Intervista: Kalevala hms

Con un disco schizofrenico (in senso buono!) come If We Only Had A Brain, l’intervista non poteva che essere fuori ogni logica e senza regole. Anzi, una regola c’è, ovvero dire quello che si vuole nel modo che si preferisce. E i Kalevala hms lo hanno fatto. Loro parlano di Premio Pulitzer per queste risposte: li vedremo nella primavera 2021 a New York a ricevere in prestigioso riconoscimento???

La prima domanda è piuttosto scontata: come mai tanti anni per avere il nuovo album?

  1. a) Siamo lenti.
  2. b) Abbiamo avuto tanti problemi di cambi di formazione, nessuno vuole suonare senza guadagnare soldi, il gatto ci ha mangiato i compiti.
  3. c) Le cose per noi sono andate sempre peggio, volevamo sciogliere la band ma ci dispiaceva andarcene in sordina, per cui abbiamo speso 5000 euro per fare un album spaccaculo.

La copertina è piuttosto inusuale per il genere, a partire dal colore predominante. In particolare mi chiedo il significato del mattoncino Lego che si trova in alto a sinistra.

  1. a) Abbiamo sempre fatto copertine molto colorate, il mattoncino richiama il precedente album in studio There And Back Again, che era dedicato ai nerd e all’immaginazione e presentava in copertina la foto di un triskell costruito coi Lego.
  2. b) Abbiamo sempre fatto copertine molto colorate. Quel particolare mattoncino ci ha sempre portato fortuna, lo conserviamo gelosamente e lo portiamo sempre con noi in tour all’interno della cassa della batteria.
  3. c) Abbiamo sempre fatto copertine molto colorate. La Lego e la Disney ci mantengono, il fatto di non lavorare ci dà la possibilità di avere molto tempo per rendere assurdamente complicata la nostra musica.

Dopo quindici anni la fisarmonica non fa più parte del sound dei Kalevala hms e al suo posto ora troviamo il violino. Avevate voglia di cambiare oppure non avete trovato un sostituto valido alla fisarmonica?

  1. a) Eravamo molto affezionati alla fisarmonica perché era molto comoda, poteva fare agevolmente sia tappeti accordali che melodie e rendeva caratteristico il nostro suono, abbiamo deciso di cambiare perché ci piace la vita difficile, amiamo gli sforzi non remunerativi e adoriamo le cause perse.
  2. b) È proprio così, non abbiamo trovato nessun fisarmonicista che si imparasse pezzi complicati, avesse voglia di snaturare il suono del suo strumento e apprezzasse lunghe e sfiancanti prove e dormire per terra dentro gli scantinati senza portare a casa un soldo. Ancora non ne capiamo il motivo.
  3. c) Viola e violino sono fichissimi ed Enrico Cossu è una persona molto piacevole. Inoltre è sardo, questo aumenta la percentuale di sardi nel gruppo e viene utile per il golpe che stiamo preparando.

Ascoltando le parole delle canzoni direi che viviamo in un mondo di merda. Siamo davvero spacciati?

  1. a) Sì.
  2. b) È sempre stato un mondo di merda, un posto pieno di idioti, disposti a credere le cose più stupide, gente che ha paura e per questo si comporta in modo riprovevole, brutte persone che fanno male agli altri. La novità è solo il fatto che ci stiamo rapidamente autodistruggendo e che quando ci sveglieremo sarà troppo tardi.
  3. c) No, viviamo in un mondo incredibile. Basta un filo di vento e possiamo sentire in mezzo alla merda e al veleno l’odore della primavera. Non sappiamo affatto cosa succederà domani, nessuno può prevederlo. Èun mondo inspiegabile, pieno di mistero, non abbiamo idea di cosa morirà e di cosa nascerà. Noi per sicurezza abbiamo scritto Song To Sing In Case Of Armageddon, un brano che contiene una sequenza di parole che abbiamo accuratamente studiato e che serve a far ricominciare il mondo in caso di distruzione totale. Va imparata a memoria e non usata a sproposito.

Rispetto ai precedenti lavori i testi sono davvero oscuri e trattano alcune delle più grandi brutture della storia. È lo specchio del tempo che viviamo? In fondo sento che c’è anche un barlume di speranza: è quello che volete trasmettere con le vostre canzoni?

  1. a) Èl o specchio del sentimento che vive una generazione. La sensazione che tutto quello che per 30/40 anni avevamo dato per scontato sia destinato a crollare: l’Europa, la democrazia, l’ambiente, la possibilità per l’uomo di vivere pacificamente. La speranza che si sente nell’album è quell’energia immotivata che si prova col corpo più che con la mente, è la scossa bio-elettrica del presente.
  2. b) È lo specchio del sentimento che vivono i Kalevala hms. La sensazione (quasi la certezza) che la band stia per crollare sotto il peso delle difficoltà e con essa il sogno che fare una musica anarchica, immaginativa, potente possa superare le barriere di genere, le difficoltà di ascolto, che possa insomma interessare a qualcuno. La speranza che si sente nell’album è quell’energia immotivata che si prova col corpo più che con la mente, è la scossa bio-elettrica del sentire che quello che fai è rock’n’roll, nonostante tutto.
  3. c) Trattare le brutture della storia forse può fare in modo che qualche ente benefico ci dia dei soldi, la speranza che senti è quella di campare alle spalle di brave persone, sfruttando insomma la beneficenza per il nostro tornaconto personale

Avete reinterpretato alcuni brani famosi per i film Disney. Il significato di ciò è che siamo cresciuti e il mondo lo vediamo diverso (e sicuramente meno accattivante) di quando eravamo bambini e innocenti?

  1. a) Il fatto che ci siano due brani Disney è un caso, sono solo due brani che ci piacevano molto.
  2. b) Sono solo due brani che ci piacevano molto, sarà un caso che siano proprio due brani Disney?
  3. c) Si è proprio come hai detto tu, la perdita dell’innocenza e tutte quelle cose lì. Non bisogna mai fare incazzare l’intervistatore.

La storia dietro Die Moorsoldaten è incredibile: il vostro è un omaggio al coraggio di quelle persone apparentemente senza speranza che invece hanno trovato il modo di prendere in giro e fregare i propri aguzzini?

  1. a) È un omaggio a chi non si annulla di fronte a una realtà distruttiva ma al contrario ne fa arte, spirito e canto di battaglia.
  2. b) È un promemoria per tutti: la bellezza di quell’inno è sopravvissuta ma non ha cambiato una virgola dell’orribile contesto storico in cui è nata.
  3. c) È l’affermazione potente e decisa che il nazifascismo è solo sterco.

Trovo il disco molto vario e pieno di spunti interessanti. Dovendo scegliere una canzone come rappresentante dell’intero album, quale scegliereste, e perché?

  1. a) Song To Sing In Case Of Armageddon, perché riassume un po’ tutti i colori e gli approcci dell’album.
  2. b) Victory Is For Suckers, perché descrive un po’ la nostra condizione personale attuale e il fatto che ce ne sbattiamo di come andrà tutto a finire.
  3. c) Dumbo Alla Parata Nera, perché ci piacciono molto gli elefanti e molto poco i fascisti.
  4. d) Mickey Finn, perché quando la suoniamo ci dà parecchia soddisfazione e perchè è il nostro cocktail immaginario preferito.
  5. e) Cyberkampf, perché è un pezzo da paura.
  6. f) If We Only Had A Brain, perché ci paga la Disney e perché recita “we could have a millione liking us pretending to be vikings”, che è un po’ la storia della nostra vita.
  7. g) Die Moorsoldaten, perché c’è il Coro dei Malfattori.
  8. h) Root Radioed, perché sarà il pezzo sottovalutato dell’album e a noi piacciono i pezzi sottovalutati.
  9. i) Medusa, perché nella parte sussurrata che c’è verso la fine abbiamo infilato tutti ma proprio tutti quelli che conosciamo, quelli che ci hanno aiutato e quelli che ci hanno fatto delle cattiverie, quelli che ci hanno fatto ridere e quelli che ci hanno fatto piangere, così quando la suoniamo live possiamo sentirci addosso vent’anni di deliri e naufragi senza che nessuno capisca niente.
  10. l) No Cheese = Blue Cheese, perché siamo l’unica band rock metal al mondo che fa un pezzo wave ispirato a Verne mettendo nel titolo il Gorgonzola.
  11. m) For The Old World, perché  la nostalgia è una roba da mammolette.
  12. n) Elettrochoc, perché ce lo meritiamo.
  13. o) Les Peintres, perché pensiamo che tutti gli artisti debbano andare a morire in guerra.
  14. p) Principessa, perché è il nostro travestimento quando siamo soli.
  15. q) Tribù, perché altrimenti si offende.

Avete stupito un po’ tutti reinterpretando un gran bel pezzo dei Matia Bazar, una canzone che se si ascolta attentamente il testo fa quasi paura. Come siete giunti a questa scelta e forse il testo “duro” ha contribuito alla scelta essendo vicino ai temi da voi trattati nel disco?

  1. a) Ce l’ha suggerita Rossella Volta e ci è piaciuta moltissimo.
  2. b) Ci piaceva moltissimo e abbiamo chiesto a Rossella Volta se ce la poteva suggerire.
  3. c) È un testo apparantemente bizzarro, ma come dici tu molto duro, una denuncia della violenza che c’è nell’omologazione. Quando il pezzo si sedimenta nell’ascoltatore si sente proprio un dolore, per questo secondo noi risulta così tagliente. Siamo stati un po’ intimiditi dall’originale, che ha suoni e arrangiamento bellissimi, ma ci piaceva talmente che abbiamo deciso di affrontarla (poi Rossella Volta insisteva di brutto).

Vi sentite parte di una scena musicale? Quanto sono cambiate le cose negli ultimi otto-dieci anni?

  1. a) Certo, siamo tutti amici delle band che hanno suonato con noi, parte di un grande fermento, l’eccitazione ci travolge. Le cose vanno sempre meglio e stavamo pensando di colonizzare la luna.
  2. b) No, lo siamo stati prima, un po’, è stato bello avere compagnia. Adesso non ci caga più nessuno. Le cose sono molto peggiorate per noi. Attorno alla band c’è un pubblico ridotto di aficionados, anche se forse questo disco non piacerà nemmeno a loro. Questa frase è l’ultima cosa che scriveremo. Addio.
  3. c) Vorremmo le stesse visualizzazioni che hanno i video dei Furor Gallico. Sarebbe possibile?

Vi ringrazio per il tempo che avete dedicato a questa intervista e spero di poter ascoltare tanta buona musica dei Kalevala hms nei prossimi anni. Chiudete la chiacchierata aggiungendo tutto quello che volete!

Perdonateci.

Knight Errant – The Grand Migration Of Souls

Knight Errant – The Grand Migration Of Souls

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Uluer Emre Özdil: voce – Ali Ulupinar: chitarra – Barbaros Bensoy: chitarra – Deniz Turan: basso – Murat Arslanoğlu: batteria – Ilgin Ayik: violino

Tracklist: 1. Dark Tides – 2. Confusing – 3. Troprak – 4. Ruhlarin Buyuk Gocu – 5. Virtual Reality – 6. Anafor – 7. Ruzgar – 8. Ready To Believe – 9. Gilgamesh

La Turchia nel resto del mondo non è certo nota per la fiorente scena heavy metal, eppure tanti ragazzi, nonostante le difficoltà facilmente immaginabili, tengono duro e sudano sangue suonando la musica che più amano. I Knight Errant sono attivi dal lontano 1993 e hanno come base la metropoli Istanbul: nella loro lunga carriera hanno realizzato solamente tre dischi (Knight Errant nel 1999, Divan nel 2005 e il presente Ruhlarin Buyuk Gocu/The Grand Migration Of Souls, al momento disponibile solo in digitale), ma possono vantare la presenza – prima band turca in assoluto – al Wacken 2001, suonando un set di cinquantacinque minuti davanti a trentamila persone.

La musica dei Knight Errant è un heavy metal fortemente melodico grazie soprattutto alla violinista Ilgin Ayik, mai veramente protagonista ma fondamentale per il sound del gruppo. The Grand Migration Of Souls è composto da nove brani per un totale di trentasei minuti che diventano ancora meno se si escludono la prima e l’ultima traccia del cd, ovvero intro e outro strumentali. Le composizioni sono per lo più mid-tempo e scorrono lineari e dirette, creando un effetto quasi rilassante nonostante le chitarre elettriche e le (poche) accelerazioni di batteria. Fin dalla quasi opener Dark Tides è facile capire le coordinate stilistiche del combo turco, impegnato nella ricerca della melodia vincente e del ritornello memorizzabile. Il brano che spicca maggiormente è Virtual Reality, nella quale il cantante Uluer Emre Özdil dà il meglio di sé – acuti compresi – e tutto gira alla perfezione tra assoli di chitarra, linee vocali soavi e la capacità di scrivere un pezzo vincente. Anafor ha un’andatura malinconica: il violino accompagna in maniera adeguata la voce in questa occasione soffice, una canzone acustica davvero ben realizzata che centra il bersaglio. Da menzionare anche la delicata Ruhlarin Buyuk Gocu, con la Ayik che supporta le note finlandesi (…HIM?) che escono dalle casse, creando un’atmosfera da candele accese e incenso mentre si sorseggia una tisana. La composizione che però si distingue maggiormente dal resto è Ruzgar, fraseggi di chitarra e violino caratterizzano fin dai primi secondi questo pezzo, che conquista l’ascoltatore grazie a melodie e canti medio orientali; se al folk metal si chiede (o chiedeva, soprattutto in passato) un legame con la terra della band, Ruzgar è un ottimo esempio nel quale la band rimane se stessa pur suonando più ricercata e originale. Chiude il cd la strumentale Gilgamesh che segna il legame con il debutto del 1999, nel quale però era presente una canzone “vera” dallo stesso titolo.

L’evoluzione dei Knight Errant li ha portati ad abbassare i ritmi e suonare meno energici, ma alla fine, nonostante gli anni e i cambi di formazione, lo stile è sempre riconoscibile e si può dire che i muscoli hanno lasciato spazio a una maggiore ricerca e delicatezza. The Grand Migration Of Souls è un buon esempio di come si possa suonare heavy/folk metal anche al di fuori delle solite e spesso sature zone che ben conosciamo: diamo a queste scene la possibilità di essere ascoltate e di crescere.

Studio Report: Dyrnwyn

Negli anni ’90 acquistavo tutte le riviste rock e metal disponibili in edicola, cercando di conoscere sempre più musica e “farmi una cultura”. Divoravo le riviste eppure non ho mai desiderato farne parte, ma c’era una cosa che mi ha sempre incuriosito e fatto un po’ sognare, ovvero lo “studio report”. Solitamente il giornalista prendeva un volo per la Germania o la Scandinavia, un salto in albergo appena arrivato e veniva portato dal personale della casa discografica nello studio di registrazione dove il gruppo X era impegnato negli ultimi ritocchi del nuovo disco. Il giornalista prendeva appunti e la sera c’era un qualche locale “affittato” dall’etichetta per far stravaccare un po’ tutti, musicisti e giornalisti, con cibo, alcool e musica. Se andava bene il giorno dopo c’era la possibilità di fare un giro in città prima di tornare in Italia con il volo pomeridiano. Tutto questo offerto dalle case discografiche.

Luglio 2020, alla soglia dei quarant’anni ho la possibilità di fare il mio primo studio report. Niente etichette o locali con cibo gratis, ma uno studio di registrazione a Roma con i Dyrnwyn e Riccardo Studer. La band capitolina ha alle spalle diversi lavori, compreso l’ottimo debutto Sic Transit Gloria Mundi (2018, Soundage Productions) e sta completando i lavori per il successore Il Culto Del Fuoco. Al momento non c’è alcun accordo con un’etichetta e di conseguenza non c’è una data per la pubblicazione.

L’appuntamento è al Time Collapse Recording Studio di Studer, il quale ha seguito la band in tutte le fasi della produzione (la batteria è stata però registrata agli Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando) e la band quasi al completo – manca il batterista Ivan Coppola – è visibilmente emozionata all’idea di far ascoltare, anche se in forma non definitiva, il nuovo disco. Un’eccitazione che è più che comprensibile data la bontà della nuova musica: Il Culto Del Fuoco è maturo e personale, mostra i Dyrnwyn al 100% delle capacità grazie a un songwriting eccellente e a un affiatamento tra i membri dato da una formazione stabile e al legame d’amicizia che si è creato tra di loro.

La musica che scorre dalle casse è in forma rozza, con equalizzazioni da sistemare, cori da aggiungere e altri dettagli che renderanno Il Culto Del Fuoco ancora più esaltante di quel che è a un primo e provvisorio ascolto. Le canzoni incise sono otto per un totale di circa cinquanta minuti di durata e trattano battaglie e personaggi della Roma della Prima Repubblica. Non ci sono momenti meno ispirati e nell’insieme spicca il cantante Thierry Vaccher, decisamente a suo agio sulle note delle varie Aurea Aetase Vae Victis, la voce perfetta per i Dyrnwyn. Una menzione speciale la meritano Sentinum– evocativa, cupa e potente al tempo stesso – e Forche Caudine, ovvero le due battaglie scelte dai musicisti romani per essere raccontate attraverso la musica. I suoni del cd sono molto potenti e graffianti, tutto molto naturale e piacevole da ascoltare. Il lavoro certosino di Studer per le orchestrazioni si fa sentire e i brani ne guadagnano non poco, ma quel che rimane ad ascolto ultimato è la certezza che i Dyrnwyn abbiano fatto un grande passo in avanti rispetto al già buono Sic Transit Gloria Mundi, diventando in questo modo uno dei nomi di punta del movimento italiano.

La band e Riccardo Studer in studio.

Short Folk #5

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #2

Leggi Short Folk #3

Leggi Short Folk #4

Ættir – Ættir

2019 – EP – Gateway Music

4 tks – 22 mins – VOTO: 8

Se dovessi fare il nome di un gruppo realmente valido che non ha avuto il successo che avrebbe meritato direi sicuramente Huldre. La band danese, prima del recente scioglimento, ha realizzato due bellissimi album e suonato in alcuni festival nord europei, senza tuttavia ricevere il giusto riconoscimento di critica e pubblico. Gli Ættir vedono in formazione due ex Huldre, la talentuosa cantante Nanna Barslev e il chitarrista Lasse Olufson: il risultato è un gran bel mix di folk e doom con ottimi spunti della sei corde (Stilnet Vind) e il violoncello che interviene sempre al momento del bisogno prendendosi il giusto spazio. Su tutto si erge la voce teatrale della Barslev, vera frontwoman in grado innalzare ulteriormente la qualità dei brani. L’EP di debutto è ottimo e cresce la curiosità di ascoltare il primo full-length.

Blot – Howl From The North

2020 – full-length – autoprodotto

7 tks – 41 mins – VOTO: 8

Attivi dal 2007, i norvegesi Blot arrivano solo ora al secondo full-length dopo il buon esordio Ilddyrking di cinque anni fa. Howl From The North presenta una band ancora più sicura dei propri mezzi, autrice di un black/viking di qualità. La musica è diretta e cruda, non c’è spazio per paraculate e attira giovani, solo viking metal sparato a giusta velocità (tolta I Takt Med Fanden, mid-tempo dalle chitarre grasse e Fanitullen, strumentale folk oriented) con un gusto per le melodie (i Dissection, non a caso coverizzati nel debutto, sono spesso presenti) e si arriva spesso a sfiorare il SognaMetal. La conclusiva Berserker Storm, con i suoi dieci minuti abbondanti di durata, è il giusto sigillo per un lavoro maturo che merita di essere conosciuto dal grande pubblico.

Cult Of Frey – By The Blood Of Odin: Part 1 – Midgard

2020 – full-length – UKEM Records

8 tks – 72 mins – VOTO: 7

Paul Clark e Tossell sono i musicisti dietro ai Cult Of Frey, nome che vede la propria nascita nel 1991 e che tre anni più tardi ha visto la realizzazione di un demo. Dal 2005 al 2020 il duo inglese ha pubblicato un paio di dischi sotto il nome Sleipnir prima di tornare al nome originale. ByThe Blood Of Odin: Part 1 – Midgard prosegue dove Oaths Sworn In Blood & Mead (2013) si fermava, ovvero un viking metal che funziona bene su rocciosi mid-tempo, sempre con il santino di Quorthon era Hammerheart stretto tra le mani. Una produzione migliore avrebbe sicuramente aiutato il risultato finale, interessante nonostante la durata del disco. Brani lunghi ed epici, melodie solenni e continui richiami a shieldwall e valorosi fratelli caduti in battaglia: classico e mai fuori moda.

Feigd – Heidenskapens Strid

2019 – full-length – autoprodotto

7 tks – 42 mins – VOTO: 8,5

L’autoproduzione Heidenskapens Strid dei Feigd è un mistero: si può, nel 2020, pubblicare tanta musica media/mediocre con il supporto delle etichette e poi avere questo album senza lo straccio di supporto da label più o meno grandi? Il valore del secondo full-length di questa one-man band norvegese è fuori discussione, puro viking metal che non disdegna riff di chitarra che “osano” varcare anche altri generi, con una produzione professionale e, soprattutto, un’ispirazione che a tratti toglie il fiato (la title-track, per gli amanti del SognaMetal). Il disco in questione è uscito lo scorso autunno e chissà se arriverà mai almeno la versione cd: in caso di pubblicazione avremo la conferma che il dio della musica c’è e ogni tanto ci mette mano.

Tagarot – Tales From Noreia

EP – 2020 – autoprodotto

5 tks – 15 mins – VOTO: 7

Il progetto austriaco Tagarot arriva al secondo EP in carriera dopo Veleda’s Prophecy del 2016, ma in realtà molte cose sono cambiate in questi anni. Non più band vera e propria, ma ora progetto del polistrumentista Julian Brockmeier, precedentemente responsabile di cornamusa, flauti, bouzouki e mandolino e ora alle prese anche con gli strumenti a corda, mentre per la voce si è avvalso dell’ospite Phil Zeo. Il folk metal proposto è semplice e diretto, con alcuni rimandi agli Eluveitie più celtici e grande attenzione ai ritornelli e alle melodie portanti. Tales From Noreia è un EP breve – tre brani “veri” più intro e outro – che fa ben sperare per il futuro.

Tersivel – Embers Beneath The Spirit

2020 – single – autoprodotto

1 tks – 6 mins – VOTO: SV

Abbiamo incontrato i Tersivel per la prima volta nel 2011 grazie al debutto For One Pagan Brotherhood, ma è con l’ottimo Worship Of The Gods di sei anni più tardi che il nome della band inizia a girare per davvero tra gli appassionati del pagan metal. Esce ora il singolo/videoclip Embers Beneath The Spirit: una canzone cupa e pesante, nella musica e nel testo dove si parla di depressione, vuoto interiore e della necessità di trovare la luce del sole per uscirne, distante da storie di antichi dei e fratellanza pagana come la band argentina (ora trasferitasi in Svezia) ci aveva abituato. La curiosità per la prossima release sale sempre di più…

Trollheart – Once Upon The Troll

2020 – full-length – Infinityum Productions

13 tks – 50 mins – VOTO: 7

The Finns have Finntroll, the Norwegians have Trollfest or the Canadians have Trollwar so it was time to the French to have their own Troll Metal band!”. La dichiarazione è chiara, così come le intenzioni della one man band di Nantes. Sulle influenze c’è poco da dire: Finntroll con un riffing più marcato e presente in fase di composizione e una buona dose di black metal. Le tredici tracce scorrono bene senza momenti di stanca ma anche senza sussulti particolari. Come debutto senza demo/EP/singoli precedenti non ci si può certo lamentare e la produzione ben fatta aiuta la bontà della musica con suoni corposi (la batteria però è un po’ troppo “computerizzata”!). Once Upon The Troll è un album fatto da un troll per gli amanti dei troll più chiassosi e sporchi: se siete tra questi fatevi avanti!

Vengeful Spectre Vengeful Spectre

2020 – full-length – Pest Productions

6 tks – 46 mins – VOTO: 7,5

In attività da poco più di un anno, i Vengeful Spectre sono solo l’ultimo di un nutrito numero di gruppi provenienti dalla Cina che arrivano alla pubblicazione del disco con distribuzione mondiale. Seguendo l’esempio di Black Kirin, Sigh e Frozen Moon, ovvero della frangia più estrema della scena cinese, i Vengeful Spectre hanno realizzato un esordio feroce e letale, che unisce metal estremo con strumenti tipici cinesi, creando atmosfere incredibili che si alternano a sfuriate black/thrash o riff debitori al death metal dei Behemoth di quindici anni fa. Sei canzoni sono abbastanza per capire il talento di questi musicisti asiatici, bravi nel realizzare un vero e proprio panzer sotto forma di musica.

WelicoRuss – Siberian Heathen Horde

2020 – full-length – El Puerto Records

47 mins – 9 tks – VOTO: 7,5

Siberian Heathen Hordeè il terzo full-length dei WelicoRuss, band in attività dal 2002 che porta avanti un discorso musicale che a grandi linee può essere inquadrato come symphonic pagan black metal. La componente sinfonica è in ogni lavoro più presente e in questo cd diventa fondamentale sia per le aperture melodiche (spesso con ritornelli e voci pulite) che per creare melodie quasi sempre in primo piano. Non mancano momenti debitori al black metal e momenti quasi sognanti, ma il cammino intrapreso dalla formazione d’origine siberiana pare chiaro e il risultato è buono. Tra Dimmu Borgir d’annata, Carach Angren e Khors, sono ora meno aggressivi rispetto a qualche anno fa, ma più maturi a livello compositivo, i WelicoRuss sono pronti a fare il grande passo se qualche label importante vorrà scommettere su di loro.

Tersivel – For One Pagan Brotherhood

Tersivel – For One Pagan Brotherhood

2011 – full-length – Trinacria Media

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lian Gerbino: voce, chitarra, basso Nicolás Närgrath: voce growl, chitarra – Herman Martiarena: batteria – Franco Robert: tastiera

Tracklist: 1. Cruzat Beer House Song – 2. As Brothers We Shall Fight – 3. The Heathen Sun Of Revenge – 4. Far Away In The Distant Skies – 5. High Germany – The Erin’s Jig – 6. And Fires Also Die Away – 7. Those Days Are Gone – 8. Aeolian Islands – 9. We Are The Fading Sun – 10. Tarantella Siciliana – 11. Cosa Nostra – 12. Pagan Nation

Attivi dal 2004, i Térsivel, band originaria di Buenos Aires, arrivano al debutto discografico dopo due mini cd grazie alla Trinacria Media, etichetta personale di Lian Gerbino, vocalist del gruppo. Provenire da un paese, l’Argentina, non di prima fascia per quel che concerne il folk metal è sì uno svantaggio perché si è fuori dalla scena “che conta”, ma anche un potenziale vantaggio se si cerca una propria via, non avendo praticamente concorrenza. Invece i Térsivel non portano nulla della loro nazione, proponendo un extreme folk metal di matrice nord europea, influenzato – e molto – da gruppi come Ensiferum, Turisas e Alestorm, oltre che – parole loro – dalla musica folk siciliana.

La produzione potente aiuta senz’altro la buona riuscita di For One Pagan Brotherhood, full-length che consta di dodici tracce per quasi un’ora di durata. I Térsivel dimostrano fin dalle prime note di avere una buona tecnica personale, oltre che un songwriting a tratti ispirato, anche se purtroppo ancora troppo derivativo e poco personale. La prima traccia del disco, Cruzat Beer House Song, è particolarmente festosa, dalle forti tinte folk in grado di trasmette gioia e voglia di ballare. La seguente As Brothers We Shall Fight suona minacciosa, soprattutto durante le strofe, grazie al sapiente lavoro del tastierista Franco Robert, capace di creare una melodia sinistra ed epica al tempo stesso, a metà strada tra i Turisas di The Varangian Way e i Dimmu Borgir di In Sorte Diaboli. The Heathen Sun Of Revenge si distingue, oltre per le prime note particolarmente pacifiche, per il ritornello semplice e immediato, con la melodia principale che torna presente in diversi punti del brano. La lunga Far Away In The Distant Skies inizia come i Turisas dei bei tempi: i primi quaranta secondi sembrano difatti uscire da un disco di Mathias Nygård e soci. La canzone prosegue tra ritmi incalzanti, break di pianoforte e stacchi che ricordano gli Alestorm più aggressivi. Completamente folk metal è High Germany – The Erin’s Jig: il flauto suona dolce e rotondo su di una base piuttosto ritmata, mentre la voce da raccontastorie di Gerbinoporta l’ascoltatore su sentieri polverosi circondati da boschi di alberi sempreverdi, in un cammino che conduce dritto al centro della festa, dove il violino è la prima donna e tutti i presenti hanno diritto di divertirsi. Dopo l’inutile insieme di rumori And Fires Also Died Away, la delicata Those Days Are Gone mostra il lato più intimo dei Térsivel: la voce rassicurante e le chitarre acustiche costituiscono un duo convincente, per quello che risulta essere un lento perfettamente riuscito. Aeolian Islands è un brano strumentale di chiara origine folk, piuttosto scontato nel suo lento scorrere che risente anche del cattivo posizionamento in scaletta. Nei sei minuti di We Are The Fading Sun si ascolta di tutto, dal riff in palm muting al pianoforte, dai cori epici allo scream, passando attraverso tempi di batteria serrati e trombe altisonanti, in un potpourri spiazzante. Arriva il turno di Tarantella Siciliana, strumentale di tre minuti dal forte retrogusto popolare, per quella che è veramente una tarantella metallizzata: idea simpatica ed esperimento riuscito. Lo è molto di meno, invece, Cosa Nostra. La canzone in questione, già di suo scialba musicalmente, presenta nel testo, a volte veramente evitabili, per poi concludere con il ritornello

Cosa Nostra, La Muzzarella, El Pepperoni y Tersivel

Bisogna chiarirlo: non è un’offesa o una presa in giro al sud Italia, ma un tentativo maldestro di Gerbino di omaggiare la terra dei suoi nonni, la Sicilia. Superati questi terribili minuti, si arriva alla conclusiva Pagan Nation: nei quasi otto minuti di durata, ancora una volta Turisas oriented, ritroviamo tutti gli elementi che contraddistinguono i Térsivel, ovvero l’alternanza tra voce clean e scream, ottime orchestrazioni e una solida base ritmica.

La band mette in mostra diverse qualità come la preparazione tecnica, il buon gusto per gli arrangiamenti e un amore viscerale per il folk metal nord europeo, peccando però di presunzione in qualche capitolo forse un po’ troppo intricato, volendo mischiare molti ingredienti senza avere lo strumento necessario per mescolare con efficacia il tutto. Ne risente la seconda parte di For One Pagan Brotherhood, dove sono presenti alcune composizioni non troppo ispirate che fanno scemare l’interesse nei confronti del cd.

Térsivel hanno ascoltato con attenzione gli insegnanti della vecchia Europa e hanno ripetuto a memoria la lezione; ma nelle note delle canzoni traspare una certa volontà di andare avanti e osare di più, cosa che effettivamente avverrà con il buonissimo Worship Of The Gods del 2017, lavoro nel quale Gerbino e soci mostreranno tutte le loro capacità.