Mister Folk Fest: il photo report

Il primo Mister Folk Fest è ormai archiviato e tutto è andato bene anche grazie al fondamentale aiuto di persone speciali; due di queste sono Alessandro Torelli e Gianluca Soriconi, ovvero i video/foto reporter che hanno immortalato il festival. Ricordandovi che stiamo lavorando sul docufilm della serata che sarà pubblicato sul canale Youtube di Mister Folk, vi lascio a questa bella carrellata di immagini che ritraggono le quattro band sul palco.

SELVANS:

VINTERBLOT:

DYRNWYN:

BLODIGA SKALD:

VARIE:

Mister Folk Fest: ci siamo!

Domenica 23 aprile sta arrivando, finalmente.

Dopo mesi di attesa, un infinito scambio di messaggi, email e telefonate tra organizzatori, musicisti e ospiti, sta per arrivare il (si spera primo di una lunga serie) MISTER FOLK FEST!

Le band partecipanti sono quattro, tutte italiane e di gran valore: si parte con orchi Blodiga Skald, si prosegue con i pagani Dyrnwyn, tocca poi ai feroci Vinterblot per arrivare infine all’headliner della serata, gli abruzzesi Selvans con uno show a dir poco speciale.

I primi due gruppi sono la migliore espressione del folk metal romano, dal sound personale e coinvolgente. I pugliesi Vinterblot tornano sul palco del Traffic dopo la trionfale serata con i Windir e freschi della partecipazione al prestigioso Inferno Festival in Norvegia, mentre i Selvans presenteranno un set molto particolare nominato “Tribute To The Past” che, come dichiarato dalla band stessa, non sarà più ripetuto in futuro. Si tratta di un tributo/saluto in onore del batterista/cantante e fondatore Jonny: saranno suonate delle canzoni del vecchio repertorio (!!!) con la presenza di alcuni ospiti molto speciali.

Non solo musica, però. A interagire con gli spettatori prima e dopo i concerti ci sarà il gruppo di rievocazione vichinga Valhalla Viking Victory (ma attenti a non farli arrabbiare, altrimenti sono guai!) e potrete ammirare i lavori della brava illustratrice Elisa Urbinati, autrice, tra le altre cose, delle copertine delle compilation di Mister Folk.

Infine, oltre al merchandise dei gruppi, ci sarà un banchetto con i libri Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo a prezzi stracciati, e chi acquisterà un libro avrà una cartolina di Asa, ultimo – bellissimo – disco di Falkenbach. L’ultima novità in ordine di tempo è L’IDROMELE DI MISTER FOLK, una bottiglietta limited edition da 250ml con del buon idromele fatto con tanto amore per voi fan del folk metal.

A immortalare la serata ci sarà A&G Photostudio, nome che realizzerà un docufilm sull’evento che verrà successivamente caricato sulla pagina Youtube di Mister Folk.

Insomma, non avete scuse per mancare: buona musica e contorno sono ottimi per passare una bella serata tutti insieme, più siamo e meglio è! 🙂

INFO & COSTI:
Apertura porte: 20.15
Blodiga Skald: 20.30
Dyrnwyn: 21.20
Vinterblot: 22.10
Selvans: 23.30

Biglietto in cassa: € 10, ma lasciando il nome in bacheca e condividendo l’evento pubblicamente, potrete pagare € 8.

Indirizzo: Traffic Live, Via Prenestina 738 – 00155 Roma

Dischi recensiti e interviste:

Blodiga Skald – Tefaccioseccomerda (EP) e intervista 2016

Dyrnwyn – Fatherland (demo) e Ad Memoriam (EP), intervista 2015 e intervista 2017

Vinterblot – Realms Of The Untold e intervista 2014

Selvans – Selvans / Downfall Of Nur (split)

Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

Nordheim – Lost In The North

Nordheim – Lost In The North

2011 – full-length – Maple Metal Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Warraxe: voce, chitarra ritmica – Fred: chitarra solista – Benfok: basso, cori – Thom: tastiera – Phil Poul: batteria

Tracklist: 1. Lost In The North – 2. Nightborn – 3. Far Away – 4. Beer, Metal, Trolls And Vomit! – 5. Promise To The Gods – 6. Glorious March – 7. Sailing The Drakkar – 8. Old Crazy Man – 9. Beyond The Howling North – 10. Blessing From The Stars

Dalle stalle alle stelle, o quasi. Questo è in quattro parole il cammino dei Nordheim, gruppo canadese extreme folk metal al debutto su Maple Metal Records. Il quintetto di Quebec City, dopo alcuni anni di puro underground e un demo passato inosservato (Demo 2009), da alle stampe nel novembre dell’anno successivo Lost In The North come album autoprodotto: una strada che molti gruppi scelgono, tra il desiderio di vedere subito su disco il lavoro svolto in anni di attività e la sacrosanta necessità di totale libertà artistica. Lost In The North non passa, però, inosservato, attirando l’attenzione della Maple Metal Records prima e della Rock Gamer poi, portando in casa Nordheim una piacevolissima ventata di novità: disco ristampato da una giovane ma attiva label e soprattutto la presenza con una canzone (l’hit Beer, Metal, Trolls And Vomit!) nel videogame Rock Band 3, gioco disponibile per Xbox 360 e Playstation 3.

La musica dei Nordheim è un metal dalle diverse sfaccettature: riff violenti e melodie folk si mischiano tra di loro con gusto, creando un effetto piacevole e stuzzicante, per uno spirito festoso che fa sempre bene ai cuori degli appassionati del genere. Un modo di vedere e vivere la musica che si percepisce anche dalle buffe foto reperibili in rete o dal libricino del disco: senza raggiungere le vette assurde di pazzia dei cari norvegesi Trollfest, i Nordheim riescono nell’impresa di non sfigurare senza però esagerare. L’impressione che si ha è che i cinque musicisti si divertano davvero, non prendendosi troppo sul serio.

Il disco si apre con la titletrack che altro non è che un intro di due minuti e mezzo, dopodiché Nightborn si fa largo di prepotenza tra la veloce doppia cassa e le chitarre di scuola nord europea. Il cantato di Warraxe è incisivo e perfetto per il contesto musicale, uno scream comprensibile, potente e corrosivo al tempo stesso. La canzone scorre rapida, lasciando a Far Away il compito di continuare l’assalto catchy e gustoso: all’interno, sempre su di una base abbastanza aggressiva, trovano maggiore spazio la tastiera di Thorn e qualche coro di voci maschili. Il songwriting dei Nordheim si dimostra fin dalle prime battute abbastanza maturo per essere solamente il disco di debutto. Sono ben udibili le varie influenze esterne, i soliti nomi quali Finntroll, Trollfest e un goccio di Korpiklaani per intenderci, eppure i giovani canadesi sono bravi nel trovare fin da subito una strada propria. Tornando alle canzoni, è il turno del singolone di Lost In The North, della canzone che i Korpiklaani nell’ultimo Ukan Wacka, uscito tre mesi dopo il debutto dei canadesi, non sono riusciti a comporre (Tequila è anni luce distante dai loro classici): sto parlando di Beer, Metal, Trolls And Vomit!, tre minuti e mezzo di folk esilarante, veloce, divertente, ritmato, impossibile da ascoltare senza almeno battere i piedi e cantare il ritornello dopo averlo ascoltato una sola volta:

beer, beer, beer, beer
metal trolls and vomit
ale, ale, ale, ale
I’m becoming dizzy
beer, beer, beer, beer
metal trolls and vomit
mead, mead, mead, mead
swing your axe around yeah!

Passata la sbornia di allegria e sorrisi che comporta un brano del genere, si torna “seri” con Promise To The Gods, canzone possente e oscura, in grado di ricordare nei momenti più lenti gli Amon Amarth di qualche anno fa. In Glorious March si prosegue con le liriche “nordiche”: battaglie, spade, montagne innevate e coraggiosi guerrieri fanno da sfondo a una traccia piuttosto diretta, con le tastiere e il drumming furioso di Phil Poul in evidenza, e le chitarre della coppia Warraxe/Fred a ricamare riff e melodie per un risultato di buona qualità. Sailing The Drakkar è un altro pezzo con il testo divertente nella drammaticità di un viaggio, tra tempeste, mare minaccioso e coste da conquistare, con gli uomini a bordo che non fanno altro che cantare “la la lala la!”. Ritmica serrata nella strofa di Old Man Crazy, mentre il bridge e il chorus sono maggiormente orecchiabili e a tratti danzerecci. Beyond The Howling North contiene quella che probabilmente è la migliore melodia dell’intero disco: poche e semplici note di tastiera, facili da ricordare, quasi banali, eppure che ti si stampano in testa fin dal primo ascolto, impossibili da mandare via; il resto della canzone, purtroppo, non è all’altezza della melodia iniziale. Chiude il debutto dei Nordheim Blessing From The Stars, composizione che alterna stacchi e riff azzeccati a una strofa stanca e fin troppo prevedibile.

Il disco si presenta visivamente bene: il booklet è di poche pagine, ma contiene i testi (fondamentali per cantare a squarciagola Beer, Metal, Trolls And Vomit!), le info e una simpatica foto della band. La copertina, opera di Nicolas Francoeur, è perfetta per il contenuto del disco, ritraendo dei troll agguerriti su di un drakkar oscuro che investono un innocente pupazzo di neve. La produzione è ampiamente sufficiente, considerando che si tratta in pratica di un disco autoprodotto. Registrato e mixato da Maxime G.L. negli MGL Studios di Quebec City, con Jeff Dagenais ad occuparsi del mastering, Lost In The North ha un buon audio, anche se qualcosa – ovviamente – poteva essere fatto meglio, come il missaggio ad esempio, con la tastiera troppo alta o le due chitarre a volte un po’ indietro rispetto al resto degli strumenti.

Nel buon debutto dei Nordheim ci sono dieci brani che spaziano da quelli tirati e aggressivi a quelli festaioli e scanzonati; i testi trattano di divinità nordiche, di viaggi su drakkar e guerrieri impavidi, ma anche di birra e troll, tutti argomenti classici del folk metal, cliché che se non fossero rispettati ne sentiremmo la mancanza. Il folk è anche così e ci piace anche per questo.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Din Brad – Dor

Din Brad – Dor

2012 – full-length – Prophecy Productions

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Alma: voce – Inia Dinia: voce, tastiera – Negru: batteria

Tracklist: 1. Amar – 2. Îmbrăţişat De Dor – 3. Poarce’n Suflet Greu Păcatu – 4. Doină – 5. Cîntecul Cununei – 6. Dor – 7. Of, Of, Viaţă – 8. Durere – 9. Foaie Verde, Odolean -10. Cine Iubeşte şi Lasă – 11. Bradule, Brăduţule

Anno 2012, dalla tetra e sognante Romania si affacciano sul mercato i Din Brad, gruppo nato nel 2008 dalla volontà di Negru, batterista dei Negură Bunget recentemente venuto a mancare, nonostante l’idea iniziale sia di sei anni prima. Alla sua causa si uniscono la cantante Alma e la tastierista/cantante Inia Dinia, all’epoca della pubblicazione anche lei nei Negură Bunget, oltre ad una serie di ospiti. Dor è il primo e unico disco per la formazione di Timişoara, un lavoro che dista miglia dal sound del gruppo madre in quanto le undici tracce che compongono l’opera sono prive di strumenti elettrici, voci aggressive e ritmi serrati. Dor è la visione personale dei musicisti della loro musica tradizionale, la romena. Disco non di facile assimilazione, ma estremamente attraente, al punto che la geniale Prophecy Productions non ha perso tempo, mettendo immediatamente sotto contratto la band.

Le composizioni spaziano tra stacchi vocali e percussioni ripetute per tutta la durata della canzone, come in un rituale dove la mente riesce a uscire dal corpo per compiere voli e avere visioni altrimenti impossibili. Proprio le percussioni sono il motore trainante di Dor, in quanto, oltre al “solito” scheletro del brano, fanno anche da strumento principale in più di una situazione. Discorso a parte per le voci: la profonda Alma ben si distingue dalla squillante Ania Dinia, mentre Cătălin Motorga (nei Negură Bunget per i dischi Vîrstele Pămîntului e Poartă De Dincolo, ma qui in veste di ospite) spezza più di una volta la magia a tratti inquietante che si viene a creare grazie alle due brave cantanti. Diversi capitoli (Poarce’n Suflet Greu Păcatu, Of, Of, Viaţă e la conclusiva Bradule, Brăduţule) sono musicati unicamente dalla voce maschile, mentre in Cîntecul Cununei Ania Dinia canta nel silenzio degli strumenti. Ogni singola canzone presente in Dor è una cerimonia con la natura, al rifugio sotto i possenti e secolari abeti dai quali la band prende il nome. La canzone Dor è forse la migliore rappresentatrice del sound dei Din Brad: percussioni incalzanti, le voci delle due singer che si alternano magistralmente con il dulcimer a creare la melodia di sottofondo; il risultato è ammaliante e raccapricciante al tempo stesso. Altro brano particolarmente interessante è Durere: l’aria si fa opprimente e la leggera tastiera che riempie il vuoto lasciato dagli strumenti assenti non fa altro che appesantire ulteriormente l’atmosfera; il flauto e il ritmo incalzante del finale non possono che far pensare a una danza liberatoria inforno al fuoco in una notte di luna piena.

Dor è un disco intenso e pesante, evocativo e pericoloso. I Din Brad sono i portatori dell’anima più tradizionale e ancestrale dell’affascinante Romania. Musica da ascoltare con la tremolante luce di una candela, l’incenso che brucia l’aria e, per chi può permetterselo, a piedi scalzi sull’erba quando il buio prende il sopravvento sulla luce. Le evocazioni di Dor sono in grado di far sognare così come di far rabbrividire. Chi ha paura di provare?

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Arkona – Vozrozhdenie

Arkona – Vozrozhdenie

2016 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Masha “Scream”: voce – Sergey “Lazar”: chitarra – Ruslan “Kniaz”: basso – Andrey Ischenko: batteria – Vladimir “Volk”: strumenti folk

Tracklist: 1. Kolyada – 2. Maslenitsa 3. To The House Of Svarog – 4. Black Ravens – 5. Revival – 6. Rus – 7. Brothers Slavs – 8. Solstice – 9. Under The Swords – 10. On The Animals’ Paths – 11. Pledged – 12. Call Of Ancestors

Abbiamo assistito di recente al non riuscito tentativo da parte degli Einherjar di dare nuova vita a un disco del passato ri-registrando e, di fatto, non portando nulla di buono o nuovo a quanto già pubblicato due decenni fa. Ora è il turno dei russi Arkona, ma le cose sono un pochino diverse. Il debutto Vozrozhdenie vede la luce nell’aprile 2004 e, per quanto la band abbia cercato di ricavare il massimo da quella registrazione, è riscontrabile in maniera oggettiva la non potenza della produzione. Inoltre, tutte le melodie folk sono create con l’utilizzo della tastiera (suonata da Masha Arkhipova) e per finire le tracce di batteria suonano poco credibili, destando più di un sospetto sulla reale registrazione. Così, dopo aver dato alle stampe l’ostico Yav, la band di Mosca decide di tornare in studio e dare un degno suono al lavoro che ha permesso loro di iniziare a farsi conoscere e apprezzare dai metallari di mezza Europa e non solo. Cosa c’è di diverso tra i due Vozrozhdenie?

La prima cosa che si nota è chiaramente la copertina, opera del grande Kris Verwimp. La vecchia front cover, comunque molto bella, è stata sostituita da un dipinto del maestro belga, nel quale trova spazio anche il nuovo logo della band. Una volta inserito il disco nel lettore cd veniamo travolti da un sound potente e in un certo senso moderno, nitido e muscoloso. Le chitarre sono ora corpose e i bassi molto presenti: il fatto interessante è che gli Arkona hanno utilizzato lo stesso studio (CDM records studio) di dodici anni prima e sempre con il chitarrista Sergey “Lazar” Atrashkevich dietro alla consolle, con la differenza creata dalla strumentazione e, soprattutto, dall’esperienza maturata nel corso degli anni. Un altro elemento di non poco conto è rappresentato dall’utilizzo di veri strumenti folk all’interno delle canzoni suonati da Vladimir “Volk”: la differenza con il passato, in questo caso la tastiera, è a dir poco colossale! Ultimo, ma non per questo meno importante, le canzoni in alcuni casi hanno subito dei cambiamenti e aggiunto/perso venti secondi di musica. Alla fine, quindi, le varie Kolyada e Solstice suonano convincenti e fresche, con la spettacolare Rus, cavallo di battaglia che ha visto molti tramonti, a distinguersi sempre dal resto delle composizioni.

Il paragone con gli Einherjer non tiene: i norvegesi hanno registrato una nuova versione del classico Dragons Of The North (Dragons Of The North XX) con lo stesso sound del 1996, mentre la band russa ha dato nuova vita e migliorato un cd che sicuramente era piacevole da ascoltare, ma con la nuova veste guadagna non pochi punti. Un’uscita utile questa nuova versione di Vozrozhdenie che rende giustizia alle radici degli Arkona e che, se accostato al cupo Yav, permette di far conoscere il classico sound dei russi agli appassionati che si stanno accostando in questo memento alla band di Masha Scream.