Intervista: Huldre

La Danimarca ha una scena folk metal numericamente piccola, ma di buona qualità, con gli Huldre a spiccare per qualità e personalità. La band di Copenhagen ha pubblicato solamente due album in nove anni di attività, ma Intet Menneskebarn (2012) e Tusmørke (2016) sono dischi di grande spessore suonati con una sicurezza che di rado s’incontra anche in act più blasonati. Alle mie domande ha risposto il bassista Bjarne Kristiansen, il quale si è dimostrato cordiale e desideroso di soddisfare le mie curiosità. Buona lettura!

 – SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

La nostra precedente intervista risale al 2012 in occasione della pubblicazione del mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok. Da allora sono passati cinque anni: cosa è accaduto in casa Huldre?

Oh, da dove cominciare. Beh, la cosa più recente che abbiamo rilasciato è stata Tusmørke alla fine del 2016, e ci ha portato delle grandiose recensioni e una serie di “album dell’anno”, e per seguire quel successo abbiamo fatto qualche concerto, il più importante dei quali è stato un grosso lavoro al Copenhell quest’estate passata. Ma andando più indietro, il 2012 è stato anche l’anno in cui abbiamo rilasciato il nostro debutto Intet Menneskebarn e la ricezione è stata molto buona. Abbiamo passato qualche anno suonando in quanti più concerti possibile e ci siamo divertiti. Nel 2014 abbiamo deciso di provare a partecipare alla Wacken Metal Battle per divertimento, e non solo abbiamo finito per vincere la qualificazione in Danimarca, ma siamo arrivati terzi alla finale internazionale al festival di Wacken. Questo ci ha portato a fare molti grandiosi concerti a vari festival e tour nel 2015. È stato molto memorabile il festival fantasy Trolls & Legends per noi, in Belgio, dove abbiamo suonato davanti a 3500 persone che non ci avevano mai sentito prima e abbiamo firmato autografi per un’ora di fila dopo aver concluso e con questo siamo arrivati al 2016 e a Tusmørke.

Il nome Huldre è dovuto forse alla presenza di Laura e Nanna in formazione? Oppure è semplicemente una figura che vi piaceva?

È dovuto alla creatura. Ci sono magnifici racconti di queste creature che attirano esseri umani che non sospettano nulla dentro ai loro cumuli e alla morte, con la promessa di feste e musica, e pensavamo fosse un ottimo nome per una band che fa folk metal parzialmente basato su questi elementi folkloristici. Ovviamente avere due magnifiche ragazze nella band aiuta molto, ahah.

Ho definito il vostro disco del 2012 Intet Menneskebarn come miglior debutto dell’anno. Cosa mi potete raccontare di quel periodo e in particolare della fase di composizione e di registrazione?

Bella domanda. Allora, io penso che il periodo fosse definito da un sacco di sperimentazione da parte nostra. Non solo cercavamo di capire come definire il nostro suono, ma anche i nostri metodi per cooperare e comporre assieme. Un modo per creare qualcosa che ogni membro della band amasse, e che rimanesse nella nostra intenzione di creare un vero mix di folk e black metal. Sapevamo dalla demo del 2010 che probabilmente c’era una piccola folla a cui sarebbe piaciuto quello che facevamo, ma ricordo che rilasciare questo album e scoprire se la gente lo avrebbe apprezzato davvero è stato una cosa davvero stressante e entusiasmante. Allora, abbiamo messo insieme questo release party in un posto chiamato “Huset I Magstræde” a Copenhagen, accesso libero con un piccolo mercatino simil-vichingo all’ingresso e – ovviamente – un concerto all’interno, e abbiamo avuto una serata spettacolare con due o trecento persone. La registrazione è anche quella andata benissimo. Abbiamo discusso molto riguardo al cercare qualcosa di economico e approcciabile per l’album, come fanno molte delle band al nostro livello, finché Nanna (almeno credo fosse Nanna) ha suggerito di buttarci e investire in un album professionale con questo tizio in Germania, che si chiama Lasse Lammert (il quale ha lavorato con Alestorm, Svartstot, Lagerstein, Gloryhammer e Ásmegin tra gli altri, ndMF). Allora, abbiamo trovato e investito i soldi necessari, e non ce ne siamo mai pentiti. Il risultato è valso davvero la pena, e siamo tornati per un’altra sessione con Tusmørke.

Nel novembre 2016 avete pubblicato il vostro secondo cd Tusmørke, a mio parere uno dei migliori dell’anno. A distanza di molti mesi, come è stato accolto e cosa pensate del disco?

Grazie! Sì, ormai sono passati molti mesi. La reazione del pubblico è stata ottima. Abbiamo ricevuto molte lodi per l’album, e un sacco di recensori sembrano aver notato le nostre ambizioni, come cercare di maturare nel songwriting (cioè essere meno “tutto gettato insieme” e più “cerchiamo di darci un po’ di struttura”). Abbiamo ricevuto molti premi come album dell’anno e complimenti, credo sia stato ricevuto bene per me.

Trovo tutto Tusmørke davvero bello, ma c’è una canzone in particolare che mi ha compito ed è Hindeham. Me ne parli in maniera approfondita?

Hindeham è nata da un riff di violino tirato fuori a caso da Laura durante un sound check per un concerto. Nanna lo aveva registrato immediatamente sul suo cellulare, e più avanti abbiamo creato la canzone partendo da quello. La canzone è anche una di quelle in cui Nanna ha preso spezzoni di racconti per creare i testi, in questo caso il vecchio racconto danese Jomfru I Hindeham.

Le parti “folk” sono molto importanti nelle vostre canzoni e soprattutto sono molto belle e spesso personali. Come e quanto ci lavorate? Sono curioso di sapere come componete le canzoni, se partite da un giro di violino, se tutto inizia da un riff di chitarra oppure se c’è un altro modo ancora.

Varia parecchio. Scriviamo le nostre canzoni in gruppo quindi ogni pezzo può partire da qualunque cosa. Può essere un riff di chitarra, uno scarabocchio della voce, un giro di violino, riff di basso, un… ehm… reel di ghironda? O forse il nostro batterista che fa casino, ahah. Sul serio, può partire in un sacco di modi diversi. In genere componiamo durante una jam [NdT: una jam session, per chi non lo sapesse (e non ghignate, che non si sa mai) è una sessione in cui i musicisti improvvisano le loro parti seguendo più o meno una certa idea musicale condivisa] prima di cercare di concludere la canzone interamente. Quindi in generale si lavora molto su tutta la musica, e sì, sono d’accordo, le parti folk sono magnifiche. Sono quasi sempre gestite dai nostri “folkettari”, cioè Laura, Troels e Nanna.

Fatto molto raro nel panorama odierno, la formazione è rimasta invariata nel corso degli anni e tutti e due gli album vedono gli stessi protagonisti agli strumenti e alla voce. È forse questo uno dei segreti per sfornare un bel disco come Tusmørke?

Sì, credo di sì. Quando siamo arrivati a fare Tusmørke ci conoscevamo tutti molto bene. Abbiamo fatto un sacco di concerti insieme, passato ore infinite in sala prove, camerini, dietro le quinte, dentro ai bus, trascinando equipaggiamento in giro e sul palco, ed evolvere il suono di Intet Menneskebarn si è rivelato “facile” in un certo senso, visto che avevamo molto tempo per analizzare e capire cosa stavamo facendo con quell’album, e dove volevamo andare a parare.

Lavorare con un professionista come Lasse Lammert è sicuramente di grande aiuto. Vi siete sempre trovati d’accordo su tutto oppure a volte la pensate in maniera differente? Puoi raccontare un aneddoto interessante o divertente legato al lavoro svolto con lui?

Lavorare con lui è stato un piacere, e personalmente direi che è stato molto utile avere un input esterno sul suono e sul processo di registrazione. Ha fatto un lavoro fenomenale su entrambi gli album, e soprattutto su Tusmørke, sono convinto che sia riuscito a bilanciare tutti i suoni in maniera fenomenale. È heavy, è folk allo stesso tempo. Mi fa venire ancora i brividi quando lo ascolto. C’erano opinioni differenti, ovviamente, e persone che spingevano in direzioni diverse, ma credo che abbiamo finito per raggiungere un buon punto d’arrivo, e lui ha combattuto valorosamente, ahah! Uno dei problemi che abbiamo capito di aver avuto con Intet Menneskebarn era che noi (la band) ficcavamo troppo il naso nel suono. Ognuno voleva sentirsi, e creava molti problemi alla produzione, quindi ci siamo concentrati nel non ripetere lo stesso errore. Lasse ha fatto un ottimo lavoro, e non sono sicuro di avere aneddoti curiosi durante quel periodo purtroppo. Era tutto estremamente professionale, ahah… Beh… Ci siamo fatti delle birre, ma chi non lo fa? 🙂

Quanto è importante avere una cantante brava tecnicamente e soprattutto dalla timbrica personale come Nanna Barsley?

Ha un ruolo enorme nel suono della band in generale, e la sua presenza sul palco e il modo in cui presenta la musica sono assolutamente fenomenali. Usa davvero la voce come uno strumento, e come abbiamo raccontato prima, a volte viene fuori con cose che si possono chiamare anche “riff vocali”, ahah. Melodie e tecniche di canto attorno a cui costruire una canzone. Il suo stile e il suo suono sono unici, è perfetta per qualcosa come Huldre.

Come vivete la scena folk metal e vi sentite parte di essa? Com’è la scena danese e ci sono band con le quali vi piace dividere il palco o anche solo ritrovarsi a un pub a bere una birra?

Si e no. Il folk metal non è mai stato una cosa enorme in Danimarca, e non lo è nemmeno oggi, anche se mi piace pensare che grazie a noi le cose sono un po’ cambiate. Storicamente ogni ondata di folk metal che ha colpito i paesi confinanti e ha sconfinato attraverso l’Europa ha completamente evitato la Danimarca, quindi quando abbiamo iniziato il paesaggio era molto desolato. Il folk metal era una roba per cui si veniva presi in giro (e per qualcuno ciò probabilmente non cambierà mai). Sì, abbiamo contatti con alcune delle altre band vicino al genere in Danimarca, ma non sono sicuro che si possano definire esattamente folk metal. Gruppi come Heidra, Sylvatica, Vanir e Svartsot sono quelli con cui ci siamo incontrati spesso e abbiamo suonato molti concerti insieme, sotto all’ombrello di questo genere, per così dire. E certamente ci piace condividere una birra con loro. 🙂

State lavorando al prossimo disco oppure dovremo aspettare altri quattro anni prima di avere tra le mani il nuovo lavoro degli Huldre?

Oh, diamo tempo al tempo. Stiamo sempre lavorando a qualcosa, ma è troppo presto per parlare del prossimo album per ora. Temo che potresti dover aspettare i terribili quattro anni per il prossimo. 🙂

Ci sarà mai la possibilità di vedervi in concerto in Italia?

Lo speriamo. Siamo sempre ansiosi di viaggiare e suonare live. Ti faremo sapere se viene fuori qualcosa. 🙂

Grazie per l’intervista, e complimenti ancora per la vostra bellissima musica. A voi la chiusura!

Grazie per le tue gentili parole, e per averci dedicato del tempo scrivendo questa intervista. Oh, e grazie per averci inserito nel tuo libro tanti anni fa! 🙂 Ti auguro il meglio, e stay folky!

Photo by Lunah Lauridsen

ENGLISH VERSION:

(Misterfolk interview with Huldre. Answered by bass player Bjarne Kristiansen)

Your previous interview dates back to 2012, back to the release of my book Folk Metal. From Origins to Ragnarok. It’s been five years since then: what happened to Huldre during this time?

Oh, where to even start with this. Well, most recently we released Tusmørke in late 2016 to some great reviews and a couple of “album of the year” awards, and we have been playing some gigs following up on that, most notably a large gig at the Copenhell festival this past summer. But going back; 2012 was also the year we released our debut album Intet Menneskebarn and it was very nicely received. So we spend a few years playing as many gigs as we could and having fun with that. In 2014 we decided to try the Wacken Metal Battle for fun, and ended up not only winning the Danish part, but also landing a third place in the international finale at the Wacken festival. This lead to a lot of great gigs at various festivals and tours in 2015. Very memorable for us was the Trolls & Legends fantasy festival in Belgium where we played for 3500 people who had never heard of us before, and ended up writing autographs for an hour straight afterwards J And that brings us to 2016 and the start of Tusmørke.

When you chose to name yourselves Huldre, was that due to having Laura and Nanna in the band? Or is it just a mythological creature you found fascinating?

It was because of the creature. There are these magnificent tales of these creatures luring unsuspecting humans under their mounds and to their deaths with the promise of festivities and music and we thought that was a great name to take for a band that does folk metal partially based on these folkloristic elements. It of course helps to have two such wonderful women in the band as well haha.

Back in 2012 I praised your album Intet Menneskebarn as best debut of the year. What can you tell me about that period, and the songwriting and recording phases in particular?

Good question. Well, I think the period was defined by a lot of experimentation on our part. We were not only figuring out our sound, but also our ways of cooperating and composing techniques. How we could create something that everybody in the band loved and which stayed within our determination to create a true blend of folk music and metal. We knew from the 2010 demo that we probably had a small crowd out there that would like what we did, but I remember it as really nerve-racking and exciting to release this album and to find out if people actually liked it. So we set up this release party in something called “Huset I Magstræde” in Copenhagen, free entry with a small Viking-type market outside and of course a concert inside, and had one hell of a night as it drew some 2-300 people. The recording process itself was great as well. We discussed for a long time if we should go for something cheap and available for the album, as many of our peers do, until Nanna (I think it was) suggested going all in on a professional recording with this guy in Germany called Lasse Lammert. So we found and invested the money needed for that step, and never regretted it. The result was so much better for it, and we went back for more with the Tusmørke album.

In fall 2016 you released your second album, Tusmørke, in my opinion one of the best of that year. Months have passed; what was the public’s reaction like, and what do you think about the album now?

Thank you! Yes, many months have passed by now. The public reaction was very good. We got a lot of praise for the album, and a lot of reviewers seemed to pick up on some of our ambitions on the album such as, maturing the song writing (aka less “everything at once” and more “let’s try and structure it just a bit”). We got several “album of the year” awards and praises that year as well, so all in all it was very well received I think.

I think Tusmørke is great in its entirety, but I’m particularly fond of a specific track: Hindeham. Can you tell me about it in details?

Hindeham started its life as a violin riff/doodle created by Laura during a sound check for a gig. Nanna was fast and recorded it on her phone, and later we made the song from that starting point. The song is also one of those where Nanna has been sampling old folk tales to create the lyrics, specifically the old Danish tale called Jomfru I Hindeham.

The “folk” sections of your songs are significant, really beautiful and often personal. How and how much do you work on them? I’m quite curious about the songwriting process, if you start from a violin reel, from a guitar riff, or with a different method.

It varies a lot. We write our songs as a consensus so any song can start in any way. It may be a guitar riff, or a vocal doodle, a violin reel, bass riff, hurdy gurdy.. ehm.. reel? … or it may be our drummer making some noise haha. It can really start in many ways. We generally compose via jams, and usually it starts with 2-3 of us jamming something based on one of the above, then building and extending on that in subsequent jamming sessions before we try to finish up the song all together. So generally speaking, everything is worked on extensively, and yes I agree the folk are very beautiful. They are generally handled by our “folk people” i.e. Laura, Troels and Nanna

It’s quite the rare thing in today’s scene: your lineup hasn’t changed throughout the years – both your albums have the same people taking care of vocals and instruments. Is this one of the secrets behind a great work like Tusmørke?

I think so yeah. By the time of Tusmørke we knew each other very well. We have played many gigs together, spent countless hours in rehearsal rooms, backstage rooms, in busses, dragging gear and on stage so evolving on the sound of Intet Menneskebarn was to some extent “easy” as we had had plenty of time to analyze and figure out what we were actually doing on that album, and where we wanted to go from there.

Working with a professional like Lasse Lammert definitely helps. Have you always agreed on everything or did you ever happen to have different opinions? Is there any interesting or funny anecdote you can share regarding working with him?

It was great working with him, and I would argue it was also healthy to get some outside input on the sound and process of recording. He did a great job on both albums, and especially on Tusmørke I think he managed to balance all the sounds brilliantly. So it’s heavy, and folky at the same time. I can still get goose bumps listening to that albums production. There were of course different opinions along the way and people pulling in different directions, but I think we landed in a good spot and he fought valiantly haha. One of the problems we realized we had with Intet Menneskebarn was that we (the band) meddled too much in the sound. Everybody wanted to hear themselves, and that hurt the overall production, so we were very focused on not repeating that mistake again. Lasse did a great job, and I’m not sure I have any funny anecdotes this time around unfortunately. It was all very professional haha… well.. we had beers but who doesn’t 🙂

How important is it to be working with a singer so technically skilled and with such a strongly personal timbre like Nanna Barslev?

It plays a huge role in how the band sounds over all, and her stage presence and way of presenting the music is absolutely phenomenal. She really utilizes her vocals as an instrument and, as mentioned before, she also shows up sometimes with what you might call “vocal riffs” haha. Melodies and ways of singing that we then start building a song around. Her style and sound is quite unique and she is perfect for something like Huldre.

What’s your relationship to the folk metal scene, do you feel part of it? What’s the Danish scene like, are there bands you enjoy sharing the stage with or just to meet for a beer at the pub?

Yes and no. Folk metal has never been a big thing in Denmark, and it still really isn’t, although I like to think we have helped a little bit in changing that. Historically, every single wave of folk metal that has hit our neighboring countries and swept through Europe has completely bypassed Denmark so it was a bit of a barren landscape when we started out. Folk metal was mostly a laughing stock (and for some that will probably never change). We do have great connections with some of the other bands that are close to this genre in Denmark, but personally I’m not sure if I would lob them in the folk metal genre. Bands like Heidra, Sylvatica, Vanir and Svartsot are the ones we have hung out with and played many gigs with within this sort of umbrella of a genre. And we do most certainly enjoy drinking beers with them 🙂

Are you working on a new album or are we going to have to wait four more years before we can get our hands on Huldre’s next release?

Oh time will tell. We are always working on something, but it’s still too early to talk about the next album just yet. You may have to wait the infamous 4 years for the next one 😉

Will there ever be a chance to see you live in Italy?

We hope so. We are always eager to travel and play live. We will keep you posted if something comes up 🙂

Thanks for your time, and congratulations once again for your beautiful music. This space is yours to say goodbye!

Thank you for your kind words, and for your time in writing this. Oh, and thank you for including us in your book all those years ago J All the best and stay folky!

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Svartsot – Vældet

Svartsot – Vældet

2015 – full-length – Nail Records

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thor Bager: voce – Cris Frederiksen: chitarra, mandolino – Michael Alm: chitarra, voce – James Atkin: basso – Frederik Uglebjerg: batteria – Hans-Jørgen Martinus Hansen: whistle, cornamusa

Scaletta: 1. Midsommer – 2. Urtekonen – 3. Kilden – I Marker og i Lunde – 4. Allerkæresten Min – 5. Moder Hyld – 6. Markedstid – 7. I Mørkets Skær – 8. Ved Vældets Vande

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La carriera dei danesi Svartsot è in rapido declino. Partiti anni fa con due ottimi demo (Svundne Tider e Tvende Ravne rispettivamente del 2006 e 2007), firmano un contratto con la storica Napalm Records, etichetta che li fa esordire con il buon Ravnenes Saga, seguito dall’altrettanto riuscito Mulmets Viser del 2010. Un uno-due che sembrava essere l’inizio dell’ascesa della band nell’olimpo del folk metal, ma diversi cambi di line-up e forse una pressione non facile da gestire, hanno portato la formazione di Randers a pubblicare il mezzo passo falso Maledictis Era, un lavoro cupo (per scelta, visto il tema trattato) e privo di quel brio che rendeva i primi lavori accattivanti e orecchiabili nonostante le chitarre a volte amonamarthiane e il vocione growl che conduceva le danze. Il nuovo Vældet segna un passo in avanti rispetto al fiacco disco del 2011, ma non incanta come Ravnenes Saga per la mancanza di quella melodia di tin whistle (strumento che da sempre li caratterizza) in grado di rimanere in testa per giorni dopo averla ascoltata. Le canzoni, in generale, sono prive di mordente, anche se alcune di queste suonano bene e convincenti. E se il gruppo è “retrocesso” dalla potente Napalm Records alla Nail Records (Dalriada, Niburta, Kylfingar), volenterosa ma di ben minori capacità, vuol dire che in loro non ci crede più nemmeno chi li ha scoperti.

Vældet è un cd contenente otto canzoni per un totale di quarantasei minuti. L’inizio è buono: chitarre acustiche e riff robusti, insieme agli strumenti tradizionali, sorreggono Midsommer, mid-tempo gradevole nel quale qualche breve accelerazione e l’intrecciarsi delle chitarre nella parte finale di canzone non fanno altro che stupire in positivo. Urtekonen è introdotta dalla voce poco gentile del cantante Thor Bager. Gli Svartsot mostrano la volontà di cambiare alcune cose nel proprio sound, cercando di variare le proprie composizioni senza snaturare la musica, un merito che va riconosciuto alla band. La terza traccia, Kilden, è probabilmente la migliore del lotto e vede la partecipazione di Nenna Barslev, voce dei connazionali Huldre. Melodie azzeccate, cori maschili e chitarre quadrate fanno in modo che il pezzo scorra bene e rimanga impresso in mente. Allerkæresten Min vede inizialmente la presenza della voce pulita ed è, per certi versi, la più vicina, stilisticamente parlando, a quanto fatto nei primi dischi. La ritmata Allerkæresten Min, con tanto di chitarre simil Iron Maiden, è diretta, divertente, senza tanti fronzoli ma anche un po’ ripetitiva e arrivare al sesto minuto non è cosa semplicissima. Il momento non troppo ispirato prosegue con Moder Hyld, un pezzo che vede giri di chitarra e melodie già ascoltate non si sa quante volte per un numero esagerato di volte. La sesta traccia, Markedstid, è simile alla precedente, ma più ispirata e meno ripetitiva: si parla della classica canzone degli Svartsot, con tutte le caratteristiche che hanno reso famoso il gruppo di Randers. I Mørkets Skær è uno strano brano strumentale da oltre quattro minuti e mezzo; vista la struttura viene da pensare che I Mørkets Skær sia una canzone normale alla quale è stata tolta (o mai aggiunta) la voce del cantante. La conclusione di Vældet arriva con la discreta Ved Vældets Vande. Il tin whistle e la voce della Barslev sono una sicurezza, mentre fa piacere ascoltare i fraseggi di chitarra della coppia Frederiksen/Alm.

Il problema di Vældet è la discontinuità: dopo i primi tre brani c’è un crollo qualitativo parzialmente recuperato con l’ultimo pezzo in scaletta. La scelta di utilizzare una canzone potenzialmente normale come strumentale è insensato e non può certo bastare il dato positivo della produzione di Lasse Lambart (Alestorm, Gloryhammer, Lagerstein oltre ai primi due LP degli Svartsot), assolutamente potente, per cambiare le sorti del disco.

Vældet è un discreto album di extreme folk metal, da ascoltare qualche volta prima di metterlo via a favore di qualcosa maggiormente entusiasmante. Triste dirlo, ma gli Svartsot sembrano non essere in grado di riprendersi, forse destinati all’anonimato dopo aver creduto (e fatto credere) di poter spiccare il volo qualche anno fa.

Svartsot – Maledictus Eris

Svartsot – Maledictus Eris

2011 – full-length – Napalm Records

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk 

Formazione: Thor Bager: voce – Cris J.S. Frederiksen: chitarra, mandolino – James Atkin: basso – Hans-JørgenMartinus Hansen: whistles, cornamusa svedese – Danni Lyse Jelsgaard: batteria

Tracklist: 1. Staden… – 2. Gud Giv Det Varer Ved! – 3. Dødedansen – 4. Farsoten Kom – 5. Holdt Ned Af En Tjørn – 6. Den Forgængelige Tro – 7. Om Jeg Lever Kveg – 8. Kunsten At Dø – 9. Den Nidske Gud – 10. Spigrene – 11. …Og Landet Ligger Så Øde Hen

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1349-50: arriva in Danimarca, attraverso le rotte commerciali (nella fattispecie a “causa” delle navi mercantili), la peste bubbonica. La crudele Signora falcerà venticinque milioni di vite in Europa, non risparmiando la terra natia degli Svartsot. Di questo crudo avvenimento parlano i cinque musicisti nei testi di Maledictus Eris, terzo lavoro edito per l’austriaca Napalm Records.

Autori di un folk metal ricco di tin whistle e mandolino, gli Svartsot non riescono a fare il salto di qualità che si è soliti aspettarsi da una band al terzo appuntamento in studio: al gran bel debutto Ravnes Saga è seguito l’altrettanto buono Mulmets Viser, lavoro simile al predecessore ma che incorporava alcune piccole novità. Maledictus Eris non solo fallisce il tentativo di tornare ai fasti del primo irruento cd, ma, nonostante l’esperienza maturata grazie a diversi tour e un altro full-length in studio, ha visto cadere a picco le proprie capacità di songwriting, come se l’ispirazione fosse quasi del tutto scomparsa.

La band originaria di Randers sforna un dischetto dalle due facce: alle prime canzoni, non inni che saranno ricordati negli anni, ma comunque brani piacevoli da ascoltare, fanno da contraltare le tracce di metà-fine disco, un filler dietro l’altro che porta la pazienza del folkster di turno ai minimi storici. Solo le ultime tre canzoni, vere mosche bianche di Maledictus Eris riusciranno a consentire di terminare l’ascolto dell’album.

La breve intro Staden ci catapulta nel 1350, dove in città, tra pianti di bambini, campane e persone che parlano, attracca una nave con a bordo persone contagiate dalla peste che, una volta entrate in taverna (la porta che si apre e i bicchieri che sbattono), diffonderanno in maniera letale il virus. Le seguenti canzoni vanno di pari passo con i testi: all’iniziale spensieratezza di Gud Giv Det Varer Ved!, folk scanzonato con cori alcolici e growl possente, che si conclude con sinistri colpi di tosse, risponde Dødedansen (danza di morte), inquietante e violento brano a tratti al limite con il death metal più sporco dei primi anni ‘90. La peste prende piede e Farsoten Kom ne è testimone: i cori e il mandolino ben in evidenza non riescono a distrarre da quello che succede intorno… piaghe, pustole e atroce sofferenza sono lo “spettacolo” al quale non si può fare a meno di assistere. Le seguenti Holdt Ned Af En Tjørn (introdotta dalla cornamusa svedese), Den Forgængelige Tro (cadenzata e malsana), Om Jeg Lever Kveg e Kunsten at Dø (dove, fatto praticamente unico, compare per pochi secondi una velocissima doppia cassa) sono buone solamente per raccontare la sofferenza della popolazione, oltre che la paura e l’angoscia dei sopravvissuti nel veder morire i propri cari, perché musicalmente è già stato tutto sentito e risentito nei primi due dischi del gruppo. Maggiormente interessanti, invece, le ultime tre composizioni: Den Nidske Gud è, tra cambi di tempo e melodie di chitarra, particolarmente movimentata per lo standard del combo; Spigrene è la novità assoluta in casa Svartsot, in quanto presenta, per la prima volta, il cantato pulito ad opera dell’ospite Uffe Dons Petersen. La canzone è ricca di delicati arpeggi, l’atmosfera è malinconica ma non rassegnata, il tin whistle di Hans-JørgenMartinus Hansen aiuta la melodia principale a donare alla composizione quel tocco di magia che suona tanto bene quanto inaspettato: un vero gioiellino! La conclusiva …Og Landet Ligger Så Øde Hen (…e la terra è così desolata) segna al tempo stesso la fine dello sterminio e un nuovo inizio per il popolo danese sopravvissuto alla peste nera. Il pezzo suona epico e vigoroso grazie alla cornamusa che ben s’incastra con l’ascia di Cris J.S. Frederiksen e il cantato possente di Thor Bager (nomen omen), ottima chiusura di un cd troppo altalenante per risultare pienamente convincente.

La produzione di Lasse Lammert (già al lavoro per Mulmets Viser e con gli scozzesi Alestorm) è decisamente buona: strumenti bilanciati e suoni non troppo nitidi per esaltare la mascolinità della proposta. L’artwork è curato dall’ungherese Gyula Havancsák (Grave Digger, Týr, Stratovarius, Annihilator, Destruction ecc.), autore anche della copertina tenebrosa e minacciosa.

I quarantasei minuti di Maledictus Eris, nonostante gli alti e i bassi, scorrono rapidamente, dando l’impressione di migliorare con il passare degli ascolti, partendo dal “noioso e scontato” per arrivare al “prevedibile, ma alla fine dei conti piacevole”. Un passo indietro invece che uno in avanti per gli Svartsot: il rischio è quello di perdere nella mediocrità una band che si era dimostrata interessante e dalle grandi potenzialità.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Vanir – Særimners Kød

Vanir – Særimners Kød

2011 – full-length – Mighty Music

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andreas Bigom: voce, tastiera – Phillip Kaaber: chitarra – Sara Oddershede: cornamusa, flauto – Sabrina Glud: violin – Lars Bundvad: basso – Martin Håkan: batteria

Tracklist: 1. Af Brages æt – 2. Gildet – 3. Elverkongens Brud – 4. Særimners Kød – 5. Rejsen Til Udgårdsloke – 6. Suttungs Mjød – 7. Lokes Listighed – 8. Niddings Dom – 9. Holmgang – 10. Togtet – 11. Langt Over Havet

vanir-saerimners_kodLe copertine, spesso, dicono tutto quel che c’è da sapere del disco che rappresentano. Quella di Særimners Kød, prima opera dei danesi Vanir, lo fa in maniera chiara: un burbero, muscoloso e rozzo vichingo intento a bere birra mentre mangia un maiale arrosto, classica rappresentazione dell’immaginario di chi non ha mai letto un libro di F. Donald Logan, Gwin Jones, Johannes Brǿndsted o Rudolf Pörtner.

Quel che si può ascoltare durante i quasi trentasei minuti di Særimners Kød è un extreme folk metal piuttosto allegro e di facile presa, infarcito di strumenti tradizionali che spesso ricoprono un ruolo di primaria importanza, con la particolarità di avere dei ritornelli che senza dover necessariamente ricorrere al trucchetto della voce pulita, risultano particolarmente incisivi.

Dopo un breve gironzolare senza contratto discografico, i Vanir riescono a pubblicare ufficialmente Særimners Kød grazie alla danese Mighty Music. La band di Roskilde, dopo un solo demo (anno 2010) realizza un full length sì “semplice”, ma anche incredibilmente efficace e godereccio, dal songwriting di qualità e che mantiene la propria freschezza a distanza di tempo e dopo ripetuti ascolti. Ovviamente non tutto è perfetto, ci sono dei dettagli che andrebbero rivisti, delle piccole cose che in alcuni punti minano la linearità della proposta, ma nel complesso, tanto più considerando la poca esperienza del gruppo, non pesano nell’economia del platter.

Af Braget Æt conferma che il vichingo della copertina è piuttosto propenso ai piaceri della tavola: cibo, brindisi e urla di uomini mezzi ubriachi sono la giusta introduzione per Gildet, brano ritmato e goliardico, con la fisarmonica a dettare melodie e un’attitudine positiva. La successiva Elverkongens Brud non si discosta molto dalla traccia precedente, se non per una voce più growl e maligna, mentre la musica continua a seguire le coordinate, ormai classiche, dettate anni fa dai Korpiklaani. La title track si presenta più cadenzata e con le cornamuse in primo piano; il vocione profondo di Andreas Bigom appare un pochino forzato nel contesto, pur incastrandosi bene nelle ritmiche della chitarra di Phillip Kaaber (sempre un “contorno” e mai strumento principale). La canzone è tirata un po’ troppo per le lunghe, una ripetizione in meno del bridge-chorus (molto belli, la parte migliore della traccia) avrebbe probabilmente reso l’ascolto più piacevole. Di nuovo velocità con Rejsen Til Udgårdsloke, ritmiche folk e voce aggressiva sono gli ingredienti della composizione. Dopo la rabbia delle precedenti canzoni, torna la spensieratezza con Suttungs Mjød, tra flauti, violini e atmosfere maggiormente ariose; le melodie risultano essere molto piacevoli e i “lalalalala” del coro sono sempre efficaci in questo genere musicale. Lokes Listighed è un up-tempo dal ritornello vincente e dalla strofa dove è facile immaginare il famoso vichingo ormai ubriaco battere a tempo di musica i pugni sulle tavole appiccicose di birra e avanzi di carne. Dopo l’intermezzo Niddings Dom a base di cornamusa e tamburo, è il turno di Holmgang, uno dei brani migliori di Særimners Kød: Sara Oddershede è, con la sua cornamusa, la protagonista del pezzo, tra riff incisivi e i cambi di tempo del batterista Martin Håkan. Penultimo brano del debutto targato Vanir è Togtet, danzereccia canzone da ballare barcollanti e con i piedi pesanti da troll, urlando frasi senza senso nel momento in cui rimangono solo la voce e la batteria, per poi ripartire più scoordinati e sudati che mai appena gli strumenti elettrici riprendono vita. In chiusura troviamo Langt Over Havet, brano lento e malinconico, in grado di riportare alla mente i loro conterranei Svartsot. Dopo tanta (positiva) confusione, un po’ di tranquillità ci vuole; probabilmente lo stesso pensiero del vichingo che, dopo aver riempito la pancia di maiale e, soprattutto, tanta birra, aver urlato e fatto confusione tra il ritmo della musica e le gesta impacciate dei suoi compagni di serata, varca la porta per tornare alla propria abitazione, tra un passo insicuro e il successivo, pensando unicamente al giaciglio che lo aspetta.

Il primo disco dei Vanir si rivela quindi un lavoro gustoso e invitante per tutti gli appassionati di folk metal che non disprezzano le atmosfere goliardiche e le growl vocals su strumenti come violino e cornamusa.

La produzione, non perfetta, ma che permette tranquillamente di godere delle gesta dei musicisti, aiuta le canzoni dallo spirito più alcoolico proprio grazie a quella minima, ma perenne e assai stuzzicante, “sporcizia” di fondo.

I Vanir iniziano la loro avventura nella maniera giusta. Le undici canzoni che compongono il disco sono una meglio dell’altra: non possiamo far altro che ascoltare e ballare sulle note di Særimners Kød.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.