Eluveitie – Slania

Eluveitie – Slania

2008 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Granzmann: voce, chitarra, mandolino, flauto, uilleann pipe – Sime Koch: chitarra – Ivo Henzi: chitarra – Rafi Kirder: basso – Merlin Sutter: batteria – Anna Murphy: voce, ghironda – Sevan Kirder: flauto irlandese, tin whistle, cornamusa – Meri Tadić: violino, voce

Tracklist: 1. Samon – 2. Primordial Breath – 3. Inis Mona – 4. Gray Sublime Archon – 5. Anagantios – 6. Bloodstained Ground – 7. The Somber Lay – 8. Slania’s Song – 9. Giamonios – 10. Tarvos – 11. Calling The Rain – 12. Elembivos

Ci sono quattro gruppi che, più di altri, hanno contribuito in maniera prepotente alla diffusione del folk metal dopo i primi (fantastici) vagiti degli anni ’90: questi sono Korpiklaani, Finntroll, Ensiferum ed Eluveitie. Loro, nel corso del primo decennio nel nuovo millennio, hanno pubblicato una serie di dischi fondamentali per far conoscere il folk metal al grande pubblico e, involontariamente, farlo diventare una moda negli anni successivi, portando le etichette discografiche a puntare e investire in una grande quantità di formazioni folk oriented, spesso con risultati non particolarmente esaltanti. Gli Eluveitie del secondo full-length Slania sono tra i maggiori responsabili dell’affermazione di questo genere a livello europeo e mondiale: il disco è un perfetto bilanciamento tra metal estremo e sonorità celtiche, ricco di strumenti folk liberi di spaziare in lungo e largo durante le canzoni e con un singolo, Inis Mona, dal fare quasi radiofonico senza per questo risultare troppo melodico o ruffiano.

La band svizzera si era fatta notare con l’ottimo disco di debutto Spirit, lavoro uscito per la piccola Fear Dark Records, talmente buono da far approdare Granzmann e soci alla corte della Nuclear Blast Records. All’epoca della pubblicazione girava tra gli appassionati la frase “con Spirit facevano folk con influenze death metal, con Slania fanno death metal con influenze folk”: quanto c’è di vero? Se si prendono i due lavori e si ascoltano in successione ci si rende conto che effettivamente tra i dischi un po’ di differenza c’è. Ed è vero che Slania è più death oriented (le influenze dei Dark Tranquillity di The Mind’s I a volte sono molto chiare) rispetto a Spirit, che invece aveva un legame molto forte con una sorta di folk ancestrale e che non è stato più riproposto dagli Eluveitie nei cd successivi. Molta differenza la fa la produzione: cristallina e iper potente quella di Slania, che mette in grande risalto il guitar work del duo Henzi/Koch, più rustica e primordiale – ma comunque buona e adatta alla musica – quella di Spirit. Alcune cose tra i due full-length sono cambiate: la line-up passa da nove a otto elementi con l’abbandono di Sarah Kiener e Linda Suter e l’ingresso di Anna Murphy, la quale si rivelerà fondamentale soprattutto per l’approccio vocale, ma a cambiare è anche l’attitudine della band, ora più concentrata sul prodotto “da vendere” senza per questo perdere di vista l’aspetto concettuale e filosofico che fin dai primi passi ha contraddistinto la formazione elvetica.

Nei cinquanta minuti di Slania (nome di una ragazza inciso su una pietra realmente esistente) troviamo canzoni aggressive caratterizzate da un imponente muro creato dalle chitarre e dalla sezione ritmica, così come brani più tipicamente folk metal; la novità è quella di avere in scaletta ben due singoli che hanno portato a termine la missione che gli era stata affidata: far avvicinare/innamorare più gente possibile al sound degli svizzeri, cosa perfettamente riuscita. Il singolo principale dell’album è Inis Mona, canzone ancora oggi amatissima dal pubblico e puntualmente riproposta dagli Eluveitie in sede live. Il testo narra dell’isola dal nome che dà il titolo alla canzone, conosciuto anche come Ynys Môn in gallese o isola d’Anglesey ai giorni nostri, situata nel nord del Galles. Granzmann e Murphy cantano dell’importante scuola druidica che si trovava sull’isola, luogo di formazione che poteva accogliere i druidi anche per venti lunghi anni. L’isola fu attaccata dai Romani nel 61 d.C. per porre fine al potere druidico, una carneficina nota come il “Massacro di Menai”. Musicalmente è un brano mid-tempo nel quale grande importanza rivestono cornamuse, flauti, violino e ghironda, fino all’esplosione del ritornello:

I close my eyes, Inis Mona
And reminisce of those palmy days
As long o’er you, Inis Mona
I’ll call you my home

Le melodie utilizzate in Inis Mona sono di facile presa e per questo funzionali al successo della canzone, ma sono già state utilizzate in passato da altri musicisti: il ritornello lo troviamo nel rap celtico dei parigini Manau (che lustri fa hanno goduto di grande successo) nella canzone La Tribu De Dana, i quali a loro volta si sono ispirati al grande Alan Stivell, arpista francese che ha (ri)portato in auge la musica bretone e che si esibisce dal lontano 1953; il pezzo in questione è Tri Martolod, un classico dei suoi show davanti a migliaia di persone danzanti.

Inis Mona è la traccia numero tre: in apertura troviamo il bell’intro Samon che porta direttamente all’ottima Primordial Breath, canzone che incorpora alla perfezione quanto detto poc’anzi dei cambiamenti stilistici degli Eluveitie. Gli strumenti folk hanno sempre grande e primario spazio, ma sono le chitarre – ora grasse e roboanti – a fare la differenza, sciorinando riff death metal che però lasciano spesso i riflettori a flauti e violini. Gray Sublime Archon è caratterizzata da un notevole wall of sound vagamente moderno e dal ritornello ruffiano cantato sia in scream che in pulito per un risultato assolutamente degno di nota. Con Anagantios la band elvetica si prende una pausa dal metal e torna in forma strumentale alle origini del folk con un brano di oltre tre minuti di rara delicatezza, con ghironda e violino dolci e struggenti al tempo spesso, bruscamente spazzati via da Bloodstained Ground, un assalto frontale di appena duecento secondi, prettamente melodic death durante le strofe e sublime nell’accelerazione del bridge con il flauto a guidare tutti gli strumenti verso la gloria. Più varia e “melodica”, The Somber Laynon rinuncia agli up-tempo e alla furia di Merlin Sutter alla batteria, ma rallentamenti di ritmo e corpose incursioni del flauto rendono la composizione varia e accattivante al punto giusto. Con Slanias Song gli Eluveitie provano a tirar fuori una Inis Mona parte due: adulatrice e melodica, è caratterizzata dalla bella voce di Anna Murphy e dalle molte parti prive di chitarra, anche se lo scream di Granzmann (rafforzato dagli sporadici riff delle sei corde) prova a dare un contorno ruvido al brano che, di fatto, è un secondo singolo vincente. Interessante sapere che il testo è in lingua gallica (nel booklet è comunque presente la traduzione inglese), risultato del lavoro svolto da David Stifter, grande conoscitore dell’antica lingua, già professore all’università di Vienna al tempo di Slania e oggi dietro la cattedra in Irlanda presso l’università di Maynooth. Il breve intermezzo celtico Giamonios ci prepara per l’ultimo assalto sonoro degli Eluveitie, ovvero Tarvos, brano eccellente ancora oggi nella setlist nei concerti. La ghironda si fa sentire prepotente nel bridge, mentre nel ritornello flauti e violino sono gli strumenti principali di una canzone che ben bilancia l’anima più rude della band con la ricerca musicale legata alla tradizione popolare: quel che ne esce è di elevata qualità e che si trovi praticamente a fine disco qualifica la bontà delle altre composizioni in quanto non si avvertono cali qualitativi all’interno della scaletta. Calling The Rain è un’ode alla natura più incontaminata e potente, musicata in maniera da dare pari risalto alle parti estreme e quelle più melodiche creando anche in questo caso un equilibrio che porta a Elembos, una sorta di canzone/outro piuttosto lunga per i canoni degli Eluveitie (6:31): le sonorità pagane e i cori che si ripetono per l’intera durata della canzone creano un effetto sacro e solenne, con gli assoli di Sime Koch, Meri Tadić e l’ospite (su suggerimento del produttore Jens Bogren) Simon Solomon che si susseguono con grande naturalezza, portando a conclusione un lavoro impeccabile sotto ogni punto di vista.

Decidual the forests proclaim
The glory primal, the rapturous supremacy
Vanquishing the vile
Burgeoning beyond, bearing the essence of life

Crave for the rapture again
Long for the pristine light

Se Slania suona compatto, al passo coi tempi ma anche verace e potente, è merito di Bogren, il quale ha seguito le registrazioni di voce, basso, chitarre e batteria, nonché responsabile del missaggio e del mastering finale. Il lavoro fatto sui suoni è a dir poco imponente, capendo cosa di Spirit andava migliorato e lavorando affinché il risultato audio finale raggiungesse gli standard richiesti a un disco pubblicato per una major. Il libretto di sedici pagine è curatissimo e graficamente ben realizzato: ci sono le foto di tutti i musicisti, i testi e un’estesa spiegazione delle canzoni dal punta di vista lirico. Una cura del genere è veramente difficile da trovare.

Per il decimo anniversario di Slania è stata pubblicata una nuova versione dell’album, in verità assai poco interessante per chi già possiede il disco. A cambiare è solamente la copertina, con la bambina Slania ora diventata donna (per l’occasione è stata chiamata a posare la stessa modella di dieci anni fa, probabilmente questa la “nota” più interessante della ristampa); in aggiunta alla tracklist sono state aggiunte alcune canzoni bonus in versione demo e Samon acustica, quest’ultima già nota in quanto facente parte dell’edizione limitata del 2008 con il bonus dvd – questo sì interessante – con il videoclip di Inis Mona, una serie di fotografie promo e live e soprattutto il video di quattro canzoni suonate dagli Eluveitie in occasione del tedesco Ragnarök Festival 2007.

Anno 2008: gli Eluveitie pubblicano Slania, disco destinato a passare alla storia del folk metal. La domanda finale è una: quanta gente si è avvicinata a questo genere grazie a Inis Mona, alle melodie celtiche su base death metal e alla voce di Anna Murphy? Esatto, tantissima. Anche solo per questo motivo bisognerebbe essere grati a Granzmann e soci, ma più semplicemente Slaniaè un album perfetto e tanto basta per definirlo capolavoro.

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