Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

2018 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Il percorso effettuato dai Dyrnwyn è quello che ogni gruppo dovrebbe fare: si parte con un demo, si arriva all’EP e poi, solo se ci si sente realmente pronti, si registra il full-length di debutto. Al giorno d’oggi, invece, è sempre più frequente arrivare al primo disco senza aver inciso qualcosa prima, e il risultato è quasi sempre lo stesso: buone idee, sviluppate male. Senza fretta e senza ansia, i romani Dyrnwyn hanno fatto un percorso di crescita a suon di prove, concerti e pubblicazioni minori per arrivare, infine, a Sic Transit Gloria Mundi, cd che mostra tutte le qualità dei capitolini in quarantasette minuti privi di cali qualitativi: ascoltare un disco privo di fastidiosi filler, vale anche per i gruppi già affermati, non è cosa di tutti i giorni.

Sic Transit Gloria Mundi arriva a tre anni dall’EP Ad Memoriam e molte cose sono cambiate, a iniziare dalla line-up: Thierry Vaccher alla voce, Alberto Marinucci alla chitarra e Jenifer Clementi al flauto traverso sono i nuovi guerrieri della macchina da guerra Dyrnwyn e svolgono in maniera pregevole il proprio lavoro. In particolare a sorprendere in positivo è il nuovo frontman, perfetto per le sonorità epic folk/pagan metal del gruppo, incisivo nel cantato, sufficientemente comprensibile anche quando la sua voce si fa rabbiosa ed espressivo quando ce n’è bisogno. Sinceramente, ascoltando Sic Transit Gloria Mundi si ha l’impressione di ascoltare un gruppo diverso da quello che ha inciso Fatherland, il demo del 2013, tante sono le differenze tra i due dischi. Giusto così, i musicisti hanno lavorato sodo, smussato gli angoli che rendevano le canzoni a volte poco scorrevoli, messo da parte le influenze degli altri gruppi e sviluppato una via personale, massiccia e a volte un po’ coatta (i cori di …Para Bellum) che comunque, viste le piccole dosi, non sta male.

Alcuni degli avvenimenti più importanti della storia dell’antica Roma sono raccontati, tra italiano e latino, senza giri di parole, con la musica che segue le vicende narrate con brutalità nei momenti più aspri e con solennità in quelli più eroici. L’iniziale title-track è una dichiarazione di guerra: furia cieca e momenti folkeggianti si alternano saggiamente, lasciando l’ago della bilancia a metà tra irruenza e melodia. Il ritmo cala in Cerus, le chitarre graffiano a ripetizione e le orchestrazioni saturano l’aria mentre il flauto delizia l’ascoltatore con note delicate. L’inizio di Parati Ad Impetvm è cupo e doomish, ma poco dopo il tempo aumenta e prende un buon brio impreziosito dal flauto (mai invadente, ma anzi sempre efficace quando interviene) e la musica si trasforma in quella che ormai è riconoscibile come la “classica” sonorità dei Dyrnwyn. Si Vis Pacem… è un intermezzo strumentale dal sapore epico che porta a …Para Bellum che, come preannuncia il titolo, ha un’attitudine bellicosa. Questo è il brano che più si avvicina ai vecchi lavori del gruppo, ma è comunque lampante la maturazione dei musicisti romani: riff di chitarra, ritmiche e struttura sono nuovi per la band. L’Addio Del Primo Re ha un tono drammatico sorretto dal drumming potente di Ivan Coppola, ma i rallentamenti, le orchestrazioni e gli interventi del flauto danno varietà alla canzone. Su coordinate simili si muove Il Sangue Dei Vinti, brano intenso reso tragico dai rumori della battaglia: prima e dopo bordate pagan/folk che sembrano proseguire con la feroce Feralia, dall’inizio marziale ma che muta inaspettatamente con l’ingresso della fisarmonica; il ritmo cala e si fa cadenzato, in un alternarsi di cambi tempo buoni per rendere dinamico il pezzo. Il finale è affidato a un pezzo di storia: Assedio Di Veio CCCXCVI racconta gli eventi che hanno portato Roma infine a dominare sull’Etruria, con un passaggio dello storico Tito Livio riportato anche all’interno del testo:

Già i Giochi e le Ferie Latine erano stati rinnovati
già l’acqua del lago Albano era stata dispersa per i campi
già il destino incombeva su Veio.

(originale: “Iam Ludi Latinaeque instaurata erant, iam ex lacu Albano acqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant”)

A completare un disco ineccepibile dal punto di vista musicale, va menzionato l’ottimo lavoro di Alessio Cattaneo e Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord con esperienza in studio con Ade ed Evenoire) presso il Time Collapse Recording Studio. Il suono del cd è potente e ben calibrato tra il pulito senza risultare finto o plasticoso e il massiccio per dare maggior impatto agli strumenti. L’artwork a cura di Gianmarco Colalongo (storica voce dei Draugr) riprende il tema dei testi con un inatteso quanto piacevole verde come colore dominante.

I Dyrnwyn sono maturati e hanno trovato una via personale, con l’ombra dei Draugr che rimane più nell’approccio che nella musica. D’altra parte chiunque oggi voglia coniugare metal estremo e storia italica deve ringraziare la band autrice del capolavoro De Ferro Italico, cd che ha cambiato la concezione di folk/pagan metal in Italia. Essere accostati alla band abruzzese è un onore.

Sic Transit Gloria Mundi è un signor disco, che non teme la concorrenza estera (non a caso un’etichetta come la SoundAge Productions li ha messi sotto contratto) e gode finalmente di una line-up coesa che marcia in una sola direzione: la vittoria!

Annunci

Heidra – The Blackening Tide

Heidra – The Blackening Tide

2018 – full-length – Time To Kill Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Morten Bryld: voce – Martin W. Jensen: chitarra – Carlos G.R.: chitarra – James Atkin: basso – Dennis Stockmarr: batteria

Tracklist: 1. Dawn – 2. The Price In Blood – 3. Rain Of Embers – 4. Lady Of The Shade – 5. A Crown Of Five Fingers – 6. The Blackening Tide – 7. Corrupted Shores – 8. Hell’s Depths

Quattro anni dopo il debutto Awaiting Dawn i danesi Heidra tornano a farsi sentire con un nuovo disco targato Time To Kill Records e la prima cosa che si nota ascoltando il cd è la “nuova” strada intrapresa dai musicisti di Copenhagen. Non che ci sia da stupirsi: se l’EP Sworn Of Vengeance (2012) risentiva dell’influenza degli Ensiferum, già con il full-length di due anni più tardi Morten Bryld e soci avevano piantato il seme del cambiamento che ha dato i propri frutti con The Blackening Tide. Sia chiaro, non si parla di una vera e propria trasformazione, ma di una sana, gagliarda e pienamente riuscita maturazione artistica che ha portato gli Heidra dall’essere una “classica” (e dotata) formazione folk metal in un gruppo dalla difficile catalogazione: i riferimenti folk non mancano, ma le orchestrazioni si sono fatte più incisive, le chitarre di Carlos G.R. e Martin W. Jensen prendono spesso il centro del palco a suon di veloci note e melodie accattivanti, ma il vero protagonista del cd è senza ombra di dubbio il cantante Morten Bryld. La sua voce potente ed espressiva è in grado di dare una marcia in più ai brani, soprattutto quando passa con estrema naturalezza dal growl al pulito suscitando ogni volta un misto di stupore e ammirazione. Il grande lavoro svolto sulle linee vocali, anche quelle meno memorizzabili che non fanno parte dei ritornelli, sono create per dar risalto alla voce del frontman e tutti questi sforzi si riflettono sul risultato finale.

Un’altra arma a favore di The Blackening Tide è l’ottima produzione opera di Marco Mastrobuono: i danesi hanno registrato il disco a Roma, presso i Kick Recording Studio e il tempo impiegato nella capitale è stato ben speso data l’elevata qualità che si può ascoltare una volta inserito il cd nel lettore. Gli strumenti sono tutti ben bilanciati, i suoni naturali e frizzanti, l’ascolto potente: l’audio non ha nulla da invidiare ai lavori rilasciati dalle potenti major internazionali. La copertina è in linea con la musica, ovvero epica e “raffinata”, che fa sognare chi la osserva e si immedesima nel personaggio che con regalità ammira il mare in tempesta.

L’iniziale Dawn è probabilmente il miglior esempio della natura camaleontica degli Heidra: muri di chitarre e melodie sognanti si sorreggono sul lavoro della possente sezione ritmica, con il cantante che spazia dal growl al melodico più volte. La seguente The Price In Blood ha un iniziale e adrenalinico tocco power che si trasforma presto in un brano dal sapore folk metal senza però ricordare qualche nome importante della scena. Proprio qui sta il cambiamento degli Heidra: qualunque tipo di canzone propongano lo fanno con personalità e una naturalezza che anni fa non gli era propria. L’ascolto prosegue con Rain Of Embers, inizialmente lenta e malinconica, cresce nella sofferenza e nella crudeltà di pari passo con il concept di The Blackening Tide che a sua volta è il seguito di quanto raccontato nel debutto Awaiting Down. Il re deposto vuole tornare sul trono che è suo di diritto e per farlo scende in battaglia contro il nemico: lo scontro è cruento e sembra vederlo vincitore fino a quando, poco prima di poter gridare alla vittoria, succede qualcosa che scaraventa il re e il suo esercito in un reame infernale. Il break centrale di Lady Of The Shade dà il via a un susseguirsi di cambio tempo, riff inusuali, note di pianoforte e altri dettagli che stupiscono per coraggio e che si incastrano alla perfezione con il resto della canzone. La quinta traccia è A Crown Of Five Fingers, in un certo senso semplice e lineare, caratterizzata dal bellissimo cantato pulito del ritornello, mentre la title-track è forse il brano migliore dell’intera discografia degli Heidra, completa sotto ogni aspetto e abbastanza varia da non far pesare i sei minuti e mezzo di durata. Il cantato è intenso, le chitarre libere di creare e la batteria di Dennis Stockmarr macina pattern potenti e dinamici, con la brutale accelerazione finale che pone fine a una signora canzone. L’arpeggio di chitarra apre Corrupted Shores, traccia che si snoda tra ritmiche up-tempo e ritornelli diretti che portano a Hell’s Depths, ultimo pezzo del cd. Le sonorità sono inizialmente struggenti, sanno di un triste addio, e il bridge, tra intrecci di chitarre e il crescendo vocale, è un inno all’epicità scandinava che si poteva ascoltare in dischi di quindici anni fa. La seconda parte della composizione è più robusta e vede aumentare progressivamente la “cattiveria” fino al break che riporta, infine, alle sonorità struggenti dei primi minuti, come una sorta di cerchio che si chiude avendo detto tutto quello che c’era da dire. Hell’s Depths è forse il miglior modo per chiudere un disco come The Blackening Tide, un emozionante viaggio nel concept portato avanti dalla band, ma anche un viaggio musicale iniziato anni fa e ancora non arrivato a destinazione. Di sicuro, quello che aspetta gli Heidra non è possibile immaginarlo, ma siamo tutti eccitati e curiosi di sapere dove porterà i cinque musicisti.

Il secondo disco di Bryld e soci è quello della consacrazione, ora gli Heidra camminano con le proprie gambe senza essere seguiti dall’ombra di altre band ad ogni nota suonata, ma cosa ancora più importante, The Blackening Tide è un lavoro completo e bello, senza cali di qualità e con numerosi spunti vincenti disseminati tra le varie tracce: quasi cinquanta minuti di musica senza una sbavatura, anzi, interessante fino all’ultimo secondo dell’ultima canzone. Gli Heidra hanno fatto un importante passo in avanti e il responso che riceveranno sarà la giusta ricompensa per il duro lavoro fatto per arrivare fino a questo punto.

Intervista: Anua

Un Viaggio Senza Terra è un disco che purtroppo è passato inosservato se si considera la bontà della proposta degli Anua, band laziale dedita a un folk/shoegaze dai toni delicati e malinconici. La mente del gruppo, Manuel Rodriguez, apre le porte del mondo di Anua, un ragazzo cacciatore che lotta per sconfiggere il male senza forma. Manuel ci racconta di questa storia (e del libro che ne sta nascendo), della sua ex band Oak Roots e dei prossimi progetti che lo vedono coinvolto, buona lettura.

Ciao Manuel, iniziamo parlando del tuo passato, ovvero gli Oak Roots. Recensii il demo The Branch Of Fate tanti anni fa e sembravate sul punto di realizzare qualcosa di importante e personale in una scena, quella italiana, che ancora stava sbocciando. Poi cosa è successo?

Avevamo tutti dai 16 ai 18 anni, eravamo agli ultimi anni del liceo, e a quell’età si cambia molto e molto in fretta, cominciarono ad emergere interessi diversi in ognuno di noi, e quindi a crearsi complicazioni, quindi il gruppo si sciolse. Era già stato difficile arrivare dove eravamo arrivati, in una Roma quasi ignara del folk metal.

Nel 2013 siete tornati insieme e, oltre ad avere un nuovo logo, avete inciso l’EP Once, We Were… (con tanto di singolo Julian The Great online) che però non è mai stato pubblicato. Anche qui ti chiedo come si sono svolte le cose e perché la band si è sciolta di nuovo.

Qui lascio rispondere Luca Grimaldi: In realtà non siamo proprio tornati insieme nel 2013. Alcuni membri hanno provato a far ripartire il gruppo con nuova line-up, nuovo stile e nuovo materiale e il risultato è stato l’EP Once We Were. Non abbiamo rilasciato alcuna copia fisica per il semplice fatto che il risultato finale non ci ha convinto, soprattutto a causa della totale non professionalità del fonico al quale ci siamo rivolti per le registrazioni. Il processo è stato così logorante che anche i più duri e puri si sono rassegnati e il gruppo è stato definitivamente sciolto, rilasciando progressivamente online le tracce (incomplete e grezze) dell’EP mai pubblicato.”

Passiamo al 2016, anno che ti vede al lavoro sulle canzoni che poi finiranno sul disco Un Viaggio Senza Terra. Come sono nate le melodie e le canzoni?

In origine Un Viaggio Senza Terra era il titolo di un progetto solista che cominciai dopo gli Oak Roots, ma che non terminai mai. Nel 2016 decisi di riprendere quel progetto, ero appena tornato da un viaggio in Argentina e Cile, e cominciarono a uscire fuori nuove canzoni, sentii che ero nel “mood” giusto, e lasciai scorrere, cosi i nuovi pezzi sostituirono piano piano quelli vecchi. Le melodie sono nate principalmente da momenti contemplativi, penso che in generale l’album ha un andamento contemplativo, quasi bambinesco, come ogni musica nasce spesso da ciò che abbiamo dentro, penso che questo album abbia espresso questo aspetto.

Il concept del disco riguarda un ragazzo di nome Anua che deve affrontare il male senza forma per salvare la propria terra. Come è nata la storia? Soprattutto, Anua riesce a sconfiggere il male?

La storia è nata dopo un periodo piuttosto nero, e un susseguirsi di esperienze personali negative. Ma queste esperienze negative mi hanno portato a riflettere molto, soprattutto sulla perdita d’identità, sulla perdita di contatto con se stessi, gli altri, e le cose. Non ho idea se Anua sconfiggerà questo male senza forma che dilaga nel suo mondo, lo sto ancora scrivendo, non so come andrà a finire; ne so quanto Anua insomma.

Da quel che ho capito stai anche scrivendo la storia di Anua sotto forma di libro, è così? Puoi raccontarci qualcosa in più su questo lavoro?

Sì, ci sto provando, molto lentamente, ma con una sorta di costanza, non sono uno scrittore, ma mi premeva molto raccontare questa storia, che attraversa in qualche modo le mie riflessioni, e il mio modo di vedere le cose. Questa storia è ambientata in un mondo fantasy, dove non c’è guerra già da parecchi cicli, ma un male senza forma dilaga in queste terre, facendo perdere la ragione agli uomini, il colore e il suono delle cose “non è ne uno spirito ne un’ombra, ma l’ombra dell’ombra”. Anua, un ragazzo di una tribù di cacciatori, insieme ad Aka-nea, una sorta di Nano ed Eyagiil uno Gnomo, partono per scoprire l’origine di questo male, di cui pochi notano la presenza. Tra quei pochi c’è Maunlaghi un Etari o anche detto uomo-albero, che è tra i primi ad aver notato tale inquietudine dilagare nella sua foresta, e che anch’egli ne cerca l’origine, dato che tale male non si può sconfiggere fisicamente, non essendo qualcosa di fisico ma solo “un’ombra dell’ombra” come egli la chiama.

Per realizzare il disco hai chiamato a suonare con te gli ex membri degli Oak Roots, segno che i rapporti tra di voi sono rimasti buoni e ancora c’è feeling dal punto di vista musicale.

Sì, abbiamo preso quasi tutti strade diverse, ma i rapporti sono rimasti buoni, ci si incontra ogni tanto, anche e soprattutto per caso. Con Luca (chitarra) e Andrea (basso) abbiamo continuato a coltivare più o meno le stesse passioni e gusti, quindi in qualche modo è stato facile coinvolgerli in questo piccolo progetto. Piersante (batteria) invece non lo vedevo più da anni, quando ho finito le demo che ho registrato in un box, l’ho chiamato e gli ho proposto di fare la batteria, ci siamo visti e abbiamo suonato con lo stesso feeling degli Oak Roots, sono molto soddisfatto del suo lavoro.

Perché hai deciso di utilizzare la lingua fonetica? Come si fa a raccontare una storia se le parole non hanno un significato?

É semplice, quando componevo i pezzi ci cantavo sopra spontaneamente, né l’inglese, né l’italiano, né lo spagnolo, (che sarebbero le lingue che potrei utilizzare fluentemente) evocavano l’atmosfera che volevo infondere, la distruggevano, la rendevano banale, così ho deciso di lasciarlo cosi com’era, e in fondo questa cosa fila con tutto l’album, che si basa sull’indefinito, “un viaggio senza terra” senza lingua e testo anche ahah. In ogni modo mi immaginavo che potessero essere le lingue del mondo di Anua, di cui non ho il tempo e la pazienza di Tolkien per scrivere (almeno per ora).

Il disco è stato registrato a Roma presso il 16th Cellar Studio e il risultato è molto buono. Ci sono particolari o aneddoti che vuoi raccontare? Nel disco sono presenti anche diversi ospiti, ti va di presentarli e come hanno contribuito?

Mi sono voluto affidare a Stefano (16th Cellar Studio) perché ci eravamo trovati molto bene l’ultima volta, è una persona seria nel suo lavoro e sa carpire che atmosfera vuoi dare, cercando comunque di mettere una sua impronta. In studio ho portato Andrea Salvi (flauto traverso) ed Ennio Zohar (clarinetto) che hanno curato quelle piccole parti dove sono presenti, migliorando anche gli arrangiamenti che avevo composto io; è stato molto bello avere persone del conservatorio in uno studio di metal estremo, e molto stimolante, e un po’ surreale. Poi è venuta anche mia sorella Sofia Rodriguez per fare la voce femminile, una voce bella, ma non troppo impostata, volevo dare un effetto di naturalezza (lei è il classico esempio di sfruttamento di famigliari “a gratis”)

Hai intenzione di portare gli Anua sul palco o si tratta di uno studio project?

Sì vorremmo andare sul palco, ma ci serve molta organizzazione, e in questo periodo siamo molto occupati con il lavoro, tocca pensare anche a mangiare, detto in parole spicciole. Speriamo a breve di riuscire ad organizzarci, sarebbe bello.

Stai lavorando al secondo lavoro degli Anua? Dove vuoi portare la tua band, qual è l’obiettivo che ti sei prefissato?

Allora, in realtà in questo periodo sto lavorando a una musica totalmente diversa, una sorta di stoner metal, con influenze dei Rage Against The Machine e Kyuss, ho già buona parte dei pezzi e alcuni li abbiamo anche provati, probabilmente sarà un album a tema, forse con un altro nome, vedremo. Con gli Anua non ho obiettivi prefissati, ma forse stiamo pensando ad un video, ma essendo ambientato in un mondo fantasy non sarà facile, né poco costoso.

Siamo al termine dell’intervista, puoi aggiungere tutto quello che vuoi.

Ringrazio tutti quelli che ci supportano, e ci incoraggiano! E grazie a te Fabrizio per la dedizione che metti in questo blog e nel tuo lavoro!

Storm – Nordavind

Storm – Nordavind

1995– full-length – Moonfog Productions

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Herr Nagell: voce, batteria – S. Wongraven: voce, chitarra, basso, tastiera – Kari Rueslåtten: voce

Tracklist: 1. Innferd – 2. Mellom Bakkar Og Berg – 3. Haavard Hedde – 4. Villemann – 5. Nagellstev – 6. Oppi Fjellet – 7. Langt Borti Lia – 8. Lokk – 9. Noregsgard – 10- Utferd

Senza giri di parole: Nordavind degli Storm è un capolavoro. Uno dei primi, se non il primo lavoro folk metal che può essere etichettato in questa maniera con tutti i meriti del caso (la questione è interessante quanto “complicata”, si parla di mesi/settimane di distanza tra i dischi pubblicati in quel periodo per stabilirlo): basterebbe dire che l’ondata folk metal di fine anni ‘90/inizio ‘00 sarebbe stata ben diversa da quella che conosciamo. Moonsorrow, Ensiferum ed Eluveitie esisterebbero se non ci fosse stato un Nordavind ad aprire la strada? Non che i gruppi prima citati abbiano mai risentito dell’influenza degli Storm, ma se a Fenriz e Satyr, qui conosciuti rispettivamente come Herr Nagell e S. Wongraven, va riconosciuto qualcosa, beh, questo è proprio quello di aver dato il via a tutto quello che oggi si chiama folk metal. Poco importa se Fenriz abbia iniziato l’intervista poi pubblicata sul mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarök con un crudo “mi dispiace, ma odio il folk metal”: sono parole al vento, per quanto sia incredibile che proprio lui se ne esca con una frase del genere. E allora viene da chiedersi cosa realmente sia Nordavind: un urlo d’amore nei confronti della Norvegia? Sì. Una dichiarazione indiretta di bravura e capacità di cambiare pelle dei musicisti? Sicuramente. Un brutto errore del passato del quale si preferisce non parlare? Assolutamente no, eppure è quello che puntualmente viene messo in pratica dai tre musicisti, in particolare la cantante Kari Rueslåtten non ha buoni ricordi di quel periodo e sistematicamente evita domande e curiosità relative a Nordavind.

Cosa rende il primo e unico lavoro degli Storm un capolavoro? Un insieme di fattori, primo tra tutti quello di aver realmente indicato la strada alle future band folk metal sul cosa vuol dire unire musica heavy metal e melodie e testi dall’impronta folkloristica: prima di loro (febbraio 1995) mai nessuno era riuscito a farlo con la continuità di Nordavind. Ci avevano provato gli Skyclad con una manciata di (ottime) canzoni nei primi dischi, senza però prendere in maniera definitiva la via del folk metal prima di Irrational Anthems del 1996. In Irlanda i Cruachan pubblicheranno il grezzo quanto fondamentale debutto Thuata Na Gael circa due mesi più tardi rispetto a Nordavind (“vento del nord”), lasciando a quest’ultimo la palma di primo lavoro folk metal. Ma questo è solo un aspetto statistico, quello che realmente conta è la bontà del prodotto, la qualità delle canzoni destinate a rimanere nella storia del genere, via da seguire da chiunque abbia un minimo di umiltà per ascoltare e capire quanto il cuore sia importante per la riuscita di un disco. Herr Nagell e S. Wongraven il cuore ce lo hanno messo di sicuro, arrivando a un livello di amore verso la Norvegia che sfiora il nazionalismo, un amore romantico quanto viscerale che si può capire anche guardando il booklet del cd, una grafica tanto semplice quanto diretta: le foto dei musicisti avvolti dalla natura sono, quella di S. Wongraven anche sfocata. Poche le scritte, oltre ai soliti crediti, ma una frase spiega alla perfezione la nascita di Nordavind: “Storm was created by S. Wongraven because of his love for Norway and a hunger for playing folksongs from his own shores”… non serve aggiungere altro.

L’intro Innferd ci conduce in un mondo freddo e isolato, il buio prima della luce. La luce è l’anthemica Mellom Bakkar Og Berg, probabilmente la canzone più rappresentativa di Nordavind. In appena due minuti gli Storm confezionano una canzone simbolo non solo del disco, ma dell’intero genere (riproposta in seguito con buoni risultati anche dai Glittertind nell’omonimo demo del 2002): chitarre graffianti quanto lineari fanno da base a un’interpretazione da brividi, arricchita dai soavi vocalizzi della Rueslåtten. Il minimalismo di Haavard Hedde, veramente quattro riff quattro, basta per emozionare l’ascoltatore e a delineare una volta di più le coordinate musicali del progetto Storm, che con Villemann giunge picchi inimmaginabili in appena centocinquanta secondi. Chitarre doom e voce sempre più fiera fanno di questo brano un piccolo capolavoro di semplicità ed epicità. Nagellstev, una delle due canzoni originali e che sfoggia lo stesso testo di Capitel II: Soelen Gaaer Bag Aase Need del meraviglioso Bergtatt dei lupi Ulver, è un intermezzo voce-percussioni dal forte sapore isengardiano (progetto solista black/folk di Fenriz tra il 1989 e il 1995) che porta direttamente a Oppi Fjellet, una composizione più elaborata delle altre che ripete le parole oppi fjellet (“sulla montagna”) talmente tante volte da farle diventare quasi un mantra. Nella seconda parte della canzone, inoltre, è presente una bella accelerazione che porta freschezza e vitalità quando il brano rischiava di diventare fin troppo ripetitivo. L’angelica voce di Kari Rueslåtten è la protagonista dei sette minuti di Langt Borti Lia, canzone che non disdegna lunghe parti strumentali e che vede, chiaramente, come punto forte la presenza dell’ex cantante dei The 3rd And The Mortal, qui libera di esprimersi al proprio meglio. La rossa cantante è presente anche nella breve Lokk, intermezzo vocale che porta a Noregsgard, l’altro pezzo del disco che non è un brano tradizionale ri-arrangiato dagli Storm. Ritmi lenti come il passare delle stagioni, melodie arcaiche e un testo rurale fanno di Noregsgard un meraviglioso modo di concludere un album breve ma incredibilmente intenso.

Ein dugal kar fra garden dro
Han fulgte furuas sus
Opp gjennom åsen gråstein han bar
Staut hans gange var

(tr.: Un ragazzo gagliardo partì dalla sua fattoria – seguì i pini e la brezza – su attraverso le colline, rocce e terre selvagge – fiero era il suo passo)

Su questa canzone c’è da fare chiarezza: chitarre e linee vocali sono le stesse di Quintessence, brano dei Darkthrone che fa parte dell’album Panzerfaust, pubblicato da Moonfog nel giugno 1995. La versione degli Storm, seppure uscita una manciata di mesi prima, è una rilettura in lingua norvegese (e decisamente più aggraziata) di quanto fatto da Fenriz nella sua band madre. L’outro Utferd porta a conclusione un album di altissima qualità, purtroppo breve nella durata ma ricco di emozioni.

In un lavoro come questo conta poco o nulla lo studio di registrazione, chi ha curato il mastering o le altre cose “tecniche”: Nordavind è un disco di cuore, nel quale l’amore per la Norvegia e il suo affascinante e per certi versi oscuro folklore sono portati all’estremo. Basti aggiungere che nel retro cd, il cosiddetto inlay, è riportata ben visibile la scritta NORSK NASJONALROMANTISK MUSIKK (sì, in maiuscolo) che non necessita di traduzione per essere compresa.

Nordavind poteva essere l’inizio di un qualcosa di molto grande e importante nella scena scandinava ed europea, invece fu un fuoco di paglia, in grado di ardere brevemente prima di scomparire per sempre. Gli Storm non furono mai un vero gruppo, Kari Rueslåtten abbandonò la nave prima ancora che il disco fosse sugli scaffali dei negozi a causa di alcuni testi modificati a sua insaputa dalla coppia Herr Nagell/S. Wongraven dopo che la cantante aveva già inciso le sue parti: la Rueslåtten temeva di infangare il proprio nome a causa del nazionalismo ostentato e dai testi crudi e diretti che attaccavano senza mezze misure il cristianesimo. Herr Nagell non definisce quello degli Storm uno split, ma semplicemente un allontanarsi dei musicisti una volta che il progetto è arrivato a conclusione, ma è chiaro che le divergenze tra i musicisti e le feroci critiche ricevute dalla stampa norvegese a causa dell’impronta nazionalistica di Nordavind abbiano messo definitivamente la pietra tombale sugli Storm.

Dell’incredibile trio norvegese ci rimane solo Nordavind e le tre canzoni presenti sulla compilation della Moonfog dal titolo Crusade From The North (1996), ovvero la splendida e inedita Oppunder Skrent Of Villmark, nella quale è ripresa la melodia principale del brano Solveig’s Song dell’importante compositore/pianista norvegese Edvard Grieg, la versione grezza di Mellom Bakkar Og Berg incisa durante la prima prova degli Storm e Oppi Fjellet con dei suoni diversi da quelli definitivi.

La splendida copertina di Nordavind ci accoglie con lo stesso ghigno della foresta che sa bene quale fine far fare all’imprudente solitario che si avventura al suo interno: la luce della luna illumina i picchi delle montagne e il sentiero che conduce all’interno della foresta. Siete pronti a percorrere la strada pur sapendo che non tornerete indietro?

Intervista: Cernunnos’ Folk Band

Le terre marchigiane sono note, tra le altre cose, anche per il vino (e chi ama l’underground non può che pensare ai Kurnalcool, band culto di Falconara, Ancona): proprio al vino i simpatici Cernunnos’ Folk Band danno tanta rilevanza e ci spiegano le motivazioni in questa gustosa intervista. Ma non solo: spazio al loro primo EP Summa Crapula, al sogno di suonare al Montelago Celtic Festival e altro ancora. In alto i calici!

foto di Stefano Santaroni

Iniziamo con la classica presentazione della band: come e quando vi siete formati, quali sono i vostri obiettivi.

Ciao e grazie per questa intervista. I Cernunnos’ folk band nascono da un progetto del cantante Marco Castellani che nell’ottobre 2014 inizia a scrivere testi e arrangiamenti e a reclutare musicisti. A settembre 2016 si forma la band, sette elementi che includono flauto traverso e fisarmonica. Summa Crapula, il nostro primo EP, viene registrato a febbraio 2018. Terminate le registrazioni la band cambia batterista, la fisarmonica viene sostituita dal violino ed entra ufficialmente Andrea Pulita come secondo cantante dopo aver partecipato anche alle incisioni nei cori. Forte di otto elementi la band ha già in serbo materiale per il primo LP, oltre a continuare la scrittura di pezzi e continua ad esibirsi dal vivo. I nostri obiettivi sono quelli di suonare, divertirci e creare insieme nuova musica oltre a, naturalmente, migliorare sempre di più come band e come singoli musicisti.

Siete marchigiani ed avete scelto Cernunnos come nome, perché questa scelta? Conoscete la band argentina con il vostro stesso nome che suona dal 2012 e fa anch’essa folk metal?

Il legame fra la nostra regione, le Marche appunto, e la cultura celtica non è poi così lontano come qualcuno potrebbe pensare. È infatti storicamente appurato che intorno al 390 a.C. una tribù celtica, i Galli Senoni, scesero dai loro territori originari per poi stanziarsi fra Ravenna e il fiume Esino, andando di fatto ad invadere territori fino ad allora occupati dagli Umbri. Proprio nelle attuali Marche, fondarono la loro capitale: Sena Gallica, oggi conosciuta col nome di Senigallia. Inoltre molti resti di antiche necropoli celtiche sono state rinvenuti fra Arcevia e Osimo proprio a testimonianza della lunga permanenza dei Galli nelle nostra terra. Cernunnos è una divinità celtica cornuta, custode dei boschi e degli animali, il dio che fa fluire il corso della vita e della morte. Lo abbiamo scelto per evidenziare il nostro legame a una filosofia di connessione con la natura e con l’adottare uno stile di vita semplice e genuino, ciò che faceva parte della storia dell’uomo e che oggi, purtroppo, sembra si stia andando perdendo sempre di più. Per quanto riguarda l’altra band folk metal dal nome simile al nostro lo abbiamo scoperto solo in un secondo momento. Fortunatamente il nome ufficiale della nostra band è Cernunnos’ Folk Band, proprio per differenziarci da altri gruppi. Segnalo a tal proposito anche l’esistenza di un’altra band chiamata Cernunnos, americana, che suona symphonic black metal.

Passiamo a parlare dell’EP Summa Crapula: avete tutto lo spazio a vostra disposizione per raccontare quello che si cela dietro e dentro le quattro tracce che lo compongono.

Summa Crapula si apre con Vino, inno alla sacra ambrosia degli Dei, compagno di miti, leggende e storielle divertenti. La canzone è un nostro omaggio a tale bevanda e a tutti i bei momenti che ha segnato. Segue poi Nella Taverna, vera e propria party song dell’EP dove narriamo dell’importanza che la taverna (ma anche i piccoli pub o bar di paese) hanno come luogo di socializzazione e svago. Con Valhalla invece ci spostiamo verso toni più epici, andando ad attingere dalla mitologia norrena che da sempre ci affascina e ci incuriosisce. Il finale è riservato a Dall’Alto delle Guglie, una vera e propria dichiarazione di disprezzo verso ciò che l’istituzione Chiesa ha rappresentato nei suoi 2000 e più anni di storia: un covo di nefandezze e menzogne mascherate dietro una facciata di apparente santità che del messaggio originale di Gesù Cristo non ha nemmeno l’ombra.

Come reputate Summa Crapula a qualche mese dalla pubblicazione, ne siete soddisfatti? Può essere considerato un primo punto di arrivo o un nuovo punto di partenza?
Decisamente è un punto di partenza. Come tutte le opere prime, trattandosi di un demo autoprodotto praticamente ha senza dubbio delle ingenuità e sicuramente alcune cose potevano essere fatte diversamente, ma allo stesso tempo rappresenta una pietra miliare nella storia della band, una fotografia del nostro primo periodo, forse grezzo, forse poco raffinato ma genuino, sincero e con quella carica primordiale che solo le prime opere hanno. Da qui possiamo dare vita al progetto vero e proprio, evolvendoci, rinnovandoci ed affinandoci. Da Summa Crapula possiamo avere un riscontro con noi stessi. Possiamo imparare dai nostri errori e produrre materiale migliore.

Ascoltando i testi pare chiara la vostra identità di party band con la predilezione per il vino. Io li ho trovati un po’ ingenui e credo che possiate fare un lavoro migliore sia per quel che riguarda le linee vocali che per quel che viene cantato. Qual è il vostro parere rispetto a queste critiche?

Ogni critica, se ben motivata e posta in modo costruttivo è un importantissimo spunto di crescita personale e professionale. I nostri primi pezzi sono sbarazzini e semplici perché è quello il mood che volevamo dare a quei pezzi: una band composta da ragazzi giovani e vitali, che suonano non tanto per mandare chissà quale messaggio ma per divertirsi e divertire, soprattutto. Già nella canzone Dall’Alto Delle Guglie, però, iniziamo ad affrontare tematiche più impegnate, come anche nei nuovi pezzi su cui stiamo lavorando.

State componendo nuove canzoni e in caso potete dare qualche anticipazione? Le “vecchie” canzoni vanno bene così o state rimettendo mano anche a quelle?

Siamo una band e prima ancora siamo persone, esseri umani. È normale un’evoluzione all’interno della nostra vita e di conseguenza anche all’interno di ciò che proponiamo come gruppo. I nostri brani in lavorazione, come detto prima, andranno a mostrare agli ascoltatori il nostro lato più introspettivo, oltre che portare alla luce tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, pur senza dimenticare quell’anima “festaiola” che ci ha caratterizzati finora e dovrà sempre caratterizzarci.

Rispetto al cd la formazione è cambiata: chi sono i nuovi arrivati e cosa stanno portando alla causa Cernunnos’?

Ogni cambiamento porta sempre qualcosa con sé e fortunatamente possiamo affermare con orgoglio che i cambiamenti che ha affrontato la band hanno portato finora solo lati positivi: Benedikt è un batterista estremamente preparato e capace nonostante la giovane età e questo non può che essere un bene. Con l’aggiunta di Andrea alla voce possiamo anche iniziare a esplorare tutto un nuovo mondo di intendere canzoni e melodie vocali, potendo ora giocare maggiormente su cori e armonie. Infine, Federico col suo violino e le sue idee, ha portato tutta una nuova ventata di freschezza all’interno del sound della band. Ognuno dei membri della band, vecchi e nuovi, sta contribuendo al massimo e questo non può che renderci felici e fieri di quanto stiamo ottenendo.

Siete in contatto con altre realtà locali? Vi sentite parte di una scena?

Siamo in contatto con altre band, come è normale che sia, per scambiarci consigli, palchi e date. Però non possiamo di certo ancora considerarci parte integrante della scena folk metal italiana, al massimo ci stiamo appena affacciando ad essa, ma siamo fermamente intenzionati a ritagliarci il nostro spazio in essa.

Nella biografia raccontate di sognare il palco del festival di Montelago. È strano che una metal band sogni Montelago invece dei “classici” Wacken o Hellfest. Immagino quindi che abbiate un forte legame con il Montelago Celtic Festival, è così?

Il Festival Celtico di Montelago è un po’ una seconda casa per molti di noi, è ciò che ci ha uniti, fin dall’inizio, in alcuni casi prima ancora che la band esistesse: è parte di noi. Vogliamo inoltre essere realisti, i palchi più grandi saranno per il futuro. L’importante è procedere per passi e tappe, senza voler correre troppo. Per ora vogliamo Montelago, poi, ottenuto quello, magari punteremo anche il Wacken o l’Hellfest.

A proposito di concerti, com’è un live dei Cernunnos’ Folk Band? Suonate altre canzoni oltre a quelle dell’EP? Fate delle cover?

Se dovessi descrivere in una parola i nostri live, userei il termine ENERGICI. Durante gli show suoniamo i quattro pezzi dell’EP, altri pezzi ancora non pubblicati e due cover dei Folkstone: Prua Contro Il Nulla e Lo Stendardo. In futuro contiamo di aggiungere sempre nuove canzoni nostre e magari variare anche le cover andando a pescare da brani popolari e tipici del genere.

Per concludere: quali sono, secondo voi, i punti di forza dei Cernunnos’ Folk Band e in cosa invece credete di dover migliorare?

I nostri punti di forza sono senza dubbio presenza scenica e coinvolgimento del pubblico. Ovunque abbiamo suonato abbiamo ricevuto grande riscontro dal pubblico che si è sempre divertito e ha apprezzato la performance. Crediamo comunque di dover migliorare tutto, perché siamo giovani e possiamo e soprattutto DOBBIAMO migliorare. Non bisogna mai fermarsi nella propria isoletta felice ma puntare sempre oltre l’orizzonte.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Grazie a te per l’intervista, vi aspettiamo in giro per fare casino con noi sopra e sotto il palco, IN ALTO I CALICI!

la nuova formazione in concerto