Folkstone – Il Confine

Folkstone – Il Confine

2012 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lore: voce, cornamusa – Teo: cornamusa, bombarda, ghironda, cori – Roby: cornamusa, bombarda, cori – Andreas: cornamusa, bombarda, percussioni, cori – Maurizio: cornamusa, bombarda, cittern, flauti, cori – Silvia: arpa, percussioni – Federico: basso, cori – Edo: batteria, percussioni

Tracklist: 1. Il Confine – 2. Nebbie – 3. Omnia Fert Aetas – 4. Non Sarò Mai – 5. Luna – 6. Anomalus – 7. Storia Qualunque – 8. Frammenti – 9. Lontano Dal Niente – 10. Ombre Di Silenzio – 11. Simone Pianetti – 12. C’è Un Re (Nomadi cover) – 13. Grige Maree – 14. Vortici Oscuri (versione acustica)

Un fatto che deve far riflettere un po’ tutti, case discografiche in primis, è che negli anni 2010-2012 i migliori gruppi italiani appartenenti, con le dovute differenze stilistiche e artistiche, al panorama folk, si siano autoprodotti i dischi: oltre a Il Confine dei Folkstone è bene ricordare il bellicoso De Ferro Italico dei Draugr e l’omonimo debutto dei Furor Gallico (in seguito distribuito da Massacre Records). I bergamaschi, però, sono andati oltre, facendosi finanziare direttamente dai tantissimi fan. Una scelta sicuramente originale e per nulla rischiosa considerando la larga base di ammiratori sulla quale possono contare. È anche vero che in “cambio” della fiducia i Folkstone hanno dato loro il disco in anteprima rispetto alla data di uscita e una maglietta con i nomi di chi ha finanziato l’album. È questo, a parer mio, il punto focale de Il Confine e della filosofia dei Folkstone in generale: libertà, indipendenza, possibilità di fare quel che si vuole senza doverne discutere con nessun potere (casa discografica in questo caso), evitando spiegazioni e decidendo autonomamente il proprio futuro. Una libertà cara ai musicisti lombardi, da come si può capire dai testi delle canzoni, dai “discorsi” sempre molto diretti di Lore sul palco, e anche dalla decisione di autoprodursi Il Confine.

Di fatto il disco in esame è diverso dai precedenti Folkstone e Damnati Ad Metalla, suonando più oscuro, intimo, ribelle nel voler andare oltre quello che la gente abitualmente si aspetta dai Folkstone. Non uno strappo netto, in quanto sono comunque presenti canzoni divertenti e ballabili, così come alcuni pezzi hanno dimostrato di rendere alla grande in concerto, riuscendo – come al solito – a coinvolgere anche il ragazzo più timido o impacciato: impossibile restare fermi a braccia conserte durante le varie Omnia Fert Aetas e Non Sarò Mai.

Sicuramente, però, alcune cose sono cambiate, inutile negarlo. I testi sono più profondi – fermo restando una certa semplicità nel linguaggio utilizzato –, a volte anche inaspettatamente delicati e dolci, o “romantici” nell’accezione tedesca del termine. In pratica mancano gli inni al bere e al fare confusione, frasi del tipo “è un delirio alcolico, fumose nebbie avanzano, gente balla e dorme sui banconi appiccicati!” non sono presenti, e neanche le atmosfere realmente festose, se è per questo.

Il Confine si apre con due brani lineari e “classici” del repertorio Folkstone: la titletrack e Nebbie. La prima è un mid-tempo piuttosto lunga di durata per gli standard del gruppo, spoglia di ornamenti folk, dove le cornamuse entrano in scena solamente nel ritornello. Un inizio diverso dal solito – sicuramente apprezzabile -, chiaro segnale che qualcosa nella band è cambiato. Nebbie è più “classica”, ritmata e movimentata fin dalle prime note, buona soprattutto per i concerti. Le sorprese continuano con l’ottima Omnia Fert Aetas: musicalmente ci troviamo dinanzi a una composizione particolare, introdotta da percussioni e voci che narrano del passare del tempo, probabilmente autobiografica quando vengono citati raminghi e artisti. Un brano con le chitarre ai minimi storici, elegante e delicato, dannatamente efficace, che può ricordare nelle atmosfere certe cose dei primi In Extremo pur sbandierando il forte marchio Folkstone. Il singolo de Il Confine è sicuramente Non Sarò Mai, la canzone che a breve sentiremo cantare da tutti nei concerti, tanto è immediata e ballabile. Nel testo di Lore viene trattato il tema della libertà, sicuramente con concetti semplici, ma proprio per questo diretti e in grado di cogliere nel segno fin da subito. Non Sarò Mai è il brano che un po’ tutti si aspettano dai Folkstone e durante il quale la band dimostra di centrare il bersaglio ogni volta. L’iniziale arpa introduce un brano di grande effetto: Luna è una semi ballad romantica e delicata, cantata in dialetto bergamasco per un risultato molto bello e musicale. La seconda parte della composizione è più potente pur non perdendo nulla dell’atmosfera soave dei primi minuti, con la chitarra in distorsione, cornamuse e doppia cassa che rendono Luna ancor più intrigante. Con Anomalus si torna alle atmosfere medievali di Sgangogatt: tre minuti di cornamuse, percussioni e ritmi incalzanti, un ottimo modo per ricordare che i Folkstone sono dei burloni chiassosi. La successiva Storia Qualunque presenta un bel testo di Roby (i suoi, a mio parere, sono i più profondi e piacevoli da leggere), mentre nella musica non si va oltre a quattro minuti di buon mestiere. Frammenti risalta per lo stacco di cornamuse a metà brano di ottima fattura (la scuola tedesca del folk rock qui si sente…), così come molto bello è il ritornello, ripetuto molte volte nel finale. Tempi celeri per Lontano Dal Niente, dove nelle strofe è possibile ascoltare un riffing piuttosto inusuale per i Folkstone, in quanto riprende qualcosa dei vecchi Rammstein ma, detto questo, il brano presenta pochi spunti interessanti se non una chitarra più presente del solito, pur rimanendo comodamente al di sopra dell’asticella della sufficienza. Ombre Di Silenzio è introdotta dall’arpa di Silvia in maniera delicata con Lore che, con il suo tipico timbro virile, canta un testo malinconico di nostalgia. Semplicemente stupendo il momento in cui le cornamuse di Andreas, Roby, Teo e Maurizio entrano in scena, dando al brano un tocco di deliziosa tristezza. Anche in questo caso i Folkstone hanno voluto creare qualcosa di diverso, realizzando una canzone struggente, perfettamente riuscita tra l’altro. Simone Pianetti è un pezzo dedicato al famoso brigante bergamasco (veramente affascinante la sua storia!) che, in nome della giustizia, in una sola mattina, uccise sette persone ree di avergli rovinato la vita a suon di malelingue, per poi scomparire misteriosamente sulle alte montagne della zona. La canzone è una delle migliori de Il Confine, dove sono presenti delle melodie piuttosto insolite di cornamusa che ben si amalgamano con il riffing semplice di Mattia Pavanello (chitarrista che ha registrato il disco, ma che non fa parte della formazione dell’epoca) e al drumming del potente Edo, motore instancabile della macchina Folkstone. Nella seconda parte di Simone Pianetti è possibile ascoltare ritmiche inedite, potenti e massicce, dove gli stop’n’go della chitarra e la delicatezza dell’arpa creano un sound riuscitissimo e unico. C’è Un Re è la riuscita cover dei Nomadi: il nuovo arrangiamento, il testo e l’atmosfera della lirica ben si inseriscono nel contesto dell’album. Chiude ufficialmente il cd Grige Maree, interessante nella parte conclusiva quando la canzone si fa più melodica e malinconica. Come traccia nascosta e non indicata nella tracklist c’è Vortici Oscuri in versione acustica.

Le atmosfere e le musiche contenute all’interno de Il Confine sono, come detto più volte, in parte nuove per i vecchi standard del il gruppo, mentre fa un certo effetto constatare che la chitarra (in questo album spesso fondamentale nell’impostare ritmicamente i brani) ha preso il sopravvento sugli strumenti folk, qui meno vistosi che in passato, pur rimanendo di fatto la spina dorsale delle varie composizioni. L’album scorre veramente bene, con l’unico neo di contenere un paio di canzoni non di primo livello ma che comunque non rovinano un lavoro maturo e molto intenso.

Il Confine suona in maniera superlativa: registrato e mixato da Yonatan (anche produttore esecutivo) in Svezia presso il Bohus Sound Studio di Götheborg (ma arpa, ghironda e cittern sono stati registrati al Solid Groove Studio di Bergamo), il disco è il più potente nella storia dei Folkstone. La chitarra è grossa, piena e posta in prima linea dal missaggio finale; la batteria di Edo Sala è probabilmente lo strumento che compie il maggior passo in avanti rispetto al passato grazie a una cura certosina nei suoni. La cassa e il rullante (ma anche i vari tom e piatti) non hanno nulla da invidiare ai maggiori act europei, per un risultato davvero eccellente.

L’artwork del booklet di sedici pagine è opera di Jacopo Berlendis e Sarah Inverno e, come al solito, è un bel libricino da guardare dalle tinte autunnali. Presenti tutte le informazioni del caso e i testi (Luna ha anche la traduzione in italiano); la copertina nasce sempre dalla mano di Berlendis, presenza fissa nei lavori dei Folkstone avendo curato ogni front cover fin dal primo demo della band.

Il Confine, terzo disco dei guerrieri orobici se si esclude il particolare Sgangogatt, mantiene diversi punti di contatto con i precedenti lavori, pur mostrando una crescita artistica e una certa voglia di evolversi e maturare sotto molteplici punti di vista. Se inizialmente la cupezza dei brani spiazza l’ascoltatore abituato alle varie In Taberna, Un’Altra Volta Ancora, Alza Il Corno e Briganti Di Montagna, con il susseguirsi degli ascolti si riesce ad entrare nella “nuova” visione del gruppo, rimanendo affascinati dalle sfumature dei singoli brani, ora più ricercati e delicati che mai.

Nel nuovo lavoro i musicisti bergamaschi invertono il trend, suonando più “stone” che “folk”: una scelta forse coraggiosa, ma che ha reso Il Confine un disco imperdibile e dato i suoi frutti a lungo termine negli anni successivi.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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