Intervista: Bloodshed Walhalla

Second Chapter, sesto lavoro in studio per i Bloodshed Walhalla di Drakhen, è sul mercato da un paio di mesi e continua – giustamene – a far parlare di sé. Quattro canzoni per ottanta minuti di disco non è roba di tutti i giorni, tanto meno con una qualità a dir poco eccellente. Troppe le domande su Second Chapter e il futuro della band da fare al mastermind Drakhen per non contattarlo: quello che potete leggere qui sotto sono le risposte sincere e pulite di un musicista umile e genuino, lontano da stupidi cliché e dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano. Credo che per i Bloodshed Walhalla sia giunto il momento di avere il riconoscimento che meritano da parte degli addetti ai lavori e critica, perché quello dei fan e appassionati è in continuo aumento.

Mi sembra che Second Chapter stia avendo molti riconoscimenti, sia in Italia che all’estero. Te lo aspettavi?

Innanzi tutto ciao Mister Folk e grazie per avermi dato la possibilità di rispondere alle tue domande. Second Chapter è uscito il 31 marzo di quest’anno, un po’ in ritardo rispetto al tabellino di marcia che ci eravamo prefissati, questa maledetta pandemia che ha colpito tutto il mondo purtroppo ci ha fermati e per forza di cose il tutto è slittato di qualche mese. Però effettivamente l’attesa in qualche modo ha creato un certo interesse e curiosità da parte della gente, molti non vedevano l’ora che uscisse l’album. E così è stato, siamo immediatamente stati sommersi da richieste e messaggi. Le vendite stanno andando a ruba, ci stanno contattando da tutto il mondo per avere il cd. Siamo contenti di come stanno andando le cose, perché il lavoro che c’è sotto questa opera è veramente immenso e ci tenevamo parecchio a far bella figura e gridare al mondo che i Bloodshed Walhalla ci sono e sono più battaglieri che mai. In un certo senso ci credevamo, sapevamo che grazie all’esperienza accumulata in questi anni il successore di Ragnarok sarebbe stato accolto dai fan e dalla critica in maniera decisamente positiva.

Qual è il significato della copertina?

La copertina, come per Legends Of A viking e The Battle Will Never End, è un’opera di André Kosslick, gentilmente concessa ed elaborata dalla Curse Vag Graphic di Roma. Il quadro è stato pubblicato per il dramma musicale di Richard Wagner “Das Rheingold” quarta scena atto finale. La dea Freyr tende l’arcobaleno come un ponte verso il castello divino. Ora gli dei possono entrare nel forte di recente costruzione. Baldr invece guarda nella profondità della valle e ascolta le lamentele delle figlie del Reno, il castello di Wotan sarà distrutto dal fuoco più tardi nel crepuscolo degli Dei. È un’opera spettacolare e non ci sono parole.

Devo dire che iniziare il disco con un brano di quasi mezz’ora è totalmente folle, eppure funziona benissimo e non c’è un solo momento di stanca durante l’ascolto. Ti sei preso questo “rischio” perché consapevole della qualità della canzone?

Allora, Second Chapter non è un album per tutti, ne siamo consapevoli, solo gli amanti di questo genere di soluzione musicale riescono a cogliere la vera essenza che sprigionano le quattro canzoni presenti. Quindi per questo motivo abbiamo deciso questa volta, al contrario di Ragnarok dove la suite era presente come ultimo brano, di far capire una volta per tutte all’ascoltatore chi siamo realmente e cosa vogliamo offrire. Agli esordi ci hanno etichettato troppe volte come i cloni dei Bathory, non che la cosa ci abbia dato fastidio, anzi, abbiamo sempre dichiarato che avremmo tanto voluto prendere l’eredità del maestro al 100%, ma ci rendiamo conto che questo non si può fare e ci siamo dovuti inventare qualcosa per non sembrare cloni ed assumere un’identità specifica e personale. L’evoluzione è iniziata con l’album Thor, ed un po’ tutti se ne sono accorti. Quindi alla fine, rispondendo alla tua domanda penso che non sia stata follia inserire la suite Reaper (Baldr’s Dreams) come opener. Come spesso succede durante la composizione di un nostro brano, cerchiamo di non trascurare i dettagli, innanzi tutto le nostre canzoni devono avere un senso, devono trasmettere un messaggio, quindi se sappiamo l’argomento da trattare sviluppiamo tutta la canzone in base a ciò che racconta la storia. In Reaper (Baldr’s Dreams) raccontiamo dei sogni premonitori del dio Baldr, figlio di Odino, che sogna ripetutamente la sua morte. L’argomento è vasto ed ha bisogno di spazio, secondo noi non può ridursi a strofa ritornello ecc., ma deve essere raccontato per bene. La musica deve andare pari passo al testo, bisogna creare una fusione tra le due componenti. Anche secondo noi la canzone è perfetta così, molti ci hanno suggerito di dividerla in tre o quattro parti dato che nel corso dei minuti ci fermiamo per rifiatare e ripartiamo con un nuova fase, ma poi la magia della musica riporta il tutto alle origini grazie a dettagli studiati. Le quattro canzoni dell’album, come per Ragnarok, seguono tutte questa filosofia compositiva e possa piacere o no anche il terzo e ultimo capitolo della saga sarà impostato così.

The Prey è il pezzo più corto – si fa per dire! – con poco più di quindici minuti. Quando ti metti a comporre la musica pensi in partenza di fare qualcosa di impegnativo e lungo o non ti faresti problemi se la prossima canzone venisse fuori lunga “solo” sei o sette minuti?

Come ti dicevo prima, prima di comporre musica sappiamo già l’argomento da trattare. E data la vastità del racconti da inserire nel brano ci viene spontaneo non trascurare i dettagli del racconto. Questo è il nostro pensiero ma nello stesso tempo cerchiamo di non essere ripetitivi ma progredire e ritornare alle origini allo stesso tempo quando termina il racconto. Se il racconto è breve anche la canzone sarà breve. Di certo non possiamo ripetere argomenti per rendere la canzone per forza lunga. L’ascoltatore, a questo punto sì, si annoierebbe ed il risultato finale sarebbe orribile.

Ci vuoi parlare dei testi delle quattro canzoni?

Second Chapter è composto da quattro opere, ma prima di parlare dei testi faccio una breve introduzione. Il lavoro era stato pensato in principio come un doppio album in cui nel primo disco dovevano essere inserite le quattro canzoni di Ragnarok e nel secondo le canzoni di Second Chapter. Nella prima parte raccontavano della fine del mondo secondo la mitologia norrena con interpretazione personale, mentre nella seconda parte erano incluse storie di contorno alla battaglia tra le forze della luce e quelle del male. Data la durata complessiva di quasi due ore e trenta di musica si decise di allertare i fans con due uscite ravvicinate, più o meno un anno di differenza. La pandemia però ha rovinato decisamente i piani perché noi questi sacrifici avremmo voluto supportarli anche dal vivo. Ci sono stati ritardi significativi per l’uscita di Second Chapter ma il tutto in un certo senso ha portato alcuni benefici dato che l’attesa ha fatto sì che all’uscita ci sia stato un vero e proprio assalto per avere una copia. La prima canzone è Reaper (Baldr’s Dreams), narra come dicevo in precedenza dei sogni premonitori terribili del dio buono Baldr figlio di Odino; lui sognava costantemente la sua morte e gli Asi per proteggerlo fecero sì che ogni forma vivente o non vivente del mondo doveva giurare eterna fedeltà e non procurare alcun danno al dio. E così fu, gli dei si divertivano a scagliare su Baldr qualsiasi oggetto senza portar alcuna sofferenza. Loki indispettito da ciò con uno stratagemma scoprì che solo il vischio non aveva prestato giuramento. Con un inganno fece colpire Baldr con un rametto di vischio dal dio cieco Hǫðr uccidendolo. Hermóðr è il secondo brano, il testo racconta la discesa nel mondo di Hel del dio Hermóðr figlio di Odino, incaricato per riportare tra i vivi il fratello Baldr. Egli raggiunge la regina del male grazie allo stallone con otto zampe Sleipnir. Tutte gli esseri viventi e non dovranno piangere per Baldr, queste sono le condizioni dettate dalla regina, solo una gigantessa ( che in realtà risulta essere Loki) si rifiuta di piangere costringendo così il dio a rimanere per sempre nel regno di Hel. In The Prey parliamo della cattura del dio Loki. Gli Asi riescono a catturarlo mentre si nascondeva con sembianze di un salmone in un torrente. Loki verrà imprigionato e torturato fino a quando verrà liberato prima che si scateni il Ragnarok… del Ragnarok abbiamo parlato nel disco omonimo uscito due anni fa. Si passa all’ultimo brano che è After The End che racconta cosa succede e come risulta essere il mondo dopo la fine di tutto.

Il disco è il secondo di una trilogia iniziata con Ragnarok, quindi il prossimo album sarà anche l’ultimo di questo viaggio che, possiamo dirlo?, ha portato il nome dei Bloodshed Walhalla in giro per il mondo. Stai già lavorando al successore di Second Chapter?

Stiamo lavorando al terzo capitolo della saga ma non posso dirti nulla oltre al fatto che sarà un super album, sicuramente più evoluto e maturo dei precedenti e spero anche più professionale per quanto riguarda registrazione e confezione. Non che i precedenti siano malvagi, anzi, come dici tu i lavori hanno fatto e stanno facendo realmente il giro del mondo. Siamo stati recensiti quasi ovunque, il nome dei Bloodshed Walhalla ormai è una realtà costante nell’underground italiano ed internazionale.

Dopo Ragnarok hai avuto modo di suonare in giro per l’Italia. Era la prima volta live dei Bloodshed Walhalla che, lo ricordo ai lettori, è una one man band in studio. Le reazioni della gente al tuo concerto a Roma sono state sorprendenti, te lo aspettavi? Hai anche suonato con Benediction e Dark Funeral: vuoi raccontarci qualche aneddoto di quelle date e cosa hai imparato da quei concerti?

Sì, i Bloodshed Walhalla sono ancora una one-man-band in studio ed anche il terzo capitolo andrà sulla stessa linea compositiva dei precedenti. La nostra situazione per quanto riguarda i live è molto semplice, i ragazzi che fanno parte del progetto studiano le parti che io scrivo e il tutto viene proposto sul palco. Abbiamo iniziato così, ai ragazzi sta bene. Non so per quanto riusciremo ad andare avanti perché le difficoltà sono parecchie, ma fino a quando non ci siamo fermati tutti ci siamo veramente divertiti ed abbiamo accumulato una certa esperienza. Suonare sullo stesso palco dei Dark Funeral, Benediction, Furor Gallico, Necronomicon, non è semplice. Devi reggere l’urto con il pubblico. Noi siamo abituati nei piccoli locali con max 30 persone. A Roma e a Milano abbiamo trovato il vero pubblico, gente che ti stringe la mano e ti fa sentire importante. Ricordo perfettamente le sensazioni che abbiamo provato salendo su questi palchi, quasi di incredulità, ci chiedevamo cosa ci facessimo noi di fronte a tutta quella gente, poi dopo il primo tremore e le prime urla tutto diventava più chiaro e semplice da gestire. In particolare nel concerto con i Dark Funeral a Milano ci siamo trovati di fronte un pubblico a tre zeri. Sicuramente non erano venuti a vedere noi, ma dal coinvolgimento che siamo riusciti a trasmettere mi sono accorto che la gente si è divertita ed ha apprezzato il nostro show. Poi tutto sul più bello, dato che avevamo appena firmato un contratto con una agenzia di booking che avrebbe curato la nostra parte dal vivo, è crollato come un castello di carta. Ora stiamo capendo insieme come è quando ripartire più determinati di prima.

Ho visto che c’è una sorta di gemellaggio con Apocalypse, one man band di Torino anch’essa debitrice ai Bathory, fresca autrice di Pedemontium. Cosa pensi della sua musica e ci sono altre realtà italiane che segui?

Non c’è da dire molto, appena ho sentito che un’altra band italiana stava incentrando la sua musica sulle tonalità da te citate, mi sono subito incuriosito e senza aspettare molto ho contattato Erymanthon ed è nata subito una bella amicizia, ci scambiamo i lavori e qualche consiglio. L’ultimo album degli Apocalypse è davvero eccezionale, suona maledettamente viking! Un giorno magari potremo anche fare qualche lavoro insieme, ci siamo scritti e l’idea è piaciuta ad entrambi. Chissà!!!

Mi è piaciuto un sacco l’EP Mather, nel quale folklore lucano e viking folk metal andavano a braccetto. Potresti fare qualcosa del genere in un prossimo futuro oppure si è trattato di un esperimento che non avrà un seguito?

Mather è stata una bellissima idea, combinare il viking metal con alcune canzoni popolari della nostra terra ha reso i Bloodshed Walhalla in un certo senso unici. L’esperimento è riuscito alla perfezione, le due culture si sono fuse in maniera efficiente e tanti sono stati gli elogi da parte di chi ha ascoltato questo lavoro. Mather è un progetto che sicuramente non rimarrà fine a se stesso, ma avrà sicuramente un successore, magari anche più completo da non rimanere un semplice EP. L’intenzione è quella di fare un vero e proprio album, bisogna solo trovare il tempo per farlo dato che stiamo concludendo ancora l’ultimo capitolo della trilogia sul Ragnarok. In seguito abbiamo altre sorprese da proporre al nostro pubblico, ma per ora ce le teniamo in segreto e saremo pronti a deliziarvi non appena sarà il momento giusto per farlo. Per ora godetevi Second Chapter che è appena uscito ed ha bisogno di essere supportato dato che ancora non ve lo possiamo proporre dal vivo. Comunque sicuramente un Mather atto secondo ci sarà, potete starne certi.

Ci sarà modo di avere su cd o vinile l’EP The Walls Of Asgard e il tributo ai Bathory, o resteranno solo in digitale?

The Walls Of Asgard a nostro avviso è un capolavoro che non può rimanere solo in digitale ma merita molto di più. Avete ascoltato The Pact? È un’opera stratosferica, forse la migliore tra le tre longtracks proposte finora, vi consiglio di ascoltarla e giudicarla. Stiamo progettando qualcosa a riguardo, ma per ora non vi dico nulla perché dovrebbe coinvolgere tutta la band e non una sola persona. Per quanto riguarda il tributo ai Bathory, penso che per ora rimarrà solo in digitale, anche perché, per chi ci segue e sa la nostra storia, quelle sono canzoni degli esordi di quando i Bloodshed Walhalla volevano essere una cover band dei Bathory, praticamente tutti i file sono stati perduti o chissà dove sono e perciò andrebbero ri-registrate nuovamente e francamente non ha senso. Per chi desidera ascoltarle può visitare le nostre pagine.

Drakhen, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti ringrazio per regalarci ogni volta della grande musica. Hai lo spazio per concludere come meglio credi l’intervista.

Ringrazio te Mister Folk per avermi dato l’opportunità di chiacchierare un po’ con te e con chi segue la tua webzine. Ringrazio chi ci segue e mi contatta per aver notizie del nostro futuro, molti ancora non sanno se siamo una band o una one-man-band e ad essere sincero non lo so neanche io, so solamente che c’è una realtà che ormai è radicata e che piaccia o no continuerà per la sua strada. Spero di incontrarvi tutti per stringerci la mano ed abbracciarci bevendo della sana birra. Spero anche che i Bloodshed Walhalla tornino a suonare dal vivo, naturalmente se ci sarà la possibilità di farlo, il prima possibile per così condividere con voi tutti i sacrifici che stiamo facendo per regalarvi musica e le sensazioni più genuine dell’heavy metal. Noi ce la mettiamo tutta, voi sosteneteci, a presto! Drakhen.

Intervista: Apocalypse

Quarto disco in quattro anni per la one man band Apocalypse: il nuovo Pedemontium è un grande album e l’occasione era troppo ghiotta per non parlarne con il mastermind Erymanthon Seth. Tanti gli argomenti trattati, e piacevole chiacchierata anche grazie alla voglia di raccontarsi del cantante/musicista piemontese, estremamente felice per avere tra le mani per la prima volta un proprio lavoro in forma fisica. Buona lettura!

Questa è la nostra terza chiacchierata: cosa è successo in casa Apocalypse dallo scorso anno, quando ci sentimmo dopo la pubblicazione di Odes?

Eh già, il tempo vola! Haha. Dopo la pubblicazione di Odes abbiamo ultimato il quarto album Collapse, che è uscito a maggio dell’anno scorso, e che nonostante lo stile marcatamente differente rispetto a tutto il resto della discografia (parliamo di un disco totalmente death metal) è stato ben recepito dal pubblico. Nel frattempo anche il nuovo Pedemontium, che ho iniziato a comporre già nell’estate 2019, continuava a prendere forma. L’ultimo album è nuovamente vicino allo stile epico che caratterizzava i primi due lavori, pur con qualche evoluzione e novità, e questa volta abbiamo anche accompagnato l’uscita del disco con un videoclip. Adesso abbiamo qualcosa che bolle in pentola per il futuro, posso dire che ci saranno imminenti novità sotto diversi aspetti ma è tutto ancora un po’ nebuloso, per cui preferisco non anticipare nulla…

Per la prima volta un tuo lavoro esce in formato fisico con il supporto di un’etichetta. Com’è nata la collaborazione con la Earth And Sky Productions?

Marian della Earth And Sky mi aveva contattato già ai tempi del primo album Si Vis Pacem, Para Bellum, fu lui a offrirsi di creare le pagine dedicate ad Apocalypse su Metal Archives e Discogs. Quello è stato il nostro primo contatto. Poi mi ha nuovamente aiutato a inizio 2020 a istituire la pagina Bandcamp del progetto, e infine parlando durante l’anno, mi ha fatto la proposta di pubblicare il nuovo album con la loro etichetta, offerta che io ho accettato. Devo dire che avere finalmente tra le mani una copia fisica del tuo lavoro è una sensazione bellissima. Curare la grafica e il design del libretto e della confezione in generale è anche un lavoro appagante, una bella presentazione estetica ad accompagnare la musica non può che arricchire il prodotto intero.

Il tuo nuovo disco è una dichiarazione d’amore per il Piemonte…

Sarà che sono nato e cresciuto qui, che fin da piccolo cammino su per le alte montagne che abbracciano la regione intera, io ho un profondissimo legame con il Piemonte e con le sue meraviglie naturali. Il Piemonte è la mia Terra, ed è una delle più belle del mondo. Non esiste una sensazione tanto intensa quanto quella che si prova quando ti trovi in cima alle montagne, osservando dall’alto questi maestosi paesaggi immensi, o quando ti trovi al cospetto di esse che sembrano quasi osservarti austere, come giganti silenziosi. La bellezza delle vette e delle valli d’inverno, quando tutto è ricoperto di gelida e purissima neve, dei cristallini laghi montani, delle praterie rigogliose d’estate, delle pianure nebbiose e dei boschi variopinti d’autunno, è qualcosa di davvero inimitabile. Sono sensazioni pressoché impossibili da descrivere a parole, e allora io ho provato a metterle in musica, a descrivere le meraviglie naturali del luogo e a narrarne le leggende. I suoni e le note del disco parlano molto più dei testi. Aggiungo anche che è strapieno di gruppi che imitano i nostri colleghi scandinavi, che cantano di vichinghi e dei fiordi, dimenticando le proprie radici e la propria identità. La Scandinavia è una terra bellissima con una mitologia davvero affascinante, sono il primo ad affermarlo. Ma dovrebbero essere i gruppi di quelle terre a cantarne nei loro dischi, gruppi come Bathory e Windir. Spesso dimentichiamo che in quanto a paesaggi spettacolari, non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, e nemmeno in quanto a mitologia, dai Celti che popolavano le valli del Piemonte (le Alpi Cozie, ad esempio, si chiamano così proprio perché furono abitate dalla popolazione celtica dei Cozii, fin dal 1800 a.C.), agli Etruschi, ai Romani… E chi dice che l’Italia non è una terra “cold”, “dark”, “da Black Metal”, lo inviterei a fare due passi con me a oltre 2000 metri sulle montagne in pieno inverno, a visitare i bunker abbandonati in alta quota sul fronte di guerra, dove durante secolo scorso si combatteva d’estate e d’inverno con la neve alta più di tre metri e gli arti congelati, a leggere qualche componimento Leopardiano, a studiare la storia delle guerre dall’antica Roma alla Seconda Guerra Mondiale, o a visitare qualche catacomba e ossario… Qualcosa mi dice che cambierebbe idea!

Il disco suona compatto e omogeneo. C’è però una canzone che preferisci alle altre? Se sì, quale e perché?

Bella domanda, hahaha! É difficile, per un artista, rispondervi… Probabilmente la contesa è tra Dark Mountain, traccia 3, e I Died By The Mountainside, traccia 4. Della prima mi piacciono la varietà di suoni e strumenti adoperati, gli arrangiamenti elaborati con melodie polifoniche intrecciate, le linee vocali dei cori e la sonorità epica e solenne. Della seconda mi piacciono la potenza e l’energia, il ritmo martellante, i riff di chitarra un po’ più elaborati e soprattutto le sezioni di intro, ritornello e assolo, che credo mi siano veramente riuscite. Menziono anche The King Of Stone, traccia 9, mi piace il sound imponente che sono riuscito a conferire in particolare con la intro di organo bachiano e con i maestosi cori del ritornello.

Vuoi raccontarci come nascono i testi di questo album? Hai lavorato prima sulla musica sapendo di cosa avresti parlato, o il contrario?

Generalmente, quando inizio a comporre un disco ho in mente un’idea del sound e del tema centrale che voglio trattare nel disco, questo fa da modello per il resto della costruzione musicale. Però su ogni canzone la musica nasce quasi sempre prima delle parole che andrò a cantare, anche se il tema del disco è definito in partenza. Vedi, quando scrivo la mia musica, è un po’ come se chiudessi gli occhi e tentassi di dipingere un paesaggio, uno scenario, è come se avessi nella mia mente un’immagine che io cerco di descrivere, ma invece di pennelli e colori utilizzo accordi, timbri e melodie. Altre volte tento di usare la musica per esprimere delle emozioni che le parole da sole non possono descrivere a fondo. Facendo una breve carrellata dei temi trattati nei testi del disco, escludendo ovviamente le orchestrali Prologue ed Epilogue, abbiamo Pedemontium che è una breve descrizione e celebrazione del Piemonte; Dark Mountain racconta le oscure leggende di spiriti e demoni che circondano il Monte Musinè; I Died By The Mountainside (titolo di una mai pubblicata canzone dei Bathory, che inizialmente avrebbe dovuto essere inclusa in Hammerheart) racconta la morte di un guerriero in una non meglio specificata battaglia nei pressi delle oscure e fredde montagne, durante una notte d’inverno; Crystal Eyes è la storia di un uomo in viaggio, forse un guerriero o un avventuriero, che si ferma a riposare in una radura al tramonto, e scorge tra i raggi di luna una figura femminile, magari una ninfa o una fata dei boschi, e se ne innamora; The Trail Of Ice è stata ispirata da un romanzo che lessi qualche anno fa sull’antica Roma, in cui ad un certo punto un messaggero deve partire per recapitare un messaggio importante, e attraversa a cavallo, durante la notte, i sentieri innevati delle montagne nel Nord Italia; Mountain Soul è la storia di qualcuno che scala una montagna per ritrovare sé stesso, e giunto in cima, dinanzi ai paesaggi spettacolari, si sente finalmente libero; The Lake Of Witches è una leggenda di queste terre, precisamente legata al cosiddetto Lago delle Streghe presso l’Alpe Devero, secondo la quale una giovane tradita dal suo amato chiede a una strega di riaverlo indietro per sé, e allora le due si incamminano in una grotta, dove la strega chiede alla giovane di osservare in una piccola pozza di acqua cristallina e di scegliere tra l’amore mortale del suo amato o l’eterna bellezza degli Dei. La ragazza sceglie gli Dei e danza con le streghe della caverna attorno al fuoco, la grotta svanisce e al suo posto rimane un lago di acqua purissima. Infine, The King Of Stone è a proposito del Monviso, la Montagna per eccellenza del Piemonte, il Re di Pietra, appunto, ne descrive l’imponenza e ne racconta alcune leggende, tra cui quella della sua antica maledizione: chi avesse osato scalarne la cima, non avrebbe mai più fatto ritorno.

Crystal Eyes è diversa da tutte le altre canzoni di Pedemontium, una sorta di power ballad piazzata sapientemente a metà scaletta. Ti è piaciuto comporla e pensi che ci saranno canzoni nello stesso stile in futuro?

Ti ricordi Ring Of Gold dei Bathory? É una traccia di Nordland I, una folk ballad, come Crystal Eyes. La canzone parlava di un guerriero vichingo che, prima di partire per i suoi lunghi viaggi, dona un anello alla sua amata perché essi siano sempre uniti. Era una bella storia e così ne ho scritta una simile, riadattata al contesto di queste terre, e come ho scritto nel libretto del CD, è dedicata un po’ a tutti coloro che vi si rispecchino, che questa storia la sentano vicina a loro stessi. Ma per raccontare una storia del genere non puoi usare grida sguaiate e chitarre distorte, hai bisogno di una voce chiara e melodica, di una chitarra acustica e di una sonorità e atmosfera più sognanti. Ci sono fino a cinque o sei tracce di chitarra che suonano in contemporanea su questa canzone, e poi effetti sonori, tastiere, cori e strumenti folk, e anche un assolo di elettrica alla fine. La musica folk è molto bella e la sua sonorità sognante e malinconica mi piace molto, mi piace sia ascoltarla che comporla, ci sono quasi sempre brani o intermezzi acustici sui miei dischi e credo che sarà una strada che continuerò a percorrere.

Metal bathoriano e Bach: sembra ormai che tu ci abbia preso gusto. E devo dire che il connubio funziona molto bene!

Bach è stato il primo metallaro della storia! E a dirla tutta, tantissima musica classica va davvero a braccetto con la musica metal. Non so se hai mai assistito ad un concerto d’organo a canne, ha un timbro e un suono potentissimi, da far vibrare la sedia su cui sei seduto. É uno dei miei strumenti in assoluto preferiti e mi piace incorporarlo nella mia musica, credo infatti che continuerò ad adoperarlo nei lavori successivi. Lo dico senza vergogna, credo che ci siano più energia e maestosità in un concerto d’organo classico che in quasi tutti i concerti Metal nel pub sotto casa. Ascolta il Preludio e Fuga in La Minore, BWV 543, per capire cosa intendo. Il finale mi fa venire i brividi ogni volta per la sua imponente intensità. Mi esalta molto di più ascoltare un’esecuzione organistica di un pezzo di Bach da parte di un bravo organista e in una sala da concerto con un’ottima acustica, piuttosto che tornare a casa alle tre di notte dopo aver passato la serata in un localino rock/metal con le orecchie che fischiano e la testa che fa male, magari dopo aver beccato la serata sfortunata in cui i gruppi che suonano sono sbronzi marci e sia l’esecuzione che il sound fanno schifo. É divertente una volta ogni tanto, ti fai una birra con gli amici e ti diverti. Ma in generale, la musica preferisco ascoltarla su un CD, dove la produzione e l’esecuzione sono migliori, questo mi permette di viaggiare con la mente e con l’immaginazione. E se devo assistere ad un concerto, preferisco che sia un concerto di musica classica. Aggiungo un’eccezione, qualche anno fa ho visto i Nightwish, e sono fenomenali dal vivo. Ma d’altronde, oltre ad essere musicisti stagionati ed eccellenti, suonano in grandi arene e hanno una equipe di tecnici del suono smisurata, che gli permette una resa magnifica, come del resto tutti i gruppi di un certo calibro.

Quale strumentazione hai utilizzato per registrare e produrre Pedemontium?

Dunque, partiamo dalle chitarre… Ho adoperato la mia Ibanez JS-140 in colore bianco per le parti elettriche (a differenza degli altri dischi su cui ho suonato la mia Washburn CS-780 in finitura nera), l’acustica invece è una Stagg A-2006 CS. Il basso che ho usato è un Ibanez Soundgear SR500. Le parti di tastiera sono state fatte con strumenti virtuali MIDI o con una tastiera sintetizzatore Roland D-10. Inoltre, le parti di mandolino le ho registrate con un mandolino Harley Benton. I miei amplificatori sono Rocktron e Marshall, su Pedemontium in particolare ho usato un Rocktron Piranha. Mi piace il sound vecchia scuola, non il sound “standard” di molte chitarre metal moderne che sembra uscire da un reparto di chirurgia plastica piuttosto che da uno studio di registrazione, dato che utilizzano tutti gli stessi vst (virtual studio technology, ndMF) e gli stessi preset! La batteria su questo lavoro è ancora una drum machine, spero di riuscire a cambiare questo aspetto presto. Le voci e gli strumenti microfonati sono stati registrati usando un unico microfono, un tradizionalissimo Shure SM58. La registrazione è stata fatta in digitale e quindi anche il missaggio e mastering sono stati fatti tramite una DAW. Al di là della strumentazione, una parte molto importante del sound pieno e avvolgente è la sovrapposizione “a strati” di tanti strumenti e tracce diverse. Nei cori ci sono fino a 10 tracce vocali che eseguono linee melodiche diverse, spesso le tastiere accompagnano le chitarre, la mia chitarra è accordata in modo da poter suonare power chord pieni in distorsione su due ottave invece che una sola, l’elettrica ritmica è spesso coadiuvata da una o più linee melodiche o da mandolino e chitarre acustiche, e così via. Tutto questo è un aspetto fondamentale del sound che esce alla fine dalle casse.

Dovendo consigliare qualche luogo imperdibile della tua regione, quali segnaleresti?

Primo su tutti quello che ho scelto come protagonista della copertina del CD, il Monviso. La leggenda vuole che sia un antico e potente Re, tramutato in pietra dall’ira degli Dei. Le popolazioni antiche lo temevano e ne avevano molto rispetto, e ti assicuro che osservarlo da vicino, e trovarsi al suo cospetto per così dire, è un’esperienza indescrivibile, ti sembra davvero di trovarti al cospetto di un Dio, austero ed imponente. Sempre a riguardo di montagne, segnalo la Valle di Susa, che è ricchissima di paesaggi spettacolari e sentieri e percorsi anche in alta quota ma alla portata di chiunque sia abituato anche solo a passeggiare, e i rifugi sono davvero accoglienti e cucinano dell’ottimo cibo! Consiglio caldamente il rifugio Levi Molinari di cui ormai sono cliente abituale da anni, e anche i rifugi Amprimo e Toesca. Vale la pena visitare anche le langhe e i paesaggi collinari e pianeggianti, splendidi in particolare d’autunno, alcuni paesi che consiglio sono Santo Stefano Belbo e Moncucco, trovate trattorie tradizionali nei paraggi in cui si mangia benissimo e si beve ottimo vino. Alba è una cittadina che vale la pena visitare, inoltre se ci andate in Ottobre c’è la Sagra del Tartufo, una tappa lì non può mancare. Ovviamente, non può mancare nemmeno la visita a Torino, che è una città bellissima con moltissimi di luoghi interessanti, tra cui cito il Palazzo Reale, il Parco del Valentino, le piazze del Centro, la targa nei pressi dell’abitazione in cui visse Friedrich Nietzsche, e il meraviglioso colle di Superga. E se ascoltate black metal, come mi è già capitato di consigliare, fate assolutamente un salto da Pagan Moon! (storico negozio di dischi, ndMF)

Pensi che in futuro i tuoi precedenti lavori verranno stampati su cd, magari anche in piccole quantità?

Certamente, sarebbe un’ottima cosa e spero che si riesca a portare a termine. Odes in particolare merita una stampa. Molti nel mio pubblico lo considerano il mio disco più riuscito finora, e credo che avrebbero piacere di possederne una copia fisica.

Ho visto che c’è una sorta di “gemellaggio” con Drakhen dei Bloodshed Walhalla: è un’intesa particolare tra one man band che adorano i Bathory? 🙂

Hahaha! Drakhen l’ho conosciuto un annetto fa dopo la mia prima apparizione su Mister Folk Compilation, è una persona magnifica, spesso ci sentiamo e ci scambiamo pareri, consigli, eccetera… Diciamo di sì, potrebbe essere una sorta di fratellanza sotto il segno di Quorthon e dei Bathory!

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo?

Oh… Ultimamente, ascolto moltissimo i Windir, Arntor è un capolavoro. Sempre nell’area metal, sto ascoltando più che altro black metal dalla seconda ondata in avanti, da gruppi storici come Mayhem e Burzum a gruppi giovani e meno conosciuti come Durbatuluk. Un CD che ho preso recentemente, che mi è piaciuto tantissimo e che consiglio a tutti è Antzaat – For You Men Who Gaze Into The Sun. Ogni tanto, ovviamente, qualcosa di Quorthon o dei Bathory finisce sempre nei miei ascolti! Ma non mi fermo qui, sto ascoltando ovviamente molto Bach e altra classica, poi Branduardi, musica ambient, musica sperimentale, chitarra spagnola… è necessario per rinfrescare un po’ la mente e “staccare” dalle solite soluzioni musicali e sonorità a cui sei abituato. Anche musica folk tradizionale, una delle mie canzoni preferite ultimamente è la svedese Hårgalåten. Sono anche iscritto al canale Black Metal Promotion e faccio parte del suo server su Discord, quando capita ascolto una live-stream dei dischi nuovi che pubblica.

Siamo giunti al termine della chiacchierata: vuoi aggiungere qualcosa?

Un saluto a te Mister, e ringrazio tutti coloro che hanno letto questa intervista, che hanno ascoltato o comprato il nuovo album, tutti coloro che mi scrivono e che supportano in qualche modo il progetto. Siete i migliori, ragazzi! Tenete a cuore il metal, e rimanete in linea per le novità con Apocalypse. Hail the Hordes!

Bloodshed Walhalla – Second Chapter

Bloodshed Walhalla – Second Chapter

2021 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Reaper 2. Hermóðr – 3. The Prey – 4. After The End

È una frase fatta e anche abusata, ma a volte il suo utilizzo è giustificato: qual è il confine tra genio e follia? Si sta parlando di Second Chapter, quinto full-length dei Bloodshed Walhalla: prove dalla parte della follia sono il minutaggio altissimo (settantotto minuti!) e il numero minimo di tracce (solo quattro!), a difesa del genio troviamo la qualità delle canzoni, elevatissima. Quindi Second Chapter dei Bloodshed Walhalla è un disco figlio di un genio musicale, almeno per quel che riguarda il viking metal.

Matera, Basilicata, 2006: un adoratore dei Bathory più epici decide di dare un seguito artistico a quanto interrotto bruscamente da Quorthon con la sua morte. I primi cd, in effetti, sono dei veri e propri tributi al cantante/musicista svedese: The Legends Of A Viking e The Battle Will Never End hanno poca personalità, anche se già si sente che la mano che muove i fili sa il fatto suo. Con l’EP Mather le cose cambiano e in Thor la voce dei Bloodshed Walhalla si fa personale, senza per questo allontanarsi troppo da quanto il maestro scandinavo aveva creato con i vari Hammerheart e Nordland. Ragnarok è storia recente (2019), ma è anche l’album della consacrazione, sempre a livello underground, sia in Italia e all’estero. Il nuovo Second Chapter prende quanto di buono presente in Ragnarok, lo fa suo, e lo estremizza sotto diversi punti di vista. La prima cosa che risalta è il minutaggio elevatissimo, pericoloso e in grado di fare vittime se utilizzato male: se da una parte è vero che una composizione di dieci minuti dice tutto quello che c’è da dire, è altrettanto vero che gli epici brani creati da Drakhen possiedono la magia di non stufare nemmeno quando si supera la soglia dei quindici e venti minuti.

L’iniziale Reaper, per tornare al discorso follia/genio, fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della prima: piazzare in apertura mezz’ora di canzone (e non due o tre brani che potrebbero reggere anche separati, uniti da parti atmosferiche simil intermezzo) è roba da far tremare le gambe, soprattutto in un periodo storico nel quale l’attenzione verso la musica è ai minimi storici, con pochi minuti – quando va bene! – di concentrazione prima di perdersi in altri mondi o distrazioni. Ventotto minuti abbondanti di musica viking metal richiedono forza e coraggio, ma soprattutto tanta bravura nel comporre una canzone in grado di tenere l’ascoltatore attaccato alle casse dello stereo tutto il tempo. Descrivere una composizione del genere non è cosa semplice: epicità e cori maestosi incontrano raffiche di chitarre taglienti, con il cantato che si adegua alternando scream a parti in pulito (ma sempre un po’ graffiante, marchio di fabbrica di Drakhen). Dopo una mini suite i sedici minuti di Hermóðr sembrano una passeggiata, ma di quelle bellissime che portano in alto, in cima a un’imponente montagna e una volta arrivati si prova la vera felicità. Anche qui i ritmi cambiano più volte, ma il mid-tempo la fa da padrone insieme alle tastiere che tramano melodie e creano un tappeto atmosferico quando se ne presenta occasione. La terza traccia è la già nota The Prey, scelta come “singolo” di presentazione di Second Chapter. Il brano è più diretto e bada più al sodo, mettendo in luce belle melodie folk (compreso lo scacciapensieri) e cori maschili solo quando ce n’è realmente bisogno, così come le accelerazioni di batteria, sempre razionate al fine di fare realmente la differenza quando compaiono. Quarta e ultima traccia, After The End racchiude tutto quello che sono i Bloodshed Walhalla del 2021: epicità e muscoli, ma in grado di graffiare con melodie folk e tastiere pompose, il tutto amalgamato dal buon gusto della mente del progetto, quel Drakhen che umile e silenzioso è stato in grado di partorire degli album in serie che in tanti, anche all’estero, si sognerebbero di comporre.

Degno successore dell’eccellente Ragnarok, Second Chapter estremizza quanto di buono presente nei precedenti album, ben figurando nel difficile compito di non annoiare quando la durata di una singola canzone supera costantemente i quindici minuti. Quel che maggiormente colpisce, però, è la continua maturazione del sound del progetto di Drakhen, passato da un semplice tributo ai Bathory a nome di punta dell’intera scena viking. L’ho detto anni fa e lo ripeto: se la provenienza dei Bloodshed Walhalla fosse Göteborg o Helsinki invece di Matera staremmo parlando di una band sulle copertine dei magazine musicali, ma anche questo fa parte della “magia” che circonda questa realtà fin dai suoi primi passi. E in un certo senso è meglio così: Bloodshed Walhalla orgoglio italiano!

Intervista: Bloodshed Walhalla

La one man band Bloodshed Walhalla sta raccogliendo sempre più consensi, in Italia e all’estero. Il motivo? Ottimo viking metal di chiara ispirazione bathoriana, ma è con l’EP Mather che le coordinate musicali, almeno momentaneamente, sono cambiate. Questa che segue è la lunga e piacevole chiacchierata tra me e Drakhen, il Quorthon italiano.

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Come ti sei avvicinato alla musica, e successivamente alla chitarra e a Bathory?

Avevo undici anni quando ascoltai Icarus Dream di Yngwye J. Malmsteen, da li nacque la passione per la chitarra, volevo emulare Malmsteen (ride, nda). Con la mia prima chitarra classica facevo l’assoletto e poi ascoltando le altre canzoni del disco mi resi conto della bravura del cantante Jeff Scott Soto e allora volli capire come riusciva a cantare così alto, e mi impegnavo a suonare come Malmsteen e cantare come in quel modo, senza riuscirci ahah! Poi tramite famigliari che ascoltavano metal inizia a conoscere gli Iron Maiden, a suonare qualche cover dei Metallica come facevano tutti i giovani dell’epoca. Ho fatto parte di alcune band locali, ma un giorno un mio amico mi venne a trovare portando due dischi che lasciò a casa mia, Twilight Of The Gods e Hammerheart dei Bathory. Ascoltando quella musica scoccò una scintilla e dissi “ma da dove se ne esce, questo è un genio!”. In seguito approfondii la conoscenza di Quorthon e dei Bathory, scoprii la storia eccetera. Nel 2005, non avendo più una band decisi di comprare un po’ di attrezzatura e fare una sorta di cover band dei Bathory, così è nato il progetto Bloodshed Walhalla.

Mi fa sempre piacere parlare con le persone della mia età perché si finisce sempre a parlare della grande musica degli anni ’80…

Il mio primo disco fu Blizzard Of Oz di Ozzy Osbourne, seguito da License To Kill dei Malice… poi sono diventato un fan sfegatato degli Helloween, conosco tutto su di loro, e infine mi sono spostato sul metal scandinavo.

Come sono nati i primi dischi dei Bloodshed Walhalla? I primi due sono molto bathoriani, Mather ha un forte legame con quanto fatto in precedenza, ma mostra passaggi diversi dal solito, aggressivi, quasi black metal in alcuni momenti. Quindi, sei partito come tributo e ti stai evolvendo verso qualcosa di più personale, oppure Mather è un discorso a sé e in seguito tornerai a omaggiare Quorthon?

Con la morte di Quorthon è scattato qualcosa nella mia testa, pensavo “cavolo, possibile che non potrò più ascoltare un inedito dei Bathory, qualcosa che mi possa far rivivere quelle sensazioni?”, così ho pensato “e se me le faccio io?” (ride, nda). Ho studiato il suo repertorio e il suo modo di suonare, compreso il mettermi in camera al buio ad ascoltare le canzoni cercando di capire le sensazioni provate dal chitarrista mentre le suonava, o sul perché il cantante ha scritto quel testo in quel modo… parecchie volte mi sono ritrovato in stanza a pensare cosa poteva aver provato Quorthon nei momenti in cui scriveva le canzoni. Proprio grazie a questo sono riuscito a scrivere dei pezzi non copiando, ma emulando il suo modo di pensare e di suonare viking metal. Se la mia band si fosse potuta chiamare Bathory 2 sarei stato felicissimo ahahah! Non me ne frega nulla se la gente dice che ho copiato quanto fatto da Quorthon, io ho voluto proseguire quanto fatto da lui.

Come hai scelto il nome?

Il primo nome era Walhalla, ma siccome ci sono altre band con lo stesso nome, ho aggiunto Bloodshed per dare un senso di unicità.

La curiosità che mi porto dietro da tempo riguarda il primo disco The Legend Of A Viking: è vero che è stato registrato nello scantinato dei vigili del fuoco?

Sìsìsì, è vero! Erano da poco nati i miei figli, quindi di tempo a casa per suonare non ne avevo, l’unico modo per farlo era di portare tutta l’attrezzatura per registrare in caserma. La domanda che ti starai facendo è “ma voi vigili del fuoco non fate un cacchio?” ahah! All’epoca lavoravo in un distaccamento di Taranto, una costruzione enorme con tante stanze e cantine dove mettere la roba mia e non dare fastidio a nessuno. Nelle ore di pausa o di non interventi in corso andavo lì e suonavo, urlavo e registravo. In questo modo ho registrato i primi due dischi, The Legend Of A Viking e The Battle Will Never End.

Questa storia è fantastica!

Quando sei da solo puoi registrare veramente ovunque: a casa, in cantina, sul pulman, in un bosco, basta avere un registratore! Quando sei in una band invece si è sempre vincolati agli impegni degli altri.

Quel è stato il feedback di riviste, siti e pubblico dei primi due album?

Sono sinceramente rimasto sorpreso da come i media abbiano accolto i miei album: non sono un chitarrista, non sono un bassista, non sono un batterista e non sono un cantante, sono solamente uno che ha qualche idea in testa e credo che sia riuscito a realizzarle abbastanza bene, questo forse le persone lo hanno capito e apprezzato. Molti mi chiedono come faccio a fare tutto da solo, i cori e le canzoni da dieci minuti… lo faccio con tanta passione e voglia di fare. Effettivamente ho ricevuto email dove mi riconoscevano come il figlio di Quorthon, il Quorthon italiano o il Quorthon della Basilicata. Se tu mi chiedi quale band suona viking metal come quello creato dai Bathory al massimo ti posso rispondere gli Ereb Altor, anche se ultimamente hanno variato qualcosa. Penso di essere proprio l’unico che faccia spudoratamente la musica che faceva Quorthon.

Lo penso anche io…

Non sono mai riuscito, nemmeno tramite i social network, ad ascoltare una canzone da poterla collegare alla musica dei Bathory. Tutte queste band strapagate, con iperproduzioni, si dice facciano viking metal, ma io non ci credo, fanno una sorta di death metal melodico molto tecnico, ma gruppi che suonano la musica stonata e confusionaria che faceva Quorthon io non li ho mai visti (ride, nda).

Hai perfettamente ragione, i più vicini al sound dei Bathory sono gli Ereb Altor, ma con gli ultimi dischi – bellissimi – Fire Meets Ice e Nattramn hanno unito il sound dei primi due full-length, dei veri tributi a Quorthon, alle sonorità estreme di Gastrike. Il risultato è un sound personale che ha chiare radici bathoriane.

Ma questo è giusto, perché un gruppo deve avere una propria identità, se vuole crescere ed emergere non può fare diversamente. Nel mio caso, che non voglio diventare famoso, posso dire che è nato tutto per caso, ho voluto mettermi alla prova ed evidentemente a qualcuno è piaciuto. La Fog Foundation mi ha contattato dopo aver ascoltato il primo disco The Legends Of A Viking e hanno creduto nel progetto, fino a scritturare i successivi lavori.

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Demo 2014, perché l’hai fatto prima di un EP?

Boh! Non ho date, non ho traguardi, registro quello che ho in testa, se ho voglia di fare una cover dei Bathory la faccio. Come dicevo prima, sono solo, non devo dare conto a nessuno, non ho grilli per la testa, non voglio diventare una rockstar, sono libero di suonare e registrare quello che voglio. Quel demo doveva essere un album, le sonorità però non erano come avrei voluto, la Fog Foundation mi ha consigliato di metterlo in rete per farlo scaricare e ri-registrare le canzoni in maniera più dettagliata com’è effettivamente successo… a breve finirò il quarto capitolo dei Bloodshed Walhalla.

Ottima notizia!

Faccio il fonico, il tecnico audio, il musicista, faccio tutto io ahahah!

E per questo ti faccio i complimenti, sembra impensabile che una sola persona possa aver fatto tutta questa mole di lavoro, e fatta bene.

A me non piace registrare con i monitor e i computer, ho un macchinario multitraccia che ti fa rincoglionire… ore e ore ad assemblare le varie parti. Non c’è niente di professionale, non ho mai studiato musica, grazie a Dio ho un buon orecchio e alla fine è uscito qualcosa di accettabile.

Come nasce l’idea di Mather?

Tu suoni musica nordica, svedese, ma hai tanta storia in Italia, musica tradizionale dalla quale potresti attingere per comporre… in effetti, pensandoci, c’era del materiale che poteva essere elaborato, se tu senti le versioni popolari in origine hanno una tristezza che secondo me è simile a quella degli scandinavi, così ho preso i brani popolari d’origine materana e li ho rifatti in sonorità viking metal, cercando comunque di lavorare con sonorità simili a quelle dei Bloodshed Walhalla. Qualcosa è cambiato rispetto ai miei dischi precedenti, nell’EP suono più vicino a Falkenbach, con quelle sonorità tipiche del folk.

Parliamo dei testi: sul web c’è solo quello dell’Urtlain e non c’è la traduzione in italiano. Ci puoi dire di cosa trattano?

L’ortolano! I testi sono banalissimi! Il folk dalle parti nostre riguarda storie di vita vissuta, della guerra e di quello che si faceva e si pensava ai tempi dei nonni. Ad esempio L’uartlain non è altro che una filastrocca che parla di una ragazza e della madre che non riusciva a capire cosa volesse la figlia, allora le chiede “vuoi mangiare questo?”, “vuoi quello?”, e alla fine cosa voleva? Voleva solo fare sesso con l’ortolano! Ahahah! Non vedere il testo come qualcosa che debba per forza andare di pari passo con il viking metal, il testo è un pezzo della nostra cultura, come U Suldet (il soldato, nda), lì si parla di questo ragazzo che va in guerra e i suoi genitori piangono e lo vorrebbero vedere di ritorno a casa, oppure U Vaccher (il vaccaro,nda), che parla di questa figura che deve stare attento al gregge. La Cupa cupa è uno strumento musicale delle nostre parti, si suona quando si fa l’amore, quando si mangiano le salsicce, non c’è nulla di mitologico o storico, è semplicemente la nostra cultura.

Parli di Matera, canti nel tuo dialetto, ma il titolo sembra in inglese, Mather…

Il nome in origine era scritto così, Mather. Ci sono tanti nomi attribuiti a Matera…

Mi dai qualche anticipazione del nuovo disco?

Siamo tornati ai Bathory, alla musica che amo da sempre. Sono ottanta minuti di musica, una composizione in particolare dura ben diciassette minuti, per questa canzone mi sono voluto ispirare ai Moonsorrow. Non so esattamente quando uscirà, spero il prima possibile!

Hai mai pensato di fare un disco/EP di sole cover dei Bathory?

Sarebbe bellissimo, sei hai visto sul web ci sono molte cover che ho fatto, saranno tredici o quattordici. L’idea è bella, ma ormai l’hanno fatto gli Ereb Altor…

Apprezzi tutto il materiale realizzato da Quorthon?

Ho approfondito anche i suoi primi album black metal, pieni d’occulto, ma non li ho trovati mai all’altezza del periodo viking, durante il quale ha mostrato tutta la sua genialità.

Hai ascoltato i suoi dischi da solista?

Sì li ho ascoltati, ho apprezzato in particolare il primo, Quorthon.

Secondo te Quorthon era un musicista rock’n’roll nello spirito oppure un furbacchione che sapeva bene quello che stava facendo, bravo a fingersi diverso da quel che era?

Secondo me Quorthon era un fottuto genio. È vissuto in un periodo nel quale c’era tutto da inventare, ok che c’erano i Venom, ma lui voleva mettere brutalità nella musica. Il personaggio andava di pari passo, ma col tempo è riuscito a creare quell’icona che è successivamente diventato. Ricordiamo sempre che è stato il creatore del viking metal, il primo a parlare della mitologia scandinava. Un mito, un genio che ha lasciato il segno.

Il tuo disco preferito dei Bathory, e perché?

È una domanda… forse trovo qualcosa in più in Hammerheart, secondo me è il più completo per quel che riguarda il viking metal.

C’è un disco dei Bathory che ti da meno sensazioni positive rispetto ai vari Hammerheart e Twilight Of The Gods?

Sì, Destroyer Of World è quello che più mi ha deluso.

Octagon?

Octagon e Requiem sono due lavori che si assomigliano moltissimo. Forse dopo questi due dischi Quorthon si è accorto di aver fatto una grande cazzata ed ha pubblicato l’anno dopo Blood On Ice, che in realtà è un disco scritto a fine anni ’80 e che successivamente ha registrato.

Hai mai provato a contattare la Black Mark per i tuoi dischi?

Sì! Ho mandato loro un sacco di volte i miei dischi, ma non mi hanno mai risposto! Oltre ai dischi ho mandato anche email, ma Boss non m’ha mai risposto in alcun modo.

Sei mai stato in Svezia o in Scandinavia?

No, magari! Mio fratello è stato in Svezia ed è andato a trovare Quorthon al cimitero, vorrei andarci anche io. Ho uno zio in Finlandia, sono stato spesso sul punto di andare a trovarlo, ma poi non si è mai fatto nulla…

Grazie per il tempo e la disponibilità!

Grazie a te Fabrizio!