Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?

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Intervista: Dusius

Il debutto dei Dusius Memory Of A Man è arrivato a ciel sereno e ha colpito piacevolmente per il taglio professionale e il concept originale e anche piuttosto intricato. Ad aggiungere curiosità nei confronti della band emiliana, un mini tour in Inghilterra lo scorso autunno; insomma, di buoni motivi per intervistare questo “nuovo” gruppo folk metal ce ne sono in abbondanza, quindi spazio alle risposte dei ragazzi, buona lettura!

Per prima cosa direi di raccontare la vostra storia ai lettori di Mister Folk.

Ciao lettori di Mister Folk! La nostra band nasce nel 2010 come un gruppo di quattro amici (Rocco alla chitarra, Manuel alla voce, Erik al basso e Alessandro alle tastiere) accomunati dalla passione per la musica e con una grande voglia di scrivere canzoni proprie. Già dopo poco tempo la formazione ha avuto modo di allargarsi con l’entrata di altri due membri (Fabien alla batteria e Manuele come seconda chitarra) e il debutto col primo show in assoluto per Amnesty International a Parma. Nel 2013 siamo riusciti a produrre il nostro primo EP Slainte. Dopo qualche anno passato sotto una prima etichetta si è aggiunto il nostro settimo membro (Davide a flauti e cornamusa) giungendo alla formazione definitiva ad oggi della nostra band. Come ben sapete, a marzo scorso abbiamo pubblicato il nostro primo album Memory Of A Man sotto Extreme Metal Music.

Memory Of A Man è il vostro debutto. Vi chiedo come ci siete arrivati e come vi siete preparati a un evento e traguardo così importante.

In questi anni in realtà abbiamo scritto e composto il nostro album in modo molto “rilassato”, ovvero non ci siamo posti né delle scadenze né degli obiettivi, ma semplicemente abbiamo provato ad esprimere noi stessi attraverso le nostre competenze e i nostri gusti personali cercando di fonderli al meglio, in modo che il tipo di suono ricercato potesse rappresentare quello che c’è alla base del nostro gruppo: un profondo legame di amicizia. A questo proposito teniamo a sottolineare che in questo album abbiamo inserito tutte le canzoni che, anche quando il gruppo stesso era in forma “embrionale”, avevamo composto assieme, non scartando nulla nel tempo ma comunque rielaborandole e perfezionandole, tenendo sempre conto della “traccia”, dell’intenzione originale che le ha fatte nascere. Questo perché per noi esse rappresentavano non solo un semplice album ma un’opera con un valore intrinseco, l’espressione dei nostri diversi stili e delle nostre storie, nella sua evoluzione. Essi sono stati i nostri primi lavori, e ci sembrava giusto portare alla luce i nostri “figli”.

Quali sono stati i feedback finora ricevuti? Siete soddisfatti del risultato finale sia in termini di suono che di composizione?

I pareri ricevuti sono stati un 50 e 50: come ci aspettavamo alcuni hanno apprezzato il nostro sound, definendolo particolare ed interessante, altri invece hanno espresso pareri negativi. Noi abbiamo accettato qualsiasi opinione e siamo davvero contenti di tutti i feedback ricevuti nel bene e nel male. I gusti sono personali e chiaramente i giudizi negativi sono all’ordine del giorno, soprattutto quando ci si mette in gioco con un debut album che è stato volutamente un azzardo. In realtà siamo abbastanza convinti che alla fine dei conti siano questo tipo di opinioni ad essere più importanti. Le critiche possono aiutare a migliorare e magari prendere in considerazione aspetti che inconsciamente o distrattamente avevamo sottovalutato, per inesperienza o avventatezza. Non siamo pentiti della nostra opera, che riteniamo sincera e che, come detto, abbiamo deciso di pubblicare per intero dalla sua forma embrionale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Siamo generalmente soddisfatti del risultato ottenuto. Ma ci consideriamo anche una band in itinere, la strada davanti a noi è davvero lunga: non abbiamo nessuna fretta, ma la voglia di migliorare è tanta.

Il disco è stato pubblicato con la tedesca Extreme Metal Music, per la quale la vostra rappresenta la prima uscita. In quale modo siete entrati in contatto con un’etichetta con zero dischi pubblicati? Come stanno procedendo le cose con loro?

Con il nuovo album già pronto nel 2016 abbiamo deciso di contattare diverse etichette e valutare eventuali proposte, accettando alla fine l’offerta di Extreme Metal Music: nella seconda metà del 2016, dopo aver incontrato Roberto e Valerio dell’etichetta, abbiamo firmato ed eccoci qua. Ci troviamo molto bene, c’è una grande professionalità, tanta comunicazione e voglia da entrambe le parti di mettersi in gioco. In sintesi si sta creando un rapporto sempre più stretto e siamo molto soddisfatti! Speriamo lo siano anche loro!

Memory Of A Man è un concept album. Nella recensione ho evitato di entrare nel dettaglio perché non avevo i testi, ma da quel che ho capito non sembra essere il “tipico” concept folk/pagan metal, ma anzi piuttosto articolato e originale. Avete tutto lo spazio per raccontare nei dettagli questa interessante storia.

Difficile dire cosa sia tipico o meno, abbiamo cercato di creare una storia che fosse il più possibile “nostra” sia a livello creativo che di messaggio. Il vissuto di ognuno di noi, inoltre, ha aiutato nella stesura della trama di base. Il nostro interesse era quello di raccontare qualcosa che potesse invogliare l’ascoltatore a godersi ogni traccia per scoprire come la vicenda si evolve e si conclude, stimolando la sua aspettativa.

Come da titolo si tratta della storia di un uomo, volutamente senza nome ma nonostante ciò, come tutti, con una sua identità e un suo personale vissuto. Esso vive un dramma, una sottile via costellata di perdite, di vendetta e redenzione, di patti e di inganni, sempre sull’orlo della follia. Il protagonista, uomo d’onore, assiste alla perdita di suo padre e, lacerato nell’anima, perde momentaneamente la ragione e cade preda di un irrazionale desiderio di vendetta. Questo si compie con la profanazione di un tempio durante un “baccanale”, che sfocia in crimini che suscitano (ovviamente) l’inevitabile ira degli dei. Viene messo dunque davanti ad una scelta: passare l’eternità tra i tormenti o lavorare come loro schiavo fino ad espiazione compiuta, con la falsa speranza che questo sacrificio basti per escludere la famiglia “dal loro furiosissimo sdegno”. Optando senza esitazione per la seconda alternativa, viene rinchiuso in una “spelonca” dove, giorno e notte accanto ad una forgia, sarà costretto a faticare come un novello Efesto. Il lavoro estenuante e una costante inquietudine per la sorte dei suoi cari lo logorano a tal punto da costringerlo a trovare una via d’uscita comunque inconcepibile. Dopo anni di espiazione il nostro fabbro accetta il suo fato con animo ormai spezzato, e sempre con il costante senso di colpa nei confronti di chi ama. Gli sovvengono dunque alcune visioni del presente nelle quali i suoi figli cadono sotto i colpi inferti da armi da lui stesso forgiate. Tutto ciò suscita in lui un nuovo moto di rivalsa nei confronti delle divinità, alimentato dalla volontà di poter salvare almeno la sua donna, l’unica persona amata rimastagli. Da qui un “patto col diavolo”, con l’antitesi divina che unica potrebbe spezzare il vincolo sacro a cui è stato sottoposto. Il demone gli commissiona due anelli e una spada, senza fornire ulteriori chiarimenti o direttive se non quella di lasciare il luogo del suo calvario a lavoro terminato. Compiuta l’ultima fatica, il nostro fabbro si dirige subito verso casa, dove però lo attende l’ultimo degli inganni. La sua donna, circondata dagli dei, accetta di unirsi in matrimonio col demone, mossa dal rancore verso il marito per aver rovinato la sua vita. Gli anelli sanciscono dunque il nuovo legame e la spada, brandita dal demone, squarcia letteralmente le vesti della donna in un ultimo atto di suprema carnale possessione. Il destino del nostro eroe si chiude così tragicamente. Addentrandosi solitario in un bosco e soppesando le sue azioni, guarda dentro di sé e comprende l’unica soluzione rimastagli. Cala dunque il sipario su un tentativo ancora non realizzato di ultima e definitiva liberazione, accompagnato dalla ricerca dei leggendari e benevoli spiriti del bosco (i “dusius”), gli unici che gli possano fornire conforto nel momento del trapasso.

Una storia molto simile a quella del Faust, insomma, ma con elementi più “paganeggianti”, per quanto questa parola ci faccia sorridere. Abbiamo volutamente lasciato vaghi tutti i riferimenti a mitologie esistenti proprio per far cadere l’attenzione su ciò che accade e come esso viene vissuto dal protagonista, sul contenuto stesso della nostra storia, non senza poter far viaggiare la fantasia.

Dusius live @ Northampton, UK

Musicalmente unite elementi folk con metal estremo e il risultato è piuttosto personale. Quali sono i vostri gruppi di riferimento e come nasce una canzone dei Dusius?

Possiamo affermare che non abbiamo propriamente dei gruppi di riferimento, ma ognuno di noi ha i propri gusti personali, a volte molto diversi: si spazia da cantautori come Guccini, a band sperimentali come Ayreon. Esiste comunque una matrice comune, che forse può essere accostata a Ensiferum, Finntroll, Troldhaugen e Trollfest. Solitamente le nostre canzoni nascono dalla proposta di uno dei nostri membri e quindi da un’idea fortemente influenzata dal suo personale stile, poi rielaborata anche dagli altri, e così via. Tenendo conto che ogni volta dobbiamo mettere d’accordo ben sette persone, immaginate la confusione. Ma dove starebbe il divertimento sennò?

Nel finale di Dear Elle c’è una parte con cantato pulito che mi ricorda i tedeschi Powerwolf. Lo avete notato anche voi e che opinione avete della band di Attila Dorn?

Sinceramente conosciamo ben poco i Powerwolf. Se quella parte li ricorda non è stato voluto, ma ci sentiamo comunque onorati del parallelismo. Ps: li abbiamo appena ascoltati, grazie a te, e ci sono piaciuti non poco.

La copertina è molto bella ed evocativa. Ha qualcosa a che vedere con il concept? Perché la scelta del soggetto è ricaduta su un cervo?

Per quanto riguarda il collegamento con il concept, possiamo dire che l’ambientazione della copertina cerca di rievocare quello che viene scritto nei testi, per dare a livello visivo l’idea dello scenario in cui si svolge la maggior parte delle vicende. La pallida luna piena che campeggia alle spalle del cervo viene non solo citata nei testi, ma ha di per sé un certo peso simbolico: rappresenta una “sorta di maestoso bellissimo e terrificante ammasso di eventi che paiono prendere il possesso di tutto lo spettro visivo ed emozionale di chi si presta a guardare, quasi a volerlo schiacciare”. Sembra la citazione di qualche poeta romantico o di un filosofo esteta dedito alla descrizione del sublime, ma no, è solo l’estro creativo del nostro cantante. Il cervo, inoltre, è stato scelto da noi come rappresentazione dello “spirito del bosco” da cui prendiamo il nome: “Dusius”, in un dialetto volgare medievale, significa appunto questo. Altro significato del cervo è quello del “buon auspicio” (dalla mitologia islandese): il fatto che questo animale cambi il palco ogni anno, maturando, rappresenta il rinnovarsi ciclicamente della sua vita, facendo nel contempo tesoro della propria esperienza. Esso è l’emblema dell’invecchiare con saggezza e quindi un buon auspicio per il raggiungimento di una vita piena.

Dopo l’uscita del disco vi siete concentrati sull’attività live? Com’è un vostro concerto? Ci sono brani (cover incluse) che suonate regolarmente ma non avete inciso?

Ovviamente si, stiamo cercando di trovare sempre date interessanti e di suonare con costanza. Abbiamo anche in programma un tour in Regno Unito per questo autunno, ulteriori informazioni sono state pubblicate sulla nostra pagina ufficiale (come avrete capito l’intervista risale allo scorso ottobre, ndMF). I nostri concerti rispecchiano noi stessi: “pane e salame” per così dire, molta spontaneità, un pizzico di teatralità, soprattutto dal nostro frontman e cantante Manuel, che sul palco dà sempre il meglio di sé. Crediamo che per chi ci guarda suonare sia fin da subito evidente il legame forte che ci affiata anche sul palco. Abbiamo invece abbandonato le cover da tempo, anche se a volte ne suoniamo alcune ri-arrangiate, spesso brani che non fanno parte del panorama folk metal, per eventi eccezionali. Suoniamo invece regolarmente alcuni brani in anteprima del prossimo album.

State lavorando a un nuovo disco? Se sì, potete dare qualche anticipazione?

Stiamo lavorando al secondo album, ancora sotto forma di bozza. Le idee ci sono ma sono in costante evoluzione, sia a livello compositivo che di contenuti. Il nostro obiettivo è quello di rendere più omogeneo e riconoscibile il nostro sound, levigare le imperfezioni a cui siamo andati incontro nei nostri lavori passati, come detto, cercando comunque di non snaturarci.

Rinnovo i complimenti per il lavoro svolto, siamo a fine chiacchierata. Lo spazio è tutto vostro!

Ti ringraziamo per la tua recensione e per averci concesso l’opportunità di questa intervista. Ringraziamo anche tutte le persone che ci hanno aiutato ad arrivare fino a qui, che ci supportano e che ci supporteranno.

Nota del cantante: “correte la vostra vita fino in fondo perché non saprete quando cadrete”.

Grazie mille, Dusius

Infinitas – Civitas Interitus

Infinitas – Civitas Interitus

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea: voce – Selv: chitarra – Pauli: basso – Piri: batteria – Laura Kalchofner: flauto

Tracklist: 1. The Die Is Cast – 2. Alastor – 3. Samael – 4. Labartu – 5. Aku Aku – 6. Skylla – 7. Rudra – 8. Morrigan – 9. Amon – 10. A New Hope

Nel corso degli anni abbiamo ascoltato molte forme di folk metal diverse tra loro. Le influenze e le novità non sono certo mancate, e a volte è uscito fuori qualche gruppo particolarmente in gamba in grado di combinare due generi apparentemente distanti in maniera efficace. Un nome che si può fare come esempio è quello degli inglesi Northern Oak di Of Roots And Flesh, nel quale folk metal e progressive/dark vanno di pari passo. Oggi abbiamo nell’impianto stereo il lavoro degli svizzeri Infinitas, i quali propongono una strana quanto interessante miscela di folk e thrash metal. La band esordisce nel 2015 con l’EP Self-Destruction ma è con il presente Civitas Interitus che la personalità dei musicisti viene a galla.

Il consueto intro porta alla granitica Alastor, thrash song ’80 dal melodico bridge e l’ottimo ritornello durante il quale il violino si erge protagonista insieme alla versatile voce di Andrea, brava sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente melodiche. Sulle stesse coordinate stilistiche si muove Samael, altro brano che al riffing thrash metal alterna un chorus orecchiabile con gli strumenti tradizionali (il violino è suonato dall’ospite Hanna Landolt) a creare melodie vincenti. Gli oltre otto minuti di Labartu iniziano soft e solamente al minuto tre inizia a prendere la forma canzone; il brano è piuttosto debole e nulla ha che spartire con le chitarre quasi feroci dei brani precedenti. Lo strumentale Aku Aku porta un po’ di calma e dolcezza prima dell’heavy di Skylla: gli intrecci maideniani sono l’apice di una canzone nella media che, grazie al sapiente uso di trucchetti del mestiere, si rende simpatica fin dal primo ascolto. Si torna alla baldoria e all’ispirazione con Rudra, mid-tempo con violini e riff che ridanno al thrash americano d’annata. Morrigan è un altro pezzo ben riuscito, con il formidabile ritornello che si stampa in mente e non ti lascia più nemmeno disco terminato. Gli otto minuti di Amon possono sembrare un po’ ambiziosi, ma gli Infinitas se la cavano piuttosto bene, sempre con la classica miscela di thrash e folk: i cambi scorrono lisci che è una meraviglia, gli stacchi sono tutti indovinati e il ritornello è, come di consueto, veramente ben fatto. L’outro finale A New Hope è un delicato modo di chiudere Civitas Interitus, tra arpeggi di chitarra acustica e il suono dolce delle onde del mare. C’è spazio, comunque, per una ghost track che altri non è che una parte della terza traccia Samael.

Il booklet è veramente ben fatto: c’è la mappa (un po’ Il Signore Degli Anelli e un po’ La Mappa Del Malandrino di Harry Potter) per capire i luoghi raccontati nelle canzoni. Non mancano i testi, fondamentali per comprendere la storia di Infinitas Interitus, fatta di un re e gran parte del suo popolo che facevano sempre festa ubriacandosi fino a mattino, e una piccola parte della popolazione che invece lavorava sodo e faceva sacrifici alla luna. La registrazione è di alta qualità, tutti gli strumenti sono ben bilanciati e i suoni sono reali quanto tosti.

Civitas Interitus è un album interessante, ben realizzato con alcune canzoni veramente belle. Soffre di una lunghezza esagerata che fa calare l’attenzione dell’ascoltatore, attenzione che sarebbe stata maggiormente incentivata con uno o due brani in meno, ma nonostante ciò rimane un disco apprezzabile che dopo l’iniziale stupore si ascolta con grande piacere.