Intervista: Helheim

Quanti gruppo possono vantare la pubblicazione di un disco stupendo come WoduridaR a quasi trenta anni dalla propria formazione? E quanti, nell’ultima parte di carriera, hanno azzeccato uno dietro l’altro la realizzazione in serie di album che hanno permesso al sound classico del gruppo di progredire rendendolo fresco e sempre nuovo senza tuttavia snaturarlo, lasciando le vecchie radici ancora ben salde? In pochi possono competere con gli Helheim del 2021, e fa sempre piacere avere a che fare con un artista come Vgandr, sincero nelle risposte e con il desiderio di far conoscere meglio l’ultimo nato in casa Helheim.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Ascoltando WoduridaR ho avuto la sensazione di essere circondato dalla nebbia, di avere freddo e di stare incredibilmente bene. Vi piace l’effetto che mi fa e cosa provate voi ad ascoltarlo?

Ti sono grato per il tuo pensiero, ma sottolineo sempre che formulare una propria opinione riguardo l’interpretazione di un album è importante per tutti. Devo dire che comprendo perfettamente la tua descrizione, e in effetti tendo a provare le stesse sensazioni. Tuttavia, quando si lavora così meticolosamente ad un album, come abbiamo fatto noi, è facile esacerbare l’intera sessione. Nel tempo, questo potrebbe riportare all’idea originale, come è stato per i vecchi album.

Ho avuto l’impressione che con WoduridaR abbiate proseguito quanto fatto negli ultimi lavori, ma ripescando una parte di quella vecchia cattiveria musicale che ultimamente era stata messa un po’ in disparte.

Sono totalmente d’accordo, in particolare riguardo Rignir. Dare a quest’album una natura più estrema è stata una decisione consapevole. Allo stesso tempo, devo dire che è stato importante per noi proseguire mantenendo il cantato pulito. Ormai è parte integrante degli Helheim, e rende la musica più atmosferica e variegata.

La mia idea è che questo disco sia il più completo e bello della vostra discografia. Voi cosa pensate di questo disco? So che è difficile da dire, ma quali sono i dischi che ritenete più riusciti e importanti della vostra discografia?

Beh, grazie mille. Non accade molto spesso che una band pubblichi il suo miglior album dopo quasi 30 anni di attività; perciò, questo è sicuramente gratificante da sentirsi dire. E anche io concordo con te. Credo che per ogni band sia importante lavorare all’album successivo pensando che possa essere il migliore. È qualcosa che abbiamo fatto anche noi, e continuiamo a fare, ma col senno di poi non sempre ci siamo riusciti (vedi Blod & Ild, Yersinia pestis ecc.); in ogni caso, direi che i nostri ultimi tre album siano di una qualità davvero soddisfacente.

I testi sono slegati tra di loro e nell’info sheet fate menzione di Tankesmed e Litil Vis Madr come i più oscuri dell’album. Vi chiedo quindi di approfondire i testi del disco e di queste due canzoni nello specifico.

Eheh, servirebbe troppo spazio per darti una spiegazione dettagliata, traccia per traccia. Di solito tendo a farlo per telefono, o comunque a voce. Però, posso farti un tutorial.

Vilje av stål – Questo brano riguarda la perdita di un passato glorioso. Inoltre: dovremmo accettare questa perdita, oppure dovremmo accettare di non accettare ciò che oggi viene accettato? Mi segui?

Forrang for fiende- Anche se tutto sembra ormai perduto nel passato, c’è ancora una luce. Una luce che resta dentro di noi. Questa luce è di natura più umile rispetto a quella moralista tipica di ciò che viene considerato sacro per i monoteisti. Così come loro venerano (il che è davvero una follia in sé), noi impariamo dal nostro passato, e restiamo legati a radici morali che non distruggono (e non si distruggono). Per questo motivo diamo la precedenza ai nemici: sappiamo già che si sentono superiori.

WoduridaR – Riguarda i diversi appellativi di Odino, e i loro legami con le sue diverse aree di azione.

Åndsfilosofen – Un testo completamente bizzarro, al quale ognuno può attribuire la propria idea di significato. Non sono certo nemmeno io di cosa mi passasse per la testa, quando l’ho scritto.

Tankesmed – Rabbia allo stato puro. Lascia che il martello della volontà vibri i suoi colpi sulla testa di coloro che hanno tentato di accecarci nelle ultime migliaia di anni.

Ni s solu sot – Il titolo è in proto-norreno, e può essere tradotto come Senza la luce del sole. Si basa su un libro riguardante il proto-norreno, in cui vengono interpretate e discusse diverse iscrizioni runiche. È decisamente di un testo dal sapore mistico.

Litil vis madr – Un uomo conosce poco. Anche questo testo è basato su un’iscrizione runica. Cosa sappiamo davvero? Quali segreti devono ancora essere svelati? Noi sappiamo poco, ma la terra conosce tutto. Al suo interno albergano molti segreti che devono ancora essere scoperti dagli uomini, e che non sono mai stati portati alla luce.

Det kommer I bølger – Scritta in un momento di disperazione, in cui l’amore infuriava selvaggio nel mio cuore. Si tratta di una storia vera, che per mia fortuna ha avuto un lieto fine.

Ni S Soli Sot è forse la canzone più particolare dell’album, avendo una fisionomia tutta sua e presentando al suo interno diversi elementi che la caratterizzano. Volete raccontarci qualcosa sulla sua composizione e dirci come voi musicisti vedete la canzone in questione?

Questo brano è stato composto da H’grimnir, quindi non posso davvero dire quale sia stato il processo creativo. In ogni caso, è certamente uno dei miei preferiti dell’album.

Torniamo al disco landawarijaR, con la title-track che omaggia Impressioni Di Settembre della P.F.M. La prima volta che ho ascoltato la canzone sono rimasto a bocca aperta perché siete riusciti a far vostro un pezzo della storia del prog amalgamandolo alla perfezione col vostro sound. In quale modo è venuta fuori questa cosa? Prima di iniziare la scrittura avevate già in mente di fare un omaggio del genere o semplicemente è stata fatta in sala prove per “giocare” e poi il risultato vi ha entusiasmato?

Il ricordo è abbastanza vivido. A quei tempi ascoltavo molto prog italiano, e la canzone menzionata fu tra quelle che catturarono maggiormente la mia attenzione. Si avvicinava davvero alla mia definizione di “maestoso”. Avevo già iniziato a comporre la title track, ma poi ho avuto l’idea di includere la P.F.M., creando quello che è l’attuale vero brano. Mentre andavamo in montagna per un meeting, ho presentato la mia idea al resto della band, e tutti l’hanno immediatamente apprezzata. Quindi, la canzone è divenuta realtà.

Il progressive italiano in Norvegia sembra avere diversi fan nella scena viking black: voi, Enslaved e Borknagar non ne fate mistero. La cosa interessante è che tutti voi avete avuto un’evoluzione dal suono crudo degli inizi verso un qualcosa di più strutturato che mette insieme extreme metal e influenze prog, di fatto rendendo i vostri sound unici e immediatamente riconoscibili.

Non sapevo che anche gli Enslaved e i Borknagar ascoltassero prog italiano, ma direi che la cosa abbia senso. Devo sottolineare che landawarijaR è l’unico brano che trae i suoi frutti da un’influenza prog diretta. Le altre sono semplicemente idee sparse che avevamo in testa.

Al di là del nome, qual è la vostra connessione con la mitologia norrena?

I nostri testi riguardano i misteri delle rune, e anche la condotta e l’etica degli antichi. Ritengo che ci sia molto da imparare dal passato. In più, utilizzo la concezione pagana come avversario dei dogmi religiosi che si sono impossessati delle nostre vite.

Ci sarà qualche tour per promuovere il disco, magari in primavera? State organizzando le date sperando di poter girare l’Europa senza problemi?

No, abbiamo solo festival in programma.

Pubblicherete mai un live album o cd/dvd live, magari in occasione di un anniversario?

No, decisamente no. Non abbiamo interesse in questo genere di cose.

Vi ringrazio per l’intervista e spero di potervi vedere presto in concerto in Italia; volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te. Spero che il popolo metal italiano apprezzi il nostro nuovo album, visto che noi stessi ne andiamo fieri. E come sempre: il paganesimo è resistenza.

ENGLISH VERSION:

While listening to WoduridaR I have felt like being surrounded by the fog. I could feel the cold air, it was a pleasant and incredible sensation. Do you agree with my personal feeling? How do you feel while listening to this album?

I’m grateful for your thoughts and sensations, but I always stress that it’s important for everyone to make up their own opinion about how an album is interpreted. I must say that I fully understand your description, and I tend to feel the same. Though, when working on an album so thoroughly as we have, it’s easy to overkill the whole session. In time it might bring back the original idea, as it is with older albums.

I had the impression that WoduridaR is the natural prosecution of your last works, with a bit more of your old “musical violence”, which was a bit left out in them.

I do agree, and especially concerning Rignir. It was a conscious decision to let this album be of a more extreme nature. At the same time, I must say that it was important for us to maintain and progress with the clean vocals. It’s now an integral part of Helheim, and it makes the music more varied and atmospheric. 

My general opinion is that WoduridaR is the best one in your discography; moreover, it can be considered also as the most complete one. What do you think about this album? I am aware that it might be a bit difficult for you to select, but I would like to ask you which are the records that you think are the most important and successful in your discography.

Well, thank you for that. It’s not very often a band releases their best album after almost 30 years, so this is of course extremely rewarding to hear. And I do agree with you as well. I think it’s important for any band to always chase the next album as being their best. This is something we also do and have done, but in hindsight we haven’t always succeeded in that (e.g. Blod & Ild, Yersinia pestis etc.), but again I think that our last 3 records are of a very satisfying quality.

The lyrics are not related to each other, and in the info sheet, you mention Tankesmed and Litil Vis Madr as the most obscure tracks of this album. I would like to ask you to tell us more about these two songs, and to give us a further explanation of all the lyrics in general.

Haha, to give you a thorough walk-through through every track would take up too much space. I rather tend to do that via telephone or other oral medias. But I will give you a tutorial.

Vilje av stål- Is about the loss of a grandeur past. Moreover, should we accept this loss, or should we accept to not accept what is now the accepted. Get it?

Forrang for fiende- Though all seems lost in the past there is still a glow. The glow that lingers within us. This glow is of a humbler state than the self-righteous light of the holy/monotheistic. As they worship (indeed a folly in itself), we learn from our/the past and stick to the moral roots that doesn’t destroy. So, for that matter we give precedence to enemy as they already feel that they’re superior.

WoduridaR- Concerning Odin’s different names and how they’re linked to his different areas of activity.

Åndsfilosofen- Completely and utterly a weird lyric where each can find their own meaning. I’m not even sure myself what I had in mind when I wrote it.

Tankesmed- This is pure anger. Let the hammer of the will fall hard upon the ones who have tried to blind us the last thousands of years.

Ni s solu sot- The title is pre-nordic and can be translated into No sunlight. Based on a book about the pre-nordic language where different runic inscriptions are debated and interpreted. A mystic lyric, indeed.

Litil vis madr– And man knows little. This is also based on a runic inscription. What do we actually know? What secrets are still to be revealed? We know little, but the earth knows it all. Therein lies so many secrets that are still to be found by man, and some never to be excavated.

Det kommer I bølger- Written in dire times when love raged wild in my heart. It’s a true story, and luckily for me it ended well.

Ni S Soli Sot probably is the most peculiar track of the whole album: it has its very own structure and several elements that characterize it uniquely. Would you like to tell us something about the process of writing, and your thoughts on this song?

This song was created by H’grimnir, so I can’t really say how the process was. It sure is one of my favourites on the album.

Let’s take a step back to your album LandawarijaR: the title track is a tribute to P.F.M.’s song Impressioni Di Settembre. The first time that I listened to it I was truly amazed: you have been able to re-interpret a milestone in the history of prog, mixing it with your sound with a perfect result. What was the process that led you to this? Did you have in mind to make this tribute before starting writing? Or was it a kind of experiment made during the rehearsals, with a result that left you excited?

I remember it quite vividly. At the time I was listening to a lot of Italian prog., and one of the songs that really caught my attention was the mentioned song. It really resonated to what I consider majestic. At the time I’d already started writing the title track, but I could hear the idea of using P.F.M. on this actual track. On our way to the mountains to have a band meeting I presented the rest of the band with the song, and they immediately liked the idea. And so, the song was a reality.

Italian progressive music seems to be popular in the Norwegian viking black scene: you don’t make a mystery of it, along with Enslaved and Borknagar. The most interesting aspect is that all of you have experienced an evolution: from the rough sound of beginnings to something more complex that blends extreme metal and prog influences. This leads to unique styles and sounds, easily and immediately recognizable.

I didn’t know that Enslaved and Borknagar listened to Italian prog., but I guess it makes sense. I must stress that the song LandawarijaR is the only song that bears fruit from a direct influence from prog. The other influences are just loose ideas coming from the brain.

Besides the name of your band, what would you say about your connection with Norse mythology?

Our lyrics deals with the mysteries of the runes, but also the conduct and ethics of old. I think we have a lot to learn from our past. Furthermore, I use the pagan notion as an adversary to the religious dogmas that possesses our lives.

Are you planning a tour to promote your album, maybe in Spring? Are you scheduling the dates, hoping that it will be possible to travel around Europe without any issues?

No, we’re not. Only doing festivals.

Are you thinking about releasing a live album or a live CD/DVD, maybe to celebrate an anniversary?

No, certainly not. Not interested in doing such.

Thank you so much for this interview, I hope to see you live in Italy soon. Would you like to add something for our readers?

Thanks a lot for the interview. I hope that the Italian metal heads will enjoy our new album, as we’re proud of it ourselves. And as always; Heathendom is resistance.

Hand Of Kalliach – Samhainn

Hand Of Kalliach – Samhainn

2021 – full-length – Trepanation Recordings

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: John Fraser: voce, chitarra, batteria – Sophie Fraser: voce, basso

Tracklist: 1. Beneath Starlit Waters – 2. Solas Neònach – 3. Each Uisge – 4. Roil – 5. Cinders -6. The Lull Of Loch Uigeadail – 7. Ascendant – 8. Òran Na Teine-Éigin – 9. Trail Of The Beithir-Nomh – 10. Return To Stone

Esattamente dodici mesi dopo la pubblicazione dell’EP Shade Beyond, gli scozzesi Hand Of Kalliach tornano sul mercato con un nuovo lavoro, il full-length di debutto Samhainn. L’album, pubblicato dalla Trepanation Recordings, etichetta inglese che si dà un gran da fare in ambito metal estremo underground, è composto da dieci tracce per un totale superiore ai quaranta minuti. Musicalmente si può parlare del naturale proseguo di quanto fatto in Shade Beyond, con un pizzico di esperienza in più che ha portato il duo (marito e moglie) a levigare alcuni soluzioni a favore di una maggiore orecchiabilità che rende la musica sempre a metà strada tra death melodico e soluzioni folk, ma più accattivante nell’insieme. Quel che salta immediatamente all’orecchio è la maggior presenza della voce pulita di Sophie, ora superiore per quantità a quella growl del marito; anche le soluzioni più estreme sono diminuite, ma fortunatamente non del tutto scomparse. Quel che viene fuori a fine ascolto di Samhainn è la certezza che gli Hand Of Kaliach abbiano fatto un gran lavoro per realizzare un cd valido e personale, capace di intrigare sia gli amanti del metal estremo che quelli del filone symphonic.

L’opener Beneath Starlit Waters, dopo una sorta di intro parlato, esplode con rabbia lasciando presto spazio alla voce delicata di Sophie Fraser, la quale si prende strofe e ritornelli lasciando qualche momento anche alle urla di John che coincidono con l’aumento di velocità e rabbia della canzone. Sulla stessa falsariga si muovono Solas Neònach, Each Uisge e Roil, anche se quest’ultima non presenta rallentamenti nei suoi tre minuti di durata. Cinders è proprietà del cantato maschile e fanno capolino anche piccoli fraseggi di chitarra che caratterizzano il brano. The Lull Of Loch Uigeadail è un pezzo evocativo che “culla”, proprio come da titolo, l’ascoltatore: la voce lontana e quasi spettrale di Sophie, insieme alle melodie che arricchiscono la composizione, creano un bel break in Samhainn, pezzo riuscito e importante per ripartire a mille con Ascendant, dal marcato riff melodeath che riprende quanto già proposto dagli Hand Of Kalliach a inizio cd. Dinamica e varia, Òran Na Teine-Éigin suona leggermente diversa dalle altre canzoni in scaletta, anche se il trademark del gruppo è immediatamente riconoscibile. Sul finire di Samhainn troviamo delle piccole ma gustose novità, la prima delle quali è Trail Of The Beithir-Nomh, brano cantato solo da John e dal piglio “moderno” che comunque sta bene nell’album. Chiude Samhainn la doomy Return Of Stone, cupa e lenta nella prima parte, dal retrogusto folk e ben interpretata dai due cantanti, ma che poi cambia completamente registro con riff incalzanti e ritmi serrati.

Il disco di debutto degli Hand Of Kalliach si ascolta con piacere e tutto si trova al posto giusto. Senza passi falsi (ma neanche picchi particolari), aiutati da una produzione pulita ma non plasticosa, i due musicisti continuano a portarci in giro per la Scozia parlando della mitologia e degli splendidi paesaggi armati di strumenti elettrici e tanta voglia di far conoscere la propria terra. Gli Hand Of Kalliach hanno già trovato il proprio suono e al tempo stesso hanno migliorato la qualità delle canzoni rispetto alla precedente release: di questi tempi caratterizzati da immobilismo sonoro e ricerca della soluzione “facile” e vincente non è certamente poco.

Intervista: Aexylium

Conoscere una giovane band ai primi passi, seguirla negli anni e assistere alla maturazione artistica per poi parlare dei dischi che pubblica: così è successo anche con i lombardi Æxylium, avendoli incontrati per la prima volta nel 2016 grazie all’EP The Blind Crow e dando loro spazio per raccontarsi ai lettori del sito. La band del frontman Steven Merani ha da poco pubblicato il secondo disco The Fifth Season ed è questa l’occasione buona per tastare il polso a una delle più promettenti realtà folk metal. Hanno risposto alle domande Federico Buzzago (F) e Leandro Pessina (L).

RECENSIONI:
2021, The Fifth Season
2018, Tales From This Land

2016, The Blind Crow (EP)
INTERVISTE:

2018
2016

Sono passati tre anni dalla pubblicazione del debutto Tales From This Land e di strada ne avete fatta tanta. Cosa vi fa piacere ricordare degli scorsi anni, tra concerti ed esperienze nuove?

F: Ricordiamo con piacere le band con cui abbiamo condiviso il palco (ad esempio Elvenking, Wind Rose ecc.) e le persone conosciute durante i concerti, in particolar modo quando a fine esibizione vengono a complimentarsi, quello fa sempre un certo effetto. Una delle esperienze più belle e calorose l’abbiam vissuta quando ci siamo esibiti al festival di Montelago, nel 2018 se non erro: la partecipazione del pubblico in quell’occasione fu davvero incredibile.

Nuovo album e nuova etichetta: come siete arrivati alla Rockshots Records?

F: In realtà con Rockshots avevamo già avuto modo di conoscerci diversi anni fa, prima ancora della pubblicazione di Tales From This Land, poi decidemmo in quel caso di percorrere un’altra strada. Questa volta invece ho contattato Roberto Giordano per inviargli l’album ormai terminato, lui si è mostrato interessato fin da subito e quindi abbiamo deciso di proseguire assieme quest’avventura.

La quinta stagione, ovvero?

F: La quinta stagione è un ipotetico ed immaginario futuro in cui l’uomo esaurisce le risorse del pianeta, fino ad arrivare ad un’epoca di carestia e una quasi totale estinzione delle specie viventi. Il clima, la natura e di conseguenza le stagioni così come le conosciamo vengono stravolte e a questo periodo viene dato il nome di “Quinta Stagione”, appunto. Nella title-track si parla proprio di questo, ma non è tutto così catastrofico come potrebbe sembrare: infatti il testo racconta anche di speranza e di una futura possibile rinascita dell’uomo e della Terra.

I testi ruotano intorno al mondo vichingo con divinità, storie e battaglie realmente avvenuto. Da dove nasce la passione per questo popolo e continuerete a parlare di loro nei testi o siete aperti a nuovi “mondi”?

F: La mitologia norrena è un tema che ci appassiona molto, e in quest’album ci eravamo promessi di ritagliarci diverso spazio per trarne ispirazione per i testi. In particolare Steven, il nostro cantante, legge diversi libri su queste tematiche, ma anche io spesso mi lascio incuriosire ed ispirare. Per il futuro non è detto che il tema “vichinghi” possa rimanere così centrale come in quest’album, magari scriveremo qualcosa di più personale, vedremo!

Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che il vostro sound si sia indurito, con parti molto pesanti per il genere, ma che gli strumenti folk rendono comunque orecchiabili. Cosa ne pensi?

F: Era esattamente ciò che volevamo per quest’album. Abbiamo lavorato su riff di chitarra più serrati ed heavy, cercando di ottenere un sound più incisivo anche grazie all’utilizzo del growl di Steven in più brani. Abbiamo anche introdotto diverse tracce di coro registrate dai ragazzi di Facoltà di Musicologia di Cremona, per dare un tono più sinfonico a certe parti. Poi attraverso gli strumenti tradizionali comunque ricerchiamo sempre una melodia, un qualcosa che possa rimanere facilmente in testa.

In un paio di brani è presente Arianna Bellinaso alla voce: ci vuoi raccontare qualcosa in più di questa riuscita collaborazione?

L: Ho conosciuto Arianna nell’autunno del 2018, quando ho cominciato il Triennio Accademico di Flauto alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, a Milano. In particolare, abbiamo legato nelle pause caffè tra un corso e l’altro. Con lei c’è stata subito un’intesa personale, oltre che musicale, e quando Fabio mi ha detto che stava valutando l’idea di inserire una voce femminile su alcuni brani del nuovo album (all’epoca ancora un embrione) Arianna fu la mia prima scelta; mi sembrava, per timbro, tecnica e per “presenza”, la nostra candidata migliore. Lei, tra l’altro, era entusiasta della possibile collaborazione. Ascoltandone le registrazioni, anche gli altri si sono poi convinti che averla con noi in studio avrebbe notevolmente inciso sul risultato finale. La cosa migliore è stata vedere quanto la sua voce si legasse bene con il growl del nostro Steven. Non è la prima volta che collaboriamo con special guest femminili – basti pensare alla nostra versione del tema di Vikings, realizzata con il grande contributo Alessia Altea – ma con Arianna si è sviluppata un’intesa musicale unica, che speriamo di poter portare avanti.

Nell’opener The Bridge c’è anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain. Immagino che tra di voi ci sia amicizia e stima che vi hanno portato anche a condividere il palco più volte.

F: Esatto, con Samuele e gli altri membri degli Atlas Pain c’è un bel rapporto di amicizia da diversi anni, credo che legare con nuove persone e instaurare nuove amicizie sia una delle cose più belle della musica. Da tempo avevo in mente di proporgli una parte come guest in qualche nostro lavoro per la stima che ho nei suoi confronti e lui ha accettato subito senza pensarci su, siamo rimasti molto soddisfatti del risultato.

Per la copertina vi siete rivolti a Jan Yrlund ed è davvero bella. In particolare mi piace il fatto che ci sia un colore predominante, così come il blu lo era per l’artwork di Tales From This Land. Questa dei colori è un’idea che date voi a Yrlund? Qual è il significato della copertina?

F: In realtà a Jan Yrlund abbiamo inviato solamente il testo della title-track The Fifth Season per poterne trarre ispirazione e gli abbiamo lasciato carta bianca su tutto. Lui ha centrato perfettamente il punto con la copertina, raffigurando sia la decadenza da una parte, che la rinascita dall’altra. Anche a noi la scelta dei colori è piaciuta sin da subito perché “colpiscono” e attirano già al primo colpo d’occhio.

Viviamo in tempi incerti, ma vi state comunque organizzando per suonare live e presentare le nuove canzoni di The Fifth Season?

L: Il periodo non è certamente dei migliori. Già sappiamo quanto poco – nonostante il grande potenziale di molti musicisti e di tante band – il metal e il folk contino nel panorama nazionale italiano, tra pregiudizi e stereotipi ormai ridondanti e nell’indifferenza dei più; inoltre, c’è sempre il rischio di qualche colpo di coda della pandemia. Nei limiti del possibile, posso comunque rispondere di sì. Lo scorso settembre abbiamo avuto il grande piacere di suonare, per la prima volta, al Feffarkhorn, festival che ci ha sorpresi per l’organizzazione e l’accoglienza, e per la caparbietà nel volere a tutti i costi realizzare un qualcosa che, da due anni a questa parte, è molto raro. Qui abbiamo presentato una piccola anteprima del nuovo album. Inoltre, il prossimo 7 di Novembre saremo all’Arlecchino di Vedano Olona (VA), dove vi aspettiamo per il nostro release party ufficiale. Posso poi anticipare (ma lasciando anche un po’ di suspense) che, se tutto andrà bene, il 2022 si prospetta come un anno di svolta: ci aspettano alcuni palchi europei di tutto rispetto. Se tutto rimane stabile e confermato, questi saranno i nostri primi live fuori dai confini italiani. Non vediamo l’ora.

Dovendo scegliere tre canzoni del vostro repertorio per farvi conoscere, quali scegliereste?

L: Considerando il nostro repertorio completo, includendo quindi anche i brani provenienti da Tales From This Land, credo di poter dire Into The Jaws Of Fenrir, la stessa Tales From Nowhere e, dal nuovo album, un brano tra Mountains e The Bridge.

Il sogno degli Æxylium per il 2022?

L: Ripercorrere il solco lasciato dalla Nazionale quest’anno, e “conquistare l’Europa”;)

Come sempre vi ringrazio per questa intervista, volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Un saluto agli affezionati di Mister Folk e ci auguriamo che l’album sia di vostro gradimento!

Helheim – WoduridaR

Helheim – WoduridaR

2021 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Vilje Av Stål – 2. Forrang For Fiender – 3. WoduridaR – 4. Åndsfilosofen – 5. Ni S Soli Sot – 6. Litil Vis Made – 7. Tankesmed – 8. Det Kommer I Bølger – 9. Hazard (Richard Marx cover)

Ogni volta che esce un nuovo disco degli Helheim non si può fare a meno di essere positivamente stupiti per la qualità del lavoro e per l’incredibile evoluzione musicale che la formazione norvegese ha compiuto da inizio carriere a oggi. Nati nell’ormai lontano 1992, il quartetto di Bergen arriva con WoduridaR al traguardo dell’undicesimo studio album, sicuramente uno dei capitoli migliori dell’intera discografia. Musicalmente il nuovo disco prosegue la linea stilistica iniziata con l’ottimo raunijaR del 2015, il primo a coniugare in maniera ineccepibile black, viking, avantgarde e un pizzico di prog. Sono seguiti poi gli altrettanto validi landawarijaR e Rignir, dai quali WoduridaR prende la libertà di esprimersi senza freni, ma recuperando un po’ di sana cattiveria che ultimamente era stata messa un po’ da parte a favore di soluzioni meno estreme.

Le otto canzoni che compongono il disco hanno un inquietante quanto affascinante alone di nebbia intorno a loro. La produzione è ottima e non siamo dinanzi a suoni sporchi o affossati, la nebbia fa parte delle canzoni, è quello che si “vede” chiudendo gli occhi e ascoltando WoduridaR. Non poteva esserci inizio migliore con Vilje Av Stål, viking black con pregevoli rallentamenti e arpeggi nell’aria elettrica e assoli funzionali al “caos” che trasmette il brano. Forrang For Fiender è un up-tempo con il doppio cantato scream/pulito, breve nella durata ma dal forte impatto emotivo. La title-track è una bella canzone varia e ricca di soluzioni, con un ritornello melodico che si ripete molte volte fino a diventare ipnotico. Il continuo alternarsi di metal estremo, melodie sinistre, cori monumentali e urla scream – senza un preciso schema, il che rende le canzoni mai prevedibili – e forse esempio più bello e completo è rappresentato da Ni S Soli Sot, ennesima dimostrazione, non che ce ne fosse bisogno, di come si può essere efficaci e appassionanti senza avere una spina dorsale ben definita: assoli di chitarra, controtempi di batteria e squillanti campane sono solo alcuni degli elementi che rendono il pezzo in questione incredibilmente attraente. É interessante poi che dopo un brano così multiforme arrivi quello più estremo e old school, quel Litil Vis Made che riesce a trovare il modo di incuriosire con lo stacco centrale con cantato pulito e suoni inusuali primi di riprendere la corsa verso l’inferno, Helheim appunto.

I cinquattasette minuti di WoduridaR (se si considera anche la canzone Hazard presente solo in versione digitale e sul vinile, non su cd, riuscita cover di una hit del 1992 del cantante Richard Marx) volano via, imprendibili come la nebbia notturna in un bosco che può essere minaccioso ma anche accogliente. Con gli Helheim è sempre così: all’apparenza spaventosi e scontrosi, ma l’ascolto conquista immediatamente nonostante (o forse proprio grazie) l’oscurità che permea le canzoni. Da qualche anno sono indubbiamente tra le migliori realtà non solo viking black o scandinave, ma del metal estremo tutto.