Bucovina – Sub Stele

Bucovina – Sub Stele

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Florin “Crivăţ” Ţibu: voce, chitarra – Bogdan Luparu: voce, chitarra – Jorge Augusto Coan: basso – Bogdan “Vifor” Mihu: batteria

Tracklist: 1. Spune tu, Vânt – 2. Sub Piatră Doamnei – 3. Şoim în Văzduh – 4. Zi după Zi, Noapte de Noapte – 5. Luna Preste Vârfuri (remake) – 6. Râul Vremii – 7. Day Follows Day, Night Follows Night

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A distanza di tre anni dall’ultima release tornano con un nuovo lavoro i romeni Bucovina, una delle realtà underground migliori dell’intera scena europea. La band si è formata nel 2000 a Iaşi, nel nord est della Romania, suonando in principio una sorta di black metal ma cambiando presto sonorità e incorporando melodie e atmosfere collegabili con il folclore della propria terra. Nel 2006 la band ha pubblicato il debutto Ceasul Aducerii-aminte, un’opera molto interessante e sincera, dal suono rustico e con all’interno delle gran belle canzoni. Grazie al full length sono riusciti a farsi notare e il nome del gruppo ha iniziato a circolare tra gli appassionati del genere. Ci sono voluti quattro anni per poter ascoltare l’EP Duh, dischetto ben prodotto e, in un certo senso, più freddo rispetto al debut cd. Sub Stele arriva nei mailorder (non nei negozi in quanto – incredibilmente – autoprodotto) sul finire del 2013 e surclassa per bellezza e qualità tutte le uscite dell’anno ad eccezione di Asa, ultimo grandioso lavoro a firma Falkenbach.

Sub Stele è la naturale evoluzione di Ceasul Aducerii-aminte e Duh, prendendo da entrambi i lavori ma portando avanti il discorso con delle gustose novità che non snaturano i Bucovina, ma permettono loro di non suonare ripetitivi. Sono presenti, difatti, alcune scream vocals – fatto inedito se si esclude Vinterdoden (che è una cover dei norvegesi Helheim) – nei momenti giusti, e in generale le composizioni risultano essere più pesanti rispetto al passato. Non si può certo parlare di metal estremo con il quartetto romeno, ma è innegabile che alcuni riff particolarmente crudi siano, oltre che efficaci, etichettabili come “cattivi”.

Il booklet è di rara bellezza, dai colori sgargianti e rifinito nei minimi dettagli. Il lavoro è stato svolto dalla Kogaion Art, duo creativo che negli ultimi anni si sta facendo un nome nella scena metal est europea grazie a booklet stupendi e loghi dal grande impatto.

La produzione è perfetta: i suoni sono “fisici” e reali, gli strumenti ben equilibrati e il risultato unisce la naturalezza di Ceasul Aducerii-aminte con la pulizia di Duh. Del missaggio e del mastering se ne è occupato, come per l’EP, Dan Swanö (Katatonia, Marduk, Asphyx, Dissection ecc.), mentre la bonus track l’ha curata Mike Wead, chitarrista di King Diamond.

La musica, chiaramente, è il piatto forte di Sub Stele: in soli trentasette minuti i Bucovina sono riusciti a trasmette, una volta di più, l’amore che nutrono nei confronti della propria terra, Bucovina appunto. Sub Stele inizia con Spune tu, Vânt, canzone introdotta da un arpeggio di chitarra acustica sopra al quale si posano le delicate linee vocali fino alla potente accelerazione, dove riff in tremolo picking e la doppia cassa di Bogdan “Vifor” Mihu compiono un gran lavoro. La canzone si sviluppa tra riff tritacarne e aperture meno pesanti dove sono presenti delle deliziose melodie, così come molto orecchiabile è l’assolo di chitarra, dopo il quale si torna alle note del primo arpeggio, il quale conclude il brano. Dalle sonorità più allegre e pagan è Sub Piatră Doamnei, canzone che vede le strofe molto ritmate e il cantato di Florin “Crivăţ” Ţibu più incisivo che mai. Il break a tre quarti di canzone è semplicemente perfetto nella sua semplicità e aiuta a portare alla chiusura, dopo il solismo dell’axeman, del brano con grande efficacia. L’ascolto di Sub Stele prosegue con Şoim în Văzduh, traccia che sfiora i sette minuti di durata durante i quali i Bucovina mostrano i muscoli in un up tempo dal cantato sporco. Il break dopo diverse strofe serve a spezzare la tensione e a portare il pezzo verso lidi meno aggressivi dove il buon chitarrismo si fa sentire. Un altro giro di strofa serve a far entrare di scena gli epici cori che portano Şoim în Văzduh alla conclusione. Zi după Zi, Noapte de Noapte è un ottimo pezzo pagan metal che unisce le diverse anime della band romena: momenti soft si alternano ad accelerazioni e parti tirate, senza perdere mai il classico sound, ormai riconoscibilissimo, dei Bucovina. La quinta traccia Luna Preste Vârfuri (remake) è la nuova versione dell’omonimo pezzo tratto dal debut album Ceasul Aducerii-aminte del 2006. Nella nuova veste sonora/musicale il basso di Jorge Augusto Coan è sempre in evidenza con fraseggi di buon gusto, e il sound perfetto creato da Dan Swanö non fa rimpiangere quello underground e sincero di quasi dieci anni fa. Le lunghe cavalcate e il massiccio drumming di Mihu guadagnano in potenza e cattiveria, senza perdere, però, lo spirito iniziale della canzone; il testo, è giusto dirlo, è squisitamente romantico. La prima parte di Râul Vremii è un mid tempo che dopo diversi giri si tramuta in un riff dal sapore scandinavo su martellante base di doppia cassa durante la quale, di tanto in tanto, fa la sua comparsa pure un breve growl da parte del cantante. Improvvisamente il brano muta e in lungo interludio le chitarre di Ţibu e Luparu mettono a segno alcuni riff da manuale. Sub Stele volge al termine con la riproposizione di Zi după Zi, Noapte de Noapte cantata in lingua inglese, con il titolo di Day Follows Day, Night Follows Night, originariamente pubblicata online nell’aprile 2013. Le differenze, però, non si limitano al solo cantato, difatti sono presenti anche altri particolari che rendono comunque l’ascolto interessante, primo tra tutti l’uso della tastiera come esecutrice della melodia principale. Proprio la tastiera fa capolino anche in altri momenti, rendendo il pezzo più orchestrale e sinfonico.

Si conclude in questo modo il secondo full length dei Bucovina, un disco semplicemente bello da ascoltare (anche a ripetizione) e maturo come raramente capita di sentire, anche da parte di act ben più noti e sponsorizzati da etichette non di poco conto. Se si vuol per forza trovare un difetto a questo disco, beh, è proprio il fatto che sia difficilmente reperibile in Europa occidentale, ma è comunque possibile acquistarlo attraverso mailorder est europei per pochi euro.

I Bucovina hanno il merito di aver creato un disco elegante e intenso, con l’unica pecca di averlo pubblicato a tanti anni di distanza (ben sette) dal debutto, ma data la qualità ne è valsa decisamente la pena. Sub Stele è un signor album e merita di essere scoperto, ascoltato e amato.

Bucovina – Duh

Bucovina – Duh

2010 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Florin “Crivãþ” Þibu: chitarra, voce – Bogdan Luparu: chitarra, voce – Vlad Datcu: basso – Manuel Giugula: tastiera – Bogdan “Vifor” Mihu: batteria

Tracklist: 1. Vuiet de Negru Izvor – 2. Duh – 3. Straja – 4. Mestrecanis – 5. Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise)

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I Bucovina sono una pagan metal band formatasi a Iasi, Romania, nel 2000 che con il mini cd Duh giungono alla seconda pubblicazione dopo il sorprendente debut Caesul Aducerii-aminte del 2006.

Il dischetto è composto da cinque brani che si riducono a tre se si tolgono intro e outro che, è bene precisarlo, una volta tanto hanno ragione di esistere. La produzione è semplicemente perfetta: quando si ha la fortuna di poter collaborare con Dan Swanö, beh, il prodotto non può che essere destinato a colpire positivamente l’ascoltatore. Gli strumenti sono tutti ottimamente bilanciati, i suoni nitidi e puliti senza però risultare plasticosi o artificiali.

Vuiet Negru De Izvor è un intro atipico per il genere, data la propensione delle formazioni folk-pagan d’iniziare gli album con suoni e rumori della natura, cercando di creare un’atmosfera di “tranquillità boschiva” che quasi sempre finisce per risultare scontata. Il brano in questione ha invece un forte sapore power metal (e preciso: Stratovarius fine anni ’90) dovuto al riffing essenziale di chitarra e al lavoro potente del drummer Bogdan “Vifor” Mihu, prima che una semplice quanto azzeccatissima melodia si faccia largo tra le note in maniera prepotente per poi lasciarsi assorbire delicatamente dal riffing essenziale ma di buon gusto a opera dei due axmen Luparu e Þibu: un inizio davvero sorprendente! La prima canzone “vera” è la title track, composizione che ha come punto forte le favolose linee vocali di Florin Þibu che si posano su di una base pagan metal piuttosto lineare, permettendo in questo modo al singer (e ai cori) di essere la vera anima della canzone. Un arpeggio di chitarra e un cantato solenne introducono la terza traccia: pochi secondi ed esplode Straja in tutta la sua epicità. I power chords sono di una semplicità disarmante e proprio per questo motivo perfetti come sottofondo allo show personale del cantante, che merita tutti i complimenti del caso per saper reggere una canzone intera – che sarebbe comunque piacevole – con la sua voce. Qualcosa cambia in Mestecanis, penultima canzone di Duh: il ritmo aumenta, il riffing si fa vivace e fa la sua comparsa il growl. L’impatto è sicuramente maggiore rispetto alle precedenti canzoni anche se l’aspetto melodico della musica è sempre ben in evidenza. I riff di chitarra sono più pesanti e finalmente non fanno solo da contorno a Florin “Crivãþ” Þibu, risultando incisivi e massicci. Molto belli i cori che di tanto in tanto fanno capolino nel brano, spezzando in parte la tensione che si accumula man mano che i minuti passano. Chiude l’EP la strumentale Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise), canzone presente nell’esordio Caesul Aducerii-aminte in versione elettrica e cantata, qui spogliata da ogni aggressività e vocalismo. Un lungo outro – oltre quattro minuti – sognante, delicato, sensuale. Sì, Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise) è maledettamente malinconica, e bella.

Duh va visto come un lavoro di transizione tra il debutto del 2006 e i Bucovina che verranno: d’altra parte sono passati più di quattro anni da Caesul Aducerii-aminte e, com’è normale che sia, alcune cose all’interno di un gruppo cambiano e la musica riflette tutto ciò. Pagan metal era prima e pagan metal è contenuto in Duh, ma l’approccio, per quanto simile, è un pochino diverso, ora più diretto e, in un certo senso, crudo.

La cosa che stupisce (e dispiace) è vedere il disco non pubblicato da una casa discografica: con l’immensa quantità di musica spazzatura/mediocre/sufficiente o anche discreta che quotidianamente viene immessa sul mercato dalle label, possibile che nessuno si sia reso conto della bontà della proposta dei Bucovina? Il cd in questione è praticamente introvabile, e per averlo ho dovuto ordinare (l’ultima copia in distribuzione!) direttamente in Romania con biblici tempi di attesa per vedermelo recapitare a casa. La band romena meriterebbe ben altra visibilità perché la musica è di grande spessore e la passione dei musicisti per la propria terra è sincera. Tra i migliori act pagan metal dell’est Europa.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.