Già due anni senza i Folkstone

Ieri mi è capitato di vedere una storia Instagram con i Folkstone in concerto due anni fa in quel di Milano, una data del tour di addio. Mi è tornato in mente questo articolo scritto proprio due anni fa, dopo il famoso annuncio social nel quale si comunicava la fine della band e le ultime date live. Per qualche motivo l’articolo non è mai stato pubblicato fino a oggi, rivisto e “aggiornato”, ma il contenuto è lo stesso. Un po’ di ricordi personali, qualche riflessione… un articolo diverso dagli altri pubblicati qui su Mister Folk, ma che viene dal cuore.

I Folkstone non sono stati solamente il gruppo più importante e famoso della scena folk metal italiana, ma rappresentano forse la miglior porta d’ingresso per i curiosi che si affacciano per la prima volta in questo mondo fatto di violini e cornamuse, arpe e flauti, oltre che di chitarre e batterie. Prima di celebrare i Folkstone è bene ricordare, al di là della qualità musicale (che non è mai mancata, diciamolo subito!), che se il folk metal in Italia ancora oggi gode di buona salute lo si deve proprio alla band di Lore e soci.

Poco più di due anni fa, come un fulmine a ciel sereno, i Folkstone annunciarono tramite la propria pagina Facebook che il viaggio iniziato nel 2005 giungeva ormai al termine, tempo una manciata di selezionati concerti per salutare vecchi e nuovi amici (e per raccogliere i meritati applausi, aggiungo!) e sarebbe calato il sipario in maniera definitiva. Ancora oggi non si conoscono con certezza le motivazioni di questo split, e inutili congetture a parte – le quali sui social hanno purtroppo trovato spazio – la spinta in questa direzione sembra essere la classica energia che viene meno dopo anni di tour, dischi e impegni promozionali.

I Folkstone hanno inciso sette album (contando anche Sgangogatt) e rilasciato un paio di testimonianze live (con il bonus dvd presente in Diario Di Un Ultimo), ma soprattutto hanno girato in lungo e largo l’Italia, portando divertimento e sorrisi a migliaia di persone. Era il 2010 quando vidi per la prima volta i guerrieri orobici sul palco, e ancora me lo ricordo come se fosse ieri: si trattava di un “pacchetto” incredibile formato da Kalevala hms (pure loro in procinto di sciogliersi a breve) in apertura, Furor Gallico, Folkstone e gli storici Skyclad in veste di headliner, al caro vecchio Boulevard di Misano Adriatico (RN), un concerto di grande coinvolgimento con quattro gruppi che non necessitano certo di una presentazione. Da allora, ogni anno è stato buono per vedere almeno un concerto dei Folkstone: cambiavano i musicisti ed uscivano nuovi dischi, ma il divertimento e il sudore ai loro spettacoli erano sempre gli stessi.

Al di là della questione musicale – c’è chi li preferisce i primi album, più ruspanti, chi le ultime e più riflessive pubblicazioni e chi, per non sbagliare, ha trovato del buono in tutti i dischi – è l’attitudine dei Folkstone ad aver sempre colpito la gente. Musicisti in gamba, preparati, ma soprattutto persone alla mano, gentili, che non si sono mai tirate indietro per una chiacchiera post concerto, regalando sempre grandi sorrisi. Com’è normale che sia alcuni erano più “caciaroni” e amavano passare le ore a bere birra in mezzo alla gente (Andreas in questo era un vero fenomeno!) e chi era di indole riservata, ed era bello scoprire ogni volta un lato del carattere di qualcuno che si lasciava andare a ricordi di gioventù o piccole storie di vita privata: per molti di noi fan i Folkstone sono stati una sorta di fratelli, anche se magari per una sola sera all’anno. Il rapporto musicista-fan è sempre stato bello e sincero e ciò, unito alla musica e all’impegno sul palco, non ha fatto altro che accrescere la stima e l’amore verso la band capitanata da Lore.

Il folk metal italiano deve davvero molto ai Folkstone e al Fosch Fest, il festival bergamasco che anni fa faceva sognare tutti gli amanti di questo genere musicale grazie a un’atmosfera unica e un bill ogni anno sorprendente. Per il festival, purtroppo, le cose non sono andate bene, soprattutto dopo l’apertura verso altri generi, ma quello che i Folkstone e Richard Milella, primo manager della band orobica e ideatore del festival, hanno fatto le edizioni iniziali è un qualcosa di forse irrepetibile, consacrando il folk metal nel nostro paese a suon di buona musica e birra di qualità. Se a un certo punto, proprio dopo i primi Fosch Fest, in Italia è scoppiata la “moda” del folk metal, il merito è dei nomi scritti poco fa. Una “moda” che ha portato alla creazione di tanti gruppi musicali, alcuni dei quali tutt’ora in attività con ottimi risultati, un’attenzione del pubblico verso band prima sconosciute sui nostri palchi (ma non nel resto d’Europa) e alla nascita di quella che è poi diventata la scena folk metal italiana. Non che prima non esistessero gruppi del genere, basti pensare ai Death Army che con Ragnarok (2004) hanno probabilmente inciso il primo lavoro “realmente” folk metal in Italia, formazione nella quale troviamo anche Becky dei Furor Gallico e arpa nel debutto Folkstone. Death Army che, nonostante il silenzio discografico, ebbero anche l’opportunità di aprire un Gods Of Metal. Quel che è sicuro, il diffondersi del verbo Folkstone ha dato la spinta al folk metal per emergere e farsi conoscere ma, soprattutto, ha fatto capire ai giovani musicisti che per suonare folk metal e generi vicini (viking, pagan) non si deve necessariamente parlare di Odino e Thor – personaggi affascinanti della mitografia norrena, senza dubbio – ma che è possibile raccontare storie di folklore locale, storie antiche che possono tornare alla luce e trarre ispirazione dalle meraviglie della natura che ci circondano. Questo dei testi “italiani” verrà poi definitivamente sdoganato dai Draugr con il capolavoro De Ferro Italico, ma questa è un’altra storia e forse un giorno ci sarà modo di raccontarla con il giusto tempo e spazio, ma mi piace rimarcare la scelta dei vocaboli da parte di Lore, vero poeta di montagna: frasi come “ed inerti rimangono le remote valli” o vocaboli come “rodire” non si leggono facilmente nei testi dei gruppi musicali.

Quest’articolo inizialmente doveva essere un piccolo resoconto sulla carriera dei Folkstone e raccontare l’evoluzione musicale attraverso i dischi in studio, ma scrivendo mi sono reso conto che per l’evoluzione musicale ci sono le recensioni nell’archivio e oggi la musica passa quasi in secondo piano. Non per la qualità, ma per il lato umano. Ci mancano i Folkstone, ci mancano i loro concerti e ci mancano i sorrisi di Roberta e Lorenzo, ci mancano i movimenti a tempo delle cornamuse e la grinta di Edo. Ci mancano i Folkstone e questo, probabilmente, è l’inequivocabile segno che i ragazzi che hanno iniziato a suonare “per caso” (grazie a un cd compilation della rivista Psycho! contenente un brano degli In Extremo, come ricordato da Andreas e Lore) hanno lasciato nei cuori di tutti noi. Ci mancate tanto, cari Folkstone, ed è sempre bello ricordare i momenti trascorsi insieme.

Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine

Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine

2021 – full-length – Antiq Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vittorio Sabelli: clarinetto, chitarra, basso, tastiera – Emanuele Prandoni: voce, batteria

Tracklist: 1. Le Forche Caudine – Act I – 2. Le Forche Caudine – Act II

In forte contrasto con l’idea (anche nel metal estremo) di rendere la propria proposta musica quanto più accessibile per andare incontro alle necessità di un’audience sempre più distratta e frettolosa, Vittorio Sabelli e i suoi Dawn Of A Dark Age confezionano l’ennesimo disco composto da canzoni dalla lunga durata e per nulla semplici da ascoltare. Anzi, questo Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. è un album che dura quasi quaranta minuti e ha solo due brani in scaletta, rispettivamente da ventidue e diciassette giri di lancetta. Chi ha avuto modo di ascoltare il precedente La Tavola Osca, uscito un anno fa, sa già cosa aspettarsi da questo nuovo full-length, per gli altri si può riassumere la creatura musicale di Sabelli con una definizione che potrebbe aiutare a capire, ma che comunque vive di tantissime altre cose che rendono i Dawn Of A Dark Age assolutamente unici. Si può parlare di un riuscito mix di metal estremo e qualche cosa di folk, da completare poi con uno strumento che dire rarità in questo settore è dire poco, ovvero il clarinetto. Clarinetto che è assoluto protagonista delle composizioni, alle quali regala momenti di pregiata “cultura” musicale che ben si posa su doppie casse e chitarre sferraglianti, un’idea che potrebbe sembrare azzardata ma che convince al 100% grazie alla bravura di Vittorio Sabelli. A ciò, in particolare nelle ultime due release, va assolutamente menzionata l’accurata ricostruzione storica di avvenimenti accaduti nella terra natia (e dintorni) del progetto, il Molise. Se con La Tavola Osca si è parlato di un importante ritrovamento archeologico tuttora esposto al British Museum di Londra, con Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C., com’è facile intuire, si parla della Seconda Guerra Sannitica, della quale il clou è sicuramente rappresentato dagli avvenimenti delle Forche Caudine. Essendo questo un concept album è bene dare qualche informazione al fine di comprendere meglio da cosa deriva l’ispirazione dei due lunghi brani e contestualizzare, per quanto possibile, il disco. Le Guerre Sannitiche si sono svolte dal 343 a.C. al 290 a.C. nella zona centrale dell’Italia con i Sanniti e altri popoli italici che si sono scontrati con una giovane repubblica romana che voleva conquistare territori e potere. Se la guerra ha visto i Romani vincere, la battaglia delle Forche Caudine è stata invece una grave sconfitta per le legioni romane, umiliate dai Sanniti di Gaio Ponzio e costretti a passare sotto i gioghi.

Il settimo lavoro dei Dawn Of A Dark Age è composto, come detto, da due lunghe composizioni che ne raccontano la storia con l’ormai classico stile fatto di parti narrate, intense sezioni strumentali, improvvise partiture metal e stacchi atmosferici. Act I inizia piano, poche note che col passare dei minuti e l’ingresso degli strumenti prendono forma fino a creare un mezzo capolavoro nel quale troviamo veramente di tutto. I riff di chitarra colpiscono piacevolmente, si sente il gran lavoro fatto su questo strumento per farlo suonare fresco e protagonista quando ce n’è bisogno, senza dimenticare, ovviamente, l’apporto del clarinetto che da sempre rende unica la proposta dei Dawn Of A Dark Age. Act II vede il grande contributo della chitarra nei primi minuti, con assoli e fraseggi particolarmente accattivanti sostenuti da ritmiche che rimandano ai massimi nomi dell’extreme folk metal dell’ultimo decennio. La componente folk, in questo brano, è piuttosto marcata e, soprattutto, ispirata. La sezione centrale della canzone cambia completamente registro: narrato teatrale e una parte strumentale molto delicata e triste caratterizzano bene la parte prima della nuova e bella esplosione metal che termina con cori e una marcia militare.

Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. è un disco ricco, complesso e bello, sicuramente non di semplice assimilazione. L’ascolto ottimale è quello con delle buone cuffie, in modo da isolarsi da tutto il resto e potersi concentrare sui dettagli che arricchiscono i brani che i numerosi ospiti (compreso Geoffroy Dell’Aria alla voce e cornamusa, già con i bravi Les Batards Du Nord ed ex Ithilien) hanno impreziosito con le loro capacità. Con una copertina che colpisce al primo sguardo e una produzione davvero buona per il genere, questo dei Dawn Of A Dark Age è signor lavoro che merita l’attenzione e il riconoscimento degli amanti di questa musica.

Aexylium – The Fifth Season

Aexylium – The Fifth Season

2021 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Andrea Prencisvalle: chitarra- Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Stefano Colombo: tastiera – Federico Bonoldi: violino – Leandro Pessina: flauto, mandolino, bouzouki

Tracklist: 1. The Bridge – 2. Mountains – 3. Immortal Blood – 4. Battle Of Tettenhall – 5. Skål – 6. An Damhsa Mor – 7. Yggdrasil – 8. Vinland – 9. The Fifth Season – 10. Spirit Of The North – 11. On The Cliff’s Edge

Prosegue la marcia dei lombardi Æxylium, freschi autori del secondo album The Fifth Season, il primo con la nuova etichetta Rockshots Records. Il gruppo di Varese continua quanto di buono fatto nel debutto Tales From This Land, con un pizzico di cattiveria musicale in più: i cinquantuno minuti dell’album scorrono molto bene, segno della bontà compositiva delle tracce. Anche l’aspetto grafico e i suoni si confermano all’altezza delle aspettative e di quanto già fatto tre anni or sono: la copertina è stata realizzata dal maestro Jan “Örkki” Yrlund (lo abbiamo incontrato con Atlas Pain, Cruachan, Hell’s Guardian, Korpiklaani e Tyr tra gli altri), mentre della registrazione se n’è occupato Davide Tavecchia, al lavoro con gli Æxylium anche nel debut album.

L’apertura del cd è affidata a The Bridge, canzone che mette in chiaro le caratteristiche della band e in quale direzione andrà The Fifth Season. Riff quadrati smussati da tastiere onnipresenti e gustose incursioni di strumenti folk fanno da tappeto alla voce aggressiva di Steven Merani (ma è presente anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain!): dopo i primi istanti si viene travolti da un’ondata di note che lasciano il segno. Segue Mountains, canzone davvero pregevole dal potenziale da singolo che rimanda alle hit degli Eluveitie e che vede la partecipazione della soprano Arianna Bellinaso. Immortal Blood alterna parti veloci ad altre maggiormente cadenzate nelle quali alcuni dettagli impreziosiscono il brano e rendono ancor più piacevole l’ascolto. Battle Of Tettenhall tratta della battaglia di Tettenhall: si torna nel 910 d.C. quando i vichinghi subirono una pesante sconfitta scontrandosi con gli eserciti di Wessex e Mercia. La voce pulita – un’arma a disposizione degli Æxylium non utilizzata nei precedenti brani – è a questo punto gradevole “sorpresa” per un brano 100% folk metal. Vichinghi e mitologia scandinava sono i temi maggiormente trattati nel disco e la quinta canzone Skål conferma ciò: un guerriero morto in battaglia racconta del suo arrivo nella Valhalla in quella che è una composizione gioiosa, spensierata e ballabile in concerto grazie alle ritmiche incalzanti e all’ottima parte strumentale. Continuando l’ispirazione strumentale arriva An Damhsa Mor, tre minuti di grazia folk e ottimo modo per “rallentare” l’ascolto del cd prima della brusca ripartenza rappresentata da Yggdrasil, l’albero cosmico della mitologia norrena. Gli eleganti flauti e violini rendono epica una canzone che non disdegna brevi ma efficaci accelerazioni, stop n’go con tastiere e chitarre “moderne”: forse per completezza la migliore composizione di The Fifth Season! L’up-tempo Vinland porta un po’ di allegria musicale e il ritornello si stampa immediatamente in testa: dal vivo potrebbe fare sfracelli! La title-track vede l’ottima alternanza delle voci maschile/femminile (Arianna Bellinaso fa un ottimo lavoro anche qui) e belle trame folk che portano all’ultima canzone Spirit Of The North, la quale suona pomposa nelle tastiere e accattivante nelle linee vocali, ma a sorprendere è (finalmente!) la presenza di un assolo di chitarra: le sei corde nel folk metal raramente si lanciano in solitaria, ma quando accade è sempre un piacere da ascoltare. La deliziosa strumentale On The Cliff’s Edge conclude l’ascolto di The Fifth Season, un album che conferma quanto buono fatto dalla band lombarda in passato e al tempo stesso in grado di portare gli Æxylium a un livello superiore

The Fifth Season è un album di livello internazionale, cosa che non dovrebbe stupire data la buona qualità della scena italiana, ma sembra che all’estero ancora ci sia diffidenza nei nostri confronti. Quel che è certo è che gli Æxylium possono essere orgogliosi di aver realizzato un disco come questo, che non potrà far altro che aumentare di popolarità tra gli amanti del folk metal.

Enslaved – Caravans To The Outer Worlds

Enslaved – Caravans To The Outer Worlds

2021 – EP – Nuclear Blast

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Grutle Kjellson: voce, basso – Ivar Bjørnson: chitarra – Arve Isdal: chitarra – Iver Sandøy: batteria – Håkon Vinje: tastiera

Tracklist: 1. Caravans To the Outer Worlds – 2. Intermezzo I – Lönnlig Gudlig – 3. Ruun II – The Epitaph – 4. Intermezzo II – The Navigator

Gruppi come gli Enslaved andrebbero supportati a prescindere, vista l’enorme qualità dei dischi, sia dei lontani anni ’90, che dell’ultimo decennio. Forse Grutle e soci sono tra i pochi a potersi vantare di non aver mai pubblicato un solo album sottotono. Chiaramente la discografia degli Enslaved non è formata solo da capolavori, ma dal debutto Vikingligr Veldi al recente Utgard (uscito appena dodici mesi fa) si contano solo dischi ottimi o buoni.

Il nuovo Caravans To The Outer Worlds è un EP composto da quattro brani per diciotto minuti di musica. Due tracce sono in realtà intermezzi strumentali, ma hanno la loro ragione di esistenza, non rappresentando il classico intro/outro che il più delle volte viene ascoltato una sola volta per poi essere skippato ad ogni ascolto. L’inizio del cd è affidato alla title track che suona nel classico stile della band norvegese con ritmiche black metal cantate in pulito, assoli di chitarra e un tocco prog particolarmente accentuato e apprezzabile. Intermezzo I – Lönnlig Gudlig è un esperimento dark prog davvero ispirato e coinvolgente, mentre la terza canzone Ruun II – The Epitaph ci riporta allo storico disco Ruun del 2006, uscito per la Tabu Records, etichetta che aveva a roster gente del calibro di Windir, Khold, Einherjer, Lumsk e Keep Of Kalessin. In questo brano non troviamo lo scream di Grutle Kjellson, ma chitarre a tratti liquide, un’atmosfera nebbiosa e dilatata, e un cantato pulito molto solenne. La conclusiva e breve (meno di tre minuti) Intermezzo II – The Navigator mostra un bel riff di chitarra e una sezione ritmica quadrata, ma finisce forse troppo presto in maniera quasi inattesa.

I diciotto minuti di Caravans To The Outer Worlds convincono a pieno, fermo restando che si ha tra le mani un EP che solitamente è un’uscita minore in attesa del prossimo album e non sempre, quindi, significa che la band stia andando necessariamente nella direzione musicale dell’EP. Vero pure che gli Enslaved ormai sono un caleidoscopio musicale e non riescono più a sorprendere gli ascoltatori in quanto da loro ci si aspetta di tutto. Detto ciò, l’unica cosa che non convince a pieno è la qualità della produzione, poco pulita nelle parti “più metal”, come se le note delle canzoni fossero circondate da una fitta nebbia: forse ciò è il risultato di un lavoro specifico in studio di registrazione? Stando alle parole del chitarrista Bjørnson questo breve lavoro è la fusione di passato, presente e futuro… e chissà cosa ascolteremo con il prossimo full-length.

Intervista: Celtic Hills

Arrivati al secondo disco in due anni con il nuovo Mystai Keltoy, gli italiani Celtic Hills hanno confermato le buone impressioni suscitate col debutto e aggiunto qualche piccola novità in grado di portare freschezza a un album in grado di fare la gioia degli appassionati dell’heavy power che non disdegnano le ritmiche vicine al thrash metal. Con testi che trattano di storie e leggende legate al Friuli Venezia Giulia, non potevamo non intervistare il cantante e chitarrista Jonathan Vanderbilt: buona lettura!

Rompiamo il ghiaccio parlando della vostra storia: ho visto che vi siete formati nel 2008 ma dopo un primo demo di due anni più tardi avete pubblicato il disco di debutto nel 2020: cosa è successo nel frattempo?

Sarebbe stato meglio omettere l’uscita del 2010 e dire che siamo nati dopo, ma per tenere  viva la fiamma della passione ho fatto uscire dei brani per delle compilation, mentre cercavo musicisti per creare una line-up stabile.

La copertina del disco è molto particolare, con quella navicella spaziale davanti a un antico villaggio. Ce ne vuoi parlare?

Ho studiato archeologia all’università e leggendo studi non accademici ho maturato la possibilità che la storia dell’uomo non si è svolta come ci hanno sempre raccontato. La copertina si rifà un po’ al film Outlander del 2009, ma negli argomenti che trattiamo nei testi vogliamo porre l’attenzione sul fatto che le astronavi esistevano già in tempi antichi, come scritto anche da Plinio il Vecchio o nella Bibbia masoretica, così come nei Veda indiani.

Nei testi di si parla di colonizzazione del Friuli Venezia Giulia da parte di antiche popolazioni aliene. Da dove nascono queste storie e come ne siete venuti a conoscenza? Anche se vi muovete in un genere nel quale non mancano draghi, eroi immortali e mondi fantastici, non temete di poter apparire “ridicoli” con questo tipo di storie?

Ci sono band che suonano perché devono vendere, noi suoniamo per esprimerci e poco importa se possiamo apparire ridicoli o demodé: in letteratura ci sono molti autori che sostengono la presenza aliena e cito i più noti: Zecharia Sitchin, Mauro Biglino, Corrado Malanga anche se per me il primo fu Peter Colosimo che vinse il premio Bancarella nel 1976 con il libro “Non è terrestre”. D’altra parte è meglio avere dubbi e far ricerche piuttosto che esser bigotti e credere senza far domande.

Con Allitteratio avete giocato la carta del testo in italiano: pienamente soddisfatti del risultato finale? Pensate di riproporre altri brani in lingua madre in futuro? Partendo da Allitteratio volete addentrarvi nei testi delle vostre canzoni, raccontando di cosa parlano?

Alliteratio è stata scritta per provare a partecipare  a Sanremo! Una sfida provare a scrivere in italiano un brano metal (anche se lo reputo più rock). Il testo usa l’allitterazione, una forma grammaticale un po’ desueta. In generale i testi seguono dei filoni che vanno da fatti storici realmente accaduti in Friuli (non si dimentichi che è stata una zona con molti avvenimenti storici rilevanti) a questioni più spirituali e filosofiche, ma dove l’essere umano è sempre al centro. Qualche testo è più idiota e parla di birra e vino: il Friuli è famoso anche per l’alcool!

Musicalmente il disco è vario e le canzoni hanno una personalità propria. Seguite un qualche schema per comporre o andate a ruota libera? Quali sono (e perché) i pezzi forti di Mystai Keltoy?

Secondo me è il modo di suonare che distingue una band, dipende dal carattere, dall’anima se vuoi, dalle cose che vuoi dire e come scegli di esprimerti. Quindi direi che andiamo a ruota libera senza voler dimostrare a tutti i costi il livello tecnico (ci sono tecnicismi, ma non finalizzati all’esibizionismo). Su Mystai Keltoy i pezzi che pensavo fossero i più forti non si sono dimostrati così piacevoli (Already Lost) mentre The Tomorrow Of Our Sons è andato oltre ogni aspettativa, come anche Eden, la canzone cantata da Germana Noage in qualità di ospite.

Nella canzone Eden il microfono è affidato alla brava Germana Noage: come nasce questa collaborazione?

Germana era la cantante degli Aetherna, band che come noi è con la Elevate Records, da qui la proposta di invitarla a cantare su una canzone che in fase di preproduzione a lei era piaciuta molto.

In dodici mesi avete pubblicato due album e un EP: dove trovate tutta questa ispirazione per comporre tanta musica in così poco tempo?

Mentre rispondo a queste domande stiamo già registrando il disco nuovo! L’ispirazione nasce leggendo le recensioni! Quando leggo le opinioni di chi ha avuto la pazienza di ascoltare un nostro disco capisco che ci sono sempre delle perplessità e mi vengono idee per scrivere nuovi pezzi! Non amo molto le etichette sul genere che ci viene affibbiato, così in questo nuovo lavoro ci sono esperienze nuove!

Nelle vostre canzoni si trovano tanti generi diversi, dall’heavy al thrash con una buona dose di power metal. Quali sono i gruppi che vi ispirano e come vi piace autodefinirvi?

L’approccio non è per genere, ma per emozioni! Per me è uno stile di vita, con dei valori dove amicizia, rispetto del pianeta e amore verso la propria terra e le tradizioni vanno rispettati. Queste cose hanno una colonna sonora che io sento nel Metal. Sottogeneri o definizioni sono cose da giornalista. Mi piacciono le band quando sono agli esordi: i miei amori da adolescente furono Helloween, Rage e Anthrax, ma parliamo degli anni 80!

Jonathan, come e quando hai iniziato a cantare e a suonare la chitarra? Quali sono i musicisti che maggiormente ti hanno influenzato?

Ho iniziato a suonare come bassista in un gruppo punk, ma avevo solo tredici anni. Poi ho studiato lirica e chitarra classica… per citarti i miei chitarristi preferiti inizio con Manni Schmidt (ex Rage, ex Grave Digger, ndMF) quando ero giovanissimo per poi come molti amare Malmsteen e in tempi recenti Victor Smolski (ex Rage, ndMF), Joe Satriani e Alexi Laiho.

Avete pubblicato quattro videoclip per promuovere Mystai Keltoy: Blood Is Not Water che è il classico video nel quale la band suona su di un palco, The 7 Headed Dragon Of Osoppo che è una sorta di “dietro le quinte”, Eden con l’ospite Germana Noage e The Tomorrow Of Our Sons, che è il videoclip che mi ha più colpito: in pratica siete voi tre che camminate in un prato. Come vi è venuta questa idea e che tipo di reazione sta avendo questo video?

Il video di Tomorrow Of Our Sons lo volevamo semplice per dare l’idea di una desolazione. Abbiamo aspettato una giornata plumbea e un prato con erba secca, ma anche con qualche primo germoglio, una sorta di desolazione con della nuova vita che inizia a crescere. Tra tutti i nostri video su Youtube è quello che ha raggiunto il più grande numero di visualizzazioni e commenti positivi. Per l’occasione ho indossato il mio primo chiodo degli anni 80!

Come Celtic Hills vi sentite parte della scena italiana? Ha senso parlare di fratellanza e condivisione nel 2021, o sono solo parole prive di significato?

Chi mi conosce sa bene di come cerchi sempre di collaborare con le altre band e con tante band italiane siamo molto amici! Siamo italiani e quindi apparteniamo alla scena italiana. Per onestà intellettuale devo dire che come per altre band italiane, siamo apprezzati di più all’estero, specialmente al nord Europa.

Tre pubblicazioni in dodici mesi, immagino quindi che starete già lavorando a qualcosa di nuovo. Confermi?

Il nuovo disco, di cui sono già stati registrati otto brani, ma stiamo registrando ancora, segue Mystai Keltoy con alcune cose che ricorderanno anche Blood Over Intents. Ti anticipo che ci sarà un brano molto da sagra ah ah ah, non lo voglio definire folk, forse più Volk! Ti voglio anticipare il titolo: Villacher Kirktag!

Come sai questo è un sito che tratta folk/viking metal. Ti chiedo quindi se conosci alcuni gruppi della scena e se ti piace qualcosa di questo genere.

Ti dico le band di cui ho gli album e quindi: Svartsot, Vicious Crusade, Lyriel e poi ovviamente band più note come Amon Amarth e King of Asgard.

Ti ringrazio per la disponibilità e la chiacchierata. Puoi aggiungere quello che vuoi!

Proprio perché è un sito dedicato al folk e al viking suggerisco alcune canzoni dei Celtic Hills su questo versante che sono The Slamming of 1000 Shields, Forum Julii, Avari Horn e Guardian Of 7 Stars che trovate su Youtube oppure su https://www.n1m.com/celtichills dove si possono anche scaricare gratuitamente se non sono con Elevate Records.

Nodfyr – Eigenheid

:Nodfyr: – Eigenheid

2021 – full-length – Van Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Mark: chitarra, basso – Jasper: tastiera

Tracklist: 1. Mijm Oude Volk – 2. Gelre, Gelre – 3. Wording – 4. Driekusman – 5. Bloedlijn – 6. Zelf – 7. Nagedachtenis

Gli olandesi :Nodfyr: arrivano finalmente a pubblicare il full-length di debutto dopo anni d’attesa: l’EP In Een Andere Tijd aveva lasciato gli amanti del pagan metal più roccioso con una gran voglia di nuove canzoni e sono trascorsi oltre tre anni per poter ascoltare Eigenheid, disco che di diritto finirà tra le migliori release dell’anno. Le coordinate musicali sono le stesse dell’EP, ovvero robusto pagan metal diretto e lineare impreziosito dalla profonda voce di Joris (ex Heidevolk, attualmente voce anche degli Stormbreker). Eigenheid è composto da sette tracce per un totale di quarantuno minuti. Il disco si presenta molto bene in un elegante digipak arricchito da una splendida copertina bucolica e un booklet semplice con i testi (in olandese e purtroppo non tradotti) e le info necessarie. La Vàn Records in questo non si parlare dietro, dando sempre attenzione e cura ai dettagli dell’aspetto grafico e visivo del prodotto cd. La produzione è perfetta per la musica, potente e pulita ma reale nei suoni, in grado di mettere in risalto i passaggi di Mark e Jesper (che troviamo insieme negli interessanti Alvenrad); il mastering è stato curato da Greg Chandler, già al lavoro con Fen, The Flight Of Sleipnir e Kawir. Infine sono da menzionare gli ospiti presenti sul disco, ovvero il batterista Nico (dietro le pelli per gli Stormbreker) e la cantante Tineke Roseboom (Blaze Bayley e guest anche per gli Stormbreker, sempre loro).

L’opener Mijm Oude Volk è lenta e cadenzata, dal tono malinconico, con le tastiere che accompagnano bridge e ritornello fino all’inevitabile ma piacevolissima accelerazione che rende il pezzo vario e accattivante. Gelre, Gelre sembra essere fatta per far cantare il pubblico ai concerti: chitarre e melodie semplici che rimandano agli Heidevolk dei primi lavori hanno sempre un gran fascino! Wording suona dannatamente doom nel riff principale e nell’atmosfera, alla quale fa da contraltare la folkeggiante Driekusman, strumentale da tre minuti che ricorda un po’ le sagre bavaresi tutte birra e carne alla brace, ma con un tocco di eleganza che rimanda alla musica classica. Dopo un intermezzo inaspettato ma gradito, si torna alle classiche sonorità dei :Nodfyr: con Bloedlijn: l’epicità si unisce alla drammaticità del cantato, con la chitarra che finalmente si fa largo verso il finale tra riff efficaci e un breve assolo. La successiva Zelf si assesta su quanto fatto nelle precedenti canzoni, forse un po’ prevedibile ma comunque in grado di funzionare alla grande anche in virtù di una lunga parte strumentale che nella sua semplicità la distingue dalle altre tracce. Settima e ultima canzone di Eigenheid è Nagedachtenis, la quale inizia con gli strumenti acustici per lasciare presto il palcoscenico a chitarre elettriche e batteria. Mid-tempo e cantato teatrale, melodie semplici e orecchiabili, ma soprattutto la bravura dei tre musicisti nel creare brani di qualità con un sound subito riconoscibile pur essendo questa appena la seconda release.

Eigenheid è un debut album al quale non manca niente: canzoni e impatto sonoro da band collaudata, presentazione del cd impeccabile e, soprattutto, musica di qualità. Acquisto consigliato non solo agli appassionati del pagan metal, ma anche ai giovani musicisti perché quello dei :Nodfyr: è l’unico modo per realizzare buona musica al netto del talento: nessuna fretta e tanto tempo speso in sala prove cercando di tirare fuori le migliori canzoni possibili.