Nemuer – Labyrinth Of Druids

Nemuer – Labyrinth Of Druids

2015 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Katarína Pomorská: voce, scacciapensieri, tamburo sciamanico djembe, duclar – Michael Zann: chitarra acustica, ancient Egyptian harp, voce

Tracklist: 1. Main Theme – 2. Caves Of Damnation – 3. Those Who Are Not Seen – 4. The Isle Of Awakening – 5. Green Walls – 6. Castle (Dedicated To H.P. Lovecraft) – 7. Shadown Warlock – 8. Healing Waves – 9. Cemetery – 10 Dark Forest Shelter – 11. Effulgent Sunlight – 12. Arena Combat – 13. Pub Of A Frozen Time – 14. Faint Recollections – 15. Baptism By Fire

Ci sono musiche e dischi che vanno d’accordo con alcune stagioni dell’anno e decisamente meno con altre. Questo dei Nemuer è un disco autunnale, se vogliamo anche invernale, l’importante è che ci sia la giusta temperatura esterna e il tempo adatto a una pubblicazione del genere. Voglio essere chiaro, Labyrinth Of Druids è un bel disco anche ascoltato in pieno luglio con l’aria condizionata accesa al massimo, ma è chiaramente nelle stagioni dalle basse temperature che questa musica rende al meglio. Il sound del duo della Repubblica Ceca è molto delicato e intimo, direi minimale e leggero. Le rade note di chitarra creano un’atmosfera quasi magica, ma anche gotica, nell’accezione letteraria del termine.

L’entità Nemuer, attiva dal 2014, fa parte di un progetto più grande capeggiato da Michael Zann, dove oltre all’aspetto musicale sono presenti quello letterario e videoludico. Il libro non è ancora concluso, mentre il gioco (la copertina di Labyrinth Of Druis è una piccola anteprima), un MMORPG fantasy/horror, dovrà aspettare probabilmente il 2018. Inoltre questo disco corrisponde al quinto capitolo del libro, mentre il debutto Irenthoth’s Dream al settimo. Detto questo Labyrinth Of Druids può essere visto come una parte di qualcosa di più grande, ma la qualità è tale che anche preso “singolarmente”, ovvero senza la parte visiva, è assolutamente godibile e in grado di emozionare l’ascoltatore.

Labyrinth Of Druids è un viaggio nel profondo di noi stessi, a volte meraviglioso e a volte terribile. Può anche esser visto come un semplice disco da ascoltare in un nebbioso pomeriggio di novembre mentre si legge un bel libro sorseggiando una tisana. In entrambi i casi la musica compie un piccolo ma grande miracolo: ti avvolge completamente ipnotizzandoti, impossibile rimanerne indifferenti. Ci sono alcune tracce che più di altre colpiscono il bersaglio, come Caves Of Damnation o The Isle Of Awakening, quest’ultima che culla l’ascoltatore grazie al delizioso suono delle onde marine e dei gabbiani. Ci sono anche brani più oscuri o teatrali, come la cupa Green Walls, possibile soundtrack di una pellicola dell’Hammer Film Production. La lunga Healing Waves vede la chitarra protagonista nei sette minuti di durata: deliziose note appena pizzicate fluttuano nell’aria con stordente bellezza, ammaliando il fortunato ascoltatore. Le onde del mare, come titolo e come suono, tornano più volte all’interno dei disco ed è chiaro quanto questo elemento sia importante per i Nemuer. Effulgent Sunlight, dal retrogusto vagamente celtico, è semplicemente un altro tassello di questo mosaico musicale intitolato Labyrinth Of Druids. Con Pub Of The Frozen Time il sound del duo cambia radicalmente: arpeggi di chitarra e il vociare del pub sono vivaci e lontani dal decadentismo ascoltato in precedenza. Tutto torna alla “normalità” con le successive Faint Recollections e Baptism By Fire, canzoni dalla venatura dark folk che portano a conclusione Labyrinth Of Druids. Infine come non segnalare Castle, brano dedicato al maestro americano H.P. Lovecraft, scrittore fondamentale per la letteratura gotica/horror e grande fonte d’ispirazione per il due musicisti cechi.

Il secondo disco dei Nemuer è senz’altro ben fatto e sarà gradito a quel pubblico che quotidianamente si nutre di sonorità rarefatte e atmosferiche, sia dall’accento più romantico che quello maggiormente dark. Per tutti gli altri ci vorranno molti ascolti in determinate condizioni per poterlo apprezzare, ma Labyrinth Of Druids è un gran bell’album nel suo genere.

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Buono shopping e buona musica!

Intervista: ShadowThrone

Grazie all’Yggdrasil Night ho avuto modo di conoscere gli ShadowThrone e soprattutto vederli in azione sul palco del Traffic Club di Roma: un’esibizione concreta e diretta, potente e personale con un tocco scenico semplice quando d’impatto. Il loro è un black metal che prende dal passato (Bathory, Emperor ecc.) e lo rende attuale: non c’è spazio per l’imitazione, qui si lavora di personalità con indubbia bravura e il risultato è Demiurge Of Shadow, debutto in grado di fare la gioia di tutti gli appassionati di questo genere musicale. Con Steph (chitarra) e Serj (voce) ho parlato proprio del disco, ma anche della storia della band e della scena italiana. Una band da supportare e andare a vedere in concerto!

Steph, tutto inizia dopo che hai lasciato i Theatres Des Vampires formando gli ShadowThrone, vuoi ripercorrere quel periodo? Hai avvertito la necessità di suonare una musica più estrema rispetto a quella che stavi suonando all’epoca?

Steph: Salve! Gli ShadowThrone in principio erano soltanto un’idea che avevo in mente. Non era nulla di concreto. Ho iniziato a scrivere materiale come conseguenza ad un periodo di stallo con i Theatres Des Vampires dopo il tour in Sud America. Bisognava iniziare un nuovo capitolo dei TdV e buttare giù materiale per l’album successivo. Durante lo sviluppo di Candyland iniziavo a notare delle divergenze su come avrebbe dovuto suonare il disco. Il materiale da me proposto era un po’ troppo ‘’metal” rispetto alle esigenze del resto della band e usciva fuori dallo schema TdV. Il compromesso sarebbe stato penalizzante per entrambi ed inoltre non ero d’accordo con sull’uso dei synth. Avvertivo la necessità di uscire prima di rimanere ancorato ad un lavoro che andava lontano dalle personali aspettative. Sai, quando scrivi e produci un album, a seguire c’è tutta la fase promozionale live che in questo caso poteva diventare una sorta di prigione a svantaggio mio ma soprattutto per la band. Buttai giù più materiale possibile e alla fine non rimaneva che provare i brani con una vera band. Il risultato mi convinse a lasciare i TdV rimanendo sempre in ottimi rapporti. Bisogna sempre seguire ciò che brucia dentro mettendo in conto anche le rinunce. Parlo dei tour e delle grosse date alle quali ero abituato durante i miei dieci anni nella band. Ma da questa parte ho riscoperto il lato romantico di rimettersi in discussione.

Demiurge Of Shadow è il vostro primo disco, presentatelo ai lettori di Mister Folk.

Serj: Demiurge Of Shadow, il nostro primo full-lenght è un album che rappresenta un equilibrio abbastanza tangibile delle due realtà che rappresentano il sound della band, ovvero la parte atmosferica e di ispirazione film score e la parte più thrash-black tirata che viene direttamente dalle nostre influenze 90s. Un esperimento a mio parere ben riuscito che ci rappresenta molto ed è molto fedele alla nostra proposta live.

Sono molto curioso di conoscere il significato dei testi e in particolare quello di Seal Of Opulence. Tra l’altro dando uno sguardo a titoli e alcune frasi delle canzoni viene spesso a galla il collegamento con il mare e le anime dannate. Non mi sembra un concept album, ma sembrano esserci delle tematiche che tornano più di una volta: è così?

Serj: Demiurge Of Shadow non è un vero e proprio concept album nel senso puro del termine, perché ci sono brani, come appunto Seal Of Opulence, che si slegano dalla maggioranza dei pezzi come tematiche. In ogni caso ho voluto mantenere un motiv comune nella scrittura, ovvero una rappresentazione ascetica del protagonista, inteso come metafora dell’uomo, verso un piano cognitivo superiore. La sopracitata Seal Of Opulence è una traccia che trae ispirazione nelle sonorità e nelle lyrics da un film culto degli anni novanta, La Chiesa di Michele Soavi, che consiglio a tutti gli amanti del genere horror di quell’epoca.

La copertina è veramente molto bella e diversa dalla tipica cover black metal: com’è nata l’idea e chi l’ha realizzata? Ha un significato specifico, magari un legame con una canzone?

Serj: la copertina di Demiurge Of Shadow è stata realizzata dal digital artist ciociaro Graziano Roccatani, formidabile illustratore e pittore nostro conterraneo. La scelta del soggetto è stata ardua in quanto il disco, specialmente a livello di lyrics ha molte sfaccettature, abbiamo optato per il veliero nei ghiacci che rappresenta un viaggio verso il nord e quelle atmosfere scure e fredde che il sound vuole evocare.

Il cd è stato pubblicato dall’etichetta giapponese Zero Dimensional Records, come siete giunti in contatto con loro? Come vi state trovando? Avete avuto proposte da etichette italiane ed europee?

Serj: al momento della produzione del disco siamo entrati in contatto con diverse etichette sia italiane che estere, la Zero Dimensional Record si è mostrata molto interessata alla produzione del nostro album così abbiamo accettato la sua proposta contrattuale, un’etichetta che nel campo del black ha prodotto anche nomi come Satanic Warmaster e Taake e che distribuisce a livello mondiale attraverso la Plastic Head.

A fine 2015 avete pubblicato l’EP Through The Gates Of Dead Sun e circa un anno più tardi il full-length di debutto: cosa è cambiato in un anno e che differenze ci sono tra l’EP e il disco?

Serj: il primo EP è sicuramente una piccola prova per tastare il terreno per ogni band, anche nel nostro caso è stato così, un anno dopo il primo full-lenght infatti contiene alcuni dei brani dell’EP, ai quali abbiamo dato un sound più curato e una produzione più ricca e fedele alla nostra performance live.

Black metal in Italia: cosa va e cosa non va?

Serj: in tutta onestà non mi sento di fare critiche verso il black metal italiano, ci sono molti gruppi validissimi, che hanno una proposta accattivante e originale; chi ha merito, come in ogni cosa, farà sicuramente la sua strada.

Ci sono dei gruppi che ritenete validi e con i quali siete in buoni rapporti?

I gruppi validi italiani sono moltissimi e purtroppo con alcuni di essi non abbiamo ancora avuto il piacere di dividere il palco. Tra i gruppi con cui abbiamo avuto il piacere di suonare cito i Darkend, Scuorn, Voltumna, Gotland ma anche altri non tipicamente black come gli UnderSiege e Dyrnwyn. I nostri conterranei Burian inoltre, che so che produrranno un disco nei prossimi tempi.

Ascoltando il disco Demiurge Of Shadow si capisce facilmente il legame con il black metal ’90 mentre in concerto si avverte una piacevole attitudine vicina al black metal della prima ondata, quella di Bathory e compagnia marcia. Vi chiedo quindi quali sono i vostri punti di riferimento e cosa volete esprimere attraverso la vostra musica.

Serj: il legame con i Bathory è sicuramente indissolubile, così come lo è anche con gli Emperor, gruppo che ognuno dei nostri componenti ama molto. Le nostre influenze variano anche tra band come Dimmu Borgir e i miei amati Covenant (del primo album In Times Before The Light, prima che cambiassero il nome in Kovenant), inoltre ognuno di noi mette, specialmente nell’arrangiamento, le sue influenze che non necessariamente derivano dal black metal.

Avete supportato diverse band di valore come Rotting Christ, Absu, Necrodeath e Opera IX: che tipo di esperienze sono state e pur suonando in apertura, che tipo di responso avete avuto?

Serj: suonare con dei giganti è sempre un grande onore e un esperienza di grande formazione professionale e artistica, ognuno dei gruppi con cui abbiamo diviso lo stage ci ha insegnato qualcosa e di questo siamo grati. Ovviamente quando si suona in apertura ad un big la maggior parte del pubblico è presente per loro, ma devo dire che sono rimasto piacevolmente soddisfatto nel vedere il pubblico apprezzare il nostro show e farci molti complimenti appena scesi dal palco.

Nelle prossime settimane avrete diversi concerti interessanti: volete ricordarli ai lettori di Mister Folk e cosa vi aspettate da questi show?

Serj: parteciperemo con il Cult Of Parthenope festival a Napoli dove suoneremo con moltissime band di grande valore e parteciperemo al release party dei Voltumna a Roma come special guest (l’intervista è stata fatta a fine ottobre, ndMF), a dicembre saremo al Black Winter Fest al Colony di Brescia dove avremo l’onore di suonare con Carpathian Forest, Batushka e Satanic Warmaster tra gli altri: invito tutti i lettori a seguire la nostra pagina Facebook per essere aggiornati sugli eventi live prossimi.

Siamo giunti al termine, grazie per la disponibilità e spero di rivedervi presto sul palco.

ShadowThrone in concerto all’Yggdrasil Night

Distoriam, Trollwar & Trobar – Distrollbar (split EP)

Distoriam, TrollWar & Trobar – Distrollbar (split)

2017 – split – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: –

Tracklist: 1. Distoriam – Les Héros Du Passé – 2. Trobar – Marée Noire – 3. Trollwar – Soup Of A Thousand Souls – 4. Distoriam – Magnetic North (French Poutine Version) (Alestorm Cover) – 5. Trobar – Légende Indienne (Quebec Folk Song) – 6. Trollwar – Nectars Of Eden (Ebony Tears Cover) – 7. Distrollbar – Chant Sacré (Metal Version) (Laurent Paquin Cover)

La scena canadese, come ormai saprete bene leggendo le recensioni di questo sito, è sempre attiva e dinamica, con tanti nomi che escono fuori ogni anno e, soprattutto, dei validi dischi a confermare la bontà dei musicisti nord americani. La cosa bella è che la scena canadese sembra essere anche unita stando a molte dichiarazioni dei protagonisti, al punto da pubblicare, come in questo caso, uno split EP non a due, bensì a tre gruppi. Quale modo migliore per farsi conoscere e divertirsi (e divertire) al tempo stesso? Succede così che tre band originarie del Quebec, Distoriam, TrollWar e Trobar, uniscano le forze per rilasciare (purtroppo solo in formato digitale) Distrollbar, un lavoro assolutamente piacevole da ascoltare e diverso dai classici split. La formula è in realtà strana e anche un po’ intricata: i tre gruppi propongono prima un pezzo inedito per poi passare a una cover; infine c’è spazio per una canzone che vede coinvolti tutte le band insieme. Se da una parte c’è la volontà di rendere molto vario il disco, dall’altra c’è una certa confusione dovuta proprio alle diverse sonorità della band coinvolte. Il tutto si risolve con un po’ di ascolti, quando diventa possibile riconoscere l’impatto musicale e il cantato di ogni singolo gruppo.

La prima canzone è dei Distoriam: Les Héros Du Passé è potente con delle sonorità death metal in certi riff e nel cantato che ben contrastano con il ritornello maggiormente arioso durante il quale sono utilizzate le voci pulite sia maschile che femminile. C’è spazio anche per un assolo di chitarra, ma è la seconda parte della composizione dove la band si lascia andare senza freni di sorta e il risultato è notevole. Tocca quindi ai Trobar con Marée Noire: sonorità più tipicamente folk metal per il gruppo di Rimouski, autore nel 2014 del full-length Charivari. Flauto e tastiera sono strumenti importanti per l’economia del pezzo, ma sono sicuramente le linee vocali (growl maschile e pulito femminile) ad avere il ruolo protagonista. I TrollWar (incontrati anni fa con il disco Earthdawn Groves) hanno un sound più bellicoso e si nota fin dalle prime note di Soup Of A Thousand Souls. Possono ricordare i Finntroll più ignoranti, ma nel loro suono c’è anche una certa dose di personalità: le note feroci del brano hanno sempre un qualcosa di melodico e in questo il lavoro della tastiera è fondamentale. Dopo i tre brani inediti si passa alle cover: la prima è Magnetic North degli Alestorm, riletta in chiave personale (e in francese) dai Distoriam. Il risultato è molto diverso dall’originale, ma proprio per questo interessante da ascoltare. La seconda cover è Légende Indienne, una folk song del Quebec ben metallizzata dai Trobar, un pezzo veramente coinvolgente e dinamico, con ottimi giri di chitarra e il cantato di Pascale Lévesque sempre all’altezza della situazione. La terza e ultima cover presente nello split è opera dei TrollWar, Nectars Of Eden degli svedesi Ebony Tears. In questo caso la band di Alma è più melodica rispetto al solito (con la bontà della musica inalterata), ma ci si muove sempre in ambiti extreme folk metal. Ultima traccia in scaletta è Chant Sacré dei Distrollbar, nome sotto al quale sono riuniti tutti i musicisti delle tre band. La canzone è una cover di Lauren Paquin, un comico locale apprezzato molto apprezzato. La canzone, dalla durata di appena un minuto e mezzo, è strana, quasi eterea all’inizio e brutale nel finale, sicuramente un esperimento curioso che forse meritava una maggiore durata.

Distrollbar è un’idea buona quanto utile: una pubblicazione del genere attira attenzioni e simpatie, la band raggiungono lo scopo dello split, cioè farsi conoscere divertendosi e facendo divertire: missione compiuta!

Folkstone – Ossidiana

Folkstone – Ossidiana

2017 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Marchesi: voce – Luca Bonometti: chitarra – Federico Maffei: basso – Edoardo Sala: batteria – Roberta Rota: cornamusa, bombarda, voce – Matteo Frigeni: cornamusa, bombarda, ghironda – Maurizio Cardullo: cornamusa, cittern, flauto, bouzouki, bombarda – Andrea Locatelli: cornamusa, bombarda

Tracklist: 1. Pelle Nera E Rum – 2. Scintilla – 3. Anna – 4. Psicopatia – 5. Asia – 6. Scacco Al Re – 7. Mare Dentro – 8. E Vado Via – 9. Instantanea – 10. Supernova – 11. Dritto Al Petto – 12. Sabbia Nera – 13. Ossidiana

Alla fine è successo. I Folkstone si sono definitivamente staccati dal proprio passato realizzando un disco che guarda avanti senza pietà, con un sound (si potrebbe dire) nuovo e lasciando gli ascoltatori a bocca aperta. Quello che è sicuro è che con Ossidiana la band di Bergamo non passa inosservata: prova ne è il gran chiacchiericcio, per quel poco che vale, virtuale e i complimenti ricevuti dai musicisti rock della scena italiana. Detto questo, come suona il nuovo album dei guerrieri orobici? Diverso. Diverso da Oltre…l’Abisso che a sua volta era la prosecuzione artistica di quanto iniziato con Il Confine, per non parlare poi dei primi due cd Folkstone e Damnati Ad Metalla: si tratta proprio di un’altra band. Cosa c’è di diverso, vi chiederete, tra Il Confine e Ossidiana? Sicuramente l’approccio. Laddove i Folkstone cercavano di restare a metà strada tra l’osservazione critica del mondo e la necessità di divertirsi (e far divertire) ora c’è solo la via della maturità, che spesso fa rima con noia e debolezza, ma non è il caso loro, fortunatamente. Quel che manca, e lo dico subito, è un guizzo di vita che tutti ci aspettiamo dai Folkstone, quelle cornamuse a festa che fanno battere forte il cuore, quei cori che non si aspetta altro di andare a un loro concerto per poterlo gridare con tutta la voce che è in corpo. Manca un pizzico di vita. Ossidiana è vita, e in alcuni momenti è anche bella come vita, ma è costantemente ombreggiata dagli anni che passano e che segnano il volto con rughe indelebili. È anche affascinante per questo, Ossidiana, quel fascino da persona adulta che sa ancora giocarsi le proprie carte pur non avendo più il fisico e il sorriso di quando aveva venti anni e ci si poteva permettere di dormire quattro ore a notte e ricominciare il giorno dopo carichi come non mai. Ossidiana ha quel fascino di chi ha vissuto la vita e ne porta le cicatrici, ma lo fa con serenità. Non orgoglio ne vergogna. Ossidiana sta lì a dire: la vita è questa, amico, non possiamo far altro che accettarla e quando possibile combatterla, ma questo è, fine dei sogni e dei giochi.

Il folk metal, nel senso stretto del termine, non è su un disco dei Folkstone dal 2012. In Ossidiana ci sono robuste chitarre rock (a tratti rammsteiniane) e bei strumenti folk che arricchiscono le canzoni. Non c’è l’arpa di Silvia Bonino, fuori dal gruppo perché il suo strumento ritenuto di troppo, ma c’è l’ottimo flauto di Maurizio a rinfrescare con deliziose note le varie composizioni. La canzone simbolo di questo cambiamento è senz’altro Pelle Nera E Rum: un blues caldo e avvolgente, molto sensuale, brano che indica immediatamente la volontà dei Folkstone di lasciarsi andare all’istinto non badando alla forma ma al risultato. Non mancano le cornamuse e il groove che sale di giri quando è il momento giusto di farlo, ma il cambiamento è palese e può facilmente spiazzare i fan, soprattutto quelli maggiormente legati al periodo “gente balla e dorme sui banconi appiccicati”. Un altro brano da menzionare è Dritto Al Petto, interamente cantato da Roberta. C’è da dire che Roby ha fatto passi da gigante al microfono, ora molto precisa e in grado di controllare meglio la voce, ma che non ha perso quel tocco aggressivo e verace che la contraddistingue. Il resto delle composizioni (curiosamente di durata media/corta, da 3.26 a 4.20, con appena tre canzoni sopra i quattro giri di lancette) sono quasi tutte di buona qualità (le prime tre sono davvero ottime, con un songwring deciso e grandemente riuscito) con qualche inevitabile calo di tensione di tanto in tanto quando ce ne sono ben tredici in un cd. La difficoltà dell’ascolto è dovuta alla nuova veste dei Folkstone, diciamolo chiaramente: non tutti sono pronti per questo salto, la band ha veramente osato e rischiato lasciandosi avvolgere dalle influenze e da quel che veramente vogliono fare, vincendo però la scommessa.

La produzione è molto compatta e il suono in cuffia è davvero ottimo: potente e chiaro, perfettamente mixato e curato nei minimi dettagli dal guru Tommy Vetterli (Coroner, Eluveitie, Kreator ecc.) fa da contrappeso all’orrenda copertina (volutamente) scarna ma che è in sintonia con i testi e il mood dell’album. Va bene il senso dell’artwork, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

Ossidiana è la nuova veste dei Folkstone: a prima vista sembra essere un capo economico, trovato in offerta in qualche supermercato, eppure per una serie di motivi riassumibili con la parola bravura, hanno tirato fuori l’ennesimo bel viaggio nei sentimenti, dipingendo piccoli scorci d’umanità della quale tutti abbiamo bisogno. Alla fine il capo economico da supermercato calza a pennello ai nuovi Folkstone e vederlo indossato da loro fa anche un figurone.

Intervista: Blodiga Skald

I Blodiga Skald hanno pubblicato il full-length di debutto Ruhn qualche mese fa e hanno presentato il disco in un infuocato release party al Traffic Club di Roma: quale migliore occasione per scambiare due parole (ok, quattro) con la violinista Maerkys e conoscere meglio una delle più interessanti realtà italiane che sta facendo parlare di se soprattutto nell’est Europa? Tanti gli argomenti toccati, compreso il pregiato vino ricavato dagli occhi di elfo. Buona lettura!

foto di Arianna Ceccarelli

La prima cosa che ti voglio chiedere è come ci si sente a debuttare su un’etichetta come la SoundAge Productions.

È sicuramente qualcosa d’inaspettato ed emozionante! Allo stesso tempo credo che questo salto ci responsabilizzi: far uscire il primo disco con una delle label degli Arkona ci porta a mantenere alto il nostro livello. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, no?!

Come siete entrati in contatto con la label russa? L’impegno con loro è solo per questo disco o anche per altri?

Cercavamo un’etichetta per il nostro primo disco Ruhn e ovviamente abbiamo puntato a quelle che si occupano più che altro di folk metal. Abbiamo avuto una buona risposta dall’ambiente di produzione del folk metal russo e la SoundAge è stata la label che ci ha offerto gli accordi migliori. Per ora abbiamo firmato solo per questo disco, poi si vedrà!

I responsi dell’EP Tefaccioseccomerda sono stati veramente buoni, ma c’è da dire che con Ruhn avete fatto un grosso passo in avanti e un po’ tutti se ne stanno accorgendo. Come e quanto avete lavorato per realizzare un disco di questa qualità?


C’è molto lavoro dietro a Ruhn e sebbene alcune tracce siano state riprese dall’EP, le abbiamo completamente rilavorate e riadattate al sound che avevamo ben chiaro per questo primo lavoro ufficiale. Ruhn doveva essere il biglietto da visita dei Blodiga Skald, con un’impronta musicale ben precisa, che permettesse al pubblico di riconoscerci al primo accordo. C’è uniformità tra le dieci tracce, che pur essendo molto diverse tra loro hanno sempre quel “qualcosa” di caratteristico.
Va anche detto che l’intera composizione del repertorio Blodiga è stato rimodellato per poter includere le linee di violino.

In Ruhn troviamo l’utilizzo di tre lingue, ma l’italiano è solo per alcuni titoli. C’è possibilità di vedere utilizzata la nostra lingua in una futura canzone?

Questa è una domanda che ci viene fatta molto spesso e personalmente la prendo un po’ come una coccola da parte del pubblico: credo che quando le persone ti chiedono di cantare in una lingua a loro comprensibile sia una voglia di comunicazione diretta ed è una cosa buona; è come se dicessero: “ci piacete talmente tanto che vorremmo poter cantare i vostri testi!” (poi, magari, è tutto un film che mi faccio io, eh! Ahahahah)!
Per ora non abbiamo intenzione di cantare in italiano, sia perché c’è uno schema ben preciso dietro l’alternanza tra russo (usato per i dialoghi degli orchi) e inglese (usato per la narrazione), sia perché stiamo creando un nostro particolare stile e non vorremmo già mischiare le carte in tavola. Non è detto che non troveremo il modo di far parlare qualche personaggio nella nostra lingua. Magari un elfo fighetto…

Ora ti tocca spiegare la storia raccontata in Ruhn con dovizia di particolari…


Ecco! Sappi che se non supero questa prova, Axuruk (il cantante) mi bacchetta severamente, quindi cominciamo! Epica Vendemmia parla di quanto agli orchi piaccia bere e far baldoria! In particolare la nostra verde razza è particolarmente ghiotta di un vino fatto con gli occhi di elfo… una prelibatezza! Un eroe elfico di nome Ballas scende in battaglia per fronteggiare l’orda, ma viene sconfitto ed il vino ricavato dai suoi occhi è il migliore che sia mai stato bevuto!

Ruhn è l’inizio di tutto. Qui comincia la storia degli orchi e la nostra, che abbracciamo il ruolo di menestrelli della nostra razza. È la prima ed unica canzone in cui noi Blodiga Skald ci rivolgiamo direttamente al nostro popolo e lo facciamo nella nostra lingua, perché questa non è una storia per il pubblico, ma un canto di rivalsa per la nostra gente. Il testo parla di antichi canti e racconta di come le nostre radici affondino nel sangue di battaglie, di villaggi distrutti, di terre da cui siamo lontani; ma canta anche di un giuramento da parte dei nuovi giovani che restano fedeli ai loro antenati, alle loro gesta e alla loro natura di guerrieri, pur guardando al futuro con un nuovo coraggio nel cuore. Dalle ceneri della loro antica razza, disseppelliranno l’onore e la forza di tornare a combattere, rivendicando il proprio mondo.

No Grunder No Cry richiama nel titolo una famosa canzone reggae e narra le vicende di Grunder, un orco poco sveglio a cui viene una gran voglia di zuppa di dita umane (altra squisitezza orchesca). Va quindi alla ricerca di qualche umano da cucinare, ma al momento dello scontro si accorge di aver lasciato le armi a casa e viene quindi ucciso senza gloria.

I Don’t Understand vede noi bardi orcheschi girovagare in cerca di storie, finché ci imbattiamo in un accampamento di nomadi, che per ringraziarci dei nostri racconti ci offrono di fumare un’antica spezia che ci confonde le idee e ci fa credere di amare elfi e gnomi!!!

Sadness è la cupa vicenda narrata dall’eroe degli orchi Razdul, che racconta di come fu tradito dalla sua stessa gente, dalla sua stessa razza, manipolata dalle parole di un malvagio orco stregone di nome Keregan.

In Laughing With The Sands ci ritroviamo catapultati in terre più calde e sabbiose, dove un gruppo di orchi tenta di attraversare il deserto per raggiungere la città di alcuni amici umani. Purtroppo quelle sabbie sono maledette e provocano delle risate talmente potenti che si finisce col piangere di fatica, rischiando di morire. Per fortuna i nostri sopravvivono a questa tortura e riescono a raggiungere la città!

La golosità che gli orchi hanno per gli gnomi li porta a fare “spesa” nella città di Panapiir, per cercare qualche gnomo succulento da divorare. Purtroppo, però, gli orchi sono anche inarrestabili bevitori e così in poco tempo si ritrovano tutti ubriachi e vulnerabili e finiscono con l’essere uccisi a loro volta dagli stessi gnomi. Per fortuna il capoclan Razdul è rimasto sobrio e in breve riesce a sconfiggere gli gnomi.

Too Drunk To Sing è la divertente storia del nostro Grunder, che davvero troppo ubriaco, tenta di cantare a squarciagola. Axuruk gli fa notare che è troppo ubriaco per cantare, quindi lo invita a ballare con lui e a continuare a divertirsi! Come sono andata? Ahahahahah!

Blidiga Skald in concerto

Le canzoni che troviamo in Ruhn sono tutte molto buone e diverse tra di loro. Come ho detto nella recensione la differenza la fa il tuo strumento, sempre fondamentale per le melodie e i grandi stacchi che crea con il resto del brano. Quanto hai/avete lavorato su questo aspetto e ti ritieni pienamente soddisfatta di quanto fatto?

Il lavoro compositivo viene sempre svolto insieme: principalmente è Ghash (il chitarrista) che inizialmente compone i brani, ma successivamente scatta la fase di confronto con ciascuno strumentista, per adattare l’idea di base alle caratteristiche proprie dello strumento. Nel mio caso, le linee di violino erano già abbastanza delineate prima del mio intervento, ma ho comunque aggiustato e inserito alcune parti per far sì che le mie lead apportassero qualcosa di importante e migliorassero le melodie. Gli assoli di violino li ho composti da zero e sono brevi e semplici, ma nell’insieme funzionano e danno risalto ai brani, senza snaturarli e senza “invadere” lo spazio melodico degli altri. Sono molto contenta del lavoro fatto, ma sicuramente devo ancora dare il meglio di me!

Il titolo dell’ultima canzone del disco (Too Drunk To Sing) è una rivisitazione del titolo Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys?

Emh… OVVIAMENTE! Ahahahah…

L’artwork del disco è molto curato, così come lo è il vostro look mentre suonate. Quanto è importante l’aspetto estetico/visivo in un mondo che corre tra social e follower? C’è il rischio in alcuni casi, secondo te, di dare più attenzione a quello che l’occhio vede invece che alla musica?

La presentazione visiva e l’aspetto scenico è molto importante per noi, ma credo lo sia in generale per qualunque progetto, non solo musicale. Ci muoviamo in un contesto quotidiano in cui l’attenzione che l’osservatore concede ad un determinato stimolo è solo di pochi secondi ed essendo continuamente bombardato da miliardi di questi stimoli, c’è bisogno di qualcosa che prima ancora di spiegare un concetto, catturi immediatamente l’interesse. Della serie: “ora che ho la tua attenzione…”. Questa può essere una carta vincente, ma anche un’arma a doppio taglio, perché se ad originalità estetica non segue una concettualità sostanziosa, si rischia di essere il proverbiale “tutto fumo”… e il pubblico ha un ottimo naso! Noi siamo quanto di più “cretino” ci si possa aspettare da una band metal e sul palco siamo un branco di cinghiali scatenati, ma quando poi ci ritroviamo in sala prove, o in fase di composizione, studio o registrazione, siamo seri e ben concentrati sul lavoro che stiamo facendo. Come diceva qualcuno: “ridere è una cosa seria”, far ridere lo è ancora di più!

Il release party di Ruhn è stato grandioso, una festa rumorosa e divertente. Quanto conta per voi il “cazzeggio” in musica?

Sono molto contenta che ti sia divertito! Il cazzeggio è la nostra carta vincente ed è il modo migliore di comunicare con il pubblico! Quando la gente vede che tu che suoni ti stai divertendo da matti, è sicuramente più invogliata a partecipare e a divertirsi a sua volta. Questo costante prenderci in giro, “recitare una scena” e interagire continuamente con le persone, annulla quel dislivello tra il parterre e il palco e ci pone tutti allo stesso livello di idiozia!

In questo ultimo periodo avete suonato diverse volte all’estero, ti chiedo quindi se hai riscontrato differenze con la realtà italiana per quel che riguarda organizzazione, trattamento dei gruppi e pubblico.

Ahimé, nota dolente! Purtroppo devo dire che la differenza c’è e si sente molto. Ovviamente il mio è un giudizio limitato, non avendo girato tutto il mondo, ma per quel poco che ho visto, devo dire che l’Italia ha moltissimo da recuperare in campo di considerazione dell’arte e del ruolo dell’artista. Fuori dal nostro Paese, chi fa musica è valorizzato per ciò che fa e per tutto il lavoro di cui si carica per poterlo fare, dallo studio all’investimento economico, viene pagato e trattato da artista che dedica la propria vita a questo tipo di lavoro, che non è assolutamente inferiore a qualunque altra occupazione. In più il pubblico è appassionato e ha fame di novità e di qualità, perché abituato a ricevere sempre nuove proposte ed è quindi curioso ed esigente! In Italia, secondo il pensare generale, se fai musica stai togliendo tempo a qualcosa di più serio, ma questo credo sia un discorso fastidioso e trito&ritrito allo stremo, che tutti ben conosciamo. Diciamo che, paradossalmente, è più facile suonare (e suonare con piacere!) all’estero che in patria e questa è una cosa che lascia davvero l’amaro in bocca.

C’è un momento/situazione che vuoi raccontare ai lettori di Mister Folk, magari facendo arrabbiare gli altri membri del gruppo?

Ahahahah! Perché no?! Ti ho mai raccontato di quella volta che, in Romania, Axuruk perse la voce poco prima del live al 31 Motor’s Club di Suceava? Per tentare di sfiammare la gola e poter cantare in growl, quella sera adottò il caro vecchio metodo moldavo e cominciò a bere shot su shot di un famoso alcolico dall’etichetta con su disegnata una testa di cervo (ma se po’ dì Jägermeister, o è pubblicità occulta?). Inutile dirti che poco prima di salire sul palco era “bello andante”, come si dice in gergo e abbastanza ubriaco, quindi noialtri eravamo abbastanza preoccupati (in caso di emergenza eravamo pronti ad abbatterlo con le cerbottane)! Alla fine fu uno dei suoi e nostri migliori live in Romania e il pubblico fu totalmente travolto dalla sua… emh… spontaneità!

Quando hai iniziato a suonare il violino e perché?

Come la maggior parte dei violinisti (chissà poi perché!) cominciai a suonare molto piccola. Iniziai le mie lezioni a cinque anni e ad oggi suono da diciannove. In realtà, all’epoca chiesi ai miei genitori di portarmi in una scuola di musica perché volevo cantare, ma (grazie alla rinomata competenza italiana), il direttore della scuola, invece di inserirmi in un coro di voci bianche, mi disse che ero troppo piccola per seguire un corso di canto. Lì per lì non la presi molto bene, ma poi quando mi fu proposto di scegliere uno strumento, scelsi il violino. Ancora oggi non so e non ricordo perché presi quella decisione. All’epoca non lo sapevo, ma, guarda caso, è uno degli strumenti più simili alla voce umana.

Se penso al violino nel metal il primo nome che mi viene in mente è quello dei My Dying Bride. Quali sono i tuoi musicisti/gruppi di riferimento e cosa spinge un violinista a suonare heavy metal?

Ho sempre ascoltato rock, metal e sottogeneri, parallelamente allo studio della musica classica, quindi ho sempre cercato un modo di sposare la musica che più mi piaceva allo strumento che suonavo, ma non è stato facile in realtà. Nell’immaginario collettivo, il violino viene associato al country, alla musica irlandese e alle serenate, (che tra l’altro sono tutti tipi di folk) ma, pur essendo cresciuta, tra le altre cose, con le ballate celtiche e i capolavori di Branduardi, io, soprattutto in adolescenza, volevo qualcosa di diverso e cercavo il gruppo brutal, death, doom, eccetera, eccetera-metal che avesse il violino, quindi capirai che le pretese erano un po’ eccessive! C’è anche da dire che, almeno nel mio ambiente, il violino era visto come uno strumento noioso. Con il tempo ho scoperto il folk metal e ho cominciato a imparare i riff delle canzoni più famose, mi sono appassionata alla musica irlandese e ho scoperto che il violino era molto di più che uno strumento da “musica colta”! A sorpresa ti dico che anche il jazz aiuta molto, perché lo studio dell’improvvisazione rende il musicista cangiante e camaleontico! Secondo me c’è ancora molto da sperimentare per un violinista che voglia scardinarsi dal leggìo su cui è stato culturalmente ancorato ed io non vedo l’ora di andare in esplorazione e magari, chissà, diventare come Ara Malikian, che è un mostro di tecnicismo classico, ma il più delle volte suona musica della tradizione mediorientale o dell’est ed è un personaggio totalmente distante dall’immagine del violinista a cui siamo abituati!

Maerkys, siamo al termine dell’intervista. Ti ringrazio per la disponibilità, hai lo spazio per lasciare alle future generazioni una grande frase che nessuno dimenticherà mai!

Oh, no, ho già finito di parlare? Ahahahahah! Grazie a te per aver sopportato questa lunghissima chiacchierata! Ti lascio con una frase presa in prestito dal romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: “È lo spettatore, non la vita, che l’arte, in realtà, rispecchia”.

foto di Arianna Ceccarelli