Distoriam, Trollwar & Trobar – Distrollbar (split EP)

Distoriam, TrollWar & Trobar – Distrollbar (split)

2017 – split – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: –

Tracklist: 1. Distoriam – Les Héros Du Passé – 2. Trobar – Marée Noire – 3. Trollwar – Soup Of A Thousand Souls – 4. Distoriam – Magnetic North (French Poutine Version) (Alestorm Cover) – 5. Trobar – Légende Indienne (Quebec Folk Song) – 6. Trollwar – Nectars Of Eden (Ebony Tears Cover) – 7. Distrollbar – Chant Sacré (Metal Version) (Laurent Paquin Cover)

La scena canadese, come ormai saprete bene leggendo le recensioni di questo sito, è sempre attiva e dinamica, con tanti nomi che escono fuori ogni anno e, soprattutto, dei validi dischi a confermare la bontà dei musicisti nord americani. La cosa bella è che la scena canadese sembra essere anche unita stando a molte dichiarazioni dei protagonisti, al punto da pubblicare, come in questo caso, uno split EP non a due, bensì a tre gruppi. Quale modo migliore per farsi conoscere e divertirsi (e divertire) al tempo stesso? Succede così che tre band originarie del Quebec, Distoriam, TrollWar e Trobar, uniscano le forze per rilasciare (purtroppo solo in formato digitale) Distrollbar, un lavoro assolutamente piacevole da ascoltare e diverso dai classici split. La formula è in realtà strana e anche un po’ intricata: i tre gruppi propongono prima un pezzo inedito per poi passare a una cover; infine c’è spazio per una canzone che vede coinvolti tutte le band insieme. Se da una parte c’è la volontà di rendere molto vario il disco, dall’altra c’è una certa confusione dovuta proprio alle diverse sonorità della band coinvolte. Il tutto si risolve con un po’ di ascolti, quando diventa possibile riconoscere l’impatto musicale e il cantato di ogni singolo gruppo.

La prima canzone è dei Distoriam: Les Héros Du Passé è potente con delle sonorità death metal in certi riff e nel cantato che ben contrastano con il ritornello maggiormente arioso durante il quale sono utilizzate le voci pulite sia maschile che femminile. C’è spazio anche per un assolo di chitarra, ma è la seconda parte della composizione dove la band si lascia andare senza freni di sorta e il risultato è notevole. Tocca quindi ai Trobar con Marée Noire: sonorità più tipicamente folk metal per il gruppo di Rimouski, autore nel 2014 del full-length Charivari. Flauto e tastiera sono strumenti importanti per l’economia del pezzo, ma sono sicuramente le linee vocali (growl maschile e pulito femminile) ad avere il ruolo protagonista. I TrollWar (incontrati anni fa con il disco Earthdawn Groves) hanno un sound più bellicoso e si nota fin dalle prime note di Soup Of A Thousand Souls. Possono ricordare i Finntroll più ignoranti, ma nel loro suono c’è anche una certa dose di personalità: le note feroci del brano hanno sempre un qualcosa di melodico e in questo il lavoro della tastiera è fondamentale. Dopo i tre brani inediti si passa alle cover: la prima è Magnetic North degli Alestorm, riletta in chiave personale (e in francese) dai Distoriam. Il risultato è molto diverso dall’originale, ma proprio per questo interessante da ascoltare. La seconda cover è Légende Indienne, una folk song del Quebec ben metallizzata dai Trobar, un pezzo veramente coinvolgente e dinamico, con ottimi giri di chitarra e il cantato di Pascale Lévesque sempre all’altezza della situazione. La terza e ultima cover presente nello split è opera dei TrollWar, Nectars Of Eden degli svedesi Ebony Tears. In questo caso la band di Alma è più melodica rispetto al solito (con la bontà della musica inalterata), ma ci si muove sempre in ambiti extreme folk metal. Ultima traccia in scaletta è Chant Sacré dei Distrollbar, nome sotto al quale sono riuniti tutti i musicisti delle tre band. La canzone è una cover di Lauren Paquin, un comico locale apprezzato molto apprezzato. La canzone, dalla durata di appena un minuto e mezzo, è strana, quasi eterea all’inizio e brutale nel finale, sicuramente un esperimento curioso che forse meritava una maggiore durata.

Distrollbar è un’idea buona quanto utile: una pubblicazione del genere attira attenzioni e simpatie, la band raggiungono lo scopo dello split, cioè farsi conoscere divertendosi e facendo divertire: missione compiuta!

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Folkstone – Ossidiana

Folkstone – Ossidiana

2017 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Marchesi: voce – Luca Bonometti: chitarra – Federico Maffei: basso – Edoardo Sala: batteria – Roberta Rota: cornamusa, bombarda, voce – Matteo Frigeni: cornamusa, bombarda, ghironda – Maurizio Cardullo: cornamusa, cittern, flauto, bouzouki, bombarda – Andrea Locatelli: cornamusa, bombarda

Tracklist: 1. Pelle Nera E Rum – 2. Scintilla – 3. Anna – 4. Psicopatia – 5. Asia – 6. Scacco Al Re – 7. Mare Dentro – 8. E Vado Via – 9. Instantanea – 10. Supernova – 11. Dritto Al Petto – 12. Sabbia Nera – 13. Ossidiana

Alla fine è successo. I Folkstone si sono definitivamente staccati dal proprio passato realizzando un disco che guarda avanti senza pietà, con un sound (si potrebbe dire) nuovo e lasciando gli ascoltatori a bocca aperta. Quello che è sicuro è che con Ossidiana la band di Bergamo non passa inosservata: prova ne è il gran chiacchiericcio, per quel poco che vale, virtuale e i complimenti ricevuti dai musicisti rock della scena italiana. Detto questo, come suona il nuovo album dei guerrieri orobici? Diverso. Diverso da Oltre…l’Abisso che a sua volta era la prosecuzione artistica di quanto iniziato con Il Confine, per non parlare poi dei primi due cd Folkstone e Damnati Ad Metalla: si tratta proprio di un’altra band. Cosa c’è di diverso, vi chiederete, tra Il Confine e Ossidiana? Sicuramente l’approccio. Laddove i Folkstone cercavano di restare a metà strada tra l’osservazione critica del mondo e la necessità di divertirsi (e far divertire) ora c’è solo la via della maturità, che spesso fa rima con noia e debolezza, ma non è il caso loro, fortunatamente. Quel che manca, e lo dico subito, è un guizzo di vita che tutti ci aspettiamo dai Folkstone, quelle cornamuse a festa che fanno battere forte il cuore, quei cori che non si aspetta altro di andare a un loro concerto per poterlo gridare con tutta la voce che è in corpo. Manca un pizzico di vita. Ossidiana è vita, e in alcuni momenti è anche bella come vita, ma è costantemente ombreggiata dagli anni che passano e che segnano il volto con rughe indelebili. È anche affascinante per questo, Ossidiana, quel fascino da persona adulta che sa ancora giocarsi le proprie carte pur non avendo più il fisico e il sorriso di quando aveva venti anni e ci si poteva permettere di dormire quattro ore a notte e ricominciare il giorno dopo carichi come non mai. Ossidiana ha quel fascino di chi ha vissuto la vita e ne porta le cicatrici, ma lo fa con serenità. Non orgoglio ne vergogna. Ossidiana sta lì a dire: la vita è questa, amico, non possiamo far altro che accettarla e quando possibile combatterla, ma questo è, fine dei sogni e dei giochi.

Il folk metal, nel senso stretto del termine, non è su un disco dei Folkstone dal 2012. In Ossidiana ci sono robuste chitarre rock (a tratti rammsteiniane) e bei strumenti folk che arricchiscono le canzoni. Non c’è l’arpa di Silvia Bonino, fuori dal gruppo perché il suo strumento ritenuto di troppo, ma c’è l’ottimo flauto di Maurizio a rinfrescare con deliziose note le varie composizioni. La canzone simbolo di questo cambiamento è senz’altro Pelle Nera E Rum: un blues caldo e avvolgente, molto sensuale, brano che indica immediatamente la volontà dei Folkstone di lasciarsi andare all’istinto non badando alla forma ma al risultato. Non mancano le cornamuse e il groove che sale di giri quando è il momento giusto di farlo, ma il cambiamento è palese e può facilmente spiazzare i fan, soprattutto quelli maggiormente legati al periodo “gente balla e dorme sui banconi appiccicati”. Un altro brano da menzionare è Dritto Al Petto, interamente cantato da Roberta. C’è da dire che Roby ha fatto passi da gigante al microfono, ora molto precisa e in grado di controllare meglio la voce, ma che non ha perso quel tocco aggressivo e verace che la contraddistingue. Il resto delle composizioni (curiosamente di durata media/corta, da 3.26 a 4.20, con appena tre canzoni sopra i quattro giri di lancette) sono quasi tutte di buona qualità (le prime tre sono davvero ottime, con un songwring deciso e grandemente riuscito) con qualche inevitabile calo di tensione di tanto in tanto quando ce ne sono ben tredici in un cd. La difficoltà dell’ascolto è dovuta alla nuova veste dei Folkstone, diciamolo chiaramente: non tutti sono pronti per questo salto, la band ha veramente osato e rischiato lasciandosi avvolgere dalle influenze e da quel che veramente vogliono fare, vincendo però la scommessa.

La produzione è molto compatta e il suono in cuffia è davvero ottimo: potente e chiaro, perfettamente mixato e curato nei minimi dettagli dal guru Tommy Vetterli (Coroner, Eluveitie, Kreator ecc.) fa da contrappeso all’orrenda copertina (volutamente) scarna ma che è in sintonia con i testi e il mood dell’album. Va bene il senso dell’artwork, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

Ossidiana è la nuova veste dei Folkstone: a prima vista sembra essere un capo economico, trovato in offerta in qualche supermercato, eppure per una serie di motivi riassumibili con la parola bravura, hanno tirato fuori l’ennesimo bel viaggio nei sentimenti, dipingendo piccoli scorci d’umanità della quale tutti abbiamo bisogno. Alla fine il capo economico da supermercato calza a pennello ai nuovi Folkstone e vederlo indossato da loro fa anche un figurone.

Intervista: Blodiga Skald

I Blodiga Skald hanno pubblicato il full-length di debutto Ruhn qualche mese fa e hanno presentato il disco in un infuocato release party al Traffic Club di Roma: quale migliore occasione per scambiare due parole (ok, quattro) con la violinista Maerkys e conoscere meglio una delle più interessanti realtà italiane che sta facendo parlare di se soprattutto nell’est Europa? Tanti gli argomenti toccati, compreso il pregiato vino ricavato dagli occhi di elfo. Buona lettura!

foto di Arianna Ceccarelli

La prima cosa che ti voglio chiedere è come ci si sente a debuttare su un’etichetta come la SoundAge Productions.

È sicuramente qualcosa d’inaspettato ed emozionante! Allo stesso tempo credo che questo salto ci responsabilizzi: far uscire il primo disco con una delle label degli Arkona ci porta a mantenere alto il nostro livello. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, no?!

Come siete entrati in contatto con la label russa? L’impegno con loro è solo per questo disco o anche per altri?

Cercavamo un’etichetta per il nostro primo disco Ruhn e ovviamente abbiamo puntato a quelle che si occupano più che altro di folk metal. Abbiamo avuto una buona risposta dall’ambiente di produzione del folk metal russo e la SoundAge è stata la label che ci ha offerto gli accordi migliori. Per ora abbiamo firmato solo per questo disco, poi si vedrà!

I responsi dell’EP Tefaccioseccomerda sono stati veramente buoni, ma c’è da dire che con Ruhn avete fatto un grosso passo in avanti e un po’ tutti se ne stanno accorgendo. Come e quanto avete lavorato per realizzare un disco di questa qualità?


C’è molto lavoro dietro a Ruhn e sebbene alcune tracce siano state riprese dall’EP, le abbiamo completamente rilavorate e riadattate al sound che avevamo ben chiaro per questo primo lavoro ufficiale. Ruhn doveva essere il biglietto da visita dei Blodiga Skald, con un’impronta musicale ben precisa, che permettesse al pubblico di riconoscerci al primo accordo. C’è uniformità tra le dieci tracce, che pur essendo molto diverse tra loro hanno sempre quel “qualcosa” di caratteristico.
Va anche detto che l’intera composizione del repertorio Blodiga è stato rimodellato per poter includere le linee di violino.

In Ruhn troviamo l’utilizzo di tre lingue, ma l’italiano è solo per alcuni titoli. C’è possibilità di vedere utilizzata la nostra lingua in una futura canzone?

Questa è una domanda che ci viene fatta molto spesso e personalmente la prendo un po’ come una coccola da parte del pubblico: credo che quando le persone ti chiedono di cantare in una lingua a loro comprensibile sia una voglia di comunicazione diretta ed è una cosa buona; è come se dicessero: “ci piacete talmente tanto che vorremmo poter cantare i vostri testi!” (poi, magari, è tutto un film che mi faccio io, eh! Ahahahah)!
Per ora non abbiamo intenzione di cantare in italiano, sia perché c’è uno schema ben preciso dietro l’alternanza tra russo (usato per i dialoghi degli orchi) e inglese (usato per la narrazione), sia perché stiamo creando un nostro particolare stile e non vorremmo già mischiare le carte in tavola. Non è detto che non troveremo il modo di far parlare qualche personaggio nella nostra lingua. Magari un elfo fighetto…

Ora ti tocca spiegare la storia raccontata in Ruhn con dovizia di particolari…


Ecco! Sappi che se non supero questa prova, Axuruk (il cantante) mi bacchetta severamente, quindi cominciamo! Epica Vendemmia parla di quanto agli orchi piaccia bere e far baldoria! In particolare la nostra verde razza è particolarmente ghiotta di un vino fatto con gli occhi di elfo… una prelibatezza! Un eroe elfico di nome Ballas scende in battaglia per fronteggiare l’orda, ma viene sconfitto ed il vino ricavato dai suoi occhi è il migliore che sia mai stato bevuto!

Ruhn è l’inizio di tutto. Qui comincia la storia degli orchi e la nostra, che abbracciamo il ruolo di menestrelli della nostra razza. È la prima ed unica canzone in cui noi Blodiga Skald ci rivolgiamo direttamente al nostro popolo e lo facciamo nella nostra lingua, perché questa non è una storia per il pubblico, ma un canto di rivalsa per la nostra gente. Il testo parla di antichi canti e racconta di come le nostre radici affondino nel sangue di battaglie, di villaggi distrutti, di terre da cui siamo lontani; ma canta anche di un giuramento da parte dei nuovi giovani che restano fedeli ai loro antenati, alle loro gesta e alla loro natura di guerrieri, pur guardando al futuro con un nuovo coraggio nel cuore. Dalle ceneri della loro antica razza, disseppelliranno l’onore e la forza di tornare a combattere, rivendicando il proprio mondo.

No Grunder No Cry richiama nel titolo una famosa canzone reggae e narra le vicende di Grunder, un orco poco sveglio a cui viene una gran voglia di zuppa di dita umane (altra squisitezza orchesca). Va quindi alla ricerca di qualche umano da cucinare, ma al momento dello scontro si accorge di aver lasciato le armi a casa e viene quindi ucciso senza gloria.

I Don’t Understand vede noi bardi orcheschi girovagare in cerca di storie, finché ci imbattiamo in un accampamento di nomadi, che per ringraziarci dei nostri racconti ci offrono di fumare un’antica spezia che ci confonde le idee e ci fa credere di amare elfi e gnomi!!!

Sadness è la cupa vicenda narrata dall’eroe degli orchi Razdul, che racconta di come fu tradito dalla sua stessa gente, dalla sua stessa razza, manipolata dalle parole di un malvagio orco stregone di nome Keregan.

In Laughing With The Sands ci ritroviamo catapultati in terre più calde e sabbiose, dove un gruppo di orchi tenta di attraversare il deserto per raggiungere la città di alcuni amici umani. Purtroppo quelle sabbie sono maledette e provocano delle risate talmente potenti che si finisce col piangere di fatica, rischiando di morire. Per fortuna i nostri sopravvivono a questa tortura e riescono a raggiungere la città!

La golosità che gli orchi hanno per gli gnomi li porta a fare “spesa” nella città di Panapiir, per cercare qualche gnomo succulento da divorare. Purtroppo, però, gli orchi sono anche inarrestabili bevitori e così in poco tempo si ritrovano tutti ubriachi e vulnerabili e finiscono con l’essere uccisi a loro volta dagli stessi gnomi. Per fortuna il capoclan Razdul è rimasto sobrio e in breve riesce a sconfiggere gli gnomi.

Too Drunk To Sing è la divertente storia del nostro Grunder, che davvero troppo ubriaco, tenta di cantare a squarciagola. Axuruk gli fa notare che è troppo ubriaco per cantare, quindi lo invita a ballare con lui e a continuare a divertirsi! Come sono andata? Ahahahahah!

Blidiga Skald in concerto

Le canzoni che troviamo in Ruhn sono tutte molto buone e diverse tra di loro. Come ho detto nella recensione la differenza la fa il tuo strumento, sempre fondamentale per le melodie e i grandi stacchi che crea con il resto del brano. Quanto hai/avete lavorato su questo aspetto e ti ritieni pienamente soddisfatta di quanto fatto?

Il lavoro compositivo viene sempre svolto insieme: principalmente è Ghash (il chitarrista) che inizialmente compone i brani, ma successivamente scatta la fase di confronto con ciascuno strumentista, per adattare l’idea di base alle caratteristiche proprie dello strumento. Nel mio caso, le linee di violino erano già abbastanza delineate prima del mio intervento, ma ho comunque aggiustato e inserito alcune parti per far sì che le mie lead apportassero qualcosa di importante e migliorassero le melodie. Gli assoli di violino li ho composti da zero e sono brevi e semplici, ma nell’insieme funzionano e danno risalto ai brani, senza snaturarli e senza “invadere” lo spazio melodico degli altri. Sono molto contenta del lavoro fatto, ma sicuramente devo ancora dare il meglio di me!

Il titolo dell’ultima canzone del disco (Too Drunk To Sing) è una rivisitazione del titolo Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys?

Emh… OVVIAMENTE! Ahahahah…

L’artwork del disco è molto curato, così come lo è il vostro look mentre suonate. Quanto è importante l’aspetto estetico/visivo in un mondo che corre tra social e follower? C’è il rischio in alcuni casi, secondo te, di dare più attenzione a quello che l’occhio vede invece che alla musica?

La presentazione visiva e l’aspetto scenico è molto importante per noi, ma credo lo sia in generale per qualunque progetto, non solo musicale. Ci muoviamo in un contesto quotidiano in cui l’attenzione che l’osservatore concede ad un determinato stimolo è solo di pochi secondi ed essendo continuamente bombardato da miliardi di questi stimoli, c’è bisogno di qualcosa che prima ancora di spiegare un concetto, catturi immediatamente l’interesse. Della serie: “ora che ho la tua attenzione…”. Questa può essere una carta vincente, ma anche un’arma a doppio taglio, perché se ad originalità estetica non segue una concettualità sostanziosa, si rischia di essere il proverbiale “tutto fumo”… e il pubblico ha un ottimo naso! Noi siamo quanto di più “cretino” ci si possa aspettare da una band metal e sul palco siamo un branco di cinghiali scatenati, ma quando poi ci ritroviamo in sala prove, o in fase di composizione, studio o registrazione, siamo seri e ben concentrati sul lavoro che stiamo facendo. Come diceva qualcuno: “ridere è una cosa seria”, far ridere lo è ancora di più!

Il release party di Ruhn è stato grandioso, una festa rumorosa e divertente. Quanto conta per voi il “cazzeggio” in musica?

Sono molto contenta che ti sia divertito! Il cazzeggio è la nostra carta vincente ed è il modo migliore di comunicare con il pubblico! Quando la gente vede che tu che suoni ti stai divertendo da matti, è sicuramente più invogliata a partecipare e a divertirsi a sua volta. Questo costante prenderci in giro, “recitare una scena” e interagire continuamente con le persone, annulla quel dislivello tra il parterre e il palco e ci pone tutti allo stesso livello di idiozia!

In questo ultimo periodo avete suonato diverse volte all’estero, ti chiedo quindi se hai riscontrato differenze con la realtà italiana per quel che riguarda organizzazione, trattamento dei gruppi e pubblico.

Ahimé, nota dolente! Purtroppo devo dire che la differenza c’è e si sente molto. Ovviamente il mio è un giudizio limitato, non avendo girato tutto il mondo, ma per quel poco che ho visto, devo dire che l’Italia ha moltissimo da recuperare in campo di considerazione dell’arte e del ruolo dell’artista. Fuori dal nostro Paese, chi fa musica è valorizzato per ciò che fa e per tutto il lavoro di cui si carica per poterlo fare, dallo studio all’investimento economico, viene pagato e trattato da artista che dedica la propria vita a questo tipo di lavoro, che non è assolutamente inferiore a qualunque altra occupazione. In più il pubblico è appassionato e ha fame di novità e di qualità, perché abituato a ricevere sempre nuove proposte ed è quindi curioso ed esigente! In Italia, secondo il pensare generale, se fai musica stai togliendo tempo a qualcosa di più serio, ma questo credo sia un discorso fastidioso e trito&ritrito allo stremo, che tutti ben conosciamo. Diciamo che, paradossalmente, è più facile suonare (e suonare con piacere!) all’estero che in patria e questa è una cosa che lascia davvero l’amaro in bocca.

C’è un momento/situazione che vuoi raccontare ai lettori di Mister Folk, magari facendo arrabbiare gli altri membri del gruppo?

Ahahahah! Perché no?! Ti ho mai raccontato di quella volta che, in Romania, Axuruk perse la voce poco prima del live al 31 Motor’s Club di Suceava? Per tentare di sfiammare la gola e poter cantare in growl, quella sera adottò il caro vecchio metodo moldavo e cominciò a bere shot su shot di un famoso alcolico dall’etichetta con su disegnata una testa di cervo (ma se po’ dì Jägermeister, o è pubblicità occulta?). Inutile dirti che poco prima di salire sul palco era “bello andante”, come si dice in gergo e abbastanza ubriaco, quindi noialtri eravamo abbastanza preoccupati (in caso di emergenza eravamo pronti ad abbatterlo con le cerbottane)! Alla fine fu uno dei suoi e nostri migliori live in Romania e il pubblico fu totalmente travolto dalla sua… emh… spontaneità!

Quando hai iniziato a suonare il violino e perché?

Come la maggior parte dei violinisti (chissà poi perché!) cominciai a suonare molto piccola. Iniziai le mie lezioni a cinque anni e ad oggi suono da diciannove. In realtà, all’epoca chiesi ai miei genitori di portarmi in una scuola di musica perché volevo cantare, ma (grazie alla rinomata competenza italiana), il direttore della scuola, invece di inserirmi in un coro di voci bianche, mi disse che ero troppo piccola per seguire un corso di canto. Lì per lì non la presi molto bene, ma poi quando mi fu proposto di scegliere uno strumento, scelsi il violino. Ancora oggi non so e non ricordo perché presi quella decisione. All’epoca non lo sapevo, ma, guarda caso, è uno degli strumenti più simili alla voce umana.

Se penso al violino nel metal il primo nome che mi viene in mente è quello dei My Dying Bride. Quali sono i tuoi musicisti/gruppi di riferimento e cosa spinge un violinista a suonare heavy metal?

Ho sempre ascoltato rock, metal e sottogeneri, parallelamente allo studio della musica classica, quindi ho sempre cercato un modo di sposare la musica che più mi piaceva allo strumento che suonavo, ma non è stato facile in realtà. Nell’immaginario collettivo, il violino viene associato al country, alla musica irlandese e alle serenate, (che tra l’altro sono tutti tipi di folk) ma, pur essendo cresciuta, tra le altre cose, con le ballate celtiche e i capolavori di Branduardi, io, soprattutto in adolescenza, volevo qualcosa di diverso e cercavo il gruppo brutal, death, doom, eccetera, eccetera-metal che avesse il violino, quindi capirai che le pretese erano un po’ eccessive! C’è anche da dire che, almeno nel mio ambiente, il violino era visto come uno strumento noioso. Con il tempo ho scoperto il folk metal e ho cominciato a imparare i riff delle canzoni più famose, mi sono appassionata alla musica irlandese e ho scoperto che il violino era molto di più che uno strumento da “musica colta”! A sorpresa ti dico che anche il jazz aiuta molto, perché lo studio dell’improvvisazione rende il musicista cangiante e camaleontico! Secondo me c’è ancora molto da sperimentare per un violinista che voglia scardinarsi dal leggìo su cui è stato culturalmente ancorato ed io non vedo l’ora di andare in esplorazione e magari, chissà, diventare come Ara Malikian, che è un mostro di tecnicismo classico, ma il più delle volte suona musica della tradizione mediorientale o dell’est ed è un personaggio totalmente distante dall’immagine del violinista a cui siamo abituati!

Maerkys, siamo al termine dell’intervista. Ti ringrazio per la disponibilità, hai lo spazio per lasciare alle future generazioni una grande frase che nessuno dimenticherà mai!

Oh, no, ho già finito di parlare? Ahahahahah! Grazie a te per aver sopportato questa lunghissima chiacchierata! Ti lascio con una frase presa in prestito dal romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: “È lo spettatore, non la vita, che l’arte, in realtà, rispecchia”.

foto di Arianna Ceccarelli

Folkstone – Il Confine

Folkstone – Il Confine

2012 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lore: voce, cornamusa – Teo: cornamusa, bombarda, ghironda, cori – Roby: cornamusa, bombarda, cori – Andreas: cornamusa, bombarda, percussioni, cori – Maurizio: cornamusa, bombarda, cittern, flauti, cori – Silvia: arpa, percussioni – Federico: basso, cori – Edo: batteria, percussioni

Tracklist: 1. Il Confine – 2. Nebbie – 3. Omnia Fert Aetas – 4. Non Sarò Mai – 5. Luna – 6. Anomalus – 7. Storia Qualunque – 8. Frammenti – 9. Lontano Dal Niente – 10. Ombre Di Silenzio – 11. Simone Pianetti – 12. C’è Un Re (Nomadi cover) – 13. Grige Maree – 14. Vortici Oscuri (versione acustica)

Un fatto che deve far riflettere un po’ tutti, case discografiche in primis, è che negli anni 2010-2012 i migliori gruppi italiani appartenenti, con le dovute differenze stilistiche e artistiche, al panorama folk, si siano autoprodotti i dischi: oltre a Il Confine dei Folkstone è bene ricordare il bellicoso De Ferro Italico dei Draugr e l’omonimo debutto dei Furor Gallico (in seguito distribuito da Massacre Records). I bergamaschi, però, sono andati oltre, facendosi finanziare direttamente dai tantissimi fan. Una scelta sicuramente originale e per nulla rischiosa considerando la larga base di ammiratori sulla quale possono contare. È anche vero che in “cambio” della fiducia i Folkstone hanno dato loro il disco in anteprima rispetto alla data di uscita e una maglietta con i nomi di chi ha finanziato l’album. È questo, a parer mio, il punto focale de Il Confine e della filosofia dei Folkstone in generale: libertà, indipendenza, possibilità di fare quel che si vuole senza doverne discutere con nessun potere (casa discografica in questo caso), evitando spiegazioni e decidendo autonomamente il proprio futuro. Una libertà cara ai musicisti lombardi, da come si può capire dai testi delle canzoni, dai “discorsi” sempre molto diretti di Lore sul palco, e anche dalla decisione di autoprodursi Il Confine.

Di fatto il disco in esame è diverso dai precedenti Folkstone e Damnati Ad Metalla, suonando più oscuro, intimo, ribelle nel voler andare oltre quello che la gente abitualmente si aspetta dai Folkstone. Non uno strappo netto, in quanto sono comunque presenti canzoni divertenti e ballabili, così come alcuni pezzi hanno dimostrato di rendere alla grande in concerto, riuscendo – come al solito – a coinvolgere anche il ragazzo più timido o impacciato: impossibile restare fermi a braccia conserte durante le varie Omnia Fert Aetas e Non Sarò Mai.

Sicuramente, però, alcune cose sono cambiate, inutile negarlo. I testi sono più profondi – fermo restando una certa semplicità nel linguaggio utilizzato –, a volte anche inaspettatamente delicati e dolci, o “romantici” nell’accezione tedesca del termine. In pratica mancano gli inni al bere e al fare confusione, frasi del tipo “è un delirio alcolico, fumose nebbie avanzano, gente balla e dorme sui banconi appiccicati!” non sono presenti, e neanche le atmosfere realmente festose, se è per questo.

Il Confine si apre con due brani lineari e “classici” del repertorio Folkstone: la titletrack e Nebbie. La prima è un mid-tempo piuttosto lunga di durata per gli standard del gruppo, spoglia di ornamenti folk, dove le cornamuse entrano in scena solamente nel ritornello. Un inizio diverso dal solito – sicuramente apprezzabile -, chiaro segnale che qualcosa nella band è cambiato. Nebbie è più “classica”, ritmata e movimentata fin dalle prime note, buona soprattutto per i concerti. Le sorprese continuano con l’ottima Omnia Fert Aetas: musicalmente ci troviamo dinanzi a una composizione particolare, introdotta da percussioni e voci che narrano del passare del tempo, probabilmente autobiografica quando vengono citati raminghi e artisti. Un brano con le chitarre ai minimi storici, elegante e delicato, dannatamente efficace, che può ricordare nelle atmosfere certe cose dei primi In Extremo pur sbandierando il forte marchio Folkstone. Il singolo de Il Confine è sicuramente Non Sarò Mai, la canzone che a breve sentiremo cantare da tutti nei concerti, tanto è immediata e ballabile. Nel testo di Lore viene trattato il tema della libertà, sicuramente con concetti semplici, ma proprio per questo diretti e in grado di cogliere nel segno fin da subito. Non Sarò Mai è il brano che un po’ tutti si aspettano dai Folkstone e durante il quale la band dimostra di centrare il bersaglio ogni volta. L’iniziale arpa introduce un brano di grande effetto: Luna è una semi ballad romantica e delicata, cantata in dialetto bergamasco per un risultato molto bello e musicale. La seconda parte della composizione è più potente pur non perdendo nulla dell’atmosfera soave dei primi minuti, con la chitarra in distorsione, cornamuse e doppia cassa che rendono Luna ancor più intrigante. Con Anomalus si torna alle atmosfere medievali di Sgangogatt: tre minuti di cornamuse, percussioni e ritmi incalzanti, un ottimo modo per ricordare che i Folkstone sono dei burloni chiassosi. La successiva Storia Qualunque presenta un bel testo di Roby (i suoi, a mio parere, sono i più profondi e piacevoli da leggere), mentre nella musica non si va oltre a quattro minuti di buon mestiere. Frammenti risalta per lo stacco di cornamuse a metà brano di ottima fattura (la scuola tedesca del folk rock qui si sente…), così come molto bello è il ritornello, ripetuto molte volte nel finale. Tempi celeri per Lontano Dal Niente, dove nelle strofe è possibile ascoltare un riffing piuttosto inusuale per i Folkstone, in quanto riprende qualcosa dei vecchi Rammstein ma, detto questo, il brano presenta pochi spunti interessanti se non una chitarra più presente del solito, pur rimanendo comodamente al di sopra dell’asticella della sufficienza. Ombre Di Silenzio è introdotta dall’arpa di Silvia in maniera delicata con Lore che, con il suo tipico timbro virile, canta un testo malinconico di nostalgia. Semplicemente stupendo il momento in cui le cornamuse di Andreas, Roby, Teo e Maurizio entrano in scena, dando al brano un tocco di deliziosa tristezza. Anche in questo caso i Folkstone hanno voluto creare qualcosa di diverso, realizzando una canzone struggente, perfettamente riuscita tra l’altro. Simone Pianetti è un pezzo dedicato al famoso brigante bergamasco (veramente affascinante la sua storia!) che, in nome della giustizia, in una sola mattina, uccise sette persone ree di avergli rovinato la vita a suon di malelingue, per poi scomparire misteriosamente sulle alte montagne della zona. La canzone è una delle migliori de Il Confine, dove sono presenti delle melodie piuttosto insolite di cornamusa che ben si amalgamano con il riffing semplice di Mattia Pavanello (chitarrista che ha registrato il disco, ma che non fa parte della formazione dell’epoca) e al drumming del potente Edo, motore instancabile della macchina Folkstone. Nella seconda parte di Simone Pianetti è possibile ascoltare ritmiche inedite, potenti e massicce, dove gli stop’n’go della chitarra e la delicatezza dell’arpa creano un sound riuscitissimo e unico. C’è Un Re è la riuscita cover dei Nomadi: il nuovo arrangiamento, il testo e l’atmosfera della lirica ben si inseriscono nel contesto dell’album. Chiude ufficialmente il cd Grige Maree, interessante nella parte conclusiva quando la canzone si fa più melodica e malinconica. Come traccia nascosta e non indicata nella tracklist c’è Vortici Oscuri in versione acustica.

Le atmosfere e le musiche contenute all’interno de Il Confine sono, come detto più volte, in parte nuove per i vecchi standard del il gruppo, mentre fa un certo effetto constatare che la chitarra (in questo album spesso fondamentale nell’impostare ritmicamente i brani) ha preso il sopravvento sugli strumenti folk, qui meno vistosi che in passato, pur rimanendo di fatto la spina dorsale delle varie composizioni. L’album scorre veramente bene, con l’unico neo di contenere un paio di canzoni non di primo livello ma che comunque non rovinano un lavoro maturo e molto intenso.

Il Confine suona in maniera superlativa: registrato e mixato da Yonatan (anche produttore esecutivo) in Svezia presso il Bohus Sound Studio di Götheborg (ma arpa, ghironda e cittern sono stati registrati al Solid Groove Studio di Bergamo), il disco è il più potente nella storia dei Folkstone. La chitarra è grossa, piena e posta in prima linea dal missaggio finale; la batteria di Edo Sala è probabilmente lo strumento che compie il maggior passo in avanti rispetto al passato grazie a una cura certosina nei suoni. La cassa e il rullante (ma anche i vari tom e piatti) non hanno nulla da invidiare ai maggiori act europei, per un risultato davvero eccellente.

L’artwork del booklet di sedici pagine è opera di Jacopo Berlendis e Sarah Inverno e, come al solito, è un bel libricino da guardare dalle tinte autunnali. Presenti tutte le informazioni del caso e i testi (Luna ha anche la traduzione in italiano); la copertina nasce sempre dalla mano di Berlendis, presenza fissa nei lavori dei Folkstone avendo curato ogni front cover fin dal primo demo della band.

Il Confine, terzo disco dei guerrieri orobici se si esclude il particolare Sgangogatt, mantiene diversi punti di contatto con i precedenti lavori, pur mostrando una crescita artistica e una certa voglia di evolversi e maturare sotto molteplici punti di vista. Se inizialmente la cupezza dei brani spiazza l’ascoltatore abituato alle varie In Taberna, Un’Altra Volta Ancora, Alza Il Corno e Briganti Di Montagna, con il susseguirsi degli ascolti si riesce ad entrare nella “nuova” visione del gruppo, rimanendo affascinati dalle sfumature dei singoli brani, ora più ricercati e delicati che mai.

Nel nuovo lavoro i musicisti bergamaschi invertono il trend, suonando più “stone” che “folk”: una scelta forse coraggiosa, ma che ha reso Il Confine un disco imperdibile e dato i suoi frutti a lungo termine negli anni successivi.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.