Intervista: Luca Taglianetti

Il nome di Theodor Kittelsen (1857-1914) è ben noto agli amanti del metal scandinavo, quello estremo in particolare. I dipinti dell’artista norvegese sono stati utilizzati più volte come copertine dei vari dischi marchiati Burzum, Taake, Otyg, Satyricon e molti altri, segno inequivocabile della notorietà del pittore/poeta nel circuito metal. Incredibilmente il suo libro illustrato Svartedauden. La Morte Nera, descritto da Leif Østby come “il punto più alto della carriera artistica di Kittelsen, lavoro originale, immaginifico e unico” non è mai stato tradotto in nessuna lingua, fino a quando, in occasione dei cento anni dalla morte dell’artista norvegese, la casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato il volume tradotto, curato e commentato da Luca Taglianetti: un librino affascinante e cupo,  romantico quanto macabro nelle descrizioni e nelle gelide atmosfere descritte da Kittelsen. Con un tema come la Morte Nera, la peste che devastò l’Europa del XIV secolo, non poteva essere diversamente. Importanti al pari delle poesie, le illustrazioni non lasciano speranza tanto sono lo strazio e il decadimento, la morte e la sconfitta dell’uomo dinanzi a Pesta, colei che rastrella tutte le persone che trova.

Ho intervistato Luca Taglianetti per saperne di più sul libro Svartedauden. La Morte Nera, ma anche per farvi conoscere uno studioso che ha pubblicato in precedenza due libri sulle leggende e i racconti popolari della Norvegia, nonché appassionato di heavy metal e degli Otyg in particolare.

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Per prima cosa direi di presentarti ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, sono studioso e traduttore di letteratura scandinava; dal 2012 sono membro onorario dell’Asbjørnsenselskapet per cui svolgo ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari, leggende, racconti e ballate scandinave; ho partecipato a vari convegni di scandinavistica e seminari (Firenze 2013, Milano 201).

Partiamo dal recente Svartedauden. La Morte Nera, libricino contenente le poesie di Theodor Kittelsen sulla peste, arricchito dai disegni in bianco e nero dell’autore. Come e quando ti è venuta l’idea di tradurre quest’opera?

La prima volta che ho visto i disegni di Kittelsen per Svartedauen è stato più di dieci anni fa, quando ho acquistato Hvis lyset tar oss di Burzum, da allora mi sono sempre più appassionato a questo artista, sia per i suoi dipinti che per il suo modo di intendere la natura e l’arte, ma solo di recente, nel mio ultimo soggiorno in Norvegia, ho scoperto che a quei disegni si accompagnavano anche delle poesie; mi trovavo a casa di un amico norvegese che aveva una delle ristampe del libro e leggendole ho capito l’alta qualità delle composizioni; tornato in Italia, dopo una breve ricerca, ho scoperto che non erano mai state tradotte in nessuna lingua, così ho deciso che anche chi non aveva facile accesso al norvegese, potesse godere di questo capolavoro!

In quale misura pensi che Kittelsen abbia influenzato il mondo dell’heavy metal?

Dal punto di vista dell’imagery tantissimo, penso sia l’unico pittore i cui quadri/dipinti siano stati utilizzati da così tante band.

Quando si parla di Theodor Kittelsen si pensa immediatamente ai dipinti che sono poi diventati le copertine dei vari Burzum, Wongraven, Taake, Surturs Lohe, Empyrium e Satyricon per fare solo alcuni nomi. Qual è l’elemento di quei dipinti che secondo il tuo parere ha colpito così tanti musicisti?

In Norvegia Kittelsen è un’istituzione, tutti, quando pensano ai troll e agli esseri soprannaturali, hanno in mente le raffigurazioni fatte da lui; la fortuna ha voluto che fosse uno tra i primi e principali illustratori delle fiabe norvegesi con cui i giovani norvegesi sono cresciuti, penso che una reminiscenza di quelle storie fantastiche sia rimasta nei musicisti e che quindi da adulti abbiano trovano naturale utilizzare quelle immagini associate ai loro dischi.

Sei a conoscenza se alcuni gruppi hanno preso in considerazione le sue poesie per alcune canzoni?

Che io sappia solo un gruppo ha utilizzato Svartedauen come concept di un proprio disco, i When.

Svartedauden

Nel 2012 hai pubblicato Racconti e leggende popolari norvegesi per l’editore Controluce: si tratta della prima traduzione integrale delle leggende trascritte da Peter Christen Asbjørnsen. Come mai abbiamo dovuto aspettare fino al 2012 per avere un libro del genere? Poco interesse verso la materia?

Se a oggi, esclusa la mia opera, non esiste una traduzione completa delle Norske huldreeventyr og folkesagn, non è dato solo dall’effettiva complessità della traduzione di un’opera che incorpora in sé tanti dialetti diversi, tanti modi di dire ormai non più in uso e di difficile recezione dagli stessi norvegesi, ma soprattutto dal fatto che le Norske huldreeventyr og folkesagn hanno sempre vissuto all’ombra delle Norske folkeeventyr, le fiabe norvegesi, raccolte e pubblicate da Asbjørnsen e Moe negli anni 1841-1844.

Due anni dopo, invece, hai pubblicato con Aracne il volume Leggende popolari norvegesi di Andreas Faye, risalente al 1833 nella prima versione. Quali sono i temi ricorrenti di queste leggende?

L’antologia di Faye è divisa in varie parti, come era uso nelle prime raccolte di leggende popolari ottocentesche, si va dalla descrizione e alle relative leggende sugli esseri soprannaturali (giganti, troll, esseri acquatici, folletti e non-morti), alle leggende storiche su personaggi delle saghe e della storia norvegese (Sant’Olav, Haraldr Bellachioma), alle leggende sulla peste e sull’origine del nome di alcuni luoghi naturali di Norvegia (leggende eziologiche).

C’è una domanda che potrebbe porsi la persona che non ha avuto modo di leggere i libri di Asbjørnsen e Faye, ovvero: cosa cambia tra i due se entrambi riportano le leggende norvegesi?

Le leggende di Asbjørnsen provengono prettamente dall’area intorno Oslo e dalla zona orientale della Norvegia (escluse alcune dal Nordland), Faye copre un più ampio spettro di indagine, inoltre le leggende di Asbjørnsen vengono sempre introdotte da una cornice in cui l’autore spiega i modi e i tempi di ricezione della materia popolare, e quindi hanno anche un valore letterario, le leggende di Faye invece non sono “abbellite” da nessuna premessa, la leggenda viene presentata così come è.

Quale pensi che sia il ruolo delle leggende popolari nel mondo odierno?

Da un punto di vista speculativo penso possano offrirci la chiave di lettura di molti comportamenti, rituali, e la Weltanschauung dell’uomo pre-rivoluzione industriale.

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L’indigente

Musicalmente sei molto legato a Otyg e Vintersorg in particolare, da dove nasce questo amore?

Insieme a Bergtatt degli Ulver, penso che i loro album siano stati i primi a offrire una “colonna sonora” ai miei studi sul folklore scandinavo credibile in fatto di accuratezza nei confronti della materia trattata, mentre altre band incentravano i loro lavori su tematiche più ideologiche, religiose o altro, Otyg e Vintersorg parlavano degli “esseri sotterranei” scandinavi e dei loro contatti col mondo esterno.

Abbiamo collaborato per il libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: il tuo aiuto per i testi di Otyg e Windir è stato fondamentale. Di cosa trattano le liriche di questi gruppi e cosa ti colpisce in particolare degli Otyg?

Le tematiche degli Otyg riguardano in generale gli esseri soprannaturali e le leggende scandinave con uno sguardo alla natura sognante, romantica ma anche aspra del Norrland, la regione da dove proviene Hedlund; i testi dei Windir sono più personali e associati alla storia del Sognedal. Degli Otyg mi colpiscono sia i testi, come già detto, molto accurati e mai banali, sia le musiche originali e vicine al folk scandinavo.

Quali sono i tuoi ascolti sia in ambito metal che al di fuori? Vuoi segnalare qualche band poco nota in Italia che segui con interesse?

A parte i classici del black norvegese dei ’90, al momento sono molto preso da Chelsea Wolfe e dal suo ultimo album, è praticamente fisso nel mio lettore! Segnalo un gruppo di folk rock/metal norvegese, Bergtatt, con all’attivo due album, soprattutto il primo Røtter, e la discografia dei Gåte; immensi anche i finlandesi Tenhi.

Hai mai pensato di scrivere un libro “musicale”?

Nei primi anni del 2000 avevo un sito, Nordens Skalder, in cui pubblicavo le mie traduzioni di testi di gruppi norvegesi, ed era abbastanza famoso all’epoca, poi ho scoperto che molti “saccheggiavano” le mie traduzioni senza riconoscerne la mia paternità affibbiando a loro stessi il mio duro lavoro, quindi decisi di chiuderlo; se dovessi scrivere un libro sarebbe incentrato sui testi e la loro spiegazione.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto preparando un articolo sugli Otyg e la rappresentazione degli esseri soprannaturali che ne risulta dai loro testi, e sarà pubblicato in una miscellanea spero entro la fine dell’anno. Sto traducendo alcune fiabe e ormai sto concludendo un lavoro decennale su una ballata medievale norvegese in dialetto. A breve dovrebbe essere pubblicato un mio articolo su Ibsen sugli Annali dell’Istituto Orientale di Napoli.

Sono felice di averti ospitato sulle pagine di Mister Folk, come possono i lettori essere aggiornati sui tuoi lavori?

Possono seguirmi su academia https://asbjornsenselskapet.academia.edu/LucaTaglianetti

giraperilpaese

Gira per il paese

Blodiga Skald – Tefaccioseccomerda

Blodiga Skald – Tefaccioseccomerda

2015 – EP – autoproduzione

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Anton “quello scarso” Caleniuc: voce – Daniele “barbaro saccente” Foderaro: chitarra – Emanuele “cosa ci faccio qui” Viali: basso – Nicola “don tamburello” Petricca: batteria – Ludovica “gloriosa in frattaglia” Faraoni: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. Blood And Feast
 – 2. Latin Fear – 
3. No Grunder No Cry
 – 4. Valzer Of Disgrace

BlodigaSkald

La scana italiana, e quella capitolina in particolare, si arricchisce di una nuova realtà, i Blodiga Skald. Nati nel corso del 2014, giungono a debuttare a fine ’15 con un EP di quattro brani dallo strano titolo romanesco Tefaccioseccomerda. Le sonorità sono tipiche di quel folk metal più spensierato e trollesco che ci sia: brani corti e lineari, chitarre graffianti e tempi mediamente alti sono alcune caratteristiche della formazione capitolina, brava nel far divertire l’ascoltare nei sedici minuti di durata del lavoro.

Blood And Feast è il brano d’apertura, caratterizzato dalla potente batteria di Nicola Petricca e dalla forte presenza della tastiera, strumento che svolge un ottimo lavoro tirando fuori diverse melodie accattivanti per tutta la durata del disco. Il rallentamento dopo i due minuti è ben fatto e mostra quanto il gruppo abbia lavorato bene in fase di composizione. Latin Fear ha un piglio molto finlandese e per struttura ricorda gli ultimi Equilibrium tra accelerazioni aggressive e parti nelle quali viene lasciata maggior libertà agli strumenti. Tempi decisamente veloci per No Grunder No Cry, canzone che alterna sfuriate a rallentamenti e momenti di quiete guidati dalla fisarmonica e dalla chitarra solista; la sei corde, in particolare, tira fuori dei riff particolarmente azzeccati e inusuali per il genere. Chiude questo interessante EP Valzer Of Disgrace, composizione meno aggressiva rispetto alle tre sorelle, capace comunque di tenere alta l’attenzione grazie alla parte centrale dove è presente… un valzer per orchi.

La cosa maggiormente evidente è che la band, pur essendo al debutto dopo appena un anno di attività, è già abbastanza esperta e matura per poter pensare a qualcosa dal minutaggio maggiormente consistente. Ascoltando Tefaccioseccomerda non si ha mai l’impressione che i Blodiga Skald siano al primo lavoro in assoluto, quanto piuttosto l’EP di una band dalla discografia più consistente. Inoltre, fatto di non poca importanza, è ben riuscita l’amalgama tra gli elementi folk metal e una musica extreme metal; a tutto questo va aggiunto il fattore registrazione, potente e pulita come di rado capita per un debutto assoluto. Tefaccioseccomerda è un buon biglietto da visita, i Blodiga Skald sono una nuova realtà tricolore di belle speranze; non resta che attendere il prossimo lavoro ascoltando le storie orchesche di Tefaccioseccamerda.

Intervista: Seventh Genocide

I Seventh Genocide sono una giovane realtà capitolina che si è messa in mostra grazie alla buona musica contenuta nei due dischi Seventh Genocide e Breeze Of Memories, e agli intensi live show, primo fra tutti il RomaObscura II, dove aprirono per gli irlandesi Primordial. L’occasione per scambiare due chiacchiere con il bassista/cantante Rodolfo Ciuffo è l’uscita del secondo album, sentiamo cosa ha da dirci:

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La band. Foto di Ebe Paciocco

Classica apertura: presenta la tua band ai lettori di Mister Folk.

La storia della band ha inizio nel 2006, quando io e il nostro attuale chitarrista Stefano (che suonerà nel primo periodo solo per qualche anno), da molto piccoli, abbiamo deciso di mettere su un gruppo. In realtà all’inizio la nostra attività si limitava solamente a fare esperienza in sala prove e a cambiare continuamente musicisti, tra qualche cover e bozze di brani originali. L’idea di diventare una band vera e propria si è concretizzata nel 2010, quando con una line-up finalmente stabile e totalmente nuova abbiamo iniziato a comporre dei brani black metal che sono diventati poi parte del primo album. Da allora è stata un’evoluzione continua che ha portato anche all’allontanamento dal black metal tout court a favore di un genere molto più contaminato da influenze diverse tra loro ed aperto alla sperimentazione.

Mi hai parlato della line-up rinnovata, cosa è cambiato nei Seventh Genocide?

Sì, esatto. Questa primavera dopo cinque anni di stabilità entrambi i chitarristi si sono allontanati dalla band e al loro posto sono entrati Stefano Allegretti e Jacopo Pepe, già membri del gruppo post-rock Angew, dove suono anche io. Il loro ingresso ha dato un’enorme spinta evolutiva ai Seventh Genocide; dal punto di vista di attitudine, scelta dei suoni, idee compositive e varietà delle influenze non siamo mai stati così in armonia, il feeling tra noi quattro è assolutamente perfetto, tanto che ripensandoci faccio fatica a credere che sono nella band solo da qualche mese.

Avete da poco rilasciato il disco Breeze Of Memories, hai tutto lo spazio che vuoi per descriverlo.

Breeze Of Memories rappresenta senz’altro l’inizio di un’evoluzione musicale che è ancora in atto. Dopo il primo album avevo già svariate idee, ma si discostavano notevolmente dal black metal tradizionale, alcuni passaggi erano più post-rock altri più folk, e soprattutto l’atmosfera era molto più sognante rispetto ai riff freddi dei brani precedenti. Così insieme li abbiamo sviluppati e il risultato è stato questo ibrido che segue la scia dei primi Alcest, forse la band che ha influenzato maggiormente il songwriting del disco. Per la produzione ci siamo rivolti a uno studio e abbiamo cercato al meglio di curare i suoni e renderli conformi all’atmosfera che intendevamo trasmettere (un lavoro che nel primo album è totalmente assente, essendo praticamente un live). Inoltre nonostante svariati problemi, siamo davvero soddisfatti del risultato, sono molto legato a questi cinque brani.

L’ultima traccia, strumentale, ha il titolo in italiano, Il Lampo. Come mai questa scelta e pensi che la nostra lingua possa essere utilizzata anche per un testo?

Il nome in realtà viene da una poesia di Giovanni Pascoli e l’abbiamo scelto proprio perché avendo tra le mani un brano strumentale non c’erano limiti di coerenza con il titolo, né per quello che riguarda le tematiche, né per la lingua. Non nego che l’idea di utilizzare come testo la poesia in questione o un qualsiasi altro scritto in italiano mi sia già venuta, ma poi alla fine non mi ha totalmente convinto. Per il momento continuerò a scrivere in inglese, poi forse in futuro cambierò idea, non lo escludo.

Nel 2012 avete debuttato con il cd Seventh Genocide. Quanto e come pensi si sia evoluto il tuo gruppo tra i due lavori?

Tra i due dischi c’è una differenza abissale. Seventh Genocide è molto immaturo, sia per i suoni così approssimativi e sporchi, sia per l’esecuzione di alcuni pezzi. I brani poi sono stati composti durante una fascia temporale piuttosto lunga e la registrazione è stata eseguita mentre suonavamo live, per questa ragione più che un album vero e proprio va considerato come una compilation di demo del nostro periodo black metal. Breeze Of Memories invece è un lavoro professionale, creato con l’idea di trovare un approccio alla musica totalmente nostro.

Seventh Genocide è uscito per la messicana Azermedoth Records: come siete giunti a loro e come mai non avete continuato il rapporto lavorativo?

La Azermedoth era fra le varie label a cui abbiamo sottoposto il disco, ascoltandolo a loro è piaciuto e hanno deciso di rilasciarlo. I motivi per cui abbiamo deciso di non continuare con loro sono svariati: per prima cosa non hanno rispettato le tempistiche e il numero di copie da spedirci che avevamo concordato, ma soprattutto perché si tratta di una label che rilascia solo ed esclusivamente black metal nella sua forma più grezza e primordiale, nulla a che vedere con Breeze of Memories e il materiale che stiamo componendo ora.

Breeze Of Memories è stato pubblicato dall’italiana Naked Lunch Records, ti va di raccontare di questa collaborazione?

Certamente. Ho conosciuto Jacopo Fanò tramite Metallized, la webzine su cui scrivevo qualche anno fa e di cui lui è ancora parte. Ero affascinato dalla Naked Lunch per l’approccio così sperimentale e il suo roster composto da dischi al limite dell’avanguardia. Non ho mai minimamente pensato che i Seventh Genocide potessero entrare in contatto con una realtà tanto esterna al metal, invece è stato proprio lui a propormi la collaborazione: stavamo parlando della sua etichetta quando è uscito quasi per caso il fatto che noi avevamo un disco pronto in cerca di una distribuzione.

L’artwork è stato realizzato da Moon Sung-ho, come sei entrato in contatto con quest’artista, che, tra l’altro, ha lavorato anche con gli italiani Blaze Of Sorrow?

Sono entrato in contatto con lui inizialmente per il mio interesse nei confronti della Misanthropic Art Production, l’etichetta che portava avanti, di cui mi piacevano diversi dischi tra cui il debut degli Alda, che consiglio a chiunque stia leggendo l’intervista. Quando ho visto i suoi artwork sono rimasto affascinato dal suo stile ed essendo stato lo stesso per tutti, abbiamo deciso di contattarlo. Il risultato ci è piaciuto moltissimo, si adatta perfettamente alla musica.

Il disco è stato pubblicato anche in musicassetta, una scelta sicuramente inusuale! Pensate di stamparlo anche al formato vinile?

Assolutamente, anzi colgo l’occasione per dire che siamo in cerca di un’etichetta interessata a rilasciare l’album in vinile. Siamo dei collezionisti incalliti e per questo ci affascinano formati fisici alternativi al CD come la cassetta o il vinile. Oltretutto tenevo d’occhio da diverso tempo la Red River Family Records sia per la sua attitudine “cascadian” e naturalistica che tanto mi affascina, sia perché adoro molti gruppi del loro roster (Aylwin, Encircling Sea ed Evergreen Refuge sono solo alcuni). Sono stato davvero contento quando Ariale, la co-proprietaria, ci ha contattati per accogliere la nostra proposta di rilasciare con loro una versione in cassetta dell’album.

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Dopo questo disco cosa volete realizzare? State già pensando al successore?

Assolutamente, c’è talmente tanta empatia ed entusiasmo tra noi quattro che siamo riusciti a comporre un intero nuovo album in pochi mesi! Anche le registrazioni sono quasi ultimate, manca veramente poco. Questa volta le atmosfere saranno decisamente più oscure del precedente, ci saranno molte influenze esterne che vanno dal progressive rock anni ’70, passando per l’ambient e la musica sperimentale. Sarà l’album più lungo della nostra discografia e ci saranno anche degli special guest. Rappresenta un continuo dell’evoluzione già iniziata con Breeze of Memories. Riguardo alla release invece non sappiamo ancora nulla.

Ho visto che avete suonato alcune canzoni in versione acustica, c’è la possibilità che incidiate un giorno un EP o un full-length completamente privo di strumenti elettrici?

In realtà al momento di acustico abbiamo solamente un video online di una cover dei Taake suonata da me e Stefano, ma ci piacerebbe molto poter adattare i brani per interi live in acustico (magari in versione strumentale e con più chitarre). Riguardo invece a futuro materiale inedito, per ora non ci abbiamo ancora pensato, ma non è assolutamente da escludere!

Ascoltando le parti più atmosferiche e intime tra cd e live, mi sono venute in mente alcune cose degli Empyrium: sono un vostro ascolto e cosa ne pensi?

Davvero? È la prima volta che qualcuno ci accosta agli Empyrium, ed effettivamente mi stupisce che tu sia il primo, vista l’attitudine simile. Ho apprezzato soprattutto i primi due album (purtroppo non conosco tutto), li reputo in qualche modo precursori di quel “dark metal” influenzato dal folk malinconico che poi ha trovato riscontro negli Agalloch, mia band preferita di sempre. Ad ogni modo è tanto che non sento i loro dischi, mi hai fatto venire voglia di rispolverarli! Si tratta comunque di un nome che tutti noi conosciamo e apprezziamo.

Come ti sei avvicinato alla musica e al basso? Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Mi sono avvicinato allo strumento quasi per gioco, per avere un interesse in più da condividere con Stefano (che conosco dall’infanzia) che suonava già la chitarra. Ho scelto il basso senza alcuna ragione particolare. Riguardo alle ispirazioni ce ne sono diverse, innanzitutto il cinema (tra i vari autori che apprezzo cito brevemente Kim Ki-Duk, Lars Von Trier, David Lynch e Takeshi Kitano), ma anche la natura e in alcuni casi la letteratura. Sono ispirazioni che bene o male condividiamo tutti, anche se ognuno ha le preferenze: per esempio Jacopo è anche un appassionato di anime e manga, Stefano è affascinato dalla pittura e certa letteratura, mentre Valerio della filosofia.

Grazie Rodolfo per la disponibilità, a te lo spazio conclusivo.

Grazie mille a te Fabrizio, per averci dedicato questo spazio e per le domande.

Ephyra – Along The Path

Ephyra – Along The Path

2015 – full-length – Bakerteam Records

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Nadia Casali: voce – Francesco Braga: voce – Matteo Santoro: chitarra – Paolo Diliberto: chitarra – Alessandra Biundo: basso – John Tagliabue: batteria

Tracklist: 1. Melancholy Rise – 2. Human Chaos – 3. All At Once – 4. Cruel Day – 5. Flaming Tears – 6. Hope – 7. Last Night – 8. Riding With The Sun – 9. Land’s Calling – 10. No Dream – 11. Alive

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Tornano con il nuovo cd dal titolo Along The Path gli Ephyra, band di Como dedita a un folk/death metal di chiara matrice nordica, già passata sulle pagine di Mister Folk in occasione del debutto autoprodotto Journey del 2013. Il nuovo cd è pubblicato dall’italiana Bakerteam Records (la stessa degli Artaius di Torn Banners): undici le tracce presenti per un totale di cinquantuno minuti di durata.

La cavalcata Human Chaos è un buon modo per aprire il disco dopo il classico intro, utile per mettere subito in mostra le caratteristiche della band, a partire dal doppio cantato per finire con le chitarre sempre più vicine al death melodico di metà anni ’90. All At Once è un up-tempo dinamico e divertente che vede ospite il cantante dei Furor Gallico Davide Cicalese, mentre Cruel Day rallenta i tempi a favore di un groove maggiore. A tal proposito è giusto manzionare il lavoro della sezione ritmica formata dalla bassista Alessandra Biundo e dal batterista John Tagliabue, compatti e bravi nel capire cosa fare nell’interesse delle canzoni. La quinta traccia Flaming Tears è la più lunga del lotto, con oltre sei minuti e mezzo di durata: agli apprezzabili riff di chitarra e le piacevoli incursioni di arpa fanno da contraltare una certa ripetitività che sicuramente non giova al brano. Si cambiano le coordinate stilistiche con Hope, canzone acustica e intima, arricchita da un seducente violino in secondo piano, ma sgraziata dalla voce growl di Francesco Brega. Gli Ephyra tornano a pestare duro con Last Night, composizione arricchita dagli strumenti folk che la rendono particolarmente accattivante, un buon mix di stili e influenze amalgamati con bravura. Prosegue il momento positivo con Riding With The Sun, canzone dal piglio folk scandinavo dotata di ottime linee vocali, e grazie a Land’s Calling, altro pezzo ricco di sfumature e digressioni che vanno oltre il death/folk: il ritornello in particolare si rivela essere particolarmente azzeccato, così come lo sono alcune parti di chitarra in vari momenti della composizione. No Dream è un brano che vive di luci e ombre, con la seconda parte, quella più lenta, nettamente migliore rispetto alla prima per ispirazione e sonorità; Alive chiude Along The Path in maniera convincente, in particolare fa piacere constatare il risultato sempre positivo quando la band lombarda si lascia trasportare dall’ispirazione.

Il disco è stato registrato presso l’Elnor Studio con Mattia Stancioiu, ex batterista, tra gli altri, di Labyrinth, Vision Divine e Cydonia: i suoni sono discreti, nettamente migliori di Journey, ma non particolarmente brillanti per potenza e riuscita. Da segnalare, infine, i numerosi ospiti che troviamo all’interno del platter: dal già citato Stancioiu, alla voce di Davide Cicalese, dal flauto di Lisy Stefanoni degli Evenoire all’arpa di Silvia Bonino dei Folkstone, tutti quanti hanno dato un apporto apprezzabile e meritevole di menzione.

Along The Path è un piccolo passo in avanti rispetto al debutto di due anni prima, ma la band ha le carte in regola per compiere il salto di qualità che ci si poteva aspettare già con questo cd. Non si tratta, sia chiaro, di un’occasione mancata, quanto piuttosto di un lavoro buono per rafforzare il gruppo, accumulare esperienza e dare la spinta per un nuovo disco più continuo e accattivante.