Radogost – Dziedzictwo Gór

Radogost – Dziedzictwo Gór

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Łukasz “Mussi” Muschiol: voce, chitarra – Marian Kolondra: chitarra – Rafał Bujok: basso – Marcin “Talar” Tatar: batteria – Młody: violino

Tracklist: 1. Na Dnie Wielkiej Góry – 2. Raróg – 3. Idę Wśród Gwiazd – 4. To Płynie W Twojej Krwi – 5. Pożoga – 6. Ponad Głębiami Czarnych Wód – 7. Czarne Xęstwo – 8. W Sercu Burzy – 9. Oto Mej Duszy świątynia – 10. Ananke – 11. Słowa Ze Stali – 12. Dziedzictwo – 13. Dalej Wprost Przed Siebie – 14. Wild Hunt (Geralt Story)

Nel rurale paesotto di Brenna, diecimila anime nel profondo sud della Polonia, si sono formati nel 2006 i Radogost. La storia è molto semplice: scelto il nome del dio dell’ospitalità nella mitologia slava, i nostri si concentrano sui pezzi propri e dopo due demo piuttosto frettolosi – entrambi del 2006 – le cose iniziano a migliorare. Il full-length di debutto W Cieniu Wielkiego Dębu e soprattutto il successivo Dark Side Of The Forest sono lavori discreti, ma è con Dziedzictwo Gór, pubblicato in cooperazione con Art Of The Nigth Productions (già incontrata con i Black Velvet Band) che si vedono i primi risultati realmente positivi.

La musica dei Radogost è un classico extreme folk metal, ben rappresentato dall’opener Na Dnie Wielkiej Góry, uno dei momenti migliori dell’intero cd. Melodie di violino, robusti riff di chitarra e voce aggressiva sono i punti fermi della band, brava a realizzare canzoni piacevoli e, pur quasi tutte con lo stesso schema, dinamiche. Un altro brano riuscito è To Płynie W Twojej Krwi, dal mood più oscuro e dagli intrecci sei corde/violino molto interessanti. Non mancano comunque delle piccole variazioni, come in Raróg con echi di heavy metal classico, oppure la brutale Ponad Głębiami Czarnych Wód, dalla prima parte che non stonerebbe in un Covenant dei Morbid Angel. C’è spazio anche per una canzone strumentale (Czarne Xęstwo) e la thrasheggiante Oto Mej Duszy świątynia, e in generale non sono presenti composizioni sottotono e meri riempitivi. Manca però il colpo di genio, quello sforzo in più in grado di fare la differenza.

La registrazione di Dziedzictwo Gór è discreta, sufficientemente pulita e con una batteria ben fatta, ma il risultato finale sembra rimanere intrappolato nelle casse, non c’è l’esplosione sonora che ci si aspetta quando si alza il volume. Anche il booklet non è dei migliori: foto a colori e testi completi, ma con tante pagine a disposizione si poteva osare qualcosa di più.

A fine ascolto cosa rimane? Sicuramente la certezza che i Radogost ci sanno fare e che sono in grado di creare canzoni realmente valide, ma al tempo stesso rimane un po’ d’amaro in bocca per alcune scelte non eccellenti, in primis la decisione di inserire ben quattordici tracce, decisamente troppe anche per l’ascoltatore più fanatico del folk metal. Il giudizio finale e il voto potevano e dovevano essere più alti: la band di Brenna ha dimostrato di saper fare davvero bene.

In ricordo di Gabriel Mafa, Negru

Ieri notte è stata data la terribile notizia della morte di Gabriel Mafa, meglio noto come Negru, batterista e leader dei romeni Negură Bunget. A darne l’annuncio è stato Tibor Kati, cantante e chitarrista nella band.

Queste righe vogliono semplicemente ricordare e far conoscere a chi non ha avuto modo di incrociare i passi con i suoi, che persona fosse Gabriel. Ho avuto modo di incontrarlo tre volte, la prima delle quali al Fosch Fest del 2012: alcune battute scambiate, un grande sorriso e una gentilezza fuori dal comune. Anche nel backstage era sempre cordiale con un sorriso per tutti. Gli altri incontri avvennero a Roma, in occasione del concerto dei Negură Bunget al Closer nel 2015 e al Traffic lo scorso novembre. Al di là degli show sempre molto coinvolgenti, non posso fare a meno di ricordare il lato umano di Gabriel. Quando lo intervistai, seduti sul marciapiede, mi trasmise solo buone sensazioni e lo trovai molto sereno e felice di quello che stava facendo, soddisfatto dei lavori dei Negură Bunget. Una cosa, però, mi è rimasta impressa, ovvero l’espressione piena d’amore quando parlava della Romania e della sua Transilvania in particolare. Gli ultimi lavori, d’altra parte, sono proprio dedicati e ispirati alla sua terra. Una persona semplice, davvero gentile, come purtroppo se ne trovano sempre meno nell’ambiente musicale.

Posso dire una cosa: mi ha dato più Gabriel in tre incontri e in qualche scambio di email che tante persone in anni di vita, per questo lo sentivo come un amico, una persona vicina al mio modo di essere. Rimangono alcune cose a metà, idee che avevo e che avevano riscontrato il suo appoggio. Rimane la musica, per fortuna, quella è immortale. La Transylvanian Trilogy forse rimarrà senza una parte, ma gli ultimi due lavori sono tra le cose più belle e intense che abbia ascoltato, e penso che sia il modo migliore per ricordare un musicista e una persona così legato alle montagne e alla natura.

Che la terra ti sia lieve, amico.

King Of Asgard – :taudr:

King Of Asgard – :taudr:

2017 – full-length – Trollmusic

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Karl Beckman: voce, chitarra – Ted Sjulmark: chitarra – Jonas Albrektsson: basso – Mathias Westman: batteria

Tracklist: 1. The Curse And The Wanderer – 2. Death And A New Sun – 3. :taudr: – 4. …For The Fury Of The Norse – 5. Upon Raging Waves (Mithotyn cover)

Una critica che ho sempre mosso ai King Of Asgard è quella di fare dischi troppo lunghi. Non è il minutaggio complessivo il problema, ma la presenza ogni volta di un paio di filler a lavoro che di fatto appesantiscono l’ascolto, rendendo gli LP meno attraenti di quanto potrebbero. Il debutto del 2010 Fi’mbulvintr, sicuramente il lavoro meglio riuscito della band svedese, così come i successivi …To North e Karg soffrono di questo problema, ma è anche vero che Karl Beckman e soci hanno con gli anni perso un po’ di smalto che a inizio carriera aveva fatto gridare al quasi miracolo più di un addetto ai lavori.

Anno 2017, i King Of Asgard tornano sul mercato (con la piccola Trollmusic dopo gli esordi con la Metal Blade Records) con una release alquanto sorprendete: solamente cinque brani per un totale di trentatré minuti, compresa l’inaspettata e assai gradita cover di Upon Raging Waves dei seminali Mithotyn. Ed è proprio questa canzone a sorprendere e non poco: come sappiamo, i King Of Asgard portano avanti il discorso iniziato proprio dai Mithotyn da quando Beckman e Karsten Larsson – guarda caso ex Mithotyn – nel 2008 hanno fondato la band. I Mithotyn sono i Mithotyn e i tre dischi pubblicati fanno parte della storia del viking metal, ed è vero che i King Of Asgard sono una band differente e con un’anima propria, ma è inevitabile pensare ai Mithotyn quando si ha a che fare con il cantante/chitarrista Beckman.

La musica di :taudr: è ispirata, potente, di grande qualità. L’opener The Curse And The Wanderer non lascia spazio al dubbio: la line-up dei King Of Asgard è compatta e suona con grande passione, come forse non si sentiva dal lontano Fi’mbulvintr. Le chitarre sono epiche nell’incedere aggressivo, con il furioso lavoro di Mathias Westman a sorreggere una canzone che racchiude in sei minuti e mezzo l’essenza della band. Death And A New Sun è prepotentemente nordica, con cori maschili e melodie di sei corde che rimandano ai gloriosi anni ’90, quando questo genere era suonato da poche – e sincere – band. La title-track ha un mood più corposo e pachidermico pur non disdegnando le accelerazioni: negli otto minuti di durata c’è tutto il sound dei vichinghi svedesi, epici nei cori e possenti come non mai nei riff di chitarra. Atmosfere doom introducono …For The Fury Of The Norse, mid-tempo schietto e lineare che vede l’ottima interpretazione di Beckman al microfono. La già nota Upon Raging Waves è l’ultima traccia del disco: fedele all’originale e con lo stesso meraviglioso feeling, è il miglior modo di terminare l’ascolto di :taudr:.

I King Of Asgard hanno deciso di concentrarsi su alcuni aspetti della propria musica e di apportare piccole novità (gli strumenti folk come la ghironda in Death And A New Sun) che però utilizzano con discrezione. In tutto questo il lavoro di Magnus “Devo” Andersson (bassista dei Marduk e dietro alla consolle per i blacksters svedesi e molte realtà meno affermate) in sala d’incisione è fondamentale poiché riesce a dare quel retrogusto ’90 senza perdere un minimo di potenza e mascolinità.

Alla fine l’unico neo di :taudr: è, ironia della sorte, la breve durata. Un brano o al massimo due in più avrebbero reso questo cd maggiormente corposo, ma anche così il disco va più che bene: i King Of Asgard ci sanno fare per davvero e questa pubblicazione 100% old school viking metal lo dimostra.

Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Intervista: Flavia Di Luzio

I più attenti di voi avranno notato il prezioso lavoro di Flavia Di Luzio sia su queste pagine (sue la maggior parte delle traduzioni delle interviste con musicisti stranieri) che nei miei libri Folk Metal Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo. Ma Flavia non è soltanto una traduttrice professionista, ma anche l’autrice di alcuni interessanti volumi che gli amanti del folklore, delle saghe e del Grande Nord non potranno che apprezzare. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

I lettori sicuramente conoscono il tuo nome per la collaborazione che abbiamo su queste pagine e per i libri che ho pubblicato nei quali tu compari come traduttrice ufficiale, ma ti chiedo di presentarti per le persone che non ti conoscono.

Ciao a tutti! Mi chiamo Flavia e lavoro da alcuni anni come traduttrice, proofreader e docente di lingue nordiche, inglese e italiano per stranieri. Nutro da sempre un forte interesse per le altre culture e sono una grandissima appassionata di musica, viaggi, arte e fotografia.

Come ti sei avvicinata all’heavy metal? Quali sono i tuoi gusti musicali e quali i gruppi che ascolti maggiormente? Ti piace il folk metal?

Mi sono avvicinata all’heavy metal all’età di 14 anni e il merito è stato tutto di un negozio (il mitico Music Box di Pescara!) che da allora e per molto tempo a seguire è stato un luogo di ritrovo di qualità per appassionati del genere e non. Lì ho incontrato molte persone con cui condividere questa passione e soprattutto con cui scambiarci dritte musicali. Da allora la fiamma non si è più spenta, anzi sono riuscita a “contagiare” altri amici e persino i miei genitori 🙂 Tra le band che apprezzo ci sono indubbiamente i Finntroll, gli Arkona, i Falkenbach, i Månegarm, i Moonsorrow, i Moonspell, i Turisas, i Týr e i Vintersorg, anche se la lista potrebbe continuare all’infinito! Oltre al folk metal, che come si può intuire mi piace eccome, ascolto anche molto black e death metal (incluse rispettivamente le varianti symphonic e melodic) con particolare interesse per la scena nordeuropea. Devo dire che per carattere mi piace molto spaziare sia tra diversi sottogeneri del metal che tra generi musicali anche molto distanti gli uni dagli altri.

Quanta importanza dai ai testi della musica che ascolti, e sono questi in grado di farti apprezzare o meno una band?

Sicuramente i testi influenzano la mia percezione della band, visto che amo ascoltare musica in cui mi posso riconoscere. In ogni caso cerco di non farmi condizionare troppo e di guardare anche all’aspetto melodico, a mio avviso altrettanto importante. Penso di avere un approccio piuttosto equilibrato.

Sei una traduttrice di professione: com’è il tuo mondo lavorativo e ti senti danneggiata da chi si improvvisa in un mestiere per il quale non ha studi/certificati/esperienza adeguati?

Detto con la massima onestà non è un settore facile, anzi si avvertono tuttora diversi problemi legati sia alla percezione (spesso distorta, se non direttamente assente) che si ha di questa professione, che all’aspetto retributivo. La concorrenza non qualificata è solo una parte del problema, visto che certe pratiche malsane vengono portate avanti, il più delle volte in buona fede e senza che se ne rendano conto, persino da colleghi qualificati. Il nostro mondo lavorativo è, tra l’altro, molto variegato e attraversa numerosi campi, dall’editoria ai settori più tecnici, quindi è davvero importante imparare a orientarsi in quello che è di fatto un oceano di possibilità, ma anche di insidie. Un tasto dolente per esempio è il cosiddetto dumping visto che, soprattutto su determinati siti e database di categoria, si assiste di frequente a delle vere e proprie aste al ribasso in cui, pur di ottenere un lavoro, si arriva ad accettare di tradurre quasi gratis influenzando purtroppo negativamente tutto il mercato. Non di rado dietro tariffe così basse si celano anche lavori scadenti (spesso effettuati con Google Translate che – sfatiamo questo mito duro a morire – NON è assolutamente paragonabile a un traduttore in carne e ossa professionale e referenziato), quindi occorrerebbe davvero un’opera di sensibilizzazione a tutto tondo che coinvolga professionisti della traduzione e clienti. In realtà, dal punto di vista della sensibilizzazione e della formazione, abbiamo conseguito risultati positivi nel campo della traduzione editoriale grazie a STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali, di cui sono tuttora socio ordinario. Spero vivamente che le cose continuino a migliorare, considerando che il mestiere di traduttore è per me uno dei più belli al mondo e meriterebbe davvero il giusto riconoscimento sociale ed economico.

Quale è stato il tuo percorso di studi per diventare una traduttrice di professione? Quali sono stati i lavori che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Il mio percorso di studi ha avuto inizio nel 2004 presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere (curriculum Scienze del Linguaggio) e la magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri. Entrambi i corsi di laurea mi hanno permesso non solo di portare avanti per tutti gli anni lo studio dell’inglese, del finlandese e del norvegese, ma di conoscere in maniera approfondita anche le relative letterature e filologie. In particolare mi sono concentrata molto sulla lingua finlandese e sulla filologia ugrofinnica (per un anno, proprio per ampliare le mie conoscenze in quest’area, ho deciso di studiare anche l’ungherese e di avvicinarmi da autodidatta all’estone), scegliendole come materie di laurea. A tal proposito, qualora tra i lettori vi sia qualcuno interessato agli argomenti che ho trattato, segnalo volentieri le pagine web della casa editrice spezzina Liber Iter, dove le mie tesi di laurea sono disponibili in formato eBook:

Lo studio del norvegese si è rivelato a sua volta cruciale perché mi ha permesso di conoscere da vicino un altro versante del mondo nordico e di affrontare con minor difficoltà lo studio dello svedese, che ora ho il piacere di insegnare ad altre persone.

Questa versatilità di interessi e di conoscenze a cavallo tra mondo ugrofinnico e scandinavo ha trovato poi il suo sfogo naturale nell’approdo alla redazione del Progetto Bifröst, portale di ricerca e divulgazione del patrimonio mitologico di ogni tempo e Paese, per cui curo tuttora la sezione ugrofinnica e i rapporti con la community di Facebook. È qui che ho potuto intensificare la mia attività di traduzione e di consulenza linguistica, motivo per cui reputo questa collaborazione una delle più soddisfacenti e stimolanti intraprese.

Per essere un buon traduttore è importante non solo il percorso universitario (che può essere vario e che fortunatamente nel mio caso già includeva una buona dose di pratica della traduzione) ma anche l’aggiornamento professionale e il contatto diretto con le lingue, motivo per cui ho cercato e cerco tuttora di fare il possibile per portare avanti parallelamente soggiorni all’estero (come accaduto per esempio nell’estate del 2012 quando ho vinto una borsa di studio per la scuola estiva di lingua e cultura finlandese organizzata dal CIMO in collaborazione con l’Università di Jyväskylä) e frequenza di corsi specialistici inerenti al mondo della traduzione e delle lingue in tutte le loro sfaccettature. Ovviamente il percorso descritto è stato fondamentale anche per formarmi come docente di lingue, tenendo presente che anche per l’insegnamento ho frequentato corsi e seminari specifici. Una cosa che comunque voglio sottolineare è che non si deve mai fare l’errore di ritenersi “arrivati”. Questi settori, così come la vita in generale del resto, richiedono un apprendimento continuo e soprattutto l’umiltà di sapersi mettere in discussione. Trovo che il confronto con i formatori e gli altri colleghi possa riservare belle sorprese e per esperienza personale posso dire che fare rete, oltre a essere piacevole dal punto di vista sociale e ricreativo, è un’ottima occasione di crescita professionale e personale.

Hai pubblicato per Vocifuoriscena il libro Gli Dèi Di Finlandia E Di Carelia: di cosa tratta il volume e a chi senti di consigliarne la lettura?

Prima di tutto tengo a far presente che la pubblicazione del volume Gli dèi di Finlandia e di Carelia è frutto di un lavoro a quattro mani portato avanti insieme al dott. Dario Giansanti, amico nonché direttore del Progetto Bifröst. Il suo contributo è stato preziosissimo. Entrambi abbiamo sentito l’esigenza di approfondire gli studi in area ugrofinnica, concentrandoci però soprattutto sulle fonti letterarie pre-kalevaliane per riscoprire parte degli aspetti originali degli dèi e degli eroi della tradizione finlandese e careliana. Il più antico documento sulla religione finnica è un peritesto poetico scritto da Mikael Agricola (1510-1557), primo vescovo finlandese della Riforma, come prefazione a una sua traduzione di alcuni salmi dell’Antico Testamento. Esso non solo delinea un quadro vivido delle divinità adorate in Häme e in Carelia, ma fornisce anche un ritratto inedito di alcuni dei futuri eroi del Kalevala, avvincente epopea nazionale finlandese di cui sicuramente avrete già sentito parlare. Nel nostro libro la traduzione del «canone» di Agricola – per la prima volta in lingua italiana –, diviene occasione per analizzare la mitologia finnica e i suoi personaggi sia nelle varie fasi del loro sviluppo storico, che nel quadro più ampio delle mitologie uraloaltaiche e dello sciamanesimo nord-euroasiatico. Mi sento di consigliare la lettura del volume non solo agli addetti ai lavori ma a chiunque sia in generale appassionato di letteratura e mitologia e nello specifico di cultura finlandese, anche considerando che i temi trattati sono riproposti molto spesso nei brani di numerosi gruppi musicali (metal e non) provenienti dalla Finlandia. Il libro è inoltre scritto in una lingua scorrevole che non si perde in troppi tecnicismi, quindi a mio avviso è molto adatto anche a chi si è avvicinato solo di recente a questi argomenti 🙂 Per ulteriori informazioni vi rimando volentieri al sito della casa editrice Vocifuoriscena.

L’epica finlandese ha influenzato molti gruppi musicali e tra questi, probabilmente, i più famosi sono gli Amorphis. Ti chiedo quindi cosa ne pensi del lavoro della band di Esa Holopainen e soci, e se ci sono altri gruppi che conosci e vuoi “raccomandare” ai lettori di Mister Folk.

Gli Amorphis mi piacciono moltissimo e qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di vederli live proprio in Finlandia. Si tratta senza dubbio di uno dei gruppi più legati al folklore, motivo per cui i loro testi sono spesso trattati anche in ambiente universitario come esempio vivo di rapporto tra cultura delle origini e modernità. Si pensi solo a titoli come My kantele, Tuonela, Shaman e Sampo, anzi da questo punto di vista voglio citare anche i Korpiklaani con Shaman e Karhunkaatolaulu (“canto della caccia all’orso”). Partendo da queste canzoni potremmo parlare per ore di Kalevala, sciamanesimo e cultura finlandese! 🙂 A proposito di dritte musicali, consiglio assolutamente di ascoltare i Värttinä, rinomato gruppo folk finlandese che riprende molti temi e strumenti musicali della tradizione.

Negli scorsi anni hai pubblicato diversi articoli e un libro insieme a Dario Giansanti dal titolo Kreutzwald e il Kalevipoeg: di cosa parla quest’ultimo?

Con Kreutzwald e il Kalevipoeg, pubblicato come eBook dalla già citata casa editrice Liber Iter, voliamo in Estonia alla scoperta del Kalevipoeg, epopea estone sorella del Kalevala sospesa tra il tempo assoluto del mito e quello ben determinato della storia. È qui che esseri soprannaturali, spade maledette e animali parlanti fanno da sfondo alla tragica crociata dei Cavalieri Teutonici i quali, nel XIII secolo, invasero le terre del Baltico, stabilendo le basi di una serie di dominazioni e tirannie destinate a durare fin quasi ai nostri giorni. Popolare nei temi, ma fortemente voluto e praticamente ricostruito a tavolino da due uomini, Friedrich Robert Fahlmann e soprattutto Friedrich Reinhold Kreutzwald, il Kalevipoeg rispecchia al meglio l’identità storica dell’Estonia ed è, inoltre, una limpida espressione delle ingiustizie che i popoli “minori” hanno dovuto subire fin dal loro affacciarsi nella storia, e della volontà di riscatto e di libertà che, da sempre, li ha animati. Per saperne di più consultate pure questo LINK.

Stai lavorando ad altre pubblicazioni, e in caso puoi rivelarci qualcosa?

Al momento non sto lavorando ad altre pubblicazioni ma è mia intenzione farlo quanto prima, anzi ho già qualche idea da sviluppare 🙂

C’è un progetto che sogni di poter realizzare?

Insieme ad alcune amiche e colleghe con cui ho già collaborato in passato, abbiamo iniziato a lavorare alla creazione di una rivista online a tema nordico che abbraccerà diversi argomenti. Siamo ancora in piena fase ideativa quindi non posso svelare altri particolari, però il nome sarà sicuramente Nordlys, che in norvegese significa “aurora boreale” (lett. “luce del nord”).

Un altro mio obiettivo, che in parte si è già concretizzato, è quello di imparare una lingua orientale. Ho iniziato da un mese a studiare coreano ed è una scelta che rifarei mille volte perché mi sta stimolando tantissimo.

Come possono contattarti i lettori di Mister Folk?

Sono a completa disposizione per qualunque cosa al seguente indirizzo email: flavia.diluzio@studio.unibo.it

Per chi fosse interessato a seguire la mia attività o a conoscere meglio ciò di cui mio occupo, segnalo volentieri questi link:

http://independent.academia.edu/FlaviaDiLuzio

http://culturedelmondo.blogspot.it/

http://www.linkedin.com/in/flaviadiluzio

http://www.traduttoristrade.it/2015/curriculum-di-luzio-flavia

È stato un piacere essere ospitata sulle pagine di Mister Folk! Ringrazio moltissimo Fabrizio per avermi proposto quest’intervista e i lettori per l’attenzione, anzi spero di avervi fornito qualche spunto interessante. Alla prossima! 🙂

Isengard – Traditional Doom Cult

Isengard – Traditional Doom Cult

2016 – EP – Peaceville Records

VOTO: SV – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Fenriz: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. The Light – 2. The Fright

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Mi dispiace, ma odio il folk metal”. Ricordo molto bene come esordì Fenriz in occasione dell’intervista che gli feci per il mio libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: almeno fu onesto e mise subito le carte in tavola. Nonostante questa frase di presentazione il buon Fenriz ha avuto un ruolo molto importante per la creazione e primo sviluppo del folk metal, quello vero e dalle tinte oscure della Scandinavia. Isengard e Storm sono due nomi che tutti i lettori di Mister Folk dovrebbero conoscere sia per l’impatto che ebbero nella scena di allora, che per la qualità dei vari Nordavind, Vinterskugge e Høstmørke.

Gli Isengard non sono tornati in attività, ovviamente, ma la francese Peaceville Records ha ben pensato di pubblicare questi due brani inediti con il parere positivo di Fenriz, il quale ha scritto delle lunghe note riguardo alle canzoni e alla loro genesi. La prima cosa che salta all’occhio, difatti, è la confezione di questo vinile 7” (unico formato della pubblicazione): spartana nella grafica (solo il logo della band in copertina) quanto ricca di informazioni e curiosità narrate da Fenriz in data giugno 2016, con l’ultima frase in grassetto che riporto: “only regular goat is real”.

Musicalmente ci troviamo dinanzi a due tracce molto scarne e registrate con i mezzi classici dei metallari alle prime armi dell’epoca. Il sound, comunque, non è male e anzi, è un piacere poter ancora ascoltare suoni e produzioni reali, senza aggiunte e toppe create al computer. The Light (registrata nell’autunno 1989) e The Fright (primi mesi del 1990) sono canzoni fortemente influenzate dal doom di Black Sabbath (Ozzy era), primi meravigliosi Candlemass e Trouble. Chitarre cupe, ritmi plumbei, e accelerazione tipiche del genere sono gli ingredienti di questi Isengard, con un tocco – di tanto in tanto – hard rock nella voce che stupisce non poco.

Un’uscita, questa, destinata ai fanatici del progetto Isengard e dei vinili. Un piccolo gioiello di musica scandinava oscura e ispirata.