Intervista: Evendim

Dopo anni di prove e concerti, demo ed EP, gli Evendim arrivano al debutto con From Dusk Till Dawn, lavoro autoprodotto che mostra tutte le capacità della formazione toscana. Intanto, tra l’intervista che state per leggere e la pubblicazione dell’articolo, un doppio abbandono ha mosso le acque in casa Evendim: il cantante e il tastierista hanno lasciato la band per motivi personali. Questo però non fermerà il gruppo, intenzionato ad andare avanti per la propria strada.

Il vostro From Dusk Till Dawn è arrivato senza proclami o pubblicità varie, come mai questa decisione di lavorare nell’ombra?

Non è stata una decisione voluta ma è successo a causa di vari ritardi e problematiche che abbiamo dovuto affrontare, l’album è stato registrato tra il maggio e luglio 2017 e purtroppo ultimato (copertine, stampe ecc…) solo nel luglio 2018, nel frattempo avevamo inviato alcune mail con la demo a etichette e agenzie, però le risposte tardavano ad arrivare, una volta giunti vicino al nostro release party ci siamo resi conto che dovevamo fare da soli e di conseguenza la pubblicità è stata poca, mettiamoci anche un po’ di inesperienza e scelte sbagliate e tutto ciò a portato a stare nell’ombra.

Le canzoni che compongono l’album suonano più massicce e pesanti rispetto a quelle dei vecchi lavori. Senza cambiare molto siete riusciti comunque a rendere più pesanti i brani rispettando completamente la vostra anima musicale. Siete d’accordo con me e come avete lavorato in questo senso?

Ci trovi d’accordo con te! Le canzoni che compongono l’album sono alcune tra le tante che abbiamo scritto in dieci anni di attività Evendim, una volta scelte ci siamo concentrati su di esse cercando di rimuovere le parti che funzionavano meno e modificare al meglio le parti buone. Abbiamo rafforzato le melodie e i cori aggiungendo anche la voce femminile (quella di Fabiana) dando un risalto migliore ad alcune parti che si fondono con la voce principale, inoltre volevamo un sound più univoco e aggressivo, quindi abbiamo raddoppiato le due chitarre per dargli più enfasi. Comunque alla fine tutto il lavoro è venuto fuori molto spontaneamente senza dover stare a cambiare tante parti.

Trovo il disco piuttosto vario: ci sono brani allegri e altri più pesanti, alcuni hanno una struttura particolare mentre altri filano diretti e semplici. Era vostra intenzione realizzare un disco fresco e così particolare?

La particolarità che abbiamo come gruppo è che ognuno di noi ascolta musica differente, questo ci permette di poter realizzare canzoni con influenze diverse, passando da ballad “malinconiche” a pezzi “da osteria” più allegri, fino ad riversarsi anche nel power, è un nostro punto di forza. Alcune canzoni sono state volute per renderle più dirette e semplici, altre invece sono nate senza doversi soffermare sulle strutture. In questo disco abbiamo messo la nostra prima esperienza maturata in questi anni e se questo lo ha reso fresco e particolare ci fa molto felici.

Mi vorrei soffermare su Twilight Of The Bard, una canzone diversa da tutte le altre e che nelle recensione ho definito come “costruita come una colonna sonora”. Di cosa parla il testo e come è nata la canzone?

La canzone è stata scritta da Petr tra il 2006 e 2007 (poi modificata nel tempo più volte), cercava di inglobare in essa un misto di sound tra Iron Maiden, Blind Guardian e Manowar, più che colonna sonora era stata pensata come una canzone divisa in due parti, una parte ballad e l’altra più folk. Il testo è stato applicato successivamente (anche questo modificato negl’anni dai vari cantanti avuti), esso parla di questo vecchio e stanco bardo che decide di andare a morire nella foresta, mentre pensa alla sua vita passata, per poi risorgere all’indomani in una nuova vita.

Il disco è un autoprodotto. Vi chiedo se la scelta è stata fatta per un motivo prettamente tecnico/filosofico (libertà, tempistiche ecc.) o perché non soddisfatti delle proposte ricevute.

Entrambi i casi; prima di entrare in studio abbiamo provveduto ad inviare delle demo, ma le risposte non arrivavano e l’unica avuta non era soddisfacente, oltre a questo alcuni di noi avevano  problemi lavorativi, quindi la decisione è caduta sul fare da soli, con i nostri tempi senza pressioni, così almeno potevamo concentraci al meglio sul lavoro che volevamo ottenere. Speriamo però di riuscire a trovare un’etichetta che ci aiuti nella distribuzione e promozione dell’album che è un po’ anche la direzione che volevamo prendere in partenza.

Ha senso, secondo voi, affidarsi a un’etichetta quando con il duro lavoro si può fare tutto da soli?

Dipende dalla direzione e dagli obbiettivi che la band vuole raggiungere, purtroppo bisogna confrontarsi con la realtà, noi tutti lavoriamo e alcuni di noi hanno già una famiglia quindi il tempo a disposizione è poco, cerchiamo di fare il massimo da soli ma non è semplice farsi notare fuori dall’Underground, se invece hai un’etichetta, probabilmente lavorando bene con l’aiuto in più, potresti riuscire ad ottenere risultati migliori che ti permettono di lanciarti in un mercato più ampio.

Cosa è cambiato nel mondo degli Evendim da Old Boozer’s Tales, il vostro precedente cd?

Siamo maturati sia come persone sia come musicisti, padroneggiamo meglio le scelte e le direzioni da prendere, siamo più collaborativi sulle composizioni di ognuno e abbiamo migliorato il nostro sound. Old Boozer’s Tales è stata ufficialmente la prima prova “seria” in uno studio, siamo entrati senza preoccuparci di come sarebbe venuto fuori il lavoro, invece con From Dusk Till Dawn sapevamo in quale direzione andare, rappresenta una nuova evoluzione della band, avevamo una visione più chiara, otre a ciò c’è anche una diversa formazione.

A luglio avete suonato sul palco del prestigioso Metaldays. Sono molto curioso di sapere come vi siete trovati, qual è stata la reazione del pubblico e cosa vi ha insegnato un’esperienza del genere.

Il Metaldays è stato un piccolo sogno divenuto realtà, un‘esperienza fantastica, ci siamo veramente divertiti, siamo entrati in contatto con alcune band emergenti che suonavano li come noi, con alcuni di loro ci trovavamo a sbronzarci durante le serate. È stato bello vedere quasi tutte le band (sia underground che non), suonare al festival, conoscere gente, interagire di vari argomenti, comprare un sacco di CD introvabili. La reazione del pubblico è stata fantastica, vedevamo le persone divertirsi a pogare e cantare su alcune nostre canzoni, a fine concerto venivano li da noi per conoscerci di persona, a chiedere autografi e il cd fisico. L’esperienza ci ha insegnato una cosa fondamentale, che abbiamo ancora tanto da imparare, fuori, specialmente nell’underground, esistono gruppi pazzeschi i quali possono tranquillamente competere con i grandi.

A livello organizzativo, come vi siete trovati al Metaldays? Avendo suonato anche in festival italiani, avete trovato delle grosse differenze?

Al Metaldays l’organizzazione è sorprendente, è stato tutto abbastanza semplice, quando eravamo sul nostro palco siamo stati seguiti come si deve dai fonici, ci hanno dato anche la possibilità di fare un soundcheck (cosa che spesso non succede e se si è fortunati si fa un line-check), inoltre avevamo un bus che trasportava la nostra strumentazione. Le differenze che abbiamo notato ci sono state come ad esempio, invece dei soliti token l’idea della tessera che puoi ricaricare nei vari stand è migliore (questo metodo lo abbiamo trovato solo al Fosch Fest), la grandezza del festival nonché la bellissima location, un altro aspetto è la pulizia dello sporco, raramente trovavi oggetti (bicchieri, sigarette ecc.) buttati per terra, era sempre tutto ben pulito, inoltre c’era una grande quantità di stand per comprare musica per tutti tipi di rock e metal, maglie e tantissimi oggetti vari, anche prodotti da sexy shop!!! Quello che ci ha colpito di più è la partecipazione e l’accoglienza delle persone alle esibizioni dei vari gruppi underground e i poghi che ne derivavano.

Da esterno ho notato che per qualche motivo siete un po’ fuori dal giro “underground noto”, la cosa mi dispiace perché siete in gamba e meritate di suonare più spesso. Credete che questo magari dipenda dalla vostra provenienza o che ci sia qualche altro fattore? Oppure è solo una mia sensazione e voi non la vedete così?

Sicuramente la provenienza gioca un po’ a sfavore, purtroppo il folk metal da noi non è ancora ben percepito rispetto ad altri generi, rimane sempre un po’ nell’ombra, oltre al fatto che ci sono pochissimi locali che danno la possibilità a gruppi underground di esibirsi. Negli anni abbiamo avuto diverse soddisfazioni come ad esempio suonare due volte al Sinistro Fest, all’Hard Rock Cafè di Firenze per la presentazione del tuo libro Tolkien Rocks. Viaggio nella Terra di Mezzo insieme a Luca Garrò, al Fosch Fest, al Fuck You We Rock, al Metaldays, siamo riusciti ad accostare gruppi del calibro come gli Elvenking, Furor Gallico e tanti altri ma è anche vero che il nostro impegno non è al massimo, purtroppo la realtà non ci permette di poter seguire solamente la band a tempo pieno.

Qual è il sogno nel cassetto degli Evendim?

Diventare famosi e vivere lavorando di sola musica ahahah!!! Scherziamo, siamo realisti: ci piacerebbe riuscire a fare dei piccoli tour suonando anche in bei festival sia in Italia che all’estero, riuscire a trovare un’etichetta con un buon contratto, ma il sogno sarebbe quello di riuscire ad entrare al meglio nei cuori dei fans con la nostra musica e lasciare  loro qualcosa di positivo.

Ragazzi, vi ringrazio per l’amicizia che da sempre mi mostrate e vi auguro che il nuovo lavoro vi possa portare a un livello di notorietà superiore. Siamo ai saluti!

Grazie a te per il sostegno, grazie ai lettori di Mister Folk e un grandissimo grazie alle persone che ci supportano in questo viaggio.

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Æxylium – Tales From This Land

Æxylium – Tales From This Land

2018 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Roberto Cuoghi: chitarra, banjo, cornamusa – Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Gabriele Guarino: flauto – Federico Bonoldi: violino – Stefano Colombo: tastiera

Tracklist: 1. Prelude To A Journey – 2. Black Flag – 3. Into The Jaws Of Fenrir – 4. Aexylium – 5. My Favourite Nightmare – 6. Banshee – 7. Tales From Nowhere – 8. Revive The Village – 9. The Blind Crow – 10. Judas’ Revenge – 11. Radagast

Nel 2016 esordirono con l’EP The Blind Crow e a due anni di distanza gli Æxylium tornano sul mercato con il full-length Tales From This Land marcato dalla storica etichetta italiana Underground Symphony. Tra i due lavori sono passati solo ventitré mesi, ma sembrano molti di più considerando i progressi compiuti dalla band di Varese. Non che le premesse mancassero: The Blind Crow è un dischetto composto da tre buonissime canzoni che non a caso sono state ri-registrate e inserite in Tales From This Land, ma non era per niente scontato riuscire in poco tempo a realizzare un disco in grado di ben figurare vicino a cd di formazioni dal blasone internazionale.

La prima cosa che si nota è la qualità audio, molto buona. Tales From This Land è stato registrato vicino Milano al Twilight Studio da Davide Tavecchia (che nel campo del folk metal ha già lavorato a Behind The Front Page degli Atlas Pain), con il mastering affidato a un vero guru del settore, ovvero Simone Mularoni (Elvenking, Necrodeath, Labÿrinth, Wind Rose di Stonehymn ecc.). Altro punto a favore immediatamente riconoscibile del cd è l’impatto della grafica: Pierre-Alain Durand di 3mmi Design ha realizzato copertina e booklet con grande cura, in particolare il libretto di dodici pagine presenta diverse illustrazioni che variano a seconda degli argomenti dei testi fedelmente riportati. La confezione, infine, è un digipak dai colori molto accesi, in contrasto con quelli più soft del booklet.

Tanta attenzione e cura, però, sarebbero inutili se la musica contenuta nel disco non fosse all’altezza della situazione. I quarantadue minuti di Tales From This Land sono invece di notevole qualità, le dieci canzoni (più intro) si lasciano ascoltare con grande piacere e non sono presenti riempitivi al fine di allungare il minutaggio. Quello degli Æxylium è un folk metal roccioso ma che non sconfina nell’estremo, ricco di melodie di flauto, violino e banjo con un tocco di cornamusa, ma che vede la chitarra sempre al centro dell’azione. La tastiera di Stefano Colombo è preziosa nei suoi interventi senza mai essere invadente e in generale regna un grande equilibrio tra gli strumenti, così come tra le parti più irruenti e quelle più melodiche e soft. L’unico aspetto che non convince appieno è il cantato growl che ogni tanto fa capolino tra le tracce di Tales From This Land e che è protagonista nella tirata Banshee.

Dopo l’intro Prelude To A Journey tocca alla movimentata Black Flag aprire le danze nel migliore dei modi: riff gagliardi e melodie immediate sono aspetti fondamentali del brano che è impreziosito da un assolo di chitarra, fatto piuttosto raro in questo genere. Il ritornello di Into The Jaws Of Fenrir è una forza della natura, senza nulla togliere agli strumenti folk e alle buone accelerazioni di batteria, mentre con la seguente Æxylium viene raccontata la storia del nome:

Some ancient manuscript found a long time ago
Tells of an old place, named “Aexylium”
Prisoners and murderers accused of fearful crimes
Were judged and locked up, their life was no more as before
They were rotten to the core
Blinded and torured by guards, forsaken by hope

La canzone è molto piacevole all’ascolto, vicina agli Elvenking più ispirati, vuoi per le linee vocali, vuoi per la struttura musicale. Sia chiaro che non si sta parlando di una band clone, tutt’altro: gli Æxylium suonano già personali nonostante i pochi anni di attività, per di più fanno largo uso di strumenti popolari e le composizioni non risentono di altre influenze. L’ascolto prosegue con My Favourite Nightmare, pezzo caratterizzato dalla presenza in prima linea del flauto di Gabriele Guarino e di un guitar work tendente “al moderno” durante le strofe. I ritmi si fanno serrati in Banshee, il brano più aggressivo del cd ma introdotto da belle melodie durante il primo minuto della canzone:

Messanger of death
Omen of an end that soon will come
You can hear her wail
Suffocating auspice of your demise

La titletrack, con 4:46 di durata, è la composizione più lunga del platter insieme a Judas Revenge e contiene tutti gli ingredienti che rendono Tales From This Land un piatto riuscito: melodie piacevoli e ritornelli azzeccati ben “studiati” nella fase di composizione che ha chiaramente dato i frutti sperati. La cornamusa introduce l’allegra Revive The Village, ovvero il racconto del fine settimana a suon di birra, donne e combattimenti, come la migliore tradizione folk metal richiede. L’ottima The Blind Crow (presente nel demo di debutto) suona nella nuova veste ancora più convincente ed è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti degli Æxylium. Judas Revenge e Radagast chiudono in maniera brillante Tales From This Land: il primo è il classico brano folk metal dal piglio allegro e frizzante, ricco di melodie, mentre il secondo vede protagonista l’istari di tolkieniana memoria, una tematica che in questo genere sta sempre bene. Il testo traccia il personaggio, tra amore per la natura e l’erba pipa, in un contesto folk metal tradizionale.

Il matrimonio tra Æxylium e Underground Symphony è partito con il piede giusto, il disco è bello da ascoltare e la veste grafica di prim’ordine. Tales From This Land non teme la concorrenza estera e mostra, insieme a una manciata di cd usciti negli ultimi mesi, quanto la scena folk metal italiana stia facendo bene e possa ancora crescere in numero e in qualità.

Intervista: Shine Of Menelvagor

La magistrale penna del Professore J.R.R. Tolkien ha fatto un’altra vittima nel mondo musicale. Si tratta di Luigi Andrea Scopece, cantante e polistrumentista foggiano che ha dato vita al progetto Shine Of Menelvagor, riuscendo a pubblicare di recente il debutto Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau per This Winter Will Last Forever Records. Tra l’estro di Burzum e l’oscurità di Nortt, passando per la capacità di creare visioni senza ricorrere ai suoni distorti come per i Wongraven, Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau è un lavoro dannato e sconsolante, un labirinto senza via d’uscita, a tratti perfido. Drone/depressive black metal di qualità, suonato con il sincero desiderio di esplorare quel lato dell’uomo meno in vista, più intimo e spesso temuto. Ad arricchire un lavoro già buono ci pensano i testi, la maggior parte dei quali tolkieniani, un vero punto di forza dato il modo in cui vengono trattati i temi.

Shine Of Menelvagor è un progetto forse ambizioso ma sicuramente ben riuscito, lascio quindi la parola alla mente di tutto ciò, Luigi Andrea Scopece. 

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Da dove nasce il tuo interesse per Tolkien? E perché hai deciso di dare vita a un progetto come Shine Of Menelvagor?

Un primo interesse per Tolkien e per le sue opere nasce già in età adolescenziale. Mi ritrovai nella biblioteca della scuola a prendere in prestito una copia de Il Signore degli Anelli, di cui avevo tanto sentito parlare anche per via del primo film, che proprio in quei giorni usciva nei cinema. Tuttavia, forse per la giovane età, seppur fortemente attratto dall’opera, non sono riuscito ad apprezzarla come dovuto. Successivamente, fondendo gli interessi musicali a quelli letterari, mi sono riavvicinato a Tolkien attorno agli inizi della carriera universitaria, ed ho potuto comprendere appieno la grandezza delle sue opere, anche quelle meno note. Sulla scia delle varie band metal Tolkien-inspired, anch’io ho voluto dedicare un mio progetto musicale a questo grande autore, dando vita, nel 2012, a Shine Of Menelvagor, dove Menelvagor è lo Spadaccino del cielo, una costellazione riconducibile alla figura di Túrin Turambar. Nonostante il progetto sia nato nel 2012, sono riuscito a registrare alcuni dei brani composti solo nel settembre 2016.

Musicalmente siamo dinanzi a un drone/doom apocalittico e asfissiante: perché la scelta di queste sonorità?

Nella loro forma originaria, i brani erano più che altro riconducibili al black metal canonico, molto più veloci. Poi nel tempo ho apportato molte modifiche, più o meno consapevoli, che mi hanno portato a rallentare i brani ed a dar loro una matrice più atmosferica e, come tu stesso hai sottolineato, asfissiante. Personalmente, seppur appassionato frequentatore di concerti, ho sempre preferito l’ascolto in solitudine della musica, ed ho quindi voluto creare qualcosa che possa essere compreso ed apprezzato appieno solo in totale isolamento.

Le lunghe parti strumentali sono opprimenti tanto quanto quelle cantate. Hai voluto esplorare il lato evil di Tolkien e dell’heavy metal?

Di certo il mondo tolkieniano, specie nelle sue opere principali, è avvolto da un’aura di malvagità e oscurità che ben si adatta, a mio parere, ad essere traslato in musica tramite generi estremi come il black o il funeral doom metal. Certo, non è una conditio sine qua non (abbiamo i Blind Guardian e svariate band happy power metal che narrano le storie della Terra di Mezzo in maniera tutt’altro che opprimente), ma in questo caso, anche per via delle liriche associate alla musica, un genere così smaccatamente “heavy” (ma non evil) mi pare più che adeguato.

Puoi parlare dei singoli testi e del loro significato?

Devo premettere che non tutte le liriche sono tolkieniane al 100%. Infatti, un’altra tematica è quella dell’eremitismo e della solitudine, affrontata, com’è facile ipotizzare, nel secondo brano, title-track dell’album, Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau. In particolare l’ispirazione per quel particolare brano (a livello lirico, non musicale), deriva dall’ascolto dell’album del 2012 di Ihsahn intitolato, appunto, Eremita, e in particolare del bellissimo brano Something Out There. Il terzo brano dell’album, Perceptions By The Keeper Of An Ancient Wisdom, è dedicato alla figura di Gandalf, che ho voluto “utilizzare” metaforicamente per omaggiare i nostri padri e nonni e la “saggezza” che sono ancora in grado di portare in quest’epoca moderna. Il quarto brano, The Forest Dwellers Slowly March non è caratterizzato da metafore o interpretazioni peculiari: è bensì un brano completamente fantasy e tolkieniano: i più esperti e appassionati non potranno non pensare fin da subito, leggendo il titolo del brano, agli Ent, in conflitto con Saruman, e alla loro lenta marcia verso Isengard. Il quinto brano, Thoughts Of Ungoliant, è nuovamente metaforico. Si utilizza la figura di Ungoliant, serva di Melkor ne Il Silmarillion, per affrontare la tematica della schiavitù e dell’oppressione psicologica, e della pazzia che ne può derivare. Per quanto riguarda invece il primo brano Surrounding Whispers At The Helm’s Deep, e il sesto e ultimo Beyond The Sleeping Valley, si tratta di intro ed outro strumentali, la prima ispirata alla nota battaglia al Fosso di Helm, mentre la seconda semplicemente fantasy-oriented, ma non necessariamente connessa all’universo tolkieniano.

La voce è qualcosa di estremamente brutale e oscura: è forse la voce del male assoluto, di Sauron?

In ambito musicale, e metal in particolare, quasi tutti coloro i quali si sono lasciati ispirare dalle opere di Tolkien, e da Il Signore degli Anelli in particolare, sono rimasti affascinati dal maligno e dall’oscurità che circonda la Terra di Mezzo (è raro trovare liriche narranti la fiabesca e giuliva vita della Contea e simili). Tuttavia, come è facile capire dalla precedente spiegazione delle liriche, non è il male, o Sauron, ad essere protagonista, ne tanto meno la voce narrante. Si tratta semplicemente di vocals opprimenti, in linea con gli stilemi del genere musicale proposto.

Quali sono i tuoi punti di riferimento a livello musicale?

Per quanto riguarda prettamente il progetto Shine Of Menelvagor, i punti di riferimento sono state le opere di Burzum, di Nortt, dei Mournful Congregation, degli Evoken, dei Rigor Sardonicous e centinaia di altri. Per quanto riguarda invece i miei gusti musicali personali al di fuori del progetto, apprezzo praticamente tutto ciò che orbiti attorno all’universo metal, dal symphonic epic power, al goregrind, al raw black metal più raffazzonato ed inascoltabile. Ovviamente anche la musica ambient e dungeon synth ricoprono un ruolo di rilievo nei miei ascolti. Apprezzo poi anche musica totalmente al di fuori del metal, come James Taylor, Spandau Ballet, Eagles e America, giusto per menzionarne alcuni.

Ci sono gruppi che apprezzi particolarmente tra quelli che ruotano intorno al mondo creato da Tolkien?

Difficile per me trovare band non apprezzabili! Ad ogni modo, il mio personale “gotha tolkieniano” è composto dagli imprescindibili Blind Guardian e Summoning, nonché dai sottovalutati Hithlum, Moongates Guardian, Lugburz, Rivendell, Battlelore e altri ancora!

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Hai avuto o hai attualmente un qualche contatto con le realtà tolkieniane in Italia, la STI (Società Tolkieniana Italiana) in particolare?

Purtroppo non ancora. Per scarsa disponibilità di tempo, per ora mi limito a partecipare ad alcuni gruppi di studio e discussione presenti sui social network, ma conto di partecipare attivamente nel prossimo futuro agli interessanti eventi che la Società Tolkieniana Italiana promuove.

Sicuramente avrai avuto modo di ascoltare il disco Túrin Turambar Dagnir Glaurunga del tuo corregionale Emyn Muil: cosa ne pensi del suo lavoro e credi che magari in futuro potrete fare qualcosa insieme (split, collaborazioni ecc.)?

Davvero impossibile non inciampare in una gemma musicale di tal valore. L’opera è davvero sensazionale, il legame con i mitici Summoning è chiaro e gli dà una marcia in più, e il fatto che l’autore sia un mio “quasi-vicino di casa” la rende ancor più apprezzabile e affascinante, specialmente per via della particolare propensione al death ed al thrash metal, piuttosto che al metal oscuro e d’atmosfera, che domina nella nostra regione. Per quanto riguarda la possibilità di una collaborazione, o di un futuro split album, ne sarei davvero onorato, nonostante le nostre sonorità, seppur assimilabili, siano comunque diverse.

Il disco Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau è appena stato pubblicato, ma stai già lavorando a del nuovo materiale?

Dal 2012 ad oggi ho composto molti altri pezzi, alcuni dei quali ancora di matrice black metal, i quali tuttavia saranno pubblicati tramite un altro progetto dal nome Kalaallit Nunaat. Sono inoltre al lavoro su un progetto brutal death metal. Per quanto riguarda Shine Of Menelvagor invece, sono attualmente in fase di composizione lirica e musicale di nuovi brani per un secondo full-length, nonché di brani per uno split album che sarà realizzato nel prossimo futuro che condividerò con il bravissimo artista lombardo Talv, del quale consiglio vivamente l’ascolto dell’intera discografia e in particolare l’ultimo full-length Üksildus, davvero valido. Nello split, oltre a pezzi inediti, inserirò anche una cover di Lost Wisdom di Burzum.

Shine Of Menelvagor è finito nella black list del famoso sito “Metal-archives”? Puoi spiegarci cosa è successo e pensi che possa danneggiare il tuo progetto?

Il progetto è finito nella lista nera di Metal-archives, o Encyclopedia metallum che dir si voglia, per motivi chiaramente non musicali, ma per l’idiozia e l’ipocrisia di alcuni amministratori del sito, i quali interpretano in maniera personale e completamente irrazionale le regole previste dal sito stesso per l’upload di nuove band. Le sonorità di Shine Of Menelvagor sono chiaramente riconducibili a quelle di molte band già presenti nel sito, inoltre va detto che nell’archivio di EM sono state inserite band che di “metal” non hanno assolutamente nulla, come moltissimi progetti ambient o post-rock. Spero che nel futuro i webmaster di EM prestino maggiore attenzione e riducano sensibilmente la discrezionalità di cui alcuni amministratori godono. Com’è possibile che una band come gli Oceano, in grado di far impallidire i Cannibal Corpse, non possa essere considerata sufficientemente “metal”? O ancora, per quale assurdo motivo alcune band goregrind vengono accettate ed altre no, nonostante siano assolutamente identiche? Non vi è alcuna logica spiegazione. Ad ogni modo, nonostante EM sia una buona “vetrina”, credo e spero che ciò non costituisca un ostacolo a Shine Of Menelvagor. D’altronde, grazie anche al supporto delle label, ho già ottenuto molti riscontri positivi, a dimostrazione del fatto che il nome del progetto sta circolando bene tra gli appassionati.

Chiudiamo l’intervista nel più classico dei modi: hai tutto lo spazio che vuoi e soprattutto lascia i tuoi contatti per quanti vogliano saperne di più di Shine Of Menelvagor.

Chiunque sia interessato a Shine Of Menelvagor può visitare la pagina Facebook o contattarmi personalmente anche tramite mail. Sarei molto lieto di avere una vostra opinione riguardo al mio progetto.

Colgo l’occasione poi di “sponsorizzare” il lavoro del mio artworker (nonché, soprattutto, amico) Valerio Paolucci, artista valido e versatile di cui potete apprezzare le opere QUI.

Infine vorrei utilizzare questo spazio anche per ringraziare la This Winter Will Last Forever Records per la grande occasione che mi ha concesso, e per la grande professionalità dimostrata.