Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

Intervista: Atlas Pain

Un anno e mezzo di vita e un demo di appena due brani, eppure il nome dei giovani Atlas Pain circola tra i cultori dell’underground già da un po’. Effettivamente il demo Atlas Pain è, nella sua brevità, un buon biglietto da visita. Spazio quindi alla band, in attesa del nuovo lavoro che non tarderà ad arrivare.

AtlasPainRaccontate ai lettori di Mister Folk come vi siete incontrati e della nascita della band.

Ciao a tutti! Cominciamo innanzitutto con il ringraziarti per lo spazio concesso! Dunque: gli Atlas Pain nascono nel maggio del 2013 da una mia idea (Samuele). In quel momento ero davvero all’apice dei miei ascolti folk/pagan metal e la voglia di creare un progetto del tutto nuovo stava crescendo sempre di più. Da lì a poco ho iniziato a guardarmi intorno per trovare nuovi musicisti per far partire il tutto. Il primo fra tutti ad avermi contattato è stato Federico (basso). Devo ammettere che la sua è stata una scelta coraggiosa (almeno secondo il mio parere), più che altro perché lui arriva da un mondo musicale completamente diverso, incentrato molto di più sulla sperimentazione, sul jazz e sul fusion (gruppi come Gong e affini). In seguito ho conosciuto Luca (chitarra) in un incontro piuttosto particolare e divertente, magari ci sarà spazio dopo per raccontarti la vicenda! Ed infine è arrivato Marco (batteria), già mio compagno di scuola all’epoca: diciamo che è stato facile contattarlo e organizzarci al meglio! Abbiamo poi successivamente provato dei cantanti ma per quanto fossero bravi e competenti non avevano proprio il sound che cercavamo, così semplicemente ho provato a mettermi in gioco, iniziando a studiare tecniche di canto estremo. Da qui in avanti il gruppo è rimasto lo stesso.

Cosa “si nasconde” dietro al nome Atlas Pain?

Bella domanda! Il nome rappresenta il dolore di Atlante, titano appartenente alla mitologia greca, punito da Zeus e condannato a portare sulle spalle la volta celeste per l’eternità. Ciò si ricollega ai nostri testi. Infatti noi cerchiamo di trattare la mitologia in senso lato, trasformando epiche vicende appartenenti all’antichità in storie dal, oso dire, tocco sì epico ma anche fiabesco. Ora come ora i brani da noi composti arrivano più che dalla mitologia greca dal mondo irlandese e britannico. Molti dei nostri testi infatti sono tratti dal Mabinogion, raccolta di racconti mitologici gallesi, mentre altri appartengono più alla sfera celtica/irlandese. Ma l’idea di narrare storie e fiabe del mondo permane, vedremo in futuro cosa succederà!

Vi definite “epic symphonic mega fuckin’ folk metal”: come mai non vi è venuta in mente un’etichetta più lunga e difficile??? 🙂

Ah ah ah! Hai ragione! Ma l’idea di base è piuttosto semplice. È vero che noi suoniamo musica estrema ma, sto per dire una blasfemia, mi sono anche reso conto di quanto questo genere sia a volte colmo di negatività e troppa serietà. È divertente recitare e atteggiarsi da brutali vichinghi (d’altronde, per chi ha avuto modo di vederci sul palco, noi stessi lo facciamo!) ma è anche vero che niente ci vieta di raccontare storie come se fossimo appunto dei menestrelli, lasciando intravedere anche la nostra idiozia e stupidità! Il punto chiave è divertirsi e far divertire, e quale è il modo migliore per descriverlo se non con un’etichetta assolutamente ironica?

Nella biografia parlate di “coincidenze assurde e divertentissime” grazie alle quali avete incontrato il chitarrista Luca Ferrari. Quali sono???

È avvenuto proprio nel maggio 2013, in occasione del Worst Fest a Milano. Suonavano Stormlord, Vinterblot, Grailknight, Furor Gallico, Ulvedharr e altre band. Il bill era davvero promettente, ma ci sono stati parecchi problemi durante i soundcheck delle band. I concerti sono finiti alle cinque del mattino e Luca l’ho proprio conosciuto sulla strada del ritorno: mezzi pubblici non ce ne erano e casa nostra distava parecchi chilometri dal luogo del concerto. Ci siamo praticamente fatti una passeggiata lunga circa tre ore, tutto il tempo per conoscerci al meglio! Tornare a casa all’alba, dopo circa nove ore di concerto al chiuso e incontrare un futuro membro degli Atlas Pain con ancora Mare Nostrum degli Stormlord nelle orecchie è stata un’esperienza impagabile.

Avete pubblicato un demo di solamente due brani, come mai questa scelta?

Direi che più che una scelta fosse un’esigenza. Materiale pronto ne abbiamo davvero tanto, ma vogliamo anche fare le cose con calma, prendendoci i giusti tempi. Questi due brani molto probabilmente sono quelli più rappresentativi del gruppo. Li abbiamo registrati in un home studio (questo giustifica anche la bassa qualità delle registrazioni) e proprio per questo non volevamo bruciare le nostre carte ora. Ciò forse giustifica in parte la release di solo due brani. In ogni caso abbiamo le idee piuttosto chiare per le future uscite, ma te ne parlo meglio dopo 😉

Due canzoni e due stili musicali/vocali diversi: quali sono i veri Atlas Pain?

Urca! Non credo esistano dei “veri” Atlas Pain. Quelle sono solo due canzoni ma posso garantirti che in ogni nostro brano c’è sempre qualcosa di diverso all’interno. Nel caso di Once Upon A Time e Annwn’s Gate la differenza la si può trovare sia nelle ritmiche (la seconda più regolare mentre la prima è molto più rapida e tagliente) così come nel cantato: preferisco alternare growl e scream in base anche al tipo di sensazioni che il brano vuole trasmettere. In ogni caso se ti devo trovare un filo comune a tutte le nostre composizioni punterei senza dubbio sulla melodia: le nostre canzoni sono molto melodiche e facilmente orecchiabili ed è raro che nascano brani nuovi senza questa caratteristica.

Nel vostro sound si sente l’influenza dei Wintersun, ma anche una certa dose di personalità. Come nascono le vostre canzoni e da chi e cosa vi sentite ispirati?

Dal punto di vista compositivo io mi occupo della stesura del brano, sia melodie che testo. Poi una volta finito lo si arrangia al meglio in sala prove, dove ognuno poi è libero di interpretare la propria linea strumentale come meglio crede. Per quanto invece riguarda le ispirazioni, beh, sono davvero tante, troppe! Ovviamente prendiamo spunto dalla maggior parte delle band appartenenti al filone pagan/folk, ti posso citare Equilibrium, Ensiferum, Wintersun come tu dici, Turisas ma anche Amon Amarth, Suidakra, Vintersorg e Stormlord. Invece parlando di melodie e stile compositivo devo mettere al primo posto le soundtrack. Sono sempre stato un amante delle colonne sonore e credo che l’unire l’epicità di certi temi alla John Williams o alla Hans Zimmer con la furia di determinate ritmiche di metal estremo sia davvero affascinante!

© Gianni Pezzotta

© Gianni Pezzotta

Il demo è al momento in versione digitale. Farete anche il cd vero e proprio?

Escludo quasi totalmente l’idea di rilasciare il demo in formato fisico cosicché la gente lo possa comprare: ora come ora è in free download sul nostro sito ufficiale. L’unica idea che ci è venuta per adesso riguardo la sua distribuzione è la masterizzazione in via molto amatoriale su cd (probabilmente con un terzo brano in aggiunta) che porteremo ai nostri live e distribuiremo in maniera del tutto gratuita, giusto per soddisfare coloro che vogliono qualcosa fra le mani, per quanto amatoriale possa essere.

Cosa pensate del metal “virtuale”? Facebook, dischi in mp3 ecc.?

Siamo nel pieno dell’epoca tecnologica e mediatica e credo che i mezzi che abbiamo a disposizione (mi riferisco a social network, download e streaming) siano una risorsa di grande importanza, ormai quasi fondamentale per la visibilità di una band. È giusto secondo noi sfruttarle al meglio.

State lavorando al successore del demo? Se sì, cosa dobbiamo aspettarci?

Sì, il successore del demo è in cantiere già da tempo ma, come ho detto in precedenza, vogliamo prenderci i giusti tempi e rilasciare qualcosa che sia subito d’impatto, ben studiato e assolutamente professionale. Alcuni brani nuovi sono già stati scritti al cento per cento, altri sono in via di completamento. In ogni caso rifletteremo bene su cosa scartare e cosa scegliere per le future release. Riguardo alla musica saranno canzoni in perfetto stile Atlas Pain: epiche, melodiche, a volte sentimentali e a volte taglienti e veloci. Stiamo cercando insomma di capire su cosa puntare a livello compositivo, provando a fare emergere quello che effettivamente vogliamo che la gente percepisca dai nostri brani.

Quali sono i cinque album che vi portereste in un’isola solitaria?

Siccome siamo quattro ragazzi con quattro gusti musicali profondamente diversi, abbiamo pensato di sceglierne cinque a testa. Speriamo non sia un problema…

Samuele: Equilibrium – Sagas, John McCutcheon – John McCutcheon’s Four Season: Autumnsong, Aly Bain & Jerry Douglas – Transatlantic Session, Turisas – Stand Up And Fight e Finntroll – Nattfödd.

Federico: Caravan – Live at the BBC 1968-1975, National Health – Of Queuesand Cures, Gong – Angels Egg, Frank Zappa – The Grand Wazoo e Charles Mingus – Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus .

Luca: While Heaven Wept – Vast Oceans Lacrimoses, Guccini – Ritratti, Stormlord – Mare Nostrum, Windir – Arntor e Wintersun – Time I

Marco: Rush – Moving Pictures, Alice In Chains – Jar Of Flies, Megadeth – Rust In Peace, Opeth – Blackwater Park (idea condivisa anche da Luca) e Dream Theater – Images And Words.

Cosa riserverà il 2015 agli Atlas Pain?

Tante sorprese e tante novità. Iniziamo con il dire che entreremo a breve in studio per la registrazione del nostro primo EP ufficiale. È ancora presto per dire quando e come uscirà, ma siamo abbastanza ottimisti sui tempi. Inoltre ci aspetterà una stagione live davvero con i controcazzi, con numerose date in cantiere e una probabile svolta dal punto di vista manageriale della band stessa: non possiamo per ora rivelare troppi dettagli .

Vi ringrazio per le risposte, avete lo spazio per concludere l’intervista!

Ancora una volta ti ringraziamo per le tue domande! Ringraziamo inoltre tutte le persone che ci hanno supportato finora, sia fra i fan sia fra le band stesse, con le quali abbiamo più volte condiviso il palco: mi raccomando, continuate così! Ci si vede presto!