Eluveitie – Slania

Eluveitie – Slania

2008 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Granzmann: voce, chitarra, mandolino, flauto, uilleann pipe – Sime Koch: chitarra – Ivo Henzi: chitarra – Rafi Kirder: basso – Merlin Sutter: batteria – Anna Murphy: voce, ghironda – Sevan Kirder: flauto irlandese, tin whistle, cornamusa – Meri Tadić: violino, voce

Tracklist: 1. Samon – 2. Primordial Breath – 3. Inis Mona – 4. Gray Sublime Archon – 5. Anagantios – 6. Bloodstained Ground – 7. The Somber Lay – 8. Slania’s Song – 9. Giamonios – 10. Tarvos – 11. Calling The Rain – 12. Elembivos

Ci sono quattro gruppi che, più di altri, hanno contribuito in maniera prepotente alla diffusione del folk metal dopo i primi (fantastici) vagiti degli anni ’90: questi sono Korpiklaani, Finntroll, Ensiferum ed Eluveitie. Loro, nel corso del primo decennio nel nuovo millennio, hanno pubblicato una serie di dischi fondamentali per far conoscere il folk metal al grande pubblico e, involontariamente, farlo diventare una moda negli anni successivi, portando le etichette discografiche a puntare e investire in una grande quantità di formazioni folk oriented, spesso con risultati non particolarmente esaltanti. Gli Eluveitie del secondo full-length Slania sono tra i maggiori responsabili dell’affermazione di questo genere a livello europeo e mondiale: il disco è un perfetto bilanciamento tra metal estremo e sonorità celtiche, ricco di strumenti folk liberi di spaziare in lungo e largo durante le canzoni e con un singolo, Inis Mona, dal fare quasi radiofonico senza per questo risultare troppo melodico o ruffiano.

La band svizzera si era fatta notare con l’ottimo disco di debutto Spirit, lavoro uscito per la piccola Fear Dark Records, talmente buono da far approdare Granzmann e soci alla corte della Nuclear Blast Records. All’epoca della pubblicazione girava tra gli appassionati la frase “con Spirit facevano folk con influenze death metal, con Slania fanno death metal con influenze folk”: quanto c’è di vero? Se si prendono i due lavori e si ascoltano in successione ci si rende conto che effettivamente tra i dischi un po’ di differenza c’è. Ed è vero che Slania è più death oriented (le influenze dei Dark Tranquillity di The Mind’s I a volte sono molto chiare) rispetto a Spirit, che invece aveva un legame molto forte con una sorta di folk ancestrale e che non è stato più riproposto dagli Eluveitie nei cd successivi. Molta differenza la fa la produzione: cristallina e iper potente quella di Slania, che mette in grande risalto il guitar work del duo Henzi/Koch, più rustica e primordiale – ma comunque buona e adatta alla musica – quella di Spirit. Alcune cose tra i due full-length sono cambiate: la line-up passa da nove a otto elementi con l’abbandono di Sarah Kiener e Linda Suter e l’ingresso di Anna Murphy, la quale si rivelerà fondamentale soprattutto per l’approccio vocale, ma a cambiare è anche l’attitudine della band, ora più concentrata sul prodotto “da vendere” senza per questo perdere di vista l’aspetto concettuale e filosofico che fin dai primi passi ha contraddistinto la formazione elvetica.

Nei cinquanta minuti di Slania (nome di una ragazza inciso su una pietra realmente esistente) troviamo canzoni aggressive caratterizzate da un imponente muro creato dalle chitarre e dalla sezione ritmica, così come brani più tipicamente folk metal; la novità è quella di avere in scaletta ben due singoli che hanno portato a termine la missione che gli era stata affidata: far avvicinare/innamorare più gente possibile al sound degli svizzeri, cosa perfettamente riuscita. Il singolo principale dell’album è Inis Mona, canzone ancora oggi amatissima dal pubblico e puntualmente riproposta dagli Eluveitie in sede live. Il testo narra dell’isola dal nome che dà il titolo alla canzone, conosciuto anche come Ynys Môn in gallese o isola d’Anglesey ai giorni nostri, situata nel nord del Galles. Granzmann e Murphy cantano dell’importante scuola druidica che si trovava sull’isola, luogo di formazione che poteva accogliere i druidi anche per venti lunghi anni. L’isola fu attaccata dai Romani nel 61 d.C. per porre fine al potere druidico, una carneficina nota come il “Massacro di Menai”. Musicalmente è un brano mid-tempo nel quale grande importanza rivestono cornamuse, flauti, violino e ghironda, fino all’esplosione del ritornello:

I close my eyes, Inis Mona
And reminisce of those palmy days
As long o’er you, Inis Mona
I’ll call you my home

Le melodie utilizzate in Inis Mona sono di facile presa e per questo funzionali al successo della canzone, ma sono già state utilizzate in passato da altri musicisti: il ritornello lo troviamo nel rap celtico dei parigini Manau (che lustri fa hanno goduto di grande successo) nella canzone La Tribu De Dana, i quali a loro volta si sono ispirati al grande Alan Stivell, arpista francese che ha (ri)portato in auge la musica bretone e che si esibisce dal lontano 1953; il pezzo in questione è Tri Martolod, un classico dei suoi show davanti a migliaia di persone danzanti.

Inis Mona è la traccia numero tre: in apertura troviamo il bell’intro Samon che porta direttamente all’ottima Primordial Breath, canzone che incorpora alla perfezione quanto detto poc’anzi dei cambiamenti stilistici degli Eluveitie. Gli strumenti folk hanno sempre grande e primario spazio, ma sono le chitarre – ora grasse e roboanti – a fare la differenza, sciorinando riff death metal che però lasciano spesso i riflettori a flauti e violini. Gray Sublime Archon è caratterizzata da un notevole wall of sound vagamente moderno e dal ritornello ruffiano cantato sia in scream che in pulito per un risultato assolutamente degno di nota. Con Anagantios la band elvetica si prende una pausa dal metal e torna in forma strumentale alle origini del folk con un brano di oltre tre minuti di rara delicatezza, con ghironda e violino dolci e struggenti al tempo spesso, bruscamente spazzati via da Bloodstained Ground, un assalto frontale di appena duecento secondi, prettamente melodic death durante le strofe e sublime nell’accelerazione del bridge con il flauto a guidare tutti gli strumenti verso la gloria. Più varia e “melodica”, The Somber Laynon rinuncia agli up-tempo e alla furia di Merlin Sutter alla batteria, ma rallentamenti di ritmo e corpose incursioni del flauto rendono la composizione varia e accattivante al punto giusto. Con Slanias Song gli Eluveitie provano a tirar fuori una Inis Mona parte due: adulatrice e melodica, è caratterizzata dalla bella voce di Anna Murphy e dalle molte parti prive di chitarra, anche se lo scream di Granzmann (rafforzato dagli sporadici riff delle sei corde) prova a dare un contorno ruvido al brano che, di fatto, è un secondo singolo vincente. Interessante sapere che il testo è in lingua gallica (nel booklet è comunque presente la traduzione inglese), risultato del lavoro svolto da David Stifter, grande conoscitore dell’antica lingua, già professore all’università di Vienna al tempo di Slania e oggi dietro la cattedra in Irlanda presso l’università di Maynooth. Il breve intermezzo celtico Giamonios ci prepara per l’ultimo assalto sonoro degli Eluveitie, ovvero Tarvos, brano eccellente ancora oggi nella setlist nei concerti. La ghironda si fa sentire prepotente nel bridge, mentre nel ritornello flauti e violino sono gli strumenti principali di una canzone che ben bilancia l’anima più rude della band con la ricerca musicale legata alla tradizione popolare: quel che ne esce è di elevata qualità e che si trovi praticamente a fine disco qualifica la bontà delle altre composizioni in quanto non si avvertono cali qualitativi all’interno della scaletta. Calling The Rain è un’ode alla natura più incontaminata e potente, musicata in maniera da dare pari risalto alle parti estreme e quelle più melodiche creando anche in questo caso un equilibrio che porta a Elembos, una sorta di canzone/outro piuttosto lunga per i canoni degli Eluveitie (6:31): le sonorità pagane e i cori che si ripetono per l’intera durata della canzone creano un effetto sacro e solenne, con gli assoli di Sime Koch, Meri Tadić e l’ospite (su suggerimento del produttore Jens Bogren) Simon Solomon che si susseguono con grande naturalezza, portando a conclusione un lavoro impeccabile sotto ogni punto di vista.

Decidual the forests proclaim
The glory primal, the rapturous supremacy
Vanquishing the vile
Burgeoning beyond, bearing the essence of life

Crave for the rapture again
Long for the pristine light

Se Slania suona compatto, al passo coi tempi ma anche verace e potente, è merito di Bogren, il quale ha seguito le registrazioni di voce, basso, chitarre e batteria, nonché responsabile del missaggio e del mastering finale. Il lavoro fatto sui suoni è a dir poco imponente, capendo cosa di Spirit andava migliorato e lavorando affinché il risultato audio finale raggiungesse gli standard richiesti a un disco pubblicato per una major. Il libretto di sedici pagine è curatissimo e graficamente ben realizzato: ci sono le foto di tutti i musicisti, i testi e un’estesa spiegazione delle canzoni dal punta di vista lirico. Una cura del genere è veramente difficile da trovare.

Per il decimo anniversario di Slania è stata pubblicata una nuova versione dell’album, in verità assai poco interessante per chi già possiede il disco. A cambiare è solamente la copertina, con la bambina Slania ora diventata donna (per l’occasione è stata chiamata a posare la stessa modella di dieci anni fa, probabilmente questa la “nota” più interessante della ristampa); in aggiunta alla tracklist sono state aggiunte alcune canzoni bonus in versione demo e Samon acustica, quest’ultima già nota in quanto facente parte dell’edizione limitata del 2008 con il bonus dvd – questo sì interessante – con il videoclip di Inis Mona, una serie di fotografie promo e live e soprattutto il video di quattro canzoni suonate dagli Eluveitie in occasione del tedesco Ragnarök Festival 2007.

Anno 2008: gli Eluveitie pubblicano Slania, disco destinato a passare alla storia del folk metal. La domanda finale è una: quanta gente si è avvicinata a questo genere grazie a Inis Mona, alle melodie celtiche su base death metal e alla voce di Anna Murphy? Esatto, tantissima. Anche solo per questo motivo bisognerebbe essere grati a Granzmann e soci, ma più semplicemente Slaniaè un album perfetto e tanto basta per definirlo capolavoro.

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Trollfest – Uraltes Elemente

Trollfest – Uraltes Elemente

2009 – EP – Twilight Vertrieb

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Psychotroll: basso – Trollbank: batteria – Manskow: fisarmonica, banjo

Tracklist: 1. Uraltes Elemente – 2. Byttedyr – 3. Grublegjøken – 4. Prost Der Welt – 5. Ich Liebe Zug – 6. Bassen Til Tor

Pubblicato nell’estate 2009, l’EP Uraltes Elemente può essere considerato come un’appendice di Villanden, il terzo disco rilasciato dai Trollfest a inizio 2009 e primo piccolo “successo”, lavoro che ha consolidato la fama della band norvegese nell’underground ed ha al contempo permesso loro di uscire allo scoperto anche grazie all’aiuto della Twilight Vertrieb, etichetta che ha lavorato, tra gli altri, con Belphegor, Enstille e gli Eluveitie degli esordi. Dalle registrazioni di Villanden (dicembre 2007 / giugno 2008) sono “avanzate” alcune tracce di buona qualità e allora perché non realizzare un EP che riprende, anche graficamente, il fratello maggiore?

Il dischetto dura solamente diciassette minuti, ripartiti in sei tracce nel classico stile Trollfest, ovvero folk metal caciarone, apparentemente disordinato, urlato e puzzolente di sudore. La vicinanza stilistica con Villanden è palese e a tal riguardo basta ascoltare l’ottima opener per ritrovarsi nel più divertente caos di Trollmannen e soci. Byttedyr è un up-tempo ricco di banjo e melodie balcaniche, mentre Grublegjøken mostra il lato più pesante e groove dei folli musicisti norvegesi. I settantasette secondi (sì, 77) di Prost Der Welt sono quanto di più spensierato e grottesco ci possa essere e le cose “peggiorano” con le conclusive Ich Liebe Zug e Bassen Til Tor: la prima è una canzone da sagra di paese bavarese dal ritmo ballabile, la seconda una canzone da festa dell’area balcanica con un crescendo finale davvero niente male. Da notare che quando si parla di “canzone da festa di paese” è per indicare esattamente quel tipo di musica che è possibile ascoltare in quelle manifestazioni, e non per indicare – come purtroppo è d’uso specialmente in Italia – in maniera dispregiativa la musica popolare e chi suona folk metal in generale. Queste due canzoni, ovviamente, sono riviste secondo lo stile Trollfest. A rendere più interessante Uraltes Elemente c’è la sezione “media”, una cosa ormai passata di moda ma piuttosto utilizzata nel decennio 2000-2010: una manciata di fotografie con filtri vintage fanno compagnia a tre video (due live di bassa qualità e il making of di Villanden, questo più interessante, alcolico e divertente da vedere).

Forse il salto di notorietà ha fatto sì che Uraltes Elemente vedesse la luce, o forse erano semplicemente avanzate un po’ di canzoni buone e sarebbe stato un peccato metterle in un cassetto, fatto sta che questo EP è chiaramente pensato e realizzato per i fan più attaccati ai Trollfest, un’uscita non indispensabile ma che può comunque regalare buone sensazioni a chi cerca caos e folk.

Intervista: Ixia

Dopo un EP interessante come Katherine non potevamo non intervistare Pamela Ceccarelli, mente e voce dietro a Ixia, per saperne di più del progetto e del concept che muove le tracce che compongono il disco. Musica delicata e romantica raccontata con passione da Pamela, cantante piena di energia e voglia di parlare della propria creatura: buona lettura!

ph. Simona Galletti

Ciao Pamela, benvenuta su Mister Folk! Vuoi raccontare ai lettori come ti sei avvicinata alla musica e al canto in particolare?

Ciao a te e grazie per il tempo che mi stai dedicando! Come mi sono avvicinata alla musica… oserei dire che i miei primi ricordi sono di me, in passeggino, in una piazza con un palco enorme con sopra il mio papà con la chitarra e un’espressione felice. Credo di aver sempre desiderato un giorno di poter condividere il palco con lui, cosa che in effetti sono riuscita a realizzare a novembre durante la presentazione dell’album al Black Out.

Prima di iniziare a parlare del tuo disco, vorrei chiederti quali sono le band e le voci che più ammiri e perché.

Sono cresciuta ascoltando alcuni brani di Bennato e De André. Mi ricordo la sensazione di magia nel sentir narrare di alcuni mondi lontani e perduti. In qualche modo le storie che loro raccontavano, mi sembrava come risvegliassero sogni molto vividi nella mia mente, tanto che, al liceo abbozzai un libro che li riunisse tutti sotto forma di romanzo. Anche se poi, in effetti, non ho mai rimesso mano alla bozza per dargli una forma più… degna? Crescendo, mi sono trovata catapultata nel mondo del gioco di ruolo dal vivo, ed è stato, musicalmente parlando, come scoprire che il bacino d’acqua immenso davanti ai miei occhi altro non fosse che solo un laghetto. Purtroppo qui in Italia, almeno fino a qualche anno fa, la cultura del folk non è così sviluppata, la musica diffusa era quella che ci indicavano la televisione e la radio, evitando di entrare nel dettaglio. In quest’altro ambiente, invece, grazie alla ricerca delle giuste “colonne sonore” da taverna, ho scoperto gruppi come i Blackmore’s Night e le Medieval Baebes, mi sono avvicinata ai Within Temptation ed ai Nighwish. La mia prima esperienza da professionista è stata proprio nella tribute dei Blackmore’s Night, e probabilmente, se non fosse stato per Ida Elena, che quel giorno mi scelse per affiancarla come seconda voce, mi sarei lasciata scoraggiare dalla scuola di musica che non riteneva il mio timbro adeguato. Non so in effetti se la risposta risulta chiara, spero di non essermi dilungata eccessivamente.

Hai da poco pubblicato l’EP Katherine: hai tutto lo spazio per parlare del processo creativo che ti ha portato a realizzare le sei canzoni del disco.

Potrei in qualche modo dire che tutto è nato tornando a casa dalla scuola di musica, dopo un’ora di dettato musicale sulla scala minore armonica. Rientrando mi sono trovata a canticchiare nella testa una melodia. Ho passato due giorni cercando di capire quale brano fosse, per scoprire alla fine che, in effetti, era del tutto originale. In merito alla storia, di quella che poi sarebbe diventata Katherine, ha origine anch’essa da un sogno. Mi piace pensare, in qualche modo, di aver fatto da tramite nel narrare questa storia.

Musicalmente Katherine è un caleidoscopio musicale nel quale troviamo stili e richiami musicali molto vari. È frutto dei tuoi ascolti quotidiani? Hai marcato la mano in questo senso o è stato un processo completamente naturale?

Essendo i brani nati in maniera istintiva, immagino siano in qualche modo frutto di una rielaborazione inconscia dei miei ascolti musicali. Sicuramente i Blackmore’s Night hanno, in tal senso, lasciato una loro impronta.

Nelle canzoni si racconta una storia d’amore che finisce in tragedia: ce la vuoi raccontare?

La storia inizia come ci si potrebbe aspettare da un qualunque romanzo rosa: ragazza nobile, invaghita da sempre dal ragazzo della porta accanto, viene salvata da un prode nobil giovane di bell’aspetto. Il colpo di fulmine tra i due viene, tuttavia, seguito da un bacio appassionato da parte del vicino, mandando in confusione sul da farsi la fanciulla. Katherine non è lo stereotipo dell’eroina, non è arguta, non è bellissima, né pia, è una ragazza normale, forse solo molto… direi sfortunata, ma il termine sfigata rende meglio, in effetti! Così lei parte per schiarirsi le idee e, proprio quando finalmente è pronta a decidere, il padre viene ingannato e lei viene promessa in sposa, con un contratto, ad un ricco mercante. Lei torna a casa e prega la Luna di affondare la nave di quell’uomo o di portarla via in cielo con lei. La nave, ovviamente, fa ritorno e lei non fa in tempo ad avvisare i due contendenti, che riceve una lettera che l’avvisa di un duello all’ultimo sangue, per decidere chi l’avrebbe sposata. Sapendo del contratto, la poveretta corre sul posto in un contesto irreale: un duello di notte con la nebbia (il potere della ritmica oserei dire…) e, ovviamente, per quella che sembra essere una degna conclusione, finisce nel fuoco incrociato e muore. Verrebbe da dire: è finita, invece no. L’anima irrequieta di Katherine resta in quei campi a piangere ed urlare e si diffonde una leggenda: quando i campi dove lei morì saranno distrutti, lei tornerà e si riunirà con i due giovani, che la stanno aspettando attraverso i secoli, e il sangue di Goldscam verrà versato. C’è sempre, nelle storie, un personaggio chiave, che ne sa una più di tutti e permette al Fato di svolgersi. Anche qui abbiamo questa signora in dolce attesa che parla ad un gruppo di persone in occasione dell’apertura dei lavori per una nuova scuola. Non solo la donna si appresta ad aprire il vaso di Pandora, ma ne deride persino il contenuto, così, in quello stesso giorno (e questo in effetti viene lasciato sottinteso) l’anima di Katherine si prepara a rinascere, attraverso la futura nascitura dell’empia signora. Con l’ultimo brano, Shadows, abbiamo un forte cambio stilistico. Sono trascorsi secoli ormai dalle vicende di Katherine e, con una citazione alla Divina Commedia, la nuova lei incontra in effetti gli altri due ed i ricordi affiorano, mentre la ragazza si rende conto di non potersi opporre a ciò che accadrà.

Il nome Ixia viene da un personaggio di un gioco di ruolo: di quale gioco si tratta? Perché hai deciso di utilizzare questo nome per il tuo progetto musicale?

Il gioco si chiamava Element0 ed era un gioco di ruolo dal vivo fantasy. Il personaggio nacque in un periodo particolare della mia vita, in cui un forte stress spesso mi portava a balbettare all’improvviso e quindi, onde evitare di trovarmi placcata con ruoli da mago o comunque costretti a dover parlare in maniera forbita, decisi di fare un personaggio muto. La particolarità è che, per volontà delle divinità lei era in effetti in grado di usare la voce solamente cantando durante “rituali” a loro dedicati. Non era il primo personaggio canterino avuto, ma da lì a qualche anno fui contattata dagli amici conosciuti in quell’occasione e accettai di portare il personaggio all’interno di una webserie e fu in quell’occasione nacque la pagina di Ixia. Nello stesso periodo iniziai a lavorare come cantante professionista e, invece di crearne una ex novo, mi son detta: perché no?

La title-track è stata scelta per la realizzazione del videoclip: come ti sei trovata nei panni dell’attrice? Hai scelto questa canzone perché è il manifesto musicale del disco?

Katherine è stata la prima canzone scritta ed al suo interno si trova più o meno narrata buona parte della storia, quindi è venuto abbastanza spontaneo partire da quella. Nel girare il video mi sono divertita tantissimo, questo immagino grazie alla Baburka Production che in effetti mi ha coccolata dall’inizio alla fine delle riprese, non oso immaginare quanto abbiano dovuto lavorare per l’effetto sulle foglie. Alcuni mi hanno chiesto dove avessi trovato un posto simile!

Nella recensione descrivo Katherine come un qualcosa di vicino a una colonna sonora. Qual è la tua percezione del disco, ora a mesi di distanza dalla pubblicazione?

Faccio ancora fatica a rendermi conto che sia mio quel cd quando lo guardo, con la pellicola, il bollino Siae, il nome della Maqueta Records… e poi i disegni! Empler ha fatto veramente un capolavoro. In merito al genere non saprei ancora dirti, White Lady probabilmente è quella che vedrei più vicino ad una colonna sonora, detto questo… ma magari!

Katherine contiene sei canzoni, immagino quindi che starai già lavorando a nuovi brani. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

In effetti avevo iniziato a lavorare ai nuovi brani già quest’estate, ma è ancora tutto in lavorazione, quindi non so quanto, informazioni dette ora, possano risultare attendibile rispetto a quello che sarà il lavoro finito. L’unica cosa sicura è che proseguirò sulla strada del concept album, seguendo le vicende di qualcun altro.

Quali sono i prossimi passi di Ixia? Ci saranno date/tour per promuovere il disco?

Vorrei tanto saper rispondere a questa domanda, sicuramente è mia intenzione riuscire a fare un tour per promuovere il disco, ma dovrò comunque trovare il modo per farlo compatibilmente con i miei problemi di salute.

Cosa cerchi nella musica che ascolti e cosa vorresti trasmettere nelle tue canzoni?

La musica che cerco deve avere qualcosa di catartico, non necessariamente è legata ad un genere, ma deve essere adeguata alla situazione. A volte serve musica che faccia ridere e che trasmetta gioia, altre volte occorre qualcosa che rispetti e avvolga la tristezza di un momento aiutandoti a sfogare, altre volte ci si vuole rilassare e un racconto ascoltato ad occhi chiusi può scatenare viaggi spettacolari in terre lontane. È a quest’ultimo tipo di musica che spero di essermi riuscita ad avvicinare, un misto tra un “mangiafiabe” e vecchie ballads della tradizione.

Grazie per la disponibilità, a te lo spazio per dire quello che vuoi!

Approfitterei per ringraziare con tutto il cuore i ragazzi dell’altro progetto in cui collaboro come corista, la MPB (fantasy rock). In questi ultimi mesi non sono potuta essere molto d’aiuto, nè ho potuto prendere parte alle prove causa salute. Nonostante questo, qualche settimana fa, sebbene avessi le forze solo per un brano, mi hanno accolta con un tale affetto sul palco con loro che, nonostante la paura di salire con la sedia a rotelle, non mi sono mai sentita tanto spalleggiata e forte. Non è una cosa da tutti i giorni trovare persone così e sono onorata di condividere il palco con loro (e se tutto va bene il 23 febbraio ho buone probabilità di farcela per il concerto al Traffic… quindi dita incrociate).

ph. Simona Galletti

Intervista: The Dublin Legends

Con grande gioia posso finalmente pubblicare questa intervista: dopo mesi di rassegnazione ho di recente ritrovato i file contenenti la piacevole chiacchierata con i fantastici The Dublin Legends, intervista fatta la scorsa estate in occasione del City Of Rome Celtic Festival organizzato da Musica Celtica Italiana. Per chi non lo sapesse i The Dublin Legends sono la “nuova” incarnazione dei The Dubliners, storico e fondamentale gruppo che ha esportato l’irish folk in tutto il mondo per più di 50 anni. A parlare con noi c’è la formazione al completo, ma sono Paul Watchorn (banjo/voce) e soprattutto Seán Cannon (cantante/chitarrista 78enne) a parlare, con il buon Seán ad aprirsi inaspettatamente regalandoci ricordi di gioventù e di un’Irlanda in bianco e nero.

Mister Folk: L’ultima vostra volta in Italia risale a più di trenta anni fa…

Seán: Era un festival, un festival nel nord Italia, non ricordo il nome…

Persephone: non ricordate la città o il nome?

Paul: qualcosa tipo BustoFolk

Seán: sì, vicino Milano

Mister Folk: Busto Arstizio, vicino Milano. Quindi questa è la prima volta a Roma e vi chiedo cosa vi aspettate da questo concerto che segna anche il vostro ritorno in Italia

Seán: siamo contenti di essere tornati, siamo in una bellissima città e cercheremo di fare il miglior concerto possibile e speriamo di poter tornare anche l’anno prossimo!

Shay: Paolino è una brava persona (si riferisce a Paolo Alessandrini, organizzatore del festival), è stato organizzato tutto al meglio e ci aspettiamo una bella serata. C’è una bella atmosfera…

Persephone: ho notato che avete un bel feeling con le persone italiane

Shay: le amiamo! Amiamo le persone, ci piace la lingua anche se non la capiamo (ride, nda)…

Persephone: è lo stesso per noi, abbiamo avuto lo stesso feeling con le persone irlandesi, siamo andati subito d’accordo

Shay: siete i benvenuti, abbiamo molte cose in comune. Amiamo il cibo, siamo stati in un ristorante qui a Roma e ci è piaciuto tutto

Persephone: è lo stesso per noi con il vostro cibo, e poi ci piace un sacco il vostro soda bread, lo abbiamo fatto a casa!

Mister Folk: questa primavera l’ho fatto diverse volte, era buono ma non come quello mangiato in Irlanda

Paul: immagino che qui non si trovi… un po’ come del latte da mettere nel mio tè! (risate generali, nda)

Seán: però la Guinness si trova! (altre risate, nda)

Mister Folk: è una cosa stupida, ma quando ho saputo che suonavate qui a Roma ho pensato “wow, ma chissà quanta birra avranno bevuto in tutta la loro vita!”

Seán: abbiamo bevuto navi di birra ahahah!

Paul: ormai non più così tanta, ma anni fa sì.

Seán: quando ero bambino e stavo male mi davano la Guinness con mezzo bicchiere di latte, metà birra e metà latte, un’ottima bevanda!

Paul: si chiama Black And Tan

Mister Folk: quali sono i vostri paesaggi irlandesi preferiti? Sono per voi fonte d’ispirazione?

Seán: Kellarney, ma anche Galway, sicuramente

Paul: la costa ovest per me

Persephone: quando siamo stati in Irlanda siamo stati sempre nella musica e abbiamo capito che la musica fa parte dell’Irlanda

Shay: la natura irlandese ti dà ispirazione, il verde d’Irlanda… ma anche il Connemara…

Persephone: e l’oceano, incredibile per me che non lo avevo mai visto prima

Seán: le Cliffs Of Moher e il Burren, posti belli

Mister Folk: a me è rimasta nel cuore Doolin, è il posto dove vorrei morire (ridono tutti, ma io ero serio!)

Paul: ti capisco, l’oceano e il sole che tramonta…

Seán: ma voi di dove siete?

Persephone: Napoli, la conosci?

Seán: mi piacerebbe andarci, amo Napoli perché amo i tenori italiani, Caruso, Beniamino Gigli, Giuseppe Di Stefano, grandi cantanti! Amo i cantanti italiani e amo l’Opera!

Mister Folk: conosci altri cantanti o canzoni italiane?

Seán:O Sole Mio, chi non conosce questa canzone?

Cantiamo tutti O Sole Mio, italiani e irlandesi uniti dalla musica. Nel frattempo inizia un concerto ed è impossibile andare avanti, quindi ci salutiamo comunque soddisfatti di aver avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con dei musicisti così importanti e soprattutto persone cordiali e sorridenti.

A fine serata torniamo nel backstage per salutare i gruppi e le persone dell’organizzazione, ma i The Dublin Legends ci fanno cenno di unirsi a loro che hanno appena terminato di suonare, chiedendo se vogliamo continuare la chiacchierata…

Mister Folk: quali sono le sensazioni dopo il concerto di stasera?

Paul: oh fantastica (in italiano, nda), veramente bello, molto felici. Era la prima volta a Roma, è stato fantastico.

Persephone: siete riusciti a visitare qualcosa?

Paul: qualcosa… Piazza di Spagna e la mia camera d’albergo ahahah!

Seán: Piazza di Spagna piena di giapponesi!

Paul: Caravaggio a Piazza del Popolo, ma lui si è un po’ arrabbiato perché per accendere la luce ci vogliono i soldi (si riferisce al faretto che illumina i quadri di Caravaggio che funziona per pochi secondi una volta inserita la moneta, nda). Dovevate vederlo, davvero! (inizia a imitare Seán con la sua parlata un po’ sbiascicata per le risate di tutti, nda)

Persephone: pensando ai vostri inizi carriera, vi manca qualcosa di allora, quando non eravate famosi? Magari suonare al pub davanti a poche persone e non per platee di migliaia di spettatori.

Paul: ora è tutto più professionale, tutto organizzato e non è male, ma ci piace il contatto con le persone, suonare anche in posti piccoli

Persephone: magari suonare nei pub

Paul: lo facciamo ancora, io suono spesso nei pub!

Persephone: preferisci le situazioni come stasera o nei pub?

Paul: da solo nel pub, ahah!

Nel frattempo Seán inizia a dire che il suo accento irlandese è molto forte e Persephone replica dicendo che invece è ben comprensibile, a differenza degli amici scozzesi che hanno quelle vocali incomprensibili: tutti sono d’accordo e si ride insieme.

Mister Folk: siete stanchi di suonare tutte le sere, a ogni concerto, sempre le stesse canzoni?

Seán: (non finisco la domanda che inizia a rispondere “sì, sì, sì”) sì che lo sono. Ma questo è il nostro lavoro, siamo professionisti e quindi lo facciamo al meglio possibile.

Persephone: cosa ci dite del futuro dei The Dublin Legends?

Seán: il futuro è domani!

Paul: nessuno lo può sapere

Persephone: conoscete alcune band che propongono musica tradizionale irlandese in un contesto magari più moderno?

Gerry: tipo i Metallica quando hanno fatto Whiskey In The Jar, o i Thin Lizzy. Molte band hanno fatto cover dei Dubliners, sono stati una fonte d’ispirazione per molti gruppi e musicisti

Persephone: ma a casa cosa vi piace ascoltare?

Paul: ascolto le ballads un po’ di musica tradizionale

Seán: Caruso e Gigli, mia madre aveva i dischi. Mio padre suonava il violino, era un postino, consegnava le lettere, conosceva tutti a Galway e suonava il violino.

Mister Folk: quando hai iniziato a suonare uno strumento?

Seán: a scuola, anche se non suonavo uno strumento, ci facevano fare i canti gregoriani e poi la musica tradizionale, le canzoni gaeliche. Ma poi negli anni ’50, quando ero teenager, ho scoperto il rock’n’roll. Dopo ho scoperto il folk e il canto, così ho imparato le canzoni e cantavo nei club. Negli anni ’60 c’era Bob Dylan…

Persephone: ed Elvis Presley?

Seán: Elvis… avevo i dischi a casa, il blues, la country music, la black music, erano mercati differenti, a me piaceva Fats Dominodi Blueberry Hill (inizia a cantare la canzone, nda). Jerry Lee Lewis l’ho incontrato venti anni fa e mi piaceva tanto, in Olanda avevamo un promoter che si occupava anche di rock’n’roll e questo mi ha chiesto “ti piace Jerry Lee Lewis?” e gli ho risposto “sì!”. Ho visto un concerto un suo concerto e c’era anche la sorella Linda Gail (pianista che ha collaborato con il nordirlandese Van Morrison, nda) quella sera, era un posto senza ascensore e con le scale, mi sono accomodato nella stanza del fonico, una bella poltrona comoda e quando è arrivato mi sono presentato come il cantante dei Dubliners. Si diceva che non fosse molto amichevole, ma con me è stato simpatico. Quando ero giovane ho visto Bill Haley & The Comets (primo interprete del brano icona Rock Around The Clock, nda), è anche nella colonna sonora del film Il Seme Della Violenza (il titolo originale è Blackboard Jungle, nda), hai presente? One, two, three o’clock, four o’clock, rock (e canta tutta la prima strofa, nda).

Persephone: Ascolti anche “musica moderna”? O altri generi musicali?

Seán: Da giovane ho scoperto il rock’n’roll, all’epoca era moderno e a casa non era troppo apprezzato! (ride, nda)

Persephone: Mia madre ascolta i Led Zeppelin, ma quando sente la mia “musica moderna” la trova brutta perché lei si è fermata agli anni ’70. Posso capirla perché quelli sono stati anni fantastici.

Seán: lo spirito dell’epoca…

Mister Folk: hai mai ascoltato qualcosa di folk metal?

Seán: cosa?

Mister Folk: è un genere che unisce il metal con gli strumenti tradizionali come violino, cornamusa, tin whistle, arpa ecc.

Seán: No, mai ascoltato. Quali strumenti ci sono?

Mister Folk: Più o meno ogni nazione ha i suoi tradizionali. Qui in Italia c’è la fisarmonica, il mandolino, la baghét…

Seán: Baghèt? Lo stesso nome del pane francese? (ride, nda)

Persephone: Molto simile alla cornamusa, si suona nel nord Italia

Seán: Mi piace la bombarda però

Mister Folk: Ultima domanda della serata, la più importante: preferisci il rugby o l’hurling?

Seán: Il calcio! (risate generali, nda). Ho giocato qualche volta a hurling ma dopo un paio di bastonate sulle gambe (si riferisce alla mazza in legno utilizzata per giocare) ho capito che era meglio smettere. Per il rugby invece ero troppo leggero di peso. Mi piace però il calcio, le regole sono facili.

Mister Folk: Io sono un appassionato di rugby e quando siamo stati in Irlanda ho visto ragazzini ovunque che giocavano a rugby, tanti negozi specializzati, campi bellissimi anche in periferia di Dublino e ho pensato: wow, è incredibile!

La serata finisce parlando della Francia e del Portogallo che si sarebbero sfidate in finale dell’Europeo e con Paulche cerca di spiegare la regola del fuorigioco a Persephone. Tra una birra e una risata, l’intervista ai The Dublin Legends – che poi è stata più una chiacchierata che una vera e propria intervista – è volata via, anche se abbiamo passato insieme quasi quaranta minuti. Ci salutiamo con affetto, ma prima di andar via Paul ricorda a Persephone “hai capito il fuorigioco? È quando una donna torna a casa e trova suo marito con un’altra!”.

Svartsot – Mulmets Viser

Svartsot – Mulmets Viser

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Thor Bager: voce – Cristoffer Frederiksen: chitarra solista – Cliff Nemanim: chitarra ritmica – James Atkin:  basso – Danni Jelsgaard: batteria – Stewart Lewis: strumenti folk

Tracklist: 1. Aethelred – 2. Lokkevisen – 3. Havfruens Kvad – 4. Hojen Pa Gloedende Paele – 5. Paa Odden Af Hans Hedenske Svaerd – 6. Laster Og Tarv – 7. Den Svarte Sot – 8. Kromandes – 9. Datter – 10. Grendel – 11. Jagten – 12. Lindisfarne – 13. I Salens Varme Gloed

A tre anni dal bel debutto Ravnenes Saga tornano i danesi Svartsot con questo Mulmets Viser (Napalm Records), lavoro contenente dodici tracce di extreme folk metal. Si era temuto lo scioglimento dopo il brutale split di ben quattro elementi avvenuto nel dicembre 2008, ma Cristoffer Frederiksen (chitarra solista) ha tenuto duro e riformato la line-up quasi da zero: dentro Thor Bager, Cliff Nemanim, James Atkine Danni Jelsgaard,rispettivamente voce, chitarra ritmica, basso e batteria. L’altro superstite è il polistrumentista Stewart Lewis che però al momento della registrazione, per problemi di salute della moglie, si è fatto sostituire da Hans-Jorgen Hansen.

Le composizioni sono piuttosto semplici sia come struttura (melodia-strofa-ritornello-melodia-strofa-ritornello-melodia-ritornello la maggior parte delle volte) che come tecnica, quel che più conta è però la qualità delle stesse e che le canzoni siano orecchiabili e godibili fin dal primo ascolto. Missione compiuta verrebbe da dire, in quanto quasi tutti i brani sono divertenti e coinvolgenti con delle melodie assolutamente azzeccate. Forse dodici canzoni sono troppe, e – parere di chi scrive – sarebbe stato meglio ridurre a dieci le tracce del disco e utilizzare diversamente quelle tagliate (mini cd, bonus track ecc.).

Detto della storia del gruppo, dell’importanza delle melodie e della struttura delle canzoni, la domanda che sorge spontanea è “sì, ma come suonano i brani?” Li possiamo dividere in tre categorie: 1) con le melodie di tin whistle e mandolino che da sole quasi riescono a fare la canzone; 2) mid tempo tendenti alla cupezza sonora, con delicati ricami malinconici di flauto irlandese; 3) canzone “cruda” con strumenti tipici poco in risalto. Della prima categoria fanno parte la carinissima opener folleggiante Aethelred, la massiccia Grendel, con le sue bellissime melodie balcaniche e Laster Og Tarv che è impreziosita dal lavoro di coppia chitarra-flauto che creano e reggono la struttura della canzone. Havfruens Kvad con le sue graziose melodie prodotte dal flauto e doppiate dalla chitarra risulta essere uno dei momenti migliori del cd, mentre la finntrolleggiante Lokkevisen è divertente e ballabile. E poi c’è Hojen Pa Gloedende Paele, con il tin whistle a comandare le danze, essendo presente in ogni secondo della composizione, in particolare con l’allegra (e fischiettabile) melodia che di tanto in tanto fa capolino nel brano. Di mid-tempo ce ne sono due: Den Svarte Sot ha un incedere malinconico e delicato al tempo stesso, mentre Lindisfarne (fatto storico che molti gruppi nordici hanno a cuore) mixa bene la crudezza di quanto accaduto in terra inglese nel 793 d.C. in quattro minuti di cupe sonorità, dove il mandolino risulta fondamentale pur rimanendo sempre in secondo piano. Sempre Lindisfarnepuò rientrare nella terza categoria proprio a causa dell’utilizzo diverso del mandolino, non più strumento fondamentale ma solamente di contorno. In Kromandes Datter si distingue il bel break centrale, dove la massiccia cavalcata strumentale risulta essere perfetta per spezzare e diversificare il brano dal resto della scaletta. Più vicina ad un certo tipo di death metal che al folk è Paa Odden Af Hans Hedenske Svaers, che ricorda vagamente le atmosfere degli Amon Amarth dei primi anni 2000. In verità c’è anche una quarta categoria, quella dei filler, dei riempitivi. Non che Jagten o I Salens Verme Gloed siano canzoni brutte o composte male, ma si sente subito una certa differenza di qualità con gli altri brani di questo Mulmets Viser.

A livello tecnico c’è poco da dire, nessun virtuosismo ma tanto groove. Buona la prova del batterista Danni Jelsgaard, oneste ma incisive le due chitarre, tondo e presente quanto basta il basso di James Atkin. Davvero buona invece la prova del cantante Thor Bager: il giovane frontman (21 anni all’epoca della pubblicazione) varia tra un growl profondo e incomprensibilee uno scream (a differenza del precedente cantante Claus Gnudtzmann, fermo al solo vocione cavernoso) che rende più dinamiche le sue linee vocali.

Il disco si presenta bene: l’eccellente copertina realizzata da Gyula Havancsák (Ensiferum, Annihilator, Destruction, Stratovarius ecc.) rappresenta appieno lo spirito dell’album, il booklet di ben sedici pagine è pieno di foto professionali, informazioni e testi (tutti rigorosamente in danese e privi di traduzione inglese), mentre l’edizione limitata contenente due bonus track ha una copertina differente raffigurante un intreccio ligneo di arte vichinga, ma con lo stesso booklet della versione di base. A completare il tutto c’è la produzione di Lasse Lammert, già al lavoro con Alestorm, Huldre, Lagerstein e Asmegin in campo folk metal: reale e graffiante, potente e pulita.

In conclusione gli Svartsot, pur essendo solamente al secondo album, hanno già una loro personalità che mettono in mostra in ogni traccia di Mulmets Viser, disco fresco e divertente per un gruppo che ha visto pericolosamente da vicino la scritta fine della propria carriera, e che sono riusciti, pur non inventando nulla di nuovo, a donarci quarantacinque minuti di buon extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Calico Jack – Calico Jack

Calico Jack – Calico Jack

2019 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Giò: voce – Melo: chitarra – Toto: chitarra – Giggi: basso – Caps: batteria – Dave: violino

Tracklist: 1. The Secret Of Cape Cod – 2. Where Hath Th’ Rum Gone? – 3. Death Beneath The Wave – 4. Devil May Care – 5. Caraibica – 6. Songs From The Sea – 7. Sharkbite Johnny – 8. Grog Jolly Grog – 9. Straits Of Chaos – 10. Under The Flag Of Calico Jack – 11. Jolie Rouge

Che siate appassionati di cinema, di serie tv o di letteratura non fa differenza: il debutto dei Calico Jack vi farà venire un’incredibile voglia di vivere le avventure di Jack Sparrow e del Capitano Flint, per non parlare poi di Jack Rackham, divenuto famoso col nome di Calico Jack, pirata che ha ispirato il nome e la musica della band milanese. Tra scorribande in alto mare, taverne malfamate, rum e tutti i cliché del genere pirate metal, i Calico Jack confezionano un debutto brillante e piacevole, ricco di momenti divertenti e melodie di violino accattivanti. Musica, testi e vestiario hanno a che fare con i pirati, ma tolto l’immaginario grottesco e l’idea iniziale, nulla ha che spartire con gli Alestorm, la band più famosa di questo genere. Il gruppo guidato dal cantante Giò suona un metal dalle tinte estreme, caratterizzato dall’utilizzo del growl e in qualche rara occasione si sfiora il death metal per quel che concerne l’aspetto chitarristico, con gli interventi di violino che portano momenti delicati e più ricercati.

I Calico Jack si sono formati nel 2011 ed hanno pubblicato solamente un demo e l’EP Panic In The Harbour nel 2012 e 2013, dopodiché anni di silenzio silenzio e una manciata di esibizioni live che hanno aiutato la band a maturare e a suonare compatta. Il risultato di tanto tempo trascorso in sala prove è questo Calico Jack, disco che esce per la storica etichetta italiana Underground Symphony, label che negli ultimi tempi si è avvicinata al folk metal pubblicando l’esordio degli Aexylium Tales From This Land.

Con un buon mix di brani tratti dai vecchi lavori (rivisti e migliorati in alcuni episodi) e nuove canzoni, Calico Jack è probabilmente il punto di arrivo della prima parte di carriera per i pirati lombardi. Il minutaggio complessivo di settanta minuti – ripartito in undici tracce – è rischiosamente elevato per la proposta musicale e il pericolo di aver messo troppa carne al fuoco è dietro l’angolo: forse un paio di brani in meno avrebbero reso il disco più scorrevole e diretto ma comunque corposo?

Where Hath Th’ Rum Gone? e Devil May Care sono probabilmente i pezzi migliori del disco: sfacciati e divertenti, con l’ottimo violino (della registrazione se n’è occupata l’ex Furor Gallico Laura Brancorsini data la temporanea indisponibilità del titolare Dave) a seminare note con gusto e allegria in un contesto che passa con disinvoltura da momenti di festa e confusione ad altri minacciosi e oscuri. L’opener The Secret Of Cap e Cod mette subito in chiaro la direzione stilistica dei Calico Jack, tante volte qualcuno si aspettasse una versione aggiornata dei Running Wild, mentre la strumentale Songs From The Sea (in realtà con molti riferimenti irlandesi nei giri folk) regala momenti di danza e spensieratezza. Grog Jolly Grog, canzone che non manca mai nei concerti della formazione lombarda, porta in dote un ritornello semplice quanto azzeccato e l’ambiziosa Under The Flag Of Calico Jack, con i suoi diciotto minuti di durata, mostra che i Calico Jack non hanno paura di andare oltre la “classica canzone”, riuscendoci pure bene.

Il veliero dei Calico Jack è finalmente pronto per salpare nel mondo del pirate metal e, data la bravura della ciurma, non faticherà poi molto a conquistare terre e bottini, potete starne certi… per la benda di Barbanera!