Aegonia – The Forgotten Song

Aegonia – The Forgotten Song

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nikolay Nikolov: voce, chitarra, kaval – Elitsa Stoyanova: voce, violino – Atanas Georgiev: basso – Rosen Paskulov: batteria

Tracklist: 1. In The Lands Of Aegonia – 2. Rain Of Tears – 3. With The Mists She Came – 4. Restless Mind – 5. Dreams Come To Me – 6. Battles Lost And Won – 7. The Offer – 8. The Stolen Song – 9. Gone – 10. The Severe Mountain – 11. A Bitter Fate – 12. The Ruins Of Aegonia

La Bulgaria è una nazione che ha una scena folk metal molto piccola e il gruppo più noto è quello dei Frozen Tears, formazione che ha dato segni di vita in questo 2019 con la pubblicazione di un paio di EP dopo aver dato alle stampe due album nel 2000 e 2002. Una volta menzionati gli Elfheim (due EP negli ultimi dodici mesi), non rimangono che gli Aegonia, formazione nata nel 2011 ma che solamente ora giunge alla realizzazione del full-length di debutto. Il quartetto di Sofia è autore di un delicato folk/gothic metal con rari ma sempre ben congeniati interventi di growl. Il disco The Forgotten Song esce senza il supporto di alcuna etichetta ed è composto da dodici tracce per un totale di sessantacinque minuti. Si tratta di un concept album basato sul libro omonimo scritto da Nea Stand, nome d’arte di Nikolay Nikolov, cantante e chitarrista della band: quando si dice che “se la suona e se la canta”!

Tempi medi, melodie spesso drammatiche e che tendono a ripetersi nelle varie canzoni per dare un senso di continuità musicale sono le caratteristiche principali della musica degli Aegonia. Il violino, la cornamusa e il kaval (flauto tradizionale bulgaro) sono utilizzati con maturità e quando suonato è ben distante dalle classiche melodie spesso allegre del folk metal: si può dire che questi strumenti servono spesso per donare maggiore profondità alle composizioni restando spesso in secondo piano. La lunga Rain Of Tears è un ottimo esempio di quanto detto, con momenti soft e quasi medievali che vengono squarciati dalla doppia cassa e il violino che guida l’ascoltatore in un mondo lontano e magico, forse pericoloso ma che merita di essere conosciuto. Elitsa Stoyanova è la protagonista di With The Mists She Came, una canzone che sconfina spesso e volentieri in territorio gothic: cori e violino sono fondamentali per la riuscita del brano, uno dei più belli di The Forgotten Song. Restless Mind e Battles Lost And Won sono i due lati della medaglia: melodie sinuose trovano riscontro con l’aggressività (per lo più emotiva) della prima e con la decadenza mydyingbridiana della seconda. Gone è drammatica, e viene in mente la frase di Samvise Gamgee ne Il Signore Degli Anelli quando ascolta i canti degli Elfi dei boschi che si dirigono ai Porti Grigi per lasciare la Terra Di Mezzo: “non so perché, ora mi sento triste”. Una sensazione che torna anche nelle successive The Severe Mountain e A Bitter Fate, canzoni ben arrangiate che presentano stacchi musicali notevoli.

Ascoltando The Forgotten Song è facile rimanere affascinati dall’eleganza delle canzoni, una bravura, questa degli Aegonia, che è sempre merce più rara in ambito musicale. Il paragone che può essere azzardato è quello con gli Odroerir, non per la musica, attenzione, ma per la raffinatezza di alcune soluzioni. Se invece si vuol muovere una critica al disco, si può dire che non passa inosservata l’assenza di una canzone trainante, un brano con quel qualcosa in più che gli altri non hanno. Ecco, forse manca quello che può essere identificato come il classico singolo, ma è anche vero che The Forgotten Song è un album costruito in maniera da sopperire a tale mancanza, scorrendo senza momenti di stanca per l’intera durata.

The Forgotten Song, pur essendo un debutto, è un lavoro maturo e profondo, capace di regalare emozioni forti all’ascoltatore. Con qualche aggiustamento (una produzione ancora più efficace in fase “metal”) e un singolo efficace, gli Aegonia possono farsi valere a livello internazionale perché le qualità per affermarsi le hanno tutte. Più che consigliati a chi cerca un ascolto con un approccio serio e autunnale.

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Short Folk #3

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

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Apocalypse – Si Vis Pacem, Para Bellum

2018 – full-length – autoprodotto

8 tks – 51 mins – VOTO: 6,5

Dal nord Italia arriva un nuovo progetto che tutto deve ai Bathory: sul sito della one-man band Apocalypse, infatti, si legge che l’intero lavoro è in onore di Quorthon. Effettivamente la musica (e non solo) ricalca fedelmente l’idea viking/black di Blood Fire Death, peccando però in suoni ed esperienza: tutte cose che con il tempo il giovanissimo Erymanthon potrà controllare meglio al fine di realizzare un lavoro maturo in grado di competere con i migliori seguaci dei Bathory periodo viking metal, ovvero Ereb Altor e Bloodshed Walhalla. Nel frattempo di nuovi sviluppi Si Vis Pacem, Para Bellum è un disco in grado di far stare bene tutti i nostalgici di Blood Fire Death.

Delirium – Urkraft

2019 – full-length – Black Sunset

8 tks – 36 mins – VOTO: 7

Pagan metal 100% teutonico: tanto dovrebbe bastare per inquadrare la direzione musicale dei Delirium, formazione in attività dal 2006 e autrice di due full-length e due EP. Il nuovo disco Urkraft arriva a ben cinque anni di distanza da Wolfshenker, ma sostanzialmente l’attitudine e la “durezza” delle composizioni è sempre la stessa. Breve e diretto, Urkraft è destinato a fare la gioia di chi segue con interesse le uscite discografiche della sempre fertile Germania e può essere un buon inizio per chi si vuole avvicinare a queste sonorità.

Draugûl – Plagueweaver

2019 – EP – Wolfmond Production

4 tks – 21 mins – VOTO: 7,5

Il nome tolkieniano Draugûdovrebbe essere più che noto agli amanti del viking black metal, essendo la one-man band autrice di quattro interessantissimi dischi tra il 2013 e il 2017, l’ultimo dei quali è Winterspell. Il polistrumentista Vargblod torna con un EP limitato a 100 copie contenente quattro brani di metal epico e oscuro, con riferimenti blackeggianti e riff che rimandano ai Bathory. Si tratta di un lavoro di transizione in attesa del quinto full-length, ma la qualità dei singoli pezzi è alta e il consiglio non più essere che quello di accaparrarsi una copia prima che finiscano.

Eldhrimnir – Deuses Alcoolicos Do Bar

2019 – full-length – autoprodotto

9 tks – 37 mins – VOTO: 7

Folk metal con tematiche alcooliche? Sicuramente non è il binomio più originale della nostra musica preferita, ma quel che conta è che Deuses Alcoolicos Do Bar sia un disco ben fatto: si ascolta tutto d’un fiato senza cali qualitativi, nove tracce di folk metal godereccio sulla scia dei Korpiklaani (soprattutto per quel che riguarda l’impatto del cantante), con alcune parti che rimandano al rock folk dei Flogging Molly e altre dove viene messa maggiormente in mostra la voce propria del gruppo. Un buon inizio, non c’è che dire.

Garmskrik – Великанская Зима

2018 – full-length – SoundAge Productions

7 tks – 41 mins – VOTO: 7,5

Dopo anni di gavetta, EP e demo, è arrivato il momento per i russi Garmskrik di pubblicare il full-length di debutto nell’ultimo giorno del 2018. L’esperienza delle precedenti release ha sicuramente pesato sul risultato finale di Великанская Зима, lavoro maturo e personale, privo di cali d’ispirazione e che presenta una registrazione di grande qualità. Il pagan black metal della band di Arkhangelsk risente delle (giuste) influenze di Khors e – in minor parte – Nokturnal Mortum, portando avanti comunque un discorso musicale proprio, ricco di fulminanti accelerazioni di doppia cassa e brevi ed inaspettati stacchi acustici. Nulla di nuovo, insomma, ma fatto veramente bene: consigliati!

Hands As Wings – Man Must Fall

2018 – EP – autoprodotto

4 tks – 22 mins – VOTO: 7

La Grecia, terra stranamente poco vicina al folk metal, è la patria degli Hands As Wings, qui alla prima pubblicazione con l’EP Man Must Fall. Il folk metal del power duo composto da Ursus Demens (voce e basso) e Meesigma (batteria e chitarra) è incentrato sui tempi medi, inni di potenza, voce pulita ed epicità, con la conclusiva Dreams Down Deep più cupa e doomish, con tanto di scream vocals in alcuni passaggi particolarmente significativi. Man Must Fall (bella la copertina!) è un inizio incoraggiante, ma per il full-length all’altezza serve maggiore varietà.

Heather Wasteland – The Sverd

2019 – single – autoprodotto

4 tks – 20 mins – VOTO: 6,5

Abbiamo già incontrato gli Heather Wasteland in occasione del loro EP di debutto Under The Red Wolfish Moon, un lavoro stravagante (tre bassi in formazione, nessun cantante) diverso da questo maxi singolo The Sverd, nel quale la principale novità è la presenza della voce. Le tracce del disco sono quattro, ma la canzone è una sola: versione “normale”, celtica, in russo e strumentale in pre-produzione. Si tratta quindi della classica uscita per mostrare i piccoli ma significati cambiamenti, in attesa di un prodotto più corposo.

Holy Blood – Voice Of Blood

2019 – full-length – Vision Of God Records

8 tks – 39 mins – VOTO: 6,5

Due anni dopo l’EP Glory To The Heroes e ben cinque da День Отмщения, i paladini del death/folk cristiano tornano con un disco breve e brutale nel quale la componente folk è quasi nulla, sostituita da un impianto chitarristico vicino al melodic death metal più robusto di scuola svedese. Le sette tracce (più un breve intro) sono discrete e niente più e l’ascolto scorre senza particolari scossoni, sia positivi che negativi. Forse è ingiusto da dire, ma senza la componente cristiana che porta curiosità, qualcuno parlerebbe di questo disco degli Holy Blood?

Norvhar – Kauna

2019 – full-length – autoprodotto

7tks – 39 mins – VOTO: 6,5

Questo è un EP fatto veramente bene, dove l’intro ha addirittura un senso e le canzoni sono tutte accattivanti e stilisticamente diverse tra loro. Il problema, l’unico ma piuttosto ingombrante, è che Kauna sembra esser fatto di outtake di Victory Songs degli Ensiferum. Tolta lo voce di Matt che è più cavernosa di quella di Petri Lindroos, il resto segue con religiosa fede quanto realizzato da Markus Toivonen e soci nel 2007. Di sicuro Kauna (del mastering se n’è occupato un guru come Mika Jussila, già con Children Of Bodom, Finntroll e Amorphis tra gli altri) è un buon punto di partenza per una carriera promettente, basta proseguire con maggiore personalità.

Oakenshield – Lyke Wake Dirge

2018 – EP – autoprodotto

3 tks – 14 mins – VOTO: 8

Il progetto di Ben Corkhill torna a farsi sentire a 6 anni di distanza dall’ottimo Legacy, lavoro che nel 2012 ha certificato la bontà musicale della one man band inglese. L’EP Lyke Wake Dirge è composto da sole tre canzoni risalenti al periodo Gylfaginning che però non hanno trovato spazio nella release di debutto. Come al solito si tratta di folk/viking metal di grande qualità, suonato con forte personalità e gusto; ciliegina sulla torta è la riuscita cover dei Bathory Man Of Iron. Questa release unicamente digitale ha visto la luce per far tornare la gente a parlare degli Oakenshield dopo il cambiamento da progetto personale di Corkhill a band vera e propria con tanto di musicisti per i live: non resta che aspettare il prossimo full-length, sperando di non dover aspettare altri 6 anni per ascoltare nuova musica.

Vanvidd – Fødsel

EP – 2019 – autoprodotto

3 tks – 17 mins – VOTO: 7

Un pensiero blasfemo, ma che mi è balenato più volte nel cervello: come suonerebbero i Dissection con una forte componente folk? La risposta sembra provenire da Fødsel, secondo lavoro dei Vanvidd, band del sud Norvegia. Il folk black metal dei gruppo è tagliente e sporco di terra, dannato dalla natura, ma che alla natura deve tutto. Tre brani di emozionante folk black dalle chitarre melodiche, con lo scream di Mathias Dahlsveen incredibilmente somigliante a quello mai dimenticato di Jon Nödtveidt, Dopo il disco d’esordio self-titled (2016), questo Fødsel conferma la bravura del gruppo: è ora che qualche etichetta si accorga di loro.

wulafiR – I

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 25 mins – VOTO: 7,5

Solo project di Grimlach, chitarrista di Eldkraft e Diabolical. Pagan black metal di matrice svedese, dove tutto è cupo, a partire dalla copertina e, soprattutto, lo è l’aspetto musicale. La produzione volutamente sporca aiuta tantissimo e consente all’ascoltatore di entrare nel mood del disco. Non mancano strumenti folk e ripartenze vigorose subito dopo break acustici. Quello che sorprende, oltre alla voce rude ma pulita, però, è il lavoro della chitarra, tutt’altro che scontato: ai classici riff “blackeggianti” si alternano parti più articolate che impreziosiscono l’intero lavoro, un risultato che per attitudine può ricordare i Borknagar con “più chitarre”. è un ottimo EP, l’attesa e la curiosità per il disco, a questo punto, è più che legittima.

Haegen – Immortal Lands

Haegen – Immortal Lands

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Leonardo Lasca: voce – Samuele Secchiaroli: chitarra – Nicholas Gubinelli: basso – Tommaso Sacco: batteria – Eugenio Cammoranesi: tastiera – Federico Padovano: flauto

Tracklist: 1. Stray Dog – 2. Legends – 3. Gioie Portuali – 4. Fighting In The River – 5. Incubo – 6. Gran Galà – 7. The Princess And The Barbarians – 8. Bazar – 9. The Tale – 10. Terre Immortali – 11. My Favourite Tobacco

A due anni dall’EP di debutto Tales From Nowhere, tornano con un nuovo lavoro i marchigiani Haegen. Il nuovo disco è un full-length autoprodotto di undici tracce per un totale di cinquantadue minuti. La musica dei ragazzi tirrenici è un folk metal abbastanza personale, dinamico e ben suonato. Rispetto al precedente EP non si notano particolari evoluzioni musicali, ma è la produzione a fare la differenza: il lavoro in studio svolto da Manuele Pesaresi di D. Engine Studio è buono, i suoni potenti e il missaggio abbastanza equilibrato anche se a volte si ha l’impressione che la voce di Leonardo Lasca potesse essere messa in maggiore risalto.

A Stray Dog spetta l’onere di aprire il disco: chitarre rocciose, la voce graffiante di Lasca e le melodie di flauto di Federico Padovano sono gli elementi principali non solo della canzone, ma dell’intero disco. La band si trova a proprio agio con i tempi medi, dimostrazione ne sono le varie Legends e Fighting In The River, quest’ultima caratterizzata da un mood vagamente oscuro che non stona affatto con il resto dell’album. Incubo, come suggerisce il titolo, è molto cupa e pesante, ma non per questo non godibile, con forse l’unico difetto che risiede nelle rime utilizzate, un po’ troppo scolastiche. Uno dei pezzi meglio riusciti è Gioie Portuali, dal testo spassoso e dal tiro vincente, una canzone in grado di fare la differenza anche dal vivo. Grande Galà è un’altra composizione ben riuscita, ritmata e coinvolgente fin dalle prime note. In Bazar troviamo degli interessanti spunti mediterranei: gli Haegen si sono sforzati di tirar fuori dagli strumenti delle melodie e situazioni diverse dal solito e il buon risultato è la migliore ricompensa possibile. Per The Tale vale lo stesso discorso: spesso il voler uscire dalla confort zone fa bene e anche in questo caso la band anconetana sforna una canzone assolutamente piacevole, delicata, una power ballad come non se ne sentono quasi mai nel folk metal; piccolo appunto personale, avrei visto bene The Tale a metà scaletta, in modo da “spezzare” in due il disco. Immortal Lands volge al termine con gli otto minuti di… Terre Immortali! Anche qui gli Haegen sorprendono e si ripete quanto detto qualche riga prima, ovvero che quando Lasca e soci decidono di osare qualcosa il buon risultato è garantito. La spassosa My Favourite Tobaccco è il miglior modo per concludere un disco riuscito e divertente con qualche inevitabile calo di tensione.

La produzione è molto potente e piena, i suoni grossi e abbastanza definiti; il missaggio poteva essere più curato a favore della voce e dei fiati (a volte un po’ affogati nel marasma sonoro), con un livello in meno per la tastiera/fisarmonica. I passi in avanti rispetto Tales From Nowhere sono evidenti e questa è la strada giusta per godere a pieno della musica degli Haegen.

Immortal Lands è un bel debutto autoprodotto ma, per quanto ben fatto, mostra dei punti migliorabili e non rappresenta il disco definitivo degli Haegen. Normale che sia così, in fondo questo è il primo full-length e lungo i cinquantadue minuti (soprattutto nell’ultima parte) si percepiscono tutte le potenzialità dei giovani musicisti. In attesa del passo successivo, che sicuramente sarà ancora migliore, godiamoci questo Immortal Lands: band da seguire con attenzione e assolutamente da non perdere live.