Woodscream – Varevo

Woodscream – Varevo

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Valentina Tsyganova: voce – Alexander Klimov: chitarra – Denis Chervonny: basso

Tracklist: 1. Варево – 2. Волчица – 3. Василиса – 4. Водяной – 5. Русалка – 6. Круговерть – 7. Заложный – 8. Мавка – 9. Калинов мост – 10. Прощание

Abbiamo incontrato i russi Woodscream in occasione del loro album di debutto, Octastorium, pubblicato nel 2014. A distanza di sei anni la band di San Pietroburgo guidata dalla cantante Valentina Tsyganova torna con il secondo disco dal titolo Varevo (Варево) e sin da un rapido sguardo alla tracklist e relativo minutaggio è possibile capire in quale direzione la band sia voluta andare. Le dieci canzoni che compongono il disco, infatti, durano in media tre minuti e mezzo e non ci sono brani che si allungano oltre i quattro. Questo vuol dire che i Woodscream hanno creato un album essenziale e diretto, privo di fronzoli e con l’intenzione di conquistare l’ascoltatore con l’immediatezza dei pezzi.

Le canzoni, concepite per essere facilmente memorizzabili, funzionano bene. Non ci sono picchi clamorosi, ma non troviamo nemmeno canzoni sottotono utili solo per allungare il brodo. Tutto ruota intorno alla voce melodica della cantante, brava a creare linee vocali efficaci su testi che parlando di leggende e fiabe. La chitarra di Alexander Klimovè molto possente, dai suoni granitici e grassi, in linea con i tempi odierni, chitarra che alza un bel muro sonoro facendo passare in secondo piano la non presenza del violino, strumento centrale nel debutto. Tra canzoni “moderne” (Варево) e altre più rockeggianti (Волчица) quel che viene fuori dall’ascolto del cd è la bontà della formazione russa, capace di suonare moderni in un contesto dove le novità o i cambi di stile vengono spesso visti male, senza snaturare il proprio sound o allontanarsi da quello che viene definito folk metal. Le tastiere ricoprono un ruolo importante per la realizzazione di melodie molto semplici (si potrebbe dire “easy”) e orecchiabili, pop nell’anima, ma i Woodscream non ne abusano e riescono sempre a bilanciare bene l’aspetto prettamente metal con quello di melodico. La composizione che forse racchiude al meglio l’ispirazione e il doppio volto dei russi è la quarta traccia Водяной, potente e accattivante in appena tre minuti di durata. Il flauto si fa sentire in Русалкаe Круговерть, strumento che non sempre troviamo nelle altre canzoni e che se presente riesce a dare il classico qualcosa in più al brano. La conclusione è affidata a Калинов мост, uno dei pezzi più dinamici del cd, e all’outro strumentale Прощание, dal tono malinconico e distante da tutto il resto dell’album.

La copertina fluo, insolita e spiazzante ma che ha una sua ragione d’esistere se Varevo vien e vistonella sua completezza, è il primo segnale, il più facile da cogliere, che tra Octastorium e questo lavoro sono cambiate diverse cose. I trentasei minuti di Varevo (Варево) scorrono rapidi sotto la guida della frontwoman e leader Valentina Tsyganova, lasciando al termine dell’ascolto una piacevole sensazione. Il disco è consigliato a chi apprezza la voce femminile pulita (no lirica!) e le canzoni dalla struttura semplice e lineare: come si dice spesso “less is more” e questo vale anche per i Woodscream.

Intervista: Hell’s Guardian

Gli Hell’s Guardian sono emersi negli ultimi anni grazie a dischi di valore e a concerti carichi d’energia. Se a ciò si aggiunge il fatto che i musicisti sono ragazzi simpatici e alla mano, lontani – fortunatamente – dai musoni che si incontrano anche nell’underground, realizzare un’intervista con loro diventa ancora più piacevole. Al centro della chiacchierata con il chitarrista Freddie Formis troviamo il secondo disco As Above So Below, un bell’esempio di death metal melodico made in Italy. Buona lettura!

La prima cosa che vi chiedo è come state vivendo questo momento a dir poco possibile, se la musica riesce a tenervi su di morale e magari ne “approfittate” per lavorare, anche per staccare dalla triste realtà che vi sta circondando.

Ciao Fabrizio, in questo periodo siamo un po’ tutti nella stessa situazione. La musica come sempre ci tira su di morale, è lì che troviamo il nostro riparo da ciò che ci circonda e soprattutto in un momento come questo è molto importante non abbattersi e non lasciarsi andare. Nel frattempo io, Cesare e Dylan stiamo scrivendo a distanza qualcosa di nuovo.

Ci siamo sentiti diversi anni fa, dopo la pubblicazione del debutto. Cosa è successo in questi anni in casa Hell’s Guardian?

Dal 2014 ad oggi sono successe tante cose. Dopo il primo album (Follow Your Fate) nel 2015 c’è stata la pubblicazione dell’EP Ex Adversis Resurgo. Grazie a questi abbiamo iniziato una lunga serie di concerti in piccoli/grandi club tra cui l’apertura ai Children Of Bodom, Amorphis, Sabaton, il tour in Europa dell’est con i Temperance e vari festival estivi del nord Italia tra cui il Malpaga Folk & Metal Fest. Nel 2018 è uscito il secondo album As Above So Below, come gli altri lavori anche questo è stato registrato sotto l’occhio vigile di Fabrizio Ronani (Media Factory Studios), ma per questo nuovo full-length la fase di mixaggio e di mastering è stata affidata a Michele Guaitoli (The Groove Factory Studios). In questo album abbiamo collaborato con vari ospiti tra cui Marco Pastorino (Temperance) che ha co-prodotto insieme a noi le linee vocali clean dell’intero album, occupandosi anche dei cori e cantando insieme a Adrienne Cowan (Avantasia, Seven Spires) My Guide My Hunger, Ark Nattlig Ulv (Ulvedharr) invece nella traccia più corposa Colorful Dreams, Fabrizio Romani alle prese con l’assolo di chitarra in Crystal Door, Mirela Insaincu presente in Crystal Door e Jester Smile con il violino acustico, Samuele Faulisi “Atlas Pain” che si è occupato di tutte le parti orchestrali e infine l’artwork è stato affidato a Gustavo Sazes (Arch Enemy, Amaranth, Kamelot). Per promuovere al meglio As Above So Below abbiamo pubblicato tre video ufficiali con “LucernaFilms” (Temperance, Secret Sphere), un lyric video con “LyricArt Production” e si sono susseguiti parecchi concerti in tutta Italia tra cui l’apertura ai Trivium, il tour con gli Heidevolk, i principali festival estivi in nord Italia, un tour da headliner in Regno Unito e circa un mese prima dall’emergenza Coronavirus gli ultimi due show con i Temperance in Austria e in Repubblica Ceca.

La copertina dell’ultimo album è molto differente dalle precedenti: il lavoro di Gustavo Sazes è freddo e quasi inquietante, mentre quelle di Jan Yrlund erano epiche e ricordano da vicino quelle dei vecchi lavori del Blind Guardian. Le tematiche delle nuove canzoni vi hanno dato la spinta verso questo cambiamento?

Giustamente da come hai intuito le tematiche sono ben diverse. Nel primo album parlavamo di leggende locali con una linea molto fantasy mentre in quest’ultimo abbiamo affrontato tematiche riguardanti la sfera emotiva e psicologica, di conseguenza anche l’artwork e l’immagine della band si sono adattate a questo cambiamento.

Come vi siete approcciati con Sazes? Gli avete dato delle indicazioni particolari? E cosa significa la copertina, in particolare le lacrime di sangue che sgorgano dagli occhi di pietra?

Con Gustavo è stato un approccio molto semplice, dato che non avevamo un’idea precisa abbiamo preferito dargli il titolo e le tematiche trattate dell’album, lasciandogli carta bianca. Una volta vista la prima bozza abbiamo intuito che aveva fatto centro con quello che volevamo e ha raffigurato perfettamente il titolo “As Above So Below”. Le lacrime di sangue sono state una richiesta personale da parte mia perché volevo che si creasse un collegamento con il primo singolo Blood Must Have Blood, nonostante Gustavo fosse contrario a questa mia idea ho vinto io.

A cosa si riferisce il titolo del disco?

Il titolo As Above So Below si riferisce al concetto esoterico e religioso, come è sopra così è sotto, oppure come è in cielo così è in terra, per certi versi segue molto le tematiche trattate nei brani.

Musicalmente si nota un’evoluzione dal debutto Follow Your Fate a questo As Above So Below. Il vostro marchio di fabbrica è bello presente, c’è una grande attenzione per le trame delle chitarre, eppure qualcosa è cambiato. Nuovi musicisti, concerti, scoperte musicali… a cosa è dovuto?

È dovuto dal fatto che essendo passati quattro anni dall’album di debutto noi stessi siamo cresciuti musicalmente ascoltando generi musicali diversi, vivendo esperienze in sede live con gruppi differenti rispetto a noi e avendo collaborato con artisti professionali. Tutto ciò ha contribuito a questa evoluzione.

Blood Must Have Blood è il brano che preferisco, ha un qualcosa di “moderno” e accattivante senza tradire il death metal melodico, con quello stacco “brutale” che è super. Mi piacerebbe conoscere la genesi del brano.

Blood Must Have Blood è stato il primo brano composto e avevamo subito capito che era il potenziale singolo che anticipava As Above So Below. Come per tutte le altre canzoni la composizione è partita dalla linea melodica della chitarra solista per poi costruire le varie parti strumentali  infine le parti vocali e orchestrali. In breve il testo parla di un’entità oscura che vive dentro di noi e ci guida verso azioni malvage contro la natura umana. Lo stacco “brutale” che hai nominato è stata un’idea personale, anche qua ero stato contrariato dal resto della band ma alla fine ho ancora avuto la meglio io e mi pare che sia stato apprezzato anche da te ahahah.

Per Blood Must Have Blood avete anche girato un videoclip che trovo semplice ma di impatto: storie da raccontare, magari di backstage, aneddoti interessanti, curiosità?

Più che aneddoti particolari da raccontare è stata un’esperienza tutta nuova per noi, perché girare un video sembra semplice ma non lo è. Quando si collabora con persone di un certo livello come LucernaFilms devi dare il meglio di te stesso anche in un semplice playback, soprattutto quando ti trovi in un limbo bianco e ti senti parecchio spaesato.

A novembre avete aperto i concerti italiani degli Heidevolk (QUI il report): come sono andate le serate e suonare con un gruppo ormai considerato storico vi ha insegnato qualcosa?

Durante le serate bisogna ammettere che c’è stata poca affluenza, a parer mio un gruppo come Heidevolk in Italia ha un maggior pubblico in un festival estivo come Malpaga Folk & Metal Fest o nello storico Fosh Fest. Noi comunque siamo stati più che contenti di queste tre serate perché condividere il palco e il backstage (e ovviamente molte birre) con una band professionale ma soprattutto alla mano è sempre un’occasione dalla quale imparare parecchie cose a livello organizzativo e preparazione dello show.

Nel primo disco c’è una graziosa rilettura metallica del tema principale della colonna sonora realizzata da Howard Shore per Il Signore Degli Anelli. Mi chiedo se negli ultimi anni c’è stata qualche serie tv o film che vi ha colpito per storia e musica, magari facendovi venire la voglia di coverizzarla…

Per ora non abbiamo più avuto l’ispirazione di cimentarci nel coverizzare un’altra colonna sonora, ma ci sono due piccoli aneddoti in Blood Must Have Blood. La tematica del testo è stata ispirata dalla serie tv “Dexter”, mentre per il titolo della canzone abbiamo preso spunto dalla serie tv “The 100” dove appunto nello stacco “brutale” nominato prima, lo “gridiamo” in coro come facevano gli abitati della Terra in una puntata delle serie tv citata.

As Above So Below è del 2018, immagino quindi che siate al lavoro su del nuovo materiale. EP o full-length? C’è qualcosa che potete dire a proposito dei prossimi passi degli Hell’s Guardian?

Quello che possiamo dirvi per certo è che sarà un full-length. Al momento stiamo sviluppando delle bozze di vari brani ma è ancora presto per parlarne di come potrà evolversi. Per l’attività live, a causa dell’emergenza Coronavirus, sono saltate parecchie date che avevamo in programma in Italia e in Europa, speriamo di recuperarle il prima possibile.

Ragazzi, vi ringrazio per la disponibilità e per il vostro essere sempre cortesi. Spero di poter ascoltare presto della vostra nuova musica e di incontrarvi nuovamente a un concerto!

Grazie mille a te, è stato un piacere conoscerti di persona a Roma, speriamo di vederti presto! Un saluto a tutti i lettori di Mr.Folk!

Svartalfar – Nifheliar Til

Svartalfar – Nifheliar Til

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björn Fornaldarson: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Intro: Ásgarðr – 2. The Last Bulwark Of Wotan – 3. Tonight Sun Rises In Svartalfaheimr – 4. Hrafnagaldr I: Runar – 5. Interlude: Sleipnir – 6. Hrafnagaldr II: Niflheljar Tir – 7. Elven Beauty Manalihs – 8. Il Sonno Di Silibrand

La scena underground italiana è piena di talenti – un concetto che ho spesso ribadito su queste pagine , basta avere la volontà (e la pazienza) di setacciare le uscite e non farsi abbindolare da etichette, proclami e “amici di” che invece di fan sembrano essere ultras delle curve calcistiche. Ed è così che un progetto realmente valido ma completamente di nicchia come Svartálfar corra il rischio di passare inosservato: sarebbe un vero peccato! Il polistrumentista Björn Fornaldarson nel 2015 inizia a lavorare su delle canzoni ispirate alla musica scaldica norrena (veste nella quale si esibisce dal vivo, utilizzando la lira di Trossingen e la taglharpa) e dopo due singoli nel 2019 giunge al debutto autoprodotto nella primavera 2020 con l’ottimo Nifheliar Til. Sono certo che la provenienza geografica (Genova) penalizzi non poco l’intero progetto che se fosse stato originario della Scandinavia avrebbe se non altro attirato l’attenzione di una di quelle etichette piccole ma serie che puntualmente regalano piccole chicche agli appassionati di viking/folk metal. La musica di Svartálfar non è di semplice catalogazione in quanto nei trentacinque minuti del disco è possibile riconoscere una gran quantità di sfumature e influenze che sono state ben elaborate e personalizzate da Björn Fornaldarson al punto da non suonare mai come “copia di”, il che non è poco per un progetto giovane.

Già dalle prime note di Intro: Ásgarðr è possibile capire che non si è dinanzi al classico disco viking metal proveniente da una zona geografica al di fuori della Scandinavia: gli arpeggi e le melodie sono semplicemente perfetti e viene da pensare che sia quasi uno spreco utilizzare questa musica come semplice intro. In realtà con The Last Bulwark Of Wotan si capisce il legame con quanto ascoltato poco prima, anche se le chitarre si fanno più robuste, il cantato vira verso uno scream e tutto procede bene fino allo stacco a 3:18 dove l’ispirazione di Vratyas Vakyas s’impossessa della chitarra di Fornaldarson e viene fuori un riff talmente debitore a Falkenbach che il rischio di commuoversi è più che forte. La terza traccia Tonight Sun Rises In Svartalfaheimr è acustica e sognante, con il testo in inglese cantato pulito e gli strumenti a fiato a guidare l’ascoltatore verso un volo leggero al di sopra degli alberi e il vento che soffia a fine canzone sembra voler spazzare via la quiete a favore del caos, mentre invece Hrafnagaldr I: Runar ha una prima parte quasi folk ambient: inaspettata e spiazzante per quanto è bella e ben fatta. Dopo due giri di lancetta arrivano chitarre e growl, proseguendo successivamente con la sovrapposizione delle due anime della canzone. Nuovo break acustico con Interlude: Sleipnir, durante il quale l’arte e l’esperienza scaldica di Björn viene a galla, e si riparte con la canzone più aggressiva del cd, con stacchi black metal che ben si amalgamano con melodie folk e strumenti acustici: Hrafnagaldr II: Niflheljar Tir è forse il brano che racchiude al suo interno tutte le sfaccettature, compresa un’incredibile parte in italiano che suona delicata quanto un canto delle fate che con grazia si avvicinano a un fresco torrente montano. Il finale di Nifheliar Til è affidato a due brani acustici, ma diversi tra loro: Elven Beauty Manalihs è ricco di melodie e orchestrazioni e trasmette un certo tipo di epicità, mentre in Il Sonno Di Silibrand è presente solo la lira di Trossingen e la voce di Björn che canta in italiano. Le lingue utilizzate nei testi sono inglese, antico norreno, italiano e latino: se da una parte si può apprezzare la ricerca e il lavoro alla base di tutto, dall’altra si crea un po’ di confusione. Chissà se nel prossimo lavoro si continuerà in questo modo o una lingua avrà la meglio sulle altre?

Per essere un debutto è un gran bel debutto. L’unica pecca riscontrabile è nei suoni e nella produzione (la batteria in Hrafnagaldr I: Runar!) per quel che riguarda la “parte metal”, nella media per i prodotti underground, ma che con una cura maggiore avrebbe dato una spinta ancora maggiore alla bontà della musica. Al momento disponibile solo in formato digitale, Nifheliar Til è un disco che cresce con gli ascolti e che non dovrebbe mancare nella collezione degli amanti di queste sonorità.

Intervista: Blodiga Skald

In piena pandemia i Blodiga Skald hanno pubblicato il secondo lavoro dal titolo The Undrunken Curse, un disco coraggioso che guarda oltre il “classico” folk metal. Purtroppo la band è stata bloccata nella promozione live, ma chiaramente guarda avanti in attesa di poter presentare le nuove canzoni sui palchi d’Europa. Il chitarrista Ghâsh non si è tirato indietro in questa chiacchierata, rispondendo e approfondendo diversi aspetti del nuovo cd e accennando alla pubblicazione di un’edizione limitata cd + libro.

Il secondo disco è stato pubblicato ad aprile e vi chiedo come ci si sente dopo un traguardo come questo e come state reagendo al fatto di non poter promuovere il nuovo materiale suonando concerti.

Ciao Fabri! Allora come ci si sente? Boh, normale ti direi ahahah. Siamo contenti di aver raggiunto questo traguardo e speriamo che sia un altro passo in avanti! Per il fatto di non poterlo promuovere a dovere, con release party, tour e festival è effettivamente castrante, ma la situazione è questa ed è comune a tutti gli artisti. Utilizzeremo questo tempo per provare tutte le nuove canzoni e fare uno show degno di nota alla riapertura.

The Undrunken Curse suona diverso da Ruhn e come sai ho mosso diverse critiche al nuovo disco, fermo restando la bontà generale del materiale. La prima cosa che si nota è la produzione, molto potente, forse pure troppo per quel che riguarda la batteria.

Partiamo da una base, se avessimo fatto il secondo album e fosse stato recepito come un Ruhn 2, mi sarei evirato seduta stante ahahah. Battute a parte, crediamo fermamente che una parte fondamentale di un artista sia l’evoluzione, se si rimane inchiodati alle stesse sonorità (tra l’altro esplorate sotto ogni forma da ormai trenta anni) non c’è evoluzione, non come la intendo io perlomeno, per questo ci abbiamo messo tre anni a farlo uscire. La produzione, per tornare poi alla tua domanda, è diversa quasi per necessità; ci siamo dovuti adattare alle enormi orchestrazioni che ci sono dietro e che hanno preso, oltre alla maggior parte del tempo per quanto riguarda gli arrangiamenti, anche un grande fetta dello “spazio” disponibile nel mix, nonché, sempre per scelta, sono quelle che risaltano meglio nel master (e nel lavoro) visto in toto. La grande differenza iniziale rispetto a Ruhn è proprio questa, un lavoro enormemente più orchestrato, quasi cinematografico, che ha richiesto una potenza di lavoro diversa, senza però dimenticare i classici giri folk danzerecci che sono stati la nostra fortuna.

C’è un volto nuovo al violino: come mai questo cambio e quanto ha portato la nuova arrivata al sound dei Blodiga Skald?

Sì, diciamo che dopo l’ultimo tour europeo ci siamo seduti e abbiamo valutato insieme cosa fare per il futuro. Sia le spese che avremmo dovuto affrontare che la mole di live che ci aspettava (e che avevamo già fatto, e fidatevi fare tour da due o tre settimane, in tutta Europa, al minimo delle spese è estremamente sfiancante sia fisicamente che psicologicamente) hanno fatto prendere la decisione di lasciare la band a Vittoria. Fortunatamente abbiamo trovato quasi subito Sefora (Yindi) interessata al progetto: il suo inserimento nella band è stato facile, ci siamo subito trovati per quanto riguarda i gusti musicali e ha dato un’enorme mano per gli arrangiamenti (purtroppo il conservatorio classico ha un suo peso ahahah). L’idea di evoluzione nei Blodiga Skald era già presente prima dell’arrivo di Sefora, che si è però adattata subito alla situazione e, grazie ad un ottimo feeling, ha contribuito in piccola parte alla composizione ma soprattutto agli arrangiamenti del nuovo album.

Anche la voce di Axuruk ha un ruolo diverso rispetto al passato: più “intrattenitore” e teatrale, sempre con un bel growl profondo. Quanto ha inciso il cambio di rotta musicale nel suo modo di cantare?

Semplicemente Axuruk non è un cantante, ma uno showman! Si è adattato facilmente anche perché è stato uno dei primi promotori di questa svolta folk/cinematografica/orchestrale o come la si vuole chiamare.

Infine, alcune canzoni (o parti di canzoni) mi sono sembrate un po’ forzate, quasi a cercare il sorriso dell’ascoltatore o il punto esclamativo sulla fronte dalla sorpresa. Così come i riferimenti alla musica classica, fuori luogo (o non ben contestualizzati) a mio modo di vedere.

Per la prima parte della domanda, sì, è proprio quello che cercavamo; non il solito disco folk metal che già sai dove ti porterà, come una strada che conosci ormai a memoria. Quello che abbiamo cercato, invece, è una continua sorpresa, uno scoprire nuovi percorsi, o come ha detto un caro amico “un caleidoscopio di influenze” che (speriamo) stimolino l’ascoltatore ad ascoltare e riascoltare i pezzi per trovare sempre qualcosa di nuovo, senza rinnegare ne il genere ne quello che abbiamo fatto prima, ma tentando di evolverlo e di evolverci anche noi; sicuramente non si potrà dire facilmente “ah si i Blodiga Skald quelli che suonano come (gruppo X)” e questo ci piace, tanto.😉 I riferimenti alla musica classica erano già presenti, anche se in piccola parte, in Ruhn (Follia è un omaggio a Vivaldi), qui sono stati sicuramente più esplorati, anche se sono circa tre o quattro minuti in un album che ne dura quasi cinquanta; fa parte del background di tutti i musicisti dei Blodiga Skald l’amore per la musica classica e questo è un fatto. 😊 Abbiamo anche inserito una ballata, suonata con un liuto spagnolo del 1600 e cantanta da Yindi, che si avvicina ad una canzone folkloristica classica; le sorprese in The Undrunken Curse sono tante e sono tutte volute. 😉

Dietro a The Undrunken Curse c’è un concept che vale la pena raccontare e che se non sbaglio potrebbe diventare un libro. Ti chiedo, quindi, di raccontarci di più dei testi e di darci qualche informazione sulla pubblicazione del libro.

Intanto sì, ti confermo che il libro è finito e sarà presto messo in prevendita sul nostro store e venduto con una special edition del disco. Senza fare troppi spoiler, il disco è un concept album “circolare” ovvero i fatti che accadono nel finale dell’album si ricongiungono con l’inizio (ecco perche c’è un intro e un ourtro del disco sostanzialmente uguali, ma suonati con intenzioni diverse, proprio per dare questa sensazione di circolarità). Come ti dicevo niente spoiler, ma annoveriamo nella storia maledizioni che impongono la sobrietà (undrunken curse), nani senza barba e capelli, viaggi in nave e loop temporali!

Nel brano Yo-Oh The Sail Is Low è presente Keith Fay dei Cruachan. Come è nata la collaborazione e in che maniera avete lavorato con lui? Qual è il disco della band irlandese che preferisci?

Abbiamo suonato assieme a Bucharest e già li è nata una forte amicizia, ci siamo poi rivisti al Malpaga di un paio di anni fa e abbiamo deciso di proporgli questa cosa, lui voleva prima aspettare di sentire il pezzo (giustamente) e poi risponderci. Appena finita Yo-Oh The Sail Is Low gliel’abbiamo mandata, è stato entusiasta del pezzo e ha deciso dove cantare e cosa, ci ha mandato la registrazione e via. La cosa che vogliamo far presente è che avrebbe potuto chiederci dei soldi per il tempo o per il materiale che ha usato, e invece non l’ha fatto. Grazie ancora Keith!

Nella recensione ho detto che The Undrunken Curse potrebbe essere un album di transizione e che i “veri” Blodiga Skald si vedranno con il terzo lavoro. Sarà così? State già scrivendo qualcosa per prossimo cd?

Croce e delizia dei Blodiga Skald è che hanno bisogno di tempo per scrivere delle cose che ci soddisfino a pieno, quindi sì, stiamo già scrivendo cose nuove e vogliamo fare un terzo album, ma le cose buone hanno bisogno di tempo. Non so come sarà il terzo album, sicuramente sarà diverso da Ruhn e da The Undrunken Curse, questo è sicuro.

Con la pandemia i concerti e i festival sono praticamente saltati tutti, forse mandando all’aria i vostri programmi promozionali. Come contate di recuperare e farete qualcosa di particolare? C’è qualcosa che bolle in pentola per la prossima stagione concertistica?

Con molta probabilità salterà il nostro tour di fine settembre e il release party qui a Roma, sposteremo le date per il 2021 e nel mentre lavoreremo a come proporre uno show migliore per i nostri fan! Stiamo lavorando anche molto sui social, forse a breve potremmo fare un live acustico in diretta Facebook, chissà…

Un anno fa avete suonato in apertura agli Arkona e ti chiedo cosa si impara da queste situazioni, quando si ha a che fare con band che hanno fatto la storia del genere.

Intanto la cosa che ci fa più piacere è che quando arriva un gruppo folk metal grande a Roma e si cerca un apertura, gli organizzatori pensano sempre a noi (senza chiederci mai soldi, siamo sempre stati estremamente contrari al pay to play), e questo ci riempie di orgoglio. Fortunatamente siamo quasi “abituati” ad aprire a gruppi grandi sia in italia che all’estero e quello che vedi è la differenza tra chi fa questo per lavoro e chi no. La qualità si paga e le performance di chi campa facendo il musicista sono di un altro livello, c’è poco da fare. Un’altra cosa che si impara da queste situazioni è la professionalità dei musicisti e degli addetti ai lavori, ma appunto torniamo a ciò che ho detto prima.

Negli ultimi anni avete girato parecchio, anche in Europa: vuoi fare da talent scout e nominare un paio di gruppi che hai avuto modo di conoscere/ascoltare e non sono noti in Italia?

Ahahah allora nomino sicuramente i Leecher, abbiamo fatto un tour intero assieme ed oltre ad essere dei ragazzi stupendi propongono qualcosa di inedito, che non è poco! Altro gruppone i Fiery Waltz, totalmente sconosciuti ma tecnicamente mostruosi, i Death slovacchi, bravi bravi!

Ultima domanda: credi che esista una scena folk metal italiana? E romana?

Esiste, esiste! Da quando abbiamo iniziato a girare per l’italia abbiamo conosciuto gruppi validissimi per tutta la penisola, a parte i notissimi Furor Gallico, persone stupende, con i quali abbiamo condiviso il palco qui a Roma e il cantante ci è venuto personalmente a fare i complimenti dopo la nostra performance al Malpaga, estremamente carini. Abbiamo stretto grandi amicizie con i Calico Jack di Milano, con i fratelli Legacy Of Silence di Torino (addirittura il cantante ci sostituisce Axuruk quando non può suonare), i Kormak o gli Elkir con cui abbiamo diviso il palco più volte! Per quanto riguarda la scena romana, a parte gli amici di ormai (stra)vecchia data Dyrnwyn e noi Blodiga Skald, non conosco altre band di folk metal nel vero senso del termine, molte magari le definirei piu black, sostanzialmente.

Grazie per le risposte, soprattutto per quelle delle domande meno simpatiche. Spero di rivedervi presto in concerto!

Non esistono domande scomode ma solo interlocutori svogliati!