Intervista: Ida Elena DeRazza

Abbiamo incontrato Ida Elena grazie all’EP Native Spirit, ora è tempo di conoscerla un po’ meglio. Quella che segue è una lunga chiacchierata nella quale l’artista si è aperta e ha raccontato con sincerità della sua musica e dei molti progetti che la vedono coinvolta. Buona lettura!

foto di Chris Kissadjekian

Native Spirit è il tuo ultimo lavoro: un cd ricco di sfaccettature della musica folk e rock, con un’aurea quasi pop che rende il disco godibile fin dal primo minuto. Questo era il tuo obiettivo quando hai iniziato a lavorarci? Come definisci la tua musica?

Innanzitutto ti ringrazio per definire il disco “godibile”: questo è fondamentale per me perché il mio desiderio è che la mia musica, seppur con il proprio stile e marchio di fabbrica, possa essere fruibile dagli ascoltatori più variegati e che ognuno possa trovare la canzone in cui più si ritrova. Non sono molto brava a definire in generale, soprattutto la mia musica, ma credo che sia “una finestra su un mondo magico in cui tutti possono trovare un angolo di sano distacco dalla realtà di tutti i giorni. Un bosco incantato alle spalle di una metropoli”. Che dici, rende l’idea?

Native Spirit è composto da cinque canzoni che nonostante abbiano un filo conduttore unico sono comunque abbastanza differenti tra di loro per stile e sound. Credi sia il risultato della musica e dell’arte che ti circonda ogni giorno?

Senza dubbio! Da brava nerd quale sono, tendo spesso ad estraniarmi nelle situazioni sociali o formali e immagino tutto ciò che vedo ambientato in una fantomatica Terra di Mezzo! Ad esempio, un “party” post teatro, una situazione sociale insomma, a cui partecipai mi ispirò “Til My Last Breath”: tutti i presenti erano agghindati e squadravano chiunque passasse, come dei vampiri che osservano la preda umana. Poi arrivò il tipo dai “capelli neri e occhi zaffiro” e l’ispirazione fu completa. Mi rendo conto di avere un problema con la realtà hahah.

Il singolo The Butterfly rimane in testa fin dal primo ascolto. Il ritornello, in particolare, è davvero bello. Vuoi raccontare qualche aneddoto legato alla canzone?

Grazie di cuore! Beh, ammetto che la parte di flauto la devo al mio arrangiatore e pianista Luca Bellanova: stavamo registrando di brani per l’EP e vidi questo file nominato “irish song”. Gli chiesi “posso sentire?” ed era la melodia di flauto di The Butterfly. Dissi subito “mi dai questo pezzo che ci scrivo una canzone?”, Luca accettò e l’indomani avevo interamente scritto e composto The Butterfly! Inoltre c’è da dire che sono fissata con le farfalle, le incontro molto spesso e nelle situazioni più impensabili! Quindi, trovando un modo divertente per parlare della metamorfosi di ciascuno di noi e del fare attenzione a ciò che si desidera, venne fuori una favola un po’ dark, man mano che scrivevo la musica, veniva magicamente giù il testo!

Per The Butterfly è stato realizzato il videoclip: dove è stato girato e sei soddisfatta del risultato finale?

Il video è stato girato in un posto molto speciale a nord di Roma, le Cascate di Monte Gelato, un posto dove il tempo sembra essersi fermato e che sembra uscito da un libro di Tolkien! Una natura quasi totalmente incontaminata, tra boschi, sorgenti in cui le farfalle e le libellule vengono ad abbeverarsi e in cui puoi trovare anche volpi e cinghiali! Inoltre, non molto lontano c’è un paese medievale che sovrasta una vallata chiamato Calcata, un paese di quasi soli artisti ed artigiani (ex comunità hippy ma non così tanto ex) dove girai il video per The Ballad Of The Silver Dressed Lady con Albert Dannenmann (regia di Giulia Carla de Carlo). The Butterfly (diretto da Francesco Garritano) è un video estremamente poetico in cui il regista ha colto pienamente la filosofia che volevo rappresentare: un mondo fantasy ma reale e con una sua morale. La scena finale (ispirata a Ophelia, ovviamente) mi è costata tremori e gelo nelle ossa per giorni (trenta minuti nell’acqua ghiacciata… il posto di chiama monte gelato, mica monte calduccio) ma il risultato è stato eccezionale e di grande effetto. Sono pienamente soddisfatta!

Folliapoesia è l’unica canzone dell’EP in italiano. Da dove nasce l’idea e pensi di inserire altri brani nella nostra lingua nel prossimo lavoro?

Scriverei molto più spesso in italiano, se non fosse così dannatamente complicato! Scrivere un bel testo in Italiano è molto ostico per me nonostante sia la mia lingua madre, perché le canzoni che compongo hanno linee melodiche molto distese e “smooth” (di nuovo non mi viene il termine in Italiano) e una lingua come l’italiano, con i suoi termini così lunghi e l’impossibilità stilistica di abbreviare le parole, non vi si presta molto. Quando riesco, però, ne sono felicissima! Anche in The Ballad Of The Silver Dressed Lady c’è un inserto in italiano e in Artemis (brano contenuto nel nuovo album dei Bare Infinity The Butterfly Raiser) c’è una preghiera Wicca in Italiano. Insomma, dove posso lo metto, e agli ascoltatori stranieri piace molto!

Nella tua band suona Albert Dannenmann; sicuramente in molti ricorderanno il suo lavoro con i Blackmore’s Night. Vuoi raccontarci come vi siete conosciuti? Qual è il suo apporto alla tua musica?

Albert è uno degli incontri che hanno cambiato la mia vita musicale e personale (negli anni e diventato uno dei miei migliori amici!). Ci siamo incontrati per la prima volta a Brescia a un concerto dei Blackmore’s Night nel 2009 e ancora una volta nel 2011 in Germania (sempre a dei concerti dei Blackmore’s Night). Questa seconda volta però gli avevo scritto una e-mail dove gli dicevo che avevo scritto un pezzo ispirato da lui (The Ballad Of The Silver Dressed Lady) e gli chiedevo se gli interessasse suonarlo. Dopo il concerto m’invitò a suonare con lui e con gli altri musicisti della band in session a un pub e lui mi disse che era interessatissimo a collaborare. Da lì in poi cominciarono le nostre collaborazioni, prima con i Cantus Lunaris, poi con il nostro duo Fairy Dream fino alla collaborazione con la grande casa di produzione di colone sonore per il cinema e la tv Karmaloft. Ora, con un po’ d’esperienza in più, mi sto buttando anche nella carriera solista e, come sempre, so di poter contare sulla grande amicizia e l’ispirazione datami da Albert!

A marzo uscirà il nuovo disco dei greci Bare Infinity, The Butterfly Raiser. Della band tu sei la cantante, mi chiedo quindi come sei finita a cantare in una metal band greca

Per le millemiglia della Vueling? Hahah! Ho sempre voluto cimentarmi con il metal, da quando cominciai ad ascoltare Nightwish e Within Temptation (caso strano, musica medievale e folk e metal sembrano andare sempre più d’accordo) e tre anni fa vidi sponsorizzata sulla home page di Facebook la notizia che i Bare Infinity cercavano una nuova cantante e soprattutto cantautrice. Io risposti quasi per gioco dicendo “si vabbè, stanno in Grecia, figurati se mi rispondono”. Non solo Tomas, fondatore e chitarrista della band, mi rispose, ma si disse molto entusiasta del mio modo di cantare e di scrivere. Cosi, andai ad Atene a incontrarlo e in due ore avevamo già deciso che ci eravamo scelti! A proposito di The Butterfly Raiser, è il perfetto risultato tra la collaborazione tra me e Tomas: scrivere questo disco è stato facilissimo perché noi due siamo molto diversi ma complementari, quindi qualsiasi idea sia nata da me, veniva valorizzata da lui e viceversa. Anche qui c’è una collaborazione di Albert al flauto sul brano più celtico di tutti, Artemis! Questo è un album che consiglio a tutti coloro che amano la fusione tra il folk, il sinfonico e il melodic metal!

Citi più volte il folk metal e il celtic per descrivere le sonorità dei Bare Infinity. Ti chiedo quindi cosa è per te il folk metal e in quale maniera la band è cambiata con il tuo approdo.

Per me il folk metal è il sottogenere del metal che preferisco e non ne ho mai fatto un mistero! Amo le sonorità che vengono dal passato perché continuano a far parte della nostra eredità culturale. Amo molto il risultato che si ottiene mettendo insieme una gaita galiziana o una cornamusa tedesca, ma persino la nostra zampogna (stare a contatto con Albert Dannenmann e suonare in tutti questi festival medievali mi hanno fatto fare una cultura ahah) e dei power chord in distorsione mentre basso e batteria (rigorosamente doppia cassa) prepotentemente preparano una sezione ritmica stile “cavalcata” (non la chiamo io così eh!). È come essere chiamati alle armi da Odino stesso ahah! Seriamente, il mio provenire dalla scena celtic e folk (ma anche dal musical, dove sono diventata drogata di spettacolarità e sonorità avvolgenti, da surrounding appunto) credo che abbia portato la band in una direzione più fantasy, più sognante e meno “romance” (direzione dove molte delle gothic band si spingono… io non so scrivere canzoni d’amore, sigh). Se ne volete un assaggio: Artemis, The Butterfly Raiser e The Sword, The Stone And The Wolf dal nostro nuovo album The Butterfly Raiser vi daranno la prova di ciò che dico, ma anche Sands Of Time, l’assolo lo fa il bouzouki! Direi che anche la musica greca è folk, o no?

Cosa ti piace dell’heavy metal? Sei soddisfatta della tua carriera in questo mondo?

Tendo a preferire sicuramente l’ambiente melodico, etereo e cinematico del mondo metal, ovviamente perché non lascio mai il mio bosco degli elfi J Spero di avere una mia identità in questo ambiente e che questo possa portare un tratto distintivo in più anche alla mia band.

Quali sono i/le cantanti che in ambito metal più apprezzi? Sono anche curioso di sapere i nomi dei cantanti che apprezzi al di fuori del rock…

Senza dubbio Amy Lee: cantante dalla grande personalità e compositrice dallo stile inconfondibile. Credo abbia ispirato molte della mia generazione e quelle dopo. Al di fuori del rock e del metal, Loreena McKennitt è il mio grande punto di riferimento, così come Enya. Inoltre, pur non avendo niente in comune con lei, apprezzo moltissimo Lady Gaga: quando si spoglia dei vestiti eccessivi e degli arrangiamenti appiattenti pop, troviamo un’artista di grande spessore e una pianista eccellente!

Native Spirit è uscito da pochi mesi ma credo che starai già pensando al prossimo passo: puoi anticipare qualcosa?

Ehehe, ovviamente. Sto già componendo i brani che verranno dopo e diciamo solo che vado a passeggiare nel bosco che ho di fronte casa tutti i giorni per trovare l’ispirazione. La mia casa discografica Maqueta Records avrà ancora più cose su cui lavorare prossimamente! A proposito, Native Spirit è adesso disponibile su Amazon di tutta Europa, e abbiamo stampato le t-shirt con la farfallina (non quella di Belen) del mio logo con scritto “come run with me”: la Native Spirit t-shirt.

Grazie per l’intervista, concludi tu come preferisci 🙂

Prossimamente sarò in Cornovaglia al “3 Wishes Fairy Festival” con Albert (formazione Fairy Dream) il 17 e 18 Giugno, con il mio progetto solista (ma Albert ci sarà comunque) al festival vichingo Fjallsteinn Vikingr Fes di Montelanico (RM) il 1 luglio prossimo e al favoloso Festival Fantasia si cui sono anche testimonial (non me la tiro giuro, useranno la mia foto come poster) di Schierke, Germania, il 29 e 30 luglio. Altri eventi saranno, spero, annunciati a breve su Facebook e su tutti i social. Grazie a voi!!! E spero di vedervi presto. Un abbraccio dalla vostra heavy metal creature of the forest 😉

Radogost – Dziedzictwo Gór

Radogost – Dziedzictwo Gór

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Łukasz “Mussi” Muschiol: voce, chitarra – Marian Kolondra: chitarra – Rafał Bujok: basso – Marcin “Talar” Tatar: batteria – Młody: violino

Tracklist: 1. Na Dnie Wielkiej Góry – 2. Raróg – 3. Idę Wśród Gwiazd – 4. To Płynie W Twojej Krwi – 5. Pożoga – 6. Ponad Głębiami Czarnych Wód – 7. Czarne Xęstwo – 8. W Sercu Burzy – 9. Oto Mej Duszy świątynia – 10. Ananke – 11. Słowa Ze Stali – 12. Dziedzictwo – 13. Dalej Wprost Przed Siebie – 14. Wild Hunt (Geralt Story)

Nel rurale paesotto di Brenna, diecimila anime nel profondo sud della Polonia, si sono formati nel 2006 i Radogost. La storia è molto semplice: scelto il nome del dio dell’ospitalità nella mitologia slava, i nostri si concentrano sui pezzi propri e dopo due demo piuttosto frettolosi – entrambi del 2006 – le cose iniziano a migliorare. Il full-length di debutto W Cieniu Wielkiego Dębu e soprattutto il successivo Dark Side Of The Forest sono lavori discreti, ma è con Dziedzictwo Gór, pubblicato in cooperazione con Art Of The Nigth Productions (già incontrata con i Black Velvet Band) che si vedono i primi risultati realmente positivi.

La musica dei Radogost è un classico extreme folk metal, ben rappresentato dall’opener Na Dnie Wielkiej Góry, uno dei momenti migliori dell’intero cd. Melodie di violino, robusti riff di chitarra e voce aggressiva sono i punti fermi della band, brava a realizzare canzoni piacevoli e, pur quasi tutte con lo stesso schema, dinamiche. Un altro brano riuscito è To Płynie W Twojej Krwi, dal mood più oscuro e dagli intrecci sei corde/violino molto interessanti. Non mancano comunque delle piccole variazioni, come in Raróg con echi di heavy metal classico, oppure la brutale Ponad Głębiami Czarnych Wód, dalla prima parte che non stonerebbe in un Covenant dei Morbid Angel. C’è spazio anche per una canzone strumentale (Czarne Xęstwo) e la thrasheggiante Oto Mej Duszy świątynia, e in generale non sono presenti composizioni sottotono e meri riempitivi. Manca però il colpo di genio, quello sforzo in più in grado di fare la differenza.

La registrazione di Dziedzictwo Gór è discreta, sufficientemente pulita e con una batteria ben fatta, ma il risultato finale sembra rimanere intrappolato nelle casse, non c’è l’esplosione sonora che ci si aspetta quando si alza il volume. Anche il booklet non è dei migliori: foto a colori e testi completi, ma con tante pagine a disposizione si poteva osare qualcosa di più.

A fine ascolto cosa rimane? Sicuramente la certezza che i Radogost ci sanno fare e che sono in grado di creare canzoni realmente valide, ma al tempo stesso rimane un po’ d’amaro in bocca per alcune scelte non eccellenti, in primis la decisione di inserire ben quattordici tracce, decisamente troppe anche per l’ascoltatore più fanatico del folk metal. Il giudizio finale e il voto potevano e dovevano essere più alti: la band di Brenna ha dimostrato di saper fare davvero bene.

In ricordo di Gabriel Mafa, Negru

Ieri notte è stata data la terribile notizia della morte di Gabriel Mafa, meglio noto come Negru, batterista e leader dei romeni Negură Bunget. A darne l’annuncio è stato Tibor Kati, cantante e chitarrista nella band.

Queste righe vogliono semplicemente ricordare e far conoscere a chi non ha avuto modo di incrociare i passi con i suoi, che persona fosse Gabriel. Ho avuto modo di incontrarlo tre volte, la prima delle quali al Fosch Fest del 2012: alcune battute scambiate, un grande sorriso e una gentilezza fuori dal comune. Anche nel backstage era sempre cordiale con un sorriso per tutti. Gli altri incontri avvennero a Roma, in occasione del concerto dei Negură Bunget al Closer nel 2015 e al Traffic lo scorso novembre. Al di là degli show sempre molto coinvolgenti, non posso fare a meno di ricordare il lato umano di Gabriel. Quando lo intervistai, seduti sul marciapiede, mi trasmise solo buone sensazioni e lo trovai molto sereno e felice di quello che stava facendo, soddisfatto dei lavori dei Negură Bunget. Una cosa, però, mi è rimasta impressa, ovvero l’espressione piena d’amore quando parlava della Romania e della sua Transilvania in particolare. Gli ultimi lavori, d’altra parte, sono proprio dedicati e ispirati alla sua terra. Una persona semplice, davvero gentile, come purtroppo se ne trovano sempre meno nell’ambiente musicale.

Posso dire una cosa: mi ha dato più Gabriel in tre incontri e in qualche scambio di email che tante persone in anni di vita, per questo lo sentivo come un amico, una persona vicina al mio modo di essere. Rimangono alcune cose a metà, idee che avevo e che avevano riscontrato il suo appoggio. Rimane la musica, per fortuna, quella è immortale. La Transylvanian Trilogy forse rimarrà senza una parte, ma gli ultimi due lavori sono tra le cose più belle e intense che abbia ascoltato, e penso che sia il modo migliore per ricordare un musicista e una persona così legato alle montagne e alla natura.

Che la terra ti sia lieve, amico.

King Of Asgard – :taudr:

King Of Asgard – :taudr:

2017 – full-length – Trollmusic

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Karl Beckman: voce, chitarra – Ted Sjulmark: chitarra – Jonas Albrektsson: basso – Mathias Westman: batteria

Tracklist: 1. The Curse And The Wanderer – 2. Death And A New Sun – 3. :taudr: – 4. …For The Fury Of The Norse – 5. Upon Raging Waves (Mithotyn cover)

Una critica che ho sempre mosso ai King Of Asgard è quella di fare dischi troppo lunghi. Non è il minutaggio complessivo il problema, ma la presenza ogni volta di un paio di filler a lavoro che di fatto appesantiscono l’ascolto, rendendo gli LP meno attraenti di quanto potrebbero. Il debutto del 2010 Fi’mbulvintr, sicuramente il lavoro meglio riuscito della band svedese, così come i successivi …To North e Karg soffrono di questo problema, ma è anche vero che Karl Beckman e soci hanno con gli anni perso un po’ di smalto che a inizio carriera aveva fatto gridare al quasi miracolo più di un addetto ai lavori.

Anno 2017, i King Of Asgard tornano sul mercato (con la piccola Trollmusic dopo gli esordi con la Metal Blade Records) con una release alquanto sorprendete: solamente cinque brani per un totale di trentatré minuti, compresa l’inaspettata e assai gradita cover di Upon Raging Waves dei seminali Mithotyn. Ed è proprio questa canzone a sorprendere e non poco: come sappiamo, i King Of Asgard portano avanti il discorso iniziato proprio dai Mithotyn da quando Beckman e Karsten Larsson – guarda caso ex Mithotyn – nel 2008 hanno fondato la band. I Mithotyn sono i Mithotyn e i tre dischi pubblicati fanno parte della storia del viking metal, ed è vero che i King Of Asgard sono una band differente e con un’anima propria, ma è inevitabile pensare ai Mithotyn quando si ha a che fare con il cantante/chitarrista Beckman.

La musica di :taudr: è ispirata, potente, di grande qualità. L’opener The Curse And The Wanderer non lascia spazio al dubbio: la line-up dei King Of Asgard è compatta e suona con grande passione, come forse non si sentiva dal lontano Fi’mbulvintr. Le chitarre sono epiche nell’incedere aggressivo, con il furioso lavoro di Mathias Westman a sorreggere una canzone che racchiude in sei minuti e mezzo l’essenza della band. Death And A New Sun è prepotentemente nordica, con cori maschili e melodie di sei corde che rimandano ai gloriosi anni ’90, quando questo genere era suonato da poche – e sincere – band. La title-track ha un mood più corposo e pachidermico pur non disdegnando le accelerazioni: negli otto minuti di durata c’è tutto il sound dei vichinghi svedesi, epici nei cori e possenti come non mai nei riff di chitarra. Atmosfere doom introducono …For The Fury Of The Norse, mid-tempo schietto e lineare che vede l’ottima interpretazione di Beckman al microfono. La già nota Upon Raging Waves è l’ultima traccia del disco: fedele all’originale e con lo stesso meraviglioso feeling, è il miglior modo di terminare l’ascolto di :taudr:.

I King Of Asgard hanno deciso di concentrarsi su alcuni aspetti della propria musica e di apportare piccole novità (gli strumenti folk come la ghironda in Death And A New Sun) che però utilizzano con discrezione. In tutto questo il lavoro di Magnus “Devo” Andersson (bassista dei Marduk e dietro alla consolle per i blacksters svedesi e molte realtà meno affermate) in sala d’incisione è fondamentale poiché riesce a dare quel retrogusto ’90 senza perdere un minimo di potenza e mascolinità.

Alla fine l’unico neo di :taudr: è, ironia della sorte, la breve durata. Un brano o al massimo due in più avrebbero reso questo cd maggiormente corposo, ma anche così il disco va più che bene: i King Of Asgard ci sanno fare per davvero e questa pubblicazione 100% old school viking metal lo dimostra.

Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Intervista: Flavia Di Luzio

I più attenti di voi avranno notato il prezioso lavoro di Flavia Di Luzio sia su queste pagine (sue la maggior parte delle traduzioni delle interviste con musicisti stranieri) che nei miei libri Folk Metal Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo. Ma Flavia non è soltanto una traduttrice professionista, ma anche l’autrice di alcuni interessanti volumi che gli amanti del folklore, delle saghe e del Grande Nord non potranno che apprezzare. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

I lettori sicuramente conoscono il tuo nome per la collaborazione che abbiamo su queste pagine e per i libri che ho pubblicato nei quali tu compari come traduttrice ufficiale, ma ti chiedo di presentarti per le persone che non ti conoscono.

Ciao a tutti! Mi chiamo Flavia e lavoro da alcuni anni come traduttrice, proofreader e docente di lingue nordiche, inglese e italiano per stranieri. Nutro da sempre un forte interesse per le altre culture e sono una grandissima appassionata di musica, viaggi, arte e fotografia.

Come ti sei avvicinata all’heavy metal? Quali sono i tuoi gusti musicali e quali i gruppi che ascolti maggiormente? Ti piace il folk metal?

Mi sono avvicinata all’heavy metal all’età di 14 anni e il merito è stato tutto di un negozio (il mitico Music Box di Pescara!) che da allora e per molto tempo a seguire è stato un luogo di ritrovo di qualità per appassionati del genere e non. Lì ho incontrato molte persone con cui condividere questa passione e soprattutto con cui scambiarci dritte musicali. Da allora la fiamma non si è più spenta, anzi sono riuscita a “contagiare” altri amici e persino i miei genitori 🙂 Tra le band che apprezzo ci sono indubbiamente i Finntroll, gli Arkona, i Falkenbach, i Månegarm, i Moonsorrow, i Moonspell, i Turisas, i Týr e i Vintersorg, anche se la lista potrebbe continuare all’infinito! Oltre al folk metal, che come si può intuire mi piace eccome, ascolto anche molto black e death metal (incluse rispettivamente le varianti symphonic e melodic) con particolare interesse per la scena nordeuropea. Devo dire che per carattere mi piace molto spaziare sia tra diversi sottogeneri del metal che tra generi musicali anche molto distanti gli uni dagli altri.

Quanta importanza dai ai testi della musica che ascolti, e sono questi in grado di farti apprezzare o meno una band?

Sicuramente i testi influenzano la mia percezione della band, visto che amo ascoltare musica in cui mi posso riconoscere. In ogni caso cerco di non farmi condizionare troppo e di guardare anche all’aspetto melodico, a mio avviso altrettanto importante. Penso di avere un approccio piuttosto equilibrato.

Sei una traduttrice di professione: com’è il tuo mondo lavorativo e ti senti danneggiata da chi si improvvisa in un mestiere per il quale non ha studi/certificati/esperienza adeguati?

Detto con la massima onestà non è un settore facile, anzi si avvertono tuttora diversi problemi legati sia alla percezione (spesso distorta, se non direttamente assente) che si ha di questa professione, che all’aspetto retributivo. La concorrenza non qualificata è solo una parte del problema, visto che certe pratiche malsane vengono portate avanti, il più delle volte in buona fede e senza che se ne rendano conto, persino da colleghi qualificati. Il nostro mondo lavorativo è, tra l’altro, molto variegato e attraversa numerosi campi, dall’editoria ai settori più tecnici, quindi è davvero importante imparare a orientarsi in quello che è di fatto un oceano di possibilità, ma anche di insidie. Un tasto dolente per esempio è il cosiddetto dumping visto che, soprattutto su determinati siti e database di categoria, si assiste di frequente a delle vere e proprie aste al ribasso in cui, pur di ottenere un lavoro, si arriva ad accettare di tradurre quasi gratis influenzando purtroppo negativamente tutto il mercato. Non di rado dietro tariffe così basse si celano anche lavori scadenti (spesso effettuati con Google Translate che – sfatiamo questo mito duro a morire – NON è assolutamente paragonabile a un traduttore in carne e ossa professionale e referenziato), quindi occorrerebbe davvero un’opera di sensibilizzazione a tutto tondo che coinvolga professionisti della traduzione e clienti. In realtà, dal punto di vista della sensibilizzazione e della formazione, abbiamo conseguito risultati positivi nel campo della traduzione editoriale grazie a STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali, di cui sono tuttora socio ordinario. Spero vivamente che le cose continuino a migliorare, considerando che il mestiere di traduttore è per me uno dei più belli al mondo e meriterebbe davvero il giusto riconoscimento sociale ed economico.

Quale è stato il tuo percorso di studi per diventare una traduttrice di professione? Quali sono stati i lavori che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Il mio percorso di studi ha avuto inizio nel 2004 presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere (curriculum Scienze del Linguaggio) e la magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri. Entrambi i corsi di laurea mi hanno permesso non solo di portare avanti per tutti gli anni lo studio dell’inglese, del finlandese e del norvegese, ma di conoscere in maniera approfondita anche le relative letterature e filologie. In particolare mi sono concentrata molto sulla lingua finlandese e sulla filologia ugrofinnica (per un anno, proprio per ampliare le mie conoscenze in quest’area, ho deciso di studiare anche l’ungherese e di avvicinarmi da autodidatta all’estone), scegliendole come materie di laurea. A tal proposito, qualora tra i lettori vi sia qualcuno interessato agli argomenti che ho trattato, segnalo volentieri le pagine web della casa editrice spezzina Liber Iter, dove le mie tesi di laurea sono disponibili in formato eBook:

Lo studio del norvegese si è rivelato a sua volta cruciale perché mi ha permesso di conoscere da vicino un altro versante del mondo nordico e di affrontare con minor difficoltà lo studio dello svedese, che ora ho il piacere di insegnare ad altre persone.

Questa versatilità di interessi e di conoscenze a cavallo tra mondo ugrofinnico e scandinavo ha trovato poi il suo sfogo naturale nell’approdo alla redazione del Progetto Bifröst, portale di ricerca e divulgazione del patrimonio mitologico di ogni tempo e Paese, per cui curo tuttora la sezione ugrofinnica e i rapporti con la community di Facebook. È qui che ho potuto intensificare la mia attività di traduzione e di consulenza linguistica, motivo per cui reputo questa collaborazione una delle più soddisfacenti e stimolanti intraprese.

Per essere un buon traduttore è importante non solo il percorso universitario (che può essere vario e che fortunatamente nel mio caso già includeva una buona dose di pratica della traduzione) ma anche l’aggiornamento professionale e il contatto diretto con le lingue, motivo per cui ho cercato e cerco tuttora di fare il possibile per portare avanti parallelamente soggiorni all’estero (come accaduto per esempio nell’estate del 2012 quando ho vinto una borsa di studio per la scuola estiva di lingua e cultura finlandese organizzata dal CIMO in collaborazione con l’Università di Jyväskylä) e frequenza di corsi specialistici inerenti al mondo della traduzione e delle lingue in tutte le loro sfaccettature. Ovviamente il percorso descritto è stato fondamentale anche per formarmi come docente di lingue, tenendo presente che anche per l’insegnamento ho frequentato corsi e seminari specifici. Una cosa che comunque voglio sottolineare è che non si deve mai fare l’errore di ritenersi “arrivati”. Questi settori, così come la vita in generale del resto, richiedono un apprendimento continuo e soprattutto l’umiltà di sapersi mettere in discussione. Trovo che il confronto con i formatori e gli altri colleghi possa riservare belle sorprese e per esperienza personale posso dire che fare rete, oltre a essere piacevole dal punto di vista sociale e ricreativo, è un’ottima occasione di crescita professionale e personale.

Hai pubblicato per Vocifuoriscena il libro Gli Dèi Di Finlandia E Di Carelia: di cosa tratta il volume e a chi senti di consigliarne la lettura?

Prima di tutto tengo a far presente che la pubblicazione del volume Gli dèi di Finlandia e di Carelia è frutto di un lavoro a quattro mani portato avanti insieme al dott. Dario Giansanti, amico nonché direttore del Progetto Bifröst. Il suo contributo è stato preziosissimo. Entrambi abbiamo sentito l’esigenza di approfondire gli studi in area ugrofinnica, concentrandoci però soprattutto sulle fonti letterarie pre-kalevaliane per riscoprire parte degli aspetti originali degli dèi e degli eroi della tradizione finlandese e careliana. Il più antico documento sulla religione finnica è un peritesto poetico scritto da Mikael Agricola (1510-1557), primo vescovo finlandese della Riforma, come prefazione a una sua traduzione di alcuni salmi dell’Antico Testamento. Esso non solo delinea un quadro vivido delle divinità adorate in Häme e in Carelia, ma fornisce anche un ritratto inedito di alcuni dei futuri eroi del Kalevala, avvincente epopea nazionale finlandese di cui sicuramente avrete già sentito parlare. Nel nostro libro la traduzione del «canone» di Agricola – per la prima volta in lingua italiana –, diviene occasione per analizzare la mitologia finnica e i suoi personaggi sia nelle varie fasi del loro sviluppo storico, che nel quadro più ampio delle mitologie uraloaltaiche e dello sciamanesimo nord-euroasiatico. Mi sento di consigliare la lettura del volume non solo agli addetti ai lavori ma a chiunque sia in generale appassionato di letteratura e mitologia e nello specifico di cultura finlandese, anche considerando che i temi trattati sono riproposti molto spesso nei brani di numerosi gruppi musicali (metal e non) provenienti dalla Finlandia. Il libro è inoltre scritto in una lingua scorrevole che non si perde in troppi tecnicismi, quindi a mio avviso è molto adatto anche a chi si è avvicinato solo di recente a questi argomenti 🙂 Per ulteriori informazioni vi rimando volentieri al sito della casa editrice Vocifuoriscena.

L’epica finlandese ha influenzato molti gruppi musicali e tra questi, probabilmente, i più famosi sono gli Amorphis. Ti chiedo quindi cosa ne pensi del lavoro della band di Esa Holopainen e soci, e se ci sono altri gruppi che conosci e vuoi “raccomandare” ai lettori di Mister Folk.

Gli Amorphis mi piacciono moltissimo e qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di vederli live proprio in Finlandia. Si tratta senza dubbio di uno dei gruppi più legati al folklore, motivo per cui i loro testi sono spesso trattati anche in ambiente universitario come esempio vivo di rapporto tra cultura delle origini e modernità. Si pensi solo a titoli come My kantele, Tuonela, Shaman e Sampo, anzi da questo punto di vista voglio citare anche i Korpiklaani con Shaman e Karhunkaatolaulu (“canto della caccia all’orso”). Partendo da queste canzoni potremmo parlare per ore di Kalevala, sciamanesimo e cultura finlandese! 🙂 A proposito di dritte musicali, consiglio assolutamente di ascoltare i Värttinä, rinomato gruppo folk finlandese che riprende molti temi e strumenti musicali della tradizione.

Negli scorsi anni hai pubblicato diversi articoli e un libro insieme a Dario Giansanti dal titolo Kreutzwald e il Kalevipoeg: di cosa parla quest’ultimo?

Con Kreutzwald e il Kalevipoeg, pubblicato come eBook dalla già citata casa editrice Liber Iter, voliamo in Estonia alla scoperta del Kalevipoeg, epopea estone sorella del Kalevala sospesa tra il tempo assoluto del mito e quello ben determinato della storia. È qui che esseri soprannaturali, spade maledette e animali parlanti fanno da sfondo alla tragica crociata dei Cavalieri Teutonici i quali, nel XIII secolo, invasero le terre del Baltico, stabilendo le basi di una serie di dominazioni e tirannie destinate a durare fin quasi ai nostri giorni. Popolare nei temi, ma fortemente voluto e praticamente ricostruito a tavolino da due uomini, Friedrich Robert Fahlmann e soprattutto Friedrich Reinhold Kreutzwald, il Kalevipoeg rispecchia al meglio l’identità storica dell’Estonia ed è, inoltre, una limpida espressione delle ingiustizie che i popoli “minori” hanno dovuto subire fin dal loro affacciarsi nella storia, e della volontà di riscatto e di libertà che, da sempre, li ha animati. Per saperne di più consultate pure questo LINK.

Stai lavorando ad altre pubblicazioni, e in caso puoi rivelarci qualcosa?

Al momento non sto lavorando ad altre pubblicazioni ma è mia intenzione farlo quanto prima, anzi ho già qualche idea da sviluppare 🙂

C’è un progetto che sogni di poter realizzare?

Insieme ad alcune amiche e colleghe con cui ho già collaborato in passato, abbiamo iniziato a lavorare alla creazione di una rivista online a tema nordico che abbraccerà diversi argomenti. Siamo ancora in piena fase ideativa quindi non posso svelare altri particolari, però il nome sarà sicuramente Nordlys, che in norvegese significa “aurora boreale” (lett. “luce del nord”).

Un altro mio obiettivo, che in parte si è già concretizzato, è quello di imparare una lingua orientale. Ho iniziato da un mese a studiare coreano ed è una scelta che rifarei mille volte perché mi sta stimolando tantissimo.

Come possono contattarti i lettori di Mister Folk?

Sono a completa disposizione per qualunque cosa al seguente indirizzo email: flavia.diluzio@studio.unibo.it

Per chi fosse interessato a seguire la mia attività o a conoscere meglio ciò di cui mio occupo, segnalo volentieri questi link:

http://independent.academia.edu/FlaviaDiLuzio

http://culturedelmondo.blogspot.it/

http://www.linkedin.com/in/flaviadiluzio

http://www.traduttoristrade.it/2015/curriculum-di-luzio-flavia

È stato un piacere essere ospitata sulle pagine di Mister Folk! Ringrazio moltissimo Fabrizio per avermi proposto quest’intervista e i lettori per l’attenzione, anzi spero di avervi fornito qualche spunto interessante. Alla prossima! 🙂