Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Coldest Year – 2. The Moving Empire – 3. Hagakure’s Way – 4. Ódauðlegur – 5. The Great Run – 6. Kia Kaha – 7. Baba Jaga – 8. Shahrazād – 9. Homeland – 10. The First Sight Of A Blind Man

Solitamente i gruppi che arrivano al secondo disco sono ancora alla ricerca del proprio suono. Magari hanno capito come muoversi, ma alcune cose nel modo di comporre musica possono ancora cambiare ed evolversi. Gli Atlas Pain, invece, hanno ben chiaro come suonare e arrivati al secondo full-length suonano esattamente come ci si aspetta dagli Atlas Pain, ovvero potente bombastic metal personale e accattivante. La band milanese, in realtà, ha fatto intendere fin dal demo del 2014 come poteva realizzare buona musica e da allora non si sono spostati poi molto. Attenzione, non si parla d’immobilità artistica, ma della sempre più rara consapevolezza di stare facendo bene qualcosa e, di conseguenza, della non necessità di grandi cambiamenti. Certamente i musicisti in questi anni hanno lavorato non poco su ogni aspetto che riguarda gli Atlas Pain e i risultati – anche grazie a questo disco – sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo Tales Of A Pathfinder è un concept album composto da dieci brani compresi intro e outro per una durata complessiva di quasi cinquanta minuti. Prima di addentrarci nella musica e nei testi, è bene menzionare l’accattivante copertina realizzata da Jan Yrlund (Manowar, Korpiklaani ecc.) e della potenza dei suoni grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Romani (Ulvedharr, Hell’s Guardian e Skylark, oltre al primo disco degli Atlas Pain What The Oak Left) per quel che riguarda il missaggio e il mastering e di Davide Tavecchia (una vecchia conoscenza della band, avendo lavorato con loro in occasione dell’EP Behind The Front Page del 2015, ma anche con gli Æxylium di Tales From This Land), entrambi bravi a catturare l’essenza e l’attitudine dei quattro musicisti in studio.

Dopo l’intro The Coldest Year apre le danze The Moving Empire, classica canzone per gli Atlas Pain perché incarna perfettamente il sound e lo spirito del gruppo lombardo: epic/folk/bombastic metal frullato in poco più di quattro minuti. Con questo brano inizia anche la storia del viaggio che ha come principio la città di Londra nel 1899 e che porterà ai confini del mondo con la scoperta di nuove terre e culture, fino a concludersi in maniera positiva e inaspettata: fiction e steampunk per un concept originale e fresco, lontanissimo dai soliti temi trattati in questo genere musicale. Hagakure’s Way brilla per il ritornello che vede uniti cori maschili e la voce harsh di Samuele Faulisi, mentre Ódauðlegur, come intuibile dal titolo, è la canzone che per stile ricorda maggiormente il metal scandinavo. A tal proposito c’è da dire che gli Atlas Pain aggiungono piccoli elementi ai vari brani in modo di farli avvicinare in qualche maniera a quando raccontato nei testi: un dettaglio, questo, che denota il lavoro in sala prove dei musicisti e la volontà di creare un qualcosa di realmente unico. A metà disco incontriamo quello che forse è il miglio pezzo di Tales Of A Pathfinder, ovvero The Great Run, dall’irresistibile crescendo che sfocia in un chorus potente e frizzante. Il brano è diretto e senza fronzoli, colpisce duro quando è il momenti di farlo, ma è anche tremendamente accattivante e ruffiano negli stacchi e nel già citato ritornello. Le parti veloci di Kia Kaha sono quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria, con Baba Jaga che invece stupisce piacevolmente anche nei rari momenti soft, tra note di pianoforte e orchestrazioni (intorno al terzo minuto) eleganti che ricordano i Turisas più ispirati: l’ultimo minuto, poi, è tutto da gustare e riascoltare, una sana dose di divertimento e spensieratezza che ogni tanto è assolutamente gradita. Il viaggio prosegue con Shahrazād, nella quale le sei corde si prendono le luci della ribalta prima di lasciare il passo agli undici minuti di Homeland, chiusura perfetta per un disco audace come questo. Il suono del mare è dolce così come la melodia di chitarra nei primi minuti del pezzo che diventa con il passare dei giri sempre più energico e tosto. A sorpresa, però, la maggior parte della composizione è strumentale e non mancano i cambi di umore che vanno a dipingere Homeland come una canzone teatrale che si conclude nell’outro The First Sight Of A Blind Man, elegante e dolce coda di pianoforte.

Tales Of A Pathfinder è la storia di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, ma è anche il viaggio che gli Atlas Pain propongono all’ascoltatore: la musica è di qualità, il concept di primo livello e il risultato finale dice che il gruppo italiano conferma le qualità del debutto e apporta qualche piccola novità che rende l’ascolto del cd sempre interessante e divertente. Gli Atlas Pain sono entrati di diritto nell’elite del metal italiano, al di là delle etichette che, come appare chiaro ascoltando questo lavoro, stanno strette al gruppo.

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Equilibrium – Erdentempel

Equilibrium – Erdentempel

2014 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Robse: voce – René Berthiaume: chitarra, tastiera – Andreas Völkl: chitarra – Sandra van Eldik: basso – Hati: batteria

Tracklist: 1. Ankunft – 2. Was Lange Währt – 3. Waldschrein – 4. Karawane – 5. Uns’rer Flöten Klang – 6. Freiflug – 7. Heavy Chill – 8. Wirtshaus Gaudi – 9. Stein Meiner Ahnen – 10. Wellengang – 11. Apokalypse – 12. The Unknown Episode – 13. Aufbruch (bonus track)

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Dopo quattro anni di silenzio tornano sul mercato i tedeschi Equilibrium, band capace di raccogliere notevole successo nonostante i soli quattro album pubblicati da quando, nel 2001, si sono formati. La spiegazione è semplice: i primi due full-length, Turis Fratyr e Sagas, hanno colpito per originalità e freschezza gli appassionati di folk metal; il terzo lavoro, Rekreatur, vedeva i musicisti adagiarsi su quanto fatto in precedenza. La curiosità per questo Erdentempel, quindi, era tanta: dopo diversi ascolti si può tranquillamente affermare che il quarto disco degli Equilibrium suona gagliardo nella sua interezza, tra salti nel passato e avventurose incursioni in territori nuovi. Tra le altre cose Erdentempel è l’ultima occasione per sentire la band con questa line-up: notizia recente è la dipartita dei fondatori Sandra van Eldik (ora si concentrerà sul progetto pagan messo in piedi qualche anno fa dal marito Sebas van Eldik, ex Heidevolk?) e suo fratello Andreas Völkl, sostituiti da Jen Majura e Dom (già chitarrista di Nothgard e Wolfchant).

Dopo il consueto intro parte la classica Was Lange Währt, canzone modello per gli Equilibrium, tra melodie accattivanti e cavalcate dal retrogusto heavy metal. La prima cosa che si nota è il grande spazio (e volume) concesso alle orchestrazioni a discapito delle chitarre, spesso in secondo piano. Dopo questo gustoso inizio si va avanti con Waldschrein, dal ritornello ruffiano e pomposo nonostante il growl di Robse sia più graffiante e felino che mai. La quarta traccia Karawane vede i tempi dimezzati e una potenza davvero notevole per un mid-tempo esemplare dove, anche in questo caso, il chorus e le sue melodie rappresentano la carta vincente. Tutt’altra musica in Uns’rer Flöten Klang: il ritmo è sostenuto e le melodie risultano essere incredibilmente gioiose e spensierate, con la chicca dello stacco di flauto sul finale di canzone (che in realtà ricorda un vecchissimo brano di Yngwie J. Malmsteen) che ci ricorda che, nonostante l’aggressività e il “bombastic”, stiamo ascoltando un disco di extreme folk metal. Freiflug è cupa e dal songwriting leggermente differente dalle altre composizioni pur suonando 100% Equilibrium: alcuni giri di chitarra sono delle piccole novità assai gradite, così come la voce clean che in questo contesto è perfetta. La settima canzone in scaletta è Heavy Chill, che ha il grande pregio di “far tornare” le sonorità simil caraibiche che in passato avevano portato tanta allegria all’interno dei brani della band teutonica. Del tutto fuori dagli schemi e idea tanto bizzarra quanto geniale è Wirtshaus Gaudi, una scheggia impazzita di poco più di due minuti dove gli Equilibrium si travestono da tipici crucchi in pellegrinaggio alla sagra paesana: con calzettoni bianchi, guance rosse e scollature vertiginose (solo le donne però!) danno seguito al primo riff di scuola thrash metal con un ritornello da cantare con le brocche di birra mezze vuote, tra fischi montanari e il testo che parla, appunto, di locande e boccali del singer da riempire. La seguente Stein Meiner Ahnen suona come già sentita e non lascia nulla dopo l’ascolto, leggermente meglio Wellengang, pezzo dal sound cupo e dalle grandi orchestrazioni. Riff di chitarra di stampo moderno e un groove di prima qualità sono le particolarità di Apokalypse, ennesimo brano mid-tempo degno di nota. Chiude il disco The Unknown Episode, unica canzone in lingua inglese di Erdentempel, dal sound fresco e catchy: un esperimento decisamente riuscito! Come bonus track è presente Aufbruch, ovvero una lunga traccia strumentale (tredici minuti) come vuole la tradizione in casa Equilibrium.

La produzione è di alta qualità, ma qualcosa poteva essere fatto in maniera differente, come ad esempio la regolazione dei volumi di alcuni strumenti. La batteria suona eccessivamente fredda e il pensiero è che René Berthiaume abbia fatto – di nuovo – tutto da solo con il computer invece di avvalersi del talentuoso drummer Hati (QUI l’intervista).

Sagas è ormai molto lontano, ma gli Equilibrium si sono ripresi dopo il discreto Rekreatur e il non valutabile (come è quasi sempre normale che sia) EP Waldschrein. Erdentempel farà la gioia di gran parte dei fan degli Equilibrium e porterà alla band tedesca nuove schiere di giovani ascoltatori, ritrovando anche chi, tra silenzio e incertezze, si era allontanato. Bentornati Equilibrium!

Equilibrium – Rekreatur

Equilibrium – Rekreatur

2010 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Robert “Robse” Dahn: voce – Andreas Völkl: chitarra – René Berthiaume: chitarra, tastiera – Sandra Völkl: basso – Manu Di Camillo: batteria

Tracklist: 1. In Heiligen Hallen – 2. Der Ewige Sieg – 3. Verbrannte Erde – 4. Die Affeninsel – 5. Der Wassermann – 6. Aus Ferner Zeit – 7. Fahrtwind – 8. Wenn Erdreich Bricht – 9. Kurzes Epos

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Due album di successo, Turis Fratyr e Sagas, il secondo anche a livello commerciale, numerosi concerti alle spalle, la fiducia di un’etichetta importante come la Nuclear Blast: tutto procedeva bene in casa Equilibrium, all’epoca nome “giovane” della scena extreme folk. Fino a quando, nel febbraio 2010, arriva la notizia che il batterista Manu di Camillo (che ha partecipato alla registrazione del disco nei mesi precedenti) e soprattutto il cantante Helge Stang – nel gruppo dal 2001 – sono fuori dalla band. Si sa che la sostituzione del vocalist è sempre affare delicato, tanto più considerando che la voce di Stang era un vero e proprio trademark del gruppo. Avere quindi dei dubbi sul futuro del quintetto di Starnberg, Germania, era più che legittimo, sia per il grande punto interrogativo relativo al nuovo cantante Robert “Robse” Dahn, sia per la pressione esercitata da parte dell’etichetta, giustamente desiderosa di avere tra le cartucce da sparare un seguito degno dell’ottimo Sagas.

Dopo questa doverosa premessa passiamo a Rekreatur, terzo capitolo della discografia degli Equilibrium, che conta sessanta minuti di extreme folk metal sulla stregua di quanto ascoltato in precedenza. Musicalmente parlando la proposta di queste nove tracce non si discosta minimamente dal passato, cercando però di smussare quegli spigoli che di tanto in tanto si notavano in Sagas rendendo poco fluido l’ascolto. Il songwriting e la qualità della composizione è più che soddisfacente, il sound è compatto e pesante, la produzione pulita e potente. Pensando al rugby potrei paragonare i brani di Rekreatur ad un pilone con palla in mano: sai già come si muoverà perché è fin troppo facile immaginarlo. Andrà avanti, con tutta la sua forza, caricando a testa bassa senza soddisfarsi qualora il contatto con l’avversario non fosse di quelli violenti. Chi se lo vedesse arrivare contro – immaginate un cinghiale infuriato che vi punta – sa che o placca basso senza paura (facendo terminare a terra il pilone come un sacco di patate) oppure si sentirà passare sopra 120 chili di bestia umana, con conseguenze – facilmente intuibili – poco piacevoli. Questo per dire che le canzoni sono prevedibili perché incentrate quasi tutte sulla stessa direzione musicale e differenziate tra di loro solo per alcuni dettagli. Dispiace molto perché gli Equilibrium hanno dimostrato nei primi due full length delle ottime capacità e se avessero voluto avrebbero potuto osare molto di più, accontentandosi, invece, di svolgere il compito in maniera scolastica. C’è però da dire che, una volta investiti dalla potenza del sound di Rekreatur, l’effetto godimento – accentuato anche da una piacevole sensazione di stordimento – è assicurato.

I brani presenti nella tracklist hanno tutti un buon tiro e hanno dimostrato in sede live di essere devastanti: su disco la violenza viene attenuata dalla pomposità della tastiera (sempre molto presente), anche se tracce come l’opener In Heiligen Hallen o la successiva Der Ewige Sieg (una sorta di singolo alla Children Of Bodom) risultano essere abbastanza dirette. Colpisce Der Wassermann, canzone piuttosto leggera, con sonorità più vicine al rock che al metal; davvero buona anche Verbrannte Erde che produce un epico ed imponente mid tempo grazie alle ottime melodie; particolarmente ispirato l’inizio al fulmicotone di Fahrtwind, che poi prosegue rallentando con i suoi granitici riff di chitarra. L’unica canzone fuori dal coro è Wenn Erdreich Bricht (che vede la partecipazione del soprano Gaby Koss, ex Haggard): dopo un malinconico arpeggio la traccia esplode in una drammatica composizione in cui il growling tragico e sofferto di Robert Dahn regala sette minuti di emozioni estreme; inquietudine e dolore interiore si uniscono in un tutt’uno: probabilmente il miglior brano del disco. Come congedo troviamo Kurzes Epos, lunghissima strumentale (tredici minuti!) che nulla aggiunge all’economia di Rekreatur.

Alla fine ci troviamo tra le mani un “classico” lavoro degli Equilibrium: produzione compatta e pompata, tastiera ben presente con il caratteristico timbro simil tropical-caraibico, “solita” prolungata strumentale in chiusura del disco. Nel mezzo buoni riff di chitarra, un groove notevole ed alcuni spunti davvero azzeccati. La speranza è però che per futuro i nostri si convincano ad andare “oltre”. Due album simili, per quanto ben fatti, bastano e avanzano.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.