Wintersun – The Forest Seasons

Wintersun – The Forest Seasons

2017 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jari Mäenpää: voce, chitarra, basso, tastiera – Teemu Mäntysaari: chitarra – Kai Hahto: batteria

Tracklist: 1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) – 2. The Forest That Weeps (Summer) – 3. Eternal Darkness (Autumn) – 4. Loneliness (Winter)

C’è un disco che sta facendo discutere addetti e fan e che sicuramente continuerà a farlo nei prossimi mesi. I Wintersun, si sa, non sono una band “semplice”. Niente routine disco-tour, si lavora senza fretta alle nuove canzoni e soprattutto si fa tutto come Jari Mäenpää comanda di fare. L’ex Ensiferum è la mente e il braccio dei Wintersun e se la formazione finlandese è arrivata dove ora è, il merito va attribuito tutto al biondo cantante/chitarrista. Ma The Forest Seasons non è un lavoro come gli altri: è nato tra mille difficoltà (in verità piuttosto ricorrenti quando c’è di mezzo Mäenpää) e il protrarsi delle tempistiche hanno portato ad attese spasmodiche e velenose critiche. A tutto ciò c’è da aggiungere un incredibile crowdfunding per risultato e modalità: sono entrati nelle tasche della band 464300 euro – sì avete letto bene – per permettere a Mäenpää e soci di costruirsi un proprio studio di registrazione al fine di lavorare al meglio sui prossimi full-length. La cosa che più stupisce – in negativo, sia chiaro – era la presenza di un solo pacchetto da selezionare alla non modica cifra di cinquanta euro in cambio di… file digitali! Una gran quantità di .mp3, ma pur sempre di file digitali si tratta. Se è vero che con i propri soldi ognuno è libero di farci quel che vuole, un applauso va sicuramente fatto al gruppo di Helsinki per la bravura di saper confezionare un’offerta non particolarmente generosa e riuscire comunque a raggiungere, anzi a raddoppiare, l’obiettivo iniziale.

Dopo tutto questo parlare di raccolte soldi e tempistiche, come suona The Forest Seasons? La musica, per fortuna, è la cosa più importante, ma la lunga introduzione era necessaria per capire come mai ci si accanisce così tanto con una produzione che dovrebbe “spaccare” e che invece lascia a bocca aperta per i grossolani errori in fase di mixaggio e di suoni. Jari Mäenpää ha dimostrato nel corso della sua carriera di essere un buon musicista e un ottimo compositore, così come di non essere un guru quando si siede alla consolle e inizia a muovere in su e in giù i cursori del mixer. The Forest Seasons soffre due problemi: il primo, come detto, è la produzione, il secondo è rappresentato dall’eccessivo minutaggio delle canzoni. Iniziando dai suoni, risaltano subito le infinite tracce di tastiera (orchestrazioni), spesso udibili solamente con le cuffie, che possono affascinare e arricchire il sound ma al tempo stesso disperdono il concetto alla base della canzone mettendo troppa carne al fuoco. Le chitarre sono perennemente coperte dall’insieme batteria-tastiera-frequenze basse al punto da scomparire in diversi frangenti o risultare comunque di difficile comprensione nel marasma generale. Inoltre i suoni, quando distinguibili e puliti, sanno di plastica e la sensazione che tutto sia dannatamente artefatto e “sistemato” tramite trucchetti digitali rattrista non poco, oltre al semplice senso di sound mal curato. In tutto questo mare di errori si salva giusto la voce, squillante e perfettamente udibile e comprensibile.

Quattro tracce divise secondo le stagioni dell’anno. S’inizia con i quasi quindici minuti della primavera, Awaken From The Dark Slumber (Spring). Melodie tipiche del genere e della band stessa unite a un buon lavoro sulle linee vocali rendono la lunga composizione a tratti accattivante e coinvolgente. Sicuramente è tutto troppo dilatato e ripetuto (la seconda metà della canzone è un continuo ripetersi salvo un accenno di assolo) fino alla nausea: il tentativo di rendere il brano ultra epico e al contempo ipnotico fallisce senza scuse. La seconda traccia è The Forest That Weeps (Summer), introdotta da un arpeggio acustico esplode poi in un muro sonoro che sarebbe dovuto essere minaccioso e invalicabile nelle intenzioni dei musicisti, ma che invece sembra essere di polistirolo.

I am the mist in the morning
I am the moss in the ground
You are the light that cuts through the stone

Dopo due strofe arriva l’ottimo bridge e il ritornello in clean che mette tutti d’accordo: Jari Mäenpää è un grande musicista in grado di fare cose incredibili. Questi dodici minuti scorrono meglio rispetto alla prima traccia e l’imponente coro che ripete il ritornello in più occasioni fa una gran figura. Diversi i musicisti che hanno preso parte a questo coro, ne elenco giusto alcuni: Heri Joensen dei Týr, Markus Toivonen e Jukka-Pekka Miettinen degli Ensiferum, Mathias Nygård, Jussi Wickström e Olli Vänskä dei Turisas, Mitja Harvilahti dei Moonsorrow e Daniel Freyberg dei Children Of Bodom. Minacciosi grugniti portano ai brutali tempi di Eternal Darkness (Autumn), senza ombra di dubbio la canzone più estrema e violenta del lotto. Sonorità accostabili al black melodico con tanto di tastiere che fanno pensare in alcuni istanti ai norvegesi Dimmu Borgir spazzano via tutti i dubbi sin ora accumulati: può una canzone salvare un intero album? Certo che no, ma questa improvvisa dose di muscoli e sangue sputato porta a rivalutare in parte anche quanto prima ascoltato. Le orchestrazioni e i molteplici intrecci di tastiera sono più che interessanti e quando finalmente il batterista Kai Hahto decide di variare il proprio drumming ne guadagnano tutti: la canzone, la band e noi ascoltatori. Infine, va citato il soave passaggio vocale a 12:20 circa, sognante e in forte contrasto con i blast beat infernali di Hahto. L’inverno di Loneliness (Winter) porta a conclusione l’anno dei Wintersun: mid-tempo elegante quando cantato pulito, emozionante e sofferente quando si fa spazio lo scream. Di sicuro rimangono impresse le linee vocali clean del ritornello:

Washed away the morning sun
Hear the howling call from the other side
And so much was left undone
The weight of the world quietly crushed the dying light
Washed away by the frozen stars
Feel the burning coldness of the falling snow
And one day when everything is gone
The trail in the snow disappears, am I finally home

Questa parte è talmente intensa e catchy che una delle versioni limitate di The Forest Seasons contiene come bonus track proprio Loliness (Winter) in versione acustica, nella quale è ancor più valorizzato il cantato pulito ed epico di questo ritornello.

Dopo tanti e ripetuti ascolti si ripensa a The Forest Seasons a mente lucida. Ci sono le certezze (songwriting, linee vocali e melodiche, capacità di confezionare un prodotto a 360°) e i rimpianti. Alcune domande rimangono e probabilmente non avranno mai risposta. Si poteva dire la stessa cosa in otto minuti invece di quattordici, in maniera di evitare qualche sbadiglio? Sì, certo che si poteva. Anche perché sono proprio quei sei minuti extra che appesantiscono l’ascolto. Come sarebbe ascoltare il cd con dei suoni reali e una produzione degna di una grande band e di una grande etichetta? Difficilmente avremo una mai una risposta, salvo un lavoro non ufficiale in stile …And Justice For Jason, una versione di …And Justice For All dei Metallica (1988) mixata in maniera da rendere udibili le linee di basso di Jason Newsted.

The Forest Seasons è un album più che gradevole (la seconda parte è per inciso molto bella) con grandi picchi d’epicità e imprevedibili cali di tensione, rovinato da una produzione non all’altezza e che soffre la meravigliosa perfezione di un debutto, quell’incredibile Wintersun del 2004, che ha fatto innamorare maree di metallari dell’allora nuova creatura di Mäenpää. The Forest Seasons delude perché ha veramente tanto potenziale che per i motivi abbondantemente descritti non riesce a colpire al centro il bersaglio. Poteva essere un grande disco e invece è “solo” un album piacevole da ascoltare e che stupisce in certi passaggi, ma dai Wintersun è lecito aspettarsi molto di più ed è per questo che un “semplice” 7 suona quasi come una bocciatura. A questo punto c’è solo da sperare che i soldi raccolti grazie al crowdfundig riescano a dare alla band uno studio degno dello sforzo fatto dai fan e a Mäenpää quella pace che da anni sembra aver smarrito. Con l’augurio che il biondo musicista riesca a ripagare i suoi supporter con un album epocale.

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Ensiferum – Iron

Ensiferum – Iron

2004 – full-length – Spinefarm Records

VOTO: CAPOLAVORO Recensore: Mr. Folk

Formazione: Jari Mäenpää: voce, chitarra – Markus Toivonen: chitarra – Jukka-Pekka Miettinen: basso – Oliver Fokin: batteria – Meiju Enho: tastiera

Tracklist: 1. Ferrum Aeternum – 2. Iron – 3. Sword Chant – 4. Mourning Heart – 5. Tale of Revenge – 6. Lost in Despair – 7. Slayer of Light – 8. Into Battle – 9. LAI LAI HEI – 10. Tears – 11. Battery (bonus track)

ensiferum-ironIn origine era “heroic folk death metal”, questo il termine utilizzato dagli Ensiferum nel 2001 per descrivere il proprio debutto discografico self titled. In tre anni il sound della formazione di Helsinki è maturato da un ottimo folk/viking a un qualcosa di più personale e vario, a tratti meno diretto ma più ricco di sfumature e momenti epici. I quarantatré minuti che compongono Iron sono divisi tra canzoni dal sapore folk e sfuriate chitarristiche vicine al thrash, per passare a brani acustici e ripartire a gran velocità con composizioni elaborate che alternano ritornelli epici a strofe aggressive. Il songwriting di Markus Toivonen e soci è più multiforme che mai, in grado sia di sorprendere piacevolmente l’ascoltatore aperto a cambiamenti e sviluppi musicali, che di incuriosire e affascinare chi è più restio ai cambiamenti.

Ottimamente registrato dalla coppia Mäenpää/Warman (tastierista dei Children Of Bodom) e curato da Flemming Rasmussen (“responsabile”, tra gli altri, di Master Of Puppets e Ride The Lightning dei Metallica, oltre che di buona parte dei lavori di Blind Guardian, Artillery e Morbid Angel), Iron è l’ultimo album che vede in line-up il cantante/chitarrista Jari Mäenpää (split avvenuto per la volontà di dedicarsi unicamente al suo progetto Wintersun) e la sezione ritmica composta da Jukka-Pekka Miettinen e Oliver Fokin. Terminate le registrazioni entreranno difatti a far parte della band Petri Lindroos, all’epoca anche cantante/chitarrista dei Norther, Sami Hinkka al basso e Janne Parviainen alla batteria.

Il grande Kristian Wåhlin, in arte Necrolord, si è occupato della bella copertina: oltre ad aver sempre lavorato con gli Ensiferum dal debutto all’ultimo Unsung Heroes, l’artista svedese è famoso per essere il creatore delle copertine di alcuni tra i più importanti dischi usciti negli anni ’90 dalla Scandinavia (Dissection, At The Gates, Bathory, Dark Tranquillity, Tiamat, Emperor, Amorphis ecc.).

L’intro Ferrum Aeternum lascia presto spazio alla title track, uno dei momenti più incisivi e riusciti dell’intero album. Iron rappresenta alla perfezione le capacità compositive degli Ensiferum del 2004, bravissimi ad alternare con naturalezza momenti serrati ad altri maggiormente atmosferici, incrociando la voce acida di Mäenpää a brevi parti in clean, tra assoli di chitarra e orchestrazioni che rendono il pezzo epico e grandioso. Segue Sword Chant, altra canzone che alterna accelerazioni (strofa) a mid tempo (chorus) con gusto fino al break centrale acustico che dà il via alla parte finale della canzone particolarmente ritmata. Breve pausa con Mourning Heart – Interlude per riprendere le danze con Tales Of Revenge, un’esplosione di emozioni, nonostante e grazie l’alta velocità, elegante e drammatica al tempo stesso:

Wait for me in the mountains, haunt for me in the winds
Wait for me in the land where nothing lives
Until the day I have found revenge, I will feed my sword
Until my heart is cold, every breath of mine is yours

Lost in Despair è un brano intenso, lento per gli standard del gruppo, canzone dall’umore malinconico dove la musica segue le coordinate del testo, creando così un binomio efficace:

Take me away
Bury me in the sand
Cause after all these years I am still the same
A sad and bitter man

Slayer Of The Light è semplicemente la canzone più estrema di Iron: tre minuti di ritmiche thrash e scream vocals, durante i quali Oliver Fokin picchia selvaggiamente il drum kit. Non mancano melodie chitarristiche dal sapore folk che a tratti rendono più “orecchiabile” il tutto, ma il risultato è paragonabile a un’ascia che vi frantuma il cranio. Into Battle è un up-tempo che vede al suo interno momenti in clean vocals senza alcun rallentamento di velocità. Ci si avvia alla conclusione con la bellissima LAI LAI HEI, composizione che unisce tradizione e metal, folk e chitarre distorte. La prima parte, quella più melodica e folkeggiante, vede il testo in finlandese, mentre la parte più prettamente metal è cantata in lingua inglese. LAI LAI HEI era destinata fin dalla concezione a diventare un futuro cavallo di battaglia, ed è tutt’oggi una delle canzoni preferite dai fans del gruppo. Ultima traccia del disco è Tears, dolce ballad acustica che vede Kaisa Saari alla voce: un’ottima conclusione di un album che ha segnato la storia del folk metal. Chiude la versione digipack di Iron la cover Battery dei Metallica, un esperimento non troppo riuscito in quanto lo stile del gruppo non viene fuori, ricalcando fin troppo fedelmente la versione originale.

Iron è l’album della prima maturità degli Ensiferum: il sound del gruppo è destinato a cambiare ulteriormente con il successivo Victory Songs, pur presentando dei punti in comune con il presente lavoro. Iron è un disco crudo e asciutto, a tratti feroce. È la perfetta colonna sonora per un campo di rievocatori storici del periodo vichingo, dove si respira aria di battaglia e sangue, dove non manca l’odore di carne arrosto e i brindisi sono più rumorosi e goliardici che mai. Iron è anche il silenzio mentre ci si prepara allo scontro, immaginando quello che verrà a breve, ferro contro ferro o con un pallone ovale stretto al corpo nel tentativo di valicare quella linea bianca difesa da quindici veri combattenti. Il secondo disco degli Ensiferum è tutto questo, e molto di più; non “solo” musica, ma emozioni e sensazioni, immagini e situazioni che tornano alla memoria, l’odore dell’erba in inverno e della legna che arde.

Ascoltando e riascoltando da anni Iron, guardando l’imponente e verde Appennino, ogni volta che il disco si stoppa a conclusione dei quarantatré minuti, c’è sempre e solo una parte che continua a ripetersi senza conclusione nella mia testa, una porzione di testo della splendida LAI LAI HEI, alla quale risulta superfluo aggiungere altre parole:

Hän katsoi maan reunalta tähteä putoavaa
Nyt kanuiit kasvot neitosen peittää karu maa
Jokaisen täytyy katsoa silmiin totuuden
sillä aika ompi voittoisa, mut´ tämä maa on ikuinen

(tr.: Guardava dai confini del mondo una stella cadente – Ora il bel viso della vergine è ricoperto di terra brulla – Ognuno deve guardare negli occhi della verità – Perché il tempo è vittorioso, ma la terra è eterna)

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.