Haegen – Immortal Lands

Haegen – Immortal Lands

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Leonardo Lasca: voce – Samuele Secchiaroli: chitarra – Nicholas Gubinelli: basso – Tommaso Sacco: batteria – Eugenio Cammoranesi: tastiera – Federico Padovano: flauto

Tracklist: 1. Stray Dog – 2. Legends – 3. Gioie Portuali – 4. Fighting In The River – 5. Incubo – 6. Gran Galà – 7. The Princess And The Barbarians – 8. Bazar – 9. The Tale – 10. Terre Immortali – 11. My Favourite Tobacco

A due anni dall’EP di debutto Tales From Nowhere, tornano con un nuovo lavoro i marchigiani Haegen. Il nuovo disco è un full-length autoprodotto di undici tracce per un totale di cinquantadue minuti. La musica dei ragazzi tirrenici è un folk metal abbastanza personale, dinamico e ben suonato. Rispetto al precedente EP non si notano particolari evoluzioni musicali, ma è la produzione a fare la differenza: il lavoro in studio svolto da Manuele Pesaresi di D. Engine Studio è buono, i suoni potenti e il missaggio abbastanza equilibrato anche se a volte si ha l’impressione che la voce di Leonardo Lasca potesse essere messa in maggiore risalto.

A Stray Dog spetta l’onere di aprire il disco: chitarre rocciose, la voce graffiante di Lasca e le melodie di flauto di Federico Padovano sono gli elementi principali non solo della canzone, ma dell’intero disco. La band si trova a proprio agio con i tempi medi, dimostrazione ne sono le varie Legends e Fighting In The River, quest’ultima caratterizzata da un mood vagamente oscuro che non stona affatto con il resto dell’album. Incubo, come suggerisce il titolo, è molto cupa e pesante, ma non per questo non godibile, con forse l’unico difetto che risiede nelle rime utilizzate, un po’ troppo scolastiche. Uno dei pezzi meglio riusciti è Gioie Portuali, dal testo spassoso e dal tiro vincente, una canzone in grado di fare la differenza anche dal vivo. Grande Galà è un’altra composizione ben riuscita, ritmata e coinvolgente fin dalle prime note. In Bazar troviamo degli interessanti spunti mediterranei: gli Haegen si sono sforzati di tirar fuori dagli strumenti delle melodie e situazioni diverse dal solito e il buon risultato è la migliore ricompensa possibile. Per The Tale vale lo stesso discorso: spesso il voler uscire dalla confort zone fa bene e anche in questo caso la band anconetana sforna una canzone assolutamente piacevole, delicata, una power ballad come non se ne sentono quasi mai nel folk metal; piccolo appunto personale, avrei visto bene The Tale a metà scaletta, in modo da “spezzare” in due il disco. Immortal Lands volge al termine con gli otto minuti di… Terre Immortali! Anche qui gli Haegen sorprendono e si ripete quanto detto qualche riga prima, ovvero che quando Lasca e soci decidono di osare qualcosa il buon risultato è garantito. La spassosa My Favourite Tobaccco è il miglior modo per concludere un disco riuscito e divertente con qualche inevitabile calo di tensione.

La produzione è molto potente e piena, i suoni grossi e abbastanza definiti; il missaggio poteva essere più curato a favore della voce e dei fiati (a volte un po’ affogati nel marasma sonoro), con un livello in meno per la tastiera/fisarmonica. I passi in avanti rispetto Tales From Nowhere sono evidenti e questa è la strada giusta per godere a pieno della musica degli Haegen.

Immortal Lands è un bel debutto autoprodotto ma, per quanto ben fatto, mostra dei punti migliorabili e non rappresenta il disco definitivo degli Haegen. Normale che sia così, in fondo questo è il primo full-length e lungo i cinquantadue minuti (soprattutto nell’ultima parte) si percepiscono tutte le potenzialità dei giovani musicisti. In attesa del passo successivo, che sicuramente sarà ancora migliore, godiamoci questo Immortal Lands: band da seguire con attenzione e assolutamente da non perdere live.

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Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marcello Andreotti: voce, chitarra – Waxwolf: chitarra – Alberto Malferrari: basso – Federico Malacarne: batteria – Gabriele Sarti: tastiera – Mattia Barbieri: banjo

Tracklist: 1. Traveller’s Song – 2. A Dreadful Painting – 3. The Forest – 4. Spirits’ Dance – 5. Azathoth’s Call – 6. Nepenthes Rejah – 7. Heroes Paradox – 8. The River – 9. Water Rings – 10. Fireflies Serenade – 11. Zoè – 12. The Mist – 13. Declivio – 14. Catarsi – 15. Devilish Touch (bonus track)

Il folk metal, come tutti gli altri generi, ha visto la propria nascita, diffusione ed esplosione nel giro di pochi anni. Ora siamo in un momento di stanca dove sembra che tutto sia stato già detto e composto, ma fortunatamente non è così. Certo, la maggior parte delle pubblicazioni rispettano i tipici parametri del settore, ma di tanto in tanto salta allo scoperto un gruppo che non sta alle regole del gioco e un po’ per cuore e un po’ per testardaggine, tira fuori tutto quel che ha da dire, infischiandosene delle strade già note e quindi più sicure. Questo modo di fare può essere interpretato come imprudenza tanto quanto coraggio: l’ultima parola sta alla musica.

Questo degli emiliani Folk Metal Jacket è il primo full-length della carriera, a otto anni dalla fondazione e più di quattro dall’incoraggiante EP Spill This Album. Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo, prima tra tutte parte della line-up: tre musicisti hanno inciso il vecchio materiale e tre sono i nuovi arrivati. Di conseguenza, com’è facile intuire, anche la musica ha preso una piega diversa rispetto al folk metal spensierato e divertente di Spill This Album: Eulogy For The Gentle Fools è più maturo e meno diretto, camaleontico e sorprendente per soluzioni musicali. Va subito riconosciuto alla formazione di Modena di aver lavorato senza paura, osando non poco per realizzare un full-length molto ambizioso e tutt’altro che immediato. È proprio questo il nodo cruciale: per assimilare questo disco ci vuole tempo e attenzione. Siamo dinanzi a un cd molto vario, estremo più nella concezione che nella musica, in grado di far storcere il naso ai puristi del genere e di incuriosire chi ascolta prevalentemente altri stili.

L’intro Traveller’s Song fa capire molte cose: strumenti spagnoli come nacchere e maracas e infiltrazioni country sono un buon biglietto da visita su ciò che si può incontrare più avanti, non a caso la successiva A Dreadful Painting porta la band su binari extreme folk metal, pur giocando con sonorità latine e stop’n’go davvero originali; una parte parlata al megafono e le sonorità simil Trollfest portano a The Forest, nella quale alla parte aggressiva e allo stacco fortemente debitore ai Children Of Bodom dei primi tre lavori (0:35) si contrappone quella più folk e melodica con delle tastiere retrò e il banjo protagonista. Si cambia registro con Spirits’ Dance, leggera e vagamente prog salvo qualche sfuriata di breve durata. Azathoth’s Call è la canzone più lunga del lotto (poco oltre i sei minuti), ma è piena d’idee al punto che viene da pensare che un’altra band ci avrebbe composto tre pezzi. Anche qui il banjo ha spazio per dire la sua, così come non mancano riff tirati e momenti nei quali i musicisti danno libero spago all’immaginazione, ma la cosa più sorprendente è il finale con banjo e voci che si sovrappongono per un risultato che rimanda alle sonorità dei loro amici Kalevala HMS. Nepenthes Rejah è probabilmente la canzone più “classica” di tutte, con la tradizionale struttura strofa-ritornello e l’alternarsi della voce scream e pulita. Si spinge sull’acceleratore con Heroes Paradox, traccia carica d’energia dalla parte centrale soft e, prendetelo con le pinze, opethiana nello spirito. Come ormai ci hanno abituato, i Folk Metal Jacket cambiano tempi e umore più volte nella stessa composizione e in Heroes Paradox si sono superati. Siamo ora a metà Eulogy For The Gentle Fools e di idee buone se ne sono sentite in gran quantità: il rischio arriva adesso, in quanto mancano ben sette canzoni alla fine dell’album ed è facile rendersi conto che un ascolto del genere non è semplice perché per apprezzare ogni singolo cambio di tempo, ogni minima sfumatura, ogni piccola variazione, ci vuole impegno e attenzione. Con un pizzico di buona volontà, però, si viene premiati con altre canzoni valide che ripagano tutto il tempo concesso all’ascolto. La seconda parte di Eulogy For The Gentle Fools parte con l’ordinaria The River, cantata con voce pulita e dal sapore progressivo e diretto al tempo stesso; molto meglio la successiva Water Rings, dal ritmo incalzante e le ottime linee vocali, mentre l’assolo di banjo è la classica ciliegina sulla torta. Il bellissimo intro di Fireflies Serenade vale da solo l’acquisto del disco e il seguito non è da meno: folk metal massiccio con un cantato dannatamente ruffiano, bell’assolo di chitarra e momenti di grande musica sono gli ingredienti che rendono Fireflies Serenade una delle canzoni meglio riuscite del platter. Zoè è l’estremizzazione di quanto ascoltato finora, nel bene e nel male. Le strutture si fanno liquide, non ci sono punti di riferimento e se è vero che i cinque minuti di durata spiazzano l’ascoltatore, è altrettanto vero che è forse la canzone che più rimane impressa quando si giunge al termine del disco. La traccia numero 12 è The Mist, ennesima prova di apertura mentale e coraggio compositivo dei Folk Metal Jacket: certi fraseggi possono riportare alla mente alcuni istanti del primo lavoro dei Liquid Tension Experiment pur in contesti assai differenti e più rock/metal nell’anima. Si giunge alla fine del viaggio e del concept con Declivio e Catarsi: la prima è un intro di trenta secondi a cui fa ruota un mix di heavy metal, rock, pianoforte e atmosfere lugubri ma anche altri stili inusuali nella scena folk. La bonus track, per quanto non indispensabile, porta a sorridere i fan di Star Wars: le note scelte dai musicisti ricordano quelle proposte dalla band alla corte di Jabba The Hut!

Eulogy For The Gentle Fools è un concept album: il protagonista è Jeff, il quale si scontra con un misterioso fauno e da questo evento nasce la storia raccontata nelle quattordici tracce dell’album. Chiaramente la grafica riprende il contenuto dei testi e la bellissima copertina di Elisa Urbinati immortala il fauno Begùr giocare a scacchi con Jeff: osservando con attenzione la front cover è possibile notare alcuni dettagli che vanno ricollegati ai testi. A proposito di testi, il booklet è anch’esso realizzato con cura maniacale e l’impaginazione è molto dinamica e divertente da vedere. L’unica cosa che stona con quanto detto, è la produzione. I suoni non sono abbastanza potenti, gli strumenti non danno l’impressione di essere perfettamente amalgamati ed è un peccato perché questo è l’unico difetto di un disco che altrimenti funziona bene.

I Folk Metal Jacket hanno lavorato tantissimo per realizzare Eulogy For The Gentle Fools e il prodotto finale è la testimonianza che si possono allargare i confini del folk metal senza per questo “tradire” il genere o snaturare la proposta musicale. Ora c’è la curiosità di sapere cosa potranno fare con il prossimo disco, sperando non ci vogliano altri quattro anni di attesa. La speranza per la band e per la scena tricolore, è che si riescano a organizzare un buon numero di concerti in giro per lo stivale per promuovere l’album: suonando live e vivendo gomito a gomito i Folk Metal Jacket potrebbero raggiungere quella sintonia in grado di far fare loro il definitivo salto di qualità, il potenziale non manca di certo.

Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Intervista: Evendim

Il nome Evendim circola da un po’ nell’underground tricolore: merito dei due demo/EP finora pubblicati e delle buone prestazioni sui palcoscenici di festival e locali italiani. Quel che io non sapevo è che gli Evendim sono ragazzi veramente alla mano e simpatici (dei veri toscani!) quanto professionali e precisi in concerto e negli eventi organizzati. Prova ne ho avuta quando sono stati chiamati a suonare all’Hard Rock Cafè di Firenze in occasione della presentazione del mio libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo dello scorso febbraio. Una band da tenere d’occhio!

live al Fosch Fest (ph. Simone Brambilla)

live al Fosch Fest (ph. Simone Brambilla)

Presentate il gruppo ai lettori di Mister Folk.

Il progetto Evendim nasce nell’Aprile 2008, da un’idea di Marco e Danilo, rispettivamente voce e basso del gruppo Invisible Horizon. Con l’intenzione di sperimentare nuove sonorità, anche Petr e Alessio, chitarra e batteria del medesimo gruppo, seguirono i loro compagni, e il progetto prese forma. L’idea era di mantenere i ritmi serrati dell’heavy metal, introducendo inoltre le orecchiabili melodie della musica folk. Per questo motivo, si rese necessario l’inserimento di altri strumenti, e ben presto si aggiunsero un fisarmonicista, Nicola, e un secondo chitarrista, Niccolò.
Dopo un lungo periodo di incubazione, arrivò per il gruppo il “concerto inaugurale”, in occasione del quale si ebbe la partecipazione della cantante Fabiana dai Jungle Boogie, e del tastierista Matteo, dai Blasphera. In seguito, quest’ultimo entrerà stabilmente a far parte della band. Alla fine del 2009, il cantante e fondatore Marco lasciò il gruppo per motivi di lavoro. Al suo posto, subentrò l’ex Sawdust James, e il gruppo si avviò verso la registrazione della prima demo, sotto la supervisione di Joe Firenze e Alessandro Biondi, chitarrista e tastierista della band Pompadur, e con l’aiuto di Pietro Fara (al tempo, insegnante di chitarra di Niccolò), nel “Joe Firenze Studio” di Castelfiorentino (FI). La copertina venne realizzata da Manuel Turini.
Il disco ha visto la luce nei primi mesi del 2011, ed è stato recensito da riviste e webzine quali Spirit Of Metal, Italia di Metallo e Metal Hammer Italia, che lo ha nominato Demo del Mese di Ottobre 2011. Nel corso del 2011, la band ha effettuato una serie di concerti, al fianco di band come Pompadur, Sushi Rain, The Slash, Torgal’s Head, Archeosophia, Whiskey Funeral, e molti altri, ma alla fine di esso, anche James fu costretto a lasciare per motivi di lavoro. Dopo alcuni mesi di ardua ricerca, la band si mise in contatto con Lorenzo, ex-cantante degli ormai sciolti X-emplar, che accettò di unirsi al gruppo. Con questa nuova lineup, il gruppo si prepara a ritornare sui palchi, e a tornare in studio per un secondo lavoro.
Dopo aver finito di registrare la seconda demo (a metà 2014) Niccolò il secondo chitarrista decide di lasciare la band per motivi personali. Lo ringraziamo per tutto quello che ha fatto per la band, e gli auguriamo buona fortuna in tutto!
Dopo qualche mese di ricerca siamo riusciti a trovare un sostituto: Simone, che a breve farà il suo debutto con noi al Sinistrofest!! Dopo il SinistroFest 2014, dove abbiamo condiviso il palco con ODR, Calico Jack, Folk Metal Jacket, Vallorch e Diabula Rasa la nostra avventura sui palchi italiani e toscani continua. Condividendo il palco con The Hotness, Furor Gallico e Sentinum e partecipando al SinistroFest 2015 in compagnia di Arcana Opera, Artaius, Vexillum e Runover.

In estate avete suonato al Fosch Fest: raccontate il concerto, le sensazioni e il responso all’esibizione. C’è stato un gruppo che vi ha colpito particolarmente?

Il Fosch Fest è stata un’esperienza meravigliosa per noi, la prima esperienza in un festival di quel livello in mezzo a band straordinarie. Eravamo molto nervosi e tesi prima di incominciare ma poi sul palco abbiamo dato il massimo. Pensiamo che la gente abbia apprezzato il nostro stile, ci sono arrivate sia critiche che apprezzamenti e questo ci permette di capire dove migliorare. I gruppi che ci hanno colpito (lasciando da parte quelli più famosi) sono i Drakum, Ulvedharr e Atavicus.

Lo scorso febbraio avete calcato il palco dell’Hard Rock Cafè di Firenze proponendo, tra le altre canzoni, una cover ben riuscita di The Wizard dei Black Sabbath: pensate di inserirla in un prossimo demo/EP?

Sinceramente non pensiamo di inserire nessuna cover nel prossimo lavoro ma se dovesse accadere abbiamo anche altre cover da proporre, è ancora tutto da vedere.

live all'Hard Rock Cafè

live all’Hard Rock Cafè

Avete inciso due cd, Whiskey On Fire e Old Boozer’s Tales: come li vedete ora a distanza di anni? Cosa vi hanno insegnato in fatto di esperienza?

Con Whiskey On Fire avevamo da poco iniziato a mischiare le influenze folk con la nostra musica quindi era una sorta di prova, mentre Old Boozer’s Tales è stato un lavoro più evoluto in quanto ci abbiamo messo tutte le nostre varie influenze musicali. Cosa abbiamo appreso? Che bisogna ancora lavorare duro per ottenere dei buoni risultati.

Il vostro folk metal “leggero” ricorda gruppi eleganti come gli Skyclad. Cosa pensate della band inglese e come mai, secondo la vostra esperienza, le band che hanno creato questo genere musicale sono surclassate in fatto di notorietà da gruppi più giovani e spesso poco ispirati?

A dire la verità gli Skyclad li conosciamo poco, solo poche canzoni, sappiamo che sono una band di tutto rispetto ma non ci hanno influenzato molto. Pensiamo che i fan del folk metal apprezzino più un folk aggressivo cantato in growl, con accordature basse, invece di qualcosa più soft e classico, infatti esistono più band su questo stile che su quello degli Skyclad, molti tra l’altro si somigliano e resta difficoltoso distinguerli. Poche nuove band hanno quel qualcosa in più dove riesci a capire chi sono, questo è solo un pensiero nostro.

La canzone Black Roses (contenuta in Old Boozer’s Tales) è una sorta di power ballad, secondo me molto ben riuscita. Pensate di proporre qualcosa del genere anche in futuro?

Sì, le ballad sono parte integrante del nostro repertorio, e ne abbiamo altre in lavorazione.

Come è la scena toscana e vi sentite parte di essa?

Parlando di folk in toscana esistono poche band su questo genere e noi siamo una di quelle, per il resto della musica rock/metal esistono tante band toscane valide, e per fortuna ci sono ancora dei locali che propongono e sostengono questa scena. Mancano le persone, i fan che supportano tale realtà. Sono pochi i metallari toscani rispetto ad altre regioni, soprattutto guardando al nord, dove viene seguito maggiormente il genere.

Il famosissimo sito/archivio metal-archives.com vi ha tolto dalla lista delle band perché “non abbastanza metal” per farne parte. La cosa mi sembra ridicola in quanto nel sito sono presenti band ben più soft se non del tutto acustiche (Wardruna). Pensate sia un danno alla visibilità della band?

Ci dispiace tanto non poter più far parte del sito però potrebbe ricredersi in futuro, di sicuro un po’ più visibilità si poteva avere attraverso di loro comunque faremo il possibile per rientrarci.

Anche su Facebook rimarcate il fatto di suonare folk metal, avendo aggiunto al vostro nome proprio la dicitura “folk metal”. Cos’è per voi questo genere musicale e quali sono i gruppi ai quali vi ispirate maggiormente?

Premettiamo che la dicitura “folk metal” non è stata un modo scelto da noi per rimarcare il nostro genere ma siamo stati costretti da Facebook in quanto non ci concedeva come nome la sola parola Evendim.
 Questo genere per noi rappresenta la libertà, la passione, il divertimento che mettiamo nell’esprimerci e creare le nostre canzoni. Abbiamo cominciato facendo cover dei Korpiklaani, i quali insieme agli Alestorm, Elvenking e altre band, ci hanno fatto avvicinare al folk-metal. Nell’ascoltare le nostre canzoni trovi in noi diversi generi musicali, per esempio per le ballad ci ispiriamo anche all’hard rock anni 80.

Classica domanda sulla salute della band: cosa state facendo e cosa dobbiamo aspettarci dagli Evendim nel prossimo futuro?

In questo momento siamo in una piccola pausa dalla scena live, per poter finire le ultime canzoni che andranno a comporre il nostro nuovo album, speriamo di entrare in studio a breve, per poi tornare a fare più concerti possibili.

Grazie ragazzi per la disponibilità e la simpatia, vi lascio lo spazio per dire tutto quel che volete.

Grazie a te per l’intervista, e grazie ai nostri fan che ci sostengono e per i quali avremmo novità a breve. Un saluto da parte degli Evendim!!!

Æxylium – The Blind Crow

Æxylium – The Blind Crow

2016 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven: voce – Fabio: chitarra – Roby: chitarra, cornamusa, banjo – Gabry: basso – Matteo: batteria – Stefano: tastiera – Gabriele: flauto

Tracklist: 1. The Blind Crow – 2. Black Flag – 3. Revive The Village

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Una nuova formazione italiana arriva al debutto e va a infoltire una sempre più agguerrita schiera di gruppi folk metal. Si tratta dei varesotti Æxylium, band che si è formata nel 2014 per volontà di Matteo Morisi e Roberto Cuoghi. Il primo lavoro della formazione lombarda è l’EP The Blind Crow, un tre brani breve ma denso di qualità e buona volontà.

La title-track ci porta nel mondo degli Æxylium: folk metal elegante e “adulto”, non scevro di accelerazioni e riff pesanti come macigni, ma senza mai sfociare nell’extreme o nell’esagerato. Gli strumenti tradizionali sono di primaria importanza, con le linee vocali che si posano dolcemente sui riff ben sostenuti dall’ispirata sezione ritmica. Black Flag inizia alla grande, un vortice di strumenti e melodie che sfocia in una strofa sorretta dal riff di chitarra che ricorda quello di The Four Horsemen, inno tratto dal primo lavoro dei Metallica Kill ’Em All. Di Black Flag va anche menzionata l’interessante parte strumentale, buon gusto tra intrecci e assoli di chitarra. L’ultimo brano dell’EP è Revive The Village, ritmato folk metal più diretto e lineare rispetto alle precedenti composizioni, ideale per infuocare il set di un concerto.

L’artwork un po’ artigianale e la registrazione sporca (per i tempi odierni) non contano quando si ascolta della buona musica suonata da una band al debutto. Undici minuti divisi in tre brani sono un discreto biglietto da visita, abbastanza per capire il mondo musicale degli Æxylium e le loro potenzialità. Ora per la band arriva il bello: confermare quanto di buono qui presente e migliorarsi laddove necessario. Con la prossima uscita, ci si augura un EP con un paio di brani in più, gli Æxylium potrebbero stupire in positivo.

Kanseil – Doin Earde

Kanseil – Doin Earde

2015 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce, Federico Grillo: chitarra, Davide Mazzucco: chitarra, bouzouki, Dimitri De Poli: basso, Luca Rover: batteria, Luca Zanchettin: cornamusa, kantele, Stefano (Herian) Da Re: whistles, rauschpfeife

Tracklist: 1. Lo Spirito Della Notte – 2. Ciada Delàmis – 3. Dòin Earde – 4. Panevìn – 5. Ais Un Snea – 6. Mažaròl – 7. Bus De La Lùm – 8. Bosc Da Rème – 9. Tzimbar Bint – 10. La Sera – 11. Vajont

KanseilDoinEarde

Gli italiani Kanseil, dopo l’ottimo demo Tzimbar Bint, tornano a raccontare la propria terra attraverso la musica, in questo caso con un full-length di grande qualità marchiato Nemeton Records. La band veneta dimostra personalità e la giusta dose di coraggio in tutto quello che fa, a partire dalla scelta della copertina, a prima vista, soprattutto per i colori, quasi più adatta a un lavoro stoner piuttosto che alla musica folk metal proposta dalla formazione nord italiana. La lingua italiana per i testi e un elevato minutaggio sono altri due aspetti da non sottovalutare, con il primo che conferma la spiccata personalità del gruppo, abile nell’utilizzare anche parti dialettali per le liriche. I testi sono delle piccole opere d’arte: prendendo spunto da storie e leggende del loro caro Cansiglio, i Kanseil le hanno fatto proprie, rielaborate e musicate con passione e serietà, un ottimo esempio di quello che vuol dire folk metal.

Le sonorità di Doin Earde seguono quelle del fortunato demo del 2013, ma la band ha lavorato sodo in sala prove per rendere il sound ancora più compatto e vario, arrivando a un risultato eccellente e personale, con canzoni accattivanti e ben strutturate. L’iniziale poesia Lo Spirito Della Notte ci introduce a Ciada Delàmis, muscolosa composizione nella quale non mancano strumenti folk e possenti riff di chitarra sorretti dalla tuonante batteria di Luca Rover. La title-track è un richiamo al contatto con la natura, ricca di melodie epiche e drammatiche, ben interpretata dal cantante Andrea Facchin, singer dalla voce ideale per questo tipo di sonorità. L’ascolto prosegue con l’ottima Panevìn, ricca di cambi di tempo e accattivante nel ritornello grazie alle belle melodie quanto graffiante nelle chitarre; Ais Un Snea è in lingua cimbra, le parole sono prese da una poesia del 1800 trovata in una chiesa d’Asiago: un intermezzo acustico di grande effetto. Mažaròl (uno spiritello dei boschi) è una composizione già presente nel demo di debutto, per questa versione ri-arrangiata e di oltre un minuto più breve. Nella nuova veste la canzone ne guadagna non poco, ora ancora più dinamica e con picchi di melodia e violenza di tutto rispetto. La Bus De La Lùm è la voragine più profonda dell’altopiano del Cansiglio, da sempre grande ispirazione per i Kanseil. Musicalmente è leggermente diversa dalle altre tracce di Doin Earde, le “pause” portano l’ascoltatore a leggere i testi e a capire l’importanza del territorio d’appartenenza, del passato che ancora oggi ci appartiene anche se spesso oscurato dal futile desiderio di modernità. Il Cansiglio è ancora protagonista in Bosc Da Rème: nel periodo veneziano era chiamato “Gran bosco da reme di San Marco” e il legno dei faggi era utilizzato per costruire i remi delle temute galere veneziane; il brano è nel tipico stile dei Kanseil, un riuscito mix di musica folk e metal dalle tinte aggressive. Ci si avvia verso la conclusione del disco con Tzimbar Bint (“vento cimbro”), title-track dell’ottimo demo del 2013: si tratta della composizione più rappresentativa della band sia per l’aspetto musicale che lirico, un inno alla riscoperta della propria cultura e della propria storia. L’acustica La Sera porta al riposo e all’abbraccio della notte serena, l’ultima prima della catastrofe: chiude Doin Earde, difatti, la composizione più struggente e toccante di tutte, Vajont.

Terra tolta ad un popolo, che nei secoli la preservò,
fango e terra ora avvolgono, chi la terra lavorò.

Nei dieci minuti di durata, cupi e drammatici, i Kanseil raccontato della tremenda notte del 9 ottobre 1963, quando in seguito al crollo della tristemente famosa diga persero la vita quasi duemila abitanti dei comuni di Longarone, Erto e Casso tra gli altri. Un modo oscuro e pesante di chiudere l’album, forse la maniera migliore che ci sia per una band folk metal che non vuole dimenticare il passato rendendo omaggio con una canzone particolarmente intensa.

L’artwork è ben curato, a partire dalla copertina realizzata da Blut Tanzt, per giungere al booklet ricco di belle foto e tutti i testi delle canzoni. I suoni di Doin Earde sono ottimi, potenti e compatti, naturali e per nulla plasticosi, con gli strumenti ben equalizzati, con una menzione speciale per quelli folk – non sempre facili da gestire –, particolarmente nitidi: Christian Zecchin (Zeta Production) ha svolto un lavoro eccellente.

Se nel 2016 c’è ancora chi si chiede cosa sia il vero folk metal, una delle poche risposte valide è sicuramente Doin Earde dei Kanseil. Musica e testi vanno a braccetto, il tutto con personalità e voglia di riscoprire e narrare le storie della propria terra con una musica originale ed energica. Doin Earde è uno dei migliori lavori del 2015, un nuovo punto di riferimento per chiunque si voglia cimentare in questo genere musicale. Per i Kanseil, invece, è un punto di arrivo e al contempo un punto di partenza: il Cansiglio ha ancora tanto da raccontare e i nostri menestrelli ci sapranno deliziare con dell’ottimo folk metal.