Intervista: Bloodshed Walhalla

La pubblicazione di un nuovo sontuoso album, la decisione di suonare dal vivo e le riflessioni di un musicista che proprio non riesce a stare fermo: Drakhen è come al solito un fiume in piena e nelle sue risposte troviamo diversi spunti interessanti.

I Bloodshed Walhalla saranno tra i protagonisti della terza edizione del Mister Folk Festival, questo l’evento Facebook per saperne di più: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Il nuovo disco Ragnarok è uscito un anno e mezzo dopo Thor e sei mesi dopo l’EP The Walls Of Asgard: dove trovi tutta questa ispirazione ed energia per realizzare gli album?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi dato questa possibilità, rispondere alle domande di Mister Folk è per me un grande onore e piacere. Partiamo dal presupposto che i Bloodshed Walhalla sono una one-man band e come tale ha solo una mente compositiva in azione. Questa mente lavora tutti i santi giorni e oltre ai doveri e piaceri quotidiani è sempre attiva per quanto riguarda il progetto Bloodshed Walhalla. Ogni giorno potrei scrivere una canzone e trovare il tempo necessario per pubblicarla nei canali necessari per permettere ai fan di capire sempre di più di che pasta siamo fatti. Di solito dopo la pubblicazione di un album – e in questo progetto ne sono stati pubblicati ben quattro – dato che non abbiamo altre necessità specialmente sul fronte live, inizio la stesura di nuovi inediti. La cosa mi risulta abbastanza semplice perché senza modestia un po’ ce l’ho nel cuore, e quando una cosa la senti tua in modo morboso tutto ti risulta facile. Ad oggi le cose però stanno cambiando significativamente perché i Bloodshed Walhalla sono scesi in campo per dire la propria anche sul fronte live, e credimi, quando inizi questo percorso tutto si complica maledettamente. Ma ormai ho preso questa decisione e per ora non torno indietro.

Ti rigiro la domanda: non credi che pubblicando tre dischi in un anno e mezzo non dai il tempo all’ascoltatore di “assorbire” la musica e di non valorizzare il lavoro svolto per realizzare ogni singolo album?

Se devo essere sincero questo è un aspetto curioso ed è un problema che non mi sono mai posto ed il motivo è molto semplice: quando ho iniziato l’avventura Bloodshed Walhalla mai mi sarei espettato di ricevere riscontri importanti dalla critica e dalla gente che ascolta viking metal. Evidentemente mi sbagliavo e forse qualcosa di buono l’ho fatto, e Ragnarok, che a mio avviso è un super album sfortunato, e poi ti spiego il perché, ne è la prova lampante. Ragnarok ha ricevuto super recensioni internazionali e non scherzo quando dico che sui miei canali mi scrive gente da tutto il mondo per congratularsi per il gran lavoro fatto. Ragnarok è uscito ad un anno esatto dalla pubblicazione di Thor che – anche se voi dite essere un grande album – per me è una merda al 90%. Odio questo album per la copertina che abbiamo proposto (non voluta da me), e sinceramente mi vergogno di proporlo al pubblico anche se il “guaio” è già fatto. Per questo motivo, che poi alla fine sono malintesi dovuti alla distanza nel collaborare su di un progetto, mi sono allontanato dalla casa discografica che mi ha rappresentato per tanto tempo e ho sentito la necessità di rimettermi in gioco il più velocemente possibile contattando altre etichette, e su questo sono stato veramente fortunato dato che sono stato contattato dalla romana Hellbones Records, che tanto crede nelle nostre capacità. Visto che Ragnarok era già sui miei file perché, come spigato prima, non riesco a stare fermo, non ho atteso più di tanto e Daniele (il boss dell’etichetta, ndMF) d’accordo con me, ha pubblicato il lavoro. I fan se ci vogliono bene – e ce ne vogliono – devono capire questa necessità e continuare a seguirci in maniera decisa ora ancora più di prima dato che ci stiamo proponendo anche su palchi importanti… per ora!!!

Già con Thor avevi dato prova di bravura nel realizzare canzoni dal minutaggio importante, ma con Ragnarok ti sei superato: sessantasei minuti di musica divisi in sole quattro canzoni! Come sono uscite fuori queste composizioni extra large e come ti sei reso conto che necessitavi di un grande minutaggio per portare a conclusione i brani?

Beh forse è il genere che lo richiede o perlomeno il mio genere, o per dirla tutta il genere intrapreso da alcuni artisti del settore. Penso che se vuoi raccontare qualcosa di importante hai bisogno per forza di cose di spazio e di tempo, non puoi parlare di qualcosa che per te è importante e sminuirla in breve con riassunti dei riassunti. Noi trattiamo di mitologia norrena e la mitologia norrena è vasta, IL RAGNAROK è vasto, non puoi spezzettarlo in breve, hai bisogno per forza di cose di esprimere concetti che non puoi tralasciare, noi poi ci abbiamo messo anche del nostro con una storia parallela che è raccontata nella nostra pagina ufficiale. Una sorta di concept album che è venuto fuori in maniera naturale, senza forzature, il lavoro è stato pensato e realizzato proprio come doveva essere. Ma questo viene da lontano. Dopo Legends Of A Viking e The Battle Will Never End (i primi due album, ndMF) sono stato non quasi accusato di aver emulato le musiche dei Bathory senza però sapere che quello era proprio il mio intento, e questo l’ho ammesso e spiegato tante volte. Già con Thor si è potuto costatare una tendenza nella costruzione delle song un po’ più elaborata, con un minutaggio di alcuni brani un po’ più lungo del normale. Ragnarokha confermato questa tendenza e l’ha accentuata maggiormente. Tendenza che diventerà realtà ancor di più nel prossimo lavoro dove chi ci ascolta dovrà sapere a priori che i Bloodshed Walhalla suonano e parlano musica in questa maniera e che possa piacere o no a me non interessa.

Leggendo i titoli delle canzoni e i testi appare chiaro il tuo legame con la mitologia scandinava; ti chiedo di raccontare di cosa parli nelle canzoni e se sono delle metafore per vivere l’oggi al meglio.

I quattro testi dell’album Ragnarok narrano la battaglia finale tra gli dèi e l’ordine del male e delle tenebre, dai primi segni alla distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Naturalmente, oltre alla leggenda conosciuta grazie alle fonti, abbiamo aggiunto del nostro inserendo una storia parallela totalmente creata in base agli eventi. Nello specifico, Il dio Baldr, figlio di Odino, dopo essere stato ucciso dall’inganno di Loki, viene accolto nel regno di Hel. La regina del male ascoltando i pianti disperati provenienti da tutto il creato e le suppliche del dio Odino affinché il figlio fosse liberato, decide di imprigionare il padre di tutto nelle sue celle e spedire il figlio Baldr nel mondo dei vivi rendendolo così mortale e privo di forze: Odino accetta queste condizioni. Eliminando Odino la regina invia i segni premonitori che poi scaturiranno il Ragnarok. Odino intanto entra nei sogni del figlio ormai mortale e incosciente di tutto quello che è accaduto e che accadrà e gli rivela i suoi progetti, facendogli consegnare la sua forza, il suo cavallo Sleipnir, la sua lancia e il suo elmo. Baldr così dovrà donare il suo cuore mortale alle valchirie, e dopo la sua seconda morte potrà entrare nella Valhalla e capire finalmente qual è la sua reale identità! Baldr così dovrà raggiungere il regno di Hel e con le sue abilità e le armi di Odino dovrà annientare la regina del male e il suo esercito per così liberare il padre dalle celle nere. Il Ragnarok con Odino e i suoi figli può avere inizio! Questo racconto non ha nulla a che vedere con la vita attuale e non ci sono metafore che possano collegare due mondi che sono ben distinti e separati.

Musicalmente hai apportato delle modifiche alla tua musica: sempre di viking metal bathoriano si tratta, ma è palese l’influenza dei Moonsorrow e trovo che il senso della melodia sia debitore ai Falkenbach più ispirati. Infine, per l’utilizzo delle orchestrazioni, penso si possa fare il nome dei Turisas di The Varangian Way. Questi nomi sono accostabili alla tua proposta musicale e in quale direzione ti stai dirigendo?

Alla fine questa è la musica che ascolto tutti i giorni e che per forza di cose influenza senza volere un processo di crescita personale in ambito compositivo. Ricordo che i Bloodshed Walhalla nascono come cover band dei Bathory e ripeto che di questo ne vado fiero, il mio desiderio è sempre quello di essere considerato l’erede di una realtà oramai scomparsa nel 2004 con la morte del maestro Quorthon. Proprio per il fatto che nelle nostre canzoni vogliamo raccontare e non frammentare, si è deciso di intricare notevolmente le opere aggiungendoci quanto più di fantasy possibile possa uscir fuori dagli strumenti e dai testi, e come dicevo in precedenza riteniamo che ci sia bisogno di spazio e tempo per poter esprimere al meglio il nostro potenziale. La strada è ancora lunga perché sono solo a fare tutto ciò e solamente quando i lavori sono pronti può capitare che ti accorgi di aver sbagliato a fare qualcosa, c’è ancora tantissimo da lavorare sotto alcuni punti di vista e con i piedi per terra e consapevole dei limiti evidenti si va avanti e non si torna indietro. I prossimi lavori proseguiranno questo percorso di crescita e sono sicuro che ne sentirete delle belle ancora per molto tempo. Le critiche non mi spaventano e se devo dirla tutta il 90% delle recensioni di Ragnarok ci dà ragione.

La grande novità del 2019 è sicuramente l’aver iniziato a suonare dal vivo. Cosa hai provato a stare sul palco a suonare le tue canzoni davanti al pubblico?

Ho una paura fottuta di sminuire tutto quello che di buono ho costruito in questi anni. Per suonare dal vivo ci vuole troppa esperienza, cosa che noi non abbiamo, ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. A volte mi chiedo se la decisione presa sia quella giusta e ancora oggi – anche se sono supportato da quattro stupendi ragazzi e musicisti – non ci sto ancora capendo un cazzo.

Cosa si deve aspettare uno spettatore dal concerto dei Bloodshed Walhalla?

Abbiamo esordito dal vivo all’Agglutination Roadshow 2019 che si è tenuto a Matera poche settimane fa, in pratica il fratellino dell’Agglutination, grandissimo festival internazionale che si tiene in estate nel cuore della mia terra, mica male come esordio! Qui ho notato qualcosa che mi ha fatto capire molto e che mi permette di rispondere alla tua domanda. Gli spettatori presenti hanno fatto casino quando c’era da far casino e hanno ascoltato incuriositi quando c’era da ascoltare attentamente cos’era proposto in quel momento. Quando i timidi ma determinati Bloodshed Walhalla sono saliti sul palco a mio avviso hanno incuriosito lo spettatore che ha ascoltato attentamente il lavoro di anni e anni di sacrifici, nello stesso tempo si è divertito come solo un metallaro sa fare quando è dentro la calca e in fine soddisfatto ha applaudito e apprezzato lo show proposto. Non si poteva chiedere di meglio.

La formazione live prevede ben tre chitarre: come mai una scelta così inconsueta? Come hai conosciuto e “arruolato” gli altri musicisti?

Bene, la risposta è semplice, io canto per i Bloodshed Walhalla ma fondamentalmente sono chitarrista e non mi saprei vedere sul palco senza chitarra, ma dovete capire che a volte chitarra e voce, specialmente nelle nostre canzoni, sono molto complicate da conciliare e quindi sono costretto a tralasciare particolari che in fase di registrazione abbiamo curato attentamente. Per questo mi limito alla ritmica e sporadicamente mi cimento in qualche assolo. Le parti che poi danno al brano la bellezza originale spetta agli altri due chitarristi che sanno bene come intrecciare le note e far rendere la canzone dal vivo come se la si ascolta sul cd. Il bassista e uno dei chitarristi sono miei fratelli di sangue e a loro devo tutto, il batterista e l’altro chitarrista sono dei ragazzi fantastici che abbiamo conosciuto e arruolato quando ci siamo divertiti nella parentesi come cover band degli Iron Maiden.

I Bloodshed Walhalla rimarranno sempre un tuo progetto personale o questa apertura verso i live potrebbe far diventare i Bloodshed Walhalla una vera e propria band?

I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band e come dicevo prima, musicalmente parlando devo capire ancora chi sono. Vorrei fare tantissime cose, ma la vita insegna che bisogna tenere sempre i piedi per terra e rispettare le priorità che ti sono state donate. Continuiamo così, giorno dopo giorno e vediamo quello che succede, magari ci capita qualcosa che ci indirizza verso la via giusta o magari no. Per ora i Bloodshed Walhalla sono questo, domani non si sa.

Conoscendoti immagino che da quando hai finito la composizione di Ragnarok avrai già pronte delle nuove canzoni, è così? Stai preparando un nuovo disco/EP?

Il disco che sto preparando è ancor più sconvolgente e avvincente di Ragnarok. Rimanete in contatto con noi e se ci saranno le possibilità nel 2020 lo scoprirete.

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo? Ci sono band “giovani” che ti trasmettono qualcosa e che ascolto con piacere?

Ascolto sempre la stessa roba da secoli. Ho una chiavetta usb sul mio stereo che trasmette sempre gli stessi album e non mi stanco mai di farlo. Le band sono pressappoco quelle che hai citato all’inizio dell’intervista con l’aggiunta degli Iron Maiden, Manowar, Helloween, Pink Floyd, Motorhead e altri classici. Però se ho l’occasione di ascoltare un po’ di underground lo faccio veramente con piacere!!!

Lo sai che ci sono delle persone che usano la parola “maestro” quando parlano di te? Cosa gli vuoi dire per concludere l’intervista?

Che i maestri sono altri, i maestri sono chi ha creato e chi ha insegnato qualcosa. Io ringrazio di cuore chi mi definisce in quel modo, ma posso solamente definirmi un umile discepolo di chi veramente ha ispirato le mie creazioni e la mia voglia di fare musica. Infine ringrazio solennemente Mister Folk per questa bellissima chiacchierata e invito tutti voi che avete letto queste righe di seguire tutti i suoi canali perché sono veramente interessanti, con articoli, recensioni e distro ben fatte, colme di band come la nostra che hanno veramente tanto bisogno di visibilità e supporto. Grazie Mister Folk e grazie a tutti voi, che le saette di Thor vi sconvolgano la vita in positivo! Hail Viking!

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Live report: Enslaved a Roma

ENSLAVED + NE OBLIVISCARIS + OCEANS OF SLUMBER

27 ottobre, Traffic Live Club, Roma

locandina

La notizia è principalmente una: gli Enslaved, dopo quasi venti anni, tornano a suonare a Roma. La cosa viene ricordata anche dalla band norvegese durante il concerto, con il frontman Grutle Kjellson che va a stringere la mano al vissuto metallaro accanto a me, unico superstite di quella storica data. Ma andiamo con ordine.

Primi a salire sul palco sono i texani Oceans Of Slumber, band capeggiata dalla brava cantante Cammie Gilbert: i brani del recente Winter (Century Media Records) sono gli ovvi protagonisti, un mix moderno di vari stili di metal – ottimo il drumming di Dobber Beverly – che tanto interesse sembra riscuotere tra i giovanissimi. Non a caso, le file dinanzi al palco sono in parte occupate da giovani sbarbati ragazzi ai primi concerti. La breve performance del combo di Houston, definito da molti come progressive metal (?!), convince gli scettici e avvicina i curiosi, un buon modo per iniziare la serata.

A meno di un anno dallo scorso show capitolino di spalla ai Cradle Of Filth, i Ne Obliviscaris tornano ancora più forti e con un numero di fan sempre maggiore. I cinque brani in scaletta confermano quel che si dice di loro: formazione potente e precisa, ricca d’influenze e in grado di reggere benissimo il palcoscenico. Se il goticone Marc Campbell, in arte Xenoir, non apre bocca se non per urlare al microfono, ci pensa il cantante/violinista Tim Charles (autore anche di un bel tuffo sul pubblico!), a sorridere e interagire con la platea, letteralmente rapita dalle note delle varie Of Petrichor Weaves Black Noise e And Plague Flowers The Kaleidoscope (entrambe estrapolate dal debutto Portal Of I risalente al 2012). Quel che è certo è che Ne Obliviscaris meritano un minutaggio più ampio e almeno un tour da co-headliner, magari dopo la pubblicazione del terzo album: i ragazzi australiani sono tra le migliori realtà del metal estremo, con un sound personale e con un’innata capacità di reggere il palco, cosa non da tutti.

Scaletta Ne Obliviscaris: 1. Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – 2. Of Petrichor Weaves Black Noise – 3. Painters Of The Tempest (Part II): Triptych Lux – 4. Pyrrhic – 5. And Plague Flowers The Kaleidoscope

Era il 17 dicembre 1997, il locale si chiamava “Frontiera”: da allora gli Enslaved non sono più scesi a Roma, ma grazie agli sforzi degli organizzatori la band norvegese torna finalmente a calcare un palcoscenico della capitale dopo ben diciannove interminabili anni. L’album da promuovere è l’ottimo In Times, ma ad aprire lo show ci pensa Roots Of The Mountain, brano tratto dal fenomenale RIITIIR. Atteggiamento e presenza sono quelli classici delle band scandinave vecchia scuola, anche se Grutle sorprende tutti con una grande loquacità (compresi un paio di “Forza Roma!”) e diversi siparietti con l’amico di una vita Ivar Bjørnson (“la prossima canzone è una cover del Banco Del Mutuo Soccorso, ah no, a Ivar non piacciono!”), un orso nei modi e nella presenza. La scaletta varia dal demo Yggdrasill del 1992 con la feroce Fenris all’ultimo cd con Building The Fire e la notevole One Thousand Years Of Rain dal riffing ipnotico, passando per le release di metà carriera (The Crossing, per esempio), accontentando davvero tutti. Tutti tranne me, “colpevole” di amare alla follia Eld, lavoro per l’occasione completamente ignorato nonostante le diverse richieste di suonare l’impegnativa – sedici minuti – 793 (Slaget om Lindisfarne) da parte di diversi intenditori presenti in sala. Tornando seri, sorprende in positivo la chiusura del bis affidata ad Allfáðr Oðinn, puro black/viking risalente al primissimo demo Nema del 1991, ma è chiara l’intenzione degli Enslaved di dare tutto al pubblico, non limitandosi solamente alla fase più recente della propria carriera.

Si accendono le luci e sono presi d’assalto gli stand del merchandise (o il bar, a seconda dei gusti), con le band al completo felici di parlare con il proprio pubblico, farsi immortalare in fotografie e autografare i dischi (molti vinili in giro, che bella cosa!). Gli Enslaved, invece, si sono a mala pena visti, ma come detto prima, la loro attitudine è diversa e sono persone estremamente riservate. Speriamo solamente non ci vogliano altri diciannove anni per ammirarli nuovamente in concerto a Roma. Come dicono gli ultimi versi della canzone Eld: “Vår lekam skal brennast ved Ragnarok – Våre sjeler bindast i Frost og Eld”, ovvero “La nostra carne brucerà al Ragnarok, le nostre anime si unireanno nel Gelo e nel Fuoco”.

Scaletta Enslaved: 1. Roots Of The Mountain – 2. Ruun – 3. The Watcher – 4. Building With Fire – 5. Ethica Odini – 6. Fenris – 7. The Crossing – 8. Ground – 9. One Thousand Years Of Rain – 10. Allfadr Odinn

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Intervista: Ulvedharr

Mister Folk ha già dato spazio ai promettenti Ulvedharr con la recensione del selvaggio Swords Of Midgard e in un paio di Novità Tricolori per news e anteprime (QUI per leggere il numero V, dove è presente un brano tratto dal prossimo cd); è giunta quindi l’ora dell’intervista. Passato, presente e futuro in attesa del nuovo disco Ragnarök.

Ulv1 Cosa state combinando in questi primi mesi del 2014?

Innanzi tutto, buongiorno! I primi mesi del 2014 sono iniziati a metà tra il frenetico e la calma piatta, diciamo che è un periodo difficile da descrivere perché tra l’ultimare gli ultimi pezzi che andranno a comporre il nuovo disco, e quindi i relativi preparativi, abbiamo dovuto spendere un sacco di tempo nell’organizzazione dello stesso, per non incappare come nel caso di Swords Of Midgard, a dover far tutto di fretta e concludere i lavori in una settimana soltanto. Questa volta ce la siamo presa più con calma, così che il prodotto finale possa risultare molto più omogeneo e di qualità sia a livello compositivo che a livello d’ascolto. Nel frattempo ci siamo concessi qualche live, tra i quali uno a Modena con i nostri compagni d’etichetta Artaius e Folk Metal Jacket ed uno al Colony con Furor Gallico e MaterDea, che si è rivelata una gran serata ricca di ospitate e festa, incarnando lo spirito di fratellanza che man mano si sta venendo a creare nella scena italiana nel campo del folk/viking, così come lo è stato per il thrash ed il death per molto tempo.

State componendo il nuovo disco e avete da poco pubblicato una parte una canzone inedita. È possibile avere qualche informazione in più? Per quando è prevista la pubblicazione?

Dunque, riguardo alla pubblicazione, sempre che non s’incappi in qualche imprevisto di una certa importanza, pensiamo in accordo con la label di far uscire il lavoro per fine settembre/inizio ottobre, così che i festival estivi siano ormai scemati e l’attenzione della stampa possa concentrarsi più verso le nuove uscite piuttosto che ai relativi live report che normalmente infestano magazine e webzine di settore nel periodo prettamente estivo, così da poterci ritagliare il nostro piccolo angolo nelle novità senza dover attendere troppo a lungo per l’uscita di recensioni e di conseguenza la diffusione sarà più immediata. Questo nuovo disco si presenterà in forma molto diversa dal nostro primo lavoro, è sicuramente più maturo e molto più lavorato, oramai nemmeno contiamo più le ore spese in sala prove ed in casa di fronte alle registrazioni per cercare il dettaglio, quel qualcosa che ti faccia rimanere impressa ogni canzone e che riesca a tener sempre alta l’attenzione sulla musica. Da parte nostra abbiamo che in questo caso la formazione è stabile ormai, quindi non abbiamo dovuto aver a che fare con continui cambi di line-up, e nel vecchio disco questa cosa ha influito perché ognuno dei nostri precedenti compagni di viaggio ha lasciato un po’ del suo in ogni canzone, ed il sostituto di conseguenza ha dovuto impararlo e riadattarlo in base alle proprie potenzialità ed il proprio estro. Stavolta invece si parte da una base solida ed ormai ben rodata, quindi anche le tempistiche di composizione si sono notevolmente accorciate. Sarà un disco incentrato, un concept (fatta eccezione per una canzone) e sarà più tirato, veloce ed a tratti anche più epico, resta il nostro marchio di fabbrica, ma a livello musicale crediamo di aver fatto un passo avanti ed il tutto risulterà di certo molto più vario, molto più scorrevole seppur ritmicamente appesantito soprattutto a livello di velocità. Durerà all’incirca sui quarantacinque minuti come “Swords“, ma quarantacinque minuti in cui non daremo tregua nemmeno per un secondo!

Ci saranno degli ospiti? Nomi?

Come nell’album precedente, anche stavolta avremo degli ospiti. inizialmente eravamo partiti con l’idea di cavalcare l’onda solamente sulle nostre gambe, ma alla fine abbiamo colto la palla al balzo quando si è presentata l’occasione. Memori delle numerose “divertite” sul palco con i nostri grandi amici Pagan (Furor Gallico), Lore (Folkstone) e Lisy (Evenoire), abbiamo pensato che almeno un ospite per una canzone anche stavolta ce lo potevamo permettere. Avendo preso in considerazione il panorama italico per il disco d’esordio, e puntando a questo giro ad allargare anche oltre confine il “verbo”, abbiamo chiuso un accordo con un ospite d’eccezione, nientemeno che Peteris Kvetovskis, voce dei nostri compagni di palco di quest’estate, gli Skyforger. L’accordo è preso, quindi salvo problemi dell’ultimo minuto, ci onorerà della sua presenza per la canzone The Serpent And The Wolf.

Avete un accordo con Nemeton Records, label che si sta specializzando sul metal tricolore. Cosa pensate della scena italiana? Quali sono le band che rispettate maggiormente?

La scena italiana, ci sarebbe moltissimo da dire, ma anche pochissimo al tempo stesso. Io (Ark) la reputo una scena strana in fondo. Sostanzialmente si può dire che questo paese è un vero e proprio pozzo di talenti, sono innumerevoli le band che meriterebbero un posto al di fuori dell’underground puro, ma è una scena che ha sempre sofferto molto, ed oggi soffre ancora della mentalità e dell’opportunismo. Chiaramente ritagliarsi il proprio posticino al sole non è cosa semplice, ma ormai è un mercato a cielo aperto in tutti i sensi. Si salta da un supporto molto presente e forte all’assenza totale di sostegno da parte della gente purtroppo, senza contare l’oceano di opportunisti che purtroppo vivono alle spalle di questo piccolo mondo interno, tra agenzie di booking malsane, etichette che solo a nominarle dovrebbe farti venire la malaria, è un oceano pesantemente inquinato. Questa gente vive sulle spalle dei gruppi emergenti, e si nutre dei loro sogni e del loro talento passando dapprima per il loro portafogli, ed oramai credo che quasi qualsiasi gruppo abbia smesso di contare le migliaia di euro svaniti nel nulla per ottenere qualcosa che da soli si otteneva in egual maniera. Dal canto nostro fino a poco tempo fa abbiamo sempre fatto tutto da noi, un passo alla volta e con fatica, sudore e dispendio di energie e denaro, suonando molto spesso per un panino e promuovendoci da noi. D’altro canto non si può pretendere di ottenere visibilità quando un agenzia ti propone concerti grossi sotto il pagamento di migliaia di euro quando all’estero, seppur costino anche li, la spesa sarebbe un terzo. Cerco di capire che fare booking non è affatto facile, e molti lo fanno con serietà e passione, ma spesso si tratta di fregature preconfezionate. Oggi abbiamo una nuova alba pare, con la Nemeton, e con il profondo impegno e dedizione che Matt Casciani ci sta mettendo per fornire un servizio vero e proprio alle band, dove se proprio devo pagare, almeno potrò ritenermi soddisfatto del risultato.
Riguardo alle band che più rispettiamo impossibile non citare i nostri compaesani Folkstone chiaramente, con cui abbiamo un forte legame ormai da anni, così come i Furor Gallico, ma di certo seppur conosciuti da minor tempo, il legame che si è venuto a creare non è certo da meno con gruppi quali i Vinterblot e gli ormai ex Draugr oggi rinati con gli Atavicus con cui abbiamo stretto davvero molto, senza dimenticare i Diabula Rasa e gruppi fuori genere (folk, essendo noi comunque di genere in qualche modo esterno) come i Riul Doamnei, Methedras, Irreverence o agli altri nostri compaesani Imago Mortis.

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foto di Claudio Romani

Ark collabora con Nemeton Records, di cosa si occupa esattamente?

Un vero e proprio ruolo non ce l’ho, è una collaborazione a tutto tondo, che passa dall’occuparmi del trovare date nella nostra zona d’origine, ma per lo più di valutazione del materiale che man mano vien recapitato all’etichetta, e a volte, in un modesto ruolo di scouting. Diciamo che faccio leva su una quasi decennale esperienza da recensore per dar una mia opinione sulla qualità musicale del materiale che ci viene proposto seppur le mie derivanze siano per lo più dal death/thrash/black, ma là dove c’è qualità, anche se fuori dalla propria cerchia di gusto, non si può non notarla.

Dal debutto Swords Of Midgard è passato più di un anno e su quel disco se ne sono sentite di tutti i colori. Siete soddisfatti di come stampa e pubblico hanno accolto il vostro lavoro? C’è qualcosa che vi ha colpito in positivo e in negativo?

Eh, qui ce ne sarebbe da dire! A livello di soddisfazione non possiamo esser che enormemente soddisfatti dalla risposta del pubblico, che sempre si è dimostrato molto partecipe e sembra apprezzare molto il nostro “sporco mestiere” live. Certo, ciò che facciamo è qualcosa di difficile da capire sul momento, un po’ perché facciamo qualcosa che in questo paese non ha mai veramente spopolato, e un po’ perché lo facciamo a modo nostro, e seppur si possa tentare di associarci a qualche gruppo nello specifico, s’incappa sempre nell’errore e nella discordia perché in un modo o nell’altro crediamo che ciò che facciamo, così come la facciamo, al momento possiamo con estrema umiltà vantarci di esser i “soli” ad aver sperimentato ed azzardato tanto. Qualcosa lo si può ricondurre ad album come Warrior degli Unleashed, ma credo nulla più, perché le influenze sono molteplici ed enormemente distanti tra loro, che saltano dal german thrash, allo swedish death fino a partiture che nessuno noterà mai ma che sono palesemente ispirate dagli Immortal (esempio: The Raven’s Flag). Abbiamo sempre cercato di dare uno stampo nostro a queste influenze pesanti che tanto (almeno noi) sentiamo nelle nostre canzoni, ma questa specie di unicità è un’arma a doppio taglio, e lo si può notare dall’abisso che separa la risposta della stampa estera da quella italica, qua dove molto raramente abbiamo sfiorato la sufficienza, all’estero abbiamo sempre ricevuto votazioni quasi al massimo con frasi che ancora oggi ci riempiono d’orgoglio, forse perché hanno un’apertura musicale differente, ma come “uno stampo unico”, “un genere tutto loro”, “una ventata di aria fresca in un mare di gruppi tutti uguali”. Ma come si suol dire, bene o male, l’importante è che se ne parli!

Sulla vostra pagina facebook ricordate il concerto al Fosch Fest come il più bello della vostra carriera. Immagino che vi sarà dispiaciuto sapere che il bellissimo festival bergamasco quest’anno non si farà…

C’è da dire che è un festival bergamasco, e noi da bergamaschi ne rimaniamo colpiti in maggior modo, anche perché è un festival che abbiamo visto nascere qui a pochi metri da casa, fin dai primi passi che ha fatto nel mondo della musica italiana, ritagliandosi man mano uno spazio enorme e diventato, a mio avviso, forse il festival di punta del genere metal in Italia, surclassando storici festival come il Gods Of Metal ed altri, perché al Fosch ti potevi sentire a casa, il Fosch non era solo un concerto, il Fosch era una festa, una festa in famiglia, e nessun altro finora ha potuto regalarci a noi popolo di grandi ascoltatori di musica, queste sensazioni. Sperando nel 2015, riteniamo che sia una realtà che deve sopravvivere a tutti i costi.

Detto del concerto più bello, quale altro vi ha dato particolare soddisfazione? Immagino che ci siano state anche situazioni buffe o strane… raccontate pure!

In realtà sono molti, nonostante i soli tre anni di attività del nostro gruppo, le occasioni di soddisfacenti non sono mai mancate, dal tour in compagnia di Blood Red Throne scorrazzando in giro per le città europee in piena notte a festeggiare senza tener conto che la mattina dopo si aveva da fare centinaia di km per raggiungere un altro stato, ma anche i nostrani come il Worst Fest in compagnia di Furor Gallico, Draugr e Vinterblot, tutta gente con cui siamo buoni amici e di certo non ci siamo fatti mancare di festeggiare prima, durante e post live.

Potendo scegliere, con quali gruppi vi piacerebbe girare l’Europa?

Sicuramente con i prima citati “gruppi amici”, sarebbe certamente un esperienza indimenticabile che arriverebbe ad infarcire i racconti da tour con tanti simpatici aneddoti. A livello internazionale, spaziando noi in un mondo musicale multigenere e non prettamente folkloristico, direi gruppi come Immortal, Grave ed Entombed, o gli Unleashed, gruppi insomma di quel calibro e con cui siamo (a livello musicale) particolarmente affini.

Quali sono, secondo voi, le caratteristiche che differenziano gli Ulvedharr dal resto della scena?

Nella sostanza direi il genere vero e proprio. È un tipo di sperimentazione che si può quasi definire nuovo nella scena, solo un attento ascoltatore può andare a trovare le piccole grandi influenze che ci caratterizzano, ed a volte si trovano molto agli antipodi. Spaziamo tra pesanti influenze Immortal, passando per Unleashed e Dissection, il tutto suonato a modo nostro, reinterpretato con il nostro “stampo”, il che rende il tutto in qualche modo sia più difficile da ingranare al primo ascolto, ma che garantisce a suo tempo una sorta di unicità che ci rende alquanto fieri. In qualche modo cerchiamo di raggiungere uno scopo, quando ascolti una nostra canzone ci devi riconoscere subito.

Siamo alla conclusione, a voi lo spazio per i saluti!

Prima di tutto salutiamo tutti colori che finora ci hanno sostenuto, spazio per Matt Casciani e alla Nemeton Records che sta credendo in noi e nel nostro progetto, agli amici delle band con cui abbiamo già condiviso il palco e con cui lo condivideremo presto, a Pagan Storm radio per l’attenzione e lo spazio che ci dedica ed infine a Mister Folk per questa intervista. Sì insomma, grazie a tutti!!!ulvedharr-2013-swordsofmidgard