracklist: 1. Der Kaiser Im Berg – 2. Lohe Surt – 3. Seelenheim – 4. Unter Der Linden – 5. Gotengrab – 6. Sumar Kehre Heim – 7. Schwertleite – 8. Schildwacht

Tracklist bonus cd: 1. Lohe Surt – 2. Muspelsturm – 3. Urda – 4. Windheim – 5. Blutbuche – 6. Was Einst Ward, Das Werd Nimmermehr

Germania, landa di pagan metal. La terra tedesca è da sempre madre generosa in campo rock/metal, ma nel sottogenere del pagan metal ha dato veramente tutto quello che poteva. In particolare la Thuringia, zona ricca di foreste nel centro occidentale della Germania, ha visto nascere e affermarsi un buon numero di band pagan metal, tutte arrivare a una discreta notorietà in seguito alla pubblicazione di dischi sempre convincenti.

Circondati da imponenti alberi secolari, si sono formati nella primavera del 1996 i Surturs Lohe, formazione che in oltre venti anni di attività ha rilasciato solamente quattro full-length e un paio di split, prediligendo saggiamente la qualità alla quantità. È normale quindi che tra il debutto Wo Einst Elfen Tanzten e Seelenheim (pubblicato dalla tedesca Einheit Produktionen) ci siano grandi differenze a livello tecnico/compositivo fermo restando che il disco del 2001 è comunque un discreto prodotto. Le otto tracce di Seelenheim sono arrangiate molto bene, non ci sono momenti ostici o che non scorrono con facilità, ogni secondo è curato al meglio e questo giova al risultato finale e all’ascolto del cd.

L’intro cinematografico Der Kaiser Im Berg porta a Lohe Surt, prima vera canzone del disco e tipico inizio che più pagan metal non si piò. Riff di chitarra taglienti e lo scream di Reki supportati dal potente drumming di Nidhöggr sono il gradito biglietto da visita della durata di quattro minuti, durante i quali rallentamenti e giri di sei corde più heavy fanno la loro comparsa prima di soccombere al lato black metal dei Surturs Lohe. Morbidi arpeggi di chitarra introducono la title-track, canzone caratterizzata nella prima parta dall’eterea voce di Alraus. Dopo il terzo giro di lancette, però, la musica cambia ed entrano in gioco distorsioni e scream: negli otto minuti di durata c’è quindi spazio per accelerazioni feroci, parti di incredibile cattiveria e deliziose aperture soavi con tanto di flauti; Seelenheim è una grande canzone che mostra i Surturs Lohe in forma strepitosa. L’inizio di Unter Der Linden ricorda il sound degli Odroerir di Das Erbe Unserer Ahnen: acustico e ancestrale, un brano intimo anche quando fanno la comparsa distorsioni e drumming che comunque non stravolgono il pezzo in quanto si rimane sempre nel mondo del melodico. La successiva Gotengrab è quasi interamente acustica e di una dolcezza unica: il doppio cantato maschile/femminile e le brevi ma incisive note di flauto rendono la canzone una power ballad come se ne sentono sempre meno. L’ingresso delle sei corde (con tanto di lungo e gustoso assolo) non fa altro che accentuare la delicatezza della composizione. La traccia successiva è Sumar Kehre Heim, pagan metal allo stato puro cantato con voce pulita e rocciosi riff di chitarra alla Judas Priest. La conclusione del disco si avvicina sulle note di pianoforte di Schwertleite, brano corto ma che non è un mero riempitivo, bensì un intro più che intenso per Schildwacht, canzone da dieci minuti duranti i quali i Surturs Lohe tirano fuori tutto quello che hanno per realizzare una canzone monumento. Il risultato è a dir poco ottimo, denso e vario nel racchiudere tutte le influenze e gli stili dei musicisti, così non ci si stupisce quando si passa dai riff black metal ad aperture melodiche con il flauto in evidenza prima di terminare con una lunga parte acustica con chitarra e pianoforte.

La versione in mio possesso è quella “box set”, la confezione del disco quindi è di grande qualità: il box è massiccio e resistente, così come la carta lucida del booklet è molto spessa. Nella confezione è presente il poster con la copertina del disco e una gran quantità di foto dei musicisti immortalati nelle situazioni più disparate, una toppa con il logo del gruppo e il bonus cd con il booklet di quattro pagine. L’unica nota negativa è il libricino di Seelenheim, in quanto tutto scritto in lingua tedesca e impossibile da capire per chi non parla la lingua. A livello grafico, però, il risultato è molto buono ed è in linea con la qualità dell’intero packing. Il bonus cd contiene la versione acustica (e ri-arrangiata) di Lohe Surt e quella a capella di Musperlsturm (tratta dal disco del 2002 Vor Walveters Thron), mentre le restanti quattro canzoni sono la versione re-masterizzata del demo Urda, originariamente pubblicato nel 1999 e quindi un piccolo pezzo di storia del pagan metal reso con questa pubblicazione nuovamente disponibile.

Il suono è molto buono perché reale e ruspante, pulito il giusto senza quindi quel fastidioso “effetto plasticoso” che snatura la natura dei gruppi. Gran merito di tutto questo va riconosciuto a Enrico Neidhardt, profondo conoscitore del genere in quanto ha già lavorato con Menhir, Odroerir, Fimbulvet e Gernotshagen tra gli altri, e artefice della bella riuscita sonora di Seelenheim.

Seelenheim è un signor disco, al momento il migliore della discografia dei Surturs Lohe. Cosa non da poco, e che giustamente invoglia ulteriormente all’acquisto, il cd è accompagnato da una bella confezione con all’interno tutto quello che può rendere felice un collezionista. La band della Thuringia – che oggi presenta una line-up parzialmente variata – è ancora lontana dal terminare il proprio viaggio e, anche se con tempi lunghi, ci delizierà ancora con dischi di puro pagan metal. Seelenheim rappresenta il loro apice ed è un lavoro che nessun appassionato del genere dovrebbe lasciarsi scappare.