Varg – Göttardämmerung

Varg – Göttardämmerung

2017 – EP – Napalm Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Freki: voce, chitarra – Managarm: chitarra – Hati: chitarra – Skill: basso – Fenrier: batteria

Tracklist: 1. Götterdämmerung – 2. Hel – 3. Beißreflex – 4. Knochenpfad

La carriera dei Varg sembrava ormai segnata, destinata a una mediocrità quasi fastidiosa dopo il brutto Guten Tad e il terribile Das Ende Alle Lügen, usciti rispettivamente nel 2012 e nel 2016. Non che la band tedesca abbia mai brillato per originalità o grandi canzoni, ma i primi lavori erano buoni esempi di pagan metal tedesco un po’ becero e caciarone, sicuramente piacevole da ascoltare sia in studio che in contesto live.

La title-track è una bordata carica di ferocia e riff tanto semplici quanto potenti. Il cantato del gigante Freki e la furia della batteria di Fenrier sono le colonne portanti di questi convincenti quattro minuti. L’attacco di Hel è violento e accattivante al tempo stesso, ma è il ritornello il punto forte della canzone: la melodia di chitarra e la linea vocale sono di ottima fattura e a guadagnarci è l’intera composizione. La terza traccia è Beißreflex, forse il pezzo meno ispirato fino al break a un minuto dal termine in pieno stile metalcore che comunque non stona nel contesto un po’ “moderno” del brano. Chiude l’EP Knochenpfad, dall’insolita struttura che alterna parti soft e parlate con giri di chitarra compatti e lineari per un risultato discreto anche se un po’ spiazzante.

Dal poco che si può ascoltare, pare che Götterdämmerung sia un tentativo di tornare allo spirito d’inizio carriera, un pagan metal rozzo e sporcato da influenze moderne, un po’ coatto nell’anima, nel complesso comunque convincente e ben fatto. Forse l’errore Das Ende Alle Lügen (lavoro del quale, è giusto dirlo, vanno più che fieri, anche grazie all’ingresso nella top 20 tedesca) è stato compreso e i lupi tedeschi vogliono farsi perdonare? Difficile. Più plausibile, invece, che la band voglia andare avanti unendo le due anime che sembrano essere intrappolate in Freki e soci.

Selvans – Hirpi (live)

Selvans – Hirpi

2017 – live album – Avantgarde Music

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haruspex: voce – Fulguriator: chitarra

Tracklist: 1. Lupercale – 2. Hirpi Sorani – 3. O Clitumne! – 4. Furore Pagano (Draugr cover) – 5. Pater Surgens

Un sigillo inaspettato questo Hirpi, live album dei Selvans arrivato un po’ a sorpresa dopo appena un album in studio, un EP e uno split. Un prodotto del genere in ambito musicale è cosa assolutamente rara, ma i musicisti abruzzesi hanno dimostrato di avere una forza e una determinazione fuori dal comune.

Il disco si presenta con una confezione semplice ma elegante, un digipack dalla grafica accattivante e in linea con i precedenti lavori. I suoni sono davvero buoni e fedeli a quanto si ascolta realmente in un loro concerto. L’aspetto musicale è curato e il risultato finale è emozionante: le varie Lupercale e Hirpi Sorani, poste in apertura, sono piccoli classici che, anche grazie alle potenti e crude vocals e alla lunga durata delle composizioni, quasi ipnotizzano l’ascoltatore. Le sfuriate black sono lame affilate in grado di squarciare la carne al pari della capacità di cullare che hanno le parti atmosferiche. O Clitumne! è un brano molto toccante, durante il quale il frontman Haruspex si supera per intensità e interpretazione. La pazzesca cover Furore Pagano dei mai dimenticati Draugr è il giusto tributo al passato che, con l’aiuto degli ospiti Trimphator e Stolas (rispettivamente chitarra e basso degli autori dei capolavori Nocturnal Pagan Supremacy e De Ferro Italico), è il miglior modo per ricordare l’amico e compagno di armi Jonny. Chiude questo bel live album Pater Surgens (dallo split Selvans/Downfall Of Nur pubblicato lo scorso anno): una canzone che rimarca la forte personalità dei musicisti e che mostra veramente tutte le armi a loro disposizione.

Hirpi, limitato a 300 copie, è un’istantanea sincera e raffinata di quello che i Selvans sono stati nella prima parte di carriera. Non c’è dato sapere come si svilupperà questa oscura creatura pagana, ma per ora non possiamo che godere della grande musica prodotta dal combo abruzzese, e Hirpi è un ottimo modo per farlo.

Arkona – Vozrozhdenie

Arkona – Vozrozhdenie

2016 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Masha “Scream”: voce – Sergey “Lazar”: chitarra – Ruslan “Kniaz”: basso – Andrey Ischenko: batteria – Vladimir “Volk”: strumenti folk

Tracklist: 1. Kolyada – 2. Maslenitsa 3. To The House Of Svarog – 4. Black Ravens – 5. Revival – 6. Rus – 7. Brothers Slavs – 8. Solstice – 9. Under The Swords – 10. On The Animals’ Paths – 11. Pledged – 12. Call Of Ancestors

Abbiamo assistito di recente al non riuscito tentativo da parte degli Einherjar di dare nuova vita a un disco del passato ri-registrando e, di fatto, non portando nulla di buono o nuovo a quanto già pubblicato due decenni fa. Ora è il turno dei russi Arkona, ma le cose sono un pochino diverse. Il debutto Vozrozhdenie vede la luce nell’aprile 2004 e, per quanto la band abbia cercato di ricavare il massimo da quella registrazione, è riscontrabile in maniera oggettiva la non potenza della produzione. Inoltre, tutte le melodie folk sono create con l’utilizzo della tastiera (suonata da Masha Arkhipova) e per finire le tracce di batteria suonano poco credibili, destando più di un sospetto sulla reale registrazione. Così, dopo aver dato alle stampe l’ostico Yav, la band di Mosca decide di tornare in studio e dare un degno suono al lavoro che ha permesso loro di iniziare a farsi conoscere e apprezzare dai metallari di mezza Europa e non solo. Cosa c’è di diverso tra i due Vozrozhdenie?

La prima cosa che si nota è chiaramente la copertina, opera del grande Kris Verwimp. La vecchia front cover, comunque molto bella, è stata sostituita da un dipinto del maestro belga, nel quale trova spazio anche il nuovo logo della band. Una volta inserito il disco nel lettore cd veniamo travolti da un sound potente e in un certo senso moderno, nitido e muscoloso. Le chitarre sono ora corpose e i bassi molto presenti: il fatto interessante è che gli Arkona hanno utilizzato lo stesso studio (CDM records studio) di dodici anni prima e sempre con il chitarrista Sergey “Lazar” Atrashkevich dietro alla consolle, con la differenza creata dalla strumentazione e, soprattutto, dall’esperienza maturata nel corso degli anni. Un altro elemento di non poco conto è rappresentato dall’utilizzo di veri strumenti folk all’interno delle canzoni suonati da Vladimir “Volk”: la differenza con il passato, in questo caso la tastiera, è a dir poco colossale! Ultimo, ma non per questo meno importante, le canzoni in alcuni casi hanno subito dei cambiamenti e aggiunto/perso venti secondi di musica. Alla fine, quindi, le varie Kolyada e Solstice suonano convincenti e fresche, con la spettacolare Rus, cavallo di battaglia che ha visto molti tramonti, a distinguersi sempre dal resto delle composizioni.

Il paragone con gli Einherjer non tiene: i norvegesi hanno registrato una nuova versione del classico Dragons Of The North (Dragons Of The North XX) con lo stesso sound del 1996, mentre la band russa ha dato nuova vita e migliorato un cd che sicuramente era piacevole da ascoltare, ma con la nuova veste guadagna non pochi punti. Un’uscita utile questa nuova versione di Vozrozhdenie che rende giustizia alle radici degli Arkona e che, se accostato al cupo Yav, permette di far conoscere il classico sound dei russi agli appassionati che si stanno accostando in questo memento alla band di Masha Scream.

Scuorn – Parthenope

Scuorn – Parthenope

2017 – full-length – Dusktone

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giulian: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Cenner’ E Fummo – 2. Fra Ciel’ E Terr’ – 3. Virgilio Mago – 4. Tarantella Nera – 5. Sanghe Amaro – 6. Averno – 7. Sibilla Cumana – 8. Sepeithos – 9. Parthenope – 10. Megaride

Quando Megaride, ultima traccia di Parthenope, giunge a termine, la mente è frastornata da pensieri, riflessioni ed emozioni. Quante volte è successo di avere tante aspettative per un album e rimanere se non delusi diciamo non esaltati? Quante volte, invece, le premesse vengono non solo mantenute, ma addirittura superate? Il disco di debutto marchiato Scuorn fa parte di quella stretta cerchia di lavori destinata a fare scuola, per svariati motivi. Il più semplice, diretto e, se vogliamo, banale, è la qualità della musica. Epic black metal di alta qualità con tanto folklore e personalità è merce rara e in pochi se lo possono permettere. Ma c’è un altro aspetto che a parere mio è ancora più importante e che eleva Parthenope ben sopra a molto di quello di buono che viene pubblicato, ovvero il forte legame con la terra madre. Non un semplice legame garantito dai testi che rivisitano leggende e storie dell’area partenopea, si va oltre: l’aspetto umano e il calore della gente campana è tangibile nelle varie Sanghe Amaro e Tarantella Nera, una caratteristica delle composizioni che non si può imparare o migliorare in sala prove: o c’è o non c’è. Il paragone che mi è venuto spontaneo fare fin dal primo ascolto è stato con gli abruzzesi Draugr, band che ha segnato in maniera profonda la scena folk/pagan italiana. Nessuno prima di loro aveva parlato delle proprie origini con il cuore in mano (e con una serie di canzoni da urlo): dopo De Ferro Italico si è assistito al parziale abbandono da parte dei gruppi tricolori delle tematiche norrene a favore di storie e influenze Italiane o, meglio ancora, locali. Scuorn, così come i Draugr, è un nuovo punto di partenza per il metal tricolore, una possibilità in più per i gruppi del centro e sud Italia in particolare, che può dare coraggio e fiducia in un cammino che potrebbe portare a grandi cose.

Tutto questo, però, avrebbe meno senso se Parthenope non fosse un album straordinario. Il polistrumentista Giulian ha semplicemente fatto un lavoro incredibile creando delle canzoni dall’alto tasso metallico infarcite di sonorità, richiami e drammaticità tipica di Napoli. La summa e la grandiosità di questo disco è racchiusa nella sontuosa title-track, quasi nove minuti di pura bravura, coraggio, sincerità e devozione da parte di Giulian verso la sua città. Sfuriate black metal, orchestrazioni sfarzose (mai eccessive, però) e intuizioni fuori dal comune rendono il brano quasi fisico e per davvero si riesce a vedere dinanzi a noi Ulisse impartire ordini o supplicare di essere sciolto dall’albero maestro della nave in seguito all’ascolto del canto delle sirene.

L’aspetto visivo e quello sonoro sono elementi molto importanti nell’economia del cd, e sono entrambi eccellenti. L’artwork è stato realizzato da Alex di Mayhem Project (in campo folk noto per aver lavorato con Gjeldrune e Khors), ma va assolutamente menzionato Stefano Morabito (Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance ecc.) per la resa audio del disco, degna di una band su etichetta major.

Tra pezzi strumentali/evocativi e canzoni intense quanto potenti, è impossibile rimanere indifferenti: il metal estremo ha un nome nuovo da conoscere e accogliere nello stretto cerchio dei cosiddetti “geni musicali”, quello di Scuorn.

Selvans / Downfall Of Nur

Selvans – Downfall Of Nur

2016 – split – Avantgarde Music

VOTO: 8,5recensore: Mr. Folk

Formazione Selvans: Selvans Haruspex: voce, tastiera, strumenti tradizionali – Sethlans Fulgurator: chitarra, basso

Formazione Downfall Of Nur: Antonio Sanna: tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Intro / Sol – 2. Pater Surgens / Selvans – 3. Mater Universi / Downfall Of Nur – 4. Outro / Luna

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Sole e luna, gli opposti perfetti.
Un dualismo dal quale nasce ogni coppia di opposti dell’universo conosciuto.
Una dualità osservata e studiata ampiamente, cantata e rappresentata nelle epoche precedenti in molteplici versioni.

Il fine di questa opera suddivisa in quattro atti è di fornire una nuova interpretazione di questa icotomia, permeata da tutti quegli elementi tipici che contraddistinguono i nostri progetti: differente uno dall’altro come varietà ma allo stesso tempo simili, uniti per una unanime evocazione del passato.

Cosa succede quando due ottime realtà decidono di unire le forze e collaborare per la realizzazione di uno split? La risposta sono i quaranta minuti di questo lavoro, quaranta minuti di rara intensità e bontà musicale. Un cd che non passa inosservato non solo per la musica, ma anche per il fantastico lavoro grafico atto non solo a stupire l’osservatore, ma anche a completare e rafforzare il concept che si cela dietro a questa pubblicazione della sempre puntuale Avantgarde Records.

Lo split (in versione cd digipak, vinile nero e vinile oro) si divide così: intro e outro sono stati composti da Selvans Haruspex (voce della band abruzzese) e da Antonio Sanna (mastermind del progetto sardo/argentino), mentre il primo brano è una composizione dei Selvans, il secondo dei Downfall Of Nur. La descrizione della musica non è cosa semplice e, in questo caso, forse, anche poco utile. Parlare di canzoni lunghe rispettivamente tredici e diciotto minuti è difficile e non renderebbe l’idea di cosa si ha dinanzi: due opere complete nelle quali è possibile trovare tutto lo spettro sonoro delle due band, come al solito profonde e mai scontate, innovative pur con i piedi ben radicati nella tradizione e nella propria terra d’origine. In tutto questo la musica è, per quanto di grande livello, “solamente” un aspetto dell’intero lavoro, da leggere a 360° con l’aiuto delle immagini e dei testi. Tra sfuriate black metal e sontuosi momenti ambient, gli stati d’animo dell’ascoltatore variano a seconda delle note prodotte dai musicisti; tutto è ben equilibrato, le parti estreme sono davvero pesanti, così come quelle maggiormente soft o riflessive convincono a pieno. Non mancano strumenti a fiato e reminiscenze folk, sempre in quantità giuste e per nulla prevedibili (vedi l’utilizzo del launeddas, strumento simile a quello utilizzato dal dio Pan).

In un certo senso, questo split non è cosa per tutti: raramente si ha a che fare con musica di questo livello, di questa intensità. Può succedere che la proposta spiazzi e destabilizzi l’ascoltatore, ma è molto più probabile che Pater Surgens e Mater Universi incantino e rapiscano il fortunato possessore del disco.

Selvans / Downfall Of Nur ha un solo difetto: dopo quaranta minuti, termina. Un lavoro sopra la media, personale e bello sotto tutti i punti di vista: complimenti alle band e a chi da loro fiducia e supporto.

Kampfar – Profan

Kampfar – Profan

2015 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole: chitarra – Jon: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Gloria Ablaze – 2. Profanum – 3. Icons – 4. Skavank – 5. Daimon – 6. Pole In The Ground – 7. Tornekratt

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Una discografia come quella dei Kampfar è cosa rara al giorno d’oggi: sette full-length e una manciata di EP/singoli sempre di grande qualità, senza perdere mai l’ispirazione ma anzi sviluppando un sound personale ormai diventato vero marchio di fabbrica. Oltre venti anni di attività, ma la bontà musicale di Dolk e soci è rimasta invariata nel corso del tempo.

Profan, naturale successore di Djevelmakt, è il manifesto sonoro di una band affiatata e sicura, che in carriera non ha mai sbagliato una pubblicazione e che a ogni album guadagna – meritatamente – sempre nuovi fan. Heimgang e Kvass suonano chiaramente diversi da quello che la band di Bergen propone oggi, ma il trademark è sempre lo stesso, i Kampfar sono diventati dei porta bandiera del pagan black metal più intransigente senza perdere nulla dell’aspetto melodico che li ha sempre contraddistinti.

L’ascolto di Profan porta la mente sempre e solo in un luogo: al centro della più oscura, sinistra e infestata foresta norvegese. La selvatica Gloria Ablaze è l’opener perfetta, dall’incedere minaccioso con le sfuriate black metal e il riffing che si dilata per permettere al cantato (scream e clean) di doppiarsi in un ritornello che sembra al tempo stesso l’urlo di una strega e della sua disperata vittima:

I claim fire
Behind the shade of shadows
There in fire
At the gates, beyond
Beyond the fires of the highest horns
There in fire
Behind the shades of shadows

L’inizio di Profanum è feroce, uno spietato up-tempo dai giri di chitarra affilati, talmente furioso che stupisce (in positivo!) il lungo stacco strumentale con i tipici riff melodici che contraddistinguono i Kampfar dai tempi dell’esordio. Ancora impeto pagano con Icons, brano arricchito dagli immancabili cambi di tempo con Dolk che ripete più volte che noi siamo “icons of filth”. Nella difficile scelta del “brano migliore” del cd, potrebbero starci i sette minuti di Skavank: tutto gira alla perfezione, dalle bordate estreme alle parti più groove e oscure durante le quali sembra di poter vedere le creature della notte aggirarsi tra gli alberi. La capacità della band di assemblare canzoni di elevata qualità, varie musicalmente e soprattutto in grado di scatenare nell’ascoltatore reazioni importanti, sono il segreto che accompagna i Kampfar dal giorno della fondazione in quel lontano 1994. Il Didgeridoo suonato dall’ospite Geir Torgersen viene presto avvicinato dal pianoforte per un inizio canzone diverso dal solito: Daimon è una composizione particolare che non vuole rispettare le regole che tutte le band conoscono, con un finale nel quale le stesse frasi vengono ripetute più volte da un Dolk quasi sciamano per un risultato ipnotico. Pole In The Ground è puro black metal, violento e oscuro, spaventoso e inquietante quanto il testo:

Night terror
The sun has been blocked,
Crippled by darkness
Burning despair
From the shadow keeper

Dopo il viaggio nell’oscurità offerto da Pole In The Ground, la “semplice” Tornekratt è quasi un ritorno alla luce. Una luce però smorzata dalle nuvole scure che circondano la canzone: dopo i primi minuti di buona qualità arriva la sorpresa situata al centro della composizione, ovvero un signor chorus in pulito da parte del frontman che stupisce e risveglia tutti quanti, anche coloro che sono ipnotizzati dai boscosi riff di chitarra opera dell’ex Mistur (ma nella band dal 2011) Ole Hartvigsen.

Profan è ottimo sotto tutti i punti di vista. I musicisti sono di prima categoria e quando si ascoltano dei fraseggi in grado di emozionare l’ascoltatore allora vuol dire che si è dinanzi a un lavoro sicuramente degno di nota. La produzione aiuta senz’altro: suoni e volumi sono potentissimi e cristallini, ma il retrogusto di sporco – sicuramente un collegamento voluto con il proprio passato musicale – che pervade l’intero cd è il valore aggiunto all’intero lavoro svolto in studio da parte di Hartvigsen.

Profan è l’ennesimo disco convincente dei Kampfar, che rafforza lo status raggiunto dalla band a suon di lavori ineccepibili, fedele alla tradizione ma che non disprezza piccole novità che rendono il sound attuale. Dopo oltre venti anni di carriera una band di metal estremo, forse, non può chiedere di più.