Ereb Altor – Blot-Ilt-Taut

Ereb Altor – Blot-Ilt-Taut

2016 – full-length – Cyclone Empire

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. A Fine Day To Die – 2. Song To Hall Up High – 3. Home Of Once Brave – 4. The Return Of Darkness And Evil – 5. Woman Of Dark Desires – 6. Twilight Of The Gods – 7. Blood Fire Death

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Quella di registrare dischi tributo è una storia ormai vecchia e conosciuta: in molti ci sono passati, grandi nomi e realtà underground, con motivazioni assai differenti, dal semplice racimolare denaro alla più sincera volontà di omaggiare le proprie influenze musicali, per finire col “tappabuchi” tra un disco e l’altro o per concludere in maniera indolore un contratto discografico. I nostri idoli di gioventù ci sono passati un po’ tutti: quale gruppo, compresi gli Iron Maiden, non ha inciso cover da utilizzare come bonus track di edizioni limitate o da inserire in singoli o EP? In quanti hanno scelto di registrare dischi di sole cover? Quello dei Metallica di Garage Inc. è il nome più facile da ricordare, ma ci sarebbero tante formazioni da menzionare, come Overkill, Six Feet Under (ben quattro dischi di cover all’attivo!), Necrodeath ed Helloween giusto per fare qualche esempio.

Come si pone Blot-Ilt-Taut (traduzione in svedese antico di Blood Fire Death), disco tributo degli Ereb Altor nei confronti dei Bathory, nel mercato odierno? Qualcuno ha addirittura parlato di mossa commerciale (!), tutto giusto se non fosse che il disco è in vendita solo in formato vinile in 500 copie. Cosa altro rimane? Rimane l’essenza della musica, la voglia e la necessità di un musicista di omaggiarne un altro, un uomo che viene visto come padre musicale e che nei fatti lo è. Ma non siamo qui per glorificare il lavoro di Quorthon, gli Ereb Altor, come abbiamo visto con i precedenti full-length (Fire Meets Ice e Nattramn), sono ottimi musicisti in grado di comporre grandi canzoni, e con l’occasione hanno inciso una manciata di brani decidendo quasi sempre di rimanere fedeli alla versione originale, pur impostando il tutto su sonorità personali che ormai da anni gli appartengono.

Cosa troviamo all’interno di Blot-Ilt-Taut? Le canzoni sono sette, poche in verità se si pensa alle numerose composizioni dei Bathory che avrebbero meritato di essere inserite in questo disco, ma i motivi che hanno portato la band svedese a incidere solo sette brani sono due: il limitato minutaggio del vinile e la lunga durata di alcune canzoni. Quello che sorprende in positivo, oltre al devastante sound, ma ne parleremo più avanti, è la decisione di spaziare tra il catalogo black e quello viking dei Bathory, mossa che non pareva così scontata all’epoca dell’annuncio della realizzazione di questo album tributo.

Parlare delle singole canzoni è forse inutile, dato che si tratta di composizioni che sono alla base dell’heavy metal nordico, tanto più che gli Ereb Altor hanno deciso di proporle in maniera assai simile alla versione originale. La prima traccia del lato A non può che essere la clamorosa A Fine Day To Die (da Blood Fire Death) vero spartiacque e congiunzione al tempo stesso dei periodi black e viking dei Bathory: un inno di nove minuti che ogni metallaro dovrebbe conoscere a memoria. Segue l’epica accoppiata tratta da Hammerheart, Song To Hall Up High/ Home Of Once Brave, dove l’anima più fiera e vichinga di Quorthon viene a galla; in particolare, merita di essere sottolineato il ritornello di Home Of Once Brave, una delle cose più belle mai ascoltate. Il finale della canzone con le urla demoniache di Mats, creano il collegamento con la thrashy The Return Of Darkness And Evil, per la prima volta inclusa nella compilation Scandinavian Metal Attack (1984) e successivamente riproposta nell’infernale The Return…… (1985). Il sound è molto più pulito rispetto all’operato di Quorthon, e non potrebbe essere diversamente, ma nonostante ciò il feeling oscuro, grazie anche all’ottimo drumming di Tord, rimane lo stesso. Il lato B si apre con un pezzo da novanta, quel Woman Of Dark Desires che nel corso degli anni è stato coverizzato da diversi gruppi. Gli Ereb Altor giocano con le note e trovano dei bei riff dal sapore doom che inseriscono a più riprese, allungando la durata di un minuto e mezzo rispetto l’originale, di fatto realizzando una grande versione di un classico che è stato usato anche come marcia nuziale da fan pazzi dei Bathory. Twilight Of The Gods e Blood Fire Death sono i due inni che chiudono Blot-Ilt-Taut in maniera esemplare, pilastri del viking metal e del metal nordico in generale.

L’elegante vinile blu racchiude il sound massiccio degli Ereb Altor, frutto del lavoro di Tord (nei crediti inserito con il suo nome reale, Jonas Lindström) in studio, mentre la fantastica copertina, ottimo biglietto da visita del vinile, è opera del fotografo/illustratore Robert Kanto, già al lavoro con la band svedese per Nattramn, Fire Meets Ice e il debutto By Honour.

Gli Ereb Altor con Blot – Ilt – Taut hanno realizzato un piccolo capolavoro, riuscendo dove Quorthon, per via di una strumentazione e di una tecnica assai limitata non è riuscito ad arrivare. Il feeling e le idee pazzesche non si discutono di certo, i suoi brani hanno fatto la storia dell’heavy metal, ma non si può non essere d’accordo con il seminale giornalista Maurizio De Paola quando, parlando del mastermind dei Bathory, afferma che “per capire che pezzi bellissimi abbia scritto, devi aspettare che li suoni qualcun altro”. Quorthon è una figura fondamentale della storia dell’heavy metal e gli Ereb Altor lo hanno omaggiato nel migliore dei modi.

Ereb Altor – Fire Meets Ice

Ereb Altor – Fire Meets Fire

2013 – full-length – Cyclone Empire

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ragnar: voce, chitarra, basso – Mats: voce, chitarra, basso, tastiera – Tord: batteria

Tracklist: 1. Fire Meets Ice – 2. The Chosen Ones – 3. Nifelheim – 4. My Ravens – 5. Sacrifice – 6. Helheimsfard – 7. The Deceiver Shall Repent – 8. Post Ragnarok – 9. Our Legacy

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Un anno esatto dopo Gastrike, disco che segnava musicalmente un netto cambiamento rispetto i primi due lavori della band, gli Ereb Altor tornano con il nuovo cd Fire Meets Ice edito dalla Cyclone Empire.

Ripassando la storia del combo svedese, è palese l’evoluzione del sound avvenuta con la precedente release rispetto a By Honour (2008) e The End (2010), discreti tributi al lavoro epico di Quorthon e dei suoi Bathory. Gastrike invece ha stupito e spiazzato gli ascoltatori fin dai primi minuti, essendo un lavoro crudo e cupo, molto influenzato dal black metal e con rari collegamenti al viking dei dischi precedenti. Fire Meets Ice mischia di nuovo le carte in tavola, continuando a pestare duro ma piazzando dei momenti di grande effetto con cori puliti, brani cadenzati e spunti nuovi e maggiormente orecchiabili rispetto a quanto proposto in passato. Non si tratta dell’ennesimo mutamento del trio di Gävle, ma di un’evoluzione naturale e graduale che li sta portando verso un sound personale fatto di tanti input diversi che, grazie all’esperienza e alla bravura dei musicisti, suona omogeneo pur nella diversità.

L’album inizia con il pianoforte introduttivo delle title track, canzone da oltre nove minuti dove sono presenti parti melodiche e atmosfere sognanti e dilatate sorrette dal roccioso lavoro della chitarra. Voci pulite e scream si alternano, i cori maschili donano alla composizione una grandiosa epicità, per quella che probabilmente è la canzone più bella mai composta dagli Ereb Altor. La prima cosa a stupire è il sound: pulito e grasso, a tratti pachidermico tanto è lo spessore dei suoni e delle soluzioni adottate dai musicisti, perfetto per la musica contenuta in Fire Meets Ice, dove i brani variano da melodie e mid tempo a momenti più dinamici e aggressivi. The Chosen Ones presenta delle bellissime parti vocali in pulito che si alternano alle urla della parte più violenta della canzone, un mix ben riuscito e assai efficace. Nifelheim ha il tipico marchio di Ragnar e Mats: ritmo medio e bellicoso come Quorthon ha insegnato, riff semplici e diretti, tanto cuore e qualche variazione sul tema che però non fa allontanare troppo i musicisti dalla strada maestra. Un arpeggio porta alla quarta My Ravens, canzone dotata di un gran tiro: voci e chitarre fanno un ottimo lavoro, con la tastiera a sottolineare i passaggi più oscuri e interessanti. Sacrifice è una canzone di transizione, composta da riff doom e una profonda voce scream, un insieme che può ricordare i My Dying Bride più maligni. Helheimsfard riprende da dove Gastrike aveva lasciato: tempi veloci, voce scream e sei corde taglienti, con un tocco di classe rappresentato dai riff doom ai quali, in verità, il power trio svedese ci ha abituato fin dall’esordio discografico. Ottime le parti strumentali di The Deceiver Shall Repent, traccia dal sapore epico e vagamente progressivo, leggera da ascoltare e che rimane stampata in testa dopo pochi ascolti. Come spesso accade, dopo un brano del genere segue il più estremo del cd, in questo caso Post Ragnarok, un black metal dalle tinte sinfoniche e dall’odore nauseante tanto è marcio e retrò il riffing. La conclusiva Our Legacy è la traccia più delicata e malinconica dell’intero platter, cinque minuti di pura classe dove il cantato dal sapore disperato e i vigorosi giri chitarristici creano un muro sonoro spesso, alto e liscio, una sorta di stanza/prigione dalla quale non è possibile fuggire e dove si è costretti a rimanere intrappolati nel dolore e nella sofferenza dei propri errori.

Alcune note aggiuntive: cover e produzione sono di ottima qualità. L’artwork (di Gustavo Sazes, autore di copertine per conto di Morbid Angel, Angra, Firewind, The Crown e altri) ben si addice al contenuto del disco, inquadrando immediatamente la musica degli Ereb Altor. La produzione è ottima, potente e sincera. Della registrazione e del missaggio se ne è occupato Jonas Lindström, nome reale del batterista Tord, mentre il mastering è stato curato da Tomas “Plec” Johansson (Watain, Scar Simmetry, ecc.).

Fire Meets Ice è un gran bel disco in grado di piacere agli amanti delle sonorità estreme ma anche a chi, dai gusti più epici e melodici, era rimasto deluso dalla svolta di Gastrike: in questo gli Ereb Altor mettono tutti d’accordo pur continuando a guardare avanti.

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