Caladmor – Of Stones And Stars

Caladmor – Of Stones And Stars

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 –  Recensore: Mr. Folk

Formazione: Barbara “Babs” Brawand: voce, tastiera – Martin Baumann: voce, batteria – Nick Müller: chitarra – Markus Sauter: basso

Tracklist: 1. Curse Of The Gods – 2. The Raid – 3. Of Stones And Stars – 4. Dawn Of The Deceiver – 5. Alvíssmál – 6. Laudine’s Lament – 7. Mimirs Born – 8. A Nymph’s Lure – 9. Heralds Of Doom – 10. Taberna Trollis – 11. Helios Sky

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Of Stones And Stars è il secondo disco degli svizzeri Caladmor, band nata nel 2001 con il nome Pale per poi cambiarlo nell’attuale durante il 2009. Il primo disco, Midwinter (2010), è un lavoro gothic/folk di discreta fattura, in grado di soddisfare, però, più un’audience giovanile e romantica che rude e spensierata corno alla mano. Non si tratta, fortunatamente, di una di quelle band che tanto sono pubblicizzate dalle grandi etichette (vedi Kivimetsän Druidi e Crimfall), ma di un onesto act che sceglie la via dell’autoproduzione senza rinunciare alla qualità della musica e della produzione. Of Stones And Stars, pubblicato il 30 agosto, vede il gruppo avvicinarsi nettamente al folk metal senza rinunciare alle sognanti atmosfere del debut album, un’evoluzione musicale sincera e ben riuscita, vista la bontà delle canzoni presenti.

Il disco viene aperto da Curse Of The Gods, un discreto brano folkeggiante con un buon ritornello e dal doppio cantato growl maschile/clean femminile, connubio che, a differenza da quanto accade solitamente, non si ripeterà in tutti i brani di Of Stones And Stars. The Raid vede protagonista la voce graffiante di Martin Baumann, alla quale si aggiunge quella soave di Barbara “Babs” Brawand nel bridge (molto teatrale) e durante il chorus. Il break dopo la prima metà della canzone è piuttosto diretto ma capace di rendere bene l’idea di oscura drammaticità. La chitarra clean di Nick Müller introduce la title track: melodie folk, canti epici e riff semplici quanto efficaci rendono la composizione immediatamente memorizzabile. In Dawn Of The Deceiver si nota immediatamente la presenza dell’ospite Chrigel Glanzmann: le note del suo whistle portano immediatamente alla mente i momenti folcloristici degli Eluveitie, snaturando, in parte, il sound dei Caladmor: il brano, forse anche a causa di questa presenza ingombrante, porta Baumann, autore di quasi la totalità delle musiche, fuori strada. Decisamente molto meglio si rivela essere Alvíssmál, canzone non a caso scelta come singolo e videoclip. Nonostante i sei minuti e mezzo di durata il brano gode di un tiro e di un mordente che, se fosse stato presente anche nelle altre tracce in scaletta, avrebbe reso Of Stones And Stars un disco straordinario. Si tratta di fantastico mix di sonorità anni ’90 (apprezzabili soprattutto per chi le ha vissute sulla propria pelle) con atmosfere realmente medievaleggianti e tanto buon heavy metal. Il procedere schematico del pezzo unito alle bellissime linee vocali di Babs e alla chitarra finalmente libera di muoversi fuori da classici schemi fanno sì che questa parte di Edda Poetica risalti su tutti gli altri brani del cd. Con Laudine’s Lament si cambia decisamente registro: sonorità più leggere e dinamiche, con la sola voce di Babs Brawand, accompagnano il testo opera del poeta epico tedesco del XII-XIII secolo Hartmann von Aue. A. Kayser-Langerhannß, invece, è l’autore (si parla del’‘800 tedesco) del testo di Mimirs Born, canzone estrema con alcuni richiami black metal e interessante fin dai primi secondi di musica. Questo terzetto di composizioni appena descritto, che vede le liriche in norreno, antico tedesco e tedesco moderno, è il cuore di Of Stones And Stars, probabilmente il picco qualitativo per musica e sentimento del disco. A Nymph’s Lure è il brano più debole di Of Stones And Stars, ma non per questo brutto. Ottima, invece, Heralds Of Doom, che farebbe bella figura in The Varangian Way dei Turisas, dal sound “moderno” e catchy, dove è nuovamente presente il frontman degli Eluveitie con la uilleann pipes, strumento tradizionale irlandese. Si passa al classico folk metal allegro e spensierato con Taberna Trollis con ritmi sostenuti, cornamuse e l’odore dell’alcool che invade l’ambiente:

when the light is dying and the night falls
over the well-known land
and you enter your place for shelter
which you will leave helter-skelter

Ultimo brano in scaletta è Helios Sky, due minuti eterei che concludono con gusto un disco largamente convincente.

La forza del combo elvetico è nel saper unire generi e stili diversi tra loro, realizzando un cd molto vario ma non dispersivo, ricco di belle atmosfere (a volte grevi, altre malinconiche o più leggere) e ottimi spunti musicali in un songwriting fresco senza la necessità di dover suonare originali.

I musicisti suonano con abilità le proprie parti, ma a risaltare è la bella voce di Babs, migliorata per sicurezza ed espressività rispetto alla comunque buona interpretazione nel debutto Midwinter. Numerosi gli ospiti: oltre al citato Glanzmann sono utili gli apporti di Kajetan al violino in tre brani e gli assoli di chitarra di Joel Gilardini.

La produzione di Of Stones And Stars è stata affidata a George Necola e il mastering a Jonas Ekström: entrambi hanno fatto un ottimo lavoro, facendo suonare il full length naturale e pulito quanto basta, evitando gli orribili suoni bombastici che negli ultimi anni sembrano spopolare in questo genere musicale. Anzi, questo tipo di produzione, unita a certi arrangiamenti dal gusto metà/fine anni ’90 differenzia ulteriormente la proposta dei Caladmor da gran parte delle altre uscite che infestano – è il caso di dirlo – il mercato internazionale. Il booklet (realizzato da Martin Baumann) è completo di tutto: testi, credits, informazioni e foto si posano su immagini di natura dai toni cupi e malinconici. Il risultato è bello e ben si addice alla musica della band.

In conclusione si ha un disco bello, lungo ma non stancante e ricco di canzoni molto differenti tra di loro. Of Stones And Stars è un netto passo in avanti rispetto a Midwinter e anche molto migliore di tanti gruppi di pseudo folk (o pseudo folk/gothic, i nomi sono ben noti) che godono di grande pubblicità e il sostegno di migliaia di ragazzi. I Caladmor devono fare tutto da soli e lo fanno pure bene, sarà il caso di iniziare a sostenere una band sincera e meritevole?

Sentinum – Grace And Glory

Sentinum – Grace And Glory

2013 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Matteo Biondi: voce – Alessandro De Fazio: chitarra – Walter Gallerini: chitarra – Jacopo Romei: basso – Daniele Tumidei: batteria – Francesco Mecacci: tastiera

Tracklist: 1. Night Of Imbrinium – 2. Grace And Glory – 3. Devotio – 4. Battle Of Sentinum – 5. Unfinished Hero

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Appena letto il nome di questo gruppo toscano mi sono subito interessato alla loro musica, dato che nella valle del Sentino, e proprio a pochi passi da dove si è svolta la famosa battaglia di Sentinum nel 295 a.C., ho vissuto per oltre venti anni, lasciandoci, alla mia partenza, una parte del cuore.

Prima della musica è giusto spendere due parole sui fatti che avvennero oltre duemila anni fa nella valle che separa le attuali Fabriano e Sassoferrato, in provincia di Ancona. Nel luglio del 295 a.C. ci fu lo scontro decisivo della Terza Guerra Sannitica tra l’esercito della Repubblica Romana (alleato con i Piceni) e la coalizione italica formata da Galli, Umbri, Etruschi e Sanniti. La vittoria sorrise alle legioni romane che aprirono un fondamentale varco verso il mare Adriatico per il controllo politico del centro Italia e, conseguentemente verso il nord Italia, conquistato successivamente.

I Sentinum sono un gruppo fiorentino nato nel 2006 che, a causa dei più canonici problemi di formazione, deve aspettare ben sette anni per riuscire a pubblicare del materiale proprio, in questo caso l’EP Grace And Glory. Musicalmente parlando la band unisce power metal (ritmiche, ritornelli e i caratteristici “ingressi” di doppia cassa), orchestrazioni, melodie e sprazzi di folk alla Ensiferum e ritmiche aggressive dal sapore bellico, utilizzando il doppio cantato pulito/scream e riservando un discreto spazio alle parti strumentali, fatto sempre più raro al giorno d’oggi.

Night Of Imbrinium è un intro orchestrale e atmosferico che ben svolge il proprio lavoro creando l’atmosfera giusta per proseguire l’ascolto con Grace And Glory, un up tempo bellicoso dalla strofa incalzante e voce scream prima del chorus in clean (ottime le linee vocali, semplici e immediatamente memorizzabili) e del seguente stacco power metal tra accelerazioni, stop’n’go e assoli di chitarra. Devotio parte con il classico andamento power: anche per questa canzone i Sentinum utilizzano la struttura strofa aggressiva/ritornello melodico, e anche in questo caso confezionano un ritornello di gran qualità. Battle Of Sentinum ha un sound più minaccioso delle precedenti tracce, fatto probabilmente dovuto alle lyrics del brano. Il ritornello è, invece, particolarmente melodico con cori cantati (e da cantare) a squarciagola, come Gamma Ray e company insegnavano negli anni ’90. Ultimo pezzo in scaletta è Unfinished Hero, la canzone meno aggressiva del lotto, ma non per questo meno valida. In verità sembra un pochino fuori contesto, essendo più vicina a certe cose degli Avantasia che agli Ensiferum più soft. Una lunga composizione (sette minuti di durata) elaborata e varia, con lo stacco di metà canzone molto bello dove compare anche il violino per un gustoso break.

La produzione è la classica per una buona prima autoproduzione: un po’ carente di bassi, abbastanza nitida e con le chitarre leggermente sporche. Benino il bilanciamento degli strumenti (maggiore spazio alle chitarre in fase ritmica avrebbe sicuramente giovato al risultato finale) e buone le prestazioni dei singoli musicisti.

Grace And Glory potenzialmente può interessare sia agli appassionati di folk che di power, ma nella stessa maniera può scontentare entrambi, risultando “imbastardito” da altri generi. La verità è che il primo lavoro dei Sentinum è un disco di confine che fa di questa caratteristica la propria forza. Interessante e piacevole da ascoltare, sicuramente alcuni particolari vanno rivisti e migliorati, ma nel complesso non si può che essere soddisfatti di Grace And Glory.

Kanseil – Tzimbar Bint

Kanseil – Tzimbar Bint

2013 – demo – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Federico Grillo: chitarra – Davide Mazzucco: chitarra – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover; batteria – Luca Zanchettin: cornamusa, kantele, scacciapensieri, low whistle – Stefano Da Re: tin e low whistle, rauschpfeife

Tracklist: 1. Lo Spitito Della Notte – 2. Genis Loci – 3. Dar Bald Hat Geheft Zo Reda (Il Bosco Ha Iniziato A Parlare) – 4. Mazharol – 5. Tzimbar Bint

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Nati sul finire del 2010, i Kanseil rappresentano una delle migliori promesse in ambito folk metal. Tutto parte da un gruppo di amici della provincia di Treviso, amanti della montagna e del metal legato alle tradizioni popolari. Come nome scelgono quello che probabilmente veniva utilizzato anticamente per indicare il Cansiglio, famoso altopiano e foresta che tanto ha dato (e continua a dare) al folklore. La line-up si stabilizza nel 2012 e nell’autunno dello stesso anno registrano il cinque pezzi Tzimbar Bint, che tradotto significa “Vento Cimbro”.

Lo Spirito Della Notte è una sorta di introduzione dal forte sapore folk: vento e chitarra arpeggiata sono il tappeto per una voce narrante dal bel tono rustico e montanaro. Genis Loci assale l’ascoltatore grazie al feroce lavoro del drummer Luca Rover e degli strumenti tradizionali che creano immediatamente una grande atmosfera. In questo brano è possibile riconoscere l’influenza della musica est europea unita alle ottime idee dei musicisti; i riff di chitarra e i cambi di tempo fanno il resto, confezionando un’ottima canzone. Dar Bald Hat Geheft Zo Reda (Il Bosco Ha Iniziato A Parlare) è uno strumentale acustico che mi ha ricordato alcune atmosfere dei Lingalad, grande band guidata dal musicista/scrittore Giuseppe Festa. La quarta traccia, Mazharol, nei suoi sei minuti di durata, mescola le influenze dei ragazzi, risultando molto varia e ritmata: diversi gli strumenti folk utilizzati, con le sei corde di Grillo e Mazzucco a variare da semplici note in tremolo picking ad accordi robusti e penetranti. Chiude l’EP la title track cantata in lingua italiana, molto melodica rispetto ai precedenti brani, con voce pulita, probabilmente la migliore del dischetto.

Il bosco è un unico smisurato animale
con rispetto in silenzio lo dobbiamo ascoltare.
Verranno silenzi, notti senza respiri,
se non ricordiamo i tempi ormai lontani
Per preservare le nostre radici
tramandiamo al mondo i racconti perduti.

Malinconica e ruggente al tempo stesso, Tzimbar Bint è l’orgoglio alpino fatto musica, con l’accelerazione del ritornello che scuote e fa urlare.

Il canto del vento tra cime innevate
Ricorda origini lontane.
Scolpite memorie!
Tzimbar Bint
Sàit gariibet ist!

La produzione è pulita e abbastanza potente considerando che si parla di un autoprodotto. Gli strumenti sono ben bilanciati e le partiture folkloristiche sono perfettamente amalgamate con il resto della musica. Piccola curiosità che merita di essere raccontata: parte degli strumenti folk sono realizzati a mano dai musicisti stessi, fatto che sottolinea la passione e l’amore che muove questi ragazzi. Se proprio si vuole muovere una critica al gruppo veneto allora bisogna dire che tre canzoni sono poche, ma questa è una considerazione che viene naturale data la qualità della musica e del conseguente desiderio di ascoltarne di nuova. È altresì vero che Tzimbar Bint è un blocco unico compatto che si ascolta tutto di un fiato, e perfetto nella sua brevità.

Tzimbar Bint è un demo convincente sotto tutti i punti di vista, originale per musica e tematiche, fortemente legato alle tradizioni di una terra. Elementi che ogni band folk metal degna di essere chiamata in questo modo dovrebbe avere. I Kanseil sono solo all’inizio di una promettente carriera e Tzimbar Bint è il miglior biglietto da visita possibile.

Falkenbach – Asa

Falkenbach – Asa

2013 – full-length – Prophecy Productions

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vratyas Vakyas

Tracklist: 1. Vaer Stjernar Vaerdan – 2. Wulfarweijd – 3. Mijn Laezt Wourd – 4. Bronzen Embrace – 5. Eweroun – 6. I Nattens Stilta – 7. Bluot Fuër Bluot – 8. Stikke Wound – 9. Ufirstanan Folk

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Il re del viking metal, l’unico vero erede del genio compositivo di Quorthon, torna nell’autunno 2013 a quasi tre anni di distanza da Tiurida, disco piacevole ma assolutamente inferiore ai precedenti masterpiece sfornati sotto il nomicker Falkenbach. Pubblicato dall’elegante Prophecy Production, Asa si presenta esteticamente accattivante: la bellissima copertina risulta essere evocativa e perfetta, quindi, alla musica contenuta nelle nove tracce del disco.

Asa è al contempo il lavoro più melodico e più estremo del musicista tedesco, cd contenente momenti di assoluta dolcezza che si contrappongono a brani di pura truce violenza black. Le due anime di Markus Tümmers (vero nome del musicista) si alternano e difficilmente si uniscono: il compositore preferisce, per questo lavoro, tenerle separate, facendole incontrare di rado ma, come in Bluot Fuër Bluot, con grande successo.

Vaer Stjernar Vaerdan apre in maniera convincente il disco. Si tratta di un mid tempo in clean vocals come Vratyas Vakyas ci ha abituato nel corso degli anni, un brano evocativo ed epico, musicalmente semplice e con un delicato assolo di chitarra che riprende le melodie vocali. L’esatto opposto di Wulfarweijd: ritmiche feroci, doppia cassa e scream per una canzone fortemente influenzata dal black, ma con l’inconfondibile marchio di Markus Tümmers, ovvero melodie vincenti anche in contesti estremi e una cura per gli arrangiamenti (il breve stacco di chitarra acustica e quelle apparentemente elementari tastiere di sottofondo ne sono l’esempio) che con gli anni lo hanno distinto dalla massa. Con Mijn Laezt Wourd si torna ad atmosfere più pacate e per certi versi simili all’opener di Asa, ma con un ritmo più incalzante. Si arriva quindi alla quarta traccia in scaletta, Brozen Enbrace, una canzone brutale con aperture melodiche strabilianti che anticipano il ritorno del caos. La prima parte del disco passa velocemente, tra brani diversi ma simili tra loro, tutti con il comun denominatore della qualità. Vratyas Vakyas ha dato fondo alla propria creatività, realizzando canzoni che sanno colpire fin dal primo ascolto, trapassando la carne, dirette al cuore. Si riprende l’ascolto con la meravigliosa e già nota Eweroun: uscita come 7” qualche mese fa, ha ipnotizzato e fatto innamorare di questo genere musicale (e di questa band) sia chi, come il sottoscritto, lo vive da tanti anni, sia l’ascoltatore casuale, il quale non può esserne rimasto indifferente. La voce pulita trasmette emozioni, la chitarra acustica sovrapposta agli accordi della sei corde in distorsione è un marchio di fabbrica dei Falkenbach, ma non stanca mai e, soprattutto, riesce ancora, nonostante i tanti anni di attività, a comunicare qualcosa, un qualcosa che gli altri non hanno e, forse, mai avranno. I Nattens Stilta, con i suoi oltre sei minuti di durata, è la composizione più lunga di Asa, una canzone black vecchia maniera, un po’ Immortal nello spirito (non nella musica), quasi un brano degno di far parte del debutto …En Their Medh Riki Fara…, marchiato 1996. Prevedibile, ma ugualmente gradito, il brano melodico dopo quello feroce. Si tratta di Bluot Fuër Bluot, dinamico e ritmato con tanto di chitarra acustica a supporto dell’elettrica, dall’inaspettato stacco centrale dove blast beat e scream infernali infestano l’aria rendendola – per poco tempo in verità – irrespirabile. Come se nulla fosse torna la voce pulita e le classiche, distintive, linee vocali di Markus, con il finale che non ti aspetti, fischiettato. L’ottava canzone Stikke Wound, breve nei suoi quasi tre minuti, parte con chitarre taglienti e la batteria (anche in questo album suonata da Boltthorn) indiavolata: si tratta di una scheggia impazzita, veloce e convincente, perfetta prima della conclusione affidata a Ufirstanan Folk, ennesima conferma della dolcezza che pervade Asa. Un disco marchiato Falkenbach non è mai stato così melodico (attenzione, non soft!), con il violino di Nikos Mavridis, da anni collaboratore dei Carach Angren, che dona un tocco di pura raffinatezza.

Il secondo cd, contenuto nella lussuosa confezione limitata a 2000 copie, è un quattro tracce dove sono presenti due inediti (Beloved Feral Winter ed En Lintinbluitin Faran…), la ri-registrazione di Ultima Thule tratta da …En Their Medh Riki Fara…, per l’occasione intitolata Return To Ultima Thule e la strumentale I Svertar Sunna Luihtint, presa dal demo del 1996.

Due parole sulla produzione (Patrick Damiani si è occupato di gran parte del lavoro e, sotto il nome Hagalaz ha registrato alcune parti di chitarra), semplicemente perfetta per la proposta musicale della band, nient’altro da aggiungere. La copertina, come scritto a inizio recensione, è epica e di grande impatto, l’ideale scrigno per un tesoro musicale tanto atteso e bramato. Chicca finale, l’utilizzo per i testi  di un antico dialetto della Germania occidentale ormai in disuso.

Asa è il ritorno in grande stile di Vratyas Vakyas: il re ha deciso di colpire duro e allontanare i pretendenti che da anni aspirano al suo trono. Con il sesto disco in studio ha fatto molto di più, distruggendoli. Ora può dormire sonni tranquilli: nessuno si avvicina per classe e magia alla sua musica; Asa, oltre ad essere il miglior disco del 2013, probabilmente rimarrà nella storia di questo genere musicale.