GOD The Barbarian Horde – Forefathers: A Spiritual Heritage

GOD The Barbarian Horde – Forefathers: A Spiritual Heritage

2019 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Constantin Lăpusneanu: voce – Eugen Lăpusneanu: chitarra – Telmo Melao: basso – Paulinho: batteria – Filipe Colombo Silva Costa: tastiera

Tracklist: 1. Chemarea Strămosilor – 2. Licoarea Zeilor – 3. Datina Mesagerului – 4. Străbunii – 5. Legea Pământului – 6. Triburile Infioratorilor Codrii – 7. Alma Mater (Moonspell cover)

La storia che porta alla pubblicazione di Forefathers: A Spiritual Heritage è assurda e merita di essere raccontata dalla voce dei protagonisti (a tal proposito, seguite il sito per l’intervista che arriverà presto), ma essendo i GOD The Barbarian Horde una band quasi sconosciuta in Italia è necessario fare un’introduzione per presentare il gruppo. Il 1994 è l’anno di fondazione e dopo tre demo arriva il debutto From The Moldavian Ecclesiastic Throne, seguito da altri due full-length che di folk metal non hanno nulla. Il 2006 vede l’ultima pubblicazione della “prima fase” della carriera, un EP dal titolo Hell & Heaven nel quale il gothic incontra delle timide influenze folk metal. Nel 2014 un altro EP sancisce il ritorno sulle scene dei GOD The Barbarian Horde dopo alcuni anni di stop: Zal Mox è un lavoro pagan folk metal che suona fresco in un momento in cui il genere era sulla cresta dell’onda. Due anni più tardi arriva l’ottimo Sufletul Neamului (autoprodotto), al quale segue questo Forefathers: A Spiritual Heritage. In realtà il disco risale al 2010, ma è rimasto nel cassetto fino a quando la Earth And Sky Productions è riuscita a pubblicato pochi mesi fa. Le canzoni risalgono al 2006-2008, anni in cui la band aveva base in Portogallo, ma le tracce registrate andarono perdute e quindi la pubblicazione cancellata. I fratelli Lăpusneanu però non si diedero per vinti e nel corso degli anni hanno ri-arrangiato e inciso nuovamente alcune di quelle canzoni, pubblicandole nei cd successivi. Con un lavoro paziente e metodico le registrazioni sono tornate a noi e nel dicembre 2019 hanno visto ufficialmente la luce per la prima volta.

Forefathers: A Spiritual Heritage è composto da sette canzoni per un totale di quarantotto minuti. Ad aprire il lavoro c’è Chemarea Strămosilor, composizione lunga (oltre undici giri di lancette) che riassume tutte le sfaccettature del GOD sound: ampio spazio a ritmi veloci con melodie dalle tinte allegre che in un batter d’occhio svaniscono lasciando la scena a parti più oscure dove trovano occasione di farsi notare anche la chitarra solista e la fisarmonica sotto forma di tastiera. Cori ubriachi da osteria, presto seguiti da melodie che ricordano da vicino i nostri stornelli, sono alla base di Licoarea Zeilor: una canzone godereccia e alcolica, divertente da ascoltare e frenetica nei ritmi, dalla quale non si può chieder altro che far saltare con il sorriso ebete stampato in faccia di chi è ubriaco. La terza traccia, Datina Mesagerului, è più delicata nei suoni, decisamente folk nell’atmosfera, ricca com’è di flauti e strumenti tradizionali, con un’accelerazione nel finale da mal di testa che ci sta benissimo. La quarta canzone, Străbunii, suona diversa dalle altre, ricorda qualcosa di latino e, forzando un po’ la mano, sembra un mix tra i Moonspell meno estremi e il folk metal più scanzonato: un caso dato che i fratelli Lăpusneanu abbiano vissuto per anni in Portogallo? Con Legea Pământului si torna a un sound più classico che spazia dall’up-tempo con scacciapensieri e ritmiche serrate a melodie accattivanti e incisive su una base più pacata, mentre l’ultimo brano originale è Triburile Infioratorilor Codrii, un buon riassunto delle qualità musicali dei GOD The Barbarian Horde con un occhio di riguardo all’aspetto più virile della loro proposta, pur non tralasciando orchestrazioni, flauti e ritmiche a tratti danzerecce. A chiudere questo Forefathers: A Spiritual Heritage troviamo la cover di Alma Materd ei Moonspell, chiaro lascito dell’esperienza di vita fatti dai fratelli Lăpusneanu in Portogallo e meritato tributo a un gruppo che, anche se in via trasversale, ha sempre mostrato un forte legame con la propria terra.

Forefathers: A Spiritual Heritage è stato un parto difficile e sicuramente anche i componenti del gruppo a un certo punto avranno smesso di credere nella pubblicazione di questo lavoro. Ora, grazie al lavoro della Earth And Sky Productions questo album è stampato su cd e chiunque sia appassionato di folk/pagan metal non può che esserne felice.

Kanseil – Cant Del Corlo

Kanseil – Cant Del Corlo

2020 – EP – Rockshots Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Marco Salvador: chitarra – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover: percussioni, scacciapensieri – Stefano Da Re: whistles – Davide Mazzucco: bouzouki – Luca Zanchettin: cornamusa

 Tracklist: 1. Levante – 2. Verta – 3. Tra Le Fronde – 4. Boscars – 5. Il Sergente Nella Neve – 6. Ponente

La storia dei Kanseil, se siete lettori di Mister Folk, vi dovrebbe essere ben famigliare. Il demo Tzimbar Bint del 2013 aveva fatto gridare al miracolo, portando con sé tante speranze per il full-length di debutto, quel Doin Earde che ha confermato la bontà artistica della band veneta che è poi riuscita, grazie al secondo lavoro Fulìsche, a scalare posizioni nel panorama folk metal italiano, raccogliendo i giusti complimenti per una carriera fin qui esemplare.

Cant Del Corlo è un EP acustico composto da sei tracce, ovvero quattro canzoni più intro e outro. Si tratta di un concept album sulle quattro stagioni, una cosa sulla quale l’uomo (fortunatamente) non può mettere mano, anche se i danni, lo sappiamo bene, li ha comunque fatti e, purtroppo, li continuerà a fare. I Kanseil non sono nuovi alla dimensione acustica, basti pensare all’eccellente Serravalle del prima citato Fulìsche, uno dei brani più ispirati del disco. Inoltre il tema dei testi, unito alla sensibilità dei musicisti, porta immediatamente a immagini legate a un fuoco acceso con intorno i ragazzi a suonare con delicatezza la propria musica, quasi ad evocare le lontane notti dei nostri antenati, notti attorno a un fuoco caldo a raccontare storie di epoche ormai quasi dimenticate. I ventidue minuti di Cant Del Corlo iniziano con Levante, l’intro che porta alla prima “vera” canzone dal titolo Verta: il marchio Kanseil è chiaro fin dai primi secondi e si capisce immediatamente quanto la band si trovi a proprio agio in veste completamente acustica. Tra Le Fronde suona intima e delicata, con una parte chitarristica che ben si amalgama con il resto e dove la voce di Andrea Facchin si fa grintosa in occasione del ritornello. Si giunge quindi a Boscars, una composizione che entra immediatamente nel cuore dell’ascoltatore, un brano che merita di essere proposto anche nei “classici” concerti elettrici: quando si ha a che fare con una poesia di questo genere non si può far altro che lasciarsi trasportare dalle emozioni e godere della bellezza che ci viene proposta. La malinconia, ma anche la speranza, è la spina dorsale de Il Sergente Nella Neve:

Ora che qui tutto tace
vedo i ricordi miei
inseguire l’orizzonte
ora che resto da solo
vecchio e debole
non basterà un saluto

La neve, i boschi, il tempo che passa… tutto molto poetico, ma anche magico grazie alla musica dei Kanseil, al loro modo di proporre certi temi, una sensibilità che in pochi anno. Verrebbe da dire che vivere e crescere in luoghi pieni di verde, quasi incantati per fascino e bellezza, sia il “segreto”, ma così non è, perché altrimenti tutti i musicisti che hanno la fortuna di vivere in determinati luoghi avrebbero la stessa sensibilità e “romanticismo” nei confronti della natura. No, questa è una peculiarità dei Kanseil e loro sono bravi ad esaltarla nella propria musica.

I Kanseil hanno fatto di nuovo centro e, se nella maggior parte dei casi, gli EP sono semplici lavori “minori”, a volte utili per presentare delle novità, questa volta le cose non stanno così: Cant Del Corlo è un lavoro di pari importanza dei full-length, che mostra un lato forse meno conosciuto della formazione, ma che riveste grande importanza per l’ispirazione dei musicisti. Altamente consigliato.

Intervista: Wolcensmen

In punta di piedi, con eleganza e determinazione, Dan Capp porta il suo progetto Wolcensmen a un nuovo livello, ancora più alto del già ottimo debutto Songs From The Fyrgen: scrivere un libro, disegnare la mappa (è bene ricordare che Dan ha lavorato alle grafiche, tra gli altri, di Burzum, Venom e Limbonic Art) e portare in musica la storia non è cosa da tutti i giorni, soprattutto quando la qualità è quella del recente Fire In The White Stone. Ho raggiunto il musicista inglese per saperne di più sulla sua musica e sulla sua visione dell’arte. 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ciao Dan, è un piacere averti su queste pagine! Come ti senti ora che Fire In The White Stone è uscito e sono arrivati tanti apprezzamenti?

Saluti e grazie. Non potrei essere più felice sia di come suona e appare l’album sia di tutti gli sforzi che sono stati fatti con esso a partire dai miei, di John River (il produttore) e di tutti gli altri artisti che hanno collaborato. Le recensioni sono state in maggioranza positive ma sento ancora come se ci fossero molte persone devono ancora ascoltare dell’album.

Stai dedicando molto tempo ed energie a Wolcensmen, immagino quindi che sia per te un progetto molto importante. Vorrei però tornare indietro di qualche anno e mi piacerebbe sapere come hai mosso i primi passi di Wolcensmen, quali erano le tue aspettative e se immaginavi, un giorno, di pubblicare un album con un’etichetta importante come la Indie Recordings.

Wolcensmen nasce nel 2013 ma avevo già avuto un’idea in mente prima di allora. Avevo solo pianificato di fare, per soddisfare le mie urgenze creative, ma poi è diventato un piccolo successo underground e, con l’incoraggiamento di alcune persone, ho deciso di scrivere e registrare un album. No, non avrei mai pensato di firmare con una label come la Indie Recordings. Il successo di Wolcensmen è stato una sorpresa per me, ma ho affrontato tutte le sfide sulla mia strada e questa sorta di attitudine può portare un uomo in posti inaspettati. Registrare l’ultimo album, Fire In The White Stone, con l’uomo che è stato il responsabile per le produzioni sul mio album preferito dei Dead Can Dance è stato un onore particolare.

La versione limited con il libro è andata a ruba e ne hai fatta anche una seconda stampa: te lo aspettavi per un prodotto così particolare e un progetto così di nicchia? Sei a tua volta un collezionista/appassionato di formati particolari come wooden box ecc?

Il libro di racconti è stato piuttosto un esperimento. Originariamente la label decise di crearlo ma stabilirono che era un rischio troppo grande, così presi io il rischio e ho pagato io per il libro. Ne sono rimaste ancora un piccolo numero e queste saranno probabilmente le ultime che saranno fatte. Credo che le persone apprezzino le cose che sono uniche ed esclusive, e per le quali è stata prestata molta attenzione. Io ho scritto il libro, disegnato una mappa per la storia, disegnato la cover e il layout ed ho organizzato la stampa. Io personalmente valuto molto le cose che sono di qualità più che di quantità e uniche. Sono grato di avere fan che la vedono alla stessa maniera.

Trovo la copertina del disco molto particolare, forse per via dei colori. Come ti sei trovato con David Thiérrée e gli hai dato delle indicazioni per il lavoro, tipo di inserire i personaggi della storia nella copertina?

Conosco David da un paio di anni, e sono un grande fan del suo stile. Nel 2017 l’ho conosciuto e ho comprato un libro da lui dei suoi artwork. Quando mi venne in mente il tema per Fire In The White Stone ho pensato immediatamente a David. Gli ho dato un riassunto della storia e una lista dei simboli chiave e delle caratteristiche da includere nella cover art e lui ha creato qualcosa di perfetto – un qualcosa di “senza tempo” e tolkieniano. È stata un’idea di David quella di dare un tono seppia alla copertina e di fare la “pietra” bianco puro.

Un ragazzo si allontana dalle comodità per andare nella natura più selvaggia, dove incontrerà personaggi bizzarri e gli accadranno cose che lo cambieranno. Con gli occhi odierni il concept del disco può essere visto come una storia che sprona ad abbandonare la vita delle città e la società del consumismo per un ritorno alla semplicità e alla bellezza della natura, pur con le sue rinunce e i suoi rischi?

Sì. I grattacieli saranno sempre importanti per gli uomini? Fortunatamente no, per loro sono lì solo per agevolare una mentalità ossessionata dal capitale e il consumo. Non abbiamo bisogno di queste cose tanto quanto abbiamo bisogno della flora e della fauna – entrambe per ragioni pratiche e spirituali. Le persone oggi sono spaventate dall’ignoto, dal rischio e dalla responsabilità. L’ambiente urbano e digitale procura sicurezza e comfort, o pericoli “accettabili”. I posti non creati dall’uomo lavorano entro le leggi naturali eterne nelle quali la salvezza non è garantita e dove il coraggio umano e la determinazione potrebbero essere testate veramente. In breve, non penso che potremmo conoscere veramente noi stessi senza avventurarsi in reami veramente sconosciuti.

Le canzoni del disco sono tutte di grande bellezza e non ce n’è una che spicca sulle altre. Era forse una tua intenzione per rendere l’ascolto un lungo viaggio senza pause, esattamente come la storia che racconti nei testi?

Sì, assolutamente, e grazie a te per dire ciò. Io personalmente ascolto solo gli album nella loro interezza, perché amo il “viaggio” che ti fa fare un album completo, con tutti i cambiamenti di chiavi, dinamiche ed emozioni. Un grande album ti può trasportare in un modo che raramente può fare una canzone individuale. Quindi dall’inizio del processo di scrittura stavo pensando attentamente su come le canzoni scorrerebbero da una all’altra e che ci sarebbe stato un equilibrio tra canzoni “più piene” e strumentali all’interno della durata dell’album. La chiave musicale delle prime tre canzoni discende da REm a LAm a MIm (accordi in tonalità minore, ndChiara), che era il mio modo di aiutare l’ascoltatore a “cadere” nell’album. Questa progressione rappresenta anche la formula runica ALU, dove ci sono dei punti di energia discendenti (come i chakra) nel corpo umano, che corrisponde anche al “viaggio dell’eroe”.

Il brano Of Thralls And Throes è diverso da tutti gli altri fin qui realizzati. Come nasce una canzone del genere, sentivi la necessità di sperimentare e portare qualcosa di nuovo nella tua musica?

Cerco sempre di creare composizioni uniche, purché funzionino bene con ciò che è la mia visione d’insieme dei Wolcensmen. Il carisma è il marchio della grande musica secondo me. Of Thralls And Throes inizia con le parti di chitarra, che sono pesantemente influenzate dal black metal norvegese e dalle scale e dalle atmosfere neoclassiche. La chitarra solista potrebbe essere presa dai primi album dei Satyricon o degli Isengard, credo. Molto oscura e nefasta, ma “giocosa”. Inizialmente credevo che sarebbero state delle semplici tracce di chitarra acustica ma, come sempre, si sono evolute in qualcosa con più carattere e più profonde, principalmente grazie l’aiuto di Grimrik, che ha aggiunto i sintetizzatori.

Nella biografia inviata dalla Indie Recordings si legge anche il nome di Tolkien tra le tue ispirazioni. Cosa ti piace dello scrivere di Tolkien? Quali sono gli scrittori che maggiormente ti piacciono e cosa cerchi di “rubare” da ognuno di essi?

È difficile descrivere la magia di Tolkien. È la profondità della sua immaginazione e conoscenza, ma anche la sua intenzione di creare dei personaggi pittoreschi e innocenti al fianco di quelli più oscuri e seri. Lo Hobbit è stato il primo grande libro fantasy che ho letto da bambino e ha cambiato qualcosa in me. Questo può sembrare presuntuoso ma i suoi libri mi hanno fatto vedere il mondo in un modo nuovo – il cercare per il magico, il mistero e l’eroismo in un mondo moderno che ignora cose del genere. Non sarei l’uomo che sono diventato se non fosse stato per i lavori di Tolkien. Non avrei il mio istinto di protezione verso la natura e le tradizioni, per esempio. Il Signore Degli Anelli è probabilmente il mio libro preferito, anche se amo I Figli Di Hurin, per il suo fondere l’agitazione tipica deIl Signore Degli Anelli con la profondità ed i dettagli de Il Silmarillion. Un’altra fonte d’ispirazione per me è La Via Del Wyrd di Brian Bates, alcune delle saghe islandesi e le interpretazioni delle Leggende Arturiane che ho letto. Quello che cerco di ricevere è la legittimità del simbolismo, le descrizioni evocative e la caduta mistica di ognuna di esse. Voglio aiutare a ispirare gli altri a innamorarsi dei misteri dell’esistenza e della storia.

Si parla anche di concerti per Wolcensmen: cosa puoi dirci a riguardo?

Sto lavorando con delle persone per farlo accadere. Potrebbero essere un tipo diverso di live show nel 2020, ma non conosco ancora molti dettagli. Se questo dovesse accadere, chiedo a tutti i lettori di venire a supportare i concerti, altrimenti certi eventi non possono accadere.

Nonostante i tuoi impegni con Wolcensmen i Winterfylleth non stanno certo con le mani in mano: un disco acustico e un live cd/dvd tra il 2018 e il 2019. Quali sono i progetti futuri della band?

In realtà sono in studio proprio adesso mentre scrivo, registrando il prossimo album dei Winterfylleth. Sarà rilasciato nella primavera del 2020. (The Reckoning Dawn sarà pubblicato l’8 maggio per Candleligth Records, ndMF)

Parlando dei Winterfylleth ti volevo chiedere se l’album acustico The Hallowing Of Heirdom era già in cantiere da tempo o se le tue recenti pubblicazioni con Wolcensmen hanno in qualche modo influenzato la tua band madre.

Onestamente è stata una totale coincidenza. Mi sono unito ai Winterfylleth nel 2015 e i ragazzi della band avevano già l’idea di fare un album acustico. Non so se il demo dei Wolcensmen ha influenzato la decisione o meno. Molto più probabilmente è stato il fatto che abbiano le mie stesse influenze, come Kveldssanger degli Ulver. Ovviamente il mio interessamento e la mia abilità nel comporre musica é stato un grande beneficio per la realizzazione di The Hallowing Of Heirdom.

Ti ringrazio per la disponibilità e ti faccio di nuovo i complimenti per i tuoi dischi, davvero belli ed emozionanti. Puoi salutare i tuoi fan italiani e aggiungere ciò che vuoi.

L’Italia è sempre stata molto di supporto per Wolcensmen e grazie per tutto ciò. Ciò che faccio non è di tendenza ma è sincero, e sono grato a tutti quello che vedono tutto ciò.

ENGLISH VERSION:

Hi Dan, it’s a pleasure to have you on these pages! How do you feel now that Fire In The White Stone is out and how many appreciations have arrived?

Greetings and thank you. I couldn’t be happier with how the album sounds and looks, and with the effort that went into it from myself, John Rivers (the producer) and all of the other creative people that assisted. The reviews have been overwhelmingly positive but it still feels like there are a lot of people who have yet to hear about the album.

You have dedicated so much time and energy to Wolcensmen, so I imagine that for you is a very important project. But I would like to go back to a few years ago and I’d like to know how you took Wolcensmen’s first steps, what your expectations were and if you imagined, one day, to release an album with an important label like Indie Recordings.

Wolcensmen began properly in 2013 but had already been an idea in my mind before that. I only intended to make a demo, to satisfy my own creative urges, but it became a small underground success and with the encouragement of a few people, I decided to write and record an album. No, I never expected to sign with a label like Indie Recordings. The success of Wolcensmen has been a surprise to me, but I’ve risen to every challenge along the way and that sort of attitude can take a man to unexpected places. Recording the latest album, Fire In The White Stone, with the man largely responsible for the production on my favourite Dead Can Dance albums has been a particular honour.

The limited version with the book fly of the shelves and you made a second one: did you expected that success for a niche particular product like that? Are you a collector/particular format enthusiast like wooden box etc.?

The storybook was quite an experiment. Originally the label were going to create this but decided it was too much of a risk, so I took that risk on myself and it paid off. There are just a small number left now and these will probably be the last ever made. I guess people appreciate things which are unique and exclusive, and for which great care has been taken. I wrote the book, drew a map for the story, designed the cover and layout, and arranged the printing. I personally value things which are quality over quantity and unique. I’m grateful to have fans who see things the same way.

I find really particular the cover of the CD, maybe because of the colors. How did you find yourself with David Thiérrée and did you give him some hints for the work, like inserting the characters of the story in the cover?

I’ve known David for a couple of years, and have been a big fan of his style. In 2017 I met him and bought a book from him of his artwork, When I came up with the theme for Fire In The White Stone I instantly thought of David. I gave him a summary of the story and a list of key symbols and features to include in the cover art and he created something perfect – very timeless and Tolkien-esque. It was David’s idea to give the cover a sepia tone yet to make the “stone” pure white.

A guy walk away from the comforts to go into the wildest nature, where he’ll meet strange characters and something will happen to him and that will change him. With today’s eyes the CD concept can be seen as a story that spurs us to get away from the city life and the consumerism society for a return to simplicity and to the beauty of nature, even with its sacrifices and its risks?

Yes. Will skyscapers and subways always be important to mankind? Hopefully not, for they are only there to facilitate a mindset obsessed with capital and consumption. We don’t need these things as much as we need flora and fauna – both for practical and spiritual reasons. People today have become afraid of the unknown; of risk and responsibility. The urban, digital environment provides safety and comfort, or “acceptable” dangers. Places not created by man work within eternal natural laws where safety is not guaranteed and a human’s courage and resolve might be truly tested. In short, I don’t think we can truly know ourselves without occasionally venturing into truly unknown realms.

The songs of this CD are all of great beauty and there is not one that stands out from the others. Was that in your intentions to make that the listening of a long journey without pauses just like the story you describe in the lyrics?

Yes, absolutely, and thank you for saying so. I personally only listen to albums in their entirety, because I love the “journey” that a complete album can take you on, with all of the key changes, dynamics and emotions. A great album can transport you in a way that an individual song rarely can. So from the beginning of the writing process I was thinking very carefully about how the songs would flow from one to another and that there would be a balance of “fuller” songs and instrumentals across the span of the album. The musical key of the first three songs descends from Dm to Am to Em, which was my way of helping the listener “fall” into the album. This progression also represents the runic ALU formula, where are descending energy points (like chackras) in the human body, also corresponding to “the hero’s journey”.

The song Of Thralls and Throes is different from all the others made so far. How is born a song like that, did you feel the necessity to experiment and to give something new to your music?

I am always trying to create unique compositions, so long as they work well within my larger vision of Wolcensmen. Charisma is the mark of great music for me. Of Thralls And Throes began with the guitar parts, which are heavily inspired by Norwegian black metal and neoclassical scales and atmosphere. The lead guitar could be from an early Satyricon or Isengard album, I think. Very dark and ominous yet playful. I initially thought it would be a simple acoustic guitar track but, as always, it expanded into something with more depth and character, largely with the help of Grimrik, who added the synths.

In the bio that Indie Records sent me there is also Tolkien’s name in your personal inspirations. What do you like in Tolkien’s writing? What are your favorite book of the Professor? What are the writers that you like the most and what are you trying to “steal” from each of them?

It’s difficult to describe the magic of Tolkien. It’s the depth of his imagination and knowledge, but also his willingness to create very quaint, childlike characters alongside the more dark, serious ones. The Hobbit was the first big fantasy book I read as a child and it changed something within me. This may sound pompous but his books made me see the world in a new way – to look for the magic, mystery and heroism in a modern world which ignores such things. I wouldn’t be the man I am today were it not for Tolkien’s work. I would not have my protectiveness over nature and tradition, for example. The Lord Of The Rings is probably my favourite book, though I do love The Children Of Hurin, for it works like a nice blend of the excitement of The Lord Of The Rings with the depth and detail of The Silmarillion. Another inspiration for my story is The Way Of Wyrd by Brian Bates, some of the Icelandic Sagas and the portrayals of Arthurian Legend I’ve read. What I try to take is the legitimacy of the symbolism, the evocative descriptions, and mystical fell of each. I want to help inspire others to fall in love with the mysteries of existence and history.

It talks about gigs for Wolcensmen: what can you say us about that?

I am working with people to make that happen. There may be different types of live show in 2020 but I don’t know many details yet. If it does happen, I ask all readers to come along and support the shows, otherwise such events cannot happen.

In spite of your tasks with Wolcensmen, Winterfylleth are certainly not idle: an acoustic CD and a live CD/DVD between 2018 and 2019. What are the future project of the band?

I am actually in the sudio right now as I type, recording the next Winterfylleth album. Il will be released in Spring 2020.

Speaking of Winterfylleth, I want to ask you if the acoustic album The Hallowing Of Heirdom was already in your mind or if your recent publications with Wolcensmen influenced somehow your mother band.

Honestly it was a total coincidence. I joined Winterfylleth at the beginning of 2015 and the guys in the band already han the idea of making an acoustic album. I don’t know if the Wolcensmen demo influenced that decision or not. More likely is that they had the same influences as me, such as Ulver’s Kveldssanger. Obviously my interest and ability in composing music was of great benefit to the making of The Hallowing Of Heirdom.

Thank you for the availability and I make you my compliments again for your CDs, that are really beautiful and thrilling. You can say hello to your Italian fans and add whatever you want.

Italy has always been very supportive of Wolcensmen and I thank you all for that. What I do isn’t fashionable but it’s sincere, and I’m grateful to everyone who sees that.

Corte Di Lunas – Tales From The Brave Lands

Corte Di Lunas – Tales From The Brave Lands

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giordana: voce, percussioni – Nicolas: chitarra – Massimo: basso – Riccardo: batteria – Maria Teresa: flauto – Martina: ghironda – David: bouzouki

Tracklist: 1. Tiare – 2. The Castle Of Gemona – 3. Vida – 4. The Devil’s Bridge – 5. La Dama Bianca – 6. The Last Of Sbilfs – 7. I Tre Fradei – 8. Orcolat – 9. Eolo II – 10. Scjaraçule Maraçule – 11. Rosander

A meno di un anno dal ritorno sulle scene grazie all’EP The Journey, la Corte Di Lunas torna con un nuovo disco dal titolo Tales From The Brave Lands, un lavoro che, si può dire senza girarci intorno, porta il gruppo del Friuli Venezia Giulia al posto che gli compete, ovvero tra i migliori della scena. I racconti dalle terre coraggiose sono divisi in undici brani con un unico comun denominatore, ovvero la terra natia dei musicisti, il già menzionato Friuli Venezia Giulia. Storie di fiumi e orchi, regine e le origini della città di Trieste trovano spazio all’interno di un cd assolutamente fresco a coinvolgente anche dopo numerosi ascolti, personale e realizzato in maniera impeccabile, capace di prendere per mano l’ascoltatore e portalo sulla scena dei testi e fargli vivere in prima persona le vicende narrate dalla brava Giordana.

Le canzoni sono tutti belle e non c’è un solo momento meno ispirato o gustoso, ma è anche vero che alcuni brani riescono a spiccare sugli altri per il perfetto mix di musica e storia cantata. Un esempio è Orcolat (sì, lo stesso Orcolat dei Kanseil di Fulìsche), diversa dalle altre sorelle perché contraddistinta da una spina dorsale rock, o di The Devil’s Bridge, nella quale è presente Lorenzo Marchesi (Folkstone) come ospite in un ruolo che gli si addice non poco. La conclusiva Rosander, con oltre sette minuti di durata, è la composizione più lunga del platter: l’arpa della guest Lucia Stone incontra le melodie della blu ghironda mentre il flauto di Maria Teresa guadagna il centro dell’attenzione. Poi, improvviso come in alta montagna, il temporale porta via tutto e fa nascere una parte nuova e completamente diversa da quanto fatto fino a poco prima, con cori e un’atmosfera sinfonica che viene assorbita dalla pioggia prima e successivamente dagli eleganti strumenti acustici che riportano luce in quello che, forse, può essere considerato come il pezzo più bello ed emozionante di Tales From The Brave Lands. Storia diversa, invece, per Scjaraçule Maraçule, facilmente etichettabile come “cover di Ballo In Fa Diesis Minore di Branduardi”, ma che invece ha una storia che merita di essere raccontata. La musica è precedente al ‘500 e il titolo della composizione è Schiarazula Marazula, con il testo di Branduardi che si rifà alla Danza Macabra presente sull’esterno della nota chiesa di Pinzolo, mentre la Corte Di Lunas ha utilizzato l’invocazione alla pioggia del poeta Domenico Zannier. I quarantasette minuti del disco scorrono velocemente e non c’è modo per staccarsi dalla musica di Tales From The Brave Lands; ulteriore nota positiva è la calda produzione, si sente quanto il lavoro in studio sia stato meticoloso e suoni e volumi sono semplicemente giusti per questo tipo di musica, lontani da inutili tentazioni.

Il quarto disco della Corte Di Lunas è un successo: bello, composto con gusto e che tiene bene dopo settimane di “studio”. L’album della consacrazione? Dovrebbe essere così, e in un mondo dove l’estetica e la presenza virtuale è fondamentale, il gruppo ha anche realizzato un bel videoclip per la canzone Vida. Ce n’è per tutte le età e che sia l’ascolto in streaming o la visione su YouTube, resta solo una cosa da fare: comprare il cd e sostenerli in concerto.

Intervista: Apocalypse

La marcia degli Apocalypse, creatura musicale di Erymanthon, continua senza sosta. Non c’è stato tempo di pubblicare l’intervista che vi apprestate a leggere che il musicista torinese ha già annunciato la pubblicazione per maggio del terzo disco. E come avrete modo di leggere nelle righe qui sotto, non tarderà ad arrivare anche il quarto full-length. Ma è su Odes che oggi ci concentriamo, secondo lavoro che prosegue la via bathoriana apportando, però, interessanti novità alla scrittura degli Apocalypse. Erymanthon si lascia andare a ricordi e curiosità, rendendo in questa maniera la chiacchierata particolarmente interessante. Buona lettura!

Dal debutto a Odes è passato meno di un anno, di sicuro non stai con le mani in mano! Nel mezzo hai anche pubblicato il tuo tributo di sette canzoni To Hall Up High – In Memory Of Quorthon. Hai mai avuto la sensazione di “correre troppo”?

Oh no, no. Il fatto è semplicemente questo: quando ho un’idea in testa prendo la chitarra e mi metto a suonare, se viene fuori qualcosa di accettabile e mi sento ispirato, accendo la strumentazione ai Darkwoods Studios e registro. Non aspetto di completare un disco intero prima di entrare in studio. Anzi, gran parte della composizione è fatta proprio in studio. L’ultimo anno è stato parecchio produttivo, ho completato i due dischi rilasciati e ne ho imbastiti di nuovi, ho anche scritto o abbozzato del materiale che poi ho scartato, lavoro sempre su più progetti nello stesso periodo… Sai, quando sei ispirato non ti poni il problema, ti metti giù e scrivi registri, arrangi… Ogni tanto mi è capitato di pensare “Hey, non dovrei forse tenermi qualche disco di riserva per più avanti?”, però il materiale non faceva che accumularsi, e allora rilascio tutto pur cercando di dare un minimo di distanza temporale ai dischi. Il vantaggio è che mantieni viva l’attenzione, lo svantaggio è che il tempo che il pubblico ha per metabolizzare ogni album è più ristretto. Tenterò di mantenere una media di uno o due dischi all’anno, sperando di non beccarmi il blocco dell’artista, ah ah!

Tutte le tue release – escludo volontariamente le copie caserecce del debutto – sono unicamente in digitale. Credi forse che il cd fisico sia più un impiccio in caso piuttosto che un oggetto bello da avere e qualitativamente superiore per quanto riguarda la resa audio?

No, no, tutt’altro! Il problema è che stampare CD di alta qualità e adatti alla vendita, diversi dai CD-R che puoi farti in casa, è costoso, bisogna fare un glass master e nessuno te ne stamperà mai meno di 300… Per un progetto come Apocalypse è un investimento, prima di stampare 300 cd devo essere sicuro che il mio pubblico sia intenzionato a comprarli soprattutto oggi nell’era del digitale. Preferirei di gran lunga distribuire la mia musica in formato fisico, anche perché alcuni fan mi hanno contattato richiedendomi se fosse possibile acquistare delle copie, ma non posso prenderli in giro, voglio che se acquistano qualcosa e ci spendono i loro soldi si ritrovino tra le mani un prodotto di qualità, tant’è che le copie di Si Vis Pacem, Para Bellum erano in regalo. Stesso discorso vale per il merchandise. Non posso permettermi questo lusso se non sono sicuro di rientrare con le spese.

A tal proposito, vista anche la tua proposta musicale che si rivolge per lo più a un pubblico “maturo” e quindi legato alla musica su formato fisico, pensi di realizzare, magari col supporto di un’etichetta, delle stampe su cd dei tuoi lavori?

Certamente. Ero in contatto con un’etichetta per stampare Odes, ma ci eravamo prefissati un minimo di 1000 visualizzazioni su YouTube per stampare 300 copie in cd e forse 100 in vinile. Il disco ancora non le ha raggiunte, quindi non se ne è fatto niente, almeno finora. È triste che l’arte venga commercializzata così, ma purtroppo è come funzionano le cose, anche la musica è un business. Non che mi interessi il guadagno, io faccio la mia musica per passione e non per i numeri, sono più felice quando ricevo un messaggio da un ragazzo in Sudamerica o in Nord Europa o da qualunque altra parte che mi dice “tu sei il figlio di Quorthon” o “il Quorthon di Torino” o “le tue composizioni sono fenomenali”, infatti io rispondo sempre a tutti coloro che mi scrivono e supportano il progetto, o anche solo quando scrivo, registro e riascolto la mia musica piuttosto che quando leggo le ultime statistiche delle vendite su Bandcamp o degli stream su Spotify. Però non posso nemmeno buttare soldi al vento, né possono farlo le etichette, anche se mi piacerebbe molto avere delle copie fisiche dei miei lavori tra le mani, del resto prima che musicista sono anche io un fan dei gruppi che mi piacciono e preferisco le copie fisiche!

Passiamo a Odes: lo stile e l’intenzione sono chiare, ma in un paio di brani ho sentito anche qualcosa di personale e, almeno per come intendo io la musica, più interessante. Stai cercando di “maturare” sotto questo punto di vista?

Ho scritto la musica per Odes con l’intenzione di esprimere dolore, disperazione e rassegnazione dinanzi a un comune e inevitabile destino: la morte. Il disco tratta tutto questo tema ed è stato ispirato dalla scomparsa di Giulio Cesare Casella, mio nonno, al quale sono sempre stato molto legato, il 3 marzo 2019, del resto è stato a lui dedicato. Per esprimere tutto questo senso di lutto, ho deciso di incorporare influenze da tutta la musica che ritenevo più malinconica e dolorosa, l’atmosfera è cupa e “decadente” e non ho voluto fermarmi all’epicità tragica dei Bathory su dischi come Twilight Of The Gods. L’intro strumentale è un brano atmosferico e pseudo-ambient che scrissi nel gennaio 2017 per gli Apocalypse, prima di entrare a contatto con i Bathory, ma che alla fine non usai anche per via del disfacimento del gruppo. L’intro pseudo-Bachiana di The Ephemereal Life la improvvisai con una tastiera sul preset “Organo” la vigilia di Natale del 2018, mentrela melodia e il riff portante sono ripresi da un brano depressive blackmetal che registrai nel settembre 2017, senza intenzione di rilascio, ma per motivi e piacere personale, anche se lì era tutto in tremolo picking… versai nel calderone anche i Bathory di Twilight Of The Gods, Destroyer Of Worlds e in minima parte Blood On Ice e Under The Sign Of The Black Mark, i Draconian di Arcane Rain Fell, Bach, Chopin, un depressive black metal pseudo Burzum o Silencer, su Exegi Monumentumla musica è quasi rinascimentale alla Branduardi… È un disco cupo, tragico, maestoso, solenne e malinconico, sicuramente il migliore ad oggi pubblicato dagli Apocalypse. Ovviamente un musicista matura e si evolve naturalmente, ma quel che è certo è che la mia musica pur evolvendosi non sarà mai priva della vena Bathory, che ne sarà sempre un pilastro fondante. Del resto, io sto cercando di riportare Quorthon in vita, di continuare quello che ha iniziato, è quello che ho messo in chiaro fin dal mio debutto e il mio pubblico lo sa bene.

By The River è una delle canzoni che più mi ha sorpreso e devo dire che l’ho trovata molto toccante. Come nasce un brano come questo?

Ti ringrazio per queste parole, sono contento che il brano ti abbia fatto questo effetto e non sei il primo a dirmelo. Quando ero un bambino, ero solito andare con mio nonno presso un torrente a Rubiana, dove abbiamo una casa, e lì ci divertivamo gettando i sassi nel fiume. Questo brano ricorda con nostalgia il mio passato con lui, giunge fino al momento della sua morte e infine canto che quando sarà la mia ora, ci incontreremo di nuovo al torrente: “…And when my time has come / we will meet again By The River” sono i versi che chiudono la canzone. Anche se è simbolico, perché io non credo nell’aldilà… credo, un po’ come Epicuro, che quando sei morto, sei morto. Punto. Questo è un brano che avevo in mente di scrivere da tempo, perché mio nonno era malato, non riconosceva più le persone da due anni, non era autosufficiente, non era più lui. Questo brano è una commossa e sentita dedica a lui. Ho scritto il testo in meno di un’ora e la musica in mezz’ora. È una canzone che viene dal cuore. Curiosità: Woods Of Wistfulness, il brano che la precede, è ambientato nello stesso luogo, ovvero il bosco e il torrente che lo attraversa. L’atmosfera è completamente diversa: mentre in By The River siamo in una rigogliosa primavera, qui il sole è basso e lontano, i fiocchi di neve che cadono lenti sono le lacrime ghiacciate di un cielo scuro, la nebbia, in cui fluttuano e vagano ombre tristi e piangenti e un funereo silenzio avvolgono tutto, la brezza fredda sussurra attraverso gli alberi spogli e nell’acqua cristallina del torrente risplendono come fantasmi evanescenti ammantati di dolore e miseria le memorie un tempo gioiose del tempo passato. Vi è malinconia, smarrimento e nessuna speranza, nessun dio, niente.

Nella recensione del disco definisco The Ephemereal Life come una “bella prova di avvenuta maturità compositiva”. Penso che confezionare sedici minuti di canzone senza momenti deboli non sia facile e tu sei riuscito a mantenere l’attenzione alta per l’intera durata della canzone. Quanto hai lavorato sul pezzo per renderlo così buono?

Ti ringrazio molto per il tuo giudizio! È un brano su cui ho lavorato parecchi giorni e che, come ho scritto, incorpora influenze diverse sia dal mio passato che da altre band. C’è Bach, ci sono i Draconian, c’è il mio vecchio black metal, ci sono i Bathory, i Silencer, un’ode di Orazio recitata e beh, gli Apocalypse! Sicuramente è il brano più variegato sul disco, il più elaborato… Volevo fare anche io quello che Quorthon ha fatto su Twilight Of The Gods, mettermi alla prova con qualcosa di più lungo ed elaborato, e sono molto soddisfatto del risultato! Mentre scrivevo, non pensavo in particolare alla durata, quanto al cercare di creare qualcosa di diverso, più arrangiato e interessante, lasciavo che la musica si prendesse lo spazio e il tempo necessari per il suo pieno sviluppo e alla fine mi sono ritrovato con un brano di sedici minuti e mezzo! In realtà è un brano che amo e odio allo stesso momento. La musica mi piace tantissimo, soprattutto l’intro e l’intermezzo doom con l’assolo di chitarra, che esprime esattamente le emozioni che volevo, e richiama Pestilence dei Bathory. La voce è uno scream esasperato, volevo che sembrasse un misto tra un pianto e un grido disperato. Il testo è straziante, pessimista, nichilista, decadente e spazza via ogni speranza. Sai, quando vedi un tuo caro a cui sei affezionato che giace freddo, bianco, smagrito, con la bocca spalancata e il volto contratto in una smorfia di agonia, nella sua bara, disposta in un salotto dove con lui tanti anni fa mangiavi e scartavi i regali a Natale o guardavi la tv, è un’esperienza che ti segna. Nell’intermezzo sopra citato canto “White and cold as ice in your casket you laid / The pure essence of pain distorted your face / Your mouth open wide since you exhaled your last breath / Drowning in mourn, I could just say farewell“. Il dolore e la disperazione, e la solennità tragica di questo destino comune fluiscono da ogni nota e ogni parola. Éun brano così doloroso, sono riuscito nel mio intento a tal punto che spesso fa star male pure me a riascoltarlo, così come tutto il disco. Ma resta un lavoro di cui sono fierissimo e che mi soddisfa molto.

In due composizioni c’è spazio per il poeta Orazio. Da dove nasce questa tua idea e interesse per la poesia latina? Come ti sei trovato a cantare in latino?

Beh, sono sempre stato affascinato dai Romani. Sono probabilmente quanto di più glorioso la storia dell’Italia abbia mai passato, sono parte del nostro orgoglio, della nostra storia, delle nostre radici e della nostra identità. Del resto, già il primo album presentava forti richiami al periodo romano fin dal titolo. Ho pensato che avesse senso riprendere qualcosa dalla mia storia, la storia della mia terra, come Quorthon aveva fatto con i vichinghi: bisogna essere orgogliosi della propria identità, soprattutto chi ostenta un passato glorioso come il nostro. E questa è una ragione. Studiando il poeta Orazio a scuola mi ero imbattuto in queste due odi, che secondo me erano adatte all’atmosfera del disco, e ho deciso di impiegarle nella mia musica. Quella recitata in The Ephemereal Life parla appunto della fuga del tempo e della fragilità della nostra vita, del fatto che tutti, re o schiavi, sono destinati alla morte. Exegi Monumentum invece è un’autocelebrazione, il poeta ci dice che con la sua opera ha eretto un monumento più durevole del bronzo, più imponente della mole delle piramidi, e che non tutto di lui morirà, ma che la sua gloria si manterrà in chi rimarrà in vita. Oltre ad “alzare il livello culturale” del disco, facendolo almeno in minima parte un mezzo di diffusione anche dell’arte antica, cosa che non fa male, è un po’ quello che succede a chiunque con i propri cari, ho pensato. E sempre per snocciolare nomi “colti”, è un po’ quello che Foscolo scrive in Dei Sepolcri. Le tombe, così come qualunque forma d’arte, hanno una sorta di funzione eternatrice. Non a caso ho deciso di scattare le foto per l’album al Cimitero Monumentale di Torino, molte sul mausoleo del grande tenore torinese Francesco Tamagno: una tomba è innanzitutto un monumento e un’opera d’arte. E poi, era in tema con il disco. Chissà, magari quando non ci sarò più qualcuno si ascolterà i miei dischi e si ricorderà di questo rocker torinese, ah ah!

Continuando a parlare di influenze esterne, in Funeral March ti rifai a Chopin. Vuoi raccontarci qualcosa su questa idea?

Con piacere! Partiamo dal fatto che apprezzo molto la musica classica, soprattutto quella più solenne, tragica o malinconica, in particolare Bach, Vivaldi, Beethoven, Chopin, anche se non posso dirmi un esperto: conosco qualche titolo dei miei brani preferiti come la Toccata e Fuga, il terzo movimento dell’Estate, la Sonata al Chiaro di Luna o appunto la Marcia Funebre, di qualcuno ricordo solo la melodia… Ogni tanto vado ai concerti o all’opera, ma appunto, non sono un esperto, anche se per un periodo mi era balenata l’idea di studiare in conservatorio. Però sono troppo indisciplinato per questo, ah ah! Tornando alla domanda, su Call From The Grave Quorthon richiamava la Marcia Funebre nell’assolo di chitarra, che io in effetti riprendo alla fine del brano. Ho pensato di fare un tributo a Bathory, ispirandomi a Day Of Wrath e Call From The Grave, e anche a Chopin, basando la struttura di tutto il brano sugli accordi del primo e terzo movimento della Marcia Funebre, ma c’è anche un richiamo all’organo Bachiano, ripreso con la chitarra, nell’intermezzo cantato prima del solo finale, dove tra l’altro sperimento con una nuova vocalità più raschiata. Era un bel modo per chiudere il disco, pensavo, l’atmosfera era giusta, il tema anche. L’idea si è inizialmente affiancata a quella di musicare Ode To The West Wind di P.B. Shelley, che già prevedevo come brano di chiusura e in questo caso sarebbe stato parte della doppietta finale, ma poi è finita per sostituirla. Ero più ispirato, mentre per Ode To The West Wind avevo iniziato a scrivere e registrare ma non ero altrettanto “preso”, e il disco era già lungo a sufficienza, così ho registrato soltanto Funeral March.

Pensi che un giorno gli Apocalypse possano avere una line-up anche solo per i concerti, fermo restando che in studio si tratta di una one man band?

No, non credo, anche se qualcuno sarebbe contento di vederci dal vivo. Ma una musica come questa è complicata da riproporre in concerto, non è adatta ai piccoli locali underground dove la gente vuole sbronzarsi e pogare. Suono dal vivo con un altro gruppo, ma facciamo roba totalmente diversa! La mia musica è una riflessione, un messaggio, una comunicazione tra Apocalypse e il pubblico. Voglio che il mio pubblico si sieda, si rilassi e si concentri sulle sensazioni e sulle immagini che il disco evoca. E poi con Apocalypse io voglio che sia tutto fatto a modo mio, ciò non è possibile con un gruppo di persone. Credo che resteremo una one-man band.

Il 2020 degli Apocalypse? Stai lavorando a un nuovo disco o ti stai dedicando ad altro?

Sì, il nuovo album è pronto e credo uscirà per aprile o maggio. È un po’ uno strappo alla regola, nel senso che sarà qualcosa di davvero veloce e brutale, lontanissimo dal suono di tutto quello che ho fatto finora. Velocità e brutalità senza compromessi, un disco death metal, diciamo. Spero che il mio pubblico non decida di linciarmi per questo ah ah! È un progetto che avevo in mente da tempo, che ho fatto per divertirmi, che di fatto ho iniziato a registrare a gennaio scorso, prima di Odes, che ho portato avanti in parallelo (lavoravo a fasi alterne, in base a cosa mi sentivo di fare in quel momento o giorno), che fino a marzo scorso intendevo pubblicare a fine 2019 e che pensavo di aver concluso a luglio, assieme a Odes. In realtà mentre il tempo passava mi sono sentito nuovamente ispirato e ho voluto aggiungere due brani, che ho registrato tra gennaio e febbraio. Sto anche lavorando al disco successivo, che invece sarà di nuovo sul filone epico, ma è ancora tutto in alto mare, non ho le idee molto chiare ad essere sincero. Ho anche registrato qualche altra cover dei Bathory (oltre a Vinterblot che è uscita a dicembre, per ricordare le tradizioni pagane antiche europee precedenti al Natale cristiano), in particolare Call From The Grave, Bleeding e Death From Above. Non sono sicuro se rilasciarle o meno, le ho incise per divertirmi, ma sul mio tributo alcuni hanno sentito la mancanza di brani del periodo black e death. Potrei registrare qualcos’altro di quell’epoca e fare una sorta di “capitolo 2”, ma fosse per me potrei anche registrare tutta la loro discografia, quindi non so se sia sensato ah ah! Vedremo. Mi sto dedicando molto anche alla mia vita privata, inoltre sto studiando e a livello personale sto affrontando letture filosofiche, Nietzsche in particolare, e mi piace appuntarmi pensieri o riflessioni personali ogni tanto. Recentemente ho ripreso anche a disegnare, cosa che ho fatto per tantissimi anni ma che avevo lasciato da parte per molto tempo.

Domanda secca: cosa stai ascoltando in questi giorni?

Bathory, prevalentemente. Ma anche Kormak, (((AF))) o ogni tanto qualche ascolto di brani vari da diversi gruppi, inclusa The Unquiet Grave dei Claymore. Mentre rispondevo alle tue domande però, mi sono ascoltato le opere organistiche di Bach, il terzo movimento dell’Estate di Vivaldi, qualcosa da Odes e qualche premix dal nuovo album.

Siamo al termine della chiacchierata. Vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori?

Intanto grazie per questa intervista e per la recensione! Sono felice di essere di nuovo sulle pagine di Mister Folk! Ragazzi, grazie per il vostro supporto e per aver letto questa intervista! Tenete a cuore il Metal e la musica che vi piace, e supportatela! E, per chiudere “alla Quorthon”, Hail the Hordes!