Týr – The Lay Of Thrym

Týr – The Lay Of Thrym

2011 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk 

Formazione: Heri Joensen: voce, chitarra – Terji Skibenæs: chitarra – Gunnar H. Thomsen: basso – Kári Streymoy: batteria

Tracklist: 1. Flames Of The Free – 2. Shadow Of The Swastika3. Take Your Tyrant4. Evening Star5. Hall Of Freedom6. Fields Of The Fallen7. Konning Hans8. Ellindur Bóndi Á Jadri9. Nine Worlds Of Lore10. The Lay Of Thrym11. I (Black Sabbath cover, bonus track) – 12. Stargazer (Rainbow cover, bonus track)
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I faroesi Týr, dopo il buono, ma non eccellente, By The Light Of The Northern Star, giungono a un bivio: la prima possibilità è quella di continuare sulla via del precedente disco, quindi un heavy/power con tinte folk e viking, oppure tornare a creare immortali sigilli di arte nordica. I quattro musicisti di Torshaven decidono di continuare a battere il sentiero apparentemente più semplice, con risultati discreti ma non memorabili.

The Lay Of Thrym è il sesto lavoro della loro carriera iniziata nel 1998, rilasciato dall’austriaca Napalm Records, e segue la strada tracciata dal già citato By The Light Of The Northern Star, semplificando ulteriormente le composizioni ed enfatizzando maggiormente i cori dei ritornelli, per avere, alla fine, canzoni più orecchiabili e facilmente assimilabili che però perdono definitivamente quel fascino da “vichinghi delle Isole Fær Øer” che fin da inizio carriera li ha sempre contraddistinti. Eppure le menti che compongono sono le stesse da anni, le fonti d’ispirazione sono sempre le stesse e il cantante, nonché maggior compositore Heri Joensen, ha anche avuto modo di sfogare la sua passione per l’heavy prog con il (buon) disco degli Heljareyga. Viene quindi da pensare che The Lay Of Thrym sia esattamente ciò che i Týr vogliono suonare nel 2011.

Le coordinate stilistiche che segue The Lay Of Thrym sono chiare fin dall’opener Flames Of The Free: ritmo medio-alto, riff potenti, cori virili. Il brano in sé è piacevole, anche se – una a caso – The Edge era ben altra cosa, ma da allora sono passati otto anni e con l’andar del tempo le cose possono e devono andare in maniera diversa. Molto meglio Shadow Of The Swastika, canzone maggiormente vicina ai vecchi classici del repertorio dei Týr, in cui chitarre e melodie nordiche creano un’ottima atmosfera, ben assecondate dalle semplici ma azzeccate linee vocali di Heri Joensen, cantante dotato di un timbro personale ed espressivo, ormai vero marchio di fabbrica della band. Take Your Tyrant è il brano usato come anteprima dell’album: pessima scelta in quanto è una canzone mediocre e piatta. Con Evening Star i quattro faroesi provano la via della power ballad dopo aver dato alle stampe quel gioiellino di Ragnarok, traccia presente nell’omonimo album del 2006. Eguagliare la magia di quel pezzo è davvero impossibile, però i Týr riescono a estrarre dal cilindro (o dovrei dire elmo?) una composizione di buon gusto, dotata di un ottimo appeal. Molto scolastica Hall Of Freedom, lirica che ripropone lo schema compositivo dell’opener; stesso si può dire di Nine Worlds Of Lore, altra canzone che non aggiunge niente di positivo a The Lay Of Thrym, ma che anzi rischia di danneggiare l’economia dell’album. Un bel riff pesante apre Fields Of The Fallen, brano che prosegue a suon di rallentamenti pre-chorus e un ritornello che, seppure molto leggero, risulta essere molto convincente. Molto bella – finalmente, verrebbe da dire – la lunga parte strumentale, dove la tecnica e il buon gusto dei due chitarristi Joensen e Terji Skibenæs è messa in risalto. Con le seguenti Konning Hans e Ellindur Bóndi Á Jadri si torna ad ascoltare i Týr impegnati nella loro lingua, il che non può che far piacere, visto che sono i brani maggiormente folk, più vicini allo stile che li ha resi famosi in Europa anni fa a suon di Regin Smiður, Ramund Hin Unge, Torsteins Kvaedi e Sinklars Vísa. Come per magia anche la musica cambia e migliora, essendo maggiormente oscura e ricca di venature progressive, elementi che caratterizzavano il songwriting dei passati (capo)lavori. Konning Hans è un brano dall’incedere lento e dark, affascinante e sognante grazie alle stupende melodie chitarristiche prese dalla musica folkloristica dei loro antenati. Maggiormente veloce è la bella Ellindur Bóndi Á Jadri, quasi una filastrocca nella metrica, impreziosita da deliziosi motivi della tradizione faroese. La title-track chiude il disco in maniera convincente, probabilmente la canzone migliore dell’intero cd: atmosfere nordiche s’intrecciano a riff epici e un ottimo assolo di chitarra a sostegno di un brano finalmente di grande qualità. L’edizione digipak prevede due bonus track, concepite entrambe come omaggio all’immortale Ronnie James Dio, scomparso nello stesso anno di pubblicazione di The Lay Of Thrym: I (Black Sabbath) e Stargazer (Rainbow) sono dei classici della discografia del musicista italoamericano. Nel primo pezzo, estratto da Dehumanizer del 1992, seguono di pari passo i riff di Tony Iommi, mentre nel brano del micidiale duo Blackmore/Dio osano maggiormente, personalizzando con gusto le favolose note tratte da Rising.

La produzione, opera di Jacob Hansen, pur essendo oggettivamente ben realizzata, non convince solo in parte: il suono delle asce è troppo sottile (soprattutto se si pensa alle chitarre grasse e pastose di Eric The Red o Land…) e il tutto suona con un senso di plasticosità che non va bene per un gruppo del genere. Le tinte oscure dei colori della bella copertina e l’immagine forte della testa spaccata di Thrym contrastano con la musica, a volte fin troppo ariosa. La front cover raffigura Thor che brandisce con rabbia il suo martello dopo aver ucciso Thrym, re dei giganti Jötunn, colpevole di avergli rubato Mjollnir, e successivamente aver chiesto come riscatto la dea Freyja, avendone intenzione di sposarla; il suo piano però non va in porto e la vendetta di Thor è crudele: al ricevimento del matrimonio Thor massacra, oltre a Thrym, anche la sorella e tutti i parenti Jotnar presenti alla cerimonia.

Il disco scorre via velocemente senza eccessivi sussulti: il “nuovo” corso dei Týr probabilmente sarà apprezzato da chi è maggiormente appassionato di power metal che di viking, lasciando a quest’ultimi l’amaro in bocca durante le lineari Take Your Tyrant e Nine Worlds Of Lore, e facendo riaccendere la fiamma con Konning Hans e Ellindur Bóndi Á Jadri (non a caso le uniche due non in lingua inglese): non molto se si considera la caratura e lo status raggiunto dalla band.

The Lay Of Thrym è il disco meno riuscito dei Týr, ma rimane una spanna sopra alla maggior parte delle uscite del 2011, il che, francamente, non è proprio un bene.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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