Fejd – Eifur

Fejd – Eifur

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Patrik Rimmerfors: voce, bouzouki, cornamusa svedese, scacciapensieri, ghironda, campanaccio – Niklas Rimmerfors: moraharpa, voce – Lennart Specht: tastiera, chitarra – Thomas Antonsson: basso – Esko Salow: batteria

Tracklist: 1. Drängen Och Kråkan2. Farsot3. Jungfru I Hindhamn4. Alvas Halling5. Arv 6. Eifur 7. Ledung 8. Gryning9. Vårstäv10. Äring 11. Yggdrasil 12. Trollfärd

A diciannove mesi dal debutto Storm tornano in pista i Fejd, band svedese dedita a un folk molto emotivo e “sentimentale”. La storia del gruppo inizia nel 2001 quando i fratelli Rimmerfors, all’epoca un duo che si esibiva nelle manifestazioni folkloristiche della zona, reclutò ben tre membri della power metal band Pathos, registrando, nel giro di poco tempo, il primo demo I En Tid Som Var, seguito due anni più tardi dal secondo Huldran. Segue un EP autoprodotto dal titolo Eld e poi, finalmente, il debutto Storm sotto Napalm Records, etichetta da sempre attenta al sottobosco folk/pagan europeo. Le critiche e le vendite sono talmente positive da permettere ai nostri la partecipazione a eventi come il Wacken Open Air e il Ragnarok Festival. Dopo un anno e mezzo, preceduto da un battage pubblicitario non indifferente, esce infine questo Eifur, album composto da dodici brani di rilassante e delicata musica folk. Niente urla strazianti, né taglienti riff di chitarra: la voce è sempre clean e le sei corde appena accennate, e neanche in tutti i brani. La componente prettamente metal in Eifur non è presente: i ritmi e gli strumenti utilizzati – esclusa la batteria – sono quelli tipici della musica popolare quali il keyed fiddle, la ghironda, la cornamusa svedese e il simpatico scacciapensieri.

A differenza del debutto non c’è l’effetto sorpresa, ma rimane lo stesso un validissimo album pieno di ottime melodie, un’orecchiabilità oltre la media e un buon groove che finisce per travolgere l’ascoltatore musicalmente predisposto a certi ritmi e sonorità. Difficile rimanere indifferenti alla parte iniziale di Farsot, con tanto di doppia cassa a dare maggiore fisicità alla canzone, o dinanzi al ritornello dell’opener Drängen Och Kråkan. Maggiore approfondimento merita il piccolo capolavoro Arv, apertura e chiusura in due versioni differenti del primo demo I En Tid Som Var del 2002, per l’occasione ri-registrata e leggermente modificata: il lungo brano – sette minuti – si snoda tra passaggi più intimi e malinconici e cori che sembrano essere inni al potere della natura, prima dell’accelerazione finale che fa tanto metal, pur non essendoci traccia di chitarre distorte. Deliziosa Gryning, dal potente ritmo e dalle affascinanti melodie, al punto da poterla considerare come una sorta di singolo per l’immediata presa sull’ascoltatore. C’è poi l’accoppiata composta da Äring e Yggdrasil che da sola vale l’acquisto di Eifur: divertenti, ritmate, squisitamente nordiche e, nel caso di Yggdrasil, anche potente, con quello stacco da headbanging a tre quarti di canzone, al quale è praticamente impossibile resistere!

Questa musica è per ballare, per divertirsi. Immaginate una sagra di paese, magari proprio Lilla Edet, cittadina natale dei Fejd, con tante persone dalle lunghe chiome bionde, molte delle quali allegramente barcollanti a causa dell’alcool. Sì, tanta birra ovunque, nei boccali, negli stomaci, per terra, rovesciata accidentalmente sui tavoloni di legno dove questi nordici saziano l’appetito con profumata carne arrosto. Quelle tavolate goderecce e rumorose dove è ammesso il rutto libero e le donne dalle lunghe gonne che coprono anche i piedi non si scandalizzano, ma anzi sorridono divertite. Tra questa confusione c’è chi non resiste all’energia della musica dei Fejd, e inizia a muoversi seguendo il ritmo: magari non sarà molto leggiadro, né bello alla vista, ma si diverte e ride dalla gioia mentre lo fa. Avete presente Gandalf nel film di Peter Jackson Il Signore degli Anelli – La Compagnia Dell’Anello mentre balla con gioia al compleanno di Bilbo Baggins? Bene, quello è un tipo di danza appropriata per l’occasione.

Eifur è la colonna sonora delle fiabe svedesi; un album capace di cambiare colore e tonalità ogni volta se ne presenta il bisogno, passando con disinvoltura dal verde scuro della strumentale Alvas Halling al marrone “terriccio umido” di Ledung, illuminando la via di chi si è perduto nelle silenziose foreste e cerca la via di casa senza farsi prendere dal panico, perché sa che la natura è amica dell’uomo, nonostante le atrocità che quest’ultimo ogni giorno compie contro di essa. Come le persone nel bosco, sconfiggiamo la “paura” di avere a che fare con ciò che non conosciamo, che non è metal, che è pericolosamente non metal… e facciamoci guidare dalla luce di questo piccolo gioiellino di musica folk.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Finsterforst – Mach Dich Frei

Finsterforst – Mach Dich Frei

2015 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Oliver Berlin: voce – Simon Schillinger: chitarra – David Schuldius: chitarra – Tobias Weinreich: basso – Cornelius “Wombo” Heck: batteria – Johannes Joseph: fisarmonica, voce – Sebastian “AlleyJazz” Scherrer: tastiera

Tracklist: 1. Abfahrt – 2. Schicksals End’ – 3. Zeit Fur Hass – 4. Im Auge Des Sturms – 5. Mach Dich Frei! – 6. Mann Gegen Mensch – 7. Reise Zum… – 8. Finsterforst

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A distanza di poco più di due anni dal precedente Rastlos, i Finsterforst tornano sul mercato con una nuova opera, la più ambiziosa e rischiosa della propria carriera. Il quarto full-length della band tedesca, intitolato Mach Dich Frei ed edito dall’austriaca Napalm Records, è composto da otto tracce, sei delle quali sono vere e proprie canzoni. Il minutaggio dei singoli brani, come al loro solito, è molto elevato, con il picco raggiunto dall’ultima Finsterforst, ben ventitré minuti.

Musicalmente, rispetto ai precedenti lavori, qualcosa è cambiato. Sempre di “forest black metal” si tratta, per dirla con parole loro, ma l’esperienza accumulata e un songwriting ancora più maturo ha portato i Finsterforst ad allontanarsi quasi del tutto da quanto fatto dai Moonsorrow, gruppo che negli anni scorsi era chiamato in causa molto spesso.

Non è semplice raccontare le canzoni di Mach Dich Frei. Forse si può dire che le composizioni sono viaggi musicali attraverso le sensazioni e i colori che la natura e i boschi in particolare sanno donare. Dopo il consueto intro di sessanta secondi si inizia a fare sul serio con Schicksals End’, mid-tempo elegante e potente, dalle sporadiche orchestrazioni e un senso della melodia piuttosto spiccato, ma con lo scorrere dei minuti (alla fine saranno quasi quindici) la vena folk esce prepotentemente allo scoperto. Zeit Fur Hass suona cupa e soffocante, con un tocco di dinamicità che fa sperare in una possibilità di salvezza. Le chitarre creano riff solidi e il graffiante cantato di Oliver Berlin – veramente belle le linee vocali – è perfetto, con le clean vocals di Johannes Joseph che si inseriscono in un momento intricato, dando respiro all’intera composizione. Il finale è condito dall’ingombrante tastiera di Sebastian Scherrer che prende il sopravvento su tutti gli altri strumenti, arricchendo gli ultimi minuti con grande gusto. L’intermezzo Im Auge Des Sturms porta velocemente alla title track, canzone dalla breve durata (quasi otto minuti) considerando il modo di comporre della band tedesca: all’aspro incedere fa da contraltare la ricerca della melodia che porta i Finsterforst a comporre una canzone orecchiabile e delicata, con tanto di voce pulita e dalla lunga parte strumentale. Il batterista Cornelius Heck si sveglia dal torpore ed è libero di sbizzarrirsi, quel che ne esce è veramente bello e intenso, per quel che è, molto probabilmente, il miglior pezzo riuscito del cd. Per alcuni versi Mann Gegen Mensch ripercorre i passi della precedente canzone, giocando però con tonalità differenti e ottenendo il medesimo – ottimo – risultato. La seconda parte della composizione è molto “cinematografica”: estremizzando alcuni aspetti del proprio sound i Finsterforst ottengono un risultato spettacolare. Ci si avvicina alla conclusione del full-length con l’atmosferica Reise Zum…, durante la quale i tedeschi si travestono da Negură Bunget e confezionano un lungo intermezzo ambient grazioso e utile per rilassarsi prima degli ultimi ventitré minuti di Finsterforst. Questa può essere vista come la canzone-manifesto della band, all’interno della quale è permesso quasi tutto e lo sviluppo è lento ma inesorabile, dall’ottimo cantato scream/clean al ricco riffing delle due asce, ispirate in questo disco come mai in passato. La realtà dei fatti è che i Finsterforst sono diventati degli ottimi compositori e con il tempo hanno capito come meglio esprimere le proprie abilità, arrivando appunto a realizzare un brano lunghissimo privo di cali di tensione, sempre particolarmente coinvolgente e ispiratissimo.

Mach Dich Frei suona potente e moderno, fortunatamente naturale. Il disco è stato registrato e curato in Germania presso l’Iguana Studios: lavoro eseguito con precisione e buon gusto, il risultato è convincente e adatto al sound ella band. La copertina – opera dello svedese Pär Olofsson (Exodus, Immortal, Unleashed ecc.) – è visivamente accattivante, ma un po’ fredda e non del tutto convincente: sta al gusto di chi la guarda decidere o meno il gradimento.

I Finsterforst hanno confezionato un cd denso e avvincente, piuttosto vario e finalmente libero da scomodi paragoni. Minutaggi importanti richiedono attenzione e caparbietà da parte dell’ascoltatore; fortunatamente i sette tedeschi hanno idee e bravura da vendere, Mach Dich Frei ne è la piacevolissima conferma.