Intervista: Dawn Of A Dark Age

Un progetto ambizioso e interessante, che arriva con il nuovo disco all’affascinante concept sulla Tavola Osca, un prezioso ritrovamento archeologico che impreziosisce le sale del British Museum. Dietro a Dawn Of A Dark Age c’è un musicista colto e preparato quanto desideroso di sperimentare e creare qualcosa di davvero personale, riuscendoci. La parola passa quindi a Vittorio Sabelli: dalle sue risposte traspare tutto l’amore per la propria terra e la sua storia.

Iniziamo presentando il progetto Dawn Of A Dark Age ai lettori di Mister Folk.

Dawn of a Dark Age nasce principalmente per unire i miei due grandi amori musicali: il clarinetto che è il mio lavoro e il metal che è la mia passione. Negli anni ho provato a inserire il clarinetto su alcuni progetti ma sinceramente non mi convincevano e sono finiti in pratica sul nascere. Invece dopo un viaggio in Norvegia nel 2013 ho avuto il ‘sentore’ che i tempi erano giunti per creare qualcosa che suonasse nuovo e che finalmente, dopo tanti anni, metteva a contatto clarinetto e black metal.

La Tavola Osca è il sesto album, ti chiederei quindi di raccontarci qualcosa dei lavori pubblicati negli anni passati.

I lavori antecedenti La Tavola Osca fanno tutti parte della saga The Six Elements, dove tutto era incentrato sul numero 6, dal numero di brani alla cadenza semestrale delle uscite, fino ai 36 minuti di durata. I quattro elementi naturali più ulteriori due che compongono l’ultimo Spirit/Mystères. Ogni album ha un suo colore e spirito, sia come strumentazione che come arrangiamento, con l’utilizzo utilizzo di diversi cantanti (di Athanor, Selvans, Enisum e i finlandesi Graveborne) a seconda dell’elemento descritto su ciascun disco.

Come è nata l’idea di raccontare attraverso la musica la storia di questo importante reperto archeologico?

È importante la premessa: sono nato ad Agnone, nel cuore del Sannio (quello dei Pentri, il popolo italico più ostico, battagliero e temuto dai romani), a pochi chilometri da dove la Tavola venne rinvenuta (nei pressi di Fonte del Romito, vicino Capracotta) nel 1848. Il riportare in vita anche musicalmente le gesta dei miei antenati è stato dettato dal voler ridare al popolo dei Sanniti il posto che merita nella storia, dopo che nell’82 a.C., con la damnatio memoriae, il dictator romano Cornelio Silla fece sterminare tutti coloro che avessero sangue sannita, e per quasi 2000 anni non si sono avute notizie in merito su questo popolo straordinario. I reperti archeologici, i romanzi dello scrittore Mastronardi, e la passione e il lavoro di molte altre persone stanno facendo si che la storia d’Italia venga finalmente riletta includendo anche i Sanniti, perché senza di essi non sarebbe esistito il grande Impero Romano, così come erroneamente ci viene descritto sui libri di scuola. Personalmente volevo che il disco avesse una storia, la vera storia, quella che dal suo rinvenimento nel 1848 troviamo in un articolo dell’allora sindaco di Agnone Saverio Cremonese sul Bollettino Archeologico di Roma, e allo stesso tempo provasse a far chiarezza sulle incisioni: dalle divinità ai rituali da compiersi, che sono sulle due facciate della Tavola Osca.

Due lunghe canzoni con un minutaggio elevato: perché questa decisione?

In verità doveva essere un brano unico come l’avevo concepito, e solo per motivi ‘pratici’ insieme alla label abbiamo optato per la divisione, come è scritto nel booklet, in due atti. L’idea di creare un lungo brano di quaranta minuti (diviso solo per esigenze tecniche) è stata dettata dal voler raccontare una storia, questa storia, e l’approccio non poteva essere diverso, sia da parte mia che di chi ascolta il disco.

Da ascoltatore avrei preferito che la parte narrata della prima canzone fosse divisa dal resto “musicale”, in modo da poter saltare ogni volta direttamente alla musica dopo aver ascoltato una volta la storia che tu racconti in quei cinque minuti. Capisco pure la tua visione artistica della cosa e del voler mettere insieme tutti gli elementi storia/musica. Chi tipo di feedback hai avuto a tal proposito?

So che oggi è difficile ‘studiare’ un disco e ancor più restare concentrati per un ascolto prolungato, ma dietro La Tavola Osca si cela l’idea di un poema sinfonico, di una sorta di opera ‘in genere’, con recitativi, arie e tutto il resto. Quindi il raccontare la storia, intersecata con le divinità, e poi la Marcia Funebre e il Rituale Finale, sono tutti collegati da un filo conduttore e come un film o una mostra non è possibile passare a una scena successiva senza aver visto o ascoltato ciò che la precede. Pensando a lavori come Thick As A Brick, A Winter Gate o Crimson degli Edge of Sanity, per non andare a scomodare Wagner e Mahler, ci rendiamo conto di quanto si sia abbassato il ‘minutaggio’ di attenzione per gli ascolti musicali. La Tavola Osca è una sorta di ritorno al ‘passato’, e sinceramente già averlo diviso in due è una piccola forzatura, quindi era importante non far tralasciare alcun momento. L’ascolto va visto come un’audioguida che parla durante una mostra o una guida turistica che ti parla di ritrovamenti storici durante un’escursione.

Sparsi nell’album ci momenti che ricordano da vicino la musica popolare, mi viene in mente, come esempio, la prima parte della seconda canzone, dopo il parlato. Credo che sia stata una precisa volontà quello di portare su disco quella che sembra essere una marcia suonata dalla banda della città. Volevi forse portarci indietro nel tempo e farci vivere in questo modo quel periodo così lontano?

La mia prima esperienza musicale è stata proprio nella banda del mio paese (Agnone), dove ho suonato dai 10 ai 16 anni. Tutto quello che c’è nel disco sono le mie esperienze musicali vissute negli anni, dalla banda appunto fino all’orchestra e al jazz. Il disco è venuto fuori in maniera naturale e probabilmente la parte più difficile da comporre è stato il Rituale finale, il Saathum Tèfurum. Il vivere a pochi chilometri dal posto dove la Tavola è stata rinvenuta nel 1848 mi ha permesso di passare diverse giornate sul Monte San Nicola, dove è sepolto l’Hùrz, il Giardino Sacro, e da lì la vista sul Sannio è unica. Nei giorni limpidi si vede il mar Adriatico e i suoni che ritornano indietro dalla vallata sono stati fondamentali per cercare di capire cosa vedessero e percepissero i miei antenati da quel posto. Parliamo di rituali praticati 2300 anni fa…

Il disco è stato pubblicato in tre versioni diverse, tutte davvero affascinanti. In particolare ho visto l’edizione box che è veramente bella e chiaramente le copie sono terminate in poco tempo. Quanto è importante per te l’aspetto estetico dei dischi (sia da ascoltatore che da artista) e quanto lo è per un progetto unico come Dawn Of A Dark Age?

Non è fondamentale l’aspetto ma non può essere trascurato per le produzioni di oggi. Su La Tavola Osca abbiamo oltre 140 libri scritti e diverso materiale riemerso dalla sua (ri)scoperta, nonostante parliamo di un reperto del II/III Secolo a.C., ed era un peccato non metterlo a disposizione di chi supporta il progetto dagli inizi o anche chi lo ha scoperto da poco. Quindi nell’edizione in boxset c’è un ricco booklet extra dove ci sono mappe dell’antico Sannio, l’alfabeto Osco e altre informazioni per cercare di far entrare l’ascoltatore il più possibile a contatto con la storia raccontata nel disco.

Immagino tu sia stato al British Museum a vedere con i tuoi occhi la Tavola Osca. Che sensazioni hai provato quando te la sei trovata di fronte?

Non potevo non visionare la Tavola che si trova al British Museum a Londra dal 1873, e la sensazione di averla di fronte nella teca non è stata molto diversa da quella provata durante la mostra “La Tavola degli Dei” di Nicola Mastronardi ad Agnone, al cui interno era esposta la ‘copia’ (qui dovremo aprire un capitolo extra) che venne fatta nel 1848 dall’allora sindaco di Agnone, appassionato di archeologia, insieme al suo compare orafo Francesco Paolo d’Onofrio a casa di Giangregorio Falconi a Capracotta (la Tavola venne ritrovata dal suo fattore Pietro Tisone durante lo scavo di una ‘stipa’, una buca di circa due metri di profondità, dove venivano messe le pietre più grandi per sgomberare il terreno per la semina primaverile). Da qualche anno si è presentato il grande dilemma: quale delle due Tavole è quella autentica? Considerando che la ‘copia’ si trova a Genova per eredità, e il British non ha mai voluto far uscire la sua copia per un confronto tra le due, la storia si complica ulteriormente e il mistero delle due Tavole si protrarrà avanti ancora per molti anni.

Qualcosa di personale: come ti sei avvicinato alla musica, quali sono stati i tuoi primi ascolti e qual è stata l’evoluzione che ti ha portato ad essere il musicista che sei oggi?

Nella banda del mio paese. Ricordo solo che ero l’ultimo a iscrivermi al corso di banda e gli unici posti rimasti erano per tromba o clarinetto… Credo mia madre abbia fatto testa o croce ed ecco che il clarinetto è diventato il mio compagno di vita… Poi ho iniziato gli studi classici in conservatorio e allo stesso tempo coltivavo la passione per il metal, una sorta di unione tra sacro e blasfemo che si compensava. Dopo un decennio in Orchestra Sinfonica con diversi concerti in giro per l’Europa ho deciso di iniziare a studiare ‘seriamente’ il jazz e dopo tre dischi e diverse soddisfazioni ho finalmente trovato quello che cercavo da tempo: l’unione del mio clarinetto col metal. Un percorso tormentato e lungo ma che si è sviluppato in maniera naturale. Naturalmente alla base di questo curioso, criticato, ma affascinante incontro c’è la mia curiosità di voler sdoganare uno strumento ‘tradizionale’ e classico come il clarinetto dentro generi apparentemente tanto distanti. Tutto questo è sfociato in Dawn Of A Dark Age e in altri progetti di cui parlerò a seguire.

Come ti relazioni alla scena underground italiana? Quali sono le realtà che rispetti maggiormente?

Ci sono molte ottime band ma da molti anni non c’è una vera e propria scena, e soprattutto non c’è alcuna coesione né di intenti né tantomeno di supporto tra band, se non in rare eccezioni. Le band che ascolto e supporto volentieri sono quelle che osano e provano a dire qualcosa di personale, che attingono dalla propria terra e dalle proprie tradizioni e radici piuttosto che le band cloni delle ‘solite’ band blasonate, ma peccando in personalità e soprattutto originalità. Siamo una nazione ricca di storia, di arte, di folklore da nord a sud, e se solo ognuno mettesse in musica elementi e ‘sapori’ del posto dove vive, si potrebbe creare una sorta di stile ‘made in Italy’ che c’è stato in passato, ma che oggi è purtroppo assente.

Come sai Mister Folk è un sito dedicato al folk/pagan/viking metal. Ci sono gruppi di questi generi che apprezzi e segui?

I Moonsorrow sono una band che torna frequentemente nelle mie cuffie, così come i Bathory, ma sono personalmente più legato al folk ‘nazionalista’ blackeggiante di band come Peste Noire e in suolo ukraino Ygg, Kroda, Drudkh e Nokturnal Mortum. Può essere il proseguo della domanda precedente: queste band hanno il mio totale supporto perché riescono a esprimere in musica le loro origini, riescono a descrivere il proprio paese nota dopo nota, e si sente che non mentono, che sono sinceri, e riescono a penetrarti dritti nelle vene.

Stai già lavorando a della nuova musica? In caso puoi anticipare qualcosa?

Sto finalmente lavorando a tempo pieno a un progetto che avevo in mente da anni, e sarà la cosa più estrema mai registrata per clarinetto (e clarinetto basso). A marzo uscirà il secondo disco del progetto dark folk del chitarrista francese Wynter Arvn, sul quale ho partecipato integralmente, in compagnia di ospiti eccellenti. Oltre naturalmente a Dawn Of A Dark Age, dove sono a buon punto con il sequel de La Tavola Osca.

Grazie per la tua disponibilità, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa.

Solitamente chiudo ringraziando chi spende del tempo e del denaro per comprare la mia musica, ma considerando i tempi attuali, oltre a richiedere un extra partecipazione per tenere vivo l’underground, vorrei allo stesso tempo esortare le band a non svendere mai né la propria musica né tantomeno loro stesse con video gratuiti, live gratuiti, musica gratuita, spesso in cambio di qualche triste like. Questo fa male alla musica e a chi ha deciso di farne un lavoro.

Grazie a Mister Folk per il grande supporto e lo spazio. A presto.

Per quanto riguarda la musica di Dawn Of A Dark Age è possibile ascoltarla e comprarla ai seguenti link:

https://dawnofadarkage.bandcamp.com/album/la-tavola-osca

https://antiqofficial.bandcamp.com/album/dawn-of-a-dark-age-la-tavola-osca

Vinterblot – For Asgard

Vinterblot – For Asgard

2010 – demo – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Phanaeus: voce – Vandrer: chitarra – Fjorgynn: chitarra – Eruner: basso – Wolf: batteria

Tracklist: 1. Intro – 2. For Asgard – 3. Naglfar – 4. As Sleipnir Rides – 5. Vinterblot – 6. Blood Furnace

Suonano death metal di matrice svedese, nei testi trattano di mitologia norrena, hanno war names “nordici” e… vengono da Bitonto, provincia di Bari! All’apparenza ossimoro è invece realtà, e per giunta di buona qualità. Ma andiamo con ordine. I Vinterblot si formano nel 2008 e, dopo i primi passi tra cover di Amon Amarth, At The Gates e Opeth, iniziano a esibirsi live, prima di entrare nei Sound Cubed Studio di Bari per registrare il demo di debutto For Asgard. Il cd si compone di cinque brani più intro di sporco-graffiante-“nostalgico” death metal svedese: l’influenza dei cinque vichinghi di Stoccolma è bella evidente, in particolare il periodo che va dallo straordinario debutto Once Sent From The Golden Hall al terzo album The Crusher. Minore, ma comunque presente, è l’influenza esercitata dagli Unleashed, intransigente act svedese in attività dal 1989, e degli Entombed più diretti nei vari stacchi stop’n’go. I Vinterblot sono bravi a miscelare le varie influenze con una sfrontatezza al limite dell’arroganza nel porsi al grande pubblico con brani violenti, viscerali, marci e al contempo “melodici”, quindi facilmente assimilabili. La giovane età al momento della registrazione, il songwriting di buonissima qualità e la genuina spontaneità di questi musicisti pugliesi, o più verosimilmente, l’unione di tutti questi fattori, fatto sta che For Asgard è un dischetto sopra la media per quel che riguarda i demo-cd, e che se fosse stato immesso nel “vero” mercato come EP non avrebbe di certo sfigurato se accostato a nomi con discreta storia ed esperienza alle spalle. La produzione non è esaltante e con pochi ritocchi sarebbe stata migliore, rendendo così la resa finale del cd ancora maggiore, ma si tratta sempre di un demo e il suono comunque è più che discreto e bisogna tenere presente che per quasi tutti i ragazzi si trattava della prima volta in uno studio di registrazione.

I venticinque minuti di For Asgard ci mettono di fronte un gruppo giovane ma agguerrito, con le idee molto chiare su cosa suonare e dire. I testi difatti, pur trattando di mitologia norrena e quindi di storie fin troppo abusate, trovano una collocazione più terrena e realistica nel confronto tra il genere umano e le divinità. Con queste liriche la musica incalzante e feroce dei cinque deathsters è perfetta, sorretta dalla batteria sempre aggressiva e veloce del bravo Wolf. L’iniziale title-track è forse la canzone che meglio rappresenta lo stile dei Vinterblot, racchiudendo nei quasi cinque minuti di durata le sfaccettature che compongono il sound del gruppo: si passa quindi da riff da headbanging selvaggio a stop’n’go granitici e momenti di tregua prima del nuovo assalto metallico. La voce del talentuoso Phanaeus calza a pennello col suono svedese dell’ensamble di Bitonto. Naglfar (Fall Into Oblivion) è una composizione dinamica con diversi cambi di tempo, mentre As Sleipnir Rides salta subito all’orecchio per l’amonamorthità dei riff di chitarra – comunque di ottima fattura, è bene specificarlo – e per il bel groove che si viene a creare in certi momenti. La canzone Vinterblot è una vera mazzata di feroce death metal ’90 che porta alla conclusiva Blood Furnace vede ancora sugli scudi il l’operato di Wolf con una doppia cassa velocissima e un lavoro certosino con la parte superiore del corpo. Il basso di Eruner e le chitarre creano un discreto wall of sound e i riff si susseguono senza sosta fino alla conclusione.

Certo, viene pensato che se questo For Asgard fosse uscito nel 1998 – sia per quel che concerne la produzione che la proposta sonora – staremmo, con molta probabilità, ora parlando di un gruppo “storico”. Stiamo invece parlando di una band che dal profondo sud dell’Italia ha saputo conquistare anche il palco del prestigioso Inferno Festival di Oslo e se si ripensa a questo For Asgard si capisce come e perché i Vinterblot abbiano raggiunto diversi traguardi niente male: duro lavoro in sala prove, precisione in studio e sudore sul palco. Di tempo dalle cover degli Amon Amarth ne è passato e Vandrer e soci hanno saputo trovare una via personale per suonare death metal: tutto è iniziato da For Asgard, ma nel 2010 era già possibile capire che non si aveva a che fare con il “solito” gruppo che tutto deve al Grande Nord.

Finntroll – Vredesvävd

Finntroll – Vredesvävd

2020 – full-length – Century Media Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Vreth: voce – Skrymer: chitarra – Routa: chitarra – Tundra: basso – MörkÖ: batteria – Virta: tastiera – Trollhorn: tastiera, banjo, voce

Tracklist: 1. Väktaren – 2. Att Döda Med En Sten – 3. Ormfolk – 4. Grenars Väg – 5. Forsen – 6. Vid Häxans Härd – 7. Myren – 8. Stjärnors Mjöd – 9. Mask – 10. Ylaren – 11. Outro

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. 2013, esce Blodsvept, sesto disco dei Finntroll. Buona qualità, belle canzoni, non un capolavoro ma decisamente godibile, così come il precedente Nifelvind. Poi, all’improvviso, la band stacca la spina. Qualche tour, passano gli anni e i concerti diventano sporadici, ma del nuovo disco non si hanno notizie. Trascorrono così sette anni e, finalmente, arriva l’annuncio del tanto atteso nuovo lavoro. Il risultato? Vredesvävd, trentotto minuti per nove canzoni più intro e outro.

Com’è il disco? Anonimo, purtroppo. Brutto? Assolutamente no, ma le canzoni non ripagano i sette anni di attesa e speranze che i fan riponevano nella band. Ascoltando il cd è palese la volontà di Vreth e soci di tornare, in un certo senso, alle origini, realizzando un album crudo e diretto, a tratti feroce ma con quel classico stile che da sempre contraddistingue i musicisti finlandesi. Se la si vuole dire in maniera brutale: sembra di ascoltare una raccolta di outtake dei vecchi dischi, per l’occasione ri-registrate al fine di dare omogeneità e un suono compatto e uguale. L’inizio, in realtà non è male: Att Döda Med En Sten è la classica opener dei Finntroll, buona per i concerti e anche su cd rende bene, con quegli stop and go che si alternano alle accelerazioni feroci e le sempre presenti tastiere che cambiano l’umore al brano a seconda dei tasti pigiati. Ormfolk sembra uscire direttamente da quello spettacolo di Jaktens Tid e se da una parte c’è il fascino del 2001, dall’altra ci si chiede se una cosa del genere sia davvero necessaria. Il bell’inizio acustico di Grenars Väg sembra preannunciare un pezzo alla Visor Om Slutet, ma presto la distorsione si impossessa della canzone e quel che ne viene fuori è il classico mid-tempo dei Finntroll. Il primo pezzo deludente è Forsen, anche se quel break con il violino (di Olli Vänskä dei Turisas e ospite fisso negli ultimi tre lavori dei Finntroll) è davvero delizioso. Vid Häxans Härd picchia dall’inizio alla fine, ma tolti i muscoli rimane davvero poco; le cose vanno meglio con la scheggia impazzita Myren (2:49), la quale ha il pregio di far battere il piede fin dai primi secondi e, senza cercare niente di più, fa egregiamente il suo lavoro. Stjärnors Mjöd è un’altra composizione che sembra più un filler che un brano portante di Vredesvävd, e nella sua “normalità” scorre senza colpo ferire. In conclusione di disco la qualità si rialza un po’ grazie a Mask e Ylaren: anche qui non possiamo certo parlare di canzoni che resteranno per anni nelle scalette dei concerti, ma in questo contesto fanno bene il proprio lavoro, la prima con una bella dose di grinta e la seconda lasciando maggiore spazio alle melodie (sinistre) e a tempi lenti. Ylaren in particolare mostra che quando lo vogliono i Finntroll sanno ancora creare canzoni belle, nel loro classico stile ma con qualcosa di diverso dal solito.

Presentato da una copertina tutto sommato trascurabile e da una manciata di singoli digitali, Vredesvävd è l’album meno interessante della discografia dei troll finlandesi, un passo indietro rispetto alle ultime prove in studio e una delusione per chi ha atteso tutti questi anni per ascoltarlo. Non è un disco brutto e per qualche tempo girerà nei lettori cd, ma poi lascerà spazio alle perle che i Finntroll hanno saputo creare nel corso della loro carriera.

NB: il voto è frutto della delusione, ma cercando di essere oggettivi si può tranquillamente aggiungere un mezzo voto. Non di più.