Black Magic Fools – Soul Collector

Black Magic Fools – Soul Collector

2016 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Pontus Nilsson: voce, cornamusa, scacciapensieri – Daniel Henriksson: chitarra – Mats Halldon: basso – Björn Wallin: batteria – Ida Persson: violino – Katya Eilertsen: violino

Tracklist: 1. Fools Parade – 2. Grave Dancer – 3. Lies – 4. Salvation – 5. Black Jig – 6. Last Supper – 7. Soul Collector – 8. A Jester’s Confession – 9. Dansa I Natt – 10- Not My Truth – 11. Vädjan

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Il folk metal, come tutti i sottogeneri dell’heavy metal, è un mondo intasato da un’infinità di release che ogni giorno invadono il mercato. In questa marea di demo, promo, EP, split e full-length è sempre più difficile trovare qualcosa di realmente interessante in grado di uscire dall’anonimato. A volte lo è pure per i gruppi con contratti più o meno validi, figuriamoci per chi intende autoprodursi. Il problema è che spesso certi lavori non riescono proprio a giungere alle orecchie degli ascoltatori, ma esistono sono anche storie a lieto fine: citare i Folkstone è fin troppo facile, ma a livello europeo i debutti di band come Bucovina e i danesi Huldre di Intet Menneskebarn ne sono un ottimo esempio. Direttamente dalla sempre prolifica Svezia arrivano al full-length di debutto dopo due EP (2011 e 2012) i Black Magic Fools con Soul Collector, quarantasei minuti divisi in undici tracce di puro folk metal.

Il disco si presenta molto bene: il bel digipak a sei pannelli rivela subito la grande cura che la band ha riversato su questo prodotto, tutto è curato nel minimo dettaglio e il booklet di dodici pagine pieno di illustrazioni e info ne è la conferma. Tutto questo però sarebbe inutile se non ci fosse la musica di qualità alla base di Soul Collector. Cornamuse, violini e melodie a volontà rendono il disco tanto interessante: gli strumenti folk sono sempre in primo piano tra momenti di grande intensità e altri al servizio della canzone, la voce pulita ma maschia di Nilsson si rivela perfetta per il sound della band e le composizioni sono tutte interessanti. Grave Dancer è un piccolo hit che impressiona fin dal primo ascolto, mentre Lies suona oscura e drammatica, un lato umano/musicale molto spesso accantonato dai gruppi folk metal a favore di atmosfere più fresche e spensierate. La cupezza dei Black Magic Fools prosegue con Salvation (molto evocativo il violino nel suo breve solo) e Black Jig che, come suggerisce il titolo, presenta sprazzi d’Irlanda in una tempesta invernale che non da scampo. La title-track presenta riff e stacchi di metal estremo senza dimenticare il lato folk, con violini teatrali, scacciapensieri e ghironda (suonata dall’ospite Bruno Andersen) a chiudere in maniera quasi schizofrenica la canzone. Le cornamuse folkenstoniane (presenti in verità in diversi punti del disco) sono la gradevole sorpresa di A Jester’s Confession, ma è con Not My Truth che i Black Magic Fools riescono a dare il colpo di grazia all’ascoltatore: le poderose bordate di basso (in questo caso protagonista della canzone e con un volume maggiore rispetto alle altre tracce) unite alle cupe chitarre e alle sempre presenti cornamuse creano un tutt’uno oscuro e attraente, arricchito dalle intrusioni più o meno lunghe di violini, ghironde e chitarre soliste. Se le composizioni non menzionate sono “semplicemente” di buona qualità, Not My Truth e Grave Dancer sono gli assi nella manica della band di Göteborg.

Soul Collector è un concept album e i testi trattano di un musicista che per sopravvivere porta la sua arte villaggi, trovando la notte riparo in fienili e luoghi di fortuna. Una volta, però, viene svegliato da due persone incappucciate che prima gli distruggono lo strumento tanto amato, poi lo cacciano via urlando che “un musicista in meno porterà in giro la musica del diavolo”. Una volta giunto in una foresta cade in un sonno profondo durante il quale sogna più volte quanto accaduto con gli incappucciati fino a quando una creatura gli propone di riavere lo strumento tanto caro in cambio di un piccolo favore… Quanto succede al soul collector è piacevole da leggere e il fatto di aver incluso la storia nel digipak è un punto a favore del gruppo che, come già detto, non si è risparmiato per attenzione ai particolari. In più c’è da considerare il buon sound del cd, registrato e mixato da Pedro Ferreira (The Darkness, Therapy?, Meat Loaf ecc.) presso gli SpinRoad Studios. Molto potente, oscuro anche per via delle tematiche trattate, eppure pulito e nitido, il lavoro svolto per Soul Collector è di prim’ordine anche sotto l’aspetto tecnico.

Non ho la palla di vetro per sapere se il futuro darà ragione ai Black Magic Fools, ma posso nel mio piccolo raccomandarvi questo cd perché è in grado di soddisfare anche i palati più fini, quelle persone che ne hanno sentite veramente tante e che difficilmente – purtroppo – trovano materiale ancora in grado di emozionarle. I Black Magic Fools riescono in questo con una ricetta in verità vecchia quanto il cucco se mi passate il termine, ma quando la qualità è così elevata c’è poco da fare se non ascoltare il disco e lasciarsi trasportare dalle note.

Intervista: Shine Of Menelvagor

La magistrale penna del Professore J.R.R. Tolkien ha fatto un’altra vittima nel mondo musicale. Si tratta di Luigi Andrea Scopece, cantante e polistrumentista foggiano che ha dato vita al progetto Shine Of Menelvagor, riuscendo a pubblicare di recente il debutto Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau per This Winter Will Last Forever Records. Tra l’estro di Burzum e l’oscurità di Nortt, passando per la capacità di creare visioni senza ricorrere ai suoni distorti come per i Wongraven, Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau è un lavoro dannato e sconsolante, un labirinto senza via d’uscita, a tratti perfido. Drone/depressive black metal di qualità, suonato con il sincero desiderio di esplorare quel lato dell’uomo meno in vista, più intimo e spesso temuto. Ad arricchire un lavoro già buono ci pensano i testi, la maggior parte dei quali tolkieniani, un vero punto di forza dato il modo in cui vengono trattati i temi.

Shine Of Menelvagor è un progetto forse ambizioso ma sicuramente ben riuscito, lascio quindi la parola alla mente di tutto ciò, Luigi Andrea Scopece. 

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Da dove nasce il tuo interesse per Tolkien? E perché hai deciso di dare vita a un progetto come Shine Of Menelvagor?

Un primo interesse per Tolkien e per le sue opere nasce già in età adolescenziale. Mi ritrovai nella biblioteca della scuola a prendere in prestito una copia de Il Signore degli Anelli, di cui avevo tanto sentito parlare anche per via del primo film, che proprio in quei giorni usciva nei cinema. Tuttavia, forse per la giovane età, seppur fortemente attratto dall’opera, non sono riuscito ad apprezzarla come dovuto. Successivamente, fondendo gli interessi musicali a quelli letterari, mi sono riavvicinato a Tolkien attorno agli inizi della carriera universitaria, ed ho potuto comprendere appieno la grandezza delle sue opere, anche quelle meno note. Sulla scia delle varie band metal Tolkien-inspired, anch’io ho voluto dedicare un mio progetto musicale a questo grande autore, dando vita, nel 2012, a Shine Of Menelvagor, dove Menelvagor è lo Spadaccino del cielo, una costellazione riconducibile alla figura di Túrin Turambar. Nonostante il progetto sia nato nel 2012, sono riuscito a registrare alcuni dei brani composti solo nel settembre 2016.

Musicalmente siamo dinanzi a un drone/doom apocalittico e asfissiante: perché la scelta di queste sonorità?

Nella loro forma originaria, i brani erano più che altro riconducibili al black metal canonico, molto più veloci. Poi nel tempo ho apportato molte modifiche, più o meno consapevoli, che mi hanno portato a rallentare i brani ed a dar loro una matrice più atmosferica e, come tu stesso hai sottolineato, asfissiante. Personalmente, seppur appassionato frequentatore di concerti, ho sempre preferito l’ascolto in solitudine della musica, ed ho quindi voluto creare qualcosa che possa essere compreso ed apprezzato appieno solo in totale isolamento.

Le lunghe parti strumentali sono opprimenti tanto quanto quelle cantate. Hai voluto esplorare il lato evil di Tolkien e dell’heavy metal?

Di certo il mondo tolkieniano, specie nelle sue opere principali, è avvolto da un’aura di malvagità e oscurità che ben si adatta, a mio parere, ad essere traslato in musica tramite generi estremi come il black o il funeral doom metal. Certo, non è una conditio sine qua non (abbiamo i Blind Guardian e svariate band happy power metal che narrano le storie della Terra di Mezzo in maniera tutt’altro che opprimente), ma in questo caso, anche per via delle liriche associate alla musica, un genere così smaccatamente “heavy” (ma non evil) mi pare più che adeguato.

Puoi parlare dei singoli testi e del loro significato?

Devo premettere che non tutte le liriche sono tolkieniane al 100%. Infatti, un’altra tematica è quella dell’eremitismo e della solitudine, affrontata, com’è facile ipotizzare, nel secondo brano, title-track dell’album, Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau. In particolare l’ispirazione per quel particolare brano (a livello lirico, non musicale), deriva dall’ascolto dell’album del 2012 di Ihsahn intitolato, appunto, Eremita, e in particolare del bellissimo brano Something Out There. Il terzo brano dell’album, Perceptions By The Keeper Of An Ancient Wisdom, è dedicato alla figura di Gandalf, che ho voluto “utilizzare” metaforicamente per omaggiare i nostri padri e nonni e la “saggezza” che sono ancora in grado di portare in quest’epoca moderna. Il quarto brano, The Forest Dwellers Slowly March non è caratterizzato da metafore o interpretazioni peculiari: è bensì un brano completamente fantasy e tolkieniano: i più esperti e appassionati non potranno non pensare fin da subito, leggendo il titolo del brano, agli Ent, in conflitto con Saruman, e alla loro lenta marcia verso Isengard. Il quinto brano, Thoughts Of Ungoliant, è nuovamente metaforico. Si utilizza la figura di Ungoliant, serva di Melkor ne Il Silmarillion, per affrontare la tematica della schiavitù e dell’oppressione psicologica, e della pazzia che ne può derivare. Per quanto riguarda invece il primo brano Surrounding Whispers At The Helm’s Deep, e il sesto e ultimo Beyond The Sleeping Valley, si tratta di intro ed outro strumentali, la prima ispirata alla nota battaglia al Fosso di Helm, mentre la seconda semplicemente fantasy-oriented, ma non necessariamente connessa all’universo tolkieniano.

La voce è qualcosa di estremamente brutale e oscura: è forse la voce del male assoluto, di Sauron?

In ambito musicale, e metal in particolare, quasi tutti coloro i quali si sono lasciati ispirare dalle opere di Tolkien, e da Il Signore degli Anelli in particolare, sono rimasti affascinati dal maligno e dall’oscurità che circonda la Terra di Mezzo (è raro trovare liriche narranti la fiabesca e giuliva vita della Contea e simili). Tuttavia, come è facile capire dalla precedente spiegazione delle liriche, non è il male, o Sauron, ad essere protagonista, ne tanto meno la voce narrante. Si tratta semplicemente di vocals opprimenti, in linea con gli stilemi del genere musicale proposto.

Quali sono i tuoi punti di riferimento a livello musicale?

Per quanto riguarda prettamente il progetto Shine Of Menelvagor, i punti di riferimento sono state le opere di Burzum, di Nortt, dei Mournful Congregation, degli Evoken, dei Rigor Sardonicous e centinaia di altri. Per quanto riguarda invece i miei gusti musicali personali al di fuori del progetto, apprezzo praticamente tutto ciò che orbiti attorno all’universo metal, dal symphonic epic power, al goregrind, al raw black metal più raffazzonato ed inascoltabile. Ovviamente anche la musica ambient e dungeon synth ricoprono un ruolo di rilievo nei miei ascolti. Apprezzo poi anche musica totalmente al di fuori del metal, come James Taylor, Spandau Ballet, Eagles e America, giusto per menzionarne alcuni.

Ci sono gruppi che apprezzi particolarmente tra quelli che ruotano intorno al mondo creato da Tolkien?

Difficile per me trovare band non apprezzabili! Ad ogni modo, il mio personale “gotha tolkieniano” è composto dagli imprescindibili Blind Guardian e Summoning, nonché dai sottovalutati Hithlum, Moongates Guardian, Lugburz, Rivendell, Battlelore e altri ancora!

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Hai avuto o hai attualmente un qualche contatto con le realtà tolkieniane in Italia, la STI (Società Tolkieniana Italiana) in particolare?

Purtroppo non ancora. Per scarsa disponibilità di tempo, per ora mi limito a partecipare ad alcuni gruppi di studio e discussione presenti sui social network, ma conto di partecipare attivamente nel prossimo futuro agli interessanti eventi che la Società Tolkieniana Italiana promuove.

Sicuramente avrai avuto modo di ascoltare il disco Túrin Turambar Dagnir Glaurunga del tuo corregionale Emyn Muil: cosa ne pensi del suo lavoro e credi che magari in futuro potrete fare qualcosa insieme (split, collaborazioni ecc.)?

Davvero impossibile non inciampare in una gemma musicale di tal valore. L’opera è davvero sensazionale, il legame con i mitici Summoning è chiaro e gli dà una marcia in più, e il fatto che l’autore sia un mio “quasi-vicino di casa” la rende ancor più apprezzabile e affascinante, specialmente per via della particolare propensione al death ed al thrash metal, piuttosto che al metal oscuro e d’atmosfera, che domina nella nostra regione. Per quanto riguarda la possibilità di una collaborazione, o di un futuro split album, ne sarei davvero onorato, nonostante le nostre sonorità, seppur assimilabili, siano comunque diverse.

Il disco Walking The Icepath To The Wanderers’ Plateau è appena stato pubblicato, ma stai già lavorando a del nuovo materiale?

Dal 2012 ad oggi ho composto molti altri pezzi, alcuni dei quali ancora di matrice black metal, i quali tuttavia saranno pubblicati tramite un altro progetto dal nome Kalaallit Nunaat. Sono inoltre al lavoro su un progetto brutal death metal. Per quanto riguarda Shine Of Menelvagor invece, sono attualmente in fase di composizione lirica e musicale di nuovi brani per un secondo full-length, nonché di brani per uno split album che sarà realizzato nel prossimo futuro che condividerò con il bravissimo artista lombardo Talv, del quale consiglio vivamente l’ascolto dell’intera discografia e in particolare l’ultimo full-length Üksildus, davvero valido. Nello split, oltre a pezzi inediti, inserirò anche una cover di Lost Wisdom di Burzum.

Shine Of Menelvagor è finito nella black list del famoso sito “Metal-archives”? Puoi spiegarci cosa è successo e pensi che possa danneggiare il tuo progetto?

Il progetto è finito nella lista nera di Metal-archives, o Encyclopedia metallum che dir si voglia, per motivi chiaramente non musicali, ma per l’idiozia e l’ipocrisia di alcuni amministratori del sito, i quali interpretano in maniera personale e completamente irrazionale le regole previste dal sito stesso per l’upload di nuove band. Le sonorità di Shine Of Menelvagor sono chiaramente riconducibili a quelle di molte band già presenti nel sito, inoltre va detto che nell’archivio di EM sono state inserite band che di “metal” non hanno assolutamente nulla, come moltissimi progetti ambient o post-rock. Spero che nel futuro i webmaster di EM prestino maggiore attenzione e riducano sensibilmente la discrezionalità di cui alcuni amministratori godono. Com’è possibile che una band come gli Oceano, in grado di far impallidire i Cannibal Corpse, non possa essere considerata sufficientemente “metal”? O ancora, per quale assurdo motivo alcune band goregrind vengono accettate ed altre no, nonostante siano assolutamente identiche? Non vi è alcuna logica spiegazione. Ad ogni modo, nonostante EM sia una buona “vetrina”, credo e spero che ciò non costituisca un ostacolo a Shine Of Menelvagor. D’altronde, grazie anche al supporto delle label, ho già ottenuto molti riscontri positivi, a dimostrazione del fatto che il nome del progetto sta circolando bene tra gli appassionati.

Chiudiamo l’intervista nel più classico dei modi: hai tutto lo spazio che vuoi e soprattutto lascia i tuoi contatti per quanti vogliano saperne di più di Shine Of Menelvagor.

Chiunque sia interessato a Shine Of Menelvagor può visitare la pagina Facebook o contattarmi personalmente anche tramite mail. Sarei molto lieto di avere una vostra opinione riguardo al mio progetto.

Colgo l’occasione poi di “sponsorizzare” il lavoro del mio artworker (nonché, soprattutto, amico) Valerio Paolucci, artista valido e versatile di cui potete apprezzare le opere QUI.

Infine vorrei utilizzare questo spazio anche per ringraziare la This Winter Will Last Forever Records per la grande occasione che mi ha concesso, e per la grande professionalità dimostrata.

Huldre – Tusmørke

Huldre – Tusmørke

2016 – full-length – Gateway Music

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nanna Barsley: voce – Lasse Olufson: chitarra – Bjarne Kristiansen: basso – Jacob Lund: batteria – Laura Emilie Beck: violino – Troels Nørgaard: flauto, ghironda, bombarda

Trackilist: 1. Jagt – 2. Hindeham – 3. Varulv – 4. Underjordisk – 5. Skifting – 6. Fæstemand – 7. Mørke – 8. Tæring – 9. Nattesorg

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Se dovessi scegliere il miglior debutto del 2012 non avrei dubbi, indicando senza pensarci un istante Intet Menneskebarn dei danesi Huldre, autori di un cd fresco pur avendo le radici ben piantate nel più classico (e nordico) folk metal. Il secondo full-length arriva dopo ben quattro anni e la prima domanda che ci si pone è se sarà all’altezza del brillante album d’esordio. La formazione in questo lasso di tempo è rimasta la stessa, e questo è sicuramente uno dei motivi per cui Tusmørke continua laddove Intet Menneskebarn terminava. Anche lo studio di registrazione (LSD Studio) e la mente/mano della consolle (Lasse Lammert, già con Alestorm, Svartsot, Gloryhammer ecc.) è la stessa di quattro anni fa, con il medesimo risultato: sound potente, strumenti equilibrati e un suono pulito e reale.

Jagt è un’ottima opener dai toni malinconici e i numerosi strumenti folk a dare il loro fondamentale contributo, ma è con le successive composizioni che gli Huldre portano qualcosa di nuovo al proprio sound. La prima di queste è tra Underjordisk, una piccola perla musicale dal cantato vagamente symphonic (che mostra una volta di più le grandi capacità tecniche ed espressive della frontwoman Nenna Barsley, una voce diversa da quelle “tipiche” della scena) e improvvisi riff violenti. Skifting invece è tipicamente folk metal, con giri di chitarra accattivanti e belle melodie nordiche, nonché brevi istanti ballabili come le migliori feste celtiche insegnano. La brava singer introduce gli otto minuti di Fæstemand, canzone elegante dalle ricche trame di violino, ghironda e bombarda, un mid-tempo quadrato dai numerosi spunti interessanti. L’ultima traccia di Tusmørke è Nattesorg, una sorta di lungo outro semi acustico (l’elettrica c’è, eccome, dopo metà brano) da sette minuti dalle tinte oscure. C’è una canzone, però, che spicca sulle altre: Hindeham è una vera chicca di puro folk metal dove tutto funziona alla perfezione con strumenti popolari e chitarre heavy che si intrecciano con gusto e la grande prestazione vocale (con tanto di sporadici scream in momenti topici) della Barsley a impreziosire il lavoro della band.

In questo disco di quarantasei minuti tutto è come dovrebbe essere: musica, voce e produzione funzionano alla grande, ma è chiaramente il formato canzone a interessare di più e questo proprio non riesce a non fomentare l’ascoltatore; tanti stili e cambi non sono cosa per tutti, soprattutto se fatti con la maestria degli Huldre. Fatevi un favore e comprate Tusmørke.

Intervista: Dyrnwyn

I romani Dyrnwyn, a due anni esatti del demo Fatherland (2013), hanno pubblicato l’EP Ad Memoriam, un sei pezzi che rafforza la volontà della band di distinguersi dal resto della scena, parlando delle vicende legate all’Antica Roma in un mondo troppo spesso “nordcentrinco”. É con grande piacere che ho scambiato due parole con alcuni di loro, buona lettura!

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Tra il demo Fatherland e l’EP Ad Memoriam sono passati due anni esatti: quali sono le maggiori differenze tra i due lavori?

In primis una maggiore omogeneità di tematiche. Se là si trattava di tracce tra loro abbastanza diverse e col solo filo conduttore di un folk metal ancora in sperimentazione, con Ad Memoriam siamo già su un piano che possiamo definire più affine a quello che tratteremo nel prossimo album, ossia l’Antica Roma. Secondariamente, possiamo notare anche una maggiore maturità compositiva e tecnica.

Pensate di essere maturati e migliorati grazie all’esperienza accumulata in quel lasso di tempo? Se sì, in cosa lo riscontrate?

Assolutamente sì. Siamo maturati su tutti i fronti: quello strettamente compositivo, quello tecnico ma anche sul piano artistico. Con diversi concerti alle spalle, infatti, abbiamo avuto modo di conoscere a fondo la scena musicale metal e rock laziale (e non). Abbiamo insomma maggiore coscienza di noi stessi, di ciò che vogliamo e fare e di ciò che ci circonda.

Come definireste Ad Memoriam e quali ritenete essere i suoi punti forti? C’è qualcosa che avreste voluto o potuto fare diversamente?

Il maggiore punto forte dell’EP è sicuramente quello di presentare tracce che sono omogenee come tematiche, ma assolutamente diversificate da un punto di vista musicale. Chiunque ascolti Ad Memoriam è certo di non annoiarsi mai! Qualcosa che avremmo potuto fare diversamente, in tutta onestà, non sapremmo dirlo. Magari qualche passaggio, qualche riff, qualche melodia o una strofa cantata oppure un ritornello. Si tratta comunque di dettagli. Nel complesso siamo molto soddisfatti.

I testi ricoprono per voi grande importanza. Vi va di spiegare il significato di ogni canzone contenuta in Ad Memoriam e se c’è un legame che le lega tra di loro?

Le canzoni sono tutte ispirate al folklore e alla storia romana. Grande spazio è lasciato anche all’aspetto “guerresco” dell’Antica Roma; dopotutto non dobbiamo mai dimenticare che si trattava di una civiltà largamente dedita alle arti belliche. Entrando nel merito dei singoli pezzi: Sangue Fraterno narra della nascita di Roma e dello scontro fratricida che ne seguì; Sigillum tratta temi strettamente pagani e anticristiani, e nello specifico il titolo fa riferimento a una piccola statua (il Sigillum, appunto) raffigurante un antenato che veniva collocata e venerata all’interno del focolare domestico; Tubilustrium racconta la festività romana che si teneva il 23 marzo e il 23 maggio, ed era una celebrazione che apriva le campagne militari (il titolo richiama il lavaggio delle tube di guerra, strumenti musicali utilizzati sul campo di battaglia); Teutoburgo, infine, narra la celebre disfatta subita da Varo nel 9 d.C. per opera di Arminio, capo germanico.

Musicalmente trovo Ad Memoriam più fluido rispetto a Fatherland, le composizioni sono meno spigolose e in generale si nota un songwriting più maturo e personale rispetto al passato…

Sì, c’è molto più lavoro dietro (sia di tempo che di investimento economico).

Da dicembre 2015, periodo di pubblicazione dell’EP, ad oggi sono passati molti mesi e qualcosa è cambiato in casa Dyrnwyn: il cantante Thanatos è stato sostituito da Daniele Biagiotti, ma da quanto ho capito siete in ottimi rapporti con il vostro ex frontman. Cosa è successo tra di voi? Cosa vi ha spinto a scegliere Daniele come sostituto?

Thanatos aveva altri impegni con suoi gruppi più vecchi e di comune accordo abbiamo deciso di cambiare. Ciò che ci ha spinto a scegliere Daniele (presentatoci dallo stesso Thanatos) è stata sia la sua preparazione tecnica che la sua esperienza professionale sul palco.

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Dall’uscita di Ad Memoriam è passato quasi un anno e sicuramente sarete in fase di composizione di nuove canzoni. Ce ne sono alcune pronte e come suonano? Continuerete a parlare della gloriosa Roma anche nella prossima release?

Sì, siamo in fase di composizione e possiamo già rivelare che alcuni pezzi sono pronti e li porteremo live nelle future serate. Quanto alle tematiche, sì, continueremo a parlare dell’Antica Roma.

State lavorando a un nuovo disco? In caso, si può sapere qualcosa a riguardo?

Sì, stiamo lavorando a un full-length. Non si tratterà di concept vero e proprio ma sarà comunque incentrato su un argomento in particolare e un determinato periodo storico. Non riveliamo quale di preciso per non rovinare l’effetto sorpresa, ma possiamo intanto dire che non parleremo di eventi già ampiamente trattati in ambito musicale (Annibale, Spartaco, Giulio Cesare ecc.).

Come nascono le canzoni dei Dyrnwyn? Si parte dalla musica e si abbina il testo oppure, avendo pronte le parole cercate di adattare la musica ad esse?

I nostri pezzi, per le nuove composizioni, stanno nascendo partendo da una idea iniziale di “scaletta” e di tematiche (talvolta anche di testi), ai quali poi andiamo aggiungendo la musica in un secondo momento. Precedentemente invece il lavoro veniva svolto al contrario, ossia ci si vedeva e si tiravano fuori riff e melodie alle quali poi si dava forma di canzone.

Ora che siete nella scena folk metal da qualche anno, in quale stato di salute vi pare? Ho visto che avete legato molto con gli Atavicus, quindi vi chiedo come sentite la “fratellanza”, se una ce n’è, nel mondo folk.

La scena folk metal è molto vivace e attiva, ma non in tutta Italia. Sicuramente il Centro e il Sud sono meno ricchi di gruppi e visibilià, infatti se andiamo a vedere la provenienza delle band che suonano questo genere musicale, la maggior parte risiede dall’Emilia Romagna in su. Quanto agli Atavicus, sì, siamo molto legati a loro anzitutto perché siamo stati grandi fan dei Draugr e, dopo il loro scioglimento, abbiamo continuato a seguire molto da vicino le due formazioni nate successivamente, i Selvans e gli Atavicus. Apprezziamo molto entrambe le band, ma con quest’ultimi, forse per una maggiore affinità di tematiche e di attitudine, abbiamo trovato un forte legame che potremmo definire una vera e propria fratellanza, appunto. Siamo stati infatti felici e onorati di aver condiviso il palco con loro durante l’esibizione al Traffic di Roma a gennaio 2016, dove abbiamo insieme a due membri degli Atavicus una cover dei Draugr (L’Augure e il Lupo). Quanto alla fratellanza nel mondo folk, crediamo ci sia sul serio, forse perché scrivere e narrare la propria terra e tradurre l’affetto che se ne prova in musica, ti fa comprendere lo stesso sentimento da parte di altre band anche lontanissime dall’Italia che però trattano lo stesso genere musicale.

Sempre più gruppi dedicano molto tempo e impegno al merchandise che va oltre la classica maglietta nera con il logo o la copertina del cd. Oggettistica varia e bottiglie di alcool sembrano interessare più dei dischi musicali, come è possibile, secondo voi, essere arrivati a questo punto?

Anzitutto occorre dire che questo tipo di merchandise riguarda solo poche, e molto famose, bands. Secondariamente c’è un discorso di tipo “economico” da fare: se io band produco della musica e la vendo (sotto forma di cd, di concerto, di maglietta ecc.), è normale che raggiunta una certa notorietà io possa anche eventualmente spingermi a esplorare altri, per così dire, “supporti” del mio prodotto. Ed ecco il proliferare di birre, tazze, accendini e altro. Non ci vediamo niente di immorale, d’altronde se un fan è felice di avere a casa la tazza col logo della propria band, beh, perché non farlo contento?

Tempo fa mi avete confessato che vi sarebbe piaciuto pubblicare un album in quantità limitatissima in formato digipak o qualcosa del genere, ma per Ad Memoriam non è accaduto. Rimane il desiderio e la possibilità che ciò avvenga, magari con il prossimo lavoro?

Sicuramente sì, contiamo col full-length di poterlo fare (disponibilità economica permettendo).

Negli ultime mesi la line-up della band ha subito dei cambiamenti: qual è la situazione attuale?

La situazione attuale è che siamo ancora alla ricerca di membri fissi come chitarra ritmica e flauto. Al momento per i live abbiamo persone che possono aiutarci, il 21 gennaio (al Traffic di Roma, con Ephyra e Blodiga Skald, ndMF) si esibiranno con noi Anton Caleniuc (cantante dei Blodiga Skald) alla chitarra ritmica e Jenifer Clementi al flauto traverso. (eventuali interessati possono contattare la band tramite la pagina Facebook, ndMF)

Grazie per la disponibilità, ci si vede a qualche concerto romano!

Grazie a te e ai lettori di Misterfolk.com! E se non ti presenti ai nostri prossimi concerti ti veniamo a prendere sotto casa!!!

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Helheim – landawarijaR

Helheim – landawarijaR

2017 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Reichborn: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Ymr – 2. Baklengs Mot Intet – 3. Rista Blodørn – 4. landawarijaR – 5. Ouroboros – 6. Synir Af Heidindomr – 7. Enda-dagr

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Quando gli Helheim annunciano l’uscita del nuovo disco si va incontro in maniera automatica a un dubbio e a una certezza. Il dubbio riguarda l’indirizzo musicale intrapreso dal combo norvegese, la certezza è sulla qualità della proposta, qualunque essa sia. É così praticamente da sempre e anche con il nuovo landawarijaR, nono full-length per i pionieri del viking metal, questa “regola” viene rispettata.

La seconda parte della carriera di H’grimnir e soci ha visto il sound mutare e maturare dal classico viking metal feroce e black oriented verso un qualcosa di maggiormente progressivo e personale, influenzato da elementi al di fuori dell’heavy metal ma comunque oscuro e minaccioso come lo erano i vecchi Jormundgand e Blod & Ild. Tutto questo fino al precedente raunijaR, possibile punto di arrivo di un’evoluzione sorprendente e spavalda. Difficile fare meglio proseguendo quella via, si pensava, e sbagliavamo tutti. landawarijaR è ancora più estremo in fatto di ricerca musicale, vario come nessun altro capitolo della ricca discografia degli Helheim, sfacciato nel proporre qualcosa che nessuno aveva mai osato. Senza tirarla per le lunghe, nella title-track è presente il tema portante di Impressioni Di Settembre della PFM, gruppo progressive rock italiano che in passato ha suonato in giro per il mondo in festival da urlo (per citarne uno: Charlotte Speedyway, Califiornia, nel 1974 con 250.000 spettatori), entrando nella classifica Billboard dei dischi più venduti in America (l’album Cook, sempre del 1974) e di fatto influenzando una miriade di musicisti. Un manipolo di questi risiede in Norvegia e se oggi passiamo ore ascoltando i capolavori di Borknagar, Enslaved ed Helheim lo dobbiamo anche al talento di Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (battieria) e Mauro Pagani (flauto e violino) e alla scena italiana (in particolare Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme) che all’epoca era rispettata e seguita con interesse.

Oltre alla bella title-track, come suona landawarijaR? Dannatamente Helheim: cupo e a tratti asfissiante, capace di grandi aperture melodiche e inaspettati break strumentali di grande gusto. I cinquantasei minuti del cd sono introdotti da Ymr, mid-tempo dal doppio cantato pulito e scream, traccia che alterna vari umori ma tenuta unita dal tipico sound dei vichinghi Helheim. Tempi frenetici e urla infernali per l’ottima Baklengs Mot Intet, epica e coinvolgente sia nelle parti violente che nei momenti più ragionati e “melodici”, vicina stilisticamente ai vecchi dischi pur mostrando una certa varietà stilistica di non poco conto. Negli otto minuti abbondanti di Rista Blodørn troviamo di tutto: ritmiche black metal, arpeggi post-rock, riff epici, urla primitive e melodie accattivanti. Con la title-track, però, si entra direttamente nella Valhalla. Tutti gli strumenti danno il meglio di sé, con le chitarre grandi protagoniste tra grandiosi riff in tremolo picking e la già citata melodia di Impressioni Di Settembre, qui proposta in varie forme e tonalità per diversi – piacevolissimi – minuti. Questo giusto tributo alla grande musica italiana è un onore e dovrebbe far riflette le persone che ignorano quanto di buono è uscito (e continua a uscire) dalle sale prove italiane. Il serpente che si morde la coda, creando in questa maniera un cerchio, è il protagonista di Ouroboros, brano che sembra diviso in due: da una parte c’è l’aspetto musicale, freddo e distaccato, dall’altro il cantato pulito (quasi liturgico) e in scream (tagliente negli interventi). Il risultato è bello ma ostico al tempo stesso, probabilmente la composizione più azzardata ed estrema di landawarijaR. Synir Af Heidindomr è una traccia molto diretta grazie soprattutto all’interpretazione vocale senza fronzoli e spartana, ma aggiunge poco a quanto già di buono detto nei precedenti capitoli. Il mid-tempo Enda-dagr chiude con eleganza il cd, con gustosi riff di chitarra e arpeggi crunchosi dalla forte personalità.

L’aspetto lirico è come sempre di grande importanza: il retaggio “norse” è presente ed è possibile percepirlo anche solo ascoltando la musica. Le rune e il loro significato sono protagoniste, rese dagli Helheim elementi fondamentali da incorporare nella vita moderna.

La produzione è perfetta per la musica proposta, potente ma non plasticosa, old style ma precisa e sporca al tempo stesso. Infine, una curiosità sui tanti ospiti presenti tra i solchi delle canzoni: tra i vari cantanti (William Hut, Morten Egeland, Pehr Skjoldhammer, Bjornar E Nilsen) spunta il nome di Ottorpedo, un comico rock norvegese che ha pubblicato diversi cd (?!).

landawarijaR è il “classico” album degli Helheim, con tutti i pregi e le caratteristiche che da anni li rende unici nel panorama viking metal. Il tributo all’Italia è un di più che fa piacere, ma anche se non ci fosse stato il nuovo disco di V’gandr e soci sarebbe stato comunque imperdibile per gli appassionati del genere.

Best album 2016: Wardruna!

BEST ALBUM 2016

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Quello del “miglior album dell’anno” è un giochino che va preso per quello che è, ma comunque divertente e utile per capire alcune situazioni musicali. Il ricordo va a quando ero giovane e compravo tutte le riviste musicali che arrivavano all’epoca in edicola (Metal Hammer, Flash, Psycho!, Grind Zone, Metal Shock e successivamente Rock Hard) e il primo numero del nuovo anno conteneva sempre le classifiche di album, concerti, musicista ecc. sia dei vari giornalisti che dei lettori che potevano votare tramite una scheda da ritagliare in un precedente numero per poi spedire il tutto via posta alla redazione della rivista. Un giochino che facevo anche io: in quel modo mi sentivo parte di quel mondo tanto affascinante e misterioso che era l’heavy metal e soprattutto il giornalismo musicale. Era un modo per sentirmi uno di loro, e “sognavo” di poter scrivere, un giorno, su una rivista del settore.

Purtroppo i giornali sono quasi del tutto scomparsi, l’informazione (e soprattutto la disinformazione) si è trasferita sul web. Tutto più veloce, semplice ed economico, dicono. Io sono un nostalgico dei tempi che furono, delle riviste da sfogliare e dei dischi da comprare al negozio di fiducia, ma l’heavy metal del 2017 è questo e noi non possiamo fare altro che scrivere qualche riga dal tono malinconico che farà sorridere (e annoiare) i lettori più giovani.

Tornando al sondaggio lanciato una settimana fa, c’è subito da dire una cosa: i titoli che ho selezionato sono di una qualità incredibile, e anche i lavori che sono arrivati negli ultimi posti, vedi gli Skiltron, sono dei signori cd che in altri anni avrebbero scalato non poche posizioni. E tanti full-length di qualità sono rimasti fuori, basti pensare agli ultimi di Amon Amarth, Equilibrium e Huldre per citarne solo alcuni.

Ora, però, basta chiacchiere, andiamo a scoprire e commentare la classifica decisa da voi, lettori di Mister Folk:

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1°: Wardruna, 107 voti: Runaljod – Ragnarok è il terzo capitolo della fantastica trilogia iniziata nel 2009 con Runaljod – Gap Var Ginnunga. Folk/ambient di grande classe e intensità per un sound unico e sempre in evoluzione.

2°: Skuggsjá, 89 voti: Skuggsjá – A Piece For Mind & Mirror è la perfetta unione tra Wardruna ed Enslaved, tra folk ed extreme metal senza confini. Un lavoro unico e forse irripetibile, fuori ogni schema e ricco di grandi canzoni.

3°: Negură Bunget, 76 voti: prosegue il viaggio artistico/musicale del combo romeno attraverso la Transilvanian Trilogy, ZI è il giusto successore dell’eccezionale TAU, ma per la recensione bisognerà attendere l’arrivo dell’ingombrante artbook…

4°: Mistur, 74 voti: In Memoriam, secondo full-length della band norvegese è quel sognametal che tutti noi aspettavamo da tanti, troppi anni.

5°: Borknagar, 50 voti: Winter Thrice è, senza tanti giri di parole, un capolavoro. Tutto è perfetto, equilibrato, fatto con gusto; la voce di Vintersorg, però, è quanto di meglio si possa ascoltare in questo campo musicale.

Gli altri: gli split di Graveland/Nokturnal Mortum e Selvans/Downfall Of Nur sono da considerare come dei quasi album, sia per la durata che per la qualità; Soul Collector dei Black Magic Fools è un signor esordio folk metal, così come si confermano dopo tre bei dischi gli argentini Skiltron con l’osannato Legacy Of Blood. Tornano ai loro livelli, dopo un mezzo flop come Eternal Defiance, i tedeschi Suidakra con il quadrato Realms Of Odoric, mentre i Moonsorrow, incredibilmente poco votati, hanno rilasciato l’ennesimo lavoro (Jumalten Aika) che sfiora la perfezione. L’addio alla scena di Myrkgrav avviete tramite lo strano – ma ottimo – disco Takk og farvel; tida er blitt ei annen, mentre esattamente un anno fa veniva pubblicato Realms Of The Untold dei nostrani Vinterblot, un lavoro che ha mostrato i progressi e le grandi qualità del gruppo pugliese; gli islandesi Skálmöld hanno rilasciato lo scorso autunno Vögguvísur Yggdrasils, ennesimo signor disco in una discografia che inizia a essere veramente interessante, mentre un discorso a parte lo meritano gli Ereb Altor, autori di un cd tributo a Bathory, Blot · Ilt · Taut (solo in formato LP), da mandar fuori di testa ogni Quorthon-adepto.

E il 2017? Sembra iniziare benissimo: landawarijaR degli Helheim è il primo full-length di un certo spessore arrivato nei negozi, e siamo tutti in attesa per l’attesissimo ritorno dei maestri del folk metal Skyclad, per non parlare poi di Trollfest, King Of Asgard ed Eluvetie, ma mi permetto di consigliare di ascoltare (e scoprire) una volta di più quanto di buono ci ha lasciato il 2016.

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Infine vi ricordo che potete scaricare gratuitamente la nuova MISTER FOLK COMPILATION VOL. IV (21 gruppi con ospiti speciali i grandiosi Skyforger + artwork professionale di Elisa Urbinati Illustration) per farvi un’idea di come suona l’underground folk oriented, bastano un paio ci click!