Intervista: Apocalypse

Quarto disco in quattro anni per la one man band Apocalypse: il nuovo Pedemontium è un grande album e l’occasione era troppo ghiotta per non parlarne con il mastermind Erymanthon Seth. Tanti gli argomenti trattati, e piacevole chiacchierata anche grazie alla voglia di raccontarsi del cantante/musicista piemontese, estremamente felice per avere tra le mani per la prima volta un proprio lavoro in forma fisica. Buona lettura!

Questa è la nostra terza chiacchierata: cosa è successo in casa Apocalypse dallo scorso anno, quando ci sentimmo dopo la pubblicazione di Odes?

Eh già, il tempo vola! Haha. Dopo la pubblicazione di Odes abbiamo ultimato il quarto album Collapse, che è uscito a maggio dell’anno scorso, e che nonostante lo stile marcatamente differente rispetto a tutto il resto della discografia (parliamo di un disco totalmente death metal) è stato ben recepito dal pubblico. Nel frattempo anche il nuovo Pedemontium, che ho iniziato a comporre già nell’estate 2019, continuava a prendere forma. L’ultimo album è nuovamente vicino allo stile epico che caratterizzava i primi due lavori, pur con qualche evoluzione e novità, e questa volta abbiamo anche accompagnato l’uscita del disco con un videoclip. Adesso abbiamo qualcosa che bolle in pentola per il futuro, posso dire che ci saranno imminenti novità sotto diversi aspetti ma è tutto ancora un po’ nebuloso, per cui preferisco non anticipare nulla…

Per la prima volta un tuo lavoro esce in formato fisico con il supporto di un’etichetta. Com’è nata la collaborazione con la Earth And Sky Productions?

Marian della Earth And Sky mi aveva contattato già ai tempi del primo album Si Vis Pacem, Para Bellum, fu lui a offrirsi di creare le pagine dedicate ad Apocalypse su Metal Archives e Discogs. Quello è stato il nostro primo contatto. Poi mi ha nuovamente aiutato a inizio 2020 a istituire la pagina Bandcamp del progetto, e infine parlando durante l’anno, mi ha fatto la proposta di pubblicare il nuovo album con la loro etichetta, offerta che io ho accettato. Devo dire che avere finalmente tra le mani una copia fisica del tuo lavoro è una sensazione bellissima. Curare la grafica e il design del libretto e della confezione in generale è anche un lavoro appagante, una bella presentazione estetica ad accompagnare la musica non può che arricchire il prodotto intero.

Il tuo nuovo disco è una dichiarazione d’amore per il Piemonte…

Sarà che sono nato e cresciuto qui, che fin da piccolo cammino su per le alte montagne che abbracciano la regione intera, io ho un profondissimo legame con il Piemonte e con le sue meraviglie naturali. Il Piemonte è la mia Terra, ed è una delle più belle del mondo. Non esiste una sensazione tanto intensa quanto quella che si prova quando ti trovi in cima alle montagne, osservando dall’alto questi maestosi paesaggi immensi, o quando ti trovi al cospetto di esse che sembrano quasi osservarti austere, come giganti silenziosi. La bellezza delle vette e delle valli d’inverno, quando tutto è ricoperto di gelida e purissima neve, dei cristallini laghi montani, delle praterie rigogliose d’estate, delle pianure nebbiose e dei boschi variopinti d’autunno, è qualcosa di davvero inimitabile. Sono sensazioni pressoché impossibili da descrivere a parole, e allora io ho provato a metterle in musica, a descrivere le meraviglie naturali del luogo e a narrarne le leggende. I suoni e le note del disco parlano molto più dei testi. Aggiungo anche che è strapieno di gruppi che imitano i nostri colleghi scandinavi, che cantano di vichinghi e dei fiordi, dimenticando le proprie radici e la propria identità. La Scandinavia è una terra bellissima con una mitologia davvero affascinante, sono il primo ad affermarlo. Ma dovrebbero essere i gruppi di quelle terre a cantarne nei loro dischi, gruppi come Bathory e Windir. Spesso dimentichiamo che in quanto a paesaggi spettacolari, non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, e nemmeno in quanto a mitologia, dai Celti che popolavano le valli del Piemonte (le Alpi Cozie, ad esempio, si chiamano così proprio perché furono abitate dalla popolazione celtica dei Cozii, fin dal 1800 a.C.), agli Etruschi, ai Romani… E chi dice che l’Italia non è una terra “cold”, “dark”, “da Black Metal”, lo inviterei a fare due passi con me a oltre 2000 metri sulle montagne in pieno inverno, a visitare i bunker abbandonati in alta quota sul fronte di guerra, dove durante secolo scorso si combatteva d’estate e d’inverno con la neve alta più di tre metri e gli arti congelati, a leggere qualche componimento Leopardiano, a studiare la storia delle guerre dall’antica Roma alla Seconda Guerra Mondiale, o a visitare qualche catacomba e ossario… Qualcosa mi dice che cambierebbe idea!

Il disco suona compatto e omogeneo. C’è però una canzone che preferisci alle altre? Se sì, quale e perché?

Bella domanda, hahaha! É difficile, per un artista, rispondervi… Probabilmente la contesa è tra Dark Mountain, traccia 3, e I Died By The Mountainside, traccia 4. Della prima mi piacciono la varietà di suoni e strumenti adoperati, gli arrangiamenti elaborati con melodie polifoniche intrecciate, le linee vocali dei cori e la sonorità epica e solenne. Della seconda mi piacciono la potenza e l’energia, il ritmo martellante, i riff di chitarra un po’ più elaborati e soprattutto le sezioni di intro, ritornello e assolo, che credo mi siano veramente riuscite. Menziono anche The King Of Stone, traccia 9, mi piace il sound imponente che sono riuscito a conferire in particolare con la intro di organo bachiano e con i maestosi cori del ritornello.

Vuoi raccontarci come nascono i testi di questo album? Hai lavorato prima sulla musica sapendo di cosa avresti parlato, o il contrario?

Generalmente, quando inizio a comporre un disco ho in mente un’idea del sound e del tema centrale che voglio trattare nel disco, questo fa da modello per il resto della costruzione musicale. Però su ogni canzone la musica nasce quasi sempre prima delle parole che andrò a cantare, anche se il tema del disco è definito in partenza. Vedi, quando scrivo la mia musica, è un po’ come se chiudessi gli occhi e tentassi di dipingere un paesaggio, uno scenario, è come se avessi nella mia mente un’immagine che io cerco di descrivere, ma invece di pennelli e colori utilizzo accordi, timbri e melodie. Altre volte tento di usare la musica per esprimere delle emozioni che le parole da sole non possono descrivere a fondo. Facendo una breve carrellata dei temi trattati nei testi del disco, escludendo ovviamente le orchestrali Prologue ed Epilogue, abbiamo Pedemontium che è una breve descrizione e celebrazione del Piemonte; Dark Mountain racconta le oscure leggende di spiriti e demoni che circondano il Monte Musinè; I Died By The Mountainside (titolo di una mai pubblicata canzone dei Bathory, che inizialmente avrebbe dovuto essere inclusa in Hammerheart) racconta la morte di un guerriero in una non meglio specificata battaglia nei pressi delle oscure e fredde montagne, durante una notte d’inverno; Crystal Eyes è la storia di un uomo in viaggio, forse un guerriero o un avventuriero, che si ferma a riposare in una radura al tramonto, e scorge tra i raggi di luna una figura femminile, magari una ninfa o una fata dei boschi, e se ne innamora; The Trail Of Ice è stata ispirata da un romanzo che lessi qualche anno fa sull’antica Roma, in cui ad un certo punto un messaggero deve partire per recapitare un messaggio importante, e attraversa a cavallo, durante la notte, i sentieri innevati delle montagne nel Nord Italia; Mountain Soul è la storia di qualcuno che scala una montagna per ritrovare sé stesso, e giunto in cima, dinanzi ai paesaggi spettacolari, si sente finalmente libero; The Lake Of Witches è una leggenda di queste terre, precisamente legata al cosiddetto Lago delle Streghe presso l’Alpe Devero, secondo la quale una giovane tradita dal suo amato chiede a una strega di riaverlo indietro per sé, e allora le due si incamminano in una grotta, dove la strega chiede alla giovane di osservare in una piccola pozza di acqua cristallina e di scegliere tra l’amore mortale del suo amato o l’eterna bellezza degli Dei. La ragazza sceglie gli Dei e danza con le streghe della caverna attorno al fuoco, la grotta svanisce e al suo posto rimane un lago di acqua purissima. Infine, The King Of Stone è a proposito del Monviso, la Montagna per eccellenza del Piemonte, il Re di Pietra, appunto, ne descrive l’imponenza e ne racconta alcune leggende, tra cui quella della sua antica maledizione: chi avesse osato scalarne la cima, non avrebbe mai più fatto ritorno.

Crystal Eyes è diversa da tutte le altre canzoni di Pedemontium, una sorta di power ballad piazzata sapientemente a metà scaletta. Ti è piaciuto comporla e pensi che ci saranno canzoni nello stesso stile in futuro?

Ti ricordi Ring Of Gold dei Bathory? É una traccia di Nordland I, una folk ballad, come Crystal Eyes. La canzone parlava di un guerriero vichingo che, prima di partire per i suoi lunghi viaggi, dona un anello alla sua amata perché essi siano sempre uniti. Era una bella storia e così ne ho scritta una simile, riadattata al contesto di queste terre, e come ho scritto nel libretto del CD, è dedicata un po’ a tutti coloro che vi si rispecchino, che questa storia la sentano vicina a loro stessi. Ma per raccontare una storia del genere non puoi usare grida sguaiate e chitarre distorte, hai bisogno di una voce chiara e melodica, di una chitarra acustica e di una sonorità e atmosfera più sognanti. Ci sono fino a cinque o sei tracce di chitarra che suonano in contemporanea su questa canzone, e poi effetti sonori, tastiere, cori e strumenti folk, e anche un assolo di elettrica alla fine. La musica folk è molto bella e la sua sonorità sognante e malinconica mi piace molto, mi piace sia ascoltarla che comporla, ci sono quasi sempre brani o intermezzi acustici sui miei dischi e credo che sarà una strada che continuerò a percorrere.

Metal bathoriano e Bach: sembra ormai che tu ci abbia preso gusto. E devo dire che il connubio funziona molto bene!

Bach è stato il primo metallaro della storia! E a dirla tutta, tantissima musica classica va davvero a braccetto con la musica metal. Non so se hai mai assistito ad un concerto d’organo a canne, ha un timbro e un suono potentissimi, da far vibrare la sedia su cui sei seduto. É uno dei miei strumenti in assoluto preferiti e mi piace incorporarlo nella mia musica, credo infatti che continuerò ad adoperarlo nei lavori successivi. Lo dico senza vergogna, credo che ci siano più energia e maestosità in un concerto d’organo classico che in quasi tutti i concerti Metal nel pub sotto casa. Ascolta il Preludio e Fuga in La Minore, BWV 543, per capire cosa intendo. Il finale mi fa venire i brividi ogni volta per la sua imponente intensità. Mi esalta molto di più ascoltare un’esecuzione organistica di un pezzo di Bach da parte di un bravo organista e in una sala da concerto con un’ottima acustica, piuttosto che tornare a casa alle tre di notte dopo aver passato la serata in un localino rock/metal con le orecchie che fischiano e la testa che fa male, magari dopo aver beccato la serata sfortunata in cui i gruppi che suonano sono sbronzi marci e sia l’esecuzione che il sound fanno schifo. É divertente una volta ogni tanto, ti fai una birra con gli amici e ti diverti. Ma in generale, la musica preferisco ascoltarla su un CD, dove la produzione e l’esecuzione sono migliori, questo mi permette di viaggiare con la mente e con l’immaginazione. E se devo assistere ad un concerto, preferisco che sia un concerto di musica classica. Aggiungo un’eccezione, qualche anno fa ho visto i Nightwish, e sono fenomenali dal vivo. Ma d’altronde, oltre ad essere musicisti stagionati ed eccellenti, suonano in grandi arene e hanno una equipe di tecnici del suono smisurata, che gli permette una resa magnifica, come del resto tutti i gruppi di un certo calibro.

Quale strumentazione hai utilizzato per registrare e produrre Pedemontium?

Dunque, partiamo dalle chitarre… Ho adoperato la mia Ibanez JS-140 in colore bianco per le parti elettriche (a differenza degli altri dischi su cui ho suonato la mia Washburn CS-780 in finitura nera), l’acustica invece è una Stagg A-2006 CS. Il basso che ho usato è un Ibanez Soundgear SR500. Le parti di tastiera sono state fatte con strumenti virtuali MIDI o con una tastiera sintetizzatore Roland D-10. Inoltre, le parti di mandolino le ho registrate con un mandolino Harley Benton. I miei amplificatori sono Rocktron e Marshall, su Pedemontium in particolare ho usato un Rocktron Piranha. Mi piace il sound vecchia scuola, non il sound “standard” di molte chitarre metal moderne che sembra uscire da un reparto di chirurgia plastica piuttosto che da uno studio di registrazione, dato che utilizzano tutti gli stessi vst (virtual studio technology, ndMF) e gli stessi preset! La batteria su questo lavoro è ancora una drum machine, spero di riuscire a cambiare questo aspetto presto. Le voci e gli strumenti microfonati sono stati registrati usando un unico microfono, un tradizionalissimo Shure SM58. La registrazione è stata fatta in digitale e quindi anche il missaggio e mastering sono stati fatti tramite una DAW. Al di là della strumentazione, una parte molto importante del sound pieno e avvolgente è la sovrapposizione “a strati” di tanti strumenti e tracce diverse. Nei cori ci sono fino a 10 tracce vocali che eseguono linee melodiche diverse, spesso le tastiere accompagnano le chitarre, la mia chitarra è accordata in modo da poter suonare power chord pieni in distorsione su due ottave invece che una sola, l’elettrica ritmica è spesso coadiuvata da una o più linee melodiche o da mandolino e chitarre acustiche, e così via. Tutto questo è un aspetto fondamentale del sound che esce alla fine dalle casse.

Dovendo consigliare qualche luogo imperdibile della tua regione, quali segnaleresti?

Primo su tutti quello che ho scelto come protagonista della copertina del CD, il Monviso. La leggenda vuole che sia un antico e potente Re, tramutato in pietra dall’ira degli Dei. Le popolazioni antiche lo temevano e ne avevano molto rispetto, e ti assicuro che osservarlo da vicino, e trovarsi al suo cospetto per così dire, è un’esperienza indescrivibile, ti sembra davvero di trovarti al cospetto di un Dio, austero ed imponente. Sempre a riguardo di montagne, segnalo la Valle di Susa, che è ricchissima di paesaggi spettacolari e sentieri e percorsi anche in alta quota ma alla portata di chiunque sia abituato anche solo a passeggiare, e i rifugi sono davvero accoglienti e cucinano dell’ottimo cibo! Consiglio caldamente il rifugio Levi Molinari di cui ormai sono cliente abituale da anni, e anche i rifugi Amprimo e Toesca. Vale la pena visitare anche le langhe e i paesaggi collinari e pianeggianti, splendidi in particolare d’autunno, alcuni paesi che consiglio sono Santo Stefano Belbo e Moncucco, trovate trattorie tradizionali nei paraggi in cui si mangia benissimo e si beve ottimo vino. Alba è una cittadina che vale la pena visitare, inoltre se ci andate in Ottobre c’è la Sagra del Tartufo, una tappa lì non può mancare. Ovviamente, non può mancare nemmeno la visita a Torino, che è una città bellissima con moltissimi di luoghi interessanti, tra cui cito il Palazzo Reale, il Parco del Valentino, le piazze del Centro, la targa nei pressi dell’abitazione in cui visse Friedrich Nietzsche, e il meraviglioso colle di Superga. E se ascoltate black metal, come mi è già capitato di consigliare, fate assolutamente un salto da Pagan Moon! (storico negozio di dischi, ndMF)

Pensi che in futuro i tuoi precedenti lavori verranno stampati su cd, magari anche in piccole quantità?

Certamente, sarebbe un’ottima cosa e spero che si riesca a portare a termine. Odes in particolare merita una stampa. Molti nel mio pubblico lo considerano il mio disco più riuscito finora, e credo che avrebbero piacere di possederne una copia fisica.

Ho visto che c’è una sorta di “gemellaggio” con Drakhen dei Bloodshed Walhalla: è un’intesa particolare tra one man band che adorano i Bathory? 🙂

Hahaha! Drakhen l’ho conosciuto un annetto fa dopo la mia prima apparizione su Mister Folk Compilation, è una persona magnifica, spesso ci sentiamo e ci scambiamo pareri, consigli, eccetera… Diciamo di sì, potrebbe essere una sorta di fratellanza sotto il segno di Quorthon e dei Bathory!

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo?

Oh… Ultimamente, ascolto moltissimo i Windir, Arntor è un capolavoro. Sempre nell’area metal, sto ascoltando più che altro black metal dalla seconda ondata in avanti, da gruppi storici come Mayhem e Burzum a gruppi giovani e meno conosciuti come Durbatuluk. Un CD che ho preso recentemente, che mi è piaciuto tantissimo e che consiglio a tutti è Antzaat – For You Men Who Gaze Into The Sun. Ogni tanto, ovviamente, qualcosa di Quorthon o dei Bathory finisce sempre nei miei ascolti! Ma non mi fermo qui, sto ascoltando ovviamente molto Bach e altra classica, poi Branduardi, musica ambient, musica sperimentale, chitarra spagnola… è necessario per rinfrescare un po’ la mente e “staccare” dalle solite soluzioni musicali e sonorità a cui sei abituato. Anche musica folk tradizionale, una delle mie canzoni preferite ultimamente è la svedese Hårgalåten. Sono anche iscritto al canale Black Metal Promotion e faccio parte del suo server su Discord, quando capita ascolto una live-stream dei dischi nuovi che pubblica.

Siamo giunti al termine della chiacchierata: vuoi aggiungere qualcosa?

Un saluto a te Mister, e ringrazio tutti coloro che hanno letto questa intervista, che hanno ascoltato o comprato il nuovo album, tutti coloro che mi scrivono e che supportano in qualche modo il progetto. Siete i migliori, ragazzi! Tenete a cuore il metal, e rimanete in linea per le novità con Apocalypse. Hail the Hordes!

Intervista: Apocalypse

La marcia degli Apocalypse, creatura musicale di Erymanthon, continua senza sosta. Non c’è stato tempo di pubblicare l’intervista che vi apprestate a leggere che il musicista torinese ha già annunciato la pubblicazione per maggio del terzo disco. E come avrete modo di leggere nelle righe qui sotto, non tarderà ad arrivare anche il quarto full-length. Ma è su Odes che oggi ci concentriamo, secondo lavoro che prosegue la via bathoriana apportando, però, interessanti novità alla scrittura degli Apocalypse. Erymanthon si lascia andare a ricordi e curiosità, rendendo in questa maniera la chiacchierata particolarmente interessante. Buona lettura!

Dal debutto a Odes è passato meno di un anno, di sicuro non stai con le mani in mano! Nel mezzo hai anche pubblicato il tuo tributo di sette canzoni To Hall Up High – In Memory Of Quorthon. Hai mai avuto la sensazione di “correre troppo”?

Oh no, no. Il fatto è semplicemente questo: quando ho un’idea in testa prendo la chitarra e mi metto a suonare, se viene fuori qualcosa di accettabile e mi sento ispirato, accendo la strumentazione ai Darkwoods Studios e registro. Non aspetto di completare un disco intero prima di entrare in studio. Anzi, gran parte della composizione è fatta proprio in studio. L’ultimo anno è stato parecchio produttivo, ho completato i due dischi rilasciati e ne ho imbastiti di nuovi, ho anche scritto o abbozzato del materiale che poi ho scartato, lavoro sempre su più progetti nello stesso periodo… Sai, quando sei ispirato non ti poni il problema, ti metti giù e scrivi registri, arrangi… Ogni tanto mi è capitato di pensare “Hey, non dovrei forse tenermi qualche disco di riserva per più avanti?”, però il materiale non faceva che accumularsi, e allora rilascio tutto pur cercando di dare un minimo di distanza temporale ai dischi. Il vantaggio è che mantieni viva l’attenzione, lo svantaggio è che il tempo che il pubblico ha per metabolizzare ogni album è più ristretto. Tenterò di mantenere una media di uno o due dischi all’anno, sperando di non beccarmi il blocco dell’artista, ah ah!

Tutte le tue release – escludo volontariamente le copie caserecce del debutto – sono unicamente in digitale. Credi forse che il cd fisico sia più un impiccio in caso piuttosto che un oggetto bello da avere e qualitativamente superiore per quanto riguarda la resa audio?

No, no, tutt’altro! Il problema è che stampare CD di alta qualità e adatti alla vendita, diversi dai CD-R che puoi farti in casa, è costoso, bisogna fare un glass master e nessuno te ne stamperà mai meno di 300… Per un progetto come Apocalypse è un investimento, prima di stampare 300 cd devo essere sicuro che il mio pubblico sia intenzionato a comprarli soprattutto oggi nell’era del digitale. Preferirei di gran lunga distribuire la mia musica in formato fisico, anche perché alcuni fan mi hanno contattato richiedendomi se fosse possibile acquistare delle copie, ma non posso prenderli in giro, voglio che se acquistano qualcosa e ci spendono i loro soldi si ritrovino tra le mani un prodotto di qualità, tant’è che le copie di Si Vis Pacem, Para Bellum erano in regalo. Stesso discorso vale per il merchandise. Non posso permettermi questo lusso se non sono sicuro di rientrare con le spese.

A tal proposito, vista anche la tua proposta musicale che si rivolge per lo più a un pubblico “maturo” e quindi legato alla musica su formato fisico, pensi di realizzare, magari col supporto di un’etichetta, delle stampe su cd dei tuoi lavori?

Certamente. Ero in contatto con un’etichetta per stampare Odes, ma ci eravamo prefissati un minimo di 1000 visualizzazioni su YouTube per stampare 300 copie in cd e forse 100 in vinile. Il disco ancora non le ha raggiunte, quindi non se ne è fatto niente, almeno finora. È triste che l’arte venga commercializzata così, ma purtroppo è come funzionano le cose, anche la musica è un business. Non che mi interessi il guadagno, io faccio la mia musica per passione e non per i numeri, sono più felice quando ricevo un messaggio da un ragazzo in Sudamerica o in Nord Europa o da qualunque altra parte che mi dice “tu sei il figlio di Quorthon” o “il Quorthon di Torino” o “le tue composizioni sono fenomenali”, infatti io rispondo sempre a tutti coloro che mi scrivono e supportano il progetto, o anche solo quando scrivo, registro e riascolto la mia musica piuttosto che quando leggo le ultime statistiche delle vendite su Bandcamp o degli stream su Spotify. Però non posso nemmeno buttare soldi al vento, né possono farlo le etichette, anche se mi piacerebbe molto avere delle copie fisiche dei miei lavori tra le mani, del resto prima che musicista sono anche io un fan dei gruppi che mi piacciono e preferisco le copie fisiche!

Passiamo a Odes: lo stile e l’intenzione sono chiare, ma in un paio di brani ho sentito anche qualcosa di personale e, almeno per come intendo io la musica, più interessante. Stai cercando di “maturare” sotto questo punto di vista?

Ho scritto la musica per Odes con l’intenzione di esprimere dolore, disperazione e rassegnazione dinanzi a un comune e inevitabile destino: la morte. Il disco tratta tutto questo tema ed è stato ispirato dalla scomparsa di Giulio Cesare Casella, mio nonno, al quale sono sempre stato molto legato, il 3 marzo 2019, del resto è stato a lui dedicato. Per esprimere tutto questo senso di lutto, ho deciso di incorporare influenze da tutta la musica che ritenevo più malinconica e dolorosa, l’atmosfera è cupa e “decadente” e non ho voluto fermarmi all’epicità tragica dei Bathory su dischi come Twilight Of The Gods. L’intro strumentale è un brano atmosferico e pseudo-ambient che scrissi nel gennaio 2017 per gli Apocalypse, prima di entrare a contatto con i Bathory, ma che alla fine non usai anche per via del disfacimento del gruppo. L’intro pseudo-Bachiana di The Ephemereal Life la improvvisai con una tastiera sul preset “Organo” la vigilia di Natale del 2018, mentrela melodia e il riff portante sono ripresi da un brano depressive blackmetal che registrai nel settembre 2017, senza intenzione di rilascio, ma per motivi e piacere personale, anche se lì era tutto in tremolo picking… versai nel calderone anche i Bathory di Twilight Of The Gods, Destroyer Of Worlds e in minima parte Blood On Ice e Under The Sign Of The Black Mark, i Draconian di Arcane Rain Fell, Bach, Chopin, un depressive black metal pseudo Burzum o Silencer, su Exegi Monumentumla musica è quasi rinascimentale alla Branduardi… È un disco cupo, tragico, maestoso, solenne e malinconico, sicuramente il migliore ad oggi pubblicato dagli Apocalypse. Ovviamente un musicista matura e si evolve naturalmente, ma quel che è certo è che la mia musica pur evolvendosi non sarà mai priva della vena Bathory, che ne sarà sempre un pilastro fondante. Del resto, io sto cercando di riportare Quorthon in vita, di continuare quello che ha iniziato, è quello che ho messo in chiaro fin dal mio debutto e il mio pubblico lo sa bene.

By The River è una delle canzoni che più mi ha sorpreso e devo dire che l’ho trovata molto toccante. Come nasce un brano come questo?

Ti ringrazio per queste parole, sono contento che il brano ti abbia fatto questo effetto e non sei il primo a dirmelo. Quando ero un bambino, ero solito andare con mio nonno presso un torrente a Rubiana, dove abbiamo una casa, e lì ci divertivamo gettando i sassi nel fiume. Questo brano ricorda con nostalgia il mio passato con lui, giunge fino al momento della sua morte e infine canto che quando sarà la mia ora, ci incontreremo di nuovo al torrente: “…And when my time has come / we will meet again By The River” sono i versi che chiudono la canzone. Anche se è simbolico, perché io non credo nell’aldilà… credo, un po’ come Epicuro, che quando sei morto, sei morto. Punto. Questo è un brano che avevo in mente di scrivere da tempo, perché mio nonno era malato, non riconosceva più le persone da due anni, non era autosufficiente, non era più lui. Questo brano è una commossa e sentita dedica a lui. Ho scritto il testo in meno di un’ora e la musica in mezz’ora. È una canzone che viene dal cuore. Curiosità: Woods Of Wistfulness, il brano che la precede, è ambientato nello stesso luogo, ovvero il bosco e il torrente che lo attraversa. L’atmosfera è completamente diversa: mentre in By The River siamo in una rigogliosa primavera, qui il sole è basso e lontano, i fiocchi di neve che cadono lenti sono le lacrime ghiacciate di un cielo scuro, la nebbia, in cui fluttuano e vagano ombre tristi e piangenti e un funereo silenzio avvolgono tutto, la brezza fredda sussurra attraverso gli alberi spogli e nell’acqua cristallina del torrente risplendono come fantasmi evanescenti ammantati di dolore e miseria le memorie un tempo gioiose del tempo passato. Vi è malinconia, smarrimento e nessuna speranza, nessun dio, niente.

Nella recensione del disco definisco The Ephemereal Life come una “bella prova di avvenuta maturità compositiva”. Penso che confezionare sedici minuti di canzone senza momenti deboli non sia facile e tu sei riuscito a mantenere l’attenzione alta per l’intera durata della canzone. Quanto hai lavorato sul pezzo per renderlo così buono?

Ti ringrazio molto per il tuo giudizio! È un brano su cui ho lavorato parecchi giorni e che, come ho scritto, incorpora influenze diverse sia dal mio passato che da altre band. C’è Bach, ci sono i Draconian, c’è il mio vecchio black metal, ci sono i Bathory, i Silencer, un’ode di Orazio recitata e beh, gli Apocalypse! Sicuramente è il brano più variegato sul disco, il più elaborato… Volevo fare anche io quello che Quorthon ha fatto su Twilight Of The Gods, mettermi alla prova con qualcosa di più lungo ed elaborato, e sono molto soddisfatto del risultato! Mentre scrivevo, non pensavo in particolare alla durata, quanto al cercare di creare qualcosa di diverso, più arrangiato e interessante, lasciavo che la musica si prendesse lo spazio e il tempo necessari per il suo pieno sviluppo e alla fine mi sono ritrovato con un brano di sedici minuti e mezzo! In realtà è un brano che amo e odio allo stesso momento. La musica mi piace tantissimo, soprattutto l’intro e l’intermezzo doom con l’assolo di chitarra, che esprime esattamente le emozioni che volevo, e richiama Pestilence dei Bathory. La voce è uno scream esasperato, volevo che sembrasse un misto tra un pianto e un grido disperato. Il testo è straziante, pessimista, nichilista, decadente e spazza via ogni speranza. Sai, quando vedi un tuo caro a cui sei affezionato che giace freddo, bianco, smagrito, con la bocca spalancata e il volto contratto in una smorfia di agonia, nella sua bara, disposta in un salotto dove con lui tanti anni fa mangiavi e scartavi i regali a Natale o guardavi la tv, è un’esperienza che ti segna. Nell’intermezzo sopra citato canto “White and cold as ice in your casket you laid / The pure essence of pain distorted your face / Your mouth open wide since you exhaled your last breath / Drowning in mourn, I could just say farewell“. Il dolore e la disperazione, e la solennità tragica di questo destino comune fluiscono da ogni nota e ogni parola. Éun brano così doloroso, sono riuscito nel mio intento a tal punto che spesso fa star male pure me a riascoltarlo, così come tutto il disco. Ma resta un lavoro di cui sono fierissimo e che mi soddisfa molto.

In due composizioni c’è spazio per il poeta Orazio. Da dove nasce questa tua idea e interesse per la poesia latina? Come ti sei trovato a cantare in latino?

Beh, sono sempre stato affascinato dai Romani. Sono probabilmente quanto di più glorioso la storia dell’Italia abbia mai passato, sono parte del nostro orgoglio, della nostra storia, delle nostre radici e della nostra identità. Del resto, già il primo album presentava forti richiami al periodo romano fin dal titolo. Ho pensato che avesse senso riprendere qualcosa dalla mia storia, la storia della mia terra, come Quorthon aveva fatto con i vichinghi: bisogna essere orgogliosi della propria identità, soprattutto chi ostenta un passato glorioso come il nostro. E questa è una ragione. Studiando il poeta Orazio a scuola mi ero imbattuto in queste due odi, che secondo me erano adatte all’atmosfera del disco, e ho deciso di impiegarle nella mia musica. Quella recitata in The Ephemereal Life parla appunto della fuga del tempo e della fragilità della nostra vita, del fatto che tutti, re o schiavi, sono destinati alla morte. Exegi Monumentum invece è un’autocelebrazione, il poeta ci dice che con la sua opera ha eretto un monumento più durevole del bronzo, più imponente della mole delle piramidi, e che non tutto di lui morirà, ma che la sua gloria si manterrà in chi rimarrà in vita. Oltre ad “alzare il livello culturale” del disco, facendolo almeno in minima parte un mezzo di diffusione anche dell’arte antica, cosa che non fa male, è un po’ quello che succede a chiunque con i propri cari, ho pensato. E sempre per snocciolare nomi “colti”, è un po’ quello che Foscolo scrive in Dei Sepolcri. Le tombe, così come qualunque forma d’arte, hanno una sorta di funzione eternatrice. Non a caso ho deciso di scattare le foto per l’album al Cimitero Monumentale di Torino, molte sul mausoleo del grande tenore torinese Francesco Tamagno: una tomba è innanzitutto un monumento e un’opera d’arte. E poi, era in tema con il disco. Chissà, magari quando non ci sarò più qualcuno si ascolterà i miei dischi e si ricorderà di questo rocker torinese, ah ah!

Continuando a parlare di influenze esterne, in Funeral March ti rifai a Chopin. Vuoi raccontarci qualcosa su questa idea?

Con piacere! Partiamo dal fatto che apprezzo molto la musica classica, soprattutto quella più solenne, tragica o malinconica, in particolare Bach, Vivaldi, Beethoven, Chopin, anche se non posso dirmi un esperto: conosco qualche titolo dei miei brani preferiti come la Toccata e Fuga, il terzo movimento dell’Estate, la Sonata al Chiaro di Luna o appunto la Marcia Funebre, di qualcuno ricordo solo la melodia… Ogni tanto vado ai concerti o all’opera, ma appunto, non sono un esperto, anche se per un periodo mi era balenata l’idea di studiare in conservatorio. Però sono troppo indisciplinato per questo, ah ah! Tornando alla domanda, su Call From The Grave Quorthon richiamava la Marcia Funebre nell’assolo di chitarra, che io in effetti riprendo alla fine del brano. Ho pensato di fare un tributo a Bathory, ispirandomi a Day Of Wrath e Call From The Grave, e anche a Chopin, basando la struttura di tutto il brano sugli accordi del primo e terzo movimento della Marcia Funebre, ma c’è anche un richiamo all’organo Bachiano, ripreso con la chitarra, nell’intermezzo cantato prima del solo finale, dove tra l’altro sperimento con una nuova vocalità più raschiata. Era un bel modo per chiudere il disco, pensavo, l’atmosfera era giusta, il tema anche. L’idea si è inizialmente affiancata a quella di musicare Ode To The West Wind di P.B. Shelley, che già prevedevo come brano di chiusura e in questo caso sarebbe stato parte della doppietta finale, ma poi è finita per sostituirla. Ero più ispirato, mentre per Ode To The West Wind avevo iniziato a scrivere e registrare ma non ero altrettanto “preso”, e il disco era già lungo a sufficienza, così ho registrato soltanto Funeral March.

Pensi che un giorno gli Apocalypse possano avere una line-up anche solo per i concerti, fermo restando che in studio si tratta di una one man band?

No, non credo, anche se qualcuno sarebbe contento di vederci dal vivo. Ma una musica come questa è complicata da riproporre in concerto, non è adatta ai piccoli locali underground dove la gente vuole sbronzarsi e pogare. Suono dal vivo con un altro gruppo, ma facciamo roba totalmente diversa! La mia musica è una riflessione, un messaggio, una comunicazione tra Apocalypse e il pubblico. Voglio che il mio pubblico si sieda, si rilassi e si concentri sulle sensazioni e sulle immagini che il disco evoca. E poi con Apocalypse io voglio che sia tutto fatto a modo mio, ciò non è possibile con un gruppo di persone. Credo che resteremo una one-man band.

Il 2020 degli Apocalypse? Stai lavorando a un nuovo disco o ti stai dedicando ad altro?

Sì, il nuovo album è pronto e credo uscirà per aprile o maggio. È un po’ uno strappo alla regola, nel senso che sarà qualcosa di davvero veloce e brutale, lontanissimo dal suono di tutto quello che ho fatto finora. Velocità e brutalità senza compromessi, un disco death metal, diciamo. Spero che il mio pubblico non decida di linciarmi per questo ah ah! È un progetto che avevo in mente da tempo, che ho fatto per divertirmi, che di fatto ho iniziato a registrare a gennaio scorso, prima di Odes, che ho portato avanti in parallelo (lavoravo a fasi alterne, in base a cosa mi sentivo di fare in quel momento o giorno), che fino a marzo scorso intendevo pubblicare a fine 2019 e che pensavo di aver concluso a luglio, assieme a Odes. In realtà mentre il tempo passava mi sono sentito nuovamente ispirato e ho voluto aggiungere due brani, che ho registrato tra gennaio e febbraio. Sto anche lavorando al disco successivo, che invece sarà di nuovo sul filone epico, ma è ancora tutto in alto mare, non ho le idee molto chiare ad essere sincero. Ho anche registrato qualche altra cover dei Bathory (oltre a Vinterblot che è uscita a dicembre, per ricordare le tradizioni pagane antiche europee precedenti al Natale cristiano), in particolare Call From The Grave, Bleeding e Death From Above. Non sono sicuro se rilasciarle o meno, le ho incise per divertirmi, ma sul mio tributo alcuni hanno sentito la mancanza di brani del periodo black e death. Potrei registrare qualcos’altro di quell’epoca e fare una sorta di “capitolo 2”, ma fosse per me potrei anche registrare tutta la loro discografia, quindi non so se sia sensato ah ah! Vedremo. Mi sto dedicando molto anche alla mia vita privata, inoltre sto studiando e a livello personale sto affrontando letture filosofiche, Nietzsche in particolare, e mi piace appuntarmi pensieri o riflessioni personali ogni tanto. Recentemente ho ripreso anche a disegnare, cosa che ho fatto per tantissimi anni ma che avevo lasciato da parte per molto tempo.

Domanda secca: cosa stai ascoltando in questi giorni?

Bathory, prevalentemente. Ma anche Kormak, (((AF))) o ogni tanto qualche ascolto di brani vari da diversi gruppi, inclusa The Unquiet Grave dei Claymore. Mentre rispondevo alle tue domande però, mi sono ascoltato le opere organistiche di Bach, il terzo movimento dell’Estate di Vivaldi, qualcosa da Odes e qualche premix dal nuovo album.

Siamo al termine della chiacchierata. Vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori?

Intanto grazie per questa intervista e per la recensione! Sono felice di essere di nuovo sulle pagine di Mister Folk! Ragazzi, grazie per il vostro supporto e per aver letto questa intervista! Tenete a cuore il Metal e la musica che vi piace, e supportatela! E, per chiudere “alla Quorthon”, Hail the Hordes!

Intervista: Apocalypse

Il giovane Erymanthon sembra avere le idee piuttosto chiare: Bathory, Bathory e ancora Bathory! Dopo aver esordito pochi mesi fa con il disco Si Vis Pacem, Para Bellum, è di freschissima pubblicazione il nuovo To Hall Up High, album tributo a Quorthon contenente sette brani del compianto artista svedese (lo potete ascoltare QUI). Una devozione assoluta quella del musicista piemontese che desta non poca curiosità, ecco quindi riportata la conversazione che abbiamo nelle settimane scorse, buona lettura!

Partiamo dalle origini della band: perché il nome Apocalypse e come è nato il progetto?

Intanto ciao e grazie di avermi concesso questa intervista! Dunque, il progetto nasce come mia idea verso fine ottobre 2015, ma la data in cui ufficialmente ho fondato la band è il 1 novembre 2015, assieme ad un amico. In realtà non abbiamo avuto un nome per molto tempo… a fine febbraio 2016 finalmente ho scelto Apocalypse, che agli altri è piaciuto subito. In realtà non ha un significato particolare… semplicemente stavo leggendo una pagina Wikipedia sull’heavy metal, in cui si diceva che il genere spesso tratta temi apocalittici, e ho pensato “cazzo, Apocalypse suona proprio bene!”. Tutto qui!

Inizialmente gli Apocalypse suonavano un altro genere ed eravate un trio. Poi c’è stato il cambio di genere e il gruppo è diventato una one man band. Cosa è successo?

Sì, abbiamo iniziato volendo fare power metal in stile primi Nightwish… io suonavo la chitarra da poco più un mese, e volevo seguire le orme dei miei allora idoli Nightwish (gruppo che tuttora apprezzo e che ho visto a Milano dal vivo lo scorso 5 novembre). In realtà non eravamo un trio… io speravo di raggiungere una line-up di cinque o sei persone, ma a dire il vero, non abbiamo mai avuto una formazione completa e decente. La storia è parecchio lunga e intricata (volendo la trovate tutta sul sito), ma in breve non ho mai trovato persone dedicate come lo ero io, che avessero davvero voglia di metterci l’impegno giusto, anzi, la maggior parte delle volte mi sono trovato circondato da un branco di idioti, almeno dal punto di vista musicale. Ho assunto e cacciato nuovi membri diverse volte, alcuni sono rimasti e hanno cambiato strumento, ma comunque non siamo riusciti a far funzionare un bel niente, io mi sono molto arrabbiato, perchè tenevo molto al progetto, ma a nessuno è mai sembrato importare nulla, gli altri vedevano la band come un’occasione per cazzeggiare e perdere tempo (c’era chi lanciava bacchette in sala prove, chi si fermava a metà canzone perché non aveva voglia di continuare, chi non ha mai imparato un singolo riff…), quindi verso fine estate 2017 ho alla fine cacciato tutti quanti e ho sciolto la band, perché era una perdita di soldi, perdita di tempo e di energie. Io ho scritto un sacco di musica e non siamo mai riusciti a completare nemmeno una singola canzone. Era una frustrazione indicibile. Alla fine, ispirato dai Bathory, ho deciso di riprendere Apocalypse come progetto solista attorno a febbraio 2018. Éproprio in quel mese che ho iniziato le registrazioni per Si Vis Pacem, Para Bellum.

Il tuo è un tributo ai Bathory: cosa pensi e vorresti portare al mondo musicale con la tua musica?

Beh, direi che non ci sono dubbi! Nel mio modo di cantare, negli arrangiamenti, nel modo di suonare, nell’atmosfera e anche nel mio look l’influenza di Quorthon si fa sentire decisamente. Se vuoi vederla così, il progetto è un tributo nel senso che tento di portare avanti nel mio piccolo quello che lui, mio “padre” artistico, ha cominciato e, ahimè, è stato costretto a interrompere dalla sua prematura scomparsa. Mi ferisce molto il fatto che non potrò mai incontrarlo di persona, ma al contempo credo che lui sia vivo nei magnifici dischi che ci ha lasciato e nei progetti che ha influenzato. Io non credo affatto nell’aldilà o nella vita dopo la morte, quel che intendo è che, in un certo senso, lui è vivo dentro di me, dentro a tutti gli artisti che a lui si ispirano e dentro a tutte le Bathory Hordes, nella forma di memoria, stima ed influenza indelebili. Finchè lo ricorderemo come merita, lui sarà vivo dentro e tra di noi. Quello che voglio fare nel mondo della musica? Assolutamente omaggiare Quorthon, pur cercando di evolvere il mio stile pian piano, perchè non voglio sembrare solo una copia, voglio cercare di arrivare a fare qualcosa di mio in cui la sua influenza sia presente (un padre vorrebbe vedere il figlio seguire i suoi consigli per poi andare per la sua strada, no?). Un’altra mia speranza è che i fan dei Bathory apprezzino ciò che faccio, perchè il mio progetto è dedicato anche a loro. Alcuni già mi hanno scritto dicendomi “Quorthon rivive a Torino!” o “Quorthon starà brindando con gli Dèi ascoltando la tua musica!”, e sono frasi che mi riempiono di orgoglio e che mi fanno pensare che forse qualcosa di giusto lo sto facendo. Ma il mio sogno più grande è che, prima o poi, ci sia anche solo una, una singola persona per la quale io possa essere quello che Quorthon è stato per me: se riuscirò a ispirare così profondamente anche solo una persona, per me sarà una vittoria grandissima.

Il disco Si Vis Pacem, Para Bellum è un autoprodotto e le copie fisiche sono pochissime. La decisione di fare tutto da solo è nata da te o avresti gradito il supporto di un’etichetta?

Sì, è un disco autoprodotto e l’ho registrato e mixato per conto mio nel mio studio casalingo, i “Darkwoods Studios”, e anche i CD sono stati stampati e masterizzati da me in persona, è un processo lungo e questo spiega il perchè ce ne siano così pochi (credo una trentina). Addirittura, ormai quasi stampo su ordinazione: se qualcuno mi scrive che vuole il mio CD, lo stampo apposta e lo spedisco. Come vedi è tutto molto underground, anche perchè non ho di certo una fanbase così numerosa. Questo approccio, soprattutto per quanto riguarda la registrazione, è per me essenziale: non potrei mai lavorare in modo “tradizionale”, scrivendo un album e registrandolo tutto in una volta. Secondo il mio workflow, le canzoni e gli album prendono vita durante la registrazione: Si Vis Pacem Para Bellum è stato scritto e registrato tra febbraio e ottobre 2018, ad esempio. A volte lascio a metà album o canzoni per mesi e mi dedico ad altro prima di riprendere, al momento sono al lavoro su tre dischi diversi! Probabilmente, lavorando in casa, è diventato un processo naturale per me, e conta che comunque sono partito a lavorare sul disco da zero, quasi come side-project, puramente per mia soddisfazione e basta, mentre oggi per me il progetto ha tutta un’altra importanza. D’altro canto, il vantaggio di avere il supporto di un’etichetta è ovviamente che la questione di stampa, distribuzione e promozione è in gran parte a carico dell’etichetta stessa, ma nel contempo bisogna rispettare certe tempistiche, talvolta attenersi a certe “linee guida” sulla musica, e a me piace avere carta bianca. Ovviamente dipende dalle etichette, però c’è molto marketing nel mondo della musica. Di certo comunque mi farebbe molto piacere se un’etichetta davvero interessata alla mia musica decidesse di supportarmi su stampe, distribuzione eccetera. Si vedrà cosa ci riserva il futuro!

Parlaci delle canzoni che fanno parte del disco, dando il giusto risalto ai brani e alle tematiche che pensi siano maggiormente interessanti.

Per quanto riguarda le tematiche, ho deciso abbastanza presto che il disco avrebbe dovuto parlare di guerra, che è un tema che reputo molto epico e mi ispira molto per le canzoni. Ho deciso di inserire il tutto nel periodo dell’antica Roma, perché non mi andava di copiare il tema vichingo, volevo dare al disco un’identità un po’ più unica da questo punto di vista, con una cultura che appartiene alla nostra terra, e che non ha nulla da invidiare a nessuno in quanto a gloria ed epicità! Il disco sviluppa dunque il tema bellicoso e i diversi momenti della battaglia, andiamo con ordine: Tomorrow parla dei soldati nell’accampamento la notte prima della battaglia; The Day Of Sorrow è il giorno della battaglia: il sole sorge, la brezza fredda sussurra nell’accampamento, gli eserciti si schierano e caricano al suono dei corni da guerra, gridando di trionfare nella gloria o morire nell’onore; il brano si chiude sull’immagine dei due eserciti che cozzano. Thunder, Blood And Fire descrive brutalmente la battaglia: il tuono sferragliante delle armi e armature, il sangue delle vittime e il fuoco che avvolge i nemici (curiosità: la prima strofa termina con “Thunder”, la seconda con “Blood” e la terza ed ultima con “Fire”); per Chant Of Glory Eternal ho immaginato un canto di marcia o da accampamento dei soldati in guerra: contiene la declamazione dei valori di gloria nella vittoria e onore nella morte, delle invocazioni agli Dèi e al Destino e un’invocazione ai compagni affinché seppelliscano i caduti con la loro spada in modo che il loro ricordo resti vivo dopo la morte; in Soldiers Of Rome c’è un po’ un mix dei temi trattati finora, ma è tutta cantata in prima persona da un soldato; Gloria Et Mortem è di nuovo la descrizione di una battaglia, cantata in prima persona da un soldato ed ispirata dall’episodio della sconfitta di Canne; la title-track Si Vis Pacem, Para Bellum è sempre in prima persona, la voce descrive alcune fasi della battaglia, poi esclama “Si Vis Pacem, Para Bellum!” (se vuoi la pace prepara la guerra), e infine i cori invocano gli Dèi, mentre la voce solista urla “Questo è il mio giorno per morire” (traducendo, perché il disco è tutto in inglese eccezion fatta per l’esclamazione in latino); infine, His Last Sunset parla in terza persona di un soldato rimasto mortalmente ferito in battaglia, unico sopravvissuto sul campo, che ha perso tutte le speranze ed è afflitto dai rimpianti, piange di dolore, guarda il suo ultimo tramonto e, quando il sole sparisce, muore. Quest’ultima traccia è l’unica sul disco che avevo scritto (testo a parte) prima di scoprire i Bathory, quando gli Apocalypse erano ancora un gruppo. Personalmente, non ho una canzone preferita. Sono nel complesso molto soddisfatto del mio lavoro e ogni traccia ha il suo fascino particolare, secondo me.

Ci sono altre band che portano avanti il viking metal di Quorthon, possiamo dire Ereb Altor e Bloodshed Walhalla giusto per fare un paio di nome tra i più importanti e talentuosi. Cosa pensi di questi gruppi e in cosa differenziano gli Apocalypse da tutti gli altri?

Degli Ereb Altor non ho ascoltato quasi nulla se non una cover di Twilight Of The Gods, che peraltro mi è piaciuta, però non ho mai approfondito. Del connazionale Drakhen dei Bloodshed Walhalla ho ascoltato qualcosa in più e letto qualche intervista. Quello che ho ascoltato mi è piaciuto, ho apprezzato in particolare il suo stile di canto pulito semi-sporco. Le sue tonalità sono sempre molto epiche, ma in una chiave e con un’atmosfera un po’ diversa dalla mia secondo me, e ovviamente i temi che trattiamo nei brani sono diversi, lui è più sulla tematica vichinga, mentre io cerco di fare qualcosa di diverso e più originale rispetto al viking tradizionale. Di fatto, non cantando di vichinghi, non mi posso nemmeno definire viking metal, semmai epic/black metal o simili, anche se francamente non mi interessa più di tanto tutta questa giostra di categorie ed etichette. Però che dire, fa sicuramente piacere sapere che ci sono altri gruppi che, come me, portano alta e con orgoglio la memoria di Quorthon e Bathory!

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quando e in quale circostanza hai scoperto i dischi dei Bathory?

Vengo da una famiglia abbastanza musicale: diversi parenti suonano o suonavano strumenti musicali o cantavano. Ho provato a suonare il pianoforte quando ero piccolo ma ho mollato subito… non faceva per me. Nel 2015 ho ascoltato Wishmaster dei Nightwish, disco che mi ha ispirato a diventare un chitarrista e che influenzava fortemente i primi Apocalypse (considera che uso tuttora i modelli di chitarra e amplificatore che sono stati usati su quel disco, talmente mi piaceva quel suono), e così è nato il mio amore per il metal. Ho scoperto i Bathory a fine 2017: in primavera ho iniziato ad ascoltare black metal (soprattutto il De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem), poi mio padre mi ha consigliato i Bathory, che io ho inizialmente snobbato (che idiota son stato!), ma poi me ne sono innamorato, e se oggi sono qui a parlarti è proprio grazie a loro!

Cosa pensi dei lavori solisti di Quorthon?

Mi piacciono, per quello che ho sentito. Pur non avendoli ascoltati per intero, ho apprezzato la qualità dei brani che, pur diversi da quelli dei Bathory, sono di ottima qualità e di grande impatto emotivo. Per me è giusto che un artista abbia la possibilità di esprimersi in forme diverse e di fare qualcosa di differente. E Quorthon ha dimostrato di saperlo fare e di saperlo fare bene. Prima o poi mi comprerò sicuramente i CD e li aggiungerò alla mia collezione!

Hai già annunciato la pubblicazione di un tributo ai Bathory (l’intervista è precedente la pubblicazione del disco, ndMF) contenente sette delle canzoni. Sarà anche in formato fisico o solamente digitale? Ci sono delle cover realizzate da altri gruppi che hai gradito particolarmente?

Sì, il disco si chiamerà To Hall Up High – In Memory Of Quorthon e conterrà le cover di A Fine Day To Die (Blood Fire Death), War Machine (Requiem), Necromansy (Bathory), Song To Hall Up High (Hammerheart), One Rode To Asa Bay (Hammerheart), Twilight Of The Gods (Twilight Of The Gods) The Wheel Of Sun (Nordland II), quindi non soltanto brani viking, ma brani in generale che per me hanno significato molto. Scelta molto difficile, ma sono andato con quelli che hanno proprio segnato il mio attaccamento alla musica dei Bathory. La tripletta iniziale è formata da quei pezzi che mi hanno attirato per primi ai Bathory. Il disco sarà rilasciato solo sul canale YouTube ufficiale (dove c’è già il teaser), non è inteso come prodotto vero e proprio ma come mia soddisfazione personale e mio omaggio a Quorthon. Farò un CD da tenermi per ricordo… e magari un paio di copie per qualche amico se proprio lo vuole. Oh, e una copia da portare sulla tomba di Quorthon assieme a quella di Si Vis Pacem Para Bellum appena potrò fare un salto in Svezia. Ma non temete, sono già al lavoro su nuovo materiale originale che verrà rilasciato normalmente verso fine anno o inizio 2020! Riguardo alle cover, ho ascoltato qualcosa di Ereb Altor e Bloodshed Walhalla. Non erano male, anche se dovrei ascoltarle meglio per decidere. La famosa versione degli Emperor di A Fine Day To Die non mi fa impazzire… la intro è molto bella però.

Ti piace il periodo black metal dei Bathory?

Mi piace tutto dei Bathory. Non sono riuscito a trovare un singolo disco che mi abbia fatto dire “che schifo!”. Alcune canzoni su certi dischi non mi esaltano, e alcuni dischi mi piacciono più di altri. Però ogni disco ha il suo fascino particolare, e qui a casa ho tutta la discografia in CD. Mi piace tantissimo anche Requiem, disco odiato da tutti secondo me molto ingiustamente: per quanto mi riguarda, è un capolavoro del death/thrash!

Torino, città magica. La cosa ha influito in qualche modo sulla tua musica?

Sei appassionato di magia? Ebbene sì, Torino è parte sia del triangolo della magia nera sia di quello della magia bianca: Piazza Statuto è il centro della magia nera, Piazza Castello della magia bianca, e si trovano agli estremi opposti di Via Garibaldi, la via più importante della città. Comunque no, questo non ha avuto influenze di alcun tipo sulla mia musica… non sono particolarmente interessato a magia, esoterismo e simili. Ma se ti piace il metal estremo e soprattutto il black metal, un luogo veramente “magico” è Pagan Moon! Un negozio di dischi davvero figo, dove peraltro avevo portato anche i miei CD quando sono usciti. Fate un salto se vi capita! (e godetevi le chiacchierate col Pagano – il proprietario del negozio –, ndMF)

Grazie per la disponibilità, siamo al termine dell’intervista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Ci tengo come sempre a ringraziare davvero tutti i miei fan e coloro che mi supportano, un grande saluto a tutti voi, e a tutti i miei compagni nelle Bathory Hordes!