Selvans – Dark Italian Art

Selvans – Dark Italian Art

2021 – EP – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Selvans: voce, tastiera

Tracklist: 1. Introduzione (Metamorfosi cover) – 2. Verrà Corvo Morto – 3. L’inferno (Metamorfosi cover medley) – 4. The Hanged Ballad (Death SS cover) – 5. Iò Pan! – 6. L’errante

Il progetto Selvans prosegue il percorso artistico guardando al passato ma arricchendo lo spettro sonoro con nuovi input e una freschezza musicale di prim’ordine. Il nuovo EP Dark Italian Art ne è dimostrazione: a tre anni dall’eccellente Faunalia pur non potendo parlare di cambio di pelle, c’è da riscontrare come la proposta si sia arricchita di nuove sfumature fermo restando l’elevata qualità che dalla prima release contraddistingue i lavori di Selvans. Altro elemento comune tra tutte le pubblicazioni sono le asperità della musica, a tratti acida, e le urla che trapano le orecchie, così dolorose e belle al tempo stesso. Questi trenta minuti sono una celebrazione del dark sound italiano con cover e pezzi originali che si integrano alla perfezione tra di loro, suonando tutto 100% Selvans.

L’amore per il prog è presto declamato con le cover della band culto Metamorfosi e da brividi è l’omaggio alla band di Steve Silverster con una versione eccellente di The Hanged Ballad: canzoni che si amalgamano benissimo con i tre inediti presenti in Dark Italian Art: Verrà Corvo Morto, Iò Pan! e L’errante. L’iniziale Introduzione non è una semplice intro, ma una vera porta che si apre e conduce alle meraviglie di questo breve ma intenso lavoro. Verrà Corvo Morto ha un forte legame con quanto realizzato da Selvans nei precedenti lavori con ritmiche veloci e chitarre aspre, ma a venire a galla è il desiderio di andare oltre a quanto già fatto, arricchendo la musica con tanti piccoli accorgimenti che si fanno sentire nel risultato finale. Segue L’Inferno, medley targato Metamorfosi, un concentrato di progressive rock del fantastico lavoro uscito per mano della band romana nel 1973: Selvans ha fatto propria l’essenza dell’album creando un medley che funziona talmente bene che, non conoscendo l’originale, si potrebbe esser portati a pensare a un brano nuovo della realtà abruzzese. The Hanged Ballad, dal seminale …In Death Of Steve Silvester, prosegue la linea oscura fin qui tracciata e in Iò Pan! esplode tutta la potenza e la furia della formazione italiana: l’atmosfera iniziale del brano prepara alla “botta” che si avrà da li a poco.

Con zoccoli d’acciaio io corro tra le rocce
Dal Solstizio, ostinato fino all’Equinozio

A conclusione del viaggio chiamato Dark Italian Art troviamo L’Errante, bellissimo ed elegante outro da ascoltare fino all’ultimo secondo prima di premere nuovamente play e ricominciare ad ascoltare l’EP dall’inizio. Detto della musica, c’è da attendere la versione cd di Dark Italian Art che conterrà un fumetto di ottantaquattro pagine che vedrà il già citato Corvo Morto come personaggio protagonista: Selvans è ormai è un’entità poliedrica che va ben oltre le sette note.

Questo è un EP che rappresenta al 100% la visione musicale (e non solo, basta guardare i video di presentazione pubblicati qualche tempo fa) di Selvans, tra influenze importanti e una personalità sempre più spiccata e unica. La qualità è quella solita, ovvero elevata: da avere assolutamente.

Hand Of Kalliach – Samhainn

Hand Of Kalliach – Samhainn

2021 – full-length – Trepanation Recordings

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: John Fraser: voce, chitarra, batteria – Sophie Fraser: voce, basso

Tracklist: 1. Beneath Starlit Waters – 2. Solas Neònach – 3. Each Uisge – 4. Roil – 5. Cinders -6. The Lull Of Loch Uigeadail – 7. Ascendant – 8. Òran Na Teine-Éigin – 9. Trail Of The Beithir-Nomh – 10. Return To Stone

Esattamente dodici mesi dopo la pubblicazione dell’EP Shade Beyond, gli scozzesi Hand Of Kalliach tornano sul mercato con un nuovo lavoro, il full-length di debutto Samhainn. L’album, pubblicato dalla Trepanation Recordings, etichetta inglese che si dà un gran da fare in ambito metal estremo underground, è composto da dieci tracce per un totale superiore ai quaranta minuti. Musicalmente si può parlare del naturale proseguo di quanto fatto in Shade Beyond, con un pizzico di esperienza in più che ha portato il duo (marito e moglie) a levigare alcuni soluzioni a favore di una maggiore orecchiabilità che rende la musica sempre a metà strada tra death melodico e soluzioni folk, ma più accattivante nell’insieme. Quel che salta immediatamente all’orecchio è la maggior presenza della voce pulita di Sophie, ora superiore per quantità a quella growl del marito; anche le soluzioni più estreme sono diminuite, ma fortunatamente non del tutto scomparse. Quel che viene fuori a fine ascolto di Samhainn è la certezza che gli Hand Of Kaliach abbiano fatto un gran lavoro per realizzare un cd valido e personale, capace di intrigare sia gli amanti del metal estremo che quelli del filone symphonic.

L’opener Beneath Starlit Waters, dopo una sorta di intro parlato, esplode con rabbia lasciando presto spazio alla voce delicata di Sophie Fraser, la quale si prende strofe e ritornelli lasciando qualche momento anche alle urla di John che coincidono con l’aumento di velocità e rabbia della canzone. Sulla stessa falsariga si muovono Solas Neònach, Each Uisge e Roil, anche se quest’ultima non presenta rallentamenti nei suoi tre minuti di durata. Cinders è proprietà del cantato maschile e fanno capolino anche piccoli fraseggi di chitarra che caratterizzano il brano. The Lull Of Loch Uigeadail è un pezzo evocativo che “culla”, proprio come da titolo, l’ascoltatore: la voce lontana e quasi spettrale di Sophie, insieme alle melodie che arricchiscono la composizione, creano un bel break in Samhainn, pezzo riuscito e importante per ripartire a mille con Ascendant, dal marcato riff melodeath che riprende quanto già proposto dagli Hand Of Kalliach a inizio cd. Dinamica e varia, Òran Na Teine-Éigin suona leggermente diversa dalle altre canzoni in scaletta, anche se il trademark del gruppo è immediatamente riconoscibile. Sul finire di Samhainn troviamo delle piccole ma gustose novità, la prima delle quali è Trail Of The Beithir-Nomh, brano cantato solo da John e dal piglio “moderno” che comunque sta bene nell’album. Chiude Samhainn la doomy Return Of Stone, cupa e lenta nella prima parte, dal retrogusto folk e ben interpretata dai due cantanti, ma che poi cambia completamente registro con riff incalzanti e ritmi serrati.

Il disco di debutto degli Hand Of Kalliach si ascolta con piacere e tutto si trova al posto giusto. Senza passi falsi (ma neanche picchi particolari), aiutati da una produzione pulita ma non plasticosa, i due musicisti continuano a portarci in giro per la Scozia parlando della mitologia e degli splendidi paesaggi armati di strumenti elettrici e tanta voglia di far conoscere la propria terra. Gli Hand Of Kalliach hanno già trovato il proprio suono e al tempo stesso hanno migliorato la qualità delle canzoni rispetto alla precedente release: di questi tempi caratterizzati da immobilismo sonoro e ricerca della soluzione “facile” e vincente non è certamente poco.

Nodfyr – Eigenheid

:Nodfyr: – Eigenheid

2021 – full-length – Van Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Mark: chitarra, basso – Jasper: tastiera

Tracklist: 1. Mijm Oude Volk – 2. Gelre, Gelre – 3. Wording – 4. Driekusman – 5. Bloedlijn – 6. Zelf – 7. Nagedachtenis

Gli olandesi :Nodfyr: arrivano finalmente a pubblicare il full-length di debutto dopo anni d’attesa: l’EP In Een Andere Tijd aveva lasciato gli amanti del pagan metal più roccioso con una gran voglia di nuove canzoni e sono trascorsi oltre tre anni per poter ascoltare Eigenheid, disco che di diritto finirà tra le migliori release dell’anno. Le coordinate musicali sono le stesse dell’EP, ovvero robusto pagan metal diretto e lineare impreziosito dalla profonda voce di Joris (ex Heidevolk, attualmente voce anche degli Stormbreker). Eigenheid è composto da sette tracce per un totale di quarantuno minuti. Il disco si presenta molto bene in un elegante digipak arricchito da una splendida copertina bucolica e un booklet semplice con i testi (in olandese e purtroppo non tradotti) e le info necessarie. La Vàn Records in questo non si parlare dietro, dando sempre attenzione e cura ai dettagli dell’aspetto grafico e visivo del prodotto cd. La produzione è perfetta per la musica, potente e pulita ma reale nei suoni, in grado di mettere in risalto i passaggi di Mark e Jesper (che troviamo insieme negli interessanti Alvenrad); il mastering è stato curato da Greg Chandler, già al lavoro con Fen, The Flight Of Sleipnir e Kawir. Infine sono da menzionare gli ospiti presenti sul disco, ovvero il batterista Nico (dietro le pelli per gli Stormbreker) e la cantante Tineke Roseboom (Blaze Bayley e guest anche per gli Stormbreker, sempre loro).

L’opener Mijm Oude Volk è lenta e cadenzata, dal tono malinconico, con le tastiere che accompagnano bridge e ritornello fino all’inevitabile ma piacevolissima accelerazione che rende il pezzo vario e accattivante. Gelre, Gelre sembra essere fatta per far cantare il pubblico ai concerti: chitarre e melodie semplici che rimandano agli Heidevolk dei primi lavori hanno sempre un gran fascino! Wording suona dannatamente doom nel riff principale e nell’atmosfera, alla quale fa da contraltare la folkeggiante Driekusman, strumentale da tre minuti che ricorda un po’ le sagre bavaresi tutte birra e carne alla brace, ma con un tocco di eleganza che rimanda alla musica classica. Dopo un intermezzo inaspettato ma gradito, si torna alle classiche sonorità dei :Nodfyr: con Bloedlijn: l’epicità si unisce alla drammaticità del cantato, con la chitarra che finalmente si fa largo verso il finale tra riff efficaci e un breve assolo. La successiva Zelf si assesta su quanto fatto nelle precedenti canzoni, forse un po’ prevedibile ma comunque in grado di funzionare alla grande anche in virtù di una lunga parte strumentale che nella sua semplicità la distingue dalle altre tracce. Settima e ultima canzone di Eigenheid è Nagedachtenis, la quale inizia con gli strumenti acustici per lasciare presto il palcoscenico a chitarre elettriche e batteria. Mid-tempo e cantato teatrale, melodie semplici e orecchiabili, ma soprattutto la bravura dei tre musicisti nel creare brani di qualità con un sound subito riconoscibile pur essendo questa appena la seconda release.

Eigenheid è un debut album al quale non manca niente: canzoni e impatto sonoro da band collaudata, presentazione del cd impeccabile e, soprattutto, musica di qualità. Acquisto consigliato non solo agli appassionati del pagan metal, ma anche ai giovani musicisti perché quello dei :Nodfyr: è l’unico modo per realizzare buona musica al netto del talento: nessuna fretta e tanto tempo speso in sala prove cercando di tirare fuori le migliori canzoni possibili.

Stormbreker – Overzee

Stormbreaker – Overzee

2021 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Niels: chitarra, basso, tastiera

Tracklist: 1. Overzee – 2. Richtingloos

Le carte per sorprendere le hanno tutte: musicisti navigati, bravura nel comporre musica, un tema lirico affrontato poco e in maniera diversa dalle altre band della scena e idee originali per far parlare di sé. Gli olandesi Stormbreker, nati un paio di anni fa, tirano fuori il breve EP Overzee che contiene solo due canzoni per un totale di quasi undici minuti, eppure fin dai primi giri di chitarra è possibile capire che si ha a che fare con roba seria. Dietro al progetto ci sono Joris Van Gelre (ex Heidevolk, voce dei primi quattro album) e Niels Riethrst (anche lui ex Heidevolk, chitarra nel debutto del 2005 De Strijdlust Is Geboren), entrambi coinvolti in forme diverse negli ottimi :Nodfyr:. Overzee è un lavoro di Dutch Nautical Metal – come lo definiscono i due musicisti –, in pratica dell’ottimo pagan metal con testi legati alla magia del mare. Prendete gli Heidevolk più massicci e lenti, cambiate le tematiche delle liriche, ed ecco gli Stormbreker.

La title-track inizia con una chitarra solitaria che porta al classico mid-tempo ricco di melodie con la possente voce di Joris a innalzarsi su tutto. La composizione presenta diversi cambi che la rendono varia e fresca nei suoi minuti di durata per quello che probabilmente sarà lo stile principale delle canzoni che andranno a comporre il prossimo lavoro. La seconda traccia è Richtingloos, più cadenzata e cupa rispetto all’opener, ugualmente godibile anche se durante l’ascolto manca la luce come in un cielo coperto da nubi cariche di pioggia. Nei due brani sono presenti diversi ospiti che meritano di essere menzionati: alla batteria è presente Nico de Wit (:Nodfyr:), la seconda voce è di Jesse Middelwijk (Slechtvalk ed ex Heidevolk), mentre quella femminile è di Tineke Roseboom (anche lei guest dei :Nodfyr: e in passato alla corte di Blaze Bayley), bravi tutti a dare quel qualcosa in più alle canzoni.

Overzee è un EP forse troppo breve, ma ascoltandolo si capisce immediatamente quante potenzialità abbiano gli Stormbreker. Il lavoro è disponibile solamente in formato digitale: niente cd, ma è stata prodotta una piccola quantità di deliziosi wooden box a tema marittimo con conchiglie, messaggi da decifrare e una bottiglia con la penna usb nel tappo contenente musica e foto del gruppo, chiaramente andati a ruba in poco tempo. Gli Stormbreker hanno tutte le capacità di tirare fuori un lavoro di debutto già maturo e personale, non resta che aspettare cullati dalle onde del mare ascoltando Overzee.

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco

2021 – full-length – Cult Of Parthenope

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thierry Vaccher: voce – Alessandro Mancini: chitarra – Alberto Marinucci: chitarra – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Michelangelo Iacovella: tastiera

Tracklist: 1. Il Culto Del Fuoco – 2. Aurea Aetas – 3. Vae Victis – 4. Triumpe – 5. Le Forche Caudine – 6. Leucesie – 7. Sentinum – 8. Armilustrium

Il 2021 non poteva iniziare meglio: nel giro di pochi mesi sono usciti tre dischi italiani che non soffrono la concorrenza estera e che sicuramente avranno ottimi riscontri in tutto il mondo. Dopo Apocalypse con Pedemontium e Bloodshed Walhalla con Second Chapter, tocca ora ai Dyrnwyn con Il Culto Del Fuoco prendersi i meritati riflettori e dare gioia agli appassionati del folk pagan metal. La band romana, forte del nuovo contratto con la Cult Of Parthenope, pubblica il secondo lavoro Il Culto Del Fuoco in un bel digipak a sei pannelli con tanto di booklet illustrato ricco di foto, testi e tutte le informazioni sul lavoro in studio. Il cd, come il precedente Sic Transit Gloria Mundi vede il prezioso contributo di Riccardo Studer (Stormlord) alla consolle, autore anche delle fondamentali orchestrazioni.

L’iniziale title-track suona fin dai primi secondi epica e drammatica, e sono proprio questi due aggettivi a descrivere nel migliore dei modi la musica dei Dyrnwyn. I temi trattati – alcuni selezionati eventi dell’antica Roma – richiedono esattamente questo tipo di musica. Si nota subito, inoltre, un lavoro maggiormente profondo delle chitarre, più dinamiche e fresche rispetto al passato. Tutto questo non fa altro che alzare l’asticella della qualità che, è bene ricordarlo, era già a buon livello col precedente lavoro. Aurea Aetas è un brano vario stilisticamente che spazia dal mid-tempo a parti simil black sinfonico senza tralasciare le melodie del flauto suonate dell’ospite Jenifer Clementi. L’inizio di Vae Victis è un vero assalto sonoro e il proseguo non è da meno: cala la velocità, ma l’intensità continua ad essere bella alta e le orchestrazioni che si sovrappongono ai riff secchi delle sei corde non fanno altro che accentuare questa urgenza. La quarta canzone è Triumpe, massiccia e cupa, introdotta da un minuto e mezzo di narrato e sottofondo folk che ricorda le ultime cose dei Draugr. La band abruzzese è un nome di riferimento per i Dyrnwyn e un paio di volte durante l’ascolto de Il Culto Del Fuoco si palesa l’influenza degli autori del capolavoro De Ferro Italico. Con Le Forche Caudine si giunge a un piccolo capolavoro che tratta di un avvenimento della seconda guerra sannitica (321 a.C.) nella quale i Romani furono sconfitti dai Sanniti. La musica segue la drammaticità degli eventi e a colpire sono gli ottimi giri di chitarra: la coppia Mancini/Marinucci è più in forma che mai! Leucesie alterna momenti frizzanti e quasi di allegro folk metal con parti decisamente più cupe e fortemente cinematografiche (merito anche delle sempre eccellenti orchestrazioni), ma è con la seguente Sentinum che la formazione italiana tocca il massimo per intensità e trasporto. Sentinum, oggi Sassoferrato in provincia di Ancona, ai piedi dell’Appennino umbro/marchigiano, è il luogo dove si svolse una delle battaglie più importanti dell’antichità, quella Battaglia Delle Nazioni del 295 a.C. che vide la vittoria dei Romani sulla lega creata da Galli Senoni, Etruschi, Umbri e Sanniti, dando così il via libera alla conquista dell’Adriatico da parte dei Romani.

Davanti agli occhi degli eserciti
Si lancia contro l’orda
Sprona il cavallo verso le file
Serrate dei Galli
E trova la morte trafitto
Dalle sagitte nemiche
Condannando gli avversari

Allo stesso fato

L’epicità delle gesta narrate nel testo va a braccetto con quella musicale, tra mid-tempo battaglieri e brevi ma ferali accelerazioni. Il Culto Del Fuoco è concluso da un brano strumentale da ben quattro minuti, Armilustrium. Non il classico “outro”, ma un brano vero e proprio, privo di voce, che porta a conclusione un signor disco.

I Dyrnwyn sono in attività dal 2012 e anno dopo anno, cd dopo cd, hanno dimostrato tanto carattere e voglia di migliorarsi: dal grezzo (e genuino) Fatherland del 2013 al presente Il Culto Del Fuoco ne è passata di acqua sotto i ponti, ma ascoltando tutte le release della band è facile capire il lavoro dei musicisti e i miglioramenti che hanno portato prima all’ottimo Sic Transit Gloria Mundi, e infine a questi cinquanta minuti di folk/pagan metal di prim’ordine. Ormai i Dyrnwyn sono da considerare tra le migliori realtà del genere in Europa, ma dobbiamo sempre a tenere a mente che sono un orgoglio italiano.

Sur Austru – Obarsie

Sur Austru – Obarsie

2021 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Mihai Florea: chitarra – Ovidiu Corodan: basso – Sergiu Nădăban: batteria – Ionut Cadariu: flauto, tastiera – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Cel Din Urmă – 2. Taina – 3. Codru Moma – 4. Cant Adânc – 5. Caloianul – 6. Ucenicii Din Hârtop I – 7. Ucenicii Din Hârtop II

A due anni dal bel debutto Meteahna Timpurilor, tornano con un nuovo lavoro dal titolo Obârşie i Sur Austru, band che ricorderete essere nata dopo i tragici eventi che hanno riguardato i Negură Bunget nel 2017. La formazione romena conferma quanto di buono fatto nel primo cd, proseguendo il cammino in ambito folk black metal senza la volontà e il bisogno di apportare chissà quale cambiamento alla propria proposta: d’altra parte, perché cambiare se quello che si fa continua a piacere e il risultato è invidiabile? Obârşie con i suoi cinquantasei minuti di durata risulta essere un signor disco, di facile ascolto per chi già conosce la creatura di Tibor Kati (e anche quella prima di Negru), altamente elettrizzante per chi si avvicina con questo full-length alla musica tradizionale romena unita al black metal.

L’opener Cel Din Urmă con i suoi tredici minuti può essere vista come l’emblema musicale del disco: elegante nel suo avanzare tra richiami al folk romeno e la sezione prettamente metal, atmosferico quando se ne presenta l’occasione ma che non si risparmia quando c’è da aumentare l’aggressività. Una canzone che da sola potrebbe essere quasi un EP tanto è lunga e bella da ascoltare. La successiva Taina si muove sulle stesse orme di Cel Din Urmă, anche essa con un minutaggio che sconfina i dieci giri di lancetta: le chitarre, anche quando “veloci”, suonano sempre pulite e taglienti, con la sezione ritmica impegnata a dare dinamicità e groove al brano. Codru Moma, “appena” quattro minuti, è un bell’intermezzo strumentale molto atmosferico nel classico stile Sur Austru che conduce a Cant Adânc, canzone dalla linea vocale “orecchiabile” e con un tocco sinfonico (tra tastiere e cori) veramente bello; a metà composizione tutto cambia, il growl e la sei corde, per la prima volta veramente minacciosa, mutano l’umore fino a farlo diventare nero alla fine del pezzo. Percussioni e melodie folkloristiche danno inizio a Caloianul con uno stile che i fan dei Negură Bunget sicuramente non potranno fare a meno di amare ed è la parte più interessante della canzone, mentre a stupire è il basso di Ovidiu Corodan posto in apertura di Ucenicii Din Hârtop I, canzone che successivamente si snoda tra sonorità folk black, frammenti acustici, ritmi coinvolgenti e un finale onirico davvero affascinante. Obârşie termina con la seconda parte di Ucenicii Din Hârtop, brano standard per Kati e soci, dal forte accento melodico anche nei momenti black oriented.

Al termine di Obârşie le sensazioni sono solamente positive: la musica è di qualità, le emozioni trasmesse forti e diverse tra di loro. Questo è, come Meteahna Timpurilor, un disco che porta la mente a volare verso la Romania, alla scoperta dei luoghi e delle vicende che rendono tanto affascinante una terra a noi lontana e un gruppo in grado di mettere in musica il folklore (i testi trattano dei Solomonari, entità magiche in grado di controllare le condizioni metereologiche) con tanta maestria come i Sur Austru, una necessaria colonna sonora. A tutto ciò bisogna necessariamente aggiungere la bellezza del digipak: dalla carta, ai colori, all’inusuale (ma azzeccatissima!) scelta di “tagliare” il centro della copertina per creare quello che sembra essere un ingresso mistico alla musica dei Sur Austru. Udito e vista vanno a braccetto: Obârşie è già da considerare come uno dei migliori lavori dell’anno.