Týr – The Lay Of Thrym

Týr – The Lay Of Thrym

2011 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk 

Formazione: Heri Joensen: voce, chitarra – Terji Skibenæs: chitarra – Gunnar H. Thomsen: basso – Kári Streymoy: batteria

Tracklist: 1. Flames Of The Free – 2. Shadow Of The Swastika3. Take Your Tyrant4. Evening Star5. Hall Of Freedom6. Fields Of The Fallen7. Konning Hans8. Ellindur Bóndi Á Jadri9. Nine Worlds Of Lore10. The Lay Of Thrym11. I (Black Sabbath cover, bonus track) – 12. Stargazer (Rainbow cover, bonus track)
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I faroesi Týr, dopo il buono, ma non eccellente, By The Light Of The Northern Star, giungono a un bivio: la prima possibilità è quella di continuare sulla via del precedente disco, quindi un heavy/power con tinte folk e viking, oppure tornare a creare immortali sigilli di arte nordica. I quattro musicisti di Torshaven decidono di continuare a battere il sentiero apparentemente più semplice, con risultati discreti ma non memorabili.

The Lay Of Thrym è il sesto lavoro della loro carriera iniziata nel 1998, rilasciato dall’austriaca Napalm Records, e segue la strada tracciata dal già citato By The Light Of The Northern Star, semplificando ulteriormente le composizioni ed enfatizzando maggiormente i cori dei ritornelli, per avere, alla fine, canzoni più orecchiabili e facilmente assimilabili che però perdono definitivamente quel fascino da “vichinghi delle Isole Fær Øer” che fin da inizio carriera li ha sempre contraddistinti. Eppure le menti che compongono sono le stesse da anni, le fonti d’ispirazione sono sempre le stesse e il cantante, nonché maggior compositore Heri Joensen, ha anche avuto modo di sfogare la sua passione per l’heavy prog con il (buon) disco degli Heljareyga. Viene quindi da pensare che The Lay Of Thrym sia esattamente ciò che i Týr vogliono suonare nel 2011.

Le coordinate stilistiche che segue The Lay Of Thrym sono chiare fin dall’opener Flames Of The Free: ritmo medio-alto, riff potenti, cori virili. Il brano in sé è piacevole, anche se – una a caso – The Edge era ben altra cosa, ma da allora sono passati otto anni e con l’andar del tempo le cose possono e devono andare in maniera diversa. Molto meglio Shadow Of The Swastika, canzone maggiormente vicina ai vecchi classici del repertorio dei Týr, in cui chitarre e melodie nordiche creano un’ottima atmosfera, ben assecondate dalle semplici ma azzeccate linee vocali di Heri Joensen, cantante dotato di un timbro personale ed espressivo, ormai vero marchio di fabbrica della band. Take Your Tyrant è il brano usato come anteprima dell’album: pessima scelta in quanto è una canzone mediocre e piatta. Con Evening Star i quattro faroesi provano la via della power ballad dopo aver dato alle stampe quel gioiellino di Ragnarok, traccia presente nell’omonimo album del 2006. Eguagliare la magia di quel pezzo è davvero impossibile, però i Týr riescono a estrarre dal cilindro (o dovrei dire elmo?) una composizione di buon gusto, dotata di un ottimo appeal. Molto scolastica Hall Of Freedom, lirica che ripropone lo schema compositivo dell’opener; stesso si può dire di Nine Worlds Of Lore, altra canzone che non aggiunge niente di positivo a The Lay Of Thrym, ma che anzi rischia di danneggiare l’economia dell’album. Un bel riff pesante apre Fields Of The Fallen, brano che prosegue a suon di rallentamenti pre-chorus e un ritornello che, seppure molto leggero, risulta essere molto convincente. Molto bella – finalmente, verrebbe da dire – la lunga parte strumentale, dove la tecnica e il buon gusto dei due chitarristi Joensen e Terji Skibenæs è messa in risalto. Con le seguenti Konning Hans e Ellindur Bóndi Á Jadri si torna ad ascoltare i Týr impegnati nella loro lingua, il che non può che far piacere, visto che sono i brani maggiormente folk, più vicini allo stile che li ha resi famosi in Europa anni fa a suon di Regin Smiður, Ramund Hin Unge, Torsteins Kvaedi e Sinklars Vísa. Come per magia anche la musica cambia e migliora, essendo maggiormente oscura e ricca di venature progressive, elementi che caratterizzavano il songwriting dei passati (capo)lavori. Konning Hans è un brano dall’incedere lento e dark, affascinante e sognante grazie alle stupende melodie chitarristiche prese dalla musica folkloristica dei loro antenati. Maggiormente veloce è la bella Ellindur Bóndi Á Jadri, quasi una filastrocca nella metrica, impreziosita da deliziosi motivi della tradizione faroese. La title-track chiude il disco in maniera convincente, probabilmente la canzone migliore dell’intero cd: atmosfere nordiche s’intrecciano a riff epici e un ottimo assolo di chitarra a sostegno di un brano finalmente di grande qualità. L’edizione digipak prevede due bonus track, concepite entrambe come omaggio all’immortale Ronnie James Dio, scomparso nello stesso anno di pubblicazione di The Lay Of Thrym: I (Black Sabbath) e Stargazer (Rainbow) sono dei classici della discografia del musicista italoamericano. Nel primo pezzo, estratto da Dehumanizer del 1992, seguono di pari passo i riff di Tony Iommi, mentre nel brano del micidiale duo Blackmore/Dio osano maggiormente, personalizzando con gusto le favolose note tratte da Rising.

La produzione, opera di Jacob Hansen, pur essendo oggettivamente ben realizzata, non convince solo in parte: il suono delle asce è troppo sottile (soprattutto se si pensa alle chitarre grasse e pastose di Eric The Red o Land…) e il tutto suona con un senso di plasticosità che non va bene per un gruppo del genere. Le tinte oscure dei colori della bella copertina e l’immagine forte della testa spaccata di Thrym contrastano con la musica, a volte fin troppo ariosa. La front cover raffigura Thor che brandisce con rabbia il suo martello dopo aver ucciso Thrym, re dei giganti Jötunn, colpevole di avergli rubato Mjollnir, e successivamente aver chiesto come riscatto la dea Freyja, avendone intenzione di sposarla; il suo piano però non va in porto e la vendetta di Thor è crudele: al ricevimento del matrimonio Thor massacra, oltre a Thrym, anche la sorella e tutti i parenti Jotnar presenti alla cerimonia.

Il disco scorre via velocemente senza eccessivi sussulti: il “nuovo” corso dei Týr probabilmente sarà apprezzato da chi è maggiormente appassionato di power metal che di viking, lasciando a quest’ultimi l’amaro in bocca durante le lineari Take Your Tyrant e Nine Worlds Of Lore, e facendo riaccendere la fiamma con Konning Hans e Ellindur Bóndi Á Jadri (non a caso le uniche due non in lingua inglese): non molto se si considera la caratura e lo status raggiunto dalla band.

The Lay Of Thrym è il disco meno riuscito dei Týr, ma rimane una spanna sopra alla maggior parte delle uscite del 2011, il che, francamente, non è proprio un bene.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Arcana Opera

Fortunatamente non tutte le interviste sono uguali tra di loro, con le solite domande e risposte sulle influenze musicali, date live e progetti futuri. A volte capita di incontrare musicisti con molto da dire, che si lasciano andare a riflessioni di varia natura, lontane dalle classiche risposte che si possono leggere nella maggior parte delle chiacchierate poi trascritte. Il bassista degli Arcana Opera, Björn Hodestål, è uno di questi, e quella che segue è la nostra lunga conversazione avvenuta tramite Skype, buona lettura!

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Direi di iniziare con la classica presentazione del gruppo.

Il progetto nasce da Alexander Wyrd nel 2009, il quale avendo in testa l’idea di mettere in musica il messaggio che trasmetteva nelle proprie emozioni, si è imbarcato in questa avventura. Lui chiaramente ha una sua storia personale, ma Arcana Opera nascono in questo modo. Prima voleva essere l’espressione della sua carriera solista, poi ha sentito la necessità di trasformare questa cosa in un gruppo, quindi ha cercato dei collaboratori, nel 2010, iniziando a esibirsi nei dintorni di Vicenza. Il primo vero outfit è del 2013, anno in cui hanno inciso Arcana Opera, io non c’ero ancora. La band si è esibita al Ferrock, un contest vicentino, con un buon riscontro da parte di addetti al lavoro e pubblico, cosa che ha invogliato a continuare. Ci sono stati poi degli avvicendamenti e sono entrato io nel 2014, ci siamo dati molto da fare, appena arrivato ho visto che c’era da lavorare, lavorare molto. Da agosto fino a gennaio di quest’anno abbiamo lavorato veramente tanto, eppure siamo entrati in studio con ancora delle canzoni da sistemare. La struttura de Il Lamento Di Marsia, ad esempio, è stata assemblata in studio. Dentro il disco ci sono tanti diversi approcci su come costruire le canzoni, è un potpourri – oltre che di generi – anche di modi di costruire le canzoni e fare musica, è un lavoro che mi piace molto, mi ha stimolato.

Siamo così arrivati a De Noir

Volevamo anticiparlo per il Dragonfest con gli Haggard, ma non siamo riusciti, così è stato pubblicato a tour concluso, sarebbe stato bello! I tempi erano già stati stabiliti, il tour non era in programma…

Com’è venuto fuori questo tour con gli Haggard?

Noi siamo sempre in contatto con le agenzie di booking del territorio, e fatalità la Rockshots (agenzia di booking, nda) aveva uno spazio disponibile per noi e ci siamo semplicemente fiondati.

Tre date nell’est Europa?

Sì, mi pare che c’erano le città Praga, Ostrava e Bratislava, abbiamo fatto anche la prima leg, Platten e Brescia. È stato bellissimo suonare a Pratten in Svizzera perché è uno dei locali migliori d’Europa, ha anche degli addetti ai lavori che sono fantastici. Penso di non aver mai suonato così bene… ma non perché ho fatto un’ottima performance, ma perché mi sentivo a casa. Mi sentivo da dio, qualunque cosa facessi sembrava magnifica!

Dovrebbe essere sempre così…

Certe volte si tratta anche di fortuna, ci sono gli imprevisti, per quanto uno è preparato deve sempre adattarsi, sia i tecnici a chi suona che viceversa. Tante volte, se non ti trovi bene personalmente, poi fai fatica a produrre qualcosa di buono. Non si tratta di tecnica, ma perché comunichi male, e a volte comunicare col tecnico è tutto.

Se manca il feeling…

Durante la performance hai un secondo o due per farti capire, non puoi andare lì e dirgli “qua non funziona”! C’è il pubblico, devi farti capire senza dare troppo nell’occhio. Tornando alla tua domanda, l’esperienza è stata bellissima, ma anche molto molto formativa, perché è sempre bello vedere come opera un professionista in varie tappe di un tour e non in una data. In una data singola tu arrivi e vedi il gruppo grosso come si comporta, ma solo in quella data là. Invece abbiamo avuto modo di osservare la gestione che fanno i professionisti delle situazioni del tour, come si gestiscono personalmente. Abbiamo imparato molto dal punto di vista professionale e musicale, perché gli Haggard hanno sempre qualcosa da insegnare.

Björn Hodestål in concerto, foto di Mario Piemontese

A mesi dalla pubblicazione, come percepisci De Noir?

C’è un problema: questa domanda me la dovresti fare una volta pubblicato il terzo cd, ora sono lobotomizzato da De Noir! (ride, nda) Per me è diventato di facile ascolto, non riesco neanche a capire come le persone lo possano definire di difficile ascolto, in campo musicale non mi sembra particolarmente intricato.

Non dico che sia intricato, ma che per gli standard di ascolto odierni, De Noir non è di facile ricezione perché la gente non è più abituata ad ascoltare come si faceva anni fa, con disco in cuffia e booklet sotto mano per leggere e capire i testi.

Se non avessi fatto De Noir, ma lo ascoltassi, per me non risulterebbe di difficile ascolto proprio perché io amo le particolarità nella musica e non amo la musica troppo lineare. A me piacciono più gli Amorphis vecchi che quelli nuovi, per farti un esempio, perché quelli nuovi hanno una canzone uguale all’altra. Per quanto siano dei signori professionisti e degli enormi performer, è una band che amo… però quando erano ai tempi di Tuonela, beh era un’altra cosa, e avevano molta più fantasia, era briosi e più belli da ascoltare. Ora sono prodotti magnificamente, le canzoni hanno i minutaggi giusti, i crescendo giusti, sono musicisti fantastici a livello produttivo, però a livello musicale, nel senso di comunicazione ed espressione, si sono appiattiti, come capita a tutti quanti quando arrivi a un certo livello e vendi.

Porto gli Amorphis nel cuore e capisco benissimo cosa dici, gli ultimi lavori sono ben fatti ma non sono emotivamente briosi come lo erano quelli di quasi venti anni fa.

Sono riusciti a estrapolare una loro sonorità da tutti i dischi “prima”, una summa, però propongono sempre la stessa summa, mentre prima variavano un po’, ed era mooolto più bello… artisticamente avevano dei prodotti più di valore, adesso produttivamente, come prodotto, sono migliori. È l’eterno dualismo/disputa che c’è tra l’artista e il produttore.

Da ascoltatore, quando usciva un disco degli Amorphis la domanda che ci si faceva era “come suonerà?”, perché ogni disco era diverso dall’altro. Adesso già si sa cosa aspettarsi, così come, tanto per fare un altro nome, dagli Amon Amarth.

Bisogna anche capirli, arrivi che hai fatto sei-sette-otto album e hai tirato fuori la maggior parte delle cose che dovevi tirare fuori; è molto difficile essere sempre vari quando si parla di arte.

Nella musica continua a prevalere, arrivato a un certo punto, il fattore economico e di pressione da parte di etichetta e produttore, mentre a inizio c’è soltanto il cuore e la passione?

All’inizio sei in perdita e fai un po’ quello che vuoi. Poi inizi a diventare un prodotto, purtroppo funziona così. Una volta che hai fatto tuo un acquirente, dopo ti dispiace lasciarlo andare… e se hai venduto molto allora hai intorno a te una struttura di professionisti, è un discorso più lavorativo. Diventa tutto ponderato, puoi fare meno il cazzone e sperimentare. C’è sempre più freschezza nei nuovi gruppi, ma c’è anche tanta inesperienza, lo sanno tutti. Un gruppo giovane può farti un riff da paura, però magari te lo mette in mezzo a un bridge e un ritornello che uccide completamente il riff. Poi acquisisci esperienza, ma sei legato, e infatti molti artisti cosa fanno? Si fanno i “progetti”, perché si esprimono così. Non è mai esistito il concetto di band come lo intendiamo normalmente, esiste nel jazz e nel blues, in altri ambiti più popolari dove il prodotto è più commerciale – è un prodotto -, quindi sei legato anche ai meccanismi di vendita. Lo so che il mio non è un discorso da artista, ma un discorso da produttore, prima o poi ti ci scontri con certe cose. Secondo me basta semplicemente non farsi affossare da questa cosa e affrontarla nel modo giusto, e se tu sei un bravo comunicatore riesci anche a convincere il tuo produttore che stai facendo un buon lavoro, e convinci anche il tuo pubblico, senza dover per forza sentirti legato. È una qualità umana, ma non è detto che il musicista sia anche un comunicatore, magari sa comunicare con lo strumento, ma non con la voce.

(segue una lunga discussione su interviste, dichiarazioni e definizioni, nda) Come definiresti De Noir a una persona che non conosce la musica del tuo gruppo?

Questa è una bella domanda! C’è così tanto dentro De Noir che è difficile dare una collocazione. Noi diciamo che è “noir”, ti spiego: noir vuol dire nero, la musica è comunicazione, ma quando qualcuno ti ascolta. Se nessuno ti ascolta c’è assenza di comunicazione, il nero è l’assenza del colore. Finché nessuno lo ascolta quest’album è noir, quando lo ascolti c’è comunicazione e sei tu a dare il colore. Noi non possiamo decidere che colore tu dai, sei tu con le tue emozioni, e ognuno ha emozioni diverse, per cui assume il colore dell’emozione di chi lo ascolta, è questo il concetto.

Questa sì che è una risposta!

Sai una cosa? Mi ci hai fatto pensare tu adesso! Non è vero! (ride, nda)

Mi hai fatto ricordare quando due/tre anni fa un gruppo pubblicò il nuovo cd e su riviste e siti leggevo sempre le stesse identiche risposte alle domande, era chiaro che era stato fatto un copia/incolla non indifferente.

Fa parte del nostro lavoro! Il problema è quando ti fanno le interviste dal vivo, allora in quell’occasione senti qualcosa che non dovresti sentire, i professionisti quelli veri spesso fanno delle smentite a mezzo stampa. Non che qualcosa non doveva dirlo, ma semplicemente quello che ha detto si distacca da quanto accordato con l’agenzia o altro, e allora nasce il putiferio. È un mondo costruito…

Ti dirò, ci sono dei gruppi che si accordano con me per un’intervista e mi dicono “però no Skype”…

Sì, è così, perché “in diretta” è più facile scivolare… anche io so soltanto quello che ti ho detto e non dovevo dire! (ride, nda)

Prima hai detto che in De Noir ci sono diversi stili di composizione, che cosa vuoi dire?

Ci sono diversi stili perché ognuno di noi, all’interno del gruppo, sente l’esigenza di esprimersi. Abbiamo deciso che non era il caso di dare una stretta direzione sul dove andare, ma una direzione generica, in modo da poter incanalare tutte queste energie compositive e artistiche, e indirizzarle, al posto di forzarle e magari mutilare l’espressività di qualcuno. Invece di forzare l’espressività di qualcuno abbiamo preferito prendere gli spunti che ognuno dà e man mano avviarsi verso quello che può essere la fine di un tunnel, quindi un lavoro più progressivo e non soltanto arrivare in sala e “questa è la canzone, facciamola così, questo è il sound”. Si lavora in base all’idea che ognuno mette. Naturalmente lavoriamo su due aspetti: la linea melodica e diciamo “l’ambiente”. La linea del cantato solitamente la porta Alexander, ma non sempre. L’ambiente si decide tutti insieme, l’ambiente ci da la possibilità di capire quali arrangiamenti fare, che tipo di intro e che sonorità dare alla canzone e con quali passaggi. La linea vocale è la guida per le strofe e i ritornelli, mentre tutte le cose di contorno, che ti danno il senso della canzone, le decidiamo insieme, con l’input di ognuno. Questo è il modello che più ci è venuto naturale usare, ma non sempre. Ad esempio, Il Lamento Di Marsia è arrivato lungo ed è finito in studio, quindi è un lavoro più costruito. Caffè Marco Polo è nato principalmente dal basso, con quell’intro progressive, e poi si è sviluppato mano a mano. C’è un tipo di struttura di lavoro che ho visto siamo portati a utilizzare, ma non solo. Il discorso è che tendiamo a dare sempre spazio a tutti quanti, perché siamo un gruppo e tutti hanno valore.

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Mi hai parlato di Caffè Marco Polo e dell’intro di basso, quindi raccontami come sei arrivato al tuo strumento.

In casa mia c’è sempre stata molta musica, soprattutto la musica colta dei grandi compositori, e già da allora avevo acquisito un po’ di orecchio musicale. Poi ai miei tempi era venuta fuori anche l’house music, e nel periodo della scuola qualcosa ho ascoltato… sono tutti bassi! Tra una cosa e l’altra, avvicinarmi alle sonorità metal – all’epoca erano venuti fuori anche i Pantera – … capisci bene che di bassi ce n’erano e non potevo non diventare bassista! Poi con la mia esperienza musicale ho incontrato altri ottimi esempi, Jaco Pastorius, lo cito sempre, che è fenomenale ma lo preferisco come compositore piuttosto che bassista, mi piace tantissimo Geezer Butrler (Black Sabbath, nda), mi piace Roger Glover (Deep Purple, nda), mi piacciono i bassisti col sound classico, nel senso che sono il motorino, la canzone funziona col basso. Secondo me quella è la maniera corretta di usare le frequenze basse. Essendo frequenze basse hai una frequenza d’onda più lunga e risultano anche meno immediatamente percepibili. Bisogna sempre utilizzare l’effetto accumulo, nel senso una nota dietro l’altra, fare pompare tutta la canzone. Si usa tantissimo, è stato ripreso anche nel pop, che una volta era molto più scarico di bassi, grazie anche alle nuove tecnologie di compressione del suono, perché ora tutte la musica è iper compressa. È un po’ un dispiacere questa cosa perché non senti più l’artista suonare. Ascolti un gruppo prog e risulta tutto perfetto, ascolti un disco degli The Who, che ne sapevano, e dici “perché questi vanno su e giù col suono?”, ma cazzo erano completamente nudi e sul disco c’è registrato quello che loro suonavano, adesso con un semplice compressore settato bene fai sette note con diversi intensità con il dito e le note saranno tutte uguali. Altri tempi, bisognava essere più bravi e c’era anche più lavoro. Adesso bisogna essere tanto più scenici perché la gente è più facile che ti veda, una volta non c’era tutta la visibilità di ora, bisognava che tu ti spostassi, finché non eri a certi livelli il mondo non ti vedeva. Adesso il vero musicista fa lo strumentista, più che altro. Chi è un po’ più uomo di spettacolo riesce anche ad avere una band propria.

Parlando di visibilità mi collego al videoclip che avete girato per Il Letto Rosso: il tema è quello della violenza sulle donne, un argomento che non è trattato spesso nel rock/metal, direi quasi tabù, sicuramente molto delicato.

Quella canzone era già nata prima che arrivassi, io ho semplicemente rifatto le linee di basso. Alexander ama molto i temi impegnativi, sicuramente era un tema che non gli poteva sfuggire, se non lo avesse fatto questa volta lo avrebbe sicuramente fatto la prossima volta.

(Ho contattato Alexander Wurdis, voce della band, per avere una sua risposta, nda)

Alexander: Ritengo che il pubblico che segue il metal e il rock sia pubblico molto attento e anche molto selettivo, è capace di ricerca e approfondisce sempre qualsiasi tematica, quindi perché ritenere tabù certi argomenti? Certo, a parlare di violenza sulle donne si tocca un argomento molto delicato e noi lo abbiamo voluto fare perché riteniamo sia fondamentale tenere sempre alta l’attenzione e certamente non per strumentalizzare la cosa. Forse non sarà un brano a fare la differenza, però la musica certamente deve stimolare e lanciare messaggi forti perché è un veicolo magico e potentissimo. Credo inoltre che in ogni musicista alberghi una sorta di sensibilità potenzialmente contagiosa e debba sentirsi libero di condividerla col pubblico. Noi Arcana Opera come sempre abbiamo voluto lanciare un messaggio, ora è lì che vibra ed è pronto per farsi raccogliere.

L’ultima canzone del disco…

Alex tende a non dare esattamente il punto perché a noi piace stimolare il pensiero, se noi vi diciamo cosa pensare non facciamo quello che in realtà ci piace fare. Diamo degli spunti, come il disco di De Noir, chi ascolta decide il punto di vista, come interpretare, quale colore dare. Ora puoi dire “così vi togliete le castagne dal fuoco”, ma non è così semplice. È più facile dire quello che hai da dire direttamente piuttosto che girarci attorno per dare spazio agli altri. C’è chi ha una sua interpretazione e non è come la tua e devi cuccartela, perché gli hai dato tu la possibilità e non puoi dire “no, non va bene”.

Perché il cane abbaglia, rompete le righe (frasi del testo, nda)?

Può essere inteso in diverse maniere: l’animale, o il cane del fucile, quella parte mobile dell’arma che impatta sulla culatta della pallottola. Si parla di armi di un po’ di tempo fa, perché ora le armi hanno un cane per modo di dire.

Adesso mi si è aperto un mondo con questa spiegazione…

Ci sono diverse letture…

Avevo pensato all’aldilà, a Cerbero.

Vedi, anche questa è un’interpretazione, voluta peraltro! Amo quell’uomo quanto scrive i testi (si riferisce ad Alexander, nda), ma lo odio perché poi mi mette in difficoltà quando faccio le interviste!

Letti i testi e sapendo come li componete, vi vedo come un libro di poesie, può essere De Noir un libro con nove poesie? Potrebbe esserci un giorno un libro di poesie abbinato a un disco strumentale?

Non è assolutamente da escludere, c’era già l’idea. In verità era in programma per il terzo o il quarto lavoro. Può esserci perché a noi piace l’accostamento delle arti… è brutto intendere l’arte come un’unica arte, ce ne sono diverse e sono tutte forme di comunicazione: io comunico a te una cosa in una maniera, ma posso metterti anche di fianco un altro modo per comunicartela. Non è da escludere l’affiancare diversi tipi di arte nello stesso pacchetto.

Davvero potrebbe esserci un lavoro musica/poesie?

Sì, c’è l’eventualità, come c’è anche l’eventualità di accostarci al teatro. C’è la possibilità di sviluppare Arcana Opera anche in altri ambiti artistici… per esempio al Rino Fest abbiamo fatto una cosa nuova per noi, ma che anticipava i tempi: nel bel mezzo dello spettacolo abbiamo fatto la lettura di una poesia, con sottofondo musicale improvvisato. È stata una cosa splendida. Non era una bella giornata, c’era la pioggia, ma anche l’ambiente esterno ci ha aiutato.

Molto interessante…

Mi era passato di memoria, me lo hai fatto ricordare tu. Si era detto “sì che figata, rifacciamola”, ma poi ci siamo concentrati su altro. Mi devo ricordare di prendere in mano la cosa perché eravamo tutti d’accordo che la cosa andava sviluppata.

Questa è stata un’intervista divertente e diversa delle altre, abbiamo snocciolato argomenti insoliti e più, in un certo senso, profondi.

La diversità è sempre interessante e degna di nota. Solo per il fatto che noi siamo diversi a me piace, sinceramente.

Siamo alla conclusione…

Ti ho già raccontato tutto, cosa vuoi che ti dica?! Questi spazi mi piacerebbe averli in radio, tu sei la e dici “compra compra compra!” (a tal proposito, questa è la pagina Bandcamp dove è possibile acquistare De Noir, nda). Noi saremmo felici se tutti ascoltassero il disco, non dico comprarlo, ma ci ascoltassero e magari comunicassero a noi un loro parere, perché così ci sarebbe un dialogo, sempre per quel discorso che a noi piace dare spunti di riflessione, così la gente può essere a dare spunti. Arcana Opera vuole essere solo un punto di partenza per creare una comunità che parte dalla musica e dove si sviluppano un po’ tutte le arti, ma soprattutto l’arte del pensiero, che a livello personale trovo un po’ dimenticata, ma più che altro per i ritmi del tempo moderno, si ha sempre meno tempo per pensare, sempre meno stimoli, quindi ognuno o si cerca gli stimoli da solo oppure non l’aiuta.

Alexander Wyrd in concerto

Alexander Wyrd in concerto

Ereb Altor – Gastrike

Ereb Altor – Gastrike

2012 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, basso, tastiera – Ragnar: voce, chitarra, basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. The Gathering Of Witches2. Dance Of Darkness3. Dispellation4. Boatmans Call5. The Mistress Of Wisdom6. I Djupet Så Svart7. Seven

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C’era una volta, nel lontano nord Europa, un gruppo di due ragazzi che ogni giorno glorificava il sacro verbo di Quorthon ascoltando i suoi dischi, parlando in ogni occasione possibile della sua bravura e anche suonando musica propria sulla scia dei Bathory. Questo gruppo, che si chiama Ereb Altor, era talmente preso dal viking più epico al punto da pubblicare un paio di album di onesto heavy metal di stampo vichingo con forti richiami doom (cosa questa che, essendo i due ragazzi i responsabili della doom metal band Isole, era piuttosto preventivabile) proprio seguendo le orme dei Bathory più orgogliosamente nordici e atmosferici. Non soddisfatti, i due non mancavano intervista per sottolineare come avrebbero voluto suonare insieme al padre del viking se solo fosse ancora possibile, rimarcando l’immortalità dei suoi dischi ed il dovere di farli ascoltare alle nuove generazioni prive di basi musicali degne di nota e figlie dell’mp3 facile.

Gli Ereb Altor sono nati nel 2003 – parole loro – per omaggiare Bathory, per la soddisfazione degli amanti del bardo norvegese che annuivano compiaciuti ascoltando i loro lavori e dei nuovi giovani adepti che successivamente si sarebbero dedicati anima e corpo alla causa del viking metal. Fino a quando, un brutto giorno di qualche tempo fa, fecero capolino in sala prove le “cattive” influenze black metal, talmente forti e feroci da impossessarsi completamente della fase di scrittura, cacciando in malo modo l’epicità cristallina che caratterizzava il combo di Gävle. La rovina e decadenza di una silenziosa cittadina di campagna o un repentino e inimmaginabile ritorno alla vita dopo anni di tranquilla immobilità? Forse la verità sta nel mezzo, di sicuro la prima cosa che balza all’orecchio è che Gastrike è un album violento, crudo, distante da quello che gli Ereb Altor ci avevano abituato fin dal demo The Awakening del 2003.

Gastrike, edito dall’austriaca Napalm Records, è composto da sette brani, esattamente come i precedenti due lavori, per una durata di quarantacinque minuti. Musicalmente il nuovo lavoro della formazione svedese, per l’occasione diventato trio con l’ingresso del batterista Tord, è una sorta di viking con grosse e imponenti influenze black: pur non perdendo completamente i vecchi riferimenti bathoriani (vedi The Mistress Of Wisdom) gli Ereb Altor suonano cattivi, truci (a tratti ricordano i primi lavori degli Helheim), dove lo spazio per la melodia è ridotto al minimo e il cantato pulito è stato spodestato completamente dallo scream. Nei tanti rallentamenti doom, da sempre loro caratteristica, ora, con il cantato sporco, ricordano i My Dying Bride più disperati, per un risultato spiazzante ma di cristallina qualità.

L’indurimento del sound potrebbe essere la logica conseguenza dei temi trattati nei testi delle canzoni: lyrics ispirate dagli antichi miti, dalle leggende e dalle storie di fantasmi della loro terra. Terrore e incubi, mostri e coraggio mancante, uccisioni e notti senza fine, tutto si riflette nella crudezza delle sette composizioni. Il mid-tempo di The Gathering Of Witches mette in chiaro le cose fin dai primi secondi: urla disperate, chitarre stoppate e la batteria ipnotica non lasciano trasparire altro che sofferenza. L’inizio di Dance of Darkness, scandito da una melodia folk, sembra poter far tornare gli Ereb Altor a suonare come nei precedenti dischi, ma così non è. All’iniziale riff doomish si contrappone la successiva sfuriata black metal, il tutto sempre supportato dal lacerante cantato di Mats e Ragnar. Non tutto è svanito del vecchio modo di comporre, e la parte iniziale di Dispellation lo dimostra. Il brano scorre come in The End, con momenti tipicamente heavy metal e cori epici; l’unica reale differenza sta nel cantato, in quanto il “classico” clean semplice e d’impatto è stato definitivamente messo da parte a favore della rabbia dello scream. Boatmans Call non si discosta molto dalla precedente traccia: le chitarre e la batteria si muovono esattamente nella stessa direzione, con dei cori maggiormente presenti e un cambio di atmosfera dopo circa due minuti e mezzo che sa di lercio e crudele; tempo pochi secondi ed ecco che gli Ereb Altor sfornano uno dei momenti più convincenti dell’intero Gastrike. Note semplici, tempo lineare, ma tanto, tanto buon gusto. Arriva il turno della composizione più lunga del cd, The Mistress of Wisdom è la canzone probabilmente più varia e affascinante del disco. Inizialmente cantata in un clean piuttosto combattivo, presenta dei veri killer riff ben supportati dai cambi di tempo dettati dalla batteria di Tord. Dopo tanta “confusione” c’è spazio per il pianoforte, ma tempo pochi secondi arriva una nuova ventata musicale: l’odore è quello della drammaticità assoluta che i My Dying Bride da oltre venti anni recitano sui palchi di mezzo mondo. I Djupet Så Svart parte maggiormente ritmata rispetto alle altre sei sorelle, il tempo è più elevato e il lavoro svolto dalle chitarre è leggermente diverso e meno incisivo. La prima metà di I Djupet Så Svart è caotica, senza punti di riferimento, mentre l’altra metà è ariosa, con il cantato pulito che può ricordare alcuni act viking metal provenienti dalla fredda Scandinavia. Settimo e ultimo sigillo di Gastrike è Seven, ennesima composizione estrema dove il tremolo picking delle asce gioca un ruolo primario per la riuscita del pezzo. Sembra un brano studiato appositamente per i live, dove l’energia dell’headbanging si affianca alla naturale potenza della canzone. Si conclude in questa maniera, ottima, l’album della forse rinascita degli Ereb Altor, un disco muscoloso ma intelligente, dove i tre musicisti hanno messo anima e corpo per la realizzazione di un concept piuttosto abusato, riuscendo però ad avere un buon risultato.

I suoni sono più grassi e potenti che mai, ogni strumento respira e gode della pulizia dovuta all’ottimo lavoro di Jonas Lindström, che ha registrato il disco nello Studio Apocalypse, e di Thomas “Plec” Johansson (mixing, mastering) al Panic Room.

Gli Ereb Altor compiono una brusca e inaspettata sterzata verso lidi estremi mai esplorati prima (anche se Ragnar, ad esempio, ha fatto parte dei death metallers Theory In Practice), con risultati più che soddisfacenti. Gastrike rappresenta, in conclusione, un lavoro di transizione da quanto fatto a inizio carriera verso sonorità più aggressive ma pur sempre epiche e scandinave, come effettivamente saranno quelle dei successivi Fire Meets Ice e Nattramn. Gastrike è un disco che dopo lo stupore iniziale si lascia ascoltare con piacere.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Vallorch – Until Our Tale Is Told

Vallorch – Until Our Tale Is Told

2015 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Sara Tacchetto: voce, redpipe, whistles – Mattia Buggin: chitarra solista – Marco Munari: chitarra – Leonardo Dalla Via: basso, voce – Massimo Benetazzo: batteria – Martina Mezzalira: violino – Paolo Pesce: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. Whatever May Befall – 2. Until Our Tale Is Told – 3. Unspoken Echoes – 4. Slèrach – 5. Howling Hysteria – 6. Khéeran Hòam – 7. Crystal Rememberance – 8. Tanzerloch (Of Love And Loss) – 9. Ais Un Snea – 10. Dancing Leaf Overture – 11. Carnelian Masquerade

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A tre anni di distanza dal debutto Neverfade, tornano i lanciati Vallorch, formazione tricolore che in questo lasso di tempo ha consolidato il proprio nome a suon di ottimi concerti, fino a diventare una delle realtà più seguite e amate dello stivale. Il nuovo cd Until Our Tale Is Told, pubblicato dall’italo/irlandese Nemeton Records, segna la maturazione che era mancata nel debutto Neverfade: anni di live show e prove hanno sicuramente reso la band più matura e in grado di esprimere al meglio il proprio potenziale.

Dopo il classico intro, il disco si apre con la title-track, nella quale è possibile notare immediatamente il miglioramento del songwriting e la grande sicurezza della cantante Sara Tacchetto, la quale ha fatto un deciso passo in avanti rispetto alla comunque buona prova di tre anni fa. La band suona con stile e il lavoro “sotterraneo” di violino e fisarmonica è prezioso per la riuscita finale. Unspoken Echoes suona cupa e minacciosa, vuoi per le ritmiche aggressive, sia per il cantato growl in evidenza, ma sono gli strumenti folk a dare un bel tono drammatico alla composizione. Trame quasi irlandesi per Slèrach, brano dinamico e ruspante quanto melodico nel cantato femminile, ma a stupire in positivo è il gustoso duello chitarra-violino a suon di assoli, fatto purtroppo raro nel mondo del folk metal, dove la chitarra, solitamente, riveste un ruolo legato solo a riff e accordi, a discapito delle fughe solitarie. La quinta canzone, Howling Hysteria, è una delle migliori del cd: ottimi riff di sei corde, cornamusa e strumenti folk in grande spolvero, voci aggressive e soavi che si alternano e rincorrono, mentre la sezione ritmica, potente e precisa, svolge un ruolo di grande qualità. Khéeran Hòam (“Tornare a casa” in cimbro) è un bel intermezzo acustico che porta direttamente a Crystal Rememberance, discreto up-tempo di tre minuti che da il meglio nel ritornello, orecchiabile e convincente, prima della parte centrale dove il violino di Martina Mezzalira è grande protagonista. Tanzerloch (Of Love And Loss) è un pezzo da sei minuti, nel quale si trovano la parte più melodica e romantica dei Vallorch, e quella più “diabolica” – anche se per pochi secondi -; il drummer Massimo Benetazzo è, però, l’eroe della canzone, libero di sbizzarrirsi in una composizione del genere. Tempi veloci per Ais Un Snea, brano che dal vivo farà sfracelli grazie all’ottimo riffing sul quale cornamusa e violino si posano con decisione prendendosi le luci della ribalta. Il disco arriva alla conclusione, dopo l’intermezzo Dancing Leaf Overture, con la spumeggiante Carnelian Masquerade, ben nove minuti di folk metal tricolore: coraggiosa la band a proporre una canzone del genere, ma soprattutto brava nel creare un brano compatto e personale, cosa sulla carta non facile. Le due voci, soave femminile e cavernicola maschile, si incrociano e alternano con gusto, il violino e la fisarmonica sono strumenti fondamentali tra melodie ed eleganti ricami, con la sezione ritmica sempre agile e varia per rendere la traccia maggiormente dinamica.

I quarantanove minuti di Until Our Tale Is Told scorrono molto bene, le canzoni hanno il giusto mordente e i cambi di formazione tra Neverfade e questo lavoro hanno sicuramente giovato e fatto maturare la band. In ultimo, la produzione è molto buona per il genere e lo stile del settebello tricolore, potente e “cattiva” risalta il lato più metal del gruppo senza mettere in secondo piano l’anima più melodica e folk.

Until Our Tale Is Told è il disco di una band sempre più consapevole dei propri mezzi e personale, in possesso di un ampio raggio d’azione e, soprattutto, in grado di creare canzoni d’impatto, facilmente memorizzabili senza risultare troppo semplici o lineari. Il meglio, ne sono convinto, deve ancora venire.