Vintersorg – Till Fjälls del II

Vintersorg – Till Fjälls del II

2017 – full-length – Napalm Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vintersorg: voce, chitarra, basso, tastiera – Mattias Marklund: chitarra – Simon Lundström: basso

Tracklist: CD1: 1. Jökelväktaren – 2. En Väldig Isvidds Karga Dräkt – 3. Lavin – 4. Fjällets Mäktiga Mur – 5. Obygdens Pionjär – 6. Vinterstorm – 7. Tusenåriga Stråk – 8. Allt Mellan Himmel Och Jord – 9. Vårflod – CD2: 1. Tillbaka Till Källorna – 2. Köldens Borg – 3. Portalen – 4. Svart Måne

8 dicembre 1998, data di pubblicazione di Till Fjälls, debutto dei Vintersorg. Dopo quel giorno il mondo del folk metal non sarebbe più stato lo stesso: nessuno prima di lui aveva unito con perfezione e grandiosità metal estremo e folclore. Diciannove anni più tardi Mr. V, dopo un percorso che lo ha portato a pubblicare altri otto full-length, anche molto diversi tra loro, torna alle proprie origini, donando al suo pubblico Till Fjälls del II. Diciamolo subito, l’annuncio di questa release ha portato immediatamente alla mente la bellezza del primo disco ma anche la paura di un’operazione alla Keeper Of The Seven Keys – The Legacy o Land Of The Free II, ovvero forzare una pubblicazione “storica” senza avere più la “fame” e la magia per comporre dei seguiti degni dei capolavori di inizio carriera. Mr. V però non è un musicista qualunque e se ha deciso di rilasciare un lavoro come Till Fjälls del II si può star certi che la musica contenuta nel disco è assolutamente meritevole di avere sulla front cover un titolo del genere. Il nuovo disco di Vintersorg non solo è il degno successore del debutto targato 1998, ma è anche uno dei migliori dischi che abbia mai pubblicato.

Fin dalla copertina, bellissima, opera di Marcelo Vasco (Enslaved, Slayer, Borknagar, Dimmu Borgir, Einherjer di Norrøn, Månagarm di Legions Of The North), tutto riporta al gelido mondo creato da Andreas Hedlund (vero nome di Mr. V) quasi due decenni fa, compresi i testi, fiore all’occhiello di un album che non mostra segni di cedimento nemmeno dopo ripetuti e attenti ascolti. Anzi, con il passare del tempo Till Fjälls del II migliora. Alla musica sì estrema e diretta fanno da contraltare la melodia e il ritornello accattivante (alla maniera dei Vintersorg, sia chiaro) frequentemente proposto con successo da Hedlund. La musica, alla fine, si può riassumere in poche parole: l’eleganza di Till Fjälls incontra l’apertura mentale e l’esperienza di venti anni di carriera. Tutto, però, suona veramente come un Till Fjälls parte due, senza il bisogno di copiare o citare in continuazione alcuni dei passaggi più spettacolari del debutto. Ascoltando le canzoni ci si accorge che la bravura dei musicisti è stata quella di riprendere il filo musicale interrotto nel 1998 e aggiornarlo con le tinte di colore oggi disponibili.

Non stupisce, quindi, se Fjällets Mäktiga Mur provoca i brividi a ogni ascolto (quel pianoforte iniziale…), che i passaggi di Vinterstorm suonino amichevoli quanto accattivanti e che un brano come Lavin riesca a stupire a ogni ascolto. Tutto si può sintetizzare, però, con i quasi sette minuti dell’iniziale Jökelväktaren, compendio di tutto quello fatto in carriera dai Vintersorg e canzone che riassume perfettamente Till Fjälls del II. Non contento di aver sfornato un lavoro con i controfiocchi, Mr. V ha pensato bene di aggiungere un secondo cd con le ri-registrazioni dell’EP Tillbaka Till Källorna (trad.: Back To The Sources), canzoni nate tra lo split dei Vargatron e la nascita dei Vintersorg, per l’occasione rimaneggiate da Hedlund. La qualità è inferiore a quella di Till Fjälls del II, ma si tratta comunque di composizioni brillanti e che non potranno che fare la gioia dei fan del gruppo.

Un’operazione rischiosa si trasforma in successo sotto tutti gli aspetti. Mr. V si conferma un musicista di grande talento e un cantante eclettico, maestro del pulito quanto ringhioso nello scream. La Napalm Records, etichetta che ha sempre creduto in Hedlund avendo pubblicato sia gli album degli Otyg che tutti i dischi dei Vintersorg a partire dall’EP Hedniskhjärtad del luglio ‘98, può ritenersi più che soddisfatta: ha appena immesso sul mercato uno dei dischi più belli dell’anno.

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Bloodshed Walhalla – Thor

Bloodshed Walhalla – Thor

2017 – full-length – Fog Foundation

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Farewell – 2. Thor – 3. Day By Day – 4. And Then The Dark – 5. Tyr – 6. Nine Words – 7. Northwinds – 8. Return

Drakhen è un personaggio unico nel panorama italiano: in quanti sono riusciti a realizzare degli ottimi dischi circondato da un misterioso alone mitologico e convivendo con leggende del tipo “registra i propri cd in uno scantinato dei vigili del fuoco”? La cosa più importante, ovviamente, è l’aspetto musicale, e in questo i Bloodshed Walhalla possono essere considerati come una certezza. Tutte le uscite della one man band lucana sono ottimi esempi di puro viking metal, con il pregio che ogni disco è migliore del precedente, e scusate se è poco. Thor, in questo senso, conferma la mia introduzione e, per tagliare immediatamente la testa al toro, si candida seriamente al titolo di miglior disco del 2017.

Dopo il ben riuscito EP Mather, lavoro ambizioso e unico nel suo genere, il progetto Bloodshed Walhalla torna sul mercato con un full-length potenzialmente ostico – 70 minuti di durata! –, ma che si rivela essere, invece, una trionfale marcia del metal tricolore. Drakhen non è nuovo di questi exploit, ma fa sempre immenso piacere notare come un musicista nato in terra italica riesca a realizzare un lavoro tanto pregevole che, ne sono sicuro, se fosse provenuto dalla fredda Scandinavia avrebbe fatto gridare al miracolo.

Una lunga intro ci porta alla title-track, canzone che presenta in maniera egregia quello che è il sound dei Bloodshed Walhalla del 2017: epic viking metal dai risvolti malinconici e carico di phatos. Le chitarre e la voce sono gli elementi portanti della composizione e del cd in generale, ma è l’insieme degli strumenti e delle orchestrazioni a rendere Thor davvero speciale. Il clou del disco arriva con gli oltre diciassette – 17 – minuti di Day By Day: tutto è moltiplicato all’ennesima potenza, e non è semplice descrivere le vette d’epicità raggiunte da Drakhen in questo brano. Un’orda vichinga che avanza lenta ma costante, agguerrita e senza pietà, ma in grado di distrarsi e festeggiare a fine giornata, a razzia compiuta. Dopo un inizio del genere era oggettivamente difficile fare di meglio, ma Drakhen si conferma grande musicista con And Then The Dark, canzone atipica ma ugualmente efficace: il cantato si fa teatrale quando ce n’è bisogno, e l’alternanza del parlato con i cori è pura maestria. I dodici minuti di Tyr sono epici e bathoriani da far girare la testa. I diversi stati d’animo caratterizzano positivamente la canzone, ricca di spunti intriganti e giri di chitarra che si ripetono come in una litania. Nine Words (i nove mondi della cosmologia norrena) è un un macigno incapace di accelerare o di fermarsi: i riff della sei corde e la voce pulita di Drakhen trasportano l’ascoltatore nel grande nord, laddove Hugin e Muninn, i corvi di Odino, volano nel cielo per riportare notizie al Guercio. Northwind prosegue il mood della precedente canzone, quindi tempi cadenzati ma con una solennità diversa e più drammatica (c’è anche un bel violino a rendere maggiormente intensi certi passaggi). Il brano non poteva che finire con dei passi sulla neve mentre il freddo vento del nord soffia senza pietà. Il lungo outro Return ci riporta lentamente alla realtà di tutti i giorni, e la reazione non può essere che premere nuovamente play.

Tutto gira alla perfezione, dalla musica alla produzione. I suoni sono belli potenti, l’equalizzazione degli strumenti giusta, le chitarre sono saette brutali tanto quanto quelle lanciate dal dio dai capelli rossi. L’unico aspetto che stona nella perfezione di Thor è l’artwork: dopo quello accattivante di Mather il booklet risicato e scarno di Thor è un’occasione mancata per rendete ancora più appetibile il disco con i testi e magari delle note di Drakhen stesso.

Thor è un manifesto di viking metal, non più solo una dichiarazione d’amore per i Bathory più epici, ma la conferma che in Italia, fortunatamente, esistono personaggi in grado di creare della grande musica. E se ve lo state chiedendo, sì, la storia secondo cui Drakhen registri i suoi dischi in uno scantinato dei vigili del fuoco è vera.