Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Intervista: Evendim

Il nome Evendim circola da un po’ nell’underground tricolore: merito dei due demo/EP finora pubblicati e delle buone prestazioni sui palcoscenici di festival e locali italiani. Quel che io non sapevo è che gli Evendim sono ragazzi veramente alla mano e simpatici (dei veri toscani!) quanto professionali e precisi in concerto e negli eventi organizzati. Prova ne ho avuta quando sono stati chiamati a suonare all’Hard Rock Cafè di Firenze in occasione della presentazione del mio libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo dello scorso febbraio. Una band da tenere d’occhio!

live al Fosch Fest (ph. Simone Brambilla)

live al Fosch Fest (ph. Simone Brambilla)

Presentate il gruppo ai lettori di Mister Folk.

Il progetto Evendim nasce nell’Aprile 2008, da un’idea di Marco e Danilo, rispettivamente voce e basso del gruppo Invisible Horizon. Con l’intenzione di sperimentare nuove sonorità, anche Petr e Alessio, chitarra e batteria del medesimo gruppo, seguirono i loro compagni, e il progetto prese forma. L’idea era di mantenere i ritmi serrati dell’heavy metal, introducendo inoltre le orecchiabili melodie della musica folk. Per questo motivo, si rese necessario l’inserimento di altri strumenti, e ben presto si aggiunsero un fisarmonicista, Nicola, e un secondo chitarrista, Niccolò.
Dopo un lungo periodo di incubazione, arrivò per il gruppo il “concerto inaugurale”, in occasione del quale si ebbe la partecipazione della cantante Fabiana dai Jungle Boogie, e del tastierista Matteo, dai Blasphera. In seguito, quest’ultimo entrerà stabilmente a far parte della band. Alla fine del 2009, il cantante e fondatore Marco lasciò il gruppo per motivi di lavoro. Al suo posto, subentrò l’ex Sawdust James, e il gruppo si avviò verso la registrazione della prima demo, sotto la supervisione di Joe Firenze e Alessandro Biondi, chitarrista e tastierista della band Pompadur, e con l’aiuto di Pietro Fara (al tempo, insegnante di chitarra di Niccolò), nel “Joe Firenze Studio” di Castelfiorentino (FI). La copertina venne realizzata da Manuel Turini.
Il disco ha visto la luce nei primi mesi del 2011, ed è stato recensito da riviste e webzine quali Spirit Of Metal, Italia di Metallo e Metal Hammer Italia, che lo ha nominato Demo del Mese di Ottobre 2011. Nel corso del 2011, la band ha effettuato una serie di concerti, al fianco di band come Pompadur, Sushi Rain, The Slash, Torgal’s Head, Archeosophia, Whiskey Funeral, e molti altri, ma alla fine di esso, anche James fu costretto a lasciare per motivi di lavoro. Dopo alcuni mesi di ardua ricerca, la band si mise in contatto con Lorenzo, ex-cantante degli ormai sciolti X-emplar, che accettò di unirsi al gruppo. Con questa nuova lineup, il gruppo si prepara a ritornare sui palchi, e a tornare in studio per un secondo lavoro.
Dopo aver finito di registrare la seconda demo (a metà 2014) Niccolò il secondo chitarrista decide di lasciare la band per motivi personali. Lo ringraziamo per tutto quello che ha fatto per la band, e gli auguriamo buona fortuna in tutto!
Dopo qualche mese di ricerca siamo riusciti a trovare un sostituto: Simone, che a breve farà il suo debutto con noi al Sinistrofest!! Dopo il SinistroFest 2014, dove abbiamo condiviso il palco con ODR, Calico Jack, Folk Metal Jacket, Vallorch e Diabula Rasa la nostra avventura sui palchi italiani e toscani continua. Condividendo il palco con The Hotness, Furor Gallico e Sentinum e partecipando al SinistroFest 2015 in compagnia di Arcana Opera, Artaius, Vexillum e Runover.

In estate avete suonato al Fosch Fest: raccontate il concerto, le sensazioni e il responso all’esibizione. C’è stato un gruppo che vi ha colpito particolarmente?

Il Fosch Fest è stata un’esperienza meravigliosa per noi, la prima esperienza in un festival di quel livello in mezzo a band straordinarie. Eravamo molto nervosi e tesi prima di incominciare ma poi sul palco abbiamo dato il massimo. Pensiamo che la gente abbia apprezzato il nostro stile, ci sono arrivate sia critiche che apprezzamenti e questo ci permette di capire dove migliorare. I gruppi che ci hanno colpito (lasciando da parte quelli più famosi) sono i Drakum, Ulvedharr e Atavicus.

Lo scorso febbraio avete calcato il palco dell’Hard Rock Cafè di Firenze proponendo, tra le altre canzoni, una cover ben riuscita di The Wizard dei Black Sabbath: pensate di inserirla in un prossimo demo/EP?

Sinceramente non pensiamo di inserire nessuna cover nel prossimo lavoro ma se dovesse accadere abbiamo anche altre cover da proporre, è ancora tutto da vedere.

live all'Hard Rock Cafè

live all’Hard Rock Cafè

Avete inciso due cd, Whiskey On Fire e Old Boozer’s Tales: come li vedete ora a distanza di anni? Cosa vi hanno insegnato in fatto di esperienza?

Con Whiskey On Fire avevamo da poco iniziato a mischiare le influenze folk con la nostra musica quindi era una sorta di prova, mentre Old Boozer’s Tales è stato un lavoro più evoluto in quanto ci abbiamo messo tutte le nostre varie influenze musicali. Cosa abbiamo appreso? Che bisogna ancora lavorare duro per ottenere dei buoni risultati.

Il vostro folk metal “leggero” ricorda gruppi eleganti come gli Skyclad. Cosa pensate della band inglese e come mai, secondo la vostra esperienza, le band che hanno creato questo genere musicale sono surclassate in fatto di notorietà da gruppi più giovani e spesso poco ispirati?

A dire la verità gli Skyclad li conosciamo poco, solo poche canzoni, sappiamo che sono una band di tutto rispetto ma non ci hanno influenzato molto. Pensiamo che i fan del folk metal apprezzino più un folk aggressivo cantato in growl, con accordature basse, invece di qualcosa più soft e classico, infatti esistono più band su questo stile che su quello degli Skyclad, molti tra l’altro si somigliano e resta difficoltoso distinguerli. Poche nuove band hanno quel qualcosa in più dove riesci a capire chi sono, questo è solo un pensiero nostro.

La canzone Black Roses (contenuta in Old Boozer’s Tales) è una sorta di power ballad, secondo me molto ben riuscita. Pensate di proporre qualcosa del genere anche in futuro?

Sì, le ballad sono parte integrante del nostro repertorio, e ne abbiamo altre in lavorazione.

Come è la scena toscana e vi sentite parte di essa?

Parlando di folk in toscana esistono poche band su questo genere e noi siamo una di quelle, per il resto della musica rock/metal esistono tante band toscane valide, e per fortuna ci sono ancora dei locali che propongono e sostengono questa scena. Mancano le persone, i fan che supportano tale realtà. Sono pochi i metallari toscani rispetto ad altre regioni, soprattutto guardando al nord, dove viene seguito maggiormente il genere.

Il famosissimo sito/archivio metal-archives.com vi ha tolto dalla lista delle band perché “non abbastanza metal” per farne parte. La cosa mi sembra ridicola in quanto nel sito sono presenti band ben più soft se non del tutto acustiche (Wardruna). Pensate sia un danno alla visibilità della band?

Ci dispiace tanto non poter più far parte del sito però potrebbe ricredersi in futuro, di sicuro un po’ più visibilità si poteva avere attraverso di loro comunque faremo il possibile per rientrarci.

Anche su Facebook rimarcate il fatto di suonare folk metal, avendo aggiunto al vostro nome proprio la dicitura “folk metal”. Cos’è per voi questo genere musicale e quali sono i gruppi ai quali vi ispirate maggiormente?

Premettiamo che la dicitura “folk metal” non è stata un modo scelto da noi per rimarcare il nostro genere ma siamo stati costretti da Facebook in quanto non ci concedeva come nome la sola parola Evendim.
 Questo genere per noi rappresenta la libertà, la passione, il divertimento che mettiamo nell’esprimerci e creare le nostre canzoni. Abbiamo cominciato facendo cover dei Korpiklaani, i quali insieme agli Alestorm, Elvenking e altre band, ci hanno fatto avvicinare al folk-metal. Nell’ascoltare le nostre canzoni trovi in noi diversi generi musicali, per esempio per le ballad ci ispiriamo anche all’hard rock anni 80.

Classica domanda sulla salute della band: cosa state facendo e cosa dobbiamo aspettarci dagli Evendim nel prossimo futuro?

In questo momento siamo in una piccola pausa dalla scena live, per poter finire le ultime canzoni che andranno a comporre il nostro nuovo album, speriamo di entrare in studio a breve, per poi tornare a fare più concerti possibili.

Grazie ragazzi per la disponibilità e la simpatia, vi lascio lo spazio per dire tutto quel che volete.

Grazie a te per l’intervista, e grazie ai nostri fan che ci sostengono e per i quali avremmo novità a breve. Un saluto da parte degli Evendim!!!

Æxylium – The Blind Crow

Æxylium – The Blind Crow

2016 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven: voce – Fabio: chitarra – Roby: chitarra, cornamusa, banjo – Gabry: basso – Matteo: batteria – Stefano: tastiera – Gabriele: flauto

Tracklist: 1. The Blind Crow – 2. Black Flag – 3. Revive The Village

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Una nuova formazione italiana arriva al debutto e va a infoltire una sempre più agguerrita schiera di gruppi folk metal. Si tratta dei varesotti Æxylium, band che si è formata nel 2014 per volontà di Matteo Morisi e Roberto Cuoghi. Il primo lavoro della formazione lombarda è l’EP The Blind Crow, un tre brani breve ma denso di qualità e buona volontà.

La title-track ci porta nel mondo degli Æxylium: folk metal elegante e “adulto”, non scevro di accelerazioni e riff pesanti come macigni, ma senza mai sfociare nell’extreme o nell’esagerato. Gli strumenti tradizionali sono di primaria importanza, con le linee vocali che si posano dolcemente sui riff ben sostenuti dall’ispirata sezione ritmica. Black Flag inizia alla grande, un vortice di strumenti e melodie che sfocia in una strofa sorretta dal riff di chitarra che ricorda quello di The Four Horsemen, inno tratto dal primo lavoro dei Metallica Kill ’Em All. Di Black Flag va anche menzionata l’interessante parte strumentale, buon gusto tra intrecci e assoli di chitarra. L’ultimo brano dell’EP è Revive The Village, ritmato folk metal più diretto e lineare rispetto alle precedenti composizioni, ideale per infuocare il set di un concerto.

L’artwork un po’ artigianale e la registrazione sporca (per i tempi odierni) non contano quando si ascolta della buona musica suonata da una band al debutto. Undici minuti divisi in tre brani sono un discreto biglietto da visita, abbastanza per capire il mondo musicale degli Æxylium e le loro potenzialità. Ora per la band arriva il bello: confermare quanto di buono qui presente e migliorarsi laddove necessario. Con la prossima uscita, ci si augura un EP con un paio di brani in più, gli Æxylium potrebbero stupire in positivo.

Kanseil – Doin Earde

Kanseil – Doin Earde

2015 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce, Federico Grillo: chitarra, Davide Mazzucco: chitarra, bouzouki, Dimitri De Poli: basso, Luca Rover: batteria, Luca Zanchettin: cornamusa, kantele, Stefano (Herian) Da Re: whistles, rauschpfeife

Tracklist: 1. Lo Spirito Della Notte – 2. Ciada Delàmis – 3. Dòin Earde – 4. Panevìn – 5. Ais Un Snea – 6. Mažaròl – 7. Bus De La Lùm – 8. Bosc Da Rème – 9. Tzimbar Bint – 10. La Sera – 11. Vajont

KanseilDoinEarde

Gli italiani Kanseil, dopo l’ottimo demo Tzimbar Bint, tornano a raccontare la propria terra attraverso la musica, in questo caso con un full-length di grande qualità marchiato Nemeton Records. La band veneta dimostra personalità e la giusta dose di coraggio in tutto quello che fa, a partire dalla scelta della copertina, a prima vista, soprattutto per i colori, quasi più adatta a un lavoro stoner piuttosto che alla musica folk metal proposta dalla formazione nord italiana. La lingua italiana per i testi e un elevato minutaggio sono altri due aspetti da non sottovalutare, con il primo che conferma la spiccata personalità del gruppo, abile nell’utilizzare anche parti dialettali per le liriche. I testi sono delle piccole opere d’arte: prendendo spunto da storie e leggende del loro caro Cansiglio, i Kanseil le hanno fatto proprie, rielaborate e musicate con passione e serietà, un ottimo esempio di quello che vuol dire folk metal.

Le sonorità di Doin Earde seguono quelle del fortunato demo del 2013, ma la band ha lavorato sodo in sala prove per rendere il sound ancora più compatto e vario, arrivando a un risultato eccellente e personale, con canzoni accattivanti e ben strutturate. L’iniziale poesia Lo Spirito Della Notte ci introduce a Ciada Delàmis, muscolosa composizione nella quale non mancano strumenti folk e possenti riff di chitarra sorretti dalla tuonante batteria di Luca Rover. La title-track è un richiamo al contatto con la natura, ricca di melodie epiche e drammatiche, ben interpretata dal cantante Andrea Facchin, singer dalla voce ideale per questo tipo di sonorità. L’ascolto prosegue con l’ottima Panevìn, ricca di cambi di tempo e accattivante nel ritornello grazie alle belle melodie quanto graffiante nelle chitarre; Ais Un Snea è in lingua cimbra, le parole sono prese da una poesia del 1800 trovata in una chiesa d’Asiago: un intermezzo acustico di grande effetto. Mažaròl (uno spiritello dei boschi) è una composizione già presente nel demo di debutto, per questa versione ri-arrangiata e di oltre un minuto più breve. Nella nuova veste la canzone ne guadagna non poco, ora ancora più dinamica e con picchi di melodia e violenza di tutto rispetto. La Bus De La Lùm è la voragine più profonda dell’altopiano del Cansiglio, da sempre grande ispirazione per i Kanseil. Musicalmente è leggermente diversa dalle altre tracce di Doin Earde, le “pause” portano l’ascoltatore a leggere i testi e a capire l’importanza del territorio d’appartenenza, del passato che ancora oggi ci appartiene anche se spesso oscurato dal futile desiderio di modernità. Il Cansiglio è ancora protagonista in Bosc Da Rème: nel periodo veneziano era chiamato “Gran bosco da reme di San Marco” e il legno dei faggi era utilizzato per costruire i remi delle temute galere veneziane; il brano è nel tipico stile dei Kanseil, un riuscito mix di musica folk e metal dalle tinte aggressive. Ci si avvia verso la conclusione del disco con Tzimbar Bint (“vento cimbro”), title-track dell’ottimo demo del 2013: si tratta della composizione più rappresentativa della band sia per l’aspetto musicale che lirico, un inno alla riscoperta della propria cultura e della propria storia. L’acustica La Sera porta al riposo e all’abbraccio della notte serena, l’ultima prima della catastrofe: chiude Doin Earde, difatti, la composizione più struggente e toccante di tutte, Vajont.

Terra tolta ad un popolo, che nei secoli la preservò,
fango e terra ora avvolgono, chi la terra lavorò.

Nei dieci minuti di durata, cupi e drammatici, i Kanseil raccontato della tremenda notte del 9 ottobre 1963, quando in seguito al crollo della tristemente famosa diga persero la vita quasi duemila abitanti dei comuni di Longarone, Erto e Casso tra gli altri. Un modo oscuro e pesante di chiudere l’album, forse la maniera migliore che ci sia per una band folk metal che non vuole dimenticare il passato rendendo omaggio con una canzone particolarmente intensa.

L’artwork è ben curato, a partire dalla copertina realizzata da Blut Tanzt, per giungere al booklet ricco di belle foto e tutti i testi delle canzoni. I suoni di Doin Earde sono ottimi, potenti e compatti, naturali e per nulla plasticosi, con gli strumenti ben equalizzati, con una menzione speciale per quelli folk – non sempre facili da gestire –, particolarmente nitidi: Christian Zecchin (Zeta Production) ha svolto un lavoro eccellente.

Se nel 2016 c’è ancora chi si chiede cosa sia il vero folk metal, una delle poche risposte valide è sicuramente Doin Earde dei Kanseil. Musica e testi vanno a braccetto, il tutto con personalità e voglia di riscoprire e narrare le storie della propria terra con una musica originale ed energica. Doin Earde è uno dei migliori lavori del 2015, un nuovo punto di riferimento per chiunque si voglia cimentare in questo genere musicale. Per i Kanseil, invece, è un punto di arrivo e al contempo un punto di partenza: il Cansiglio ha ancora tanto da raccontare e i nostri menestrelli ci sapranno deliziare con dell’ottimo folk metal.

Haegen – Tales From Nowhere

Haegen – Tales From Nowhere

2015 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Leonardo Lasca: voce – Samuele Secchiaroli: chitarra – Nicola Scalzotto: basso – Tommaso Sacco: batteria – Eugenio Cammoranesi: tastiera – Federico Padovano: flauti

Scaletta: 1. Dal Castello Alla Foresta – 2. Haegen – 3. Make A Wish – 4. Russian Disaster – 5. The Soul Of Your Worst Death

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Nati nel 2012 in provincia di Ancona, gli Haegen tornano a farsi sentire a un anno dal demo di debutto, e lo fanno con un EP di cinque pezzi, Tales From Nowhere, che mette in risalto le qualità del gruppo marchigiano. Le differenze dall’acerbo primo lavoro sono evidenti e denotano il buon lavoro svolto in sala prove, a partire dalla produzione, per finire con la composizione dei brani.

Quello degli Haegen è un folk metal non facile da definire in quanto non sono riscontrabili palesi influenze da parte di act blasonati, il che fa senz’altro onore al gruppo di Osimo, ma che può spiazzare l’ascoltatore meno ferrato. Sicuramente questo fatto è un grande merito che va riconosciuto agli Haegen, capaci in pochi mesi di passare da brani non sempre di buon spessore, a composizioni personali e accattivanti.

Tales From Nowhere inizia con Dal Castello Alla Foresta, unico pezzo cantato in italiano. Il ritmo prende fin dal primo ascolto, la fisarmonica è padrona delle melodie e stupisce in positivo la voce del cantante Leonardo Lasca, leggermente sporca il tanto che basta per renderla perfetta per il sound della band. La seguente Haegen ha sonorità vagamente francesi, forse un tributo all’origine del nome (per capire è possibile leggere l’intervista al gruppo QUI). Il ritornello è il punto di forza, ma l’intero brano, grazie alle prove ordinate e convinte dei singoli musicisti, si rivela essere particolarmente ispirato. Make A Wish prosegue la strada del precedente brano, ma in maniera più oscura e pesante, come se il sole fosse improvvisamente scomparso lasciando spazio a nuvoloni carichi di pioggia; la parte finale della traccia, più movimentata dal punto di vista musicale, presenta pregevoli spunti strumentali e inaspettati cambi di tempo che la rendono particolarmente dinamica. Divertente e allegra, Russian Disaster è caratterizzata dalla fisarmonica che recita un ruolo fondamentale nell’economia del brano e dai cori imponenti nella loro semplicità, tra accelerazioni e ritornelli urlati. Chiude Tales From Nowhere la canzone The Soul Of Your Worst Death, dal mood oscuro (come suggerisce il titolo), ma che presto si scrolla di dosso l’oscurità a favore di un folk metal frizzante e movimentato.

La produzione è decisamente buona, il lavoro svolto nello studio di registrazione DPF Studio da Mauro Ulag è sopra la media considerando che si tratta della prima “vera” incisione per gli Haegen: tutti gli strumenti ne escono vincitori, ma è la voce “adulta” di Leonardo Lasca a trainare spesso i pezzi.

Tales From Nowhere è un bel passo in avanti per la giovane formazione italiana: canzoni piacevoli e l’attitudine giusta per il genere sono importanti tanto quanto non scimmiottare band famose, cosa assai rara quando si è ai primi anni di attività. Di lavoro ce n’è ancora molto da fare, ma gli Haegen hanno sicuramente intrapreso la via giusta.

Dyrnwyn – Fatherland

Dyrnwyn – Fatherland

2013 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thanatos: voce – Rick Deckard: chitarra ritmica – Vidarr Aesir: chitarra solista – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Michela Luciani: flauto traverso – Michelangelo Iacovella: tastiera, ghironda, arpa celtica, mandolino

Tracklist: 1. Dyrnwyn 2. Battle Prayer – 3. Fatherland – 4. Whispering Wood

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I Dyrnwyn sono una giovane realtà romana: nati nel settembre 2012 per volontà del drummer Ivan Coppola e del bassista Ivan Cenerini, sono riusciti in poco tempo a trovare la stabilità di line-up che li ha portati a incidere, nel dicembre 2013 – stesso mese di pubblicazione – il demo Fatherland, quattro tracce debitore nei confronti dell’extreme folk metal di Ensiferum, Suidakra e Northern, band spagnola spesso ingiustamente sottovalutata e autrice del buon full length del 2010 self titled.

Al di là della qualità musicale, comunque degna di nota, la prospettiva di avere una scena, per quanto piccola e instabile, di gruppi folk metal (e affini) tra Roma e il Lazio, è la prima buona notizia. Il ritorno degli Oak Roots, il disco in uscita dei Korrigans, l’EP degli Hagalaz e il primo lavoro dei capitoli Dyrnwyn (più un’altra piccola sorpresa in attesa di conferma) sono il nucleo di base dal quale iniziare per rafforzare le radici di una scena che in realtà non è mai esistita, salvo poi ritrovarsi in 400 al concerto dei Folkstone, quattro volte tanto, giusto per fare un paragone con una band storica, rispetto agli ultimi due concerti capitolini dei Rotting Christ.

Le quattro tracce presenti in Fatherland sono un mix esplosivo di influenze varie e personalità, dove i riff si stagliano contro l’ascoltatore e le linee vocali squarciano la pelle. I venti minuti del demo iniziano con il lungo arpeggio acustico che porta allo stacco di Dyrnwyn, canzone che mette immediatamente in risalto la voce cruda e tagliente di Thanatos, oltre a semplici ed efficaci riff di chitarra e una parte folkloristica più che discreta. La seconda traccia è Battle Prayer, maggiormente cadenzata rispetto l’opener e con il flauto di Michela Luciani in bella vista; anche in questo caso le linee vocali sono accattivanti il giusto e il songwriting di qualità. La titletrack è, con oltre sei minuti e mezzo di durata, la più lunga de demo: un mid tempo roccioso con spruzzate di tastiera e strumenti folk che guidano gli stacchi e le melodie principali, ben sorretti dalla granitica sezione ritmica e dalla voce di Thanatos (singer anche dei Korrigans), evocativa come non mai. Il brano viene trainato alla conclusione da una parte strumentale particolarmente epica, con il seguente – e conclusivo pezzo Whispering Wood che parte sparato tra doppia cassa e una certa aggressività (mai esagerata o fine a se stessa) che i Dyrnwyn sanno ben controllare. La voce varia tra growl e scream, la sezione centrale della composizione è prevalentemente strumentale (sempre ottimi gli inserti folk) e ben collegata con strofe e i potenti stacchi, per poi riprendere la marcia verso il finale di canzone.

Non sono presenti veri difetti, e anche la produzione non è male. Sicuramente migliorabile con più tempo a disposizione e maggiore esperienza, ma comunque “giusta” per questo tipo di release: in fondo si tratta del primo demo, e sicuramente il combo romano saprà migliorare anche questo aspetto con il prossimo lavoro.

Il demo Fatherland risulta essere sicuramente un buon inizio. I Dyrnwyn sono giovani e devono ancora percorrere molta strada per affermarsi a livello nazionale, ma la via intrapresa è decisamente quella giusta: parlare della propria terra, tanto più se ricca di storia e sangue, in un contesto musicale di qualità, è il modo migliore per conquistare il cuore degli ascoltatori.