Scimitar – Shadows Of Man

Scimitar – Shadows Of Man

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Angus Lennox: voce, basso – Noel Anstey: chitarra – Jesse Turner: chitarra – Clayton Basi: batteria

Tracklist: 1. State Of Nature – 2. Knights Collapse – 3. Flayed On The Birth – 4. Wandering At The Moon – 5. To Cultivate With Spears – 6. Shadows Of Man I: Imperium – 7. Shadows Of Man II: Cataclysm – 8. Where Ancient Spectres Lie – 9. Mysterium, Tremendum Et Fascinans

La scena canadese è da sempre nelle attenzioni di Mister Folk (non a caso nel libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok c’è un capitolo dedicato a questa scena decisamente poco conosciuta, ma ricca di band interessanti) e oggi si parla degli Scimitar, formazione di Victoria, British Columbia, in attività dal 2008 che con Shadows Of Man arriva al secondo full-length in carriera. Il gruppo guidato da Angus Lennox ha realizzato nel 2010 il primo disco Black Waters, per poi sparire dai radar; a distanza di nove anni diverse cose sono cambiate, prima fra tutte la maturità dei musicisti, ora decisamente a proprio agio nel muoversi in territori che uniscono death melodico, folk metal e altre influenze minori ma che messe tutte insieme fanno comunque volume. Se Black Waters era un’opera acerba che puntava in alto, Shadows Of Man è un bel passo in avanti nella giusta direzione, ora senza tentennamenti o rischiosi scivoloni.

Per prima cosa fa piacere parlare dell’aspetto estetico del cd: il digipak presenta al suo interno una foto degli Scimitar con le info sulle registrazioni, credits e ringraziamenti, mentre il booklet si apre a poster con da un lato tutti i testi delle canzoni e dall’altro una bella immagine di cavalieri medievali in combattimento. La produzione è nella media: suona bene e pulita, senza apparenti forzature, anche in questo caso un miglioramento rispetto a quanto sentito in passato.

L’aspetto musicale, chiaramente, è quello che conta di più: gli Scimitar del 2019 sono un gruppo che ha chiaro in quale direzione muoversi. L’intro State Of Nature, più una strumentale dalla lunga durata in verità, e dal vago sapore prog, porta alla prima vera canzone del disco Knights Collapse: un mid-tempo dal cantato velocissimo che con il passare dei minuti aumenta di giri, una scelta inusuale per un’opener, ma che funziona a dovere. Chitarra e batteria lavorano all’unisono per Flayed On The Birth, anche questo un brano che punta sull’impatto e il riffing a discapito di velocità e violenza. I sei minuti di durata scorrono piacevolmente tra twin guitars e melodie che contrastano col cantato growl del leader Lennox. La linea stilistica è questa, ovvero tempi medi, buon lavoro della sei corde con la sezione ritmica composta da Clayton Basi alla batteria e Lennox al basso che segue con precisione e buon gusto le trame della chitarra: ottimi esempi sono Wandering At The Moon e To Cultivate With Spears, mentre con le successive Shadows Of Man I e II i canadesi confezionano una piccola suite davvero ben riuscita. La seconda parte, inoltre, balza subito all’orecchio per via dell’iniziale violenza, una canzone che suona più aggressiva fin dalle prime note e per questo si distingue da tutte le altre, anche se nella parte conclusiva torna ad affacciarsi la melodia e i ritmi rallentano. L’ottava traccia Where Ancient Spectres Lie inizia con una lunga fuga strumentale, molto bella, per poi proseguire con un tempo medio che alterna fraseggi di sei corde e accelerazioni mai estreme in verità, con il tocco di classe rappresentato dalla chitarra acustica che porta a conclusione la canzone. Il cd si chiude con gli otto minuti di Mysterium, Tremendum Et Fascinans: il primo minuto molto raw (quasi a concordare col titolo in latino, che rimanda al black norvegese di venti anni fa) si evolve in un malato black doom sporco e criptico, in totale contrasto con quanto sentito nelle precedenti canzoni. Dal secondo minuto e mezzo, però, cambiano i suoni e lo stile musicale, tornando alle classiche sonorità degli Scimitar, anche se con un pizzico di cattiveria in più che, lo si può ammettere, sta proprio bene. La domanda che ci si pone è come avrebbe suonato il disco con questa piccola ma ben accetta dose di vitamine extra. Mysterium, Tremendum Et Fascinans è l’unico pezzo a suonare in questo modo, e proprio per questo spicca immediatamente e rende la traccia subito appetibile.

Con Shadows Of Man gli Scimitar si giocano tutte le carte a propria disposizione e sicuramente hanno vinto la partita. Negli anni hanno lavorato per migliorarsi e i risultati sono evidenti: un buon disco di death/folk metal proveniente dall’altra parte del mondo, interessante per gli appassionati del genere e sfizioso per i curiosi che vogliono ascoltare un po’ di metal canadese e fuori dai radar “che contano”.

Folkyria – Triad Of The Gods

Folkyria – Triad Of The Gods

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Nicolas Gaudreau: voce, chitarra – Mazime Dugas: chitarra solista – Steve Bureau: batteria

Tracklist: 1. As The Wind Comes – 2. Esusnertus – 3. Avatar Of The Gods – 4. Wrath Of Taranis – 5. Horns Of War

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Nati nel 2012 a Quebec City, i canadesi Folkyria arrivano a pubblicare il primo lavoro dopo due anni di lavoro in sala prove e concerti. Triad Of The Gods è un EP di cinque pezzi, al momento solo in formato digitale (la versione fisica arriverà in estate), dal sound maturo e vigoroso, e fin dalle prime note si può capire quanto il powertrio abbia lavorato sui brani prima di decidere di registrarli: una scelta intelligente che denota buon senso da parte dei musicisti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti (o, se preferite, alla portata delle orecchie di tutti): extreme folk metal sincero e grintoso, debitore il giusto verso i grandi maestri, ma che guarda con personalità al futuro. Triad Of The Gods inizia con As The Wind Comes, intro atmosferico che porta a Esusnertus, brano dal piglio piuttosto allegro che lascia presto spazio al buon buon growl del singer Gaudreau e a riff ruspanti. Le melodie caratterizzano fortemente la composizione e si fa notare il buon solismo dell’axeman Dugas. Più intensa e oscura è Avatar Of The Gods, canzone lunga oltre sei minuti e mezzo: al potente riff della strofa rispondono accelerazioni e stacchi repentini che, combinati insieme, creano un bell’effetto. Wrath Of Taranis (nella mitologia celtica era il dio del tuono venerato in Gallia e in Antica Britannia) gode di una sequenza di accordi tanto semplice quanto d’effetto che si alterna a giri chitarristici veloci e note lunghe sulle quali il frontman crea linee vocali che esplodono nell’ottimo ritornello. La conclusiva Horns Of War, epica e incalzante, inizia con un riff alla Metal Militia (da Kill’em All dei Metallica), ma si trasforma presto nella classica canzone alla Folkyria, ovvero tempi medi, chitarre che alternano cavalcate e melodie a riff epici e accordi lunghi dove Gaudreau dà il meglio di sè.

La produzione è ben fatta, soprattutto se si tiene a mente che il cd è un autoprodotto. Nota di merito, quindi, ad Antoine Baril, il quale ha curato tutto il percorso in studio, occupandosi della registrazione, del missaggio e del mastering finale.

I Folkyria si dimostrano, nonostante i pochi anni di attività, già discretamente maturi e forse pronti per il grande passo: canzoni convincenti, buon lavoro in studio e un cd che migliora con gli ascolti, non resta che aspettare l’interessamento di una casa discografica per poter avere tra le mani il primo full length.

Forostar – Tales Of Old

Forostar – Tales Of Old

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 4 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Valengår: voce, strumenti

Tracklist: 1. Tales Of Old – 2. The Might Of Odin – 3. In Time Of Blood And Fire – 4. Forlorn Desolation – 5. Asa Land – 6. Freedom – 7. Tales Of New

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La bellissima copertina del disco Tales Of Old, debutto della one man band Forostar, ha rapito il mio sguardo fin dalla prima occhiata: il quadro del pittore norvegese Hans Fredrik Gude, dal titolo Fra Hardanger, è gentile e al tempo stesso forte e intenso, dai colori dolci che trasmettono grandi emozioni.

Incuriosito dalla front cover ho deciso di ascoltare con attenzione la musica del canadese Valengår, fondatore del progetto nel 2012. La volontà del musicista sarebbe quella di suonare un viking metal crudo ma con varie sfaccettature, un po’ come – esempio da prendere con le molle – Blood Fire Death dei Bathory, con canzoni, cioè, che spaziano tra furore nordico e la delicatezza di un fuoco tiepido.

Il risultato, purtroppo (per Valengår e per gli ascoltatori), è quasi disastroso. Andando oltre la produzione casareccia e quindi carente sotto molti aspetti, fatto che di certo non pregiudica il risultato finale di un lavoro, non si può non parlare della pessima voce del polistrumentista nord americano. Il growl è profondo ma anche estremamente grezzo e approssimativo, mentre la voce pulita è stonata, forzata e inadatta a qualunque tipologia di sound.

Il bell’intro melodico cozza con la violenza dell’opener The Might Of Odin, canzone appena discreta dal riffing elementare che ha nel bridge la parte migliore con un vago flavour folk. In Time Of Blood And Fire (cover dei Nocturnal Rites) è probabilmente il brano peggiore di Tales Of Old. La musica è meno pensante del brano precedente, la chitarra crea melodie non disprezzabili e, soprattutto, il cantato è interamente in clean. Senza inutili giri di parole: Valengår è stonato e nel ritornello, dove tenta di salire di tonalità, la figura che rimedia è a dir poco imbarazzante. La successiva Forlorn Desolation ha una lunga prima parte strumentale caratterizzata da sonorità doom prima che il pianoforte faccia il suo inatteso ingresso. In pochi secondi (e con uno stacco fin troppo evidente) si torna al doom più tetro, con la cavernosa voce a rovinare alcuni dei pochi riff ben riusciti (alla My Dying Bride prima era) e l’accelerazione finale – dopo l’ennesimo brusco inserto di pianoforte – appare decisamente fuori luogo. Asa Land suona inizialmente tra Venom e Motörhead, con il quattro corde troppo alto di volume, alcuni sampler di battaglie medievali presi da qualche film e il classico vocione a creare ancora più confusione di quanto già facciano gli strumenti. Un minuto e mezzo soft introduce il brano Freedom, up tempo noioso nonostante qualche schitarrata simil thrash e dei tentativi di melodia che non portano a nulla. Chiude il disco Tales Of New, outro che vede un delicato arpeggio di chitarra avvolto dalla pioggia e dai tuoni: musicalmente la cosa migliore dell’intero cd.

Tales Of Old è un fallimento sotto ogni punto di vista. Chiaramente la produzione è il problema minore anche se è facile trovare prodotti home-made con suoni e produzioni di qualità migliore, mentre tutto il resto è completamente mal fatto. La “colpa” maggiore di Valengår è quella di aver preso il microfono e cantato, anche se va detto che un singer “vero” non avrebbe da solo salvato il debutto dei Forostar. Le canzoni sono spesso banali e confusionarie, il songwriting insufficiente e gli strumenti sono suonati in maniera approssimativa.

Da salvare non c’è nulla… se non la bella copertina!