Kanseil – Cant Del Corlo

Kanseil – Cant Del Corlo

2020 – EP – Rockshots Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Marco Salvador: chitarra – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover: percussioni, scacciapensieri – Stefano Da Re: whistles – Davide Mazzucco: bouzouki – Luca Zanchettin: cornamusa

 Tracklist: 1. Levante – 2. Verta – 3. Tra Le Fronde – 4. Boscars – 5. Il Sergente Nella Neve – 6. Ponente

La storia dei Kanseil, se siete lettori di Mister Folk, vi dovrebbe essere ben famigliare. Il demo Tzimbar Bint del 2013 aveva fatto gridare al miracolo, portando con sé tante speranze per il full-length di debutto, quel Doin Earde che ha confermato la bontà artistica della band veneta che è poi riuscita, grazie al secondo lavoro Fulìsche, a scalare posizioni nel panorama folk metal italiano, raccogliendo i giusti complimenti per una carriera fin qui esemplare.

Cant Del Corlo è un EP acustico composto da sei tracce, ovvero quattro canzoni più intro e outro. Si tratta di un concept album sulle quattro stagioni, una cosa sulla quale l’uomo (fortunatamente) non può mettere mano, anche se i danni, lo sappiamo bene, li ha comunque fatti e, purtroppo, li continuerà a fare. I Kanseil non sono nuovi alla dimensione acustica, basti pensare all’eccellente Serravalle del prima citato Fulìsche, uno dei brani più ispirati del disco. Inoltre il tema dei testi, unito alla sensibilità dei musicisti, porta immediatamente a immagini legate a un fuoco acceso con intorno i ragazzi a suonare con delicatezza la propria musica, quasi ad evocare le lontane notti dei nostri antenati, notti attorno a un fuoco caldo a raccontare storie di epoche ormai quasi dimenticate. I ventidue minuti di Cant Del Corlo iniziano con Levante, l’intro che porta alla prima “vera” canzone dal titolo Verta: il marchio Kanseil è chiaro fin dai primi secondi e si capisce immediatamente quanto la band si trovi a proprio agio in veste completamente acustica. Tra Le Fronde suona intima e delicata, con una parte chitarristica che ben si amalgama con il resto e dove la voce di Andrea Facchin si fa grintosa in occasione del ritornello. Si giunge quindi a Boscars, una composizione che entra immediatamente nel cuore dell’ascoltatore, un brano che merita di essere proposto anche nei “classici” concerti elettrici: quando si ha a che fare con una poesia di questo genere non si può far altro che lasciarsi trasportare dalle emozioni e godere della bellezza che ci viene proposta. La malinconia, ma anche la speranza, è la spina dorsale de Il Sergente Nella Neve:

Ora che qui tutto tace
vedo i ricordi miei
inseguire l’orizzonte
ora che resto da solo
vecchio e debole
non basterà un saluto

La neve, i boschi, il tempo che passa… tutto molto poetico, ma anche magico grazie alla musica dei Kanseil, al loro modo di proporre certi temi, una sensibilità che in pochi anno. Verrebbe da dire che vivere e crescere in luoghi pieni di verde, quasi incantati per fascino e bellezza, sia il “segreto”, ma così non è, perché altrimenti tutti i musicisti che hanno la fortuna di vivere in determinati luoghi avrebbero la stessa sensibilità e “romanticismo” nei confronti della natura. No, questa è una peculiarità dei Kanseil e loro sono bravi ad esaltarla nella propria musica.

I Kanseil hanno fatto di nuovo centro e, se nella maggior parte dei casi, gli EP sono semplici lavori “minori”, a volte utili per presentare delle novità, questa volta le cose non stanno così: Cant Del Corlo è un lavoro di pari importanza dei full-length, che mostra un lato forse meno conosciuto della formazione, ma che riveste grande importanza per l’ispirazione dei musicisti. Altamente consigliato.

Intervista: Cernunnos’ Folk Band

Le terre marchigiane sono note, tra le altre cose, anche per il vino (e chi ama l’underground non può che pensare ai Kurnalcool, band culto di Falconara, Ancona): proprio al vino i simpatici Cernunnos’ Folk Band danno tanta rilevanza e ci spiegano le motivazioni in questa gustosa intervista. Ma non solo: spazio al loro primo EP Summa Crapula, al sogno di suonare al Montelago Celtic Festival e altro ancora. In alto i calici!

foto di Stefano Santaroni

Iniziamo con la classica presentazione della band: come e quando vi siete formati, quali sono i vostri obiettivi.

Ciao e grazie per questa intervista. I Cernunnos’ folk band nascono da un progetto del cantante Marco Castellani che nell’ottobre 2014 inizia a scrivere testi e arrangiamenti e a reclutare musicisti. A settembre 2016 si forma la band, sette elementi che includono flauto traverso e fisarmonica. Summa Crapula, il nostro primo EP, viene registrato a febbraio 2018. Terminate le registrazioni la band cambia batterista, la fisarmonica viene sostituita dal violino ed entra ufficialmente Andrea Pulita come secondo cantante dopo aver partecipato anche alle incisioni nei cori. Forte di otto elementi la band ha già in serbo materiale per il primo LP, oltre a continuare la scrittura di pezzi e continua ad esibirsi dal vivo. I nostri obiettivi sono quelli di suonare, divertirci e creare insieme nuova musica oltre a, naturalmente, migliorare sempre di più come band e come singoli musicisti.

Siete marchigiani ed avete scelto Cernunnos come nome, perché questa scelta? Conoscete la band argentina con il vostro stesso nome che suona dal 2012 e fa anch’essa folk metal?

Il legame fra la nostra regione, le Marche appunto, e la cultura celtica non è poi così lontano come qualcuno potrebbe pensare. È infatti storicamente appurato che intorno al 390 a.C. una tribù celtica, i Galli Senoni, scesero dai loro territori originari per poi stanziarsi fra Ravenna e il fiume Esino, andando di fatto ad invadere territori fino ad allora occupati dagli Umbri. Proprio nelle attuali Marche, fondarono la loro capitale: Sena Gallica, oggi conosciuta col nome di Senigallia. Inoltre molti resti di antiche necropoli celtiche sono state rinvenuti fra Arcevia e Osimo proprio a testimonianza della lunga permanenza dei Galli nelle nostra terra. Cernunnos è una divinità celtica cornuta, custode dei boschi e degli animali, il dio che fa fluire il corso della vita e della morte. Lo abbiamo scelto per evidenziare il nostro legame a una filosofia di connessione con la natura e con l’adottare uno stile di vita semplice e genuino, ciò che faceva parte della storia dell’uomo e che oggi, purtroppo, sembra si stia andando perdendo sempre di più. Per quanto riguarda l’altra band folk metal dal nome simile al nostro lo abbiamo scoperto solo in un secondo momento. Fortunatamente il nome ufficiale della nostra band è Cernunnos’ Folk Band, proprio per differenziarci da altri gruppi. Segnalo a tal proposito anche l’esistenza di un’altra band chiamata Cernunnos, americana, che suona symphonic black metal.

Passiamo a parlare dell’EP Summa Crapula: avete tutto lo spazio a vostra disposizione per raccontare quello che si cela dietro e dentro le quattro tracce che lo compongono.

Summa Crapula si apre con Vino, inno alla sacra ambrosia degli Dei, compagno di miti, leggende e storielle divertenti. La canzone è un nostro omaggio a tale bevanda e a tutti i bei momenti che ha segnato. Segue poi Nella Taverna, vera e propria party song dell’EP dove narriamo dell’importanza che la taverna (ma anche i piccoli pub o bar di paese) hanno come luogo di socializzazione e svago. Con Valhalla invece ci spostiamo verso toni più epici, andando ad attingere dalla mitologia norrena che da sempre ci affascina e ci incuriosisce. Il finale è riservato a Dall’Alto delle Guglie, una vera e propria dichiarazione di disprezzo verso ciò che l’istituzione Chiesa ha rappresentato nei suoi 2000 e più anni di storia: un covo di nefandezze e menzogne mascherate dietro una facciata di apparente santità che del messaggio originale di Gesù Cristo non ha nemmeno l’ombra.

Come reputate Summa Crapula a qualche mese dalla pubblicazione, ne siete soddisfatti? Può essere considerato un primo punto di arrivo o un nuovo punto di partenza?
Decisamente è un punto di partenza. Come tutte le opere prime, trattandosi di un demo autoprodotto praticamente ha senza dubbio delle ingenuità e sicuramente alcune cose potevano essere fatte diversamente, ma allo stesso tempo rappresenta una pietra miliare nella storia della band, una fotografia del nostro primo periodo, forse grezzo, forse poco raffinato ma genuino, sincero e con quella carica primordiale che solo le prime opere hanno. Da qui possiamo dare vita al progetto vero e proprio, evolvendoci, rinnovandoci ed affinandoci. Da Summa Crapula possiamo avere un riscontro con noi stessi. Possiamo imparare dai nostri errori e produrre materiale migliore.

Ascoltando i testi pare chiara la vostra identità di party band con la predilezione per il vino. Io li ho trovati un po’ ingenui e credo che possiate fare un lavoro migliore sia per quel che riguarda le linee vocali che per quel che viene cantato. Qual è il vostro parere rispetto a queste critiche?

Ogni critica, se ben motivata e posta in modo costruttivo è un importantissimo spunto di crescita personale e professionale. I nostri primi pezzi sono sbarazzini e semplici perché è quello il mood che volevamo dare a quei pezzi: una band composta da ragazzi giovani e vitali, che suonano non tanto per mandare chissà quale messaggio ma per divertirsi e divertire, soprattutto. Già nella canzone Dall’Alto Delle Guglie, però, iniziamo ad affrontare tematiche più impegnate, come anche nei nuovi pezzi su cui stiamo lavorando.

State componendo nuove canzoni e in caso potete dare qualche anticipazione? Le “vecchie” canzoni vanno bene così o state rimettendo mano anche a quelle?

Siamo una band e prima ancora siamo persone, esseri umani. È normale un’evoluzione all’interno della nostra vita e di conseguenza anche all’interno di ciò che proponiamo come gruppo. I nostri brani in lavorazione, come detto prima, andranno a mostrare agli ascoltatori il nostro lato più introspettivo, oltre che portare alla luce tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, pur senza dimenticare quell’anima “festaiola” che ci ha caratterizzati finora e dovrà sempre caratterizzarci.

Rispetto al cd la formazione è cambiata: chi sono i nuovi arrivati e cosa stanno portando alla causa Cernunnos’?

Ogni cambiamento porta sempre qualcosa con sé e fortunatamente possiamo affermare con orgoglio che i cambiamenti che ha affrontato la band hanno portato finora solo lati positivi: Benedikt è un batterista estremamente preparato e capace nonostante la giovane età e questo non può che essere un bene. Con l’aggiunta di Andrea alla voce possiamo anche iniziare a esplorare tutto un nuovo mondo di intendere canzoni e melodie vocali, potendo ora giocare maggiormente su cori e armonie. Infine, Federico col suo violino e le sue idee, ha portato tutta una nuova ventata di freschezza all’interno del sound della band. Ognuno dei membri della band, vecchi e nuovi, sta contribuendo al massimo e questo non può che renderci felici e fieri di quanto stiamo ottenendo.

Siete in contatto con altre realtà locali? Vi sentite parte di una scena?

Siamo in contatto con altre band, come è normale che sia, per scambiarci consigli, palchi e date. Però non possiamo di certo ancora considerarci parte integrante della scena folk metal italiana, al massimo ci stiamo appena affacciando ad essa, ma siamo fermamente intenzionati a ritagliarci il nostro spazio in essa.

Nella biografia raccontate di sognare il palco del festival di Montelago. È strano che una metal band sogni Montelago invece dei “classici” Wacken o Hellfest. Immagino quindi che abbiate un forte legame con il Montelago Celtic Festival, è così?

Il Festival Celtico di Montelago è un po’ una seconda casa per molti di noi, è ciò che ci ha uniti, fin dall’inizio, in alcuni casi prima ancora che la band esistesse: è parte di noi. Vogliamo inoltre essere realisti, i palchi più grandi saranno per il futuro. L’importante è procedere per passi e tappe, senza voler correre troppo. Per ora vogliamo Montelago, poi, ottenuto quello, magari punteremo anche il Wacken o l’Hellfest.

A proposito di concerti, com’è un live dei Cernunnos’ Folk Band? Suonate altre canzoni oltre a quelle dell’EP? Fate delle cover?

Se dovessi descrivere in una parola i nostri live, userei il termine ENERGICI. Durante gli show suoniamo i quattro pezzi dell’EP, altri pezzi ancora non pubblicati e due cover dei Folkstone: Prua Contro Il Nulla e Lo Stendardo. In futuro contiamo di aggiungere sempre nuove canzoni nostre e magari variare anche le cover andando a pescare da brani popolari e tipici del genere.

Per concludere: quali sono, secondo voi, i punti di forza dei Cernunnos’ Folk Band e in cosa invece credete di dover migliorare?

I nostri punti di forza sono senza dubbio presenza scenica e coinvolgimento del pubblico. Ovunque abbiamo suonato abbiamo ricevuto grande riscontro dal pubblico che si è sempre divertito e ha apprezzato la performance. Crediamo comunque di dover migliorare tutto, perché siamo giovani e possiamo e soprattutto DOBBIAMO migliorare. Non bisogna mai fermarsi nella propria isoletta felice ma puntare sempre oltre l’orizzonte.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Grazie a te per l’intervista, vi aspettiamo in giro per fare casino con noi sopra e sotto il palco, IN ALTO I CALICI!

la nuova formazione in concerto

Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

2018 – full-length – Areasonica Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jonathan Pablo Berretta: voce, tin whistle – Mattia Pivotto: chitarra, bouzouki irlandese, tin e low whistle, bodhran, voce – Nicola Pavan: basso – Federico Rebeschini Sambugaro: batteria – Ilaria Vellar: organetto, fisarmonica, voce

Tracklist: 1. Liid Dar Tzimbarn – 2. Dating A Witch – 3. Trink Bain, Trink – 4. Another Drinking Song – 5. Bar Zeinan Noch Hia – 6. Tzimbar Baip – 7. Tantzasto Met Miar – 8. Tzimbar Tantze – 9. Living Fast – 10. Maine Liibe Perg – 11. Khriighenacht Boarspill – 12. Khriighenacht – 13. Bill Kheeran Dar Balt

I Balt Hüttar sono una nuova realtà che si affaccia sulla scena folk metal italiana. In verità la band veneta ha esordito nel 2014 con il demo Tzimbar Tanze, ma è con questo full-length dal titolo Trinkh Met Miar (“Bevi con me” in cimbro) che il nome del gruppo inizia a circolare tra addetti ai lavori e pubblico. L’amore dei musicisti per la propria terra è palese e nelle tredici tracce dell’album c’è spazio per il folklore popolare, le storie del popolo cimbro e per le vicende che hanno segnato l’Altopiano di Asiago. Fin dai primi ascolti è possibile rendersi conto delle genuinità dei ragazzi, è chiaro che sono spinti da una sana passione per il genere e che a suonare si divertono non poco. Ci sono dei momenti molto intensi e ben fatti, altri dove viene dato spazio all’aspetto più godereccio del folk metal, così come ci sono dei passaggi che mettono in mostra le potenzialità del gruppo non pienamente espresse. Essendo Trinkh Met Miar un esordio, come spesso capita, sono presenti anche dei brani meno ispirati o che forse potrebbero rendere meglio con alcuni dettagli maggiormente curati, ma sono “errori” di gioventù che con il passare del tempo (e dei concerti) verranno sistemati dai musicisti.

I quarantanove minuti di Trinkh Met Miar sono divisi in tredici tracce, comprese intro in cimbro e intermezzo a circa metà disco. Le canzoni sono ben fatte e accattivanti salvo un paio di composizioni sottotono che allungano il disco senza particolari spunti. Tra i brani più suggestivi vanno sicuramente menzionati Dating A Witch, folk metal diretto che si sviluppa con personalità nella seconda parte, il divertente Trink Bain, Trink, brano movimentato sulla linea di quanto fatto dagli emiliani Kalevala hms e sicuramente un pezzo che dal vivo coinvolgerà anche il più pigro degli spettatori. Su coordinate simili si muove Another Drinking Song, simpatica quanto immediata anche grazie all’ottimo lavoro degli strumenti folk, mentre qualcosa di diverso è possibile ascoltare nelle convincenti Tzimbar Baip, cantata da Ilaria Vellar, e Tantzasto Met Miar (un invito a ballare da parte del cavaliere alla sua dama) che vede alla prova per la prima volta il duetto Berretta/Vellar con buoni risultati. I cantanti dei Balt Hüttar alternano inglese, cimbro e italiano, ma sono i testi in quest’ultima lingua che dovrebbero essere curati maggiormente per evitare risultati non all’altezza della musica come nel caso di Bar Zeinan Noch Hia e in parte Khriighenacht. La chiusura è affidata alle delicate note di Bill Kheeran Dar Balt: non potrebbe esserci conclusione migliore.

Trinkh Met Miar è un lavoro fatto con il cuore in grado di far divertire ed emozionare più di una volta. Alcuni passaggi (soprattutto vocali) sono da rivedere e rendere più personali e maturi, ma i Balt Hüttar (“Guardiani del bosco” il significato del nome) mostrano con questa release la voglia e la capacità di raccontare storie magari semplici ma importanti: il risultato è discreto, dei momenti sottotono ne faranno esperienza e il prossimo disco sarà sicuramente un passo in avanti per la band.

Mister Folk festeggia i 5 anni di attività!

Questo è un giorno speciale: MISTERFOLK.COM spegne le prime 5 candeline! A pensarci ora il 2013 sembra così lontano, eppure questi anni sono letteralmente volati e il sito, pur tra le difficoltà tipiche della vita, è sempre andato avanti cercando di fare tutto al meglio per il bene della scena folk/viking metal.

Di conseguenza dopo un po’ di tempo le “classiche” recensioni e interviste non sono più bastate e sono arrivate due novità che sono state ben recepite da voi lettori e appassionati: una piccola ma volenterosa distro per cd underground e il festival del sito, che ha portato a Roma nomi come Skyforger, Heidra, Selvans, Atavicus e Vinterblot, dando anche visibilità alla scena locale con i concerti di Blodiga Skald, Dyrnywn e Under Siege.

MISTER FOLK DISTRO

MISTER FOLK FESTIVAL

A oggi l’archivio del sito conta 222 recensioni, 93 interviste, 27 live report e 40 articoli di vario tipo. La mole di dischi immessi mensilmente sul mercato da label e band è impressionante e non è possibile recensirli tutti quanti, quindi spesso sono state fatte delle scelte dettate dal cuore, quasi sempre a scapito dei click facili, tipo recensire e dare la precedenza a band underground e autoprodotte invece dei nomi storici proposti dalle etichette “pesanti”, recensioni che potete trovare su qualunque rivista o sito. Con questo spirito sono state pubblicate ben 5 compilation gratuite e piene di buona musica con il plus dell’artwork professionale realizzato dall’illustratrice Elisa Urbinati (autrice anche del nuovo logo!). Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile senza l’aiuto e il supporto dei collaboratori/traduttori presenti e passati (Stefano Zocchi, Chiara Coppola, Flavia Di Luzio, Luca Taglianetti e Claudia Ithil), grazie per la pazienza e il duro lavoro. Infine, il mese scorso è stata ufficializzata la collaborazione con la Hellbones Records, giovane e volenterosa etichetta romana che seguirà con interesse la scena folk metal tricolore: il primo “frutto” della collaborazione è il disco Ragnarok della viking metal band Bloodshed Walhalla, in uscita a giugno.

Una curiosità. Qual è l’articolo più letto in questi 5 anni di misterfolk.com? Con 1800 letture uniche è l’intervista del 2015 a Matteo Sisti, polistrumentista di Krampus ed Eluveitie incontrato proprio in occasione dell’ultima data a Roma della band elvetica (QUI il live report). In occasione del prossimo disco “metal” della formazione svizzera non mancherà occasione per scambiare due parole con il sempre schietto Matteo.

Infine vi ricordo che sulla pagina Facebook c’è il link di questo articolo da condividere in modalità pubblica per avere l’opportunità di vincere il libro Folk metal. Dalle origini al Ragnarök pubblicato da Crac Edizioni, un libro unico nel suo genere, il vincitore sarà estratto tra 7 giorni.

Grazie per il supporto e le belle parole che mi riservate quando c’incontriamo ai concerti o per i messaggi che mi inviate tramite posta, le vostre parole sono fuoco per me! Folk on!

il libro che potete vincere!

Mister Folk Festival 2018, il foto report parte 1

La seconda edizione del Mister Folk Festival è stato un successo, e questo è merito delle tante persone che sono venute al Traffic Club di Roma per divertirsi e assistere alle grandi esibizioni di SKyforger, Heidra, Atavicus e Under Siege.

In questo articolo potete ammirare alcuni degli scatti realizzati dal fotografo Marco Canarie, ma vi invito a visionare l’album completo sulla pagina Facebook di Art In Progress, l’associazione culturale che sta lavorando giorno e notte per completare il video della serata di prossima pubblicazione. Inoltre, tra non molto, sarà pronto anche il foto report parte 2

UNDER SIEGE

ATAVICUS

HEIDRA

SKYFORGER

Haegen – Immortal Lands

Haegen – Immortal Lands

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Leonardo Lasca: voce – Samuele Secchiaroli: chitarra – Nicholas Gubinelli: basso – Tommaso Sacco: batteria – Eugenio Cammoranesi: tastiera – Federico Padovano: flauto

Tracklist: 1. Stray Dog – 2. Legends – 3. Gioie Portuali – 4. Fighting In The River – 5. Incubo – 6. Gran Galà – 7. The Princess And The Barbarians – 8. Bazar – 9. The Tale – 10. Terre Immortali – 11. My Favourite Tobacco

A due anni dall’EP di debutto Tales From Nowhere, tornano con un nuovo lavoro i marchigiani Haegen. Il nuovo disco è un full-length autoprodotto di undici tracce per un totale di cinquantadue minuti. La musica dei ragazzi tirrenici è un folk metal abbastanza personale, dinamico e ben suonato. Rispetto al precedente EP non si notano particolari evoluzioni musicali, ma è la produzione a fare la differenza: il lavoro in studio svolto da Manuele Pesaresi di D. Engine Studio è buono, i suoni potenti e il missaggio abbastanza equilibrato anche se a volte si ha l’impressione che la voce di Leonardo Lasca potesse essere messa in maggiore risalto.

A Stray Dog spetta l’onere di aprire il disco: chitarre rocciose, la voce graffiante di Lasca e le melodie di flauto di Federico Padovano sono gli elementi principali non solo della canzone, ma dell’intero disco. La band si trova a proprio agio con i tempi medi, dimostrazione ne sono le varie Legends e Fighting In The River, quest’ultima caratterizzata da un mood vagamente oscuro che non stona affatto con il resto dell’album. Incubo, come suggerisce il titolo, è molto cupa e pesante, ma non per questo non godibile, con forse l’unico difetto che risiede nelle rime utilizzate, un po’ troppo scolastiche. Uno dei pezzi meglio riusciti è Gioie Portuali, dal testo spassoso e dal tiro vincente, una canzone in grado di fare la differenza anche dal vivo. Grande Galà è un’altra composizione ben riuscita, ritmata e coinvolgente fin dalle prime note. In Bazar troviamo degli interessanti spunti mediterranei: gli Haegen si sono sforzati di tirar fuori dagli strumenti delle melodie e situazioni diverse dal solito e il buon risultato è la migliore ricompensa possibile. Per The Tale vale lo stesso discorso: spesso il voler uscire dalla confort zone fa bene e anche in questo caso la band anconetana sforna una canzone assolutamente piacevole, delicata, una power ballad come non se ne sentono quasi mai nel folk metal; piccolo appunto personale, avrei visto bene The Tale a metà scaletta, in modo da “spezzare” in due il disco. Immortal Lands volge al termine con gli otto minuti di… Terre Immortali! Anche qui gli Haegen sorprendono e si ripete quanto detto qualche riga prima, ovvero che quando Lasca e soci decidono di osare qualcosa il buon risultato è garantito. La spassosa My Favourite Tobaccco è il miglior modo per concludere un disco riuscito e divertente con qualche inevitabile calo di tensione.

La produzione è molto potente e piena, i suoni grossi e abbastanza definiti; il missaggio poteva essere più curato a favore della voce e dei fiati (a volte un po’ affogati nel marasma sonoro), con un livello in meno per la tastiera/fisarmonica. I passi in avanti rispetto Tales From Nowhere sono evidenti e questa è la strada giusta per godere a pieno della musica degli Haegen.

Immortal Lands è un bel debutto autoprodotto ma, per quanto ben fatto, mostra dei punti migliorabili e non rappresenta il disco definitivo degli Haegen. Normale che sia così, in fondo questo è il primo full-length e lungo i cinquantadue minuti (soprattutto nell’ultima parte) si percepiscono tutte le potenzialità dei giovani musicisti. In attesa del passo successivo, che sicuramente sarà ancora migliore, godiamoci questo Immortal Lands: band da seguire con attenzione e assolutamente da non perdere live.