Intervista: Bloodshed Walhalla

La pubblicazione di un nuovo sontuoso album, la decisione di suonare dal vivo e le riflessioni di un musicista che proprio non riesce a stare fermo: Drakhen è come al solito un fiume in piena e nelle sue risposte troviamo diversi spunti interessanti.

I Bloodshed Walhalla saranno tra i protagonisti della terza edizione del Mister Folk Festival, questo l’evento Facebook per saperne di più: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Il nuovo disco Ragnarok è uscito un anno e mezzo dopo Thor e sei mesi dopo l’EP The Walls Of Asgard: dove trovi tutta questa ispirazione ed energia per realizzare gli album?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi dato questa possibilità, rispondere alle domande di Mister Folk è per me un grande onore e piacere. Partiamo dal presupposto che i Bloodshed Walhalla sono una one-man band e come tale ha solo una mente compositiva in azione. Questa mente lavora tutti i santi giorni e oltre ai doveri e piaceri quotidiani è sempre attiva per quanto riguarda il progetto Bloodshed Walhalla. Ogni giorno potrei scrivere una canzone e trovare il tempo necessario per pubblicarla nei canali necessari per permettere ai fan di capire sempre di più di che pasta siamo fatti. Di solito dopo la pubblicazione di un album – e in questo progetto ne sono stati pubblicati ben quattro – dato che non abbiamo altre necessità specialmente sul fronte live, inizio la stesura di nuovi inediti. La cosa mi risulta abbastanza semplice perché senza modestia un po’ ce l’ho nel cuore, e quando una cosa la senti tua in modo morboso tutto ti risulta facile. Ad oggi le cose però stanno cambiando significativamente perché i Bloodshed Walhalla sono scesi in campo per dire la propria anche sul fronte live, e credimi, quando inizi questo percorso tutto si complica maledettamente. Ma ormai ho preso questa decisione e per ora non torno indietro.

Ti rigiro la domanda: non credi che pubblicando tre dischi in un anno e mezzo non dai il tempo all’ascoltatore di “assorbire” la musica e di non valorizzare il lavoro svolto per realizzare ogni singolo album?

Se devo essere sincero questo è un aspetto curioso ed è un problema che non mi sono mai posto ed il motivo è molto semplice: quando ho iniziato l’avventura Bloodshed Walhalla mai mi sarei espettato di ricevere riscontri importanti dalla critica e dalla gente che ascolta viking metal. Evidentemente mi sbagliavo e forse qualcosa di buono l’ho fatto, e Ragnarok, che a mio avviso è un super album sfortunato, e poi ti spiego il perché, ne è la prova lampante. Ragnarok ha ricevuto super recensioni internazionali e non scherzo quando dico che sui miei canali mi scrive gente da tutto il mondo per congratularsi per il gran lavoro fatto. Ragnarok è uscito ad un anno esatto dalla pubblicazione di Thor che – anche se voi dite essere un grande album – per me è una merda al 90%. Odio questo album per la copertina che abbiamo proposto (non voluta da me), e sinceramente mi vergogno di proporlo al pubblico anche se il “guaio” è già fatto. Per questo motivo, che poi alla fine sono malintesi dovuti alla distanza nel collaborare su di un progetto, mi sono allontanato dalla casa discografica che mi ha rappresentato per tanto tempo e ho sentito la necessità di rimettermi in gioco il più velocemente possibile contattando altre etichette, e su questo sono stato veramente fortunato dato che sono stato contattato dalla romana Hellbones Records, che tanto crede nelle nostre capacità. Visto che Ragnarok era già sui miei file perché, come spigato prima, non riesco a stare fermo, non ho atteso più di tanto e Daniele (il boss dell’etichetta, ndMF) d’accordo con me, ha pubblicato il lavoro. I fan se ci vogliono bene – e ce ne vogliono – devono capire questa necessità e continuare a seguirci in maniera decisa ora ancora più di prima dato che ci stiamo proponendo anche su palchi importanti… per ora!!!

Già con Thor avevi dato prova di bravura nel realizzare canzoni dal minutaggio importante, ma con Ragnarok ti sei superato: sessantasei minuti di musica divisi in sole quattro canzoni! Come sono uscite fuori queste composizioni extra large e come ti sei reso conto che necessitavi di un grande minutaggio per portare a conclusione i brani?

Beh forse è il genere che lo richiede o perlomeno il mio genere, o per dirla tutta il genere intrapreso da alcuni artisti del settore. Penso che se vuoi raccontare qualcosa di importante hai bisogno per forza di cose di spazio e di tempo, non puoi parlare di qualcosa che per te è importante e sminuirla in breve con riassunti dei riassunti. Noi trattiamo di mitologia norrena e la mitologia norrena è vasta, IL RAGNAROK è vasto, non puoi spezzettarlo in breve, hai bisogno per forza di cose di esprimere concetti che non puoi tralasciare, noi poi ci abbiamo messo anche del nostro con una storia parallela che è raccontata nella nostra pagina ufficiale. Una sorta di concept album che è venuto fuori in maniera naturale, senza forzature, il lavoro è stato pensato e realizzato proprio come doveva essere. Ma questo viene da lontano. Dopo Legends Of A Viking e The Battle Will Never End (i primi due album, ndMF) sono stato non quasi accusato di aver emulato le musiche dei Bathory senza però sapere che quello era proprio il mio intento, e questo l’ho ammesso e spiegato tante volte. Già con Thor si è potuto costatare una tendenza nella costruzione delle song un po’ più elaborata, con un minutaggio di alcuni brani un po’ più lungo del normale. Ragnarokha confermato questa tendenza e l’ha accentuata maggiormente. Tendenza che diventerà realtà ancor di più nel prossimo lavoro dove chi ci ascolta dovrà sapere a priori che i Bloodshed Walhalla suonano e parlano musica in questa maniera e che possa piacere o no a me non interessa.

Leggendo i titoli delle canzoni e i testi appare chiaro il tuo legame con la mitologia scandinava; ti chiedo di raccontare di cosa parli nelle canzoni e se sono delle metafore per vivere l’oggi al meglio.

I quattro testi dell’album Ragnarok narrano la battaglia finale tra gli dèi e l’ordine del male e delle tenebre, dai primi segni alla distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Naturalmente, oltre alla leggenda conosciuta grazie alle fonti, abbiamo aggiunto del nostro inserendo una storia parallela totalmente creata in base agli eventi. Nello specifico, Il dio Baldr, figlio di Odino, dopo essere stato ucciso dall’inganno di Loki, viene accolto nel regno di Hel. La regina del male ascoltando i pianti disperati provenienti da tutto il creato e le suppliche del dio Odino affinché il figlio fosse liberato, decide di imprigionare il padre di tutto nelle sue celle e spedire il figlio Baldr nel mondo dei vivi rendendolo così mortale e privo di forze: Odino accetta queste condizioni. Eliminando Odino la regina invia i segni premonitori che poi scaturiranno il Ragnarok. Odino intanto entra nei sogni del figlio ormai mortale e incosciente di tutto quello che è accaduto e che accadrà e gli rivela i suoi progetti, facendogli consegnare la sua forza, il suo cavallo Sleipnir, la sua lancia e il suo elmo. Baldr così dovrà donare il suo cuore mortale alle valchirie, e dopo la sua seconda morte potrà entrare nella Valhalla e capire finalmente qual è la sua reale identità! Baldr così dovrà raggiungere il regno di Hel e con le sue abilità e le armi di Odino dovrà annientare la regina del male e il suo esercito per così liberare il padre dalle celle nere. Il Ragnarok con Odino e i suoi figli può avere inizio! Questo racconto non ha nulla a che vedere con la vita attuale e non ci sono metafore che possano collegare due mondi che sono ben distinti e separati.

Musicalmente hai apportato delle modifiche alla tua musica: sempre di viking metal bathoriano si tratta, ma è palese l’influenza dei Moonsorrow e trovo che il senso della melodia sia debitore ai Falkenbach più ispirati. Infine, per l’utilizzo delle orchestrazioni, penso si possa fare il nome dei Turisas di The Varangian Way. Questi nomi sono accostabili alla tua proposta musicale e in quale direzione ti stai dirigendo?

Alla fine questa è la musica che ascolto tutti i giorni e che per forza di cose influenza senza volere un processo di crescita personale in ambito compositivo. Ricordo che i Bloodshed Walhalla nascono come cover band dei Bathory e ripeto che di questo ne vado fiero, il mio desiderio è sempre quello di essere considerato l’erede di una realtà oramai scomparsa nel 2004 con la morte del maestro Quorthon. Proprio per il fatto che nelle nostre canzoni vogliamo raccontare e non frammentare, si è deciso di intricare notevolmente le opere aggiungendoci quanto più di fantasy possibile possa uscir fuori dagli strumenti e dai testi, e come dicevo in precedenza riteniamo che ci sia bisogno di spazio e tempo per poter esprimere al meglio il nostro potenziale. La strada è ancora lunga perché sono solo a fare tutto ciò e solamente quando i lavori sono pronti può capitare che ti accorgi di aver sbagliato a fare qualcosa, c’è ancora tantissimo da lavorare sotto alcuni punti di vista e con i piedi per terra e consapevole dei limiti evidenti si va avanti e non si torna indietro. I prossimi lavori proseguiranno questo percorso di crescita e sono sicuro che ne sentirete delle belle ancora per molto tempo. Le critiche non mi spaventano e se devo dirla tutta il 90% delle recensioni di Ragnarok ci dà ragione.

La grande novità del 2019 è sicuramente l’aver iniziato a suonare dal vivo. Cosa hai provato a stare sul palco a suonare le tue canzoni davanti al pubblico?

Ho una paura fottuta di sminuire tutto quello che di buono ho costruito in questi anni. Per suonare dal vivo ci vuole troppa esperienza, cosa che noi non abbiamo, ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. A volte mi chiedo se la decisione presa sia quella giusta e ancora oggi – anche se sono supportato da quattro stupendi ragazzi e musicisti – non ci sto ancora capendo un cazzo.

Cosa si deve aspettare uno spettatore dal concerto dei Bloodshed Walhalla?

Abbiamo esordito dal vivo all’Agglutination Roadshow 2019 che si è tenuto a Matera poche settimane fa, in pratica il fratellino dell’Agglutination, grandissimo festival internazionale che si tiene in estate nel cuore della mia terra, mica male come esordio! Qui ho notato qualcosa che mi ha fatto capire molto e che mi permette di rispondere alla tua domanda. Gli spettatori presenti hanno fatto casino quando c’era da far casino e hanno ascoltato incuriositi quando c’era da ascoltare attentamente cos’era proposto in quel momento. Quando i timidi ma determinati Bloodshed Walhalla sono saliti sul palco a mio avviso hanno incuriosito lo spettatore che ha ascoltato attentamente il lavoro di anni e anni di sacrifici, nello stesso tempo si è divertito come solo un metallaro sa fare quando è dentro la calca e in fine soddisfatto ha applaudito e apprezzato lo show proposto. Non si poteva chiedere di meglio.

La formazione live prevede ben tre chitarre: come mai una scelta così inconsueta? Come hai conosciuto e “arruolato” gli altri musicisti?

Bene, la risposta è semplice, io canto per i Bloodshed Walhalla ma fondamentalmente sono chitarrista e non mi saprei vedere sul palco senza chitarra, ma dovete capire che a volte chitarra e voce, specialmente nelle nostre canzoni, sono molto complicate da conciliare e quindi sono costretto a tralasciare particolari che in fase di registrazione abbiamo curato attentamente. Per questo mi limito alla ritmica e sporadicamente mi cimento in qualche assolo. Le parti che poi danno al brano la bellezza originale spetta agli altri due chitarristi che sanno bene come intrecciare le note e far rendere la canzone dal vivo come se la si ascolta sul cd. Il bassista e uno dei chitarristi sono miei fratelli di sangue e a loro devo tutto, il batterista e l’altro chitarrista sono dei ragazzi fantastici che abbiamo conosciuto e arruolato quando ci siamo divertiti nella parentesi come cover band degli Iron Maiden.

I Bloodshed Walhalla rimarranno sempre un tuo progetto personale o questa apertura verso i live potrebbe far diventare i Bloodshed Walhalla una vera e propria band?

I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band e come dicevo prima, musicalmente parlando devo capire ancora chi sono. Vorrei fare tantissime cose, ma la vita insegna che bisogna tenere sempre i piedi per terra e rispettare le priorità che ti sono state donate. Continuiamo così, giorno dopo giorno e vediamo quello che succede, magari ci capita qualcosa che ci indirizza verso la via giusta o magari no. Per ora i Bloodshed Walhalla sono questo, domani non si sa.

Conoscendoti immagino che da quando hai finito la composizione di Ragnarok avrai già pronte delle nuove canzoni, è così? Stai preparando un nuovo disco/EP?

Il disco che sto preparando è ancor più sconvolgente e avvincente di Ragnarok. Rimanete in contatto con noi e se ci saranno le possibilità nel 2020 lo scoprirete.

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo? Ci sono band “giovani” che ti trasmettono qualcosa e che ascolto con piacere?

Ascolto sempre la stessa roba da secoli. Ho una chiavetta usb sul mio stereo che trasmette sempre gli stessi album e non mi stanco mai di farlo. Le band sono pressappoco quelle che hai citato all’inizio dell’intervista con l’aggiunta degli Iron Maiden, Manowar, Helloween, Pink Floyd, Motorhead e altri classici. Però se ho l’occasione di ascoltare un po’ di underground lo faccio veramente con piacere!!!

Lo sai che ci sono delle persone che usano la parola “maestro” quando parlano di te? Cosa gli vuoi dire per concludere l’intervista?

Che i maestri sono altri, i maestri sono chi ha creato e chi ha insegnato qualcosa. Io ringrazio di cuore chi mi definisce in quel modo, ma posso solamente definirmi un umile discepolo di chi veramente ha ispirato le mie creazioni e la mia voglia di fare musica. Infine ringrazio solennemente Mister Folk per questa bellissima chiacchierata e invito tutti voi che avete letto queste righe di seguire tutti i suoi canali perché sono veramente interessanti, con articoli, recensioni e distro ben fatte, colme di band come la nostra che hanno veramente tanto bisogno di visibilità e supporto. Grazie Mister Folk e grazie a tutti voi, che le saette di Thor vi sconvolgano la vita in positivo! Hail Viking!

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Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

2019 – full-length – Gollum’s Treasures

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Witch King: voce, chitarra, basso, drum programming – Scatha: tastiera, voce

Tracklist: 1. Pimeyden Aika – 2. Autumn Of Lothlorien – 3. Gloomweaver – 4. The Great Battle – 5. Kadotettu – 6. The Wind – 7. Tower Of The Moon – 8. Houses Of Pain – 9. To The Land Veiled In Mist – 10. Lost In The Waves – 11. Come Down With Us – 12. Nan Elmoth – 13. Sharp Glance

Non visto (Melkor, nda) giunse così finalmente nella buia regione di Avathar, angusto paese che si estendeva a sud della Baia di Eldamar alla falde orientali delle Peróri, e le sue lunghe e tristi spiagge si allungavano verso sud, prime di luce e inesplorate. Lì, sotto le nude pareti dei monti, accanto al freddo mare scuro, le ombre erano le più profonde e fitte che vi fossero al mondo; e in Avathar, in segreto e all’insaputa di tutti, Ungoliant aveva posto la propria dimora.

(J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion)

Il Tolkien metal, o Tolkien black metal, è un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto. Alcuni gruppi sono riusciti a raggiungere il successo e a firmare con etichette leader del settore, altri sono invece relegati all’underground più oscuro e nascosto, portando avanti la fiamma tolkieniana senza chiedere altro se non la pubblicazione di un nuovo album di tanto in tanto. I finlandesi Avathar fanno parte di questa categoria: non si tratta certo di soldi o di “voler sfondare”, ma di sincera passione per i libri del Professore. Attivi dal 2000, raggiungono con questo Bûrgulu Kû-Ghâra la cifra di tre album pubblicati, a ben tre lustri dalla coppia Shadows e Where Light And Shadow Collide, quindici anni di attesa parzialmente mitigata da una manciata di demo rilasciati in cento copie a volta. Ma anche dall’ultimo demo dal titolo Dark Paths di anni ne sono passato ben nove e il sospetto che il duo di Ojakkala fosse arrivato al capolinea era più che plausibile, mentre a sorpresa – e grazie al supporto della Gollum’s Treasures, etichetta che lavora solo con band a tema tolkieniano e fantasy – vede la luce questo monumentale Bûrgulu Kû-Ghâra, lavoro ambizioso e ricco di canzoni ispirate, a cavallo tra epic metal, black metal e qualche reminiscenza folk.

Bûrgulu Kû-Ghâra è un album composto da tredici canzoni per una durata complessiva che supera i novanta minuti. Proprio la durata è l’unico neo di un disco in grado di emozionare ed eccitare in più punti, capace di far vivere sulla pelle dell’ascoltatore le vicende narrate in Autumn Of Lothlorien o in The Great Battle:

Beneath the blackened sky
Where the shadows lie
Morgoths reign of darkness and pain
Will end in the fire forged by the One

Non passa inosservata l’oscura Gloomweaver che contrasta non poco con la successiva The Great Battle, brano che esprime musicalmente tutta l’epicità e la drammaticità di una battaglia nella Terra di Mezzo con un tocco alla Manowar nella melodia della strofa. Di tutte le composizioni, Tower Of The Moon (tratta dal demo del 2008 From The Other Side) è quella che convince in meno, ma gli Avathar si riprendono subito con la doppietta Houses Of Pain / To The Land Veiled In Mist, ma è in realtà tutta la seconda parte di Bûrgulu Kû-Ghâra a funzionare bene e non mostra momenti meno intensi di altri. La produzione aiuta la buona riuscita del full-length: i suoni pastosi e robusti portano la musica a un livello di epicità incredibile e le chitarre in particolare godono della giusta brillantezza pur in un contesto tendente al dark. Gli oltre dieci minuti di Sharp Glance chiudono degnamente il ritorno degli Avathar, un brano che mescola tutti gli ingredienti del duo finlandese ed ennesima dimostrazione di bravura per Witch King e Scatha.

Da una parte è comprensibile il desiderio di inserire più canzoni possibili in un disco che vede la luce dopo che l’ombra sembrava essersi impossessata della carriera degli Avathar, ma ascoltare l’intero disco tutto d’un fiato è cosa tutt’altro che semplice anche se, quando ci si riesce, è una gran soddisfazione. Delle tredici tracce, sette sono inedite, mentre le restanti sono prese (e ri-registrate) dai demo prima menzionati: un lavoro di recupero giusto perché queste canzoni sono tra le più ispirate del cd e sarebbe stato un peccato lasciarle da parte. Da fan della musica e potenzialmente interessato alla proposta degli Avathar, avrei preferito il formato doppio cd con nel primo disco gli inediti e nel secondo le ri-registrazioni dei vecchi brani; tra l’altro i due cd avrebbero avuto entrambi una durata di circa quarantacinque minuti ciascuno. Questo però non cambia di certo il giudizio più che positivo su Bûrgulu Kû-Ghâra, un album che non può mancare nella collezione degli appassionati del Tolkien metal, interessante dal punto di vista lirico e ricco di canzoni in grado di far tremare anche gli Uruk-Hai di Saruman.

Intervista: La Janara

Streghe, racconti tramandati dai nonni e antiche tradizioni… tutto molto “folk”, ma La Janara è una band heavy/doom che ha da poco pubblicato il disco di debutto Tenebra con la storica Black Widow Records, in questo genere una vera e propria garanzia di qualità. Effettivamente il disco è davvero godibile, un bel mix di generi diversi che si sfiorano e intrecciano fino a dare vita a un sound personale, cantato in italiano e che, pur con chiari riferimenti ai grandi del passato, non ha paura di esprimersi con forza e delicatezza a seconda dei brani: riff sabbathiani e arpeggi cristallini si alternano sempre sotto il dominio dell’istrionica voce de La Janara, mattatrice del disco a suon di vocalizzi sempre intensi e carichi di energia. Tenebra inoltre è un cd vario, che non segue musicalmente un’unica via, ma che nel complesso risulta essere compatto e dinamico, un ascolto obbligato per gli amanti della musica oscura o, più in generale, della bella musica. Per saperne di più ho intervistato Il Boia, chitarrista della band, ben disposto a dare risposte interessanti e approfondite. Titoli come Malevento e Violante Aveva Un Osso Di Capra non vi mettono una grande curiosità?

Il più classico degli inizi: presenta La Janara ai lettori di Mister Folk.

Ciao a tutti, grazie per lo spazio su questo sito che seguo già da molto tempo. La Janara è un gruppo rock/heavy metal che parla di streghe, donne tenaci e forti che non si lasciano intimorire da nulla, specialmente dall’ignoranza e dall’invidia che le vorrebbe veder soccombere. Siamo irpini, e nelle nostre canzoni trovano spazio le leggende e i racconti che i nostri nonni ci hanno tramandato, con personaggi fantastici che affondano le proprie radici in tradizioni secolari. Cantiamo testi in italiano e adoriamo i film di Fulci, Bava, Soavi oltre al rock/prog italiano di New Trolls e PFM e il sound occulto tricolore di gruppi come Death SS, Paul Chain, l’Impero delle Ombre e The Black!

Avete da poco pubblicato il primo full-length Tenebra marchiato Black Widow Records. Come ti senti ad avere il supporto di una storica etichetta che ha pubblicato tanti gruppi importanti?

È una bella sensazione. È stata la prima ed unica etichetta che abbia contattato. Mandai loro il demo nel 2015 e già, sotto la nostra scorza acerba, videro qualcosa in noi. L’EP, come sai, è stato distribuito dalla Black Widow Records, a differenza del nuovo Tenebra che uscirà con la dizione ‘prodotto e distribuito’ da loro. Il nostro rapporto, tuttavia, va addirittura oltre: sono un loro cliente e spesso Massimo Gasperini, il boss dell’etichetta, mi suggerisce dischi che potrebbero essere un’ispirazione per le nostre prossime canzoni. Il loro supporto è fondamentale.

Due anni fa avete rilasciato l’EP La Janara: ascoltando il nuovo disco è facile notare il lavoro che avete svolto per migliorare sotto un po’ tutti i punti di vista. In particolare ora il suono (nel senso “risultato finale” e non “registrazione”) è più compatto e la prestazione della cantante La Janara è sì selvaggio, ma meglio indirizzato a favore del risultato finale.

Sì, assolutamente, e grazie mille. Registrare un disco è un’esperienza importante, ma, a differenza di trenta o quarant’anni fa quando registrare era davvero costoso e le band, prima di catturare l’attenzione di un’etichetta che le finanziasse, suonavano dal vivo per anni ed anni, arrivando in sala di registrazione preparati e consapevoli, oggi si comincia dallo studio e poi, se si è fortunati e ci si organizza bene, si va a suonare. Tenebra è stato registrato molto in fretta, abbiamo usato le prime take per lasciare un’impronta selvaggia e le voci le abbiamo fatte alla fine, ma già rispetto all’EP il tutto suona meglio anche grazie al nostro nuovo batterista, che nonostante non ascolti metal, ha subito centrato il bersaglio. Raffaella invece, forte dell’esperienza dell’EP, ha deciso di cantare in maniera più libera e aggressiva, per fortuna!

A mio parere Malevento è la canzone che meglio racchiude l’essenza della band: riff doom oriented, un grande ritornello, la teatralità de La Janara, il testo che richiama a epoche che sembrano essere lontane….

Grazie mille. Sì, in effetti ritengo che Malevento, insieme a Luce, contenuta nell’EP, sia la migliore canzone che abbia mai scritto. È potente, diretta e melodica, come piace a me. Il nome è quello originario della città di Benevento, un po’ italianizzato. Per quanto riguarda le epoche lontane, le canzoni che scrivo non hanno alcun elemento moderno contemporaneo, lo sono solo le emozioni e le sensazioni della protagonista, per il resto sembrano sospese in un perenne ‘700. Il testo parla ovviamente dell’incontro fra le streghe ed il signore delle tenebre. Ad una festa del genere ci sarebbe da divertirsi!

Violante Aveva Un Osso Di Capra mi ha ricordato molto i Lingalad più atmosferici. Conosci la band di Giuseppe Festa? Ci racconti da dove viene fuori il testo e come mai avete deciso di farne un brano acustico?

Non conoscevo i Lingalad prima che tu me li nominassi, tuttavia, nonostante ascolti tantissima musica i miei riferimenti principali sono più o meno sempre gli stessi: il Battisti più prog, De André (anche musicalmente, adoro la musica ‘nuda’ per chitarra acustica e voce), i Black Sabbath, Death SS, Paul Chain, New Trolls e Le Vibrazioni. La canzone è nata di notte, avevo la chitarra acustica vicino al letto, mi sono svegliato intorno alle due, forse le tre, e ho cominciato a canticchiare la melodia di Violante… Il testo è venuto da sé e poi ho ripreso a dormire. Il giorno dopo avevo la canzone bella e pronta e neanche la ricordavo benissimo! L’acustico è più suadente e affascinante, talvolta, e non volevo che la canzone si snaturasse rendendola elettrica e pesante.

Il primo giro di Mater Tenebrarum (ma non solo quello) deve molto a Tony Iommi: quanto è importante secondo te conoscere la storia per poi rivisitarla con personalità?

Io sono un collezionista disperato, conosco tante band e ho tanti dischi, tuttavia mi è capitato di conoscere gruppi fenomenali i cui componenti avevano solo 5/6 album ciascuno nella propria collezione, ma, ovviamente, per un compositore come me è fondamentale conoscere la storia e capire da dove viene il linguaggio che utilizzo nelle mie canzoni. Tony Iommi è un chitarrista che adoro, specialmente perché è un musicista con un approccio molto essenziale, ai Black Sabbath bastava un riff di chitarra, un basso e una batteria per far quadrare un brano. Ovviamente ritengo Iommi una grandissima influenza, ma tutto l’heavy metal deve tanto ai suoi dischi, perfino a quelli come Born Again e Tyr, una volta davvero poco considerati, che si sono rivelati lavori influenti per tantissime band estreme nel primo caso e folk/viking metal, nel secondo (ma a te l’ultima parola, sei l’esperto del settore!).

Ho apprezzato tanto il guitar work su Or Poserai Per Sempre: a chi ti sei ispirato per questo brano? Inoltre nella canzone è presente anche una parte brutalmente urlata che dà una marcia in più alla composizione. Pensate di utilizzare questo stile anche prossimamente?

Grazie! Mi sono ispirato al lavoro del mio tecnico personale delle chitarre, Rocco Minichiello dei Release the Blackness (giovane e talentuosissima band del mio paese che ha all’attivo solo un EP) con cui ho registrato le chitarre dell’album. Lo screaming è di Giulian degli Scuorn, grande band black metal che fonde tale musica con quella folk napoletana (trovate la recensione del disco Parthenope QUI, ndMF). Sicuramente il mio cuore è rivolto al pop/rock/prog/folk degli anni ’60 e ’70, ma mi piace il metal estremo. Abbiamo già registrato un brano black metal, non so se verrà mai pubblicato, ma… chi può dirlo! La cosa mi intriga.

La Janara, Il Boia, Il Mercenario, L’Inquisitore: perché avete scelto di chiamarvi così?

Sono tutte figure che ruotano intorno alla morte della strega. Il mio gruppo, i miei testi sono ispirati certamente alla musica e ai film dell’orrore, ma riflettendoci l’oppressione e l’uccisione delle donne non sono solo finzione cinematografica, ma orrori quotidiani. Quello che suoniamo altro non è che un grido di uguaglianza, l’esaltazione del libero pensiero, e le donne, ancora oggi, sono tra i più grandi martiri della storia, ed è strano, visto che sono praticamente la metà del mondo.

Prima di concludere, visto che sei un giornalista che collabora anche con la rivista Guitar Club, vorrei chiederti quale strumentazione hai utilizzato durante la registrazione del disco.

Bella domanda! Ho usato una Michael Kelly Patriot Custom che ho venduto un paio di mesi fa. I suoi pickup tuttavia, degli splendidi e ruggenti DiMarzio Petrucci, sono stati trapiantati su di una Fender del 1978 con cui ho registrato gli assoli e che mi porto sempre dietro ormai, e lo farò per sempre perché è fantastica! L’acustica è una splendida Yamaha in mogano, come il mio adoratissimo, splendido e irraggiungibile Elliott Smith.

La Janara 2019: dopo il disco con Black Widow Records cosa farete? Avete intenzione di portare in giro per l’Italia il vostro heavy/doom?

Sicuramente, inizieremo provando a conquistare il Sud Italia! Dopodiché, ci chiuderemo in sala prove per scrivere un disco ancora più bello!

Siamo su un sito che tratta folk metal: cosa può portare i lettori a scoprire il mondo de La Janara?

Abbiamo provato a fare un brano folk metal, l’ultima traccia di Tenebra,Ver Sacrum, che parla dei popoli italici pre-romani. Quello che in Inghilterra viene chiamato folk qui è la musica popolare che Musicanova, D’Angiò, Eugenio Bennato, De André e tantissimi altri, hanno sempre incorporato nelle proprie canzoni. Suoniamo heavy metal, ma il folk ci piace, quindi chissà che in futuro le cose non si sposteranno sul folk rock/metal, chi può dirlo! Considera che ho tutti i dischi di John Renbourn e Bert Jansch, due eroi, per chi scrive, della musica popolare britannica, probabilmente la loro influenza potrebbe farsi sempre più decisa… Staremo a vedere, in quel caso, sarà un piacere ritrovarci ancora qui, sulle pagine di Mr. Folk!!!

Ariadne’s Thread – From The Very Beginning

Ariadne’s Thread – From The Very Beginning

2019 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Adrianna Zborowska: voce, violino, ghironda, arpa celtica

Tracklist: 1. Numinous – 2. Rolandskvadet – 3. Je Vivroie Liement – 4. As I Lay On Yoolish Night – 5. Miri It Is

Anticipato da servizi fotografici, video musicali e un buon passaparola su Facebook, i polacchi Ariadne’s Thread arrivano all’EP di debutto pronti a dire la loro nella scena folk internazionale. La band guidata dalla cantante e polistrumentista Adrianna Zborowska (già presente su queste pagine con l’altro suo gruppo Netherfell) decide di autoprodursi From The Very Beginning, un lavoro al momento disponibile solo in formato digitale, ma di non risparmiare denaro ed energie per quel che riguarda la promozione: prima di rilasciare questo lavoro l’8 marzo, infatti, sono stati pubblicati due videoclip professionali di Rolandskvadet e As I Lay On Yoolish Night (questo addirittura quasi un anno prima), onore quindi agli Ariadne’s Thread per l’impegno e la volontà di farsi conoscere.

Il folk dell’ensemble polacco è di stampo chiaramente europeo, ma che non prende spunto da una sola tradizione o corrente, ma che anzi rimarca fortemente la volontà di esplorare territori musicali diversi seppur “parenti”, lasciandosi influenzare dall’est Europa tanto quanto dal centro e nord Europa. Cinque canzoni (e un totale che sfiora i venti minuti di durata) per stili diversi tra di loro, cinque storie affascinanti e delicate, ideali compagne di letture e tisane calde, ma anche di balli magari lenti ma intensi. I soavi vocalizzi della singer sono i protagonisti dei primi istanti di Numinous, con ghironda e arpa che entrano successivamente e che portano all’accelerazione wardruniana: una piccolo crescendo che ti entra dentro fin dal primo ascolto! Rolandskvadet è la seconda traccia del dischetto – anche questa non priva di riferimenti nord europei – maggiormente dinamica rispetto all’opener grazie all’uso delle percussioni. Je Vivroie Liement ricorda i Folkstone di Sgangogatt, con l’utilizzo però della voce femminile e della lingua francese a differenziare il sound degli Ariadne’s Thread da quello di Lore e soci. Si ritorna a sonorità più delicate con As I Lay On Yoolish Night, canto dolce introdotto da arpa e chitarra acustica. L’intera composizione si muove su sentieri leggiadri, con il gradito accompagno di violini e flauti. Chiude l’EP la “moderna” Miri It Is, quasi bretone nelle movenze, spensierata e danzante a livello musicale.

From The Very Beginning è un bell’EP di debutto, suonato bene e in grado di regalare venti minuti di grande piacere agli appassionati delle sonorità più antiche e delicate. Interessante quanto inaspettato il fatto che gli Ariadne’s Thread abbiano deciso di attingere dall’ampio bacino europeo invece che da quello locale e cioè polacco. Un’occasione persa per poter ascoltare della musica folk diversa dal solito? In attesa di sapere cosa riserverà il futuro alla formazione di Adrianna Zborowska, magari con un full-length sorprenderanno con nuovi stili, From The Very Beginning resta un bel disco che merita di essere conosciuto.

Wolfchant – Call Of The Black Winds

Wolfchant – Call Of The Black Winds

2011 – full-length – Massacre Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lokhi: voce, mouth harp – Nortwin: voce pulita – Ragnar: chitarra solista – Skaahl: chitarra ritmica – Bahznar: basso – Norgahd: batteria, fisarmonica – Gvern: tastiera

Tracklist: 1. Black Winds Rising (prelude) – 2. Stormwolves – 3. Eremit – 4. Black Fire – 5. Naturgewalt – 6. Heathen Rise – 7. Never Will Fall – 8. Die Nacht Der Wölfe – 9. The Last Farewell – 10. Der Stahl In Meinem Feinde – 11. Call Of The Black Winds

2011, anno dispari, buono quindi per far uscire sul mercato il nuovo album dei Wolfchant, band tedesca che con svizzera precisione ha rilasciato i dischi a ventiquattro mesi di distanza l’un l’altro: i precedenti Bloody Tales Of Disgraced Lands, A Pagan Storm e Determined Damnationsono infatti datati rispettivamente 2005, 2007 e 2009. Call Of The Black Winds prosegue le coordinate stilistiche delle precedenti release senza apportare significative innovazioni, cercando semplicemente di smussare alcune spigolature del songwriting che in parte rovinavano quanto di buono proposto dal settebello bavarese: si parla quindi di un mix ben riuscito di viking e pagan metal, senza essere né troppo sacrale, né troppo brutale e violento.

L’album si apre dopo il solito e inutile intro con Stormwolves, brano che racchiude nei cinque minuti abbondanti di durata le caratteristiche migliori dei Wolfchant: riffing diretto, lo scream di Lokhi che s’intreccia in maniera efficace con la voce pulita e vagamente declamatoria di Nortwin, cori intensi ma non troppo potenti (come invece capita spesso di sentire, finendo per avere un effetto finto-plasticoso che rovina la parte interessata) e la chitarra di Ragnar che ci delizia con melodie semplici, ma molto valide. La successiva Eremit suona decisamente aggressiva ed è impreziosita dal buonissimo lavoro della coppia di axemen Skaahl e Ragnar. Naturgewalt segue molto da vicino l’andatura dell’opener, essendo quasi uguale sia per struttura che per efficacia, mentre maggiormente delicata si dimostra essere Heathen Rise, lunga cavalcata metallica di buona fattura. Piacevole è la sorpresa di The Last Farewell: una power ballad in un disco di pagan/viking metal è cosa rara come la neve ad agosto. La parte tirata con doppia cassa e scream vocals a circa metà canzone non fa altro che far risaltare maggiormente il resto della composizione, incentrata per lo più su accordi privi di distorsione e riff molto ariosi; la canzone è la mosca bianca di Call Of The Black Winds e risulta essere una delle migliori composizioni dei Wolfchant per personalità e buon gusto. Vigorosa è Der Stahl In Meinem Feinde, ben strutturata e ritmata anche grazie al prezioso lavoro dietro le pelli di Norgahd. A chiudere l’album troviamo la title track, quasi nove minuti di lunghezza, melodica e potente al tempo stesso, ricca di cambi d’umore tra sfuriate extreme metal e accordi aperti che spezzano il ritmo e donano al brano un senso di completezza che raramente i Wolfchant sono riusciti a esibire.

La qualità audio è più che buona, il missaggio, opera di Markus Stock – già a lavoro con Empyrium e The Vision Bleak – è equilibrato e dona ad ogni strumento la giusta visibilità, mentre la bella copertina è stata disegnata dal talentuoso Ingo Tauer, il quale ha in precedenza collaborato con Fimbulvet e Minas Morgul.

Con questa uscita i Wolfchant hanno osato qualcosa più del solito e il risultato è apprezzabile, anche se cinquantacinque minuti di disco sono probabilmente troppi e alcuni riempitivi come Black Fire, Never Will Falle Die Nacht Der Wölf e, seppur non propriamente brutti, non aggiungendo assolutamente nulla all’album, sarebbero stati più adatti ad un eventuale utilizzo come bonus track in versioni limitate del disco. Call Of The Black Winds è un lavoro discreto, piacevole per gli appassionati di queste sonorità e, al tempo stesso, interessante per coloro i quali intendono iniziare a saperne di più sui Wolfchant e sul pagan metal teutonico.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Lex Talion

Il folk metal è un linguaggio universale, parlato in ogni continente: oggi gli argentini Lex Talion hanno la possibilità di raccontarsi e incuriosire voi lettori. Freschi autori del secondo full-length dal titolo Sons Of Chaos, ci hanno spiegato cosa hanno fatto nei sei anni successivi al debutto Funeral In The Forest, ma anche della scelta di coverizzare i Manowar e tanto altro. Come sempre, buona lettura! 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Vi ho scoperto anni fa quando uscì il debutto Funeral In The Forest nel 2012. Ci sono voluto ben sei anni per pubblicare il successore Sons Of Chaos: cosa è successo nel mezzo?

Sono accadute molte cose e queste sarebbero molto lunghe da spiegare. Principalmente, c’è stato un lungo processo di riunione di membri della band, prove e presentazione dei nostri lavori live. Sapevamo che era un lavoro necessario per crescere come band. Quindi, il fatto che il metal in Argentina sia estremamente impopolare rende tutto estremamente difficile per gli artisti. Avevamo da svolgere diversi lavori (registrare, mix, master, definire l’artwork e la presentazione, i nostri vestiti e la nostra immagine nel complesso, la produzione fotografica, il video editing ecc.). Facciamo tutto da soli. Non è come scrivere un mucchio di canzoni, andare in studio e registrarle. Abbiamo bisogno di fare il lavoro di molte persone allo stesso tempo.

Nella seconda parte del 2017 avete pubblicato l’EP Nightwing: un modo per dire “siamo vivi e presto torneremo con il nuovo disco?”

Ovviamente, questo è quello s cui servono queste release. Vogliamo mostrare alle persone su cosa abbiamo lavorato. Il resto delle canzoni era già pronto, ma l’album completo ha preso un po’ più di tempo perché volevamo dargli il trattamento che si meritava. Non c’è bisogno di accelerare le cose perché non siamo sotto a nessun “obbligo contrattuale” per rilasciare un album.

Di Nightwing mi ha sorpreso la cover dei Manowar Battle Hymn: come mai la scelta è caduta sulla band di Joey DiMaio?

È una canzone molto forte, sostanzialmente è un riferimento diretto al fatto che il metal classico ha contribuito enormemente (a creare) questo sottogenere. Indipendentemente dalle opinioni che la gente può avere sui Manowar, loro sono un’influenza indiscutibile nel mondo del metal in generale, ma molto di più nel viking metal, che non sarebbe stato concepito senza la loro influenza. In più, l’album che stavamo concependo era molto più “bellico” del precedente, quindi questa canzone era un buon collegamento a quello che stava per uscire, e senza dubbio è un momento molto divertente da suonare ai live, per noi e per il pubblico.

Rispetto a Funeral In The Forest il nuovo Sons Of Chaos è più oscuro e privo di quei richiami scottish che ogni tanto facevano capolino nel debutto. Come mai questi cambiamenti?

La musica che scriviamo è segnata dall’esperienza che abbiamo fatto fino a quel momento, il che da solo spiega perché il secondo album sia più oscuro e aggressivo del primo. In più abbiamo percepito che fosse la progressione naturale nel sound della band, e in qualche modo il risultato dell’aggiunta dei nuovi membri della band. Inoltre, non ci piace ripeterci. Crediamo che la musica sia un viaggio in cui devi esplorare nuove strade e ci sono talmente tante cose che puoi fare che sarebbe inutile continuare a fare le stesse cose.

Musicalmente domina il mid-tempo: è la forma che prediligete per esprimervi?

Come dicevamo prima, stiamo esplorando e forgiando la nostra identità come band. Le canzoni di solito vengono fuori naturalmente, non ci pensiamo molto su quante canzoni lente, con mid-tempo o veloci abbiamo nell’album, altrimenti saremmo costretti a forzare le cose in una forma che appaia in un certo modo per il mercato e non per cosa noi vogliamo fare o sentiamo. D’altra parte, i mid-tempo ci permettono l’aggiungere dei dettagli e degli elementi ambient che altrimenti non verrebbero notati.

Ho letto che i testi trattano di mitologia scandinava, paganesimo e protesta sociale: potete entrare più nello specifico e dire qualcosa della protesta sociale?

All’inizio (prima di Funeral In The Forest) c’erano molti argomenti che non furono inclusi in quel primo album: povertà, carestia, giustizia sociale. L’idea restante era The Kingdom Of The Forgotten, che è una canzone che parla di un sovrano che tiene i suoi sudditi in povertà e invece di dargli da mangiare preferisce continuare ad investire in armi e in forze militari, che è anche un problema molto contemporaneo. Inoltre, la nostra musica è fortemente collegata alla musica folk, che è stata concepita come un metodo per esprimere la realtà delle persone. Un altro esempio è Mirrors, che non parla di schizofrenia o di magia, ma della vita sistematica, di essere super adeguati, di diventare ciechi davanti alla realtà. Il personaggio diventa consapevole che la sua vita è stata una mera proiezione degli altri, che è una malattia sociale seria molto presente oggigiorno, qualcosa che ci aliena completamente dalle nostre capacità, ci rende individualisti, egoisti e che distorce completamente il collettivismo, trasformandolo nella proiezione sociale di come “ci vogliono loro”. Considerando che tutti i membri hanno ideologie e credi diversi, questi elementi sono sempre presenti nella nostra musica, ed è qualcosa su cui siamo tutti d’accordo.

Di cosa tratta In The Haar? In sede di recensione l’ho definita “mistica”, cosa ne pensate? Come è nata la canzone?

“Mistico” potrebbe essere una buona parola per definirlo. Abbiamo una prospettiva particolare sui nostri testi, il nostro obiettivo è che il significato generale della canzone dovrebbe essere completato dall’ascoltatore. Una canzone può avere diversi significati per diverse persone e questo è fantastico, è un modo per mettere il lettore o l’ascoltatore nella condizione di pensare e analizzare e – durante tutto il processo – di fare propria quella canzone. D’altra parte, la canzone fu concepita da un riff di chitarra veramente semplice che evoca l’immagine del navigare (magari alla deriva), ma in una maniera melanconica. “Haar” è un’antica espressione che significa “foschia”. Da una prospettiva letterale, rappresenta un gruppo di guerrieri che navigano attraverso i mari in modo da combattere e conquistare, ma si ritrovano circondati da una fitta nebbia e non possono vedere dove stanno facendo rotta, questa nebbia diventa il vero “nemico” che devono sconfiggere. Da un punto di vista poetico, beh, a volte ci troviamo in certe situazioni nelle quali non possiamo vedere chiaramente una via d’uscita, che cammino scegliere, che decisione prendere in modo tale da raggiungere i nostri obiettivi, ed è qui che appaiono gli elementi “mistici”, il senso dell’errare continuamente, il bisogno di squarciare il velo… o può significare qualunque cosa tu voglia 😉.

La copertina è molto intensa e ben fatta. Ha un legame con i testi e perché ci sono delle rune?

Fortunatamente abbiamo trovato un artista in grado di tradurre l’idea che avevamo originariamente (in copertina, nda). Crediamo che sia un concetto semplice, ma pieno di significato. Il personaggio a quattro teste rappresenta l’unione di noi quattro. Le rune sono l’aspetto più interessante, se le leggi in ordine alfabetico formano la parola “CAOS”, ma ognuna di esse ha un significato unico che crea un circolo da qualcosa di veramente positivo a qualcosa di veramente negativo, che è collegato all’antico concetto nordico della vita che è in un cerchio e che tutte le cose devono morire per dare nuova vita.

La produzione è davvero buona e il fatto che tutte le fasi in studio siano state fatte “in casa” la rende ancora più sorprendente, complimenti!

Il processo di scrittura, registrazione, mixaggio e produzione è estremamente tedioso, prende innumerevoli ore di lavoro, notti insonni, cercando di trovare il suono migliore. Ma avevamo uno scopo in mente e – vista la nostra situazione attuale – pensiamo di averlo raggiunto. Le cose diventano difficili quando non hai un grande budget, ma questa è una delle ragioni per cui c’è un così lungo intervallo tra gli album. Sapevamo di voler mostrare un miglioramento e ci siamo presi il tempo necessario per decidere se eravamo a quel punto.

Il disco è uscito come autoprodotto e unicamente in formato digitale. Non ci sono state etichette interessate o che vi hanno proposto un buon contratto? Non pensate che non pubblicando il disco in formato fisico possiate “tenere lontani” i collezionisti e le persone che continuano ad amare il formato cd?

Considerando l’ammontare di cose che abbiamo fatto, non siamo ancora in contatto con nessuna label, ma vogliamo definitivamente che ci sia una copia fisica dell’album. Proprio ora stiamo analizzando a quale label consegnare il frutto dei nostri sforzi. E ci aspettiamo che questo progetto prenda vita in un futuro non molto distante.

Com’è la scena folk metal argentina? Siete in contatto e suonate insieme agli altri gruppi?

È una scena che ha degli ottimi esponenti. Non ci sono molte band così in relazione con questo sotto genere, quindi di solito finiamo per condividere il palco e andiamo d’accordo gli uni con gli altri in maniera eccellente, ci sono molte buone vibrazioni e crediamo che sia essenziale affinché questo genere cresca in maniera più solida.

State già lavorando alle nuove canzoni o bisognerà aspettare altri sei anni per il prossimo disco? ( 🙂 )

Stiamo già lavorando su del nuovo materiale e pensiamo che avendo raccolto tanta esperienza abbrevierà il processo di registrazione e mixaggio. Quindi no… Non ci vorranno altri sei anni ahahah.

Vi ringrazio per l’intervista, chiudete come preferite!

Prima di tutto, vogliamo ringraziarti per l’intervista. Siamo molto felici di aver avuto questo spazio. È molto gratificante che ci siano persone lì fuori che valutano e tengono in conto lo sforzo titanico che abbiamo fatto per raggiungere i nostri obiettivi. Siamo tutti musicisti che tentano di esprimere loro stessi e avere l’opportunità di essere ascoltati e letti è assolutamente fantastica. Grazie per il tuo interesse in noi. E speriamo che alle persone piaccia almeno quanto a noi. Salute! 

Lex Talion live 2018

ENGLISH VERSION:

I’ve discovered you when the debut Funeral In The Forest came out in 2012. It took six years to publish the successive Sons Of Chaos: what happened in the middle?

So many things have happened that it would take too long to go through all of them. Mostly, there was a long process of gathering band members, rehearsing and presenting our work live. We knew that it was a necessary step into growing as a band. Then, the fact that Metal music in Argentina is extremely unpopular makes it very difficult for artists. We have to fulfill many tasks (recording, mixing, mastering, producing, defining the artwork and visual presentation, our clothing and overall image, photographic production, video editing, etc). We do everything by ourselves. it’s not just like writing a bunch of songs, going to the studio and recording them. We need to do the work of many different people at the same time.

In the second half of 2017 you’ve published the EP Nightwing: it’s a way to say “we are alive and we’ll back soon with a new album?”

Of course, that’s what these kinds of releases are for. We wanted to show people what we had been working on. The rest of the songs were already pretty much completed but the full album took a while longer because we wanted to give it the treatment it deserved. There is no point in rushing things since we are not under any “contractual obligations” to release an album.

In Nightwing the cover of Manowar’s Battle Hymn surprised me: why you choose Joey Di Maio’s band?

It’s a very strong song, basically it’s a direct reference to the fact that classic Metal has contributed enormously to this subgenre. Beyond any opinions people may have on Manowar, they are an indisputable musical influence within the world of Metal in general, but even more so within Viking Metal, which cannot be conceived without their influence. In addition, the album we were conceiving was way more “warlike” than the previous one, so this song was a good link to what was coming, and without a doubt it was a very enjoyable moment to play it live, for us and the audience.

Compared to Funeral In The Forest the new Sons Of Chaos is more obscure and there is a lacking of scottish reference that sometimes was in the debut album. Why all this changes?

The music we write is marked with the experiences we go through in that given moment, that alone explains why the second album is more aggressive and obscure than the first. Furthermore, We felt it was the natural progression to the band’s sound, and somehow the result of the incorporation of the new band members. Besides, we did not want to repeat ourselves. We believe that music is a journey in which you need to explore new ways and there is so much you can do that it would make no sense to keep doing the same things over and over again.

Musically the mid-tempo prevails: is that the form that you prefer to express yourself?

As we mentioned before, we are exploring and forging our identity as a band. Songs usually come out naturally, we don’t give much thought on how many slow, mid-tempo or fast songs we’ll have in the album, otherwise we would be led to force things into a shape to appeal a certain market and not to what we really want to do or feel as doing. On the other hand, mid-tempo allows the addition of details and ambient elements that otherwise would go unnoticed.

I’ve read that your lyrics talks about scandinavian mythology, paganism and social protest: can you be more specific and say something about the social protest?

At first (before Funeral In The Forest), there were many topics which did not become included on that first album: poverty, famine, social justice. The remaining idea was The Kingdom Of The Forgotten, which is a song that speaks about a sovereign who keeps his people poor and instead of feeding them he prefers to continue investing in weapons and military forces, which is a very contemporary issue beyond the scenario in which it is set out. Besides, our music is strongly related to that of folk music, which was conceived as a way to express the reality of the people. Another example is Mirrors, which does not talk about schizophrenia or magic but about systematic life, following the rules of society, to be over-adapted, to become blind to reality. The character becomes aware that his life has been a mere projection of others, which is a serious social illness very present nowadays, something that alienates us completely from our capabilities, makes us individualistic, selfish and which completely distorts collectivism, transforming it into a social projection of what “they want us to be”. Considering the fact that all the band members have different ideologies or beliefs, these elements are always present in our music, and it’s something we all agree on.

What is Into The Haar about? In the review I’ve defined “mystical”, what do you think about it? How was the song born?

“Mystical” might be a good way to define it. We have a particular perspective about our lyrics, our aim is that the overall meaning of a song should be completed by the perceiver. One song can have different meanings to different people and that is great, it’s a way to put the reader or the listener into thinking and analyzing and -in the process- making that song part of themselves. On the other hand, the song was conceived from a very simple guitar riff that evoked the image of being sailing (perhaps adrift) but in a very melancholic way. “Haar” is a very old expression that means “mist”. From a literal perspective, it depicts a group of warriors sailing towards land in order to fight and conquer but they find themselves surrounded by a thick mist and they cannot see where they are heading, this fog being the main “enemy” they must defeat. From a poetical point of view, well, we sometimes find ourselves in certain situations in which we cannot see clearly a way out, what path to take, what decisions to make in order to accomplish our goals, there’s where the “mystical” element appears, the sense of wander, the need to rip the veil off… or it can mean whatever you want it to mean 😉

The cover art is very interesting and well done. Did it have a connection with the lyrics and why there are some runes?

Thankfully we found an artist who could translate the idea we had originally. We believe it’s a simple but meaningful concept. The four-headed character represents the union of the four of us. The runes are the most interesting aspect, if you read them alphabetically they form the word “CHAOS”, but each of them have a unique meaning that creates a circle from something really positive to something really negative, which is related to the old norse concept of life being a cycle and that all things must die to give way to new life.

The production is very good and the fact that all the studio phase were all homemade made it more surprising, congratulations! Tell us something about how did you work in studio.

The process of writing, recording, mixing and producing is extremely tedious, it took countless hours of work, sleepless nights, trying to find the best sound. But we had a goal in mind and -given our present situation- we think we have accomplished it. Things become very difficult when you don’t have a large budget but that’s one of the reasons why there was such a long gap between both albums. We knew we wanted to show an improvement and we took the necessary time to decide if we were at that point.

The album came out as self-published and only in digital format. Wasn’t there any interested labels or that offered a good contract to you? Don’t you think that not publishing an album in the physical copy can “keep away” the collectors and the people who still loves the physical copy?

Considering the amount of things we have done, we haven’t yet got in touch with any labels, but we definitely want there to be a physical edition of the album. Right now we are analyzing which label we would deposit the fruit of our effort to. And we expect this project comes to life in a not-too-distant future.

How is the folk metal scene in Argentina? Are you in contact and play with the other bands?

It is a scene that has excellent exponents. There aren’t many bands so far related to this subgenre, so we usually end up sharing the stage and we get along excellently with one another, there’s a lot of good vibes and we believe that is essential for this movement to keep growing healthily.

Are you already working on new songs or we have to wait for six years again? (it’s a joke 🙂 )

We are already working on new material and we think that having gathered so much experience will shorten the recording and mixing process So, no… it won’t take six years again hahaha.

I want to thank you for this interview, close it as you want!

First of all, we want to thank you very much for the interview. We are very happy to be given this space. It is very rewarding that there are people out there who value and take into account the titanic effort we have made so far to achieve our goals. We are all music workers who try to express themselves and being given the opportunity to be heard and read is absolutely fantastic. Thank you for your interest in us. And we hope people enjoy this as much as we do. Cheers!