Intervista: ShadowThrone

Gli ShadowThrone tornano a farsi sentire con il secondo disco, edito dall’olandese Non Serviam Records, dal titolo Elements’ Blackest Legacy. Rispetto al debutto Demiurge Of Shadow di due anni fa alcune cose sono cambiate, a partire dalla line-up: fuori il cantante Serj Lündgren e il bassista Emanuele Lombardi, dentro Zilath Meklhum (ex Voltumna) alla voce. La copertina, con uno stile più violento, sia per soggetto che per colori, rispetto a quella gotica/romantica del debutto, lascia presagire un sound rinnovato e più diretto, ed è proprio così. Le orchestrazioni classiche ed eleganti hanno lasciato spazio a synth e suoni freddi, con la base musicale che è sempre black metal, ma ora più brutale e cattivo. Ascoltando i due lavori in sequenza si riconosce lo stile della band, e l’evoluzione non poi così eclatante, ma al primo ascolto di Elements’ Blackest Legacy si rimane sorpresi. Le canzoni sono crude e tirate, funzionano bene sia nei momenti più estremi che in quelli più “ragionati” (Black Dove Upon My Shoulder), con la bravura dei musicisti che non fatica a venire a galla. Tra tutte le composizioni (undici per un totale di oltre sessanta minuti) spicca facilmente L’Autunno Di Bacco, oltre per il titolo e il testo in italiano, per una ricerca melodica che porta alla memoria i dischi symphonic black metal della seconda metà degli anni ’90. La voce di Zilath Meklhum è teatrale e profonda, sembra di ascoltare un arcaico canto pagano prima dell’ingresso dei synth e delle chitarre elettriche che portano alla conclusione del disco rappresentato da Faded And Cold Humanity.

Questo degli ShadowThrone è un ottimo disco di black metal diretto e potente (anche grazie all’ottima produzione “moderna”. Del mix e del mastering se n’è occupato Riccardo Studer, il quale è apparso su queste pagine con Stormlord, Dyrnwyn e La Janara), con orchestrazioni e synth a rendere vario l’ascolto e, soprattutto, composto da canzoni che non passano di certo inosservate. Troppi spunti e curiosità da togliersi per non intervistare la mente e leader della band, il chitarrista Steph, ecco quello che ci siamo detti:

Partirei domandandoti del cambio di cantante: via Serj Lündgren, sostituito dall’ex Voltumna Simone Scocchera, in arte Zilath Meklhum.

Innanzitutto ringrazio Mister Folk per l’intervista. Zilath Meklhum è entrato negli ShadowThrone poco prima delle sessioni in studio del nuovo album. È stato un momento delicato perché sia Emanuele Lombardi (basso) che Serj Lundgren (voce) avevano deciso di dedicarsi ad altri progetti mentre con gli ShadowThrone avevamo abbastanza materiale per un nuovo disco. Facemmo girare la notizia che eravamo alla ricerca di un nuovo cantante attraverso una serie di post sui social. Ci fu abbastanza attenzione ed ascoltammo alcune demo che avevamo ricevuto, compresa quella di Zilath. Avevamo avuto modo di suonare con i Voltumna in più occasioni ed eravamo al corrente delle esperienze live e in studio che Zilath aveva acquisito con la sua precedente band.

Dopo il cambio di cantante è arrivato il secondo disco, Elements’ Blackest Legacy. Con la nuova line-up è cambiato qualcosa nella fase di creazione?

Quando Zilath è arrivato avevamo tutto il materiale pronto tranne alcuni testi che erano rimasti incompiuti o andavano rivisti. Possiamo dire che Elements’ Blackest Legacy era già stato in gran parte “creato”. Non avevamo molto tempo perché le sessioni di registrazione sarebbero iniziate a breve quindi aveva un bel lavoro da svolgere sulle linee vocali. Siamo rimasti stupiti dal risultato. Inoltre in studio abbiamo notato che aveva uno scream ottimo quanto il growl e ci siamo ritrovati a poter usare entrambi gli stili vocali, cosa che ben si nota ascoltando l’album. Direi che rispetto ai brani di Demiurge Of Shadow siamo migliorati in un tempo abbastanza breve, forse dettato da alcuni errori e lacune che non avevamo notato nella creazione del primo album.

Musicalmente il nuovo Elements’ Blackest Legacy suona più violento e feroce di Demiurge Of Shadow. Era questo l’obiettivo che volevate raggiungere quando avete iniziato a lavorare sui nuovi pezzi?

Demiurge Of Shadow ha un suono più vicino al symphonic black metal degli anni ‘90 che io preferisco, molto probabilmente perché era quella l’intenzione, ma avevamo trascurato alcuni aspetti come ad esempio la durata dei brani. L’album, se da una parte aveva ricevuto critiche abbastanza positive per essere il primo lavoro della band, dall’altra veniva sottolineato come un lavoro un po’ “timido”. Questo ultimo aspetto ci ha portati a scrivere nuovi brani quando ancora Demiurge Of Shadow era in fase di promozione. Volevamo materiale che racchiudesse le influenze principali come il black metal in primis, il death e il trash metal, con il tentativo di creare una dimensione più personale. Non so se sia stata una scelta giusta perché credo che rimanga ai margini del black metal molto probabilmente come fonte di ispirazione. Avevamo l’obiettivo di fare un nuovo album senza aspettative di alcun genere .

Le chitarre sono semplicemente feroci. In cosa è cambiato l’approccio per il nuovo disco?

Non saprei, credo che lo stile non si sia allontanato molto dal precedente album, ma semplicemente abbiamo curato l’esecuzione e abbiamo investito su una produzione che mettesse in risalto il riffing piuttosto che la parte sinfonica. Elements’ Blackest Legacy contiene brani molto più cupi e meno epici rispetto a Demiurge Of Shadow, con passaggi che vanno dal black metal al death. Non ci siamo messi a tavolino a studiare come fare questo o quello per attirare chissà quale attenzione, ma semplicemente è avvenuto in modo naturale.

Le parti orchestrali sono molto importanti e quando fanno il loro ingresso riescono sempre a dare quel qualcosa in più senza però rubare i riflettori agli altri strumenti. Queste parti nascono in un secondo momento, dopo che i riff e la struttura già esistono? In quale maniera lavorate per creare le melodie e i tappeti di tastiera?

Le parti sinfoniche sono state scritte tutte da me per entrambi gli album nonostante la mia ignoranza in tema di orchestrazioni. Nella fase di creazione è l’ultimo tassello che vado a collocare, facendole girare intorno ai riff di chitarra. In Demiurge Of Shadow avevamo usato dei suoni classici del symphonic black metal mentre per il nuovo album c’era qualcosa che non mi convinceva. Non volevo il solito tappeto di violini, viole, ensemble ecc.. Personalmente credo che gli album metal da colonna sonora abbiano conosciuto la loro alba ed il loro tramonto. Sentivo il bisogno di entrare in una dimensione più pura e silenziosamente apocalittica come qualcosa di asettico e siderale e per rendere reale la visione non feci altro che sostituire le classiche orchestrazioni con suoni synth ed elettronici come avevano sperimentato in precedenza Limbonic Art o Samael.

In L’Autunno Di Bacco utilizzate la lingua italiana e il risultato è secondo me favoloso. Il brano si tinge d’epicità e viene voglia di ascoltarla più volte di seguito. Come nasce la canzone e pensate di utilizzare l’italiano anche in futuro?

Adoro L’Autunno Di Bacco perché in quel brano semi strumentale ho voluto imprimere le sensazioni che provo quando, nel tempo libero, dedico intere giornate ad escursioni tra le montagne della mia zona . Nella versione primordiale aveva un finale eseguito da un gruppo folkloristico locale con strumenti etnici ciociari. Questo perché spesso leggevo che gli ShadowThrone provenivano dalla capitale, a causa dei miei precedenti nei Theatres Des Vampires ed allora volevo usare L’Autunno Di Bacco come risposta per identificare la nostra origine ciociara. Ovviamente eliminammo la parte folk del brano aggiungendo alcuni versi de Inno A Bacco da Callimaco, grazie anche all’epica interpretazione di Gianpaolo Caprino degli Stormlord. È una traccia molto personale e quindi ho voluto darle anche un’impronta di italicità con versi recitati in italiano, cosa che non mi dispiacerebbe ripetere in futuro.

Faded And Cold Humanity è un pezzo insolito per voi e chiude in maniera inaspettata Element’s Blackest Legacy: era questo l’effetto che volevate dare?

Faded And Cold Humanity non è altro che la trasposizione sintetica di Faded Humanity contenuta in Demiurge Of Shadow. Volevamo chiudere l’album con una traccia “silenziosa” ed atmosferica che allontanasse l’ascoltatore conducendolo in mondi artici e privi di vita.

Il nuovo disco quasi raddoppia in durata il debutto Demiurge Of Shadow (togliendo intro e outri): non temete che l’ascoltatore possa “perdersi” dopo i primi 7-8 brani?

Non riesco ad esprimermi al riguardo, credo che debba basarmi sulle recensioni. Non penso che un lungo album abbia mai ucciso qualcuno. Personalmente ascolto album molto più lunghi senza mai annoiarmi, anzi, addirittura li riascolto da capo una volta terminati. È tutto individuale, ci sono album che vorresti non finissero mai . Non so se sia questo il caso ahah.

Il cd esce per la Non Serviam Records: in che modo è nata la firma e come vi state trovando?

Alla fine delle registrazioni, come tutte le band avevamo il promo da inviare alle etichette se volevamo dargli un’alba. Abbiamo contattato decine di etichette, alcune oneste ed altre molto meno, alcune interessate ed altre che neanche hanno risposto. L’olandese Non Serviam Records rispose con entusiasmo all’ascolto del promo di Element’s Blackest Legacy. Conoscevo la Non Serviam Records perché aveva prodotto The Canticle Of Shadows dei Darkend e ne avevo sentito parlare molto bene. Ma l’aspetto importante è stato che aveva ascoltato il promo più volte trasmettendoci l’entusiasmo di chi ama fare il suo lavoro. La Non Serviam Records fa parte di quelle etichette oneste che agiscono accrescendo il valore del tuo lavoro. Siamo orgogliosi di aver consegnato Elements’ Blackets Legacy nelle loro mani, visto anche l’aspetto promozionale che stanno portando avanti .

Riccardo Studer è una sicurezza e ogni gruppo che lavora con lui ottiene un gran risultato. Come vi siete trovati a lavorare con un professionista giovane ma già affermato?

Lavorare con Riccardo è stata un’esperienza utile e di totale relax che ha inciso non poco nella riuscita dell’album. Studer ha messo a disposizione i suoi consigli e la sua esperienza negli Stormlord e non sono mancati momenti di confronto e di discussione sulla musica in generale. È molto importante entrare in studio e sapere cosa si vuole. Come detto in precedenza mi ero occupato delle parti orchestrali pur non capendo nulla di composizione e Riccardo ha avuto il compito di correggerle, sistemarle e in alcuni casi riscriverle. Gli spiegai cosa avevo in mente per la parte sinfonica, che non erano le colonne sonore di Pirati Dei Caraibi o Il Signore degli Anelli. Fu abbastanza divertito perché era una richiesta strana e che usciva un po’ fuori dai canoni dei suoi studi musicali. Ha fatto un buon lavoro.

Anche la copertina, rispetto al debutto, è più “cattiva”: una scelta che va a braccetto con la musica? Come si è svolta la collaborazione con Néstor Avalos?

Volevamo un artwork che rispecchiasse Elements’ Blackest Legacy ed eravamo alla ricerca di un buon artista. Abbiamo notato i lavori di Nestor Avalos su di un sito web che si occupava dei migliori graphic designer nell’ambito metal e lo abbiamo contattato. Nestor ha lavorato per band come Dark Funeral, Rotting Christ, Valkyria e Moonspell. Piuttosto che dargli delle direttive precise gli abbiamo inviato il promo dell’album lasciandogli carta bianca in modo da creare le sue sensazioni ed ha fatto un ottimo lavoro. I colori alla base dell’artwork hanno una tonalità calda che si raffredda salendo verso il picco della montagna composta da teschi ed elementi morti, fino a sprigionare un flusso dalle tinte gelide.

Parliamo di concerti. Una band del centro Italia ha meno possibilità di esibirsi rispetto ai gruppi del nord? Vi sentite parte di una scena?

Quello del discorso su una presunta scena italiana è un argomento intricato e interessante. Posso esprimere il mio personale parere che magari non rispecchia quello degli altri membri. Personalmente non mi interessa far parte di nessuna scena. Non mi preoccupa neanche il discorso dell’underground perché spesso trovo associati a questa definizione alcuni concetti veramente stupidi ed insensati. Mi interessa soltanto creare senza dover necessariamente collocarlo in un settore specifico. Trovo che in Italia ci siano pochissime band interessanti e le ragioni sono molteplici. Mi piace tenere contatti con queste realtà e spesso abbiamo condiviso lo stage con loro. Diciamo anche un aspetto della verità, cioè che in questo  mondo ognuno pensa alle proprie ambizioni ed esigenze, scena o non scena. Ovviamente la posizione geografica influisce molto soprattutto a livello economico/logistico se pensiamo che spostare una band da nord a sud o viceversa richiede un costo per gli organizzatori o per la band stessa. Non è un aspetto che riguarda essere migliori al nord o peggiori al sud ma indubbiamente se parliamo di termini live allora la geografia ha il suo peso.

Siamo al termine della chiacchierata: c’è qualcosa che volete aggiungere?

Ringraziamo la redazione di Mister Folk per aver dedicato spazio a questa intervista e tutti coloro che ci supportano, invitiamo i lettori a seguire la pagina Facebook degli ShadowThrone.

Intervista: ShadowThrone

Grazie all’Yggdrasil Night ho avuto modo di conoscere gli ShadowThrone e soprattutto vederli in azione sul palco del Traffic Club di Roma: un’esibizione concreta e diretta, potente e personale con un tocco scenico semplice quando d’impatto. Il loro è un black metal che prende dal passato (Bathory, Emperor ecc.) e lo rende attuale: non c’è spazio per l’imitazione, qui si lavora di personalità con indubbia bravura e il risultato è Demiurge Of Shadow, debutto in grado di fare la gioia di tutti gli appassionati di questo genere musicale. Con Steph (chitarra) e Serj (voce) ho parlato proprio del disco, ma anche della storia della band e della scena italiana. Una band da supportare e andare a vedere in concerto!

Steph, tutto inizia dopo che hai lasciato i Theatres Des Vampires formando gli ShadowThrone, vuoi ripercorrere quel periodo? Hai avvertito la necessità di suonare una musica più estrema rispetto a quella che stavi suonando all’epoca?

Steph: Salve! Gli ShadowThrone in principio erano soltanto un’idea che avevo in mente. Non era nulla di concreto. Ho iniziato a scrivere materiale come conseguenza ad un periodo di stallo con i Theatres Des Vampires dopo il tour in Sud America. Bisognava iniziare un nuovo capitolo dei TdV e buttare giù materiale per l’album successivo. Durante lo sviluppo di Candyland iniziavo a notare delle divergenze su come avrebbe dovuto suonare il disco. Il materiale da me proposto era un po’ troppo ‘’metal” rispetto alle esigenze del resto della band e usciva fuori dallo schema TdV. Il compromesso sarebbe stato penalizzante per entrambi ed inoltre non ero d’accordo con sull’uso dei synth. Avvertivo la necessità di uscire prima di rimanere ancorato ad un lavoro che andava lontano dalle personali aspettative. Sai, quando scrivi e produci un album, a seguire c’è tutta la fase promozionale live che in questo caso poteva diventare una sorta di prigione a svantaggio mio ma soprattutto per la band. Buttai giù più materiale possibile e alla fine non rimaneva che provare i brani con una vera band. Il risultato mi convinse a lasciare i TdV rimanendo sempre in ottimi rapporti. Bisogna sempre seguire ciò che brucia dentro mettendo in conto anche le rinunce. Parlo dei tour e delle grosse date alle quali ero abituato durante i miei dieci anni nella band. Ma da questa parte ho riscoperto il lato romantico di rimettersi in discussione.

Demiurge Of Shadow è il vostro primo disco, presentatelo ai lettori di Mister Folk.

Serj: Demiurge Of Shadow, il nostro primo full-lenght è un album che rappresenta un equilibrio abbastanza tangibile delle due realtà che rappresentano il sound della band, ovvero la parte atmosferica e di ispirazione film score e la parte più thrash-black tirata che viene direttamente dalle nostre influenze 90s. Un esperimento a mio parere ben riuscito che ci rappresenta molto ed è molto fedele alla nostra proposta live.

Sono molto curioso di conoscere il significato dei testi e in particolare quello di Seal Of Opulence. Tra l’altro dando uno sguardo a titoli e alcune frasi delle canzoni viene spesso a galla il collegamento con il mare e le anime dannate. Non mi sembra un concept album, ma sembrano esserci delle tematiche che tornano più di una volta: è così?

Serj: Demiurge Of Shadow non è un vero e proprio concept album nel senso puro del termine, perché ci sono brani, come appunto Seal Of Opulence, che si slegano dalla maggioranza dei pezzi come tematiche. In ogni caso ho voluto mantenere un motiv comune nella scrittura, ovvero una rappresentazione ascetica del protagonista, inteso come metafora dell’uomo, verso un piano cognitivo superiore. La sopracitata Seal Of Opulence è una traccia che trae ispirazione nelle sonorità e nelle lyrics da un film culto degli anni novanta, La Chiesa di Michele Soavi, che consiglio a tutti gli amanti del genere horror di quell’epoca.

La copertina è veramente molto bella e diversa dalla tipica cover black metal: com’è nata l’idea e chi l’ha realizzata? Ha un significato specifico, magari un legame con una canzone?

Serj: la copertina di Demiurge Of Shadow è stata realizzata dal digital artist ciociaro Graziano Roccatani, formidabile illustratore e pittore nostro conterraneo. La scelta del soggetto è stata ardua in quanto il disco, specialmente a livello di lyrics ha molte sfaccettature, abbiamo optato per il veliero nei ghiacci che rappresenta un viaggio verso il nord e quelle atmosfere scure e fredde che il sound vuole evocare.

Il cd è stato pubblicato dall’etichetta giapponese Zero Dimensional Records, come siete giunti in contatto con loro? Come vi state trovando? Avete avuto proposte da etichette italiane ed europee?

Serj: al momento della produzione del disco siamo entrati in contatto con diverse etichette sia italiane che estere, la Zero Dimensional Record si è mostrata molto interessata alla produzione del nostro album così abbiamo accettato la sua proposta contrattuale, un’etichetta che nel campo del black ha prodotto anche nomi come Satanic Warmaster e Taake e che distribuisce a livello mondiale attraverso la Plastic Head.

A fine 2015 avete pubblicato l’EP Through The Gates Of Dead Sun e circa un anno più tardi il full-length di debutto: cosa è cambiato in un anno e che differenze ci sono tra l’EP e il disco?

Serj: il primo EP è sicuramente una piccola prova per tastare il terreno per ogni band, anche nel nostro caso è stato così, un anno dopo il primo full-lenght infatti contiene alcuni dei brani dell’EP, ai quali abbiamo dato un sound più curato e una produzione più ricca e fedele alla nostra performance live.

Black metal in Italia: cosa va e cosa non va?

Serj: in tutta onestà non mi sento di fare critiche verso il black metal italiano, ci sono molti gruppi validissimi, che hanno una proposta accattivante e originale; chi ha merito, come in ogni cosa, farà sicuramente la sua strada.

Ci sono dei gruppi che ritenete validi e con i quali siete in buoni rapporti?

I gruppi validi italiani sono moltissimi e purtroppo con alcuni di essi non abbiamo ancora avuto il piacere di dividere il palco. Tra i gruppi con cui abbiamo avuto il piacere di suonare cito i Darkend, Scuorn, Voltumna, Gotland ma anche altri non tipicamente black come gli UnderSiege e Dyrnwyn. I nostri conterranei Burian inoltre, che so che produrranno un disco nei prossimi tempi.

Ascoltando il disco Demiurge Of Shadow si capisce facilmente il legame con il black metal ’90 mentre in concerto si avverte una piacevole attitudine vicina al black metal della prima ondata, quella di Bathory e compagnia marcia. Vi chiedo quindi quali sono i vostri punti di riferimento e cosa volete esprimere attraverso la vostra musica.

Serj: il legame con i Bathory è sicuramente indissolubile, così come lo è anche con gli Emperor, gruppo che ognuno dei nostri componenti ama molto. Le nostre influenze variano anche tra band come Dimmu Borgir e i miei amati Covenant (del primo album In Times Before The Light, prima che cambiassero il nome in Kovenant), inoltre ognuno di noi mette, specialmente nell’arrangiamento, le sue influenze che non necessariamente derivano dal black metal.

Avete supportato diverse band di valore come Rotting Christ, Absu, Necrodeath e Opera IX: che tipo di esperienze sono state e pur suonando in apertura, che tipo di responso avete avuto?

Serj: suonare con dei giganti è sempre un grande onore e un esperienza di grande formazione professionale e artistica, ognuno dei gruppi con cui abbiamo diviso lo stage ci ha insegnato qualcosa e di questo siamo grati. Ovviamente quando si suona in apertura ad un big la maggior parte del pubblico è presente per loro, ma devo dire che sono rimasto piacevolmente soddisfatto nel vedere il pubblico apprezzare il nostro show e farci molti complimenti appena scesi dal palco.

Nelle prossime settimane avrete diversi concerti interessanti: volete ricordarli ai lettori di Mister Folk e cosa vi aspettate da questi show?

Serj: parteciperemo con il Cult Of Parthenope festival a Napoli dove suoneremo con moltissime band di grande valore e parteciperemo al release party dei Voltumna a Roma come special guest (l’intervista è stata fatta a fine ottobre, ndMF), a dicembre saremo al Black Winter Fest al Colony di Brescia dove avremo l’onore di suonare con Carpathian Forest, Batushka e Satanic Warmaster tra gli altri: invito tutti i lettori a seguire la nostra pagina Facebook per essere aggiornati sugli eventi live prossimi.

Siamo giunti al termine, grazie per la disponibilità e spero di rivedervi presto sul palco.

ShadowThrone in concerto all’Yggdrasil Night