Mister Folk Festival 2018, il foto report parte 1

La seconda edizione del Mister Folk Festival è stato un successo, e questo è merito delle tante persone che sono venute al Traffic Club di Roma per divertirsi e assistere alle grandi esibizioni di SKyforger, Heidra, Atavicus e Under Siege.

In questo articolo potete ammirare alcuni degli scatti realizzati dal fotografo Marco Canarie, ma vi invito a visionare l’album completo sulla pagina Facebook di Art In Progress, l’associazione culturale che sta lavorando giorno e notte per completare il video della serata di prossima pubblicazione. Inoltre, tra non molto, sarà pronto anche il foto report parte 2

UNDER SIEGE

ATAVICUS

HEIDRA

SKYFORGER

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Intervista: Huldre

La Danimarca ha una scena folk metal numericamente piccola, ma di buona qualità, con gli Huldre a spiccare per qualità e personalità. La band di Copenhagen ha pubblicato solamente due album in nove anni di attività, ma Intet Menneskebarn (2012) e Tusmørke (2016) sono dischi di grande spessore suonati con una sicurezza che di rado s’incontra anche in act più blasonati. Alle mie domande ha risposto il bassista Bjarne Kristiansen, il quale si è dimostrato cordiale e desideroso di soddisfare le mie curiosità. Buona lettura!

 – SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

La nostra precedente intervista risale al 2012 in occasione della pubblicazione del mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok. Da allora sono passati cinque anni: cosa è accaduto in casa Huldre?

Oh, da dove cominciare. Beh, la cosa più recente che abbiamo rilasciato è stata Tusmørke alla fine del 2016, e ci ha portato delle grandiose recensioni e una serie di “album dell’anno”, e per seguire quel successo abbiamo fatto qualche concerto, il più importante dei quali è stato un grosso lavoro al Copenhell quest’estate passata. Ma andando più indietro, il 2012 è stato anche l’anno in cui abbiamo rilasciato il nostro debutto Intet Menneskebarn e la ricezione è stata molto buona. Abbiamo passato qualche anno suonando in quanti più concerti possibile e ci siamo divertiti. Nel 2014 abbiamo deciso di provare a partecipare alla Wacken Metal Battle per divertimento, e non solo abbiamo finito per vincere la qualificazione in Danimarca, ma siamo arrivati terzi alla finale internazionale al festival di Wacken. Questo ci ha portato a fare molti grandiosi concerti a vari festival e tour nel 2015. È stato molto memorabile il festival fantasy Trolls & Legends per noi, in Belgio, dove abbiamo suonato davanti a 3500 persone che non ci avevano mai sentito prima e abbiamo firmato autografi per un’ora di fila dopo aver concluso e con questo siamo arrivati al 2016 e a Tusmørke.

Il nome Huldre è dovuto forse alla presenza di Laura e Nanna in formazione? Oppure è semplicemente una figura che vi piaceva?

È dovuto alla creatura. Ci sono magnifici racconti di queste creature che attirano esseri umani che non sospettano nulla dentro ai loro cumuli e alla morte, con la promessa di feste e musica, e pensavamo fosse un ottimo nome per una band che fa folk metal parzialmente basato su questi elementi folkloristici. Ovviamente avere due magnifiche ragazze nella band aiuta molto, ahah.

Ho definito il vostro disco del 2012 Intet Menneskebarn come miglior debutto dell’anno. Cosa mi potete raccontare di quel periodo e in particolare della fase di composizione e di registrazione?

Bella domanda. Allora, io penso che il periodo fosse definito da un sacco di sperimentazione da parte nostra. Non solo cercavamo di capire come definire il nostro suono, ma anche i nostri metodi per cooperare e comporre assieme. Un modo per creare qualcosa che ogni membro della band amasse, e che rimanesse nella nostra intenzione di creare un vero mix di folk e black metal. Sapevamo dalla demo del 2010 che probabilmente c’era una piccola folla a cui sarebbe piaciuto quello che facevamo, ma ricordo che rilasciare questo album e scoprire se la gente lo avrebbe apprezzato davvero è stato una cosa davvero stressante e entusiasmante. Allora, abbiamo messo insieme questo release party in un posto chiamato “Huset I Magstræde” a Copenhagen, accesso libero con un piccolo mercatino simil-vichingo all’ingresso e – ovviamente – un concerto all’interno, e abbiamo avuto una serata spettacolare con due o trecento persone. La registrazione è anche quella andata benissimo. Abbiamo discusso molto riguardo al cercare qualcosa di economico e approcciabile per l’album, come fanno molte delle band al nostro livello, finché Nanna (almeno credo fosse Nanna) ha suggerito di buttarci e investire in un album professionale con questo tizio in Germania, che si chiama Lasse Lammert (il quale ha lavorato con Alestorm, Svartstot, Lagerstein, Gloryhammer e Ásmegin tra gli altri, ndMF). Allora, abbiamo trovato e investito i soldi necessari, e non ce ne siamo mai pentiti. Il risultato è valso davvero la pena, e siamo tornati per un’altra sessione con Tusmørke.

Nel novembre 2016 avete pubblicato il vostro secondo cd Tusmørke, a mio parere uno dei migliori dell’anno. A distanza di molti mesi, come è stato accolto e cosa pensate del disco?

Grazie! Sì, ormai sono passati molti mesi. La reazione del pubblico è stata ottima. Abbiamo ricevuto molte lodi per l’album, e un sacco di recensori sembrano aver notato le nostre ambizioni, come cercare di maturare nel songwriting (cioè essere meno “tutto gettato insieme” e più “cerchiamo di darci un po’ di struttura”). Abbiamo ricevuto molti premi come album dell’anno e complimenti, credo sia stato ricevuto bene per me.

Trovo tutto Tusmørke davvero bello, ma c’è una canzone in particolare che mi ha compito ed è Hindeham. Me ne parli in maniera approfondita?

Hindeham è nata da un riff di violino tirato fuori a caso da Laura durante un sound check per un concerto. Nanna lo aveva registrato immediatamente sul suo cellulare, e più avanti abbiamo creato la canzone partendo da quello. La canzone è anche una di quelle in cui Nanna ha preso spezzoni di racconti per creare i testi, in questo caso il vecchio racconto danese Jomfru I Hindeham.

Le parti “folk” sono molto importanti nelle vostre canzoni e soprattutto sono molto belle e spesso personali. Come e quanto ci lavorate? Sono curioso di sapere come componete le canzoni, se partite da un giro di violino, se tutto inizia da un riff di chitarra oppure se c’è un altro modo ancora.

Varia parecchio. Scriviamo le nostre canzoni in gruppo quindi ogni pezzo può partire da qualunque cosa. Può essere un riff di chitarra, uno scarabocchio della voce, un giro di violino, riff di basso, un… ehm… reel di ghironda? O forse il nostro batterista che fa casino, ahah. Sul serio, può partire in un sacco di modi diversi. In genere componiamo durante una jam [NdT: una jam session, per chi non lo sapesse (e non ghignate, che non si sa mai) è una sessione in cui i musicisti improvvisano le loro parti seguendo più o meno una certa idea musicale condivisa] prima di cercare di concludere la canzone interamente. Quindi in generale si lavora molto su tutta la musica, e sì, sono d’accordo, le parti folk sono magnifiche. Sono quasi sempre gestite dai nostri “folkettari”, cioè Laura, Troels e Nanna.

Fatto molto raro nel panorama odierno, la formazione è rimasta invariata nel corso degli anni e tutti e due gli album vedono gli stessi protagonisti agli strumenti e alla voce. È forse questo uno dei segreti per sfornare un bel disco come Tusmørke?

Sì, credo di sì. Quando siamo arrivati a fare Tusmørke ci conoscevamo tutti molto bene. Abbiamo fatto un sacco di concerti insieme, passato ore infinite in sala prove, camerini, dietro le quinte, dentro ai bus, trascinando equipaggiamento in giro e sul palco, ed evolvere il suono di Intet Menneskebarn si è rivelato “facile” in un certo senso, visto che avevamo molto tempo per analizzare e capire cosa stavamo facendo con quell’album, e dove volevamo andare a parare.

Lavorare con un professionista come Lasse Lammert è sicuramente di grande aiuto. Vi siete sempre trovati d’accordo su tutto oppure a volte la pensate in maniera differente? Puoi raccontare un aneddoto interessante o divertente legato al lavoro svolto con lui?

Lavorare con lui è stato un piacere, e personalmente direi che è stato molto utile avere un input esterno sul suono e sul processo di registrazione. Ha fatto un lavoro fenomenale su entrambi gli album, e soprattutto su Tusmørke, sono convinto che sia riuscito a bilanciare tutti i suoni in maniera fenomenale. È heavy, è folk allo stesso tempo. Mi fa venire ancora i brividi quando lo ascolto. C’erano opinioni differenti, ovviamente, e persone che spingevano in direzioni diverse, ma credo che abbiamo finito per raggiungere un buon punto d’arrivo, e lui ha combattuto valorosamente, ahah! Uno dei problemi che abbiamo capito di aver avuto con Intet Menneskebarn era che noi (la band) ficcavamo troppo il naso nel suono. Ognuno voleva sentirsi, e creava molti problemi alla produzione, quindi ci siamo concentrati nel non ripetere lo stesso errore. Lasse ha fatto un ottimo lavoro, e non sono sicuro di avere aneddoti curiosi durante quel periodo purtroppo. Era tutto estremamente professionale, ahah… Beh… Ci siamo fatti delle birre, ma chi non lo fa? 🙂

Quanto è importante avere una cantante brava tecnicamente e soprattutto dalla timbrica personale come Nanna Barsley?

Ha un ruolo enorme nel suono della band in generale, e la sua presenza sul palco e il modo in cui presenta la musica sono assolutamente fenomenali. Usa davvero la voce come uno strumento, e come abbiamo raccontato prima, a volte viene fuori con cose che si possono chiamare anche “riff vocali”, ahah. Melodie e tecniche di canto attorno a cui costruire una canzone. Il suo stile e il suo suono sono unici, è perfetta per qualcosa come Huldre.

Come vivete la scena folk metal e vi sentite parte di essa? Com’è la scena danese e ci sono band con le quali vi piace dividere il palco o anche solo ritrovarsi a un pub a bere una birra?

Si e no. Il folk metal non è mai stato una cosa enorme in Danimarca, e non lo è nemmeno oggi, anche se mi piace pensare che grazie a noi le cose sono un po’ cambiate. Storicamente ogni ondata di folk metal che ha colpito i paesi confinanti e ha sconfinato attraverso l’Europa ha completamente evitato la Danimarca, quindi quando abbiamo iniziato il paesaggio era molto desolato. Il folk metal era una roba per cui si veniva presi in giro (e per qualcuno ciò probabilmente non cambierà mai). Sì, abbiamo contatti con alcune delle altre band vicino al genere in Danimarca, ma non sono sicuro che si possano definire esattamente folk metal. Gruppi come Heidra, Sylvatica, Vanir e Svartsot sono quelli con cui ci siamo incontrati spesso e abbiamo suonato molti concerti insieme, sotto all’ombrello di questo genere, per così dire. E certamente ci piace condividere una birra con loro. 🙂

State lavorando al prossimo disco oppure dovremo aspettare altri quattro anni prima di avere tra le mani il nuovo lavoro degli Huldre?

Oh, diamo tempo al tempo. Stiamo sempre lavorando a qualcosa, ma è troppo presto per parlare del prossimo album per ora. Temo che potresti dover aspettare i terribili quattro anni per il prossimo. 🙂

Ci sarà mai la possibilità di vedervi in concerto in Italia?

Lo speriamo. Siamo sempre ansiosi di viaggiare e suonare live. Ti faremo sapere se viene fuori qualcosa. 🙂

Grazie per l’intervista, e complimenti ancora per la vostra bellissima musica. A voi la chiusura!

Grazie per le tue gentili parole, e per averci dedicato del tempo scrivendo questa intervista. Oh, e grazie per averci inserito nel tuo libro tanti anni fa! 🙂 Ti auguro il meglio, e stay folky!

Photo by Lunah Lauridsen

ENGLISH VERSION:

(Misterfolk interview with Huldre. Answered by bass player Bjarne Kristiansen)

Your previous interview dates back to 2012, back to the release of my book Folk Metal. From Origins to Ragnarok. It’s been five years since then: what happened to Huldre during this time?

Oh, where to even start with this. Well, most recently we released Tusmørke in late 2016 to some great reviews and a couple of “album of the year” awards, and we have been playing some gigs following up on that, most notably a large gig at the Copenhell festival this past summer. But going back; 2012 was also the year we released our debut album Intet Menneskebarn and it was very nicely received. So we spend a few years playing as many gigs as we could and having fun with that. In 2014 we decided to try the Wacken Metal Battle for fun, and ended up not only winning the Danish part, but also landing a third place in the international finale at the Wacken festival. This lead to a lot of great gigs at various festivals and tours in 2015. Very memorable for us was the Trolls & Legends fantasy festival in Belgium where we played for 3500 people who had never heard of us before, and ended up writing autographs for an hour straight afterwards J And that brings us to 2016 and the start of Tusmørke.

When you chose to name yourselves Huldre, was that due to having Laura and Nanna in the band? Or is it just a mythological creature you found fascinating?

It was because of the creature. There are these magnificent tales of these creatures luring unsuspecting humans under their mounds and to their deaths with the promise of festivities and music and we thought that was a great name to take for a band that does folk metal partially based on these folkloristic elements. It of course helps to have two such wonderful women in the band as well haha.

Back in 2012 I praised your album Intet Menneskebarn as best debut of the year. What can you tell me about that period, and the songwriting and recording phases in particular?

Good question. Well, I think the period was defined by a lot of experimentation on our part. We were not only figuring out our sound, but also our ways of cooperating and composing techniques. How we could create something that everybody in the band loved and which stayed within our determination to create a true blend of folk music and metal. We knew from the 2010 demo that we probably had a small crowd out there that would like what we did, but I remember it as really nerve-racking and exciting to release this album and to find out if people actually liked it. So we set up this release party in something called “Huset I Magstræde” in Copenhagen, free entry with a small Viking-type market outside and of course a concert inside, and had one hell of a night as it drew some 2-300 people. The recording process itself was great as well. We discussed for a long time if we should go for something cheap and available for the album, as many of our peers do, until Nanna (I think it was) suggested going all in on a professional recording with this guy in Germany called Lasse Lammert. So we found and invested the money needed for that step, and never regretted it. The result was so much better for it, and we went back for more with the Tusmørke album.

In fall 2016 you released your second album, Tusmørke, in my opinion one of the best of that year. Months have passed; what was the public’s reaction like, and what do you think about the album now?

Thank you! Yes, many months have passed by now. The public reaction was very good. We got a lot of praise for the album, and a lot of reviewers seemed to pick up on some of our ambitions on the album such as, maturing the song writing (aka less “everything at once” and more “let’s try and structure it just a bit”). We got several “album of the year” awards and praises that year as well, so all in all it was very well received I think.

I think Tusmørke is great in its entirety, but I’m particularly fond of a specific track: Hindeham. Can you tell me about it in details?

Hindeham started its life as a violin riff/doodle created by Laura during a sound check for a gig. Nanna was fast and recorded it on her phone, and later we made the song from that starting point. The song is also one of those where Nanna has been sampling old folk tales to create the lyrics, specifically the old Danish tale called Jomfru I Hindeham.

The “folk” sections of your songs are significant, really beautiful and often personal. How and how much do you work on them? I’m quite curious about the songwriting process, if you start from a violin reel, from a guitar riff, or with a different method.

It varies a lot. We write our songs as a consensus so any song can start in any way. It may be a guitar riff, or a vocal doodle, a violin reel, bass riff, hurdy gurdy.. ehm.. reel? … or it may be our drummer making some noise haha. It can really start in many ways. We generally compose via jams, and usually it starts with 2-3 of us jamming something based on one of the above, then building and extending on that in subsequent jamming sessions before we try to finish up the song all together. So generally speaking, everything is worked on extensively, and yes I agree the folk are very beautiful. They are generally handled by our “folk people” i.e. Laura, Troels and Nanna

It’s quite the rare thing in today’s scene: your lineup hasn’t changed throughout the years – both your albums have the same people taking care of vocals and instruments. Is this one of the secrets behind a great work like Tusmørke?

I think so yeah. By the time of Tusmørke we knew each other very well. We have played many gigs together, spent countless hours in rehearsal rooms, backstage rooms, in busses, dragging gear and on stage so evolving on the sound of Intet Menneskebarn was to some extent “easy” as we had had plenty of time to analyze and figure out what we were actually doing on that album, and where we wanted to go from there.

Working with a professional like Lasse Lammert definitely helps. Have you always agreed on everything or did you ever happen to have different opinions? Is there any interesting or funny anecdote you can share regarding working with him?

It was great working with him, and I would argue it was also healthy to get some outside input on the sound and process of recording. He did a great job on both albums, and especially on Tusmørke I think he managed to balance all the sounds brilliantly. So it’s heavy, and folky at the same time. I can still get goose bumps listening to that albums production. There were of course different opinions along the way and people pulling in different directions, but I think we landed in a good spot and he fought valiantly haha. One of the problems we realized we had with Intet Menneskebarn was that we (the band) meddled too much in the sound. Everybody wanted to hear themselves, and that hurt the overall production, so we were very focused on not repeating that mistake again. Lasse did a great job, and I’m not sure I have any funny anecdotes this time around unfortunately. It was all very professional haha… well.. we had beers but who doesn’t 🙂

How important is it to be working with a singer so technically skilled and with such a strongly personal timbre like Nanna Barslev?

It plays a huge role in how the band sounds over all, and her stage presence and way of presenting the music is absolutely phenomenal. She really utilizes her vocals as an instrument and, as mentioned before, she also shows up sometimes with what you might call “vocal riffs” haha. Melodies and ways of singing that we then start building a song around. Her style and sound is quite unique and she is perfect for something like Huldre.

What’s your relationship to the folk metal scene, do you feel part of it? What’s the Danish scene like, are there bands you enjoy sharing the stage with or just to meet for a beer at the pub?

Yes and no. Folk metal has never been a big thing in Denmark, and it still really isn’t, although I like to think we have helped a little bit in changing that. Historically, every single wave of folk metal that has hit our neighboring countries and swept through Europe has completely bypassed Denmark so it was a bit of a barren landscape when we started out. Folk metal was mostly a laughing stock (and for some that will probably never change). We do have great connections with some of the other bands that are close to this genre in Denmark, but personally I’m not sure if I would lob them in the folk metal genre. Bands like Heidra, Sylvatica, Vanir and Svartsot are the ones we have hung out with and played many gigs with within this sort of umbrella of a genre. And we do most certainly enjoy drinking beers with them 🙂

Are you working on a new album or are we going to have to wait four more years before we can get our hands on Huldre’s next release?

Oh time will tell. We are always working on something, but it’s still too early to talk about the next album just yet. You may have to wait the infamous 4 years for the next one 😉

Will there ever be a chance to see you live in Italy?

We hope so. We are always eager to travel and play live. We will keep you posted if something comes up 🙂

Thanks for your time, and congratulations once again for your beautiful music. This space is yours to say goodbye!

Thank you for your kind words, and for your time in writing this. Oh, and thank you for including us in your book all those years ago J All the best and stay folky!

Insubria – Nemeton Dissolve

Insubria – Nemeton Dissolve

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Tracklist: 1. Vitruvian – 2. Light Striving To Be Born – 3. On Whispering Hills

Formazione: Manuel Ambrosini: voce, basso – Michele Rinaldi: chitarra – William Esposti: chitarra – Mattia Cittadini: batteria – Matteo Valtolina: fisarmonica, tastiera

Insubria è il nome di una nuova realtà che si affaccia sulla scena tricolore. La band lombarda, nel giro di poco tempo, è riuscita a confezionare un EP di tre brani (undici i minuti di durata) che non è il tipico primo prodotto della formazione che muove i primi passi. In Nemeton Dissolve non sono presenti i difetti tipici degli esordienti (songwriting acerbo, influenze palesi ecc.), ma anzi presenta al meglio la formazione italiana a suon di idee vincenti e buon gusto nel creare le canzoni. Nemeton Dissolve è un lavoro realizzato con passione e professionalità. Tutto il lavoro in studio è stato svolto nel RecLab Studios di Milano con Larsen Premoli ed Emanuele Nanti, la scelta si è rivelata vincente per sound e potenza del cd: sono pochi i demo/EP che possono vantare un suono così gagliardo e “giusto” per la musica proposta. Molto bello, infine, il logo realizzato da Elisa Urbinati, elegante e diverso dai tipici loghi folk/extreme metal.

Vitruvian è un’ottima apertura di danze: dopo i primi secondi acustici e primaverili, diventa grintosa e swedish nelle chitarre, con il growl di Manuel Ambrosini che riporta alla mente la fantastica scena di Göteborg di anni or sono. Gli strumenti folk si posano delicatamente sulle trame delle sei chitarre con fare quasi timido ma efficace. Le iniziali note barocche di Light Striving To Be Born rimandano agli Einherjer del classico Dragons Of The North, ma gli Insubria mostrano subito i muscoli con un brano possente che non disegna aperture melodiche e rallentamenti ricchi di groove. Terzo e ultima canzone di Nemeton Dissolve è On Whispering Hills, sorprendente nella parte centrale dove i musicisti riescono a creare una parte affascinante con belle melodie, voce parlata e un’orecchiabilità fino a questo momento inedita che esplode in un ritornello bomba e successivo duello chitarra/tastiera da manuale. La sensazione è che gli Insubria in questa canzone abbiano voluto sperimentare molto: se questa era l’intenzione, il risultato è più che positivo!

Tre brani e appena undici minuti sono solitamente pochi per farsi un’idea precisa su un gruppo, ma nel caso degli Insubria sono abbastanza per capire che non si ha a che fare con una band qualsiasi: i ragazzi hanno davvero un grande potenziale e il mix swedish death e folk metal suona fresco e dinamico. Nemeton Dissolve è un ottimo modo per presentarsi al popolo del folk metal, gli Insubria hanno le carte in regola per fare grandi cose.

Intervista: Scuorn

Il 2017 del metal estremo è stato sicuramente scosso dall’arrivo di un disco che ha fatto sgranare gli occhi e sorpreso in positivo una gran quantità di appassionati. Parthenope, disco di debutto del progetto Scuorn, difatti, ha avuto un impatto sorprendente e non è un caso che sia stato scelto come “miglior disco” in numerose webzine e riviste. Dopo un disco del genere e numerose date in giro per l’Europa, era doveroso intervistare Giulian – mente geniale che ha dato vita a Scuorn  per saperne di più e scoprire alcune interessanti curiosità riguardanti il disco.

È passato un anno dalla pubblicazione di Parthenope: ti aspettavi tutti questi feedback positivi ed entusiastici?

Le sensazioni erano molto positive sin dalle prime fasi di scrittura e composizione. Ho cercato sempre di curare ogni minimo dettaglio del disco a fondo, troppo tempo ed energie avevo investito negli anni per portarlo a termine e volevo fosse un lavoro di estrema qualità. Che poi potesse piacere o meno poco importava, il mio obiettivo è sempre stato quello di riuscire a raccontare le leggende della mia terra tramite un progetto che fosse all’altezza della grandezza della cultura che va a raccontare, dandogli la giusta veste, della quale potermi sentire sempre orgoglioso e fiero, spingendomi sempre al limite delle mie massime possibilità e capacità. Personalmente mi sento molto soddisfatto e pur avendo ben chiaro cosa andrà migliorato in futuro, per essere il primo album penso di essermi spinto ben oltre i miei limiti. Il riscontro della critica è stato estremamente positivo ed entusiasta, con 5 riconoscimenti come “Album Of The Year 2017” tra cui proprio quello su Mister Folk (grazie a tutti i lettori che hanno votato Scuorn) e su magazine prestigiosi come ad esempio Metal Hammer Italia, e decine di posizionamento nelle “Top 10” dei migliori album del 2017 per media sia in Italia che in Europa. Questo mi riempie sicuramente di gioia e sarà la giusta motivazione a voler fare ancora meglio in futuro.

Come e quando hai deciso di fondare il progetto Scuorn, e quali erano allora e sono ora i tuoi obiettivi?

Il progetto è nato nel 2008 da un’idea mia e del mio miglior amico fraterno Nicola, allora membro co-fondatore di Scuorn. L’idea venne un giorno quasi per caso, ascoltavamo Inchiuvatu (band black/folk di Agrigento con testi in siciliano e musica fortemente influenzata dal folklore locale; sul finire degli anni ’90 fece parlare molto di sé grazie al debut album Addisiu, presto seguito da altri ottimi dischi e la nascita  della “Mediterranean Scene”, ndMF) e ci chiedevamo come mai non ci fosse un progetto simile a Napoli che unisse le sonorità degli strumenti folk partenopei, la nostra lingua e il black metal, in modo completo ed esauriente. Iniziai così la stesura delle primissime demo, poi diventate la base di alcuni dei pezzi per come li si conosce oggi (ad esempio Fra Ciel’ e Terr’ e Tarantella Nera). In seguito, senza un reale motivo ma semplicemente per esigenze diverse in quel periodo, il progetto venne riposto nel cassetto per diversi anni. Fu poi nel 2014 che la fiamma nera ritornò a bruciare dentro di me, sentivo l’esigenza di ricominciare a scrivere musica estrema e di ricollegarmi in un certo senso alla mia terra dopo essermi trasferito all’estero. Decisi pertanto di riprendere in pieno il progetto sotto una veste più professionale, stavolta come one-man-band, e di iniziare la stesura di quello che oggi è Parthenope. L’obiettivo odierno resta quello per me di ricollegarmi alla mia madre terra e di poter studiare, approfondire e conoscere a fondo la storia di Napoli, per poi successivamente rappresentarla in chiave metal estremo in maniera degna e secondo le mie personali esigenze stilistiche ed espressive, diffondendola e condividendola con il resto del mondo.

Parliamo di Parthenope, il disco rivelazione dell’anno. Come sono nate le canzoni e adatti i testi alla musica o viceversa?

Per Parthenope sono partito dalla stesura dei riff, scrivendo per alcuni brani prima le chitarre mentre per altri prima i temi orchestrali di base. successivamente il lavoro orchestrale è passato nelle mani del maestro Riccardo Studer (Stormlord), e a seguire, una volta che avevo la struttura completa dei brani e arrangiato tutti gli strumenti, ho iniziato il lavoro sui testi.

Con quali criteri scegli il tema di un testo e come si sviluppa il lavoro di stesura?

I brani sono frutto di approfondite ricerche sul periodo storico che avevo intenzione di trattare in Parthenope, ovvero quello relativo alle origini di Napoli in epoca greco-romana. Questo periodo è caratterizzato da moltissimi avvenimenti e da tante leggende tramandate sino ai giorni d’oggi nei secoli e divenute parte integrante della cultura partenopea. L’acquisto e la lettura di libri specifici sulla storia di Napoli, spesso introvabili o difficili da reperire, unito alla ricerca di testi e documenti online sono sicuramente le fasi più importanti. Da qui traggo spunti ed idee sulla base di nozioni “ufficiali”, che poi sono di grandissima ispirazione per la stesura del concept e dei testi. Una volta create le linee vocali e le lyrics, prima dell’invio del disco all’etichetta per la pubblicazione, traduco tutti i testi in forma scritta usando dizionari e libri di grammatica in lingua napoletana. La quantità di accenti e apostrofi tipica del nostro idioma rende questo passaggio necessario al fine di poter inserire nel booklet del disco i testi scritti in maniera corretta.

La canzone Parthenope è, secondo me, la più rappresentativa del disco. In nove minuti c’è tutto il sound Scuorn e l’anima della tua bella città Napoli. Vuoi approfondire il tema trattato nel testo e condividere qualche aneddoto legato alla canzone?

La title-track Parthenope racconta il viaggio di ritorno da Troia di Ulisse ed il suo equipaggio, i quali durante la navigazione si trovano a passare nei pressi delle temibili rocce delle sirene, punto di naufragio per tutti i naviganti che avessero ascoltato il loro canto ammaliante. Ulisse decide di sfidare tale sorte avversa e di ascoltare il canto di Parthenope facendosi però legare all’albero maestro della nave dal suo equipaggio, e ordinando loro di tappare le orecchie con la cera. La sirena, resasi conto che con il suo canto non era riuscita ad attirare la nave di Ulisse verso gli scogli, decide di togliersi la vita sprofondando nel mare: il suo corpo privo di vita giunge poi a riva nei pressi dell’Isolotto di Megaride, e dal suo corpo prende vita la città di Neapolis.

Parthenope è nata col preciso scopo di voler raccontare questa leggenda in modo molto cinematografico, riassumendo un po’ l’intero disco in un unico brano epico. È stato il brano che ha richiesto il maggior impegno in studio, con la presenza di ampie parti narrate, interpretate e recitate dai bravissimi Diego Laino (Ulisse), Libero Verardi (Polite) e Tina Gagliotta (Parthenope). L’aneddoto più curioso riguarda proprio le tecniche di doppiaggio utilizzate in studio. Il produttore Stefano Morabito dei 16th Cellar Studio (Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance), per riprodurre l’effetto di una nave in movimento durante i dialoghi, mi ha consigliato di scuotere e strattonare vigorosamente i poveri Diego e Libero mentre registravano le loro parti. Quando Ulisse è in preda alle visioni dovute al canto di Parthenope, ordina al suo equipaggio di farlo scendere dalla nave gridando a squarciagola. Anche in questa occasione, abbiamo applicato una tecnica di doppiaggio cinematografico, ed avevo il compito di stringere il bravissimo Diego Laino, e lui di tentare di liberarsi con tutte le sue forze mentre recitava la sua parte gridando, proprio per ricreare l’effetto dell’essere legato all’albero della nave senza potersi liberare. È stata davvero una giornata epica.

Nel 2008 hai pubblicato il cd Fra Ciel’ E Terr’, lavoro privo di chitarre elettriche. Perché hai registrato la chitarra classica e poi hai aggiunto il distorsore invece di usarne direttamente una elettrica?

All’epoca non possedevo una chitarra elettrica, e non disponevo nemmeno di attrezzature adeguate per poterla registrare. Pertanto, per non perdere traccia dei riff che di volta in volta mi venivano in mente, li suonavo con la mia chitarra classica registrandoli con il cellulare. Quando finalmente riuscii a reperire il mio primo software musicale, importai i file aggiungendo la distorsione nel mix per farla sembrare una chitarra elettrica, solo per avere una linea guida e poter lavorare così agli arrangiamenti degli altri strumenti, come batteria e tastiere. Completati i pezzi però eravamo impazienti di rilasciare qualcosa e decidemmo di diffondere comunque quelle tracce demo seppur grezzissime, in attesa di metterci al lavoro sulle registrazioni “serie”… che poi non avvennero. Solo otto anni dopo, riavviato il progetto, ho avuto finalmente la possibilità di poter completare quel lavoro con mezzi adeguati, un produttore di livello e uno studio di registrazione vero e proprio… ah, ed una chitarra elettrica vera ovviamente haha!

La nuova versione del 2016 della canzone Fra Ciel’ E Terr’ dura otto minuti, mentre la prima risalente al 2008 non arriva ai quattro e mezzo. Cosa è cambiato da allora e si può dire che sia sempre la stessa canzone oppure è stata completamente stravolta?

Per Scuorn dal 2008 ad oggi è cambiato praticamente tutto, ma nello specifico la nuova versione di Fra Ciel’ e Terr’ poggia ancora su alcuni riff e melodie della vecchia demo. I riff che ho deciso di mantenere mi piacevano particolarmente, e li ho sempre visti come un collegamento naturale tra la nuova era di Scuorn ed i primissimi tempi, e la soddisfazione di averli finalmente potuti ascoltare con una produzione adeguata mi ha reso particolarmente felice.

Nella recensione di Pathenope accosto Scuorn ai Draugr di De Ferro Italico non tanto per la musica ma per l’importanza che potrebbe avere. Stai sdoganando il sud Italia e le tematiche ad esso legato nel metal estremo. Sei d’accordo con me?

I Draugr sono un gruppo che ha scritto pagine importantissime per il metal estremo italico, e questo accostamento non può che rendermi orgoglioso. Avere la possibilità di condividere la propria cultura con il resto del mondo, come dicevo prima, è uno dei motivi per il quale esiste questo progetto.

Quali sono le tue esperienze musicali prima di Scuorn? Come ti sei avvicinato alla musica e al metal estremo in particolare?

Ho iniziato a suonare da autodidatta la chitarra ed il basso dai 13 anni, iniziando la classica trafila in band dal rock al grunge fino al metal, per poi affacciarmi anche come ascoltatore al mondo del metal estremo. Nel 2006 entrai come bassista nei Forbidden Grace, band black metal di Napoli con la quale lo stesso anno ho inciso la mia prima release, la demo Ethereal Winter, e a seguito dell’uscita dai Forbidden Grace creai poi Scuorn

Per i concerti hai messo su una formazione di tutto rispetto, mi domando quindi se continuerai in questa maniera anche in studio o se Scuorn resterà il tuo progetto personale.

Scuorn è una one-man-band e resterà tale anche in futuro, almeno per quanto riguarda il lavoro in studio. Per il discorso live, ho la fortuna di poter avere con me persone eccezionali, amici, nonché musicisti di assoluto livello come Libero Verardi, Francesco Del Vecchio e Marco Gaito, che considero parte integrante del progetto Scuorn. La dimensione live di una band è importante almeno quanto quella in studio, e poter condividere esperienze stupende come tour o festival in giro per l’Italia e l’Europa con persone come loro, è per me motivo di vanto.

Stai lavorando ai nuovi pezzi? Proseguirai quanto fatto in Parthenope o ci saranno dei cambiamenti?

Lavorare su un disco Scuorn è alquanto drenante, credo sia importante darsi le giuste pause tra un disco e l’altro per poter esprimersi al meglio. Al momento sto studiando e approfondendo materiale storico relativo al concept sul quale verterà il prossimo album, e appena sarò pronto inizierò anche la scrittura dei primi riff. Proprio perché ogni brano di Scuorn ha qualcosa da comunicare e tanto lavoro dietro, in questo momento sono concentrato sul promuovere e far scoprire a pieno Parthenope. È stato rilasciato pochi giorni fa il lyric video del quarto singolo dell’album, Tarantella Nera, e a Maggio torneremo live per il “Parthenope UK Tour 2018” con quattro date da headliners e un festival nel Regno Unito.

Grazie per l’intervista, spero di vederti presto in concerto! Hai tutto lo spazio per aggiungere quello che vuoi.

Grazie a te Fabrizio e a tutti i lettori di Mister Folk. Continuate a seguire Scuorn tramite la pagina Facebook e grazie per l’attenzione.

Foto di Daniele Cristiano

TrollWar – The Traveler’s Path

TrollWar – The Traveler’s Path

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Simon-Pierre Leclerc-Fortin: voce – Steeve Jobin-Fortin: chitarra – Mathieu Chuvette: chitarra – Keven Villenueve: basso – Yanick Tremblay: batteria – Mathieu Pageau: tastiera – Jonathan Mathieu: fisarmonica

Tracklist: 1. Prologue – 2. The Forsaken One – 3. Omens Of Victory – 4. Forgotten – 5. Shores Of Madness

Dopo ben quattro anni di quasi silenzio e svariati cambi al basso tornano sulla scena i canadesi TrollWar e lo fanno con un EP robusto e grintoso, sicuramente un passo avanti rispetto al full-length di debutto Earthdown Groves marchiato 2013. La band del Quebec in verità l’abbiamo incontrata pochi mesi fa grazie all’interessante split a tre Distrollbar con Distoriam e Trobar, ma è con The Traveler’s Path che la band riprende il percorso iniziato sette anni or sono.

Ascoltando l’EP è possibile capire come i TrollWar abbiano lavorato sodo per smussare gli spigoli che in passato rendevano a volte pensante l’ascolto: canzoni più dirette, meno fronzoli e orchestrazioni sempre giuste e mai esagerate. Soprattutto, quell’alone di figliocci dei Finntroll è ormai distante, Simon-Pierre Leclerc-Fortin e soci camminano sulle proprie gambe e lo fanno con decisione e maturità. L’opener The Forsaken One è un ottimo brano tirato e feroce che mette in mostra le qualità tecniche del batterista Yanick Tremblay, pulito e saggio nelle decisioni. Il bridge e il ritornello, pur cantati in growl, sono melodici e sortiscono l’effetto desiderato, ovvero coinvolgere l’ascoltatore. La seguente Omens Of Victory è meno estrema ma comunque caratterizzata da un buon tiro che alterna fasi più power oriented ad altre folk metal; anche qui il drumming fantasioso e sicuro di Tremblay fa la differenza e la cosa, intelligentemente, è stata risaltata nel mixing finale, nel quale la batteria ricopre un ruolo di primo piano. Più folkeggiante e ariosa, Forgotten rappresenta un’altra sfumatura del sound TrollWar, ugualmente convincente anche quando si preme meno sull’acceleratore. L’EP si conclude con Shores Of Madness, una macchina da guerra che va dritta per la propria strada con una violenza e una sicurezza che non fa prigionieri, forse l’esempio più adatto per capire quanto siano cambiati in meglio i TrollWar negli ultimi anni.

I ventuno minuti di The Traveler’s Path – magistralmente registrati presso i The Grid Studio e con Christian Donaldson (Cryptopsy) e Marco Fréchette a occuparsi del mastering, sono un ghiotto antipasto del full-length in uscita nel corso del 2018. Con i miglioramenti nel songwriting e la maturità dimostrata in questi brani i TrollWar possono tirar fuori un signor disco, non resta che aspettare qualche mese per saperne di più.