Intervista: Corte Di Lunas

Dopo la recensione del bell’EP The Journey – lavoro che mi ha emozionato non poco –, era d’obbligo intervistare i Corte Di Lunas, band in attività da diversi anni e che, tra cambi di formazione e di stile, hanno molto da narrare. La cantante Giordana ha risposto alle domande con grande disponibiltà, permettendoci così di entrare nel mondo del settebello friulano, tra racconti e curiosità, in attesa del prossimo disco che vedrà la luce nei primi mesi del 2020. Buona lettura!

Essendo questa la prima intervista su Mister Folk, iniziamo parlando della storia dei Corte Di Lunas: le origini del gruppo e del nome, i dischi pubblicati e i palchi calcati.

Il gruppo nasce come formazione medievale di musica “da strada” nel 2009, e solo successivamente decide di portare avanti un progetto parallelo, rivisitando alcuni brani di musica medievale e tradizionale in chiave rock. Questo connubio dà vita al primo disco, interamente strumentale, che esce nel 2010 con il titolo Plaudite ‘Sì Più Forte. Dopo i primi concerti con questa nuova formazione il progetto appassiona a tal punto che si decide di separare la formazione medievale (che prende il nome di Menestrelli Di Lunas) dalla Corte di Lunas. Sempre nello stesso periodo i fondatori decidono di ampliare la line-up inserendo anche parti cantate. Così nel 2012 entro io (Giordana) ed esce il secondo disco Ritual, che dà spazio anche ad alcuni brani originali del gruppo. Da qui, la band comincia a calcare diversi palchi di festival italiani come Montelago, Druidia, Triskell, Mutina Boica, Dumeltica, Yggdrasil e altri. Nel frattempo, la decisione di comporre altra musica propria è arrivata da sé e da qui nasce Lady Of The Lake (2015), album dalle influenze rock/metal. Dopo un ulteriore cambio di line-up, infine, quest’anno è uscito The Journey, EP che lancia un nuovo viaggio della band, alla ricerca di un nuovo sound!

Vi ho visto dal vivo al Montelago Celtic Festival, forse era il 2013. Sono passati diversi anni e alcune cose sono cambiate nei Corte Di Lunas, sia musicalmente che di formazione.

Decisamente sì. Sicuramente l’abbandono di uno dei membri fondatori dopo la stagione del 2016 è stato uno dei cambiamenti più importanti e ciò ha influenzato anche le scelte musicali e compositive. Un’altra svolta considerevole è derivata dall’ingresso di tre nuovi membri: Mary al flauto, David al bouzouki e Martina alla ghironda. Ma in definitiva, il cambiamento più importante è stato quello di mentalità all’interno della band, ed il nostro modo di concepire e scrivere la nostra musica.

Il nuovo EP è una sorta di rinascita per la band? Come vi sentite ora che avete pubblicato questo cd?

Carichi! Abbiamo avuto riscontri positivi non solo in Italia, ma anche in Europa e persino dall’America! Dopo il periodo di stallo dovuto ai cambi di formazione non vedevamo l’ora di comporre e proporre ai fan qualcosa di nuovo. La pubblicazione di The Journey è stato un momento particolarmente “liberatorio”. Dal 2016 ad oggi abbiamo attraversato una fase veramente sofferta del nostro percorso, e ora che finalmente abbiamo visto la fine di questo periodo e abbiamo visto la quantità di prove e difficoltà che siamo riusciti a superare non possiamo che essere un po orgogliosi del nostro lavoro ed entusiasti per il periodo a venire. The Journey è sotto tutti gli aspetti un punto di rinascita per la band.

La copertina è molto semplice, è forse un modo per dire “concentratevi sulla musica” in un mondo che guarda sempre più l’estetica invece dell’essenza?

Esattamente, volevamo incuriosire i vecchi fan e quelli nuovi, puntando a qualcosa di minimale che lasciasse spazio alla nostra musica e alle nuove grafiche, dato il restyling di logo e scritta. Il logo, in particolare, rappresenta proprio l’evoluzione del gruppo. Nei precedenti lavori, l’uroboro era più semplice, ma ci siamo accorti che, viste le varie difficoltà affrontate nel corso degli anni, avevamo bisogno di dare un’immagine più significativa e perciò abbiamo scelto di trasformarlo in qualcosa di più forte: un drago. La sua ala avvolge parte del corpo, come a volerne proteggere l’essenza, mentre sulla coda si può notare la cresta composta da sette spine, una per ogni componente della band. Inoltre non poteva mancare il nostro amato ciclo lunare, sviluppato sulla coda del drago.

Musicalmente mi pare che siate tornati a una musica più soft dopo il rock di Lady Of The Lake. Cosa ha portato a questa virata stilistica?

Ci piaceva l’idea di riproporre canzoni nostre in chiave più folk e meno rock/metal, dopo appunto la sperimentazione di Lady Of The Lake. Sicuramente è dovuto ad una crescita personale e alle diverse esperienze singolarmente vissute. Discutendo prima fra di noi e poi con i nuovi membri del gruppo per definire meglio i propositi, ci siamo trovati tutti sulla stessa lunghezza d’onda e l’EP ne è la dimostrazione.

Per il brano The Journey avete girato un bel videoclip: come è nata l’idea del video e ci sono storie e aneddoti da raccontare riguardanti le riprese?

The Journey è in assoluto la canzone che più rappresenta il percorso affrontato dal gruppo e volevamo renderle giustizia, volevamo far sapere ai fan che siamo tornati e che siamo più energici di prima,  proponendo un contenuto che finora non avevamo mai avuto occasione di realizzare, ovvero un videoclip. Ci premeva trasmettere un’idea di unione, infatti si vede la band che intraprende un viaggio, camminando fianco a fianco perché è così che noi attualmente stiamo vivendo questa esperienza. Le riprese si sono svolte in due giornate diverse: la prima è stata dedicata proprio alla parte narrata. Possiamo dire che più di qualcuno è miseramente scivolato sulle foglie secche, mentre qualcun altro tende ad ancheggiare piuttosto vistosamente! Nella seconda giornata si sono svolte le riprese in cui suoniamo e lì ci sono state bacchette volanti, il nostro bassista che ondeggiava di continuo e qualche altra figura pessima fortunatamente non inserita nel lavoro finale! Però abbiamo una raccolta di questi bloopers gelosamente custodita nei nostri cellulari…

Star Of The County Down è un bellissimo brano irish folk. Trovo che le canzoni tradizionali irlandesi riescano a parlare d’amore in una maniera dolce e diversa da tutti gli altri. Come mai avete scelto questa canzone?

Vero? Con una tale semplicità nel testo, questa canzone riesce a trasportarci in un altro mondo e sembra quasi di sentire il profumo della Contea di Down. E, in realtà, è un brano che già da tempo portavamo live e il pensiero di come sarebbe potuto uscire con i nuovi arrangiamenti di flauto, bouzouki e ghironda ci intrigava molto. Il risultato finale ci è piaciuto talmente tanto da volerlo includere nell’EP.

Lady Of The Lake è un brano che avete già inciso, ma ora lo presentate in chiave acustica e il risultato è veramente bello. Ci sono altre canzoni vorreste riarrangiare e presentare in questa maniera? Magari un EP con altre composizioni, sempre acustiche?

Ci stiamo pensando da tempo, perché ci siamo meravigliati del risultato di Lady Of The Lake e ci abbiamo preso gusto. Molto probabilmente una volta terminata la scrittura del disco (e manca poco) ci concentreremo anche su degli arrangiamenti in chiave acustica. A me piacerebbe molto riarrangiare Lost In Fairyland e Stone In The Sand (due brani dai toni molto rock/metal). Vedremo cosa ne salterà fuori!

La vostra musica è molto intensa e tocca l’anima di chi vi ascolta. Cosa rappresenta per voi la musica e cosa vorreste trasmettere con le sette note?

Ti ringrazio per questa frase e anche per la domanda. Vibrazioni, coinvolgimento, immedesimazione.Per noi la musica è una forma di espressione che ci permette di sognare, di creare in un istante eterno e di vagare in spazi sconosciuti. Di metterci in gioco come musicisti, ma soprattutto come persone. Di curare ferite e dare senso al bene e al male. Questo ci lega ad ogni persona che riusciamo a raggiungere e, in un periodo dove non si fa altro che cercare divisioni, ci permette di azzerare pregiudizi, bandiere e contrasti.

Il prossimo passo è un nuovo disco? Anticipazioni?

Certamente, l’EP è stato un breve assaggio che ci è servito per “rinascere” e prendere le misure sia livello di sound che come formazione. Nei nostri progetti abbiamo la pubblicazione di un album di tracce originali, all’inizio del 2020. I brani parleranno di leggende della nostra terra natia, il Friuli Venezia Giulia, e ognuno di essi sarà la storia musicata di una di queste storie. Questo sarà accompagnato anche da altri contenuti, diciamo “multimediali” (per non spoilerare troppo!).

Mister Folk tratta principalmente folk/viking metal, vi chiedo quindi se conoscete alcuni gruppi del genere e se trovate interessanti alcuni elementi di questo stile musicale.

La nostra Marty è una fan sfegatata degli Eluveitie, li segue da oltre dieci anni e si è senz’altro fatta influenzare dal loro stile. Alcune voci non troppo segrete narrano che la sua passione per questo strumento sia nata proprio da lì! Altri gruppi che vanno sicuramente menzionati sono i Korpiklaani e i Finntroll, fra i più famosi, ma vorremmo citare in modo particolare gli Elvenking ed Mago De Oz. Sono stati parte fondamentale degli ascolti di alcuni nostri componenti, sia il nostro batterista Riccardo che il nostro bouzouki-man David hanno militato in gruppi folk metal, e queste band hanno rappresentato una grande fonte di ispirazione per la loro crescita musicale in quel periodo. E anche se per ora abbiamo preso le distanze dalle sonorità metal, come dicevamo prima, dobbiamo comunque ringraziare questi gruppi per averci iniziati a questo genere e percorso.

Vi faccio nuovamente i complimenti per l’EP da poco pubblicato e spero di vedervi presto in concerto. A voi le parole finali!

Scegliamo allora poche parole semplici che parlano di noi, augurandoci che possano ispirare anche voi. Raccontano una storia di quelle scritte a mano, con pazienza. Una storia di paziente rinascita e trasformazione.

“The journey itself keeps you alive
the path, the way allows you to rise.”

Grazie per la bellissima intervista e che i nostri sentieri si incrocino ancora presto!

Annunci

Live Report: The Dublin Legends a Roma

CITY OF ROME CELTIC FESTIVAL

The Dublin Legends + Mortimer McGrave + Hurry Up! + LyraDanz

11 luglio 2018, Parco Schuster, Roma

Dopo ben 30 anni di attesa, i The Dubliners sono finalmente tornati a suonare in Italia. La band si chiama ora The Dublin Legends e i musicisti sono in gran parte cambiati, ma l’essenza e l’amore per l’irish folk sono sempre gli stessi. Grazie al lavoro di Musica Celtica Italia, i The Dublin Legends sono stati l’apice del City Of Rome Celtic Festival (la prima edizione risale al 2014 e potete leggere il report QUI), evento che ha visto esibirsi sul palco del Parco Schuster – location molto gradevole, verde e adatta a tutte le età, con il solo prezzo delle birre da correggere per le prossime edizioni – quattro band e la scuola di danza irlandese/scozzese Rois. A contorno della musica una serie di botteghe artigianali a tema e l’accampamento storico dei Fortebraccio Veregrense con i vari rievocatori ad interagire con il pubblico prima e dopo l’esibizione di scherma storica che ha incuriosito molte persone.

I primi a salire sul palco sono stati LyraDanz capitanati dalla soave voce di Caterina Sangineto: il loro balfolk elegante colpisce fin dal primo ascolto e dispiace aver assistito a un concerto dalla breve durata di circa mezz’ora. Tra le canzoni proposte una menzione speciale la merita I Tram Di Milano, dall’atmosfera malinconica e sognante: sicuramente una band che ha guadagnato nuovi fan e che vale la pena di vedere ancora dal vivo. Con gli Hurry Up! si cambia musica, si va sulla strumentale e le atmosfere si fanno irish e celtiche. Il pubblico – comunque ancora timido – inizia ad avvicinarsi al palco e la band riesce a far smuovere e ballare gli spettatori. Anche per loro vale lo stesso discorso dei LyraDanz: i ragazzi ci sanno fare e meritano di essere visti nuovamente dal vivo, sperando in un set più lungo. I Mortimer McGrave, terzi in ordine di scaletta, non vanno per il sottile: esperienza e un modo di comunicare con la platea diretto e divertente, con il bonus di canzoni che in concerto rendono al 200%, non fanno altro che scaldare ulteriormente l’ambiente con uno show tra sacro e profano, musica folk suonata con perizia ma anche – o soprattutto? – col sorriso sulle labbra. Tra tutti i brani spicca sicuramente Sotto La Quinta Non È Amore, cantata nel ritornello anche dal pubblico tra sghignazzi e divertimento. I Mortimer McGrave sono da sempre una certezza, con loro sul palco si assiste a uno spettacolo completo che in pochi sono in grado di regalare al pubblico.

Il piatto forte della serata, lo sappiamo, sono i quattro irlandesi dal nome che dice tutto: The Dublin Legends. In giro tra pub e palcoscenici internazionali, il gruppo di Dublino è un vero e proprio monumento vivente della musica dell’Isola di Smeraldo, essendo in giro col nome The Dubliners dal lontanissimo 1962. Il quartetto capitanato dall’arzillo quasi 78enne Seán Cannon ha proposto come setlist un vero e proprio greatest hits, cosa inevitabile considerando i decenni trascorsi dalla loro ultima tappa italiana. Dirty Old Town, Leaving Of Liverpool, Spanish Lady e The Galway Races sono brani immortali in grado di far cantare e commuovere tutti quanti, ma non sono mancati momenti particolarmente toccanti come Fáinne Geal An Lae (brano cantato in gaelico) e la conclusiva Molly Malone, canzone che ha strappato più di una lacrima ai presenti. Nel mezzo una manciata di canzoni da cantare a pieni polmoni: Seven Drunken Nights, Whiskey In The Jar, Wild Rover e Black Velvet Band sono pezzi immortali che da soli valgono il prezzo del biglietto. Paul Watchorn, Gerry O’Connor (il quale si è esibito in un gustoso assolo di banjo), Shay Kavanagh e Seán Cannon sul palco si divertono a suonare e rimangono piacevolmente sorpresi quando il pubblico canta i ritornelli o le canzoni più famose. Il City Of Rome Celtic Festival si trasforma con loro sul palco in una grande festa di appassionati di musica folk e nostalgici dell’Irlanda (non si contavano le maglie verdi con il trifoglio sul petto). Il tempo passa velocemente e dopo le note conclusive di Molly Malone i The Dublin Legends lo promettono: Italia, ci vediamo l’anno prossimo!

Con una promessa del genere salutiamo il festival – organizzato veramente bene, per il dopo show è previsto anche il set celtic di DJ Skillahar – ci si può allontanare dal Parco Schuster con il sorriso sulle labbra, noi l’anno prossimo ci saremo!

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Juan José Fornés: voce, chitarra, tastiera – Diego Rodrigues: basso – Pablo Allen: cornamusa, whistle

Tracklist: 1. Becoming – 2. When The Enemy’s Close – 3. Spoke The Firefly – 4. Gone With The River – 5. Flames At Twilight – 6. Echo Through The Days – 7. The Wicked Wheel – 8. Born In The Dark Age – 9. Galloping Shadows – 10. Shouting Aloud – 11. Everlasting Lie – 12. Men Of Clay – 13. Who Wants To Live Forever (Queen cover)

Quella dei Triddana è storia nota per chi ascolta regolarmente folk metal, ma è bene ricordare le origini della band argentina prima di proseguire. Il gruppo nasce nei primi mesi del 2011 dopo il brutto split dagli Skiltron, quando ben quattro musicisti abbandonano il gruppo dando vita ai Triddana. Ne è seguito un duello a distanza fatto di album folk metal (due a testa) sempre belli e convincenti. Twelve Acoustic Pieces è, invece, una sorpresa: un disco acustico dopo appena due cd è un tantino rischioso, anche se la band ha deciso di rendere questa uscita disponibile solamente in versione digitale (forse proprio perché conscia del poco mercato?): peccato.

Il pericolo di lavori come questo è quello di trovarsi ad ascoltare brani acustici di canzoni metal semplicemente suonate con la chitarra acustica o elettrica senza distorsori vari. Ben altra cosa è invece quando la band si mette d’impegno e ri-arrangia, almeno in parte, le composizioni, adattandole di conseguenza alle diverse sonorità acustiche e impreziosendo determinati momenti a seconda del gusto di chi suona: Twelve Acoustic Pieces fortunatamente fa parte della seconda tipologia di lavori acustici. I Triddana sono stati molto bravi a lavorare sulle singole composizioni e a farle suonare sempre fresche e dinamiche, cosa assolutamente non scontata.

Le canzoni sono equamente prese (6 e 6) dai due dischi Ripe For Rebellion del 2012 e The Power & The Will (2015), più un’inedita cover dei Queen. Ad aprire le danze ci pensa l’ottima Becoming, semplicemente uno dei brani migliori scritti dai Triddana e che continua a convincere anche con la nuova veste acustica. Un altro pezzo davvero ben riuscito è When The Enemy’s Close: l’anima rock della band si sente anche senza distorsioni e i cori da stadio suonano bene in questo contesto più soft. Il gruppo di Buenos Aires se la cava alla grande anche con le composizioni più delicate e intime, come nel caso di Spoke The Firefly, lento che tocca il cuore di ogni ascoltatore. In Twelve Acoustic Pieces c’è spazio anche per le (forti) influenze irish folk: Flames At Twilight e Galloping Shadows sono l’esempio più lampante, ma in quasi tutte le canzoni c’è spazio per melodie e sonorità accostabili alla verde Irlanda (l’inizio di The Wicked Wheel, per fare un altro titolo). Tra momenti divertenti e spensierati (Gone With The River) ed altri più meditativi (Everlasting Lie), ma sempre con cornamuse e flauti di Pablo Allen in grande evidenza, si arriva alla conclusione del disco con Who Wants To Live Forever, grandissima canzone dei Queen e chiaramente legata al film Highlander, pellicola di culto degli anni ’80. L’interpretazione dei Triddana è assolutamente degna di nota e il singer Juan José Fornés non sfigura al cospetto di uno dei migliori cantanti della storia, sua maestà Freddy Mercury.

Necessità artistica o sfizio dei musicisti, poco cambia: Twelve Acoustic Pieces è un full-length valido e affascinante, realizzato molto bene e che merita di trovare posto nella collezione di quelle persone vicine alle sonorità folk/irish rock. In attesa del prossimo cd “folk metal” non rimane che sperare nella pubblicazione di Twelve Acoustic Pieces in versione fisica.