Intervista: Corte Di Lunas

Meno di un anno fa i friulani Corte Di Lunas erano ospiti di queste pagine per raccontare il ritorno sulle scene grazie all’EP The Journey dopo un periodo non semplice che ha portato molti cambiamenti in seno alla band. Il tempo di incidere il nuovo album Tales From The Brave Lands ed ecco nuovamente i talentuosi musicisti a parlare di musica, di leggende locali e di posti da visitare quando si potrà tornare a viaggiare per il piacere di farlo. Un consiglio: leggete con gusto questa intervista, Giordana e soci non si sono certo risparmiati per rispondere alle domande!

Anno nuovo e disco nuovo: com’è tornare a incidere un album dopo diversi anni?

Un lungo, lunghissimo percorso, al quale ancora stentiamo a credere di essere riusciti ad arrivare in fondo! Scherzi a parte, come sai il tempo trascorso fra i due album è stato per noi particolarmente sofferto, la ricerca di una nuova formazione e una nuova stabilità ha richiesto quasi due anni per realizzarsi. Le difficoltà sono state tante, non lo neghiamo, ma essere arrivati fin qui nonostante tutto ed essere riusciti a pubblicare il nostro quinto lavoro in studio è motivo di grande orgoglio per noi. Dopo tutto il trascorso sapevamo che prima di cimentarci nella realizzazione di un nuovo album avremmo dovuto lavorare a tutto tondo con la nuova formazione. Uno dei motivi che ha portato alla realizzazione di The Journey è stata proprio la necessità di ricercare una nuova intesa musicale. Detto fatto, a distanza di meno di un anno dall’uscita dell’EP siamo riusciti a pubblicare il nuovo album, e non potete immaginare la soddisfazione. Quello passato è stato l’anno più impegnativo in assoluto nella storia della band e ad oggi, purtroppo, la strada non sembra in discesa per il periodo avvenire: come per molte altre band, molte delle date già confermate per la promozione dell’album sono state annullate. Ma nonostante tutto non siamo rimasti con le mani in mano, e, mentre prendiamo una breve deviazione dal cammino, la priorità è comunque quella di costruire per il futuro.

L’EP The Journey ha fatto girare nuovamente il vostro nome dopo un po’ di silenzio e soprattutto ha permesso alla nuova formazione di fare squadra. Credo che se avete inciso un disco bello come Tales From The Brave Lands è anche grazie a l’affiatamento che avete raggiunto. È così?

Certamente, l’esperienza compositiva e di registrazione dell’EP ci ha permesso di maturare un nuovo sound. Il 2019 è stato per noi un anno di grande produttività, e The Journey in particolare ha portato la band a lavorare come un team sotto ogni punto di vista. Non saremmo mai riusciti a pubblicare un album in così poco tempo se non ci fosse stata intesa e gran impegno da parte di tutti. La differenza di sound tra The Journey e Tales From The Brave Lands ne è la prova. L’EP è stato il modo migliore di conoscere i punti di forza della nuova formazione e valorizzarli nella realizzazione dell’album.

Come sono nate le canzoni dell’album? C’è un particolare modo di comporre oppure seguite tutti l’istinto?

Come saprai il disco è una raccolta di storie della nostra terra. Il concept lo avevamo ben chiaro da anni, tanto che due dei brani che abbiamo inserito nell’album erano già stati scritti prima del cambio di formazione. Nella ricerca narrativa e nella scrittura dei testi c’è stata molta partecipazione da parte di ognuno di noi: abbiamo approfondito e scelto con cura le leggende che volevamo narrare, mettendoci nei panni dei nostri personaggi. Per la composizione, in generale, non abbiamo un metodo sistematico, dipende molto dal brano e dalle idee che ne scaturiscono: di alcuni brani è stato prima scritto il testo, di altri invece la melodia, nata da ciò che la leggenda ci ispirava. In fase di arrangiamento poi il pezzo viene modellato e limato affinché il sound resti omogeneo. Una cosa di cui andiamo fieri è che, partecipando attivamente tutti e sette al processo creativo, ognuno ha portato un pezzo della propria personalità e delle proprie influenze musicali all’interno del disco: questo ha contribuito a dare freschezza e varietà ai pezzi.

In The Devil’s Bridge è ospite Lorenzo Marchesi, vi chiedo quindi come è nata la collaborazione e se all’interno della band ci sono dei fan dei Folkstone. (lo chiedo perché nella scorsa intervista avete menzionato altri gruppi come Eluveitie, Mago De Oz, Elvenking, Korpiklaani e Finntroll)

Ovviamente lo siamo tutti! Sono una grande fonte di ispirazione e, all’annuncio dello scioglimento, ci si è spezzato il cuore. Non credo smetteremo mai di ringraziarli per il contributo e la spinta che hanno dato alla scena folk italiana. Quando è stato composto il brano, abbiamo da subito voluto inserire una voce maschile che interpretasse il Diavolo, fondamentale ai fini della narrazione. Ci abbiamo riflettuto a lungo, e, dopo diverse settimane, proprio ascoltando Diario Di Un Ultimo, ci siamo detti che la voce di Lore sarebbe stata perfetta! Perciò abbiamo pazientemente aspettato la loro data qui in Friuli e semplicemente glielo abbiamo proposto a fine concerto. Così è nata la nostra fantastica collaborazione, e davvero non potevamo chiedere di meglio!

Orcolatè anche una canzone dei Kanseil e ovviamente parla della stessa storia. Volete raccontare ai lettori come nasce la leggenda? Conoscete la versione della band veneta?

Certo, la conosciamo e i Kanseil sono nostri amici. Apprezziamo molto i loro lavori, e per alcune cose ci siamo ispirati a loro! Orcolat parla del tremendo terremoto del 1976, che uccise un migliaio di persone e distrusse un intero paese: è un tema molto sentito, sia qui che in Veneto. Per noi era molto importante inserirlo nel progetto, e abbiamo cercato di dare una chiave di lettura diversa per poter alleggerire un tema di per sé molto angosciante, in modo da non urtare la sensibilità di nessuno. Questa leggenda è stata inventata dal popolo friulano subito dopo l’accaduto, e da lì tramandata. Racconta dell’Orcolat, l’“Orcaccio”, innamorato follemente della bella Amariana, che tuttavia  non ricambiava il suo amore, ma, anzi, ne era terrorizzata. Per sfuggire all’ossessione dell’Orco chiese aiuto ad una fata, che la trasformò nella montagna oggi conosciuta come Monte Amariana, per l’appunto. Quando lui lo scoprì impazzì dal dolore e giurò che mai più l’avrebbe lasciata riposare: le urla strazianti del mostro riecheggiarono nella valle, fino a causare quello che poi è stato il peggior terremoto di sempre per la gente del posto. Una storia molto triste, che speriamo serva a non dimenticare mai ciò che il Friuli affrontò, sempre a testa alta.

Avete inciso nuovamente Eolo, canzone già presente in The Journey, e non sembrano esserci grandi differenze tre le due versioni. Perché lo avete fatto? Forse perché a livello lirico era un pezzo perfetto per il disco (e musicalmente una bella composizione)?

Eolo è nata proprio per far parte di questo concept, narrando essa la leggenda della nascita di Trieste. Abbiamo deciso di dare un assaggio di ciò che sarebbe stato questo progetto inserendola nell’EP, ma non potevamo assolutamente escluderla dall’album. L’abbiamo interamente ri-registrata, con un nuovo suono di ghironda, nuove scelte a livello di arrangiamento all’inizio, e, a livello generale, un taglio decisamente più rock rispetto alla versione di The Journey.

Scjaraçule Maraçule è un canto del Friuli Venezia Giulia per invocare la pioggia, la musica è un pezzo di storia friulana che risale al tardo medioevo e per il testo vi siete rifatti a quello del poeta del ‘900 Zannier. In poco più di tre minuti avere riunito storia, poesia e tradizioni ri-arrangiando il tutto con gusto e personalità, cosa non facile soprattutto se si ha a che fare con Branduardi e la sua Ballo In Fa Diesis Minore. Eravate in un certo senso “intimoriti” dall’inevitabile confronto?

Il confronto era certamente inevitabile. Questo tuttavia non ci ha inibito, e abbiamo fortemente voluto includere questo pezzo così importante della nostra tradizione. Abbiamo cercato più versioni e di diversi artisti (cogliendo l’occasione per ascoltare lo stesso Branduardi a ripetizione), e poi abbiamo lavorato sodo per renderla unica e “nostra”. Sfruttando quindi cori polifonici e quella vena prog che ogni tanto fa capolino nei nostri pezzi, abbiamo creato la nostra versione di questo brano. Siamo davvero orgogliosi di poterlo portare al di fuori della nostra terra natìa!

La chiusura è affidata a Rosander, composizione da oltre sette minuti e con una parte piuttosto robusta e rock, con cori e un assolo di chitarra, tutto piuttosto diverso dal resto del materiale, anche se tutto suona 100% Corte Di Lunas. Come è nata la canzone e mentre la stavate realizzando vi siete resi conto che era un po’ diversa dalle altre?

Rosander è stata concepita fin da subito come suite di chiusura di questo progetto. È la storia di una principessa ribelle che, dopo anni di fiera solitudine, trovò l’amore. Dopo la promessa di eterno amore, il suo principe fu tuttavia costretto a salpare per mare. Il mare è però una creatura volubile, e sorprese il giovane con una violenta burrasca, che ne affondò la nave. Le lacrime di dolore della principessa divennero un torrente, ed ella divenne roccia, dando così vita alla Val Rosandra. La storia ci ha talmente intrigato che abbiamo deciso di dare al pezzo una dimensione teatrale. Ci siamo immedesimati in questo meraviglioso personaggio e abbiamo cercato di metterne in musica le speranze, l’angoscia, la rabbia ed infine il dolore, in tre atti, quasi come fosse un musical. Amiamo molto giocare con gli stili e questo pezzo ci ha dato una grandissima opportunità in tal senso. Nata inizialmente da un’idea piano e voce della nostra flautista (Mary), abbiamo poi rielaborato questo brano racchiudendo tutti gli elementi presenti nelle dieci tracce precedenti: melodie meste e riff incalzanti, cambi di tempo, suoni ambientali e recitati. Il tutto è impreziosito dall’arpa di Lucia Stone, che ringraziamo ancora una volta per aver preso parte a questo progetto!

La copertina con la mappa del Friuli Venezia Giulia ricorda per colore e stile quella classica de Il Signore Degli Anelli. Una scelta voluta oppure si tratta di un caso?

È stata decisamente una scelta. Amiamo Tolkien e il mondo che è riuscito a creare, per noi è un pilastro! Quelle narrate in Tales From the Brave Lands sono leggende, perciò ci è parso naturale associarci al mondo del fantasy, consapevoli che anche molti dei nostri fan sono amanti del genere. Ogni miniatura presente sulla mappa rappresenta un brano: il folletto è uno Sbilf (che si dice essere presente nelle foreste dell’alto Friuli, e che rimanda appunto a The Last Of Sbilfs), le tre ragazze che danzano sono coloro che invocano la pioggia in Scjaraçule Maraçulee così via. Un grazie immenso va a l’illustratrice Giulia Nasini, che ha fatto un lavoro splendido, combinando le nostre idee alle sue con grande sensibilità! All’interno del booklet troverete anche le magnifiche foto di Ermes Buttolo, dove potrete vederci nei panni dei protagonisti delle nostre storie.

Nuovo disco e nuovo videoclip, questa volta la scelta è caduta su Vida. Il video è spettacolare e credo che la storia meriti di essere raccontata…

Molto volentieri! La leggenda narra della regina Vida che, fiera e benevola, regnava sulle valli del Natisone. In una giornata come tante, però, il quieto vivere del suo popolo fu incrinato dalla terribile notizia portata da un messaggero: gli Unni stavano arrivando. Fu così che la regina, con il sangue freddo che la distingueva, prese la decisione di abbandonare villaggio e castello e di rifugiarsi assieme al suo popolo nella Grotta di San Giovanni d’Antro (ed è proprio in questa grotta, situata vicino a Cividale del Friuli, che sono state girate le riprese del nostro videoclip). Vi giunsero attraverso un passaggio conosciuto solo da pochi e portandosi appresso viveri e tutto l’occorrente per sopravvivere il più a lungo possibile. Gli Unni non tardarono ad arrivare ma trovarono il villaggio deserto; allora scoprirono la grotta, ma, non potendola raggiungere, decisero di attendere che il popolo morisse di fame. Dopo diverso tempo, quando le provviste stavano per finire, la regina decise di prendere l’ultimo sacco di frumento rimasto e di rovesciarlo, dall’alto della grotta, ai piedi di Attila, affermando di averne tanti altri quanto i chicchi in esso contenuti. Il tiranno, ingannato dall’astuzia di Vida, decise di abbandonare il villaggio e così il popolo fu salvo.

Domanda difficile: dovendo scegliere una sola canzone per far conoscere i Corte Di Lunas e il Friuli Venezia Giulia, quale scegliereste e perché?

Domanda difficile, è vero, ma direi che probabilmente è proprio Vida che ben si presta ad entrambi gli scopi. Certo è riduttivo pensare di far conoscere il Friuli tramite una singola leggenda, ma la regina Vida riveste molto bene lo spirito “brave” che contraddistingue il popolo friulano, gente coraggiosa, onesta e orgogliosa. Musicalmente parlando, poi, sentiamo questo brano molto nostro per la sua vena rock capace di smuovere e dare energia: se dovessimo introdurre qualcuno alla nostra musica questa sarebbe una buona scelta da cui partire (non a caso abbiamo scelto proprio questo pezzo come primo singolo estratto dall’album!).

Alcuni titoli sono in italiano ma poi i testi soprattutto in inglese. Da un disco che parla di leggende di una terra precisa e con una copertina che è una mappa mi aspettavo molto di più nella nostra lingua o in dialetto friulano. Questa scelta è dovuta alla volontà di essere accessibili a più persone possibili e quindi far arrivare le storie del Friuli oltre confine?

Esatto, abbiamo pensato fosse una buona cosa rendere comprensibile ai più le nostre storie. Prendiamo come esempio La Dama Bianca: è una leggenda famosa e presente in molti luoghi d’Europa e prevalentemente conosciuta come The White Lady. Volevamo che la nostra fosse riconoscibile, che rappresentasse la versione italiana della storia, senza però sacrificare l’accessibilità a chi non viene dalla nostra terra. In alcuni brani abbiamo tuttavia scelto di utilizzare il nostro dialetto. Tiare (“Terra”) è un’invocazione agli spiriti dei nostri antenati, affinché scendano sulla nostra terra per raccontarci queste leggende perse nel tempo. E quale mezzo migliore per raggiungere le anime antiche delle nostre terre se non la lingua della nostra tradizione? Unitamente ad un’impronta musicale più pagan, crediamo il friulano si sia ben prestato a ricreare una dimensione rituale e viscerale. L’altro pezzo in friulano è il già citato Scjaraçule Maraçule, pietra miliare della cultura friulana.

Il 2020 è iniziato nei peggiori dei modi e di conseguenza non potete, per ora, supportare la pubblicazione di Tales From The Brave Lands con delle date live. Dato l’obbligo di stare in casa, ne state approfittando per creare nuova musica, oppure non è il momento buono visto quello che accade fuori la porta di casa?

È sempre un buon momento per comporre qualcosa di nuovo! Alcuni di noi hanno già avuto delle idee e stiamo già pensando al futuro, a cosa ci sarà dopo Tales From The Brave Lands. Possiamo assicurarvi che non rimarremo fermi molto a lungo. Dato il momento, però, ci stiamo dedicando prevalentemente alla creazione di contenuti, per promuovere l’album e la band. Ci piacerebbe riuscire a mantenere alto il morale, sia il nostro che quello degli amici che ci seguono, cercando di essere presenti e coinvolgendoli il più possibile!

Siamo nel post pandemia e si può girare liberamente, quali luoghi consigliereste a un turista per conoscere e godere della vostra regione?

In Friuli si può trovare di tutto! La nostra regione offre scenari di ogni tipo: si possono ascoltare le onde del mare infrangersi sulle rocce di Trieste, città storica e meravigliosa, in cui si erge il Castello di Miramare. Salendo un po’ non possiamo tralasciare Redipuglia, dove c’è la possibilità di visitare il conosciuto sacrario dedicato alle vittime della Prima Guerra Mondiale o Aquileia con i suoi numerosi resti romani. Non troppo distante si trova Palmanova, la famosa città stellata patrimonio dell’Unesco! Un altro passaggio obbligatorio sicuramente è quello al Castello di Udine. Non possiamo, inoltre, non citare la bellissima Cividale del Friuli (in cui è ambientata la leggenda del Ponte del Diavolo – la nostra The Devil’s Bridge!), che offre innumerevoli sorprese. E San Daniele? L’importante è che non ve ne andiate senza assaggiare i diversi vini regionali, altrimenti verrebbe presa come un’offesa! Qui abbiamo parlato solo di alcune delle meritevoli mete del Friuli. Insomma, potremmo parlarne per ore. Noi friulani siamo un popolo orgoglioso e fiero di vivere in una regione così ricca di storia e di cultura.

È sempre un piacere ascoltare la vostra musica e avere modo di scambiare due parole: speriamo di riuscire a conoscerci a Montelago! Oltre al classico #stateacasa cosa volete aggiungere per terminare l’intervista?

In effetti, ci sarebbe una cosa che ci terremmo ad aggiungere: #staybrave, folks! A inizio marzo, in un momento in cui i social media erano inondati di tensione, paura e rabbia, abbiamo infatti dato vita allo “#staybrave Project”, che mira a diffondere messaggi di coraggio e speranza. Abbiamo chiesto ai nostri “Brave Folks” di inviarci del materiale musicale, video o anche immagini, disegni, poesie… qualsiasi cosa li facesse sentire impavidi in questo periodo buio. Tutto ciò che ci viene mandato lo condividiamo sulla nostra pagina Facebook e sul nostro profilo Instagram, come fossimo un grande esercito di guerrieri a distanza! Due sere a settimana inoltre teniamo le “Chiacchiere a Corte”, un format in diretta Facebook, in cui chiacchieriamo con ogni volta un ospite diverso dalla scena folk italiana. Oramai siamo arrivati quasi alla ventesima puntata! È un’occasione per stringere amicizie e legami, tenere compagnia alle persone a casa, ma anche diffondere la cultura folk. Presto inoltre annunceremo delle altre importanti novità, relative a come ci terremo attivi nel prossimo futuro, in cui (probabilmente) non si potrà suonare live ancora per un po’. Non ci rimane che ringraziarti per le tue domande e il tuo tempo. Speriamo che questo periodo passi in fretta e che si possa presto incontrare, magari davanti ad una bella pinta di birra!

Corte Di Lunas e Folkstone!

Hell’s Guardian – As Above So Below

Hell’s Guardian – As Above So Below

2018 – full-length – Record Union

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Cesare Damiolini: voce, chitarra – Freddie Formis: chitarra – Claudio Cor: basso – Dylan Formis: batteria

Tracklist: 1. Over The Line – 2. Crystal Door – 3. As Above So Below – 4. Blood Must Have Blood – 5. Waiting… For Nothing – 6. 90 Days – 7. Lake Of Blood – 8. Jester Smile – 9. My Guide My Hunger – 10. I Rise Up – 11. Colorful

Tornano sulle pagine di Mister Folk gli Hell’s Guardian, formazione di Brescia dedita a un death metal melodico di pregevole fattura. Abbiamo iniziato a conoscerli con il debutto Follow Your Fate del 2014 (con tanto di intervista) e l’EP Ex Adversis Resurgo, si sono poi fatti le ossa suonando su alcuni dei maggiori palchi italiani di spalla a band internazionali (QUI il report della serata romana in apertura degli Heidevolk), e a due anni dalla pubblicazione ecco la recensione del secondo full-length As Above So Below. La prima cosa che si nota è il cambio di stile per quel che riguarda l’artwork del cd: se nelle prime due release siamo stati abituati a una grafica fantasy ad opera di Jan “Örkki” Yrlund, per questo lavoro è stato scelto un altro nome importante per quel che riguarda le copertine degli album metal, ovvero Gustavo Sazes (Exodus, Ereb Altor, Angra ecc.), senza dimenticare il booklet che presenta nelle dodici pagine che lo compongono tutto quel che ci si aspetta, ovvero testi, informazioni, foto e una grafica che riprende la front cover. Lo stile è ora “moderno” e inquietante, cupo si potrebbe dire, e in parte rispecchia le piccole novità che fanno parte della musica contenuta nei cinquantuno minuto del disco. Gli Hell’s Guardian hanno certamente trovato la propria strada e con un ascolto distratto si potrebbe dire che non c’è differenza tra il debutto e As Above So Below, ma alcuni riff particolarmente dark, il groove che viene sprigionato dai musicisti in certi passaggi e gli intrecci chitarristici, ora ancora più avvincenti, sono quelle cose che rendono questo lavoro fresco e accattivante, grazie soprattutto alla capacità della band di racchiudere in una canzone le varie sfaccettature che da inizio carriera contraddistinguono il sound degli Hell’s Guardian.

Undici brani, di cui due strumentali, che filano lisci nell’ascolto, senza momenti meno intensi o cali di tensione. Merito anche di una produzione cristallina e potente, calda per il genere e naturale all’orecchio, opera del trio Fabrizio Romani, Freddie Formis e Michele Guaitoli – rispettivamente registrazione/produzione/missaggio e mastering): una canzone come Crystal Door con un sound diverso renderebbe la metà, bravi quindi a trovare il sound giusto per la musica proposta. Proprio Crystal Door racchiude tutta la musica degli Hell’s Guardian, compreso l’utilizzo più marcato delle tastiere e dell’alternanza growl e pulito del frontman Cesare Damiolini. Come detto in precedenza non ci sono brani meno ispirati, ma è anche vero che un paio di questi spiccano maggiormente sugli altri: la title-track alterna molto bene up-tempo e rallentamenti che coincidono con il ritornello melodico, 90 Days con i suoi sette minuti e mezzo è il pezzo più lungo dell’album e presenta al suo interno diversi cambi d’umore senza dimenticare la melodia e l’aggressività che spesso vanno a braccetto. Poi c’è Blood Must Have Blood che può essere considerato il miglior brano scritto fino a questo momento dagli Hell’s Guardian, il perfetto mix di heavy metal, death e un pizzico di modernità rappresentato nello stacco a tre quarti di brano che farà roteare non poche teste ad ogni ascolto; non a caso è stato scelto come singolo e videoclip.

Seguendo gli Hell’s Guardian da inizio carriera si può dire che la formazione lombarda stia continuando quanto di buono fatto ascoltare con il debutto, arricchendo il proprio bagaglio con piccole gustose novità, ma soprattutto affilando il songwriting e curando sempre di più le canzoni al fine di renderle accattivanti fin dal primo ascolto. As Above So Below è un buon disco di melodic death metal e gli Hell’s Guardian sono ormai una garanza in materia.

Intervista: Emian

Le interviste sono ghiotte occasioni che i musicisti dovrebbero utilizzare per far conoscere meglio il proprio lavoro, raccontando storie, aneddoti e vicende che possono interessare il fan e il lettore che è un potenziale ascoltatore. Purtroppo spesso l’intervista viene vista come una scocciatura da sbrigare con poche frasi di circostanza, ma fortunatamente ci sono ancora musicisti che hanno voglia di raccontarsi e far conoscere la propria arte anche attraverso le parole. E così, dopo il buon Dan Capp del progetto acustico Wolcensmen, tocca ad Anna degli Emian prendere parola e guidarci “all’ascolto guidato” di Egeria, terzo disco della formazione campana.

Ciao Anna e benvenuta su Mister Folk! Prima di iniziare a parlare del nuovo Egeria ti chiedo di fare un piccolo riassunto della carriera degli Emian in modo da dare ai lettori qualche informazione sulla vostra storia.

Ciao Mister Folk, grazie per averci voluto ospiti nel tuo spazio! La storia degli Emian inizia probabilmente a nostra insaputa quando, in un soleggiato giorno di febbraio (precisamente il 24) il Destino fa incrociare per la prima volta i nostri sguardi a Casa Cuma, una comune di artisti nell’hinterland napoletano dove io all’epoca vivevo. Dopo qualche mese sarebbe iniziata la nostra storia d’amore. Scoprendo di avere in comune l’interesse verso le sonorità del Nord Europa e le antiche culture pagane, avremmo iniziato anche a suonare insieme tant’è che il 21 Dicembre 2011 decidiamo di creare il progetto Emian. Nel 2013 decidiamo di realizzare il nostro primo album indipendente AcquaTerra, dedicato interamente alla musica delle aree celtiche, pubblicando inoltre due video ufficiali: Mother’s Breath e The Last Kings March (presenti sul nostro canale YouTube). A registrazioni quasi ultimate dell’album, entra a far parte del progetto Danilo, conosciuto durante un live al quale era venuto per ascoltarci. Nel 2014 la formazione si amplia ulteriormente con l’ingresso di Martino, amico di vecchia data di Danilo. Con questo nuovo assetto, nel 2016 realizziamo il secondo album Khymeia, coprodotto e registrato dall’etichetta indipendente I Make Records di Francesco Tedesco e distribuito da Family Affair. Nel 2019 pubblichiamo il terzo album Egeria, coprodotto e registrato dall’etichetta indipendente LABEL XXXV presso Studio XXXV di Nicola Pellegrino e Giovanni Paglioli, ed il terzo videoclip ufficiale La Casa Dell’Orco, con regia dei fratelli Pisapia (Roberto e Giulian).In questi lunghi anni di intensa attività musicale su territorio nazionale ed internazionale, abbiamo collezionato una gran mole di concerti ottenendo anche due importanti riconoscimenti: nel 2013 il premio “Miglior Artista Accreditato” della XXVI edizione del Ferrara Buskers Festival, nel 2015 vincendo la prima edizione dell’European Celtic Contest, tenutosi durante il Montelago Celtic Festival. Abbiamo preso parte ad alcuni importanti festival europei: Festival Mediaval (Selb, Germania), Castlefest e Castlefest Winter Edition (Lisse, Olanda), Celtic Night Geluwe (Geluwe, Belgio), Labadoux (Ingelmunster, Belgio), Celt’n’Folk (Almere, Olanda) e Midwinter Fair Yule Fest (Alphen aan den Rijn, Olanda). A Madrid abbiamo condiviso il palco con le band Cuélebre e An Dannza, in Francia con la band Scurra e in Italia abbiamo suonato in apertura dei concerti di Omnia, Irfan e Ataraxia, importanti band del panorama folk/new wave internazionale. Il pubblico italiano ci conosce per aver preso parte ad alcuni dei più importanti festival celtici e fantasy: Montelago Celtic Festival, Festa dell’Unicorno, Triskell, Druidia, Yggdrasil, Strigarium, Mutina Boica, Fjallstein e partecipando a tre edizioni del Ferrara Buskers Festival (due delle quali come “artisti invitati”). Nel 2015, io ed Emilio abbiamo firmano la colonna sonora per il primo episodio della serie web Francesco Esempio Di Vita del regista RAI Giuseppe Falagario. A settembre 2016, con la formazione al completo, abbiamo debuttato in teatro con l’Antigonedi Sofocle, adattamento del regista e attore campano Andrea Adinolfi, come autori ed esecutori della colonna sonora.

La band è passata da essere un quartetto a un duo con te ed Emilio, riprendendo così l’idea originale del nome, Emilio + Anna, Emian. Vi ho visto diverse volte in concerto come quartetto e sono sempre stati grandi spettacoli, ti chiedo quindi quali sono i motivi che vi hanno spinto in questa direzione e cosa è cambiato nei vostri show ora con la formazione a due.

La decisione di ridurre la band non è dipesa da noi. Semplicemente Danilo e Martino avevano altre esigenze (musicali e professionali) che esulavano dal progetto, dunque ne è conseguita la loro decisione di abbandonarlo. In realtà ci aspettavamo un cambiamento per l’antica legge del 7, secondo la quale ogni 7 anni si chiude un ciclo e se ne apre un altro, ma non sapevamo ancora quale. Per me ed Emilio è stata dura emotivamente, ma professionalmente parlando eravamo già abituati a suonare da soli. Dal 2011 ad oggi non abbiamo mai smesso di far camminare di pari passo la formazione originaria del duo con quella della band al completo. Probabilmente il cambiamento è visto più dall’esterno che dal nostro punto di vista.

La copertina del disco è molto sobria, mentre l’artwork – molto curato – presenta i testi e le illustrazioni di alcune canzoni e non di tutte. Perché questa scelta e in che modo avete deciso quale inserire e quale no?

Grazie. Ovviamente i complimenti vanno a Martino che vanta una lunga esperienza come disegnatore ed illustratore, anche se abbiamo lavorato insieme alla scelta dei soggetti da illustrare e su come farlo. In realtà la decisione è stata molto semplice. Abbiamo illustrato solo i brani che avessero un testo, mentre quelli strumentali li abbiamo lasciati liberi di volare nella mente delle persone, ognuno può immaginare ciò che desidera. Ci piaceva dare l’idea del libro di favole che leggevamo da bambini, dove l’immagine talvolta ti aiutava ad entrare al 100% in quella dimensione e a viverla totalmente. La scelta della copertina sobria in realtà racchiude un significato ben preciso. In quasi tutte le culture, la libellula è spesso correlata alla morte per far sì che qualcosa di nuovo nasca o rinasca. Mentre il titolo ha un doppio significato: Egeria è stata una viaggiatrice del 300 D.C., una delle poche donne viaggiatrici di cui è arrivata testimonianza. Per noi che siamo sempre stati abituati a credere che quella fosse un’epoca in cui le donne fossero relegate in casa senza avere altre possibilità, questa testimonianza è stata illuminante. L’album racchiude storie diverse di donne: la calabrese Rosabella, la protagonista di Fronni d’alia, Matulpa ne La Casa Dell’Orco, la Terra nella canzone Spirit Trail… Ci siamo resi conto che era un album al femminile e che parlava in qualche modo di viaggi, dentro e fuori di sé, per cui scegliere lei come icona principale ci sembrava un bell’omaggio. L’altra Egeria, invece, è una ninfa del pantheon pagano dell’antica Roma, una camena (ninfe che profetizzavano attraverso il canto) alla quale venivano dedicate fonti e sorgenti perché legata alla femminilità, alla fertilità e al parto.

Musicalmente siete interessati alla musica folk/popolare a 360 gradi: influenze nord europee e medio orientali si alternano con grande naturalezza, senza dimenticare, chiaramente, il folklore italiano. Come riuscite a unire questi suoni apparentemente così lontani e farli suonare sempre famigliari e “vicini” a noi?

Perché per noi non sono lontani! Ci piace pensare che, in qualche modo, portiamo dentro di noi una memoria antica, legata ai popoli antenati che hanno abitato l’Italia o il territorio in cui noi siamo cresciuti (io sono Campana ed Emilio è Salentino). Da sempre la musica è considerata un veicolo di comunicazione con altre dimensioni, se così si può dire, per cui non facciamo altro che agire attraverso di lei e con l’aiuto dei nostri strumenti risvegliare in noi questi ricordi e portarli ai giorni nostri. Prendi ad esempio la nyckelharpa: è considerato uno strumento svedese, ma se si va indietro nel tempo si scopre che nel 1300 veniva largamente utilizzato nel centro Europa come in Italia. Inoltre il nostro retaggio culturale (storico, filosofico, musicale…) è il risultato della mescolanza di tutte le popolazioni che da qui sono passate. Ovviamente c’è anche una buona parte di gusto personale che probabilmente va a braccetto con la memoria di cui sopra. Per quanto riguarda la musica folk, invece, ti vogliamo lasciare con una domanda: come agisce secondo te sulle persone e cosa muove al loro interno?

Nel vostro disco troviamo un po’ d’Italia (del sud), ma anche d’Albania, di Medio Oriente e Nord Europa. Mi immagino te ed Emilio a scandagliare cd e playlist alla ricerca di canzoni e melodie da ogni dove. C’è una particolare “ricerca del brano”? Come iniziate a lavorare sulle composizioni? E infine, ci sarà posto in un prossimo disco per una storia/leggenda del centro nord Italia?

Sì, in realtà molto del nostro tempo lo investiamo nella ricerca che spesso (aggiungerei anche purtroppo) dobbiamo fare attraverso il web perché non riusciamo a viaggiare come vorremmo. Si basa principalmente su aspetti storici ed antropologici, dato che entrambi abbiamo alle spalle studi simili anche se non abbiamo conseguito la laurea con queste materie. Talvolta invece la ricerca si basa sulla scoperta di un nuovo strumento ed è lì che inizia una sorta di “caccia al tesoro”: dallo strumento all’etnia, dall’etnia alla tipologia di musica, dalla tipologia di musiva alle canzoni e dunque alla lingua e così via… Elementi importanti della ricerca sono anche gli studi realizzati da personaggi come James Frazer o Alan Lomax, le letture che affrontiamo insieme sulle fiabe e le leggende italiane, i racconti orali di amici che come noi sono appassionati della storia del proprio paese, le storie raccolte durante i nostri viaggi all’estero e attraverso l’Italia. Molte volte ci piace anche riprendere brani ascoltati da artisti che apprezziamo e che vorremmo rielaborare nel nostro modo personale. Ovviamente tutto ciò influisce sul nostro modo di comporre. Alcuni esempi pratici possono essere: Hyria (ispirata all’Irpinia, terra in cui viviamo, e nata dopo aver ascoltato un gruppo mongolo al Ferrara Buskers Festival); Danse Boiteuse (ispirata alle sonorità della Galizia che Emilio ha visitato); Tramontana (ispirato alle sonorità nordiche, ma anche ad un vento che batte le nostre terre, e nato da un’improvvisazione su uno jouhikko costruito da Emilio); La Casa Dell’Orco (leggenda del nostro territorio raccontataci da un nostro caro amico e fotografo – Pellegrino Tarantino – che, come noi, ama le leggende); Le Navi Di Istanbul (retaggio culturale/musicale lasciatoci dai Turchi) ecc. Probabilmente se continuiamo così, quasi sicuramente riusciremo a musicare anche qualche leggenda del Nord Italia, perché no?! Già in passato stavamo provando a farlo, ma abbiamo lasciato perdere perché volevamo dedicarci alle nostre zone.

In Egeria c’è una sola canzone cantata in lingua inglese, Spirit Trail. La prima volta che l’ho ascoltata ammetto di esser rimasto sorpreso e che l’ho trovata forzata, mentre con l’aumentare degli ascolti l’effetto è cambiato e penso che stia bene insieme alle altre canzoni. Sono comunque curioso di saperne di più…

Non sei andato lontano dalla verità. È un brano scritto da Martino, molto bello e vicino agli ideali del PaganFolk, tra l’altro l’unico contenuto nell’album che strizza l’occhio al genere pop per cui apparentemente fuori linea con gli altri brani. Non te lo neghiamo, le perplessità si erano insinuate anche tra di noi. Ciò che ci ha motivati a lasciarlo, è stato il significato che esso racchiude. Essendo Egeria un album al femminile, la canzone parla della Madre Terra e del poco rispetto che il genere umano ha di lei. È stata scritta nel periodo in cui diverse tribù indiane stavano protestando contro il passaggio di un grande oleodotto attraverso i loro territori. Una canzone dedicata alla loro lotta.

Nella recensione descrivo Vesuvius come la risposta italiana e calda al folk sciamanico scandinavo. Quanto c’è di vero?

In questa tua affermazione c’è tanta verità. Accade sempre più spesso che la cultura pagana e sciamanica viene associata soltanto al Nord Europa o all’America. Probabilmente c’è di contro che non abbiamo mai visto il nostro paganesimo abbastanza “cool”, quando poi da molte piccole zone rurali ci arrivano testimonianze archeologiche/storiche di rituali e formule che non hanno nulla da invidiare alla cultura nordica. Potremmo parlare delle vecchiette che ancora sanno come togliere il malocchio, delle fattucchiere, delle beneventane janare (seguaci della dea Diana), del tarantismo, dei sacrifici che avvenivano nei templi dedicati alla Mefite… ci sarebbe tanto di cui parlare. Con Vesuvius, nello specifico, abbiamo voluto omaggiare il paganesimo campano. La versione originale del brano, creata da me ed Emilio qualche anno fa, contiene la lettura di un testo di Marziale “Dinanzi alle rovine di Ercolano”. Èun testo breve, ma struggente, che ben spiega l’importanza della nostra “montagna sacra” in passato. Parla delle vigne che vi crescevano abbondantemente, del fatto che Bacco amasse quei luoghi più dei colli di Nisa, le sue pendici luogo prediletto di ninfe e satiri…

Il video che avete girato per La Casa Dell’Orco è davvero ben fatto e guardandolo facendo attenzione alle parole non ci si può non commuovere. Ti chiedo però se ci sono delle storie da raccontare a proposito delle riprese: cose divertenti, imprevisti…

Grazie! I complimenti ovviamente vanno ai giovani e talentuosi fratelli Pisapia, Roberto e Giulian, rispettivamente regista e fotografo. In generale abbiamo avuto tempi molto stretti per girare, per cui ci si è molto concentrati sull’organizzazione e sul da farsi una volta sul set. È stato importante girare in luoghi a noi molto cari come il Monte Terminio, la località casa dell’orco a San Michele di Pratola, l’Acqua Fidia a Mercogliano, tutti posti che spesso frequento con Emilio. Come si evince dal testo della canzone, il protagonista della storia è il pastore Silpa e si pensava continuamente a come sarebbe stato bello avere la possibilità di girare qualche scena con delle pecore. Fortuna volle che la zona in cui abbiamo girato la prima parte del video fosse frequentata assiduamente da pastori, per cui speravamo di trovarne qualcuno disposto a “prestarci” gli animali. Com’è andata lo si vede dal videoclip! Nella seconda giornata di riprese sul Monte Terminio, invece, ci hanno tenuto compagnia le mucche che non perdevano occasione per andare a curiosare nelle buste del pranzo a sacco lasciate sotto un albero. Abbiamo trovato i cavalli selvatici a pascolare liberamente, qualche comparsa ha rischiato di farsi male durante la scena dell’uccisione dell’orco… Non può non andare un riconoscimento, come star incontrastata del video, al nostro fedele compagno a quattro zampe Sisco. Il miglior attore cane o cane attore di sempre che, per ovvie ragioni, è stato il più felice di tutti dato che poteva scorrazzare liberamente. Sembrava l’attore più partecipe di tutti, recitando alla perfezione in tutte le scene in cui la sua presenza era prevista.

Quando ero giovane e acquistavo le riviste musicali, leggevo spesso che il terzo disco di una band è quello della maturità. Per te cos’è Egeria?

È il disco della maturità, dei cambiamenti e del rinnovamento. Da qui si mette un punto e si va avanti.

Siete irpini e grazie alla vostra musica la gente ha modo di avvicinarsi alla vostra terra. Facciamo un po’ da tour operator: un turista che vuole visitare la vostra zona, cosa dovrebbe vedere/fare assolutamente?

Innanzitutto specifichiamo che nessuno di noi due è Irpino. Io sono nata a Napoli, ma adottata irpina da moltissimi anni; Emilio è salentino e viviamo insieme in provincia di Avellino da nove anni. Èun territorio che amiamo molto, sia per il paesaggio che per le tradizioni culturali, storiche e culinarie. Ma c’è da dire che io amo molto anche il Salento e appena ce n’è occasione scappiamo lì, anche perché c’è tutta la famiglia di Emilio che ancora vi risiede, quindi non ci andiamo come turisti. Abbiamo scoperto con gli anni che entrambi non amiamo il caos, ma i posti rurali, dove ancora c’è da imparare qualcosa che potrebbe andare perso. Se fossi un tour operator, senz’altro inizierei dai percorsi naturalistici: le cascate di Montella; la grotta del caprone detta anche del brigante; l’oasi di Senerchia; i posti menzionati per le riprese del video de La casa dell’Orco; la Mefite; il fiume Calore; il lago di Conza; le bocche del Dragone e tanti altri posti, difficile menzionarli tutti. Per quanto riguarda il luoghi storici o di interesse archeologico: l’abbazia del Goleto; i borghi di Castelvetere, Rocca San Felice, Cassano Irpino, Monteforte Irpino (dove viviamo noi) e quasi tutti i piccoli comuni dell’alta Irpinia; i castelli sparsi su tutto il territorio; gli scavi archeologici della vecchia Aeclanum (Mirabella Eclano), Abellinum (Atripalda), l’anfiteatro romano di Avella; Compsa della Campania… È un territorio davvero ricco, non si riesce a menzionare tutto. Poi ci sono i percorsi che interessano alla maggior parte delle persone e sono quelli enogastronomici e lì ci sbizzarriamo tra formaggio Carmasciano, caciocavallo podolico, funghi, tartufi, insaccati di maiale, cinghiale e qualsiasi altra povera bestia (io sono vegetariana), vini (Aglianico, Taurasi, Greco di Tufo, Coda di volpe…), erbe spontanee…. Mi è venuta fame!

Gli Emian del futuro: cosa farete nel corso dell’anno, virus permettendo?

Saremo sinceri, in questo periodo la nostra vita non è cambiata rispetto a come si svolge solitamente, eccetto per l’assenza di live e delle passeggiate in natura. Anzi, stiamo approfittando di questo momento per lavorare su nuovi suoni e nuove idee musicali. Non sappiamo se entro quest’anno riusciremo a realizzare tutto quello che desideriamo, ma non abbiamo fretta. Abbiamo delle date all’estero ed anche qui in Italia, ma i piani cambiano da un giorno all’altro, noi semplicemente ci adattiamo e non possiamo programmare molto. Vedremo cosa accadrà…

Grazie per la disponibilità e ancora complimenti per il disco, davvero emozionante. Puoi aggiungere tutto quello che vuoi, a presto!

Grazie ancora a te, Mister Folk! Un saluto ai tuoi lettori, ricordando che se vorranno seguirci basterà mettere un Like alla nostra pagina Facebook Emian PaganFolk Music, seguirci su Instagram ed iscriversi al nostro canale YouTube non dimenticando di attivare la campanella se si vuole rimanere aggiornati sui prossimi video in uscita. Stay Folk, Stay Pagan… Stay at home. A presto!

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

2020 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Axuruk “Jejune”: voce – Ghâsh “Barbarian Know-All”: chitarra – Rükreb “The Noble One”: basso – Vargan “Shepherd Tamburine”: batteria – Tuyla “The Glorious One”: fisarmonica, tastiera – Yindi “Servant Of Anor’s Flame”: violino

Tracklist: 1. The Curse – 2. Yargak – 3. Sbabobo – 4. Estelain – 5. Spirits Of Water – 6. The Sacrifice – 7. Tourdion – 8. To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley) – 9. Fugue – 10. Yo-Oh The Sail Is Low – 11. Never Leave A Friend Behind

I Blodiga Skald aveva sorpreso positivamente la critica con il disco di debutto Ruhn, uscito a metà 2017, che mostrava una grande e gustosa evoluzione dall’EP Tefaccioseccomerda di due anni prima. La band ha successivamente intrapreso una fitta serie di date – sempre considerando lo status underground della formazione romana – che li ha portati più volte a suonare all’estero, accrescendo meritatamente il numero di seguaci sparsi per l’Europa. A tre anni dal primo full-length il gruppo che vede il pittoresco Axurux alla voce, torna sul mercato con il nuovo The Undrunken Curse, lavoro composto da undici tracce per un totale di circa quarantaquattro minuti. A livello estetico il disco si presenta più che bene: la copertina e l’artwork sono stati realizzati da Jan “Örkki” Yrlund (artista che abbiamo incontrato svariate volte con Cruachan, Atlas Pain, Korpiklaani, Manowar) e rappresentano bene l’essenza giocarellona dei Blodiga Skald, a partire dalla bella copertina e per finire con il booklet completo di testi dove i singoli musicisti sono rappresentati sotto forma di disegno con sembianze “orchesche”. Ascoltando The Undrunken Curse, però, ci si rende facilmente conto che alcune cose sono cambiate e che forse questo cd va visto come un lavoro di transizione, ma andiamo per gradi.

La prima cosa che salta all’orecchio è la produzione potente e aggressiva, forse un po’ fredda e che nel mix finale penalizza la batteria di Vargan, ma che sicuramente è la chiara visione artistica dei musicisti e che, è bene precisarlo, con questo tipo di musica ci può star bene. La seconda novità è data dalla presenza della violinista Yindi che sostituisce Maerkys, portando in dote uno stile molto diverso che però ancora non si è amalgamato al 100% con il sound dei Blodiga Skald. Sound che in realtà ha virato da un classico e rumoroso folk metal a un qualcosa di più teatrale, quasi cabarettistico (nell’accezione positiva). Questo cambiamento tuttavia non è stato completato con The Undrunken Curse, disco dove si alternano brani veramente ben fatti (The Sacrifice, To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley), le conclusive Yo-Oh The Sail Is Low che vede la presenza dell’ospite Keith Fay dei Cruachan e Never Leave A Friend Behind) ad altri che non convincono a pieno (Yargak, Sbabobo) o, ancora, che stonano completamente (il finale di una comunque buona Estelain, Spirits Of Water e gli evitabili intermezzi Tourdion e Fugue). A tal proposito si ha la sensazione che i continui riferimenti alla musica classica, anche se parte del bagaglio musicale/culturale di alcuni musicisti, siano forzati, quasi a voler dare un tocco di classe laddove, in realtà, non se ne avverte il bisogno.

Quel che rimane una volta concluso l’ascolto è che i Blodiga Skald siano in piena fase evolutiva e The Undrunken Curse sia il classico album a metà strada tra passato e presente. Come detto precedentemente alcuni brani funzionano alla grande trainando l’ascolto del cd fino alla fine e forse sarebbe bastato davvero poco per rendere il disco ancora più accattivante. Le canzoni, su questo si può stare sicuri, funzioneranno alla grande in sede di concerto, ma forse per ascoltare al 100% i “nuovi” Blodiga Skald ci sarà da aspettare il prossimo lavoro in studio.