Intervista: Atlas Pain

Secondo disco e secondo centro per gli italiani Atlas Pain: Tales Of A Pathfinder (Scarlet Records) è la naturale prosecuzione di quanto fatto con il debutto What The Oak Left, spostando l’asticella ancora più in alto, con coraggio e determinazione. Tra giri del mondo, steampunk e verdure da mangiare, la chiacchierata con i ragazzi lombardi è da leggere tutto d’un fiato!

Due anni fa avete esordito con What The Oak Left. Ora tornate sul mercato, sempre con Scarlet Records, con il nuovo Tales Of A Pathfinder: cosa è successo tra i due album? Quali sono i ricordi più belli di quello che avete vissuto dopo la pubblicazione del debutto? E quali sono state le cose che vi hanno fatto crescere come musicisti e come gruppo?

Due anni che sono davvero volati, te lo posso assicurare! What The Oak Left ci ha portato nel tempo una serie innumerevole di sorprese, a partire dalla grande accoglienza del pubblico fino all’opportunità di poter portare la nostra musica fuori dai confini italiani e questa cosa ci ha dato la giusta carica per mettere tutto noi stessi nel lancio del secondo album Tales Of A Pathfinder. La gioia è indubbiamente tanta, sicuramente non potevamo chiedere di più.

Tales Of A Pathfinder è un concept album e la storia mi sembra essere molto originale e diversa da tutto quello che c’è in giro. Non avendo ricevuto i testi, mi parlate nel dettaglio della storia?

I temi trattati da Tales Of A Pathfinder sono frutto di un’evoluzione stilistica che ha fondato le radici a partire dal nostro debut. L’idea infatti di poter sviluppare un concept prendendo spunto direttamente dalla sottocultura steampunk è un qualcosa che abbiamo ponderato ed elaborato nel tempo. Ne è nato così Tales Of A Pathfinder, un racconto a cavallo fra fantasy e veridicità storica. Possiamo identificarlo, diciamo, come una sorta di nostra interpretazione personale de Il Giro Del Mondo in 80 Giorni di Verne, nel quale noi prendiamo le redini del viaggio e accompagniamo l’ascoltatore in diverse tappe geografiche del nostro mondo, ogni volta con l’obiettivo di trarre una morale ed un insegnamento dalla cultura propria del paese interessato. Quest’idea ci ha permesso di poter spaziare a 360 gradi nei confronti delle tematiche affrontate, sempre ovviamente dando modo al classico timbro musicale proprio degli Atlas Pain di poter condurre la storia.

Potrà esserci un “futuro” diverso dalla musica per questo concept, che so, un fumetto o un libro?

Guarda, la vedo davvero difficile. Come detto precedentemente è un concept che trae forte ispirazione da opere letterarie già famose, trasformandole e facendole nostre con leggende e storie tradizionali appartenenti alle culture più disparate, il tutto condito ovviamente dalla nostra musica. Trasporre questa formula in qualcosa al di fuori della musica stessa sarebbe come cercare di replicare l’irreplicabile. Giochiamo nel nostro territorio in completa sicurezza, ah ah ah!

Turisas + Equilibrium + una forte dose di personalità. Rende l’idea di quello che è il suono degli Atlas Pain?

Direi che hai fatto centro. Ognuno di noi all’interno del gruppo ha un proprio background musicale, per certi aspetti completamente differente l’uno dall’altro. Ma posso assicurarti che è proprio grazie all’amor comune per il pagan metal che gli Atlas Pain riescono a portare avanti il proprio sound. Le contaminazioni sono molte ma sicuramente hai citato due fra le band più rappresentative del nostro stile. Prima di essere musicisti siamo fan della musica che ascoltiamo, ed è proprio questo il motore che ci spinge a rielaborare le nostre idee e a spronarci nel comporre musica che davvero viene dal cuore, senza compromessi.

La copertina è di grande impatto e ricca di dettagli. Rappresenta forse tutti i veicoli utilizzati nella storia per compiere il giro del mondo? Potendo scegliere, quale mezzo usereste come coreografia dei vostri concerti?

La storia che narriamo all’interno di Tales Of A Pathfinder è molto ariosa e priva di dettagli tecnici, abbiamo preferito dare un’infarinatura che potesse portare la critica e il pubblico ad identificarlo come concept album, ma al di fuori di questa linea comune non vi è una vera e propria descrizione dell’avventura in sé. Sicuro la copertina aiuta l’ascoltatore ad immaginarsi un proprio viaggio e, considerando il setting di tardo Ottocento, è abbastanza obbligato che la scelta ricada poi sui mezzi rappresentati nella copertina, quindi in parte potrei risponderti di sì. Per quanto riguarda la coreografia, cavolo, si viaggia con l’immaginazione! Il giorno in cui potremmo permetterci di salire sul palco anche solo con una bicicletta sarà un gran giorno!

Per la copertina vi siete avvalsi della mano di Jan “Orkki” Yrlund, un nome che non ha bisogno di presentazioni. Come sono stati i contatti con lui (email o telefonici) e come siete arrivati al risultato finale?

È la seconda volta che abbiamo il piacere di lavorare con Jan e anche per questo nostro lavoro non possiamo che esserne felici. Bastano sempre poche parole, una descrizione della nostra musica, dei brevi messaggi sui social e poi lui subito se ne esce con il concept grafico già fatto e finito, centrando sempre l’obiettivo. È un tipo easy, con un calendario serratissimo (considerando anche i colossi del metal con cui si ritrova a lavorare). Basta aver pazienza, perché molte volte con lui è ‘buona la prima’.

L’aspetto estetico è per voi molto importante e il “cambiamento” dai primi Atlas Pain a quelli odierni è cosa da non poco conto. Come siete arrivati a questo punto, perché ci siete arrivati e avete mai avuto “paura” nel farlo?

Esattamente. L’outfit che noi portiamo sul palco fa parte di un incastro di ragionamenti ponderati nel tempo e sempre funzionali alla nostra proposta, partendo dalla musica, fino alla scenografia dei nostri concerti. Indubbiamente, anche a livello visivo, gli Atlas Pain hanno completamente stravolto il proprio aspetto nel tempo, passando da uno stile prettamente canonico e abbracciando anno dopo anno sempre di più l’immaginario steampunk. È una scelta molto più vicina alle nostre corde, considerando anche l’impronta pesantemente ‘bombastic’ (concedimi il termine) della nostra proposta musicale. Paura non ce n’è mai stata, ma curiosità sempre tanta. Noi sai mai come il pubblico possa accogliere determinati cambi di rotta, anche se minimi e molte volte totalmente ininfluenti, musicalmente parlando. Siamo in ogni caso sicuri che, soprattutto in questi ultimi anni, il pubblico sia sempre di più abituato a produzioni d’impatto, dove anche l’occhio vuole la propria parte. Noi cerchiamo sicuramente di fare del nostro in tal senso.

Lo steampunk sembra essere un mondo molto lontano da quello heavy metal, voi invece siete riusciti ad unire questi due aspetti/filosofie in maniera naturale e convincente. Sono curioso di sapere a chi è venuta l’idea e come vi siete approcciati a questo nuovo e fighissimo mix.

Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti! L’idea è partita dall’esigenza di staccarci dalla canonica idea di outfit, a volte fin troppo abusata nel genere. Volevamo provare a portare qualcosa di nuovo e sufficientemente fresco, sempre cercando di rimanere fedeli all’impronta cinematografica propria del nostro stile. Sicuramente lo scenario steampunk ci ha aiutato in tal senso, definendo già di per sé uno stile che si presta ad essere molto teatrale e d’impatto, lasciandoci tra l’altro molta libertà nello sviluppo tematico delle canzoni, potendo parlare di tradizione così come di tematiche fantasy.

La letteratura ha in qualche maniera influenzato gli Atlas Pain?

Senza dubbio, in particolare per questo ultimo lavoro, per i motivi sopra citati. La nostra fortuna si basa nel poter spaziare a 360° fra diverse tematiche, dandoci sempre totale libertà artistica, e questo ci permette di attingere da diverse fonti d’ispirazione, partendo dalla letteratura, passando per arte visiva e, perché no, anche per la filosofia. Oltre a tenerci svincolati da qualunque paletto tematico (come molte volte il genere richiede) questo ci da la possibilità di poter sviluppare inoltre storie sempre e solo partendo da ciò che in quel determinato momento ci sentiamo di scrivere.

What The Oak Left si può considerare come un biglietto da visita, Tales Of A Pathfinder è la conferma della vostra bravura, cosa rappresenterà, invece, il prossimo disco?

Chi lo sa? Ogni disco per noi è sempre una scommessa. Quello che posso assicurarti è che Tales Of A Pathfinder ha rafforzato ancora di più il nostro sound e ha tracciato un percorso stilistico che permette anche agli ascoltatori di poter immaginare fin da subito ciò che in futuro possiamo proporre. Per quanto invece riguarda il mood dei prossimi lavori, sicuramente è troppo presto per poterti dare indizi, ma ‘catchy’ sarà in ogni caso la parola chiave.

C’è stato un momento in particolare durante il quale vi siete guardati negli occhi e vi siete detti “sì, stiamo sulla strada giusta”?

Purtroppo questa è una domanda troppo difficile per poterti dare una risposta secca. Sicuramente i risultati che stiamo ottenendo sono il perfetto carburante per poterci spingere ogni volta a dare di più. Questo vale sia per l’accoglienza da parte di pubblico e critica dei nostri lavori in studio, che per la risposta dei fan durante i nostri concerti. La soddisfazione più grande, tra l’altro, è notare come, nonostante le lunghe distanze, la nostra musica venga apprezzata da gente di tutto il mondo: quando scendi dal palco di qualche festival europeo ed arrivano apprezzamenti su musica e performance è sempre una gran gioia. Finché questo accadrà noi saremo sempre in prima linea!

Vi ringrazio per la chiacchierata. Vi seguo fin dal primo demo e sono molto contento per voi perché con un suono personale siete riusciti ad arrivare a un’etichetta importante e soprattutto a pubblicare dischi di qualità. A voi le ultime parole dell’intervista!

Grazie a voi dello spazio e del tempo dedicatoci. Cerchiamo sempre di andare avanti a testa dura, guardando a ciò che abbiamo fatto e, step by step, puntare sempre al gradino successivo. Ascoltate buona musica, mangiate verdure e fate sport. Mi raccomando!

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Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

Intervista: Atlas Pain

Un anno e mezzo di vita e un demo di appena due brani, eppure il nome dei giovani Atlas Pain circola tra i cultori dell’underground già da un po’. Effettivamente il demo Atlas Pain è, nella sua brevità, un buon biglietto da visita. Spazio quindi alla band, in attesa del nuovo lavoro che non tarderà ad arrivare.

AtlasPainRaccontate ai lettori di Mister Folk come vi siete incontrati e della nascita della band.

Ciao a tutti! Cominciamo innanzitutto con il ringraziarti per lo spazio concesso! Dunque: gli Atlas Pain nascono nel maggio del 2013 da una mia idea (Samuele). In quel momento ero davvero all’apice dei miei ascolti folk/pagan metal e la voglia di creare un progetto del tutto nuovo stava crescendo sempre di più. Da lì a poco ho iniziato a guardarmi intorno per trovare nuovi musicisti per far partire il tutto. Il primo fra tutti ad avermi contattato è stato Federico (basso). Devo ammettere che la sua è stata una scelta coraggiosa (almeno secondo il mio parere), più che altro perché lui arriva da un mondo musicale completamente diverso, incentrato molto di più sulla sperimentazione, sul jazz e sul fusion (gruppi come Gong e affini). In seguito ho conosciuto Luca (chitarra) in un incontro piuttosto particolare e divertente, magari ci sarà spazio dopo per raccontarti la vicenda! Ed infine è arrivato Marco (batteria), già mio compagno di scuola all’epoca: diciamo che è stato facile contattarlo e organizzarci al meglio! Abbiamo poi successivamente provato dei cantanti ma per quanto fossero bravi e competenti non avevano proprio il sound che cercavamo, così semplicemente ho provato a mettermi in gioco, iniziando a studiare tecniche di canto estremo. Da qui in avanti il gruppo è rimasto lo stesso.

Cosa “si nasconde” dietro al nome Atlas Pain?

Bella domanda! Il nome rappresenta il dolore di Atlante, titano appartenente alla mitologia greca, punito da Zeus e condannato a portare sulle spalle la volta celeste per l’eternità. Ciò si ricollega ai nostri testi. Infatti noi cerchiamo di trattare la mitologia in senso lato, trasformando epiche vicende appartenenti all’antichità in storie dal, oso dire, tocco sì epico ma anche fiabesco. Ora come ora i brani da noi composti arrivano più che dalla mitologia greca dal mondo irlandese e britannico. Molti dei nostri testi infatti sono tratti dal Mabinogion, raccolta di racconti mitologici gallesi, mentre altri appartengono più alla sfera celtica/irlandese. Ma l’idea di narrare storie e fiabe del mondo permane, vedremo in futuro cosa succederà!

Vi definite “epic symphonic mega fuckin’ folk metal”: come mai non vi è venuta in mente un’etichetta più lunga e difficile??? 🙂

Ah ah ah! Hai ragione! Ma l’idea di base è piuttosto semplice. È vero che noi suoniamo musica estrema ma, sto per dire una blasfemia, mi sono anche reso conto di quanto questo genere sia a volte colmo di negatività e troppa serietà. È divertente recitare e atteggiarsi da brutali vichinghi (d’altronde, per chi ha avuto modo di vederci sul palco, noi stessi lo facciamo!) ma è anche vero che niente ci vieta di raccontare storie come se fossimo appunto dei menestrelli, lasciando intravedere anche la nostra idiozia e stupidità! Il punto chiave è divertirsi e far divertire, e quale è il modo migliore per descriverlo se non con un’etichetta assolutamente ironica?

Nella biografia parlate di “coincidenze assurde e divertentissime” grazie alle quali avete incontrato il chitarrista Luca Ferrari. Quali sono???

È avvenuto proprio nel maggio 2013, in occasione del Worst Fest a Milano. Suonavano Stormlord, Vinterblot, Grailknight, Furor Gallico, Ulvedharr e altre band. Il bill era davvero promettente, ma ci sono stati parecchi problemi durante i soundcheck delle band. I concerti sono finiti alle cinque del mattino e Luca l’ho proprio conosciuto sulla strada del ritorno: mezzi pubblici non ce ne erano e casa nostra distava parecchi chilometri dal luogo del concerto. Ci siamo praticamente fatti una passeggiata lunga circa tre ore, tutto il tempo per conoscerci al meglio! Tornare a casa all’alba, dopo circa nove ore di concerto al chiuso e incontrare un futuro membro degli Atlas Pain con ancora Mare Nostrum degli Stormlord nelle orecchie è stata un’esperienza impagabile.

Avete pubblicato un demo di solamente due brani, come mai questa scelta?

Direi che più che una scelta fosse un’esigenza. Materiale pronto ne abbiamo davvero tanto, ma vogliamo anche fare le cose con calma, prendendoci i giusti tempi. Questi due brani molto probabilmente sono quelli più rappresentativi del gruppo. Li abbiamo registrati in un home studio (questo giustifica anche la bassa qualità delle registrazioni) e proprio per questo non volevamo bruciare le nostre carte ora. Ciò forse giustifica in parte la release di solo due brani. In ogni caso abbiamo le idee piuttosto chiare per le future uscite, ma te ne parlo meglio dopo 😉

Due canzoni e due stili musicali/vocali diversi: quali sono i veri Atlas Pain?

Urca! Non credo esistano dei “veri” Atlas Pain. Quelle sono solo due canzoni ma posso garantirti che in ogni nostro brano c’è sempre qualcosa di diverso all’interno. Nel caso di Once Upon A Time e Annwn’s Gate la differenza la si può trovare sia nelle ritmiche (la seconda più regolare mentre la prima è molto più rapida e tagliente) così come nel cantato: preferisco alternare growl e scream in base anche al tipo di sensazioni che il brano vuole trasmettere. In ogni caso se ti devo trovare un filo comune a tutte le nostre composizioni punterei senza dubbio sulla melodia: le nostre canzoni sono molto melodiche e facilmente orecchiabili ed è raro che nascano brani nuovi senza questa caratteristica.

Nel vostro sound si sente l’influenza dei Wintersun, ma anche una certa dose di personalità. Come nascono le vostre canzoni e da chi e cosa vi sentite ispirati?

Dal punto di vista compositivo io mi occupo della stesura del brano, sia melodie che testo. Poi una volta finito lo si arrangia al meglio in sala prove, dove ognuno poi è libero di interpretare la propria linea strumentale come meglio crede. Per quanto invece riguarda le ispirazioni, beh, sono davvero tante, troppe! Ovviamente prendiamo spunto dalla maggior parte delle band appartenenti al filone pagan/folk, ti posso citare Equilibrium, Ensiferum, Wintersun come tu dici, Turisas ma anche Amon Amarth, Suidakra, Vintersorg e Stormlord. Invece parlando di melodie e stile compositivo devo mettere al primo posto le soundtrack. Sono sempre stato un amante delle colonne sonore e credo che l’unire l’epicità di certi temi alla John Williams o alla Hans Zimmer con la furia di determinate ritmiche di metal estremo sia davvero affascinante!

© Gianni Pezzotta

© Gianni Pezzotta

Il demo è al momento in versione digitale. Farete anche il cd vero e proprio?

Escludo quasi totalmente l’idea di rilasciare il demo in formato fisico cosicché la gente lo possa comprare: ora come ora è in free download sul nostro sito ufficiale. L’unica idea che ci è venuta per adesso riguardo la sua distribuzione è la masterizzazione in via molto amatoriale su cd (probabilmente con un terzo brano in aggiunta) che porteremo ai nostri live e distribuiremo in maniera del tutto gratuita, giusto per soddisfare coloro che vogliono qualcosa fra le mani, per quanto amatoriale possa essere.

Cosa pensate del metal “virtuale”? Facebook, dischi in mp3 ecc.?

Siamo nel pieno dell’epoca tecnologica e mediatica e credo che i mezzi che abbiamo a disposizione (mi riferisco a social network, download e streaming) siano una risorsa di grande importanza, ormai quasi fondamentale per la visibilità di una band. È giusto secondo noi sfruttarle al meglio.

State lavorando al successore del demo? Se sì, cosa dobbiamo aspettarci?

Sì, il successore del demo è in cantiere già da tempo ma, come ho detto in precedenza, vogliamo prenderci i giusti tempi e rilasciare qualcosa che sia subito d’impatto, ben studiato e assolutamente professionale. Alcuni brani nuovi sono già stati scritti al cento per cento, altri sono in via di completamento. In ogni caso rifletteremo bene su cosa scartare e cosa scegliere per le future release. Riguardo alla musica saranno canzoni in perfetto stile Atlas Pain: epiche, melodiche, a volte sentimentali e a volte taglienti e veloci. Stiamo cercando insomma di capire su cosa puntare a livello compositivo, provando a fare emergere quello che effettivamente vogliamo che la gente percepisca dai nostri brani.

Quali sono i cinque album che vi portereste in un’isola solitaria?

Siccome siamo quattro ragazzi con quattro gusti musicali profondamente diversi, abbiamo pensato di sceglierne cinque a testa. Speriamo non sia un problema…

Samuele: Equilibrium – Sagas, John McCutcheon – John McCutcheon’s Four Season: Autumnsong, Aly Bain & Jerry Douglas – Transatlantic Session, Turisas – Stand Up And Fight e Finntroll – Nattfödd.

Federico: Caravan – Live at the BBC 1968-1975, National Health – Of Queuesand Cures, Gong – Angels Egg, Frank Zappa – The Grand Wazoo e Charles Mingus – Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus .

Luca: While Heaven Wept – Vast Oceans Lacrimoses, Guccini – Ritratti, Stormlord – Mare Nostrum, Windir – Arntor e Wintersun – Time I

Marco: Rush – Moving Pictures, Alice In Chains – Jar Of Flies, Megadeth – Rust In Peace, Opeth – Blackwater Park (idea condivisa anche da Luca) e Dream Theater – Images And Words.

Cosa riserverà il 2015 agli Atlas Pain?

Tante sorprese e tante novità. Iniziamo con il dire che entreremo a breve in studio per la registrazione del nostro primo EP ufficiale. È ancora presto per dire quando e come uscirà, ma siamo abbastanza ottimisti sui tempi. Inoltre ci aspetterà una stagione live davvero con i controcazzi, con numerose date in cantiere e una probabile svolta dal punto di vista manageriale della band stessa: non possiamo per ora rivelare troppi dettagli .

Vi ringrazio per le risposte, avete lo spazio per concludere l’intervista!

Ancora una volta ti ringraziamo per le tue domande! Ringraziamo inoltre tutte le persone che ci hanno supportato finora, sia fra i fan sia fra le band stesse, con le quali abbiamo più volte condiviso il palco: mi raccomando, continuate così! Ci si vede presto!