Scuorn e Dyrnwyn live a Roma: il fotoracconto

Questo doveva essere il live report del release party di Far, nuovo e bellissimo disco degli Stormlord uscito pochi giorni fa per Scarlet Records. Motivi di salute, purtroppo, non mi hanno permesso di assistere allo show della band romana al Traffic Club, ma sono comunque riuscito a godermi lo spettacolo di Scuorn e Dyrnwyn (e di fare delle interessanti interviste nel tardo pomeriggio, prossimamente online su queste pagine), ovvero le band di apertura della ghiotta serata del 24 maggio – giorno di pubblicazione di Far – all’insegna dell’ottimo extreme metal tricolore.

La serata inizia alle 21.30 circa, quando sul palco salgono i Dyrnwyn, gruppo pagan folk metal che ad ogni pubblicazione ha fatto un passo in avanti per composizione e personalità. Il nuovo disco Sic Transit Gloria Mundi (SoungAge Productions, con Riccardo Studer, tastierista degli Stormlord, a curarne la produzione) è saccheggiato più volte e le canzoni permettono al nuovo frontman Thierry Vaccher di mostrare tutte le proprie doti vocali, un ottimo cantante che si è subito amalgamato con la musica bellicosa proposta dalla band. Lo show dei sei legionari è stato preciso e potente, con suoni all’altezza e assolutamente piacevole da vedere.

Scaletta Dyrnwyn: 1. Sic Transit Gloria Mundi – 2. Cerus – 3. Parati Ad Impetum – 4. Il Sangue Dei Vinti – 5. Feralia – 6. Assedio Di Veio

I partenopei Scuorn sono apparsi dal nulla nel 2017, pubblicando un debutto stellare dal titolo Parthenope e suscitando forte curiosità per via delle liriche e dell’etichetta “black metal napoletano”. Il progetto del mastermind Giulian ha rappresentato un terremoto per il metal estremo italiano e non solo, mietendo top album e riconoscimenti praticamente ovunque. Con una formazione per i concerti composta da musicisti talentuosi della zona campana, Scuorn live è una macchina da guerra con la preziosa aggiunta dell’allestimento del palco dal forte impatto. Ma è chiaramente la musica a parlare e la potente Fra Ciel’ E Terr’ da il via a uno show a dir poco intenso, con Giulian che gesticola e si dimena sul palco coinvolgendo il pubblico presente, stupendo soprattutto quelle persone che non conoscevano il gruppo e non sapevano cosa aspettarsi dal “black metal napoletano”: se triccheballacche cercavano, triccheballacche hanno trovato, insieme a tanto ottimo black metal fortemente personale. Da (ri)vedere assolutamente la prossima volta che si esibiranno in zona.

Scaletta Scuorn: 1. Cenner’ E Fummo – 2. Fra Ciel’ E Terr’ – 3. Sepeithos – 4. Tarantella Nera – 5. Virgilio Mago – 6. Averno – 7. Sibilla Cumana – 8. Sanghe Amaro – 9. Megaride

Purtroppo la salute non mi ha permesso di assistere al concerto degli headliner Stormlord, con il pubblico ormai caldo e in attesa del ritorno della storica epic black metal band romana. Ma non disperate, a breve sarà pubblicata la chiacchierata avuta con i membri del gruppo. 🙂

Kampfar – Ofidians Manifest

Kampfar – Ofidians Manifest

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dolk: voce – Ole Hartvigsen: chitarra – Jon Bakker: basso – Ask Ty: batteria

Tracklist: 1. Syndefall – 2. Ophidian – 3. Dominans – 4. Natt – 5. Eremitt – 6. Skamløs! – 7. Det Sorte

Una storia che va avanti da ben venticinque anni. Venticinque anni che in questo periodo “moderno” e tecnologico sembrano essere almeno il doppio. Quando i Kampfar si formarono nel lontano 1994, difficilmente avrebbero anche solo sperato di essere un quarto di secolo più tardi ancora in giro per il mondo a portare la propria musica sui palcoscenici più importanti dei festival e nei locali che hanno fatto la storia dell’heavy metal. Ma i Kampfar, in realtà, non solo continuano a pubblicare dischi di grande bellezza, ma sembrano aver intrapreso una via ben precisa che unisce la staticità stilistica di chi ha trovato la propria dimensione e la necessità di apportare ad ogni lavoro delle piccole novità per poter continuare a suonare grande musica. Il nuovo Ofidians Manifest, ottavo sigillo della splendida carriera di Dolk e soci, arriva a tre anni e mezzo dell’ispirato Profan e, come detto poche righe fa, non si discosta poi molto dal predecessore, pur presentando qualcosa di fresco e inedito (o quasi) all’interno delle canzoni. Probabilmente la carriera dei Kampfar si può dividere in due parti, ovvero prima e dopo Mare, lavoro del 2011 che ha fatto da spartiacque tra il vecchio pagan black e quello “nuovo”. Molto si deve alla produzione più pulita e “orecchiabile”, ma è anche vero che qualcosa è cambiato nella fase compositiva dei brani (per forza, verrebbe da dire: è cambiato il chitarrista con l’ingresso di Ole Hartvigsen al posto di Thomas Andreassen), con una maggiore attenzione verso il “classico” ritornello e la ricerca della melodia che prima non era così intensa.

Sette canzoni per quaranta minuti di musica: breve e diretto, senza riempitivi o cali di qualità, Ofidians Manifest è un signor album che prosegue il discorso stilistico dei precedenti lavori senza per questo risultare “già sentito” o scontato. L’opener Syndefall macina riff senza tregua, con l’interpretazione stellare di Dolk che rappresenta la classica marcia in più. Il biondo cantante ha smesso di stupire ormai da tempo in quanto le sue vocals sono sempre state eccellenti, piuttosto quel che sorprende è la ancora più intensa capacità di essere un tutt’uno con la musica, una creatura notturna spaventosa e arcana che vaga nella foresta più fitta. Ophidian è una delle canzoni più belle del lotto, tra strofe sporche di terra e fango e l’inaspettato ritornello con voce pulita che spezza la furia dei Kampfar: pura classe cristallina. La voce di Agnete Kjølsrud, già in studio con Dimmu Borgir e Solefald, introduce la terza traccia Dominans, per struttura diversa dal classico stile della band norvegese, ricca com’è di parti ariose – pur sporcate da suoni quasi noise –, momenti di solo basso e riprese elettriche che non portano alle tipiche e attese sfuriate black metal. Velocità che torna parzialmente con Natt, canzone che non disdegna rallentamenti e mostra l’ottima chimica tra il basso di Jon Bakker e la batteria di Ask Ty. La bella Eremitt gioca sull’atmosfera, un mid-tempo accattivante con brevi istanti di pianoforte (che proseguono anche in sottofondo nella successiva accelerazione) e una potenza incredibile quando la band decide di suonare pesante e aggressivo. L’inizio old school di Skamlømette subito in chiaro come suonerà la canzone: i “vecchi” Kampfar, quelli più diretti e grezzi, ma sempre incredibilmente efficaci, si riaffacciano nel 2019 per portare a scuola la maggior parte dei gruppi che si sono recentemente incamminati su questo percorso musicale. Ragazzi, i professori son qui per spiegarvi come si suona pagan black metal! Gli otto minuti e mezzo di Det Sorte, ultima e più lunga traccia del disco, sono introdotti da un bell’arpeggio di chitarra acustica, un cappello quasi elegante in forte contrasto con il tipico brano dei Kampfar, un massiccio crescendo che porta allo stacco di pianoforte (strumento che se utilizzato in particolari casi come questo diventa preziosissimo) a metà canzone prima di avviarsi verso un finale ispirato e concreto.

Influenzato dalle foreste e le montagne che circondano la base dei Kampfar, Hemsedal, così come dai colori che la natura cambia a seconda delle stagioni, Ofidians Manifest è l’ennesimo centro di un gruppo che non ha mai sbagliato un colpo, una sicurezza in studio quanto in concerto, capace come pochi di riproporre la furia del disco sul palco. Otto dischi in venticinque anni e mai una volta a quota cinquanta minuti: i Kampfar hanno sempre preferito la sostanza e la qualità alla quantità.

Intervista: Dyrnwyn

Gli ultimi mesi del 2018 hanno visto la pubblicazione di un disco particolarmente interessante sotto il doppio aspetto musicale e lirico: Sic Transit Gloria Mundi non è soltanto un bell’album di pagan folk metal, ma è anche un lavoro diverso da tutti gli altri della scena per via dei testi riguardanti la storia dell’antica Roma. I capitolini Dyrnwyn tornano quindi a raccontarsi sulle pagine di Mister Folk (qui trovate le precedenti chiacchierate: 2015 e 2017) e presto saranno di nuovo sui palcoscenici d’Italia – e non solo – per conquistare nuovi fan. Buona lettura!  

Foto di Giulia McCartney

Vi ho lasciati che avevate pubblicato l’EP Ad Memoriam e vi ritrovo ora con un bel full-length di debutto: cosa è successo nel mezzo e cosa avete fatto per arrivare alla pubblicazione di Sic Transit Gloria Mundi?

Uno dei nostri obbiettivi, come penso di tutti i musicisti, è sempre stato quello di produrre qualcosa che seppur diverso comunque fosse migliore del lavoro precedente. Questo nel nostro caso ha voluto dire riflettere sugli aspetti negativi e positivi dei cd passati, così come sulle nostre dinamiche interne, in modo da poter trovare una nostra voce personale. Abbiamo affinato il nostro metodo di composizione e abbiamo lavorato a lungo su ogni pezzo senza mai accontentarci fino al completamento di Sic Transit Gloria Mundi.

Il disco è stato pubblicato con Soundage Productions: come siete giunti alla label russa? Che tipo di contratto avete e come vi state trovando?

Abbiamo selezionato le label in tema con il nostro genere che ci interessavano e le abbiamo contattate, una volte viste le varie offerte e proposte abbiamo optato per la Soundage. Il nostro contratto, se così si può chiamare, riguarda soltanto la stampa dei cd, per vendite fisiche quello che vendiamo noi rimane a noi e quello che vende la Soundage rimane a lei e per le digitali abbiamo fatto autonomamente. Non è il miglior contratto del mondo in quanto a servizi, questo è vero, ma avere qualcuno là fuori che non ti chiede un occhio della testa per stamparti due cd e farti un minimo di pubblicità è molto raro oggi giorno.

Musicalmente c’è stata una certa evoluzione e ora le canzoni sono più scorrevoli e “orecchiabili” pur non rinunciando alla virilità che vi contraddistingue fin dagli esordi. Avete lavorato molto in questo senso e su cosa vi siete concentrati per realizzare un prodotto così buono?

Come accennavo sopra nella risposta alla prima domanda, tanto lavoro è stato fatto in questo senso e siamo molto contenti che si noti. A differenza dei lavori precedenti abbiamo pensato prima a ciò che le canzoni dovevano dire e poi al modo in cui dirlo meglio. Lavorando a volte per immagini a volte per concetti abbiamo tirato fuori la musica dall’idea e non il contrario, senza accontentarsi mai al punto che alcune cose sono state cambiate anche poco prima di andare a registrare. Inoltre alcune dinamiche interne sulla direzione musicale del gruppo sono state risolte e avere due pari forze che spingono nella stessa direzione invece che in direzioni opposte ha portato non solo un sound più solido ma anche una maggiore solidità di tutta la band.

Dovendo presentare tre canzoni di Sic Transit Gloria Mundi, quale scegliereste e perché?

Sicuramente la title-track Sic Transit Gloria Mundi è la nostra preferita perché rappresenta appieno il sound che vogliamo, le atmosfere, quel sentimento di malinconica nostalgia mischiata a rabbia e epicità. Per le altre davvero una vale l’altra tra le rimanenti non ce n’è nessuna che amiamo di meno in cui abbiamo messo meno di noi. Tutte hanno le loro particolarità, la loro storia: quelle più battagliere, quelle ispirate da una particolare divinità o festività etc. Onestamente noi le amiamo tutte allo stesso modo.

Nel disco fa il suo esordio il cantante Thierry: credo che abbia fatto un ottimo lavoro e con il suo timbro vocale abbia reso la musica dei Dyrnwyn ancora più personale e accattivante. Cosa mi potete dire su di lui?

Sempre nello spirito del non accontentarsi dopo che Daniele Biagiotti è uscito dalla band, abbiamo deciso che il prossimo cantante doveva essere adatto al nostro sound a costo di rimanere fermi per molto tempo. Fortunatamente, però, dopo non molto abbiamo trovato Thierry che, nonostante avessimo in mente e fossimo abituati ad una voce un po’ diversa, ci ha convinto. La sua capacità di interpretazione del testo e di recitazione, il fatto di essersi subito amalgamato bene con tutti noi e la buona dizione nel cantato growl e scream lo rendono particolarmente adatto al nostro genere.

Avete lavorato in studio con Alessio Cattaneo e Riccardo Studer. Come vi siete trovati con loro e vi va di condividere qualche storia avvenuta in studio di registrazione?

Ci siamo trovati benissimo e non esagero. Sono due persone sicuramente particolari ed eclettiche e proprio in virtù di questo hanno una visione non comune della musica e delle possibili soluzioni da adottare quando si presenta una scelta o un problema: più volte ci hanno dato degli ottimi consigli per rendere il nostro lavoro al meglio. Il tutto unito al fatto che sanno quello che stanno facendo li rendono dei produttori, fonici e arrangiatori di cui ci si può fidare e a cui ci si può affidare. Bisogna tenerli d’occhio però perché potrebbero contagiarti con le loro idee “eclettiche”, ad un certo punto eravamo più vicini a Hans Zimmer che al pagan folk ahahah!

Dopo tre lavori si può dire che l’ombra dei Draugr sia rimasta più nella filosofia alla base della band che non nella musica, avendo voi preso una strada personale. Cosa rimane, nel 2019, della band di De Ferro Italico?

I Draugr rimangono e rimarranno sempre per noi uno degli esempi di come deve essere fatto questo genere e come in passato così in futuro nel momento in cui dovremo cercare ispirazione o avremo un dubbio su un pezzo puoi stare certo che andremo a cercare lì la soluzione. Anche se abbiamo sviluppato un nostro sound, sicuramente uno degli ingredienti principali della ricetta è una dose molto cospicua di De Ferro Italico.

Come mai la storia dell’antica Roma è tanto poco “utilizzata” nel mondo heavy metal? Ci sono culture, mitologie e avvenimenti storici a dir poco inflazionati, eppure vanno per la maggiore. La storia di Roma è affascinante e ricca di eventi che meritano di essere narrati, ma sembra quasi che i gruppi abbiano paura di farlo. Qual è il vostro punto di vista su questa vicenda?

La storia di Roma è stata macchiata da avvenimenti storici che l’hanno rivendicata senza diritto e di conseguenza viene vista sotto una luce particolare, sicuramente diversa da tante altre. Noi non abbiamo paura a parlarne, anzi sarebbe sciocco da parte nostra fare FOLK metal e non parlare delle proprie radici, specialmente quando sono così gloriose e abbondanti. Noi amiamo la nostra storia, è una grande storia ed è giusto che se ne parli. Non ci vediamo altri significati e anzi invitiamo tutti a trattarla per quello che è. Inoltre c’è anche da dire che forse la maggior parte delle persone, proprio perché la storia di Roma è così universale, pensano di conoscerla quando in realtà hanno solo una conoscenza superficiale data dai media di una Roma cristiana o tardo imperiale in cui ci vedono poco di folk e pagano, ma quella è solo una parte della storia di Roma, la stessa che anche noi non preferiamo.

Parlando ancora di tematiche, di cosa parlerete nel prossimo lavoro? State lavorando a un nuovo disco?

Ancora non siamo in fase compositiva, ma già stiamo raccogliendo il materiale storico necessario, per così dire. Non ci discosteremo troppo, cronologicamente parlando, dalle storie raccontante in Sic Transit Gloria Mundi, questo è sicuro, quindi aspettatevi altre battaglie e avventure dell’antica Roma.

Dopo la pubblicazione del disco in pratica non avete mai suonato dal vivo: qual è stato il problema e tornerete presto sul palco?

Il piano originale era quello di organizzare un concerto al mese in giro per l’Italia, con l’aiuto della Nova Era Booking e aggiungere a quelle alcune serate auto organizzate, ma purtroppo il fato ci è stato avverso. Il cantate sopracitato, Thierry, ha avuto un grave infortunio che l’ha tenuto in ospedale per alcune settimane e in forzato riposo a casa fino al lascia passare dei medici. Quindi fino a guarigione avvenuta siamo in stallo forzato. Posso dire però che fortunatamente per noi e per lui si cominci a vedere la luce alla fine del tunnel e torneremo presto sul palco. (I Dyrnwyn saranno sul palco romano del Traffic Club il 24 maggio di spalla a Stormlord e Scuorn, ndMF)

Siete in giro da qualche anno, vi chiedo quindi come vedete la scena folk pagan italiana e se riscontrate in essa delle criticità. Di cosa ci sarebbe bisogno per un vero salto di qualità e notorietà?

Questa domanda richiederebbe più di una bevuta faccia a faccia per poter rispondere adeguatamente ma proviamo a fare un riassunto. 1) Non c’è una vera e propria community amante del genere e senza pubblico è difficile poter creare delle fondamenta solide per un scena folk pagan italiana. 2) Non c’è uno scambio e un dialogo organizzativo tra le band che suonano questo genere benché siano poche. 3) Questo porta a non avere tante serate a tema ben organizzate verso cui concentrare gli sforzi per poter far scoprire questo genere ai più. 4) E insieme al non avere tante serate non ci sono neanche tanti locali dove potersi esibire specialmente dalle nostre parti e i pochi festival che sembravano prendere piede sono stati cancellati. 5) Molti musicisti che conosco compresi alcuni che fanno parte di questa “scena” non vogliono più avere niente a che fare con l’Italia e preferiscono puntare tutto sull’organizzare serate all’estero in due tranche di tour, per esempio. Il che alimenta tutto il discorso fatto sopra. Come fare per cambiare la situazione? Questa è una domanda ancora più difficile. Magari con una rete di contatti tra le band, piccole e grandi, un calendario ben organizzato per concentrare gli sforzi e dei festival auto organizzati a tema, oltre all’uso del vile denaro per pubblicizzare e mettere in primo piano il genere, qualcosa si potrebbe muovere. Ma il grado di impegno che richiede è tutto tranne che indifferente. Bisognerebbe dedicarci molto tempo e riuscire a trovare degli alleati attivi e favorevoli nelle altre band che dovrebbero contribuire in egual modo. Diventerebbe quasi un secondo lavoro pro bono.

Per chiudere, perché i lettori dovrebbero acquistare il vostro disco?

Non importa che lo comprino, o lo ascoltino su Youtube, o lo scarichino illegalmente dal sito x o y, quello che ci importa è che lo sentano, che ci dicano la loro, sperando che gli piaccia quanto piace a noi e che vengano sotto al palco a scapocciare con noi per poi bere tutti insieme e festeggiare. Quindi riformuliamo la domanda. Perché dovrebbero ascoltarlo? Perché è un cd fatto da persone che credono in quello in cui cantano, che hanno messo tutti loro stessi in musica e il risultato è un cd folk pagan metal con due c*****i così. Lasciatevi trasportare nel passato glorioso della Roma repubblicana e riscoprite alcune delle gesta più epiche che la storia ha mai visto attraverso la nostra musica, faremo questo meraviglioso viaggio insieme.

Foto di Giulia McCartney

Intervista: Selvans

Selvans, ovvero uno dei progetti più interessanti dell’odierno panorama del metal estremo. Autori di lavori sempre assolutamente ispirati, gli artisti abruzzesi sono tornati sul mercato sul finire del 2018 con un disco, Faunalia, di ammaliante bellezza e intensa passione. Il mai scontato Haruspex ha risposto alle mie domande e a quelle dell’amico Marco Migliorelli, penna sopraffina del mondo heavy metal, con sincera trasparenza. Buona lettura! 

Faunalia mira a cambiare il sound dei Selvans dall’interno. Quando e come hai maturato il bisogno di allargare gli orizzonti espressivi rispetto a Lupercalia?

Subito dopo l’uscita di Lupercalia, ma potrei dire anche prima… Vedi, Selvans è una creatura in continua evoluzione ma è tutto ‘già scritto’, non cambia a seconda di mode o fattori esterni. Con Faunalia abbiamo compiuto un passo avanti in una direzione ben precisa ma non ci fermeremo di certo qui, sin dall’inizio ho deciso nomi e dettagli dei primi tre album e il prossimo album sarà l’ultimo tassello dell’evoluzione di cui sopra, poi si vedrà.

In questo cambiamento senti che in futuro sarà la musica a guidarti o anche i testi, le tematiche, le letture guideranno con profitto d’arte il vostro sound?

Sarò sicuramente influenzato da tutti gli aspetti da te citati, come del resto è successo fino ad ora.

“A dark italian opus”. Non è un mistero la grande cura che dedichi ad ogni aspetto dell’artwork, interpretazione visiva non solo dei testi ma anche possibile chiave di lettura scenica in sede live, è giusto parlare di una “nuova incarnazione” e in che direzione senti di evolvere con questo secondo studio album?

Con Faunalia il nostro percorso si connota maggiormente di sonorità e argomenti prettamente italiani. Concordo sul concetto di ‘nuova incarnazione’: è un album – giustamente – diverso dal primo, ma la proposta è stata ‘rinnovata’ e non ‘cambiata’; ogni brano di questo nuovo lavoro conserva un legame con il precedente e ne avrà uno con il terzo album. Il passaggio da Lupercaliaa Faunaliaè un lento viaggio attraverso le epoche, tra suoni e folklore del nostro Paese.

Un vecchio pianoforte, le candele che illuminano la stanza, la legna che arde nel camino. Quanto c’è di tutto ciò nelle canzoni dei Selvans e quanta importanza riveste il luogo dove componi sulle tue idee che successivamente diventano canzoni?

È molto importante e credo si possa percepire ascoltando. Hai dipinto uno scenario non troppo dissimile da quello in cui ho composto la maggior parte dei brani di Selvans in questi anni. In particolar modo, penso che l’oscurità aiuti a creare un legame con la propria arte e spesso anche durante le prove che precedono dei concerti ricerco un’atmosfera del genere con i ragazzi della band.

Il latino non è una novità per i Selvans, eppure rispetto al passato, mai è stato così protagonista come in Anna Perenna. Che puoi dirci in merito all’adattamento del testo alla voce? Per te si è trattato di passare dallo screaming tradizionale a un cantato-recitato teatrale: raccontaci questa esperienza.

Quel tipo di cantato non resterà un esperimento isolato in Selvans. I diversi stili di cantato che puoi ascoltare su quest’album hanno un significato preciso: quando urlo – ad esempio – non lo faccio ‘tanto per’, c’è un motivo dietro e sinceramente uno screaming dall’inizio alla fine avrebbe ucciso un brano del genere ‘svuotando’ il testo del suo significato e facendolo scadere in qualcosa di scontato. La priorità per un brano così profondo era invece di raggiungere emotivamente l’ascoltatore e – perché no? – spingerlo a tradurne il testo dal latino.

Attraverso un comun denominatore, la montagna, Magna Mater Major Mons e Requiem Aprutii intrecciano la leggenda alla drammatica realtà del terremoto. Due le novità che vorremmo approfondire con te: sul piano musicale, il richiamo alla musica del maestro Ennio Morricone. Sul piano tematico, Requiem Aprutii, brano che per la prima volta avvicina i Selvansalla realtà “dei nostri tempi”.

Sono cresciuto con le musiche di Morricone e da anni mi chiedevo come mai nessun mio connazionale, che avesse usato temi sinfonici in un contesto metal, si fosse mai ispirato allo stile del Maestro o comunque a qualcosa di ‘nostrano’ nel farlo. 
Sinceramente annoiato dalla diffusa pomposità pseudo-hollywoodiana in quel che mi capita di ascoltare in giro, ho pensato di fare qualcosa di diverso e che sentissi più vicino alla mia cultura.
 Riguardo a Requiem Aprutii penso che al giorno d’oggi si tenda a dare per scontato tutto ciò che riguarda l’identità di una band, del tipo: ‘appaiono in un certo modo quindi suoneranno sicuramente un dato genere e parleranno di determinate tematiche’. E chi lo dice? Probabilmente la pigrizia e l’ignoranza di chi ascolta o peggio di chi suona… Penso che – purché mantenga un marchio riconoscibile come Selvans – un nostro brano possa trattare potenzialmente di ogni cosa.

In Faunalia, Selvans ha per la prima volta dei veri e propri ospiti, da Agghiastru a Mercy degli Ianva, ad arricchire un già fitto sottobosco di parti liriche e strumentali legate al folclore: raccontaci queste collaborazioni.

Non è la prima volta! Anche sul primo album abbiamo avuto degli ospiti per alcune parti e non furono presentati in modo diverso da quelli di Faunalia. 
Certo, ammetto che il peso storico di Agghiastru e Mercy venga percepito diversamente da chi legge i loro nomi tra gli ospiti di quest’album, ma una cosa che ho tenuto a precisare sin dall’inizio ad ognuno è che la loro partecipazione non sarebbe stata preceduta da alcun comunicato altisonante, come pare essere usanza oggigiorno. 
Non sono d’accordo con questo modo di fare, mi sembra un’implicita ammissione di mediocrità, sembra dia il messaggio che l’unico motivo di interesse per l’album sia la presenza di quattro frasi cantate da un ospite… Èuna questione di rispetto per gli artisti coinvolti, ma soprattutto per ciò che stai creando. Conosco e stimo gli artisti che ho voluto su Faunalia: li ho contattati, hanno apprezzato quel che avevo scritto per loro e hanno accettato.
In generale, ho le idee molto chiare su chi debba collaborare con Selvans e so che se scorgessi anche il minimo ‘secondo fine’ perderei immediatamente interesse.

Sulla produzione di Faunalia ci sono stati pareri contrastanti: chi la ritiene troppo grezza e sporca, che addirittura “rovina” le canzoni, e chi la reputa perfetta perché quel suono è il ponte tra il black metal e l’espressione artistica che da sempre caratterizza Selvans. Dalla registrazione e dalla pubblicazione del disco è ormai passato diverso tempo, come “senti” ora Faunalia?

Sento che abbia il suono che deve avere.

Per la prima volta in un disco di Selvans la batteria è reale: quali sono le motivazioni che hanno spinto in questo senso? Il discorso produzione, ricollegandosi anche alla domanda precedente, ha subìto delle variazioni rispetto al modo di lavorare solito?

Prima di Faunalia abbiamo sempre utilizzato una batteria elettronica, sia per una questione di budget, sia – ahimé – di logistica; inoltre, per ricoprire in pianta stabile il ruolo che fu di Jonny su Clangores Plenilunio, avevo bisogno di qualcuno che fosse addentro al progetto e conoscesse bene le mie intenzioni rispetto alle parti di batteria. Dopo anni di concerti, alcol e chilometri condivisi con Hyakrisht, penso che attualmente sia l’unico in grado di ricoprire questo compito, per questo suonerà sicuramente anche sul prossimo album.

La decisione di utilizzare la batteria ha influenzato il songwriting oppure le canzoni sono nate in maniera spontanea e successivamente sono state ideate e realizzate le tracce di batteria?

No, in fase di songwriting non è cambiato nulla.

Clangores Plenilunio preparò il terreno a Lupercalia, istituendo un forte legame di continuità fra le due uscite. Lo split con Downfall Of Nur dal canto suo non rivelò nulla di quello che sarebbe stato Faunalia. Split, EP, quanto possono contribuire al processo creativo di una band nell’interregno fra un album e l’altro? Li consideri le “prove generali” prima del grande passo del full-length?

È molto semplice! Basta fare riferimento a quanto vicine tra loro sono le release di cui si parla: Clangores Plenilunio uscì un anno prima di Lupercalia,  lo split con Downfall Of Nur un anno dopo quindi siamo all’interno di quello che chiamerei il ‘primo capitolo’ della storia di Selvans, conclusosi con il live album Hirpi. Il ‘secondo capitolo’ è iniziato con Faunalia e scoprirete dove porterà.

Due album ed un EP in pochi anni sono un gran risultato per Selvans, soprattutto considerando la qualità dei vostri lavori. Il cammino intrapreso è ancor più personale dopo Faunalia. Cosa resta, sul piano artistico, della tua esperienza con i Draugr? Quanto ancora può, in generale, darti la scena black metal?

Quando esordimmo con Selvans qualcuno scrisse che era il passo successivo a quanto fatto con i Draugr; mi fa piacere che sia stato visto così perché so quanto affetto c’era per quella band, ma non credo sia del tutto corretto. Vedi, sul piano artistico non penso che Selvans sia stato influenzato dai Draugr ma che, al contrario, la mia presenza nella band abbia influenzato aspetti del sound e della struttura di alcuni brani dei Draugr e ad oggi, è questo aspetto ciò che il pubblico può ritrovare dei Draugr in Selvans. 
Del resto, i primi brani di Selvans sono materiale scritto mentre ero nei Draugr, proprio perché sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso e totalmente mio. 
Sulla scena non so risponderti perché di solito nel far parte di quella o quell’altra scena metal dovresti seguire un codice comportamentale, di immagine, gusti, sound ed altre cazzate da gregge che non fanno per me.

Giriamo la domanda: cosa può dare Selvans alla scena black metal, alla scena italiana e alla scena metal internazionale?


Non mi piacciono gli ‘spot’ ma so bene cosa Selvans dà al sottoscritto: la possibilità di esprimersi in totale libertà. C’è qualcosa di più importante?