Intervista: Apocalypse

La marcia degli Apocalypse, creatura musicale di Erymanthon, continua senza sosta. Non c’è stato tempo di pubblicare l’intervista che vi apprestate a leggere che il musicista torinese ha già annunciato la pubblicazione per maggio del terzo disco. E come avrete modo di leggere nelle righe qui sotto, non tarderà ad arrivare anche il quarto full-length. Ma è su Odes che oggi ci concentriamo, secondo lavoro che prosegue la via bathoriana apportando, però, interessanti novità alla scrittura degli Apocalypse. Erymanthon si lascia andare a ricordi e curiosità, rendendo in questa maniera la chiacchierata particolarmente interessante. Buona lettura!

Dal debutto a Odes è passato meno di un anno, di sicuro non stai con le mani in mano! Nel mezzo hai anche pubblicato il tuo tributo di sette canzoni To Hall Up High – In Memory Of Quorthon. Hai mai avuto la sensazione di “correre troppo”?

Oh no, no. Il fatto è semplicemente questo: quando ho un’idea in testa prendo la chitarra e mi metto a suonare, se viene fuori qualcosa di accettabile e mi sento ispirato, accendo la strumentazione ai Darkwoods Studios e registro. Non aspetto di completare un disco intero prima di entrare in studio. Anzi, gran parte della composizione è fatta proprio in studio. L’ultimo anno è stato parecchio produttivo, ho completato i due dischi rilasciati e ne ho imbastiti di nuovi, ho anche scritto o abbozzato del materiale che poi ho scartato, lavoro sempre su più progetti nello stesso periodo… Sai, quando sei ispirato non ti poni il problema, ti metti giù e scrivi registri, arrangi… Ogni tanto mi è capitato di pensare “Hey, non dovrei forse tenermi qualche disco di riserva per più avanti?”, però il materiale non faceva che accumularsi, e allora rilascio tutto pur cercando di dare un minimo di distanza temporale ai dischi. Il vantaggio è che mantieni viva l’attenzione, lo svantaggio è che il tempo che il pubblico ha per metabolizzare ogni album è più ristretto. Tenterò di mantenere una media di uno o due dischi all’anno, sperando di non beccarmi il blocco dell’artista, ah ah!

Tutte le tue release – escludo volontariamente le copie caserecce del debutto – sono unicamente in digitale. Credi forse che il cd fisico sia più un impiccio in caso piuttosto che un oggetto bello da avere e qualitativamente superiore per quanto riguarda la resa audio?

No, no, tutt’altro! Il problema è che stampare CD di alta qualità e adatti alla vendita, diversi dai CD-R che puoi farti in casa, è costoso, bisogna fare un glass master e nessuno te ne stamperà mai meno di 300… Per un progetto come Apocalypse è un investimento, prima di stampare 300 cd devo essere sicuro che il mio pubblico sia intenzionato a comprarli soprattutto oggi nell’era del digitale. Preferirei di gran lunga distribuire la mia musica in formato fisico, anche perché alcuni fan mi hanno contattato richiedendomi se fosse possibile acquistare delle copie, ma non posso prenderli in giro, voglio che se acquistano qualcosa e ci spendono i loro soldi si ritrovino tra le mani un prodotto di qualità, tant’è che le copie di Si Vis Pacem, Para Bellum erano in regalo. Stesso discorso vale per il merchandise. Non posso permettermi questo lusso se non sono sicuro di rientrare con le spese.

A tal proposito, vista anche la tua proposta musicale che si rivolge per lo più a un pubblico “maturo” e quindi legato alla musica su formato fisico, pensi di realizzare, magari col supporto di un’etichetta, delle stampe su cd dei tuoi lavori?

Certamente. Ero in contatto con un’etichetta per stampare Odes, ma ci eravamo prefissati un minimo di 1000 visualizzazioni su YouTube per stampare 300 copie in cd e forse 100 in vinile. Il disco ancora non le ha raggiunte, quindi non se ne è fatto niente, almeno finora. È triste che l’arte venga commercializzata così, ma purtroppo è come funzionano le cose, anche la musica è un business. Non che mi interessi il guadagno, io faccio la mia musica per passione e non per i numeri, sono più felice quando ricevo un messaggio da un ragazzo in Sudamerica o in Nord Europa o da qualunque altra parte che mi dice “tu sei il figlio di Quorthon” o “il Quorthon di Torino” o “le tue composizioni sono fenomenali”, infatti io rispondo sempre a tutti coloro che mi scrivono e supportano il progetto, o anche solo quando scrivo, registro e riascolto la mia musica piuttosto che quando leggo le ultime statistiche delle vendite su Bandcamp o degli stream su Spotify. Però non posso nemmeno buttare soldi al vento, né possono farlo le etichette, anche se mi piacerebbe molto avere delle copie fisiche dei miei lavori tra le mani, del resto prima che musicista sono anche io un fan dei gruppi che mi piacciono e preferisco le copie fisiche!

Passiamo a Odes: lo stile e l’intenzione sono chiare, ma in un paio di brani ho sentito anche qualcosa di personale e, almeno per come intendo io la musica, più interessante. Stai cercando di “maturare” sotto questo punto di vista?

Ho scritto la musica per Odes con l’intenzione di esprimere dolore, disperazione e rassegnazione dinanzi a un comune e inevitabile destino: la morte. Il disco tratta tutto questo tema ed è stato ispirato dalla scomparsa di Giulio Cesare Casella, mio nonno, al quale sono sempre stato molto legato, il 3 marzo 2019, del resto è stato a lui dedicato. Per esprimere tutto questo senso di lutto, ho deciso di incorporare influenze da tutta la musica che ritenevo più malinconica e dolorosa, l’atmosfera è cupa e “decadente” e non ho voluto fermarmi all’epicità tragica dei Bathory su dischi come Twilight Of The Gods. L’intro strumentale è un brano atmosferico e pseudo-ambient che scrissi nel gennaio 2017 per gli Apocalypse, prima di entrare a contatto con i Bathory, ma che alla fine non usai anche per via del disfacimento del gruppo. L’intro pseudo-Bachiana di The Ephemereal Life la improvvisai con una tastiera sul preset “Organo” la vigilia di Natale del 2018, mentrela melodia e il riff portante sono ripresi da un brano depressive blackmetal che registrai nel settembre 2017, senza intenzione di rilascio, ma per motivi e piacere personale, anche se lì era tutto in tremolo picking… versai nel calderone anche i Bathory di Twilight Of The Gods, Destroyer Of Worlds e in minima parte Blood On Ice e Under The Sign Of The Black Mark, i Draconian di Arcane Rain Fell, Bach, Chopin, un depressive black metal pseudo Burzum o Silencer, su Exegi Monumentumla musica è quasi rinascimentale alla Branduardi… È un disco cupo, tragico, maestoso, solenne e malinconico, sicuramente il migliore ad oggi pubblicato dagli Apocalypse. Ovviamente un musicista matura e si evolve naturalmente, ma quel che è certo è che la mia musica pur evolvendosi non sarà mai priva della vena Bathory, che ne sarà sempre un pilastro fondante. Del resto, io sto cercando di riportare Quorthon in vita, di continuare quello che ha iniziato, è quello che ho messo in chiaro fin dal mio debutto e il mio pubblico lo sa bene.

By The River è una delle canzoni che più mi ha sorpreso e devo dire che l’ho trovata molto toccante. Come nasce un brano come questo?

Ti ringrazio per queste parole, sono contento che il brano ti abbia fatto questo effetto e non sei il primo a dirmelo. Quando ero un bambino, ero solito andare con mio nonno presso un torrente a Rubiana, dove abbiamo una casa, e lì ci divertivamo gettando i sassi nel fiume. Questo brano ricorda con nostalgia il mio passato con lui, giunge fino al momento della sua morte e infine canto che quando sarà la mia ora, ci incontreremo di nuovo al torrente: “…And when my time has come / we will meet again By The River” sono i versi che chiudono la canzone. Anche se è simbolico, perché io non credo nell’aldilà… credo, un po’ come Epicuro, che quando sei morto, sei morto. Punto. Questo è un brano che avevo in mente di scrivere da tempo, perché mio nonno era malato, non riconosceva più le persone da due anni, non era autosufficiente, non era più lui. Questo brano è una commossa e sentita dedica a lui. Ho scritto il testo in meno di un’ora e la musica in mezz’ora. È una canzone che viene dal cuore. Curiosità: Woods Of Wistfulness, il brano che la precede, è ambientato nello stesso luogo, ovvero il bosco e il torrente che lo attraversa. L’atmosfera è completamente diversa: mentre in By The River siamo in una rigogliosa primavera, qui il sole è basso e lontano, i fiocchi di neve che cadono lenti sono le lacrime ghiacciate di un cielo scuro, la nebbia, in cui fluttuano e vagano ombre tristi e piangenti e un funereo silenzio avvolgono tutto, la brezza fredda sussurra attraverso gli alberi spogli e nell’acqua cristallina del torrente risplendono come fantasmi evanescenti ammantati di dolore e miseria le memorie un tempo gioiose del tempo passato. Vi è malinconia, smarrimento e nessuna speranza, nessun dio, niente.

Nella recensione del disco definisco The Ephemereal Life come una “bella prova di avvenuta maturità compositiva”. Penso che confezionare sedici minuti di canzone senza momenti deboli non sia facile e tu sei riuscito a mantenere l’attenzione alta per l’intera durata della canzone. Quanto hai lavorato sul pezzo per renderlo così buono?

Ti ringrazio molto per il tuo giudizio! È un brano su cui ho lavorato parecchi giorni e che, come ho scritto, incorpora influenze diverse sia dal mio passato che da altre band. C’è Bach, ci sono i Draconian, c’è il mio vecchio black metal, ci sono i Bathory, i Silencer, un’ode di Orazio recitata e beh, gli Apocalypse! Sicuramente è il brano più variegato sul disco, il più elaborato… Volevo fare anche io quello che Quorthon ha fatto su Twilight Of The Gods, mettermi alla prova con qualcosa di più lungo ed elaborato, e sono molto soddisfatto del risultato! Mentre scrivevo, non pensavo in particolare alla durata, quanto al cercare di creare qualcosa di diverso, più arrangiato e interessante, lasciavo che la musica si prendesse lo spazio e il tempo necessari per il suo pieno sviluppo e alla fine mi sono ritrovato con un brano di sedici minuti e mezzo! In realtà è un brano che amo e odio allo stesso momento. La musica mi piace tantissimo, soprattutto l’intro e l’intermezzo doom con l’assolo di chitarra, che esprime esattamente le emozioni che volevo, e richiama Pestilence dei Bathory. La voce è uno scream esasperato, volevo che sembrasse un misto tra un pianto e un grido disperato. Il testo è straziante, pessimista, nichilista, decadente e spazza via ogni speranza. Sai, quando vedi un tuo caro a cui sei affezionato che giace freddo, bianco, smagrito, con la bocca spalancata e il volto contratto in una smorfia di agonia, nella sua bara, disposta in un salotto dove con lui tanti anni fa mangiavi e scartavi i regali a Natale o guardavi la tv, è un’esperienza che ti segna. Nell’intermezzo sopra citato canto “White and cold as ice in your casket you laid / The pure essence of pain distorted your face / Your mouth open wide since you exhaled your last breath / Drowning in mourn, I could just say farewell“. Il dolore e la disperazione, e la solennità tragica di questo destino comune fluiscono da ogni nota e ogni parola. Éun brano così doloroso, sono riuscito nel mio intento a tal punto che spesso fa star male pure me a riascoltarlo, così come tutto il disco. Ma resta un lavoro di cui sono fierissimo e che mi soddisfa molto.

In due composizioni c’è spazio per il poeta Orazio. Da dove nasce questa tua idea e interesse per la poesia latina? Come ti sei trovato a cantare in latino?

Beh, sono sempre stato affascinato dai Romani. Sono probabilmente quanto di più glorioso la storia dell’Italia abbia mai passato, sono parte del nostro orgoglio, della nostra storia, delle nostre radici e della nostra identità. Del resto, già il primo album presentava forti richiami al periodo romano fin dal titolo. Ho pensato che avesse senso riprendere qualcosa dalla mia storia, la storia della mia terra, come Quorthon aveva fatto con i vichinghi: bisogna essere orgogliosi della propria identità, soprattutto chi ostenta un passato glorioso come il nostro. E questa è una ragione. Studiando il poeta Orazio a scuola mi ero imbattuto in queste due odi, che secondo me erano adatte all’atmosfera del disco, e ho deciso di impiegarle nella mia musica. Quella recitata in The Ephemereal Life parla appunto della fuga del tempo e della fragilità della nostra vita, del fatto che tutti, re o schiavi, sono destinati alla morte. Exegi Monumentum invece è un’autocelebrazione, il poeta ci dice che con la sua opera ha eretto un monumento più durevole del bronzo, più imponente della mole delle piramidi, e che non tutto di lui morirà, ma che la sua gloria si manterrà in chi rimarrà in vita. Oltre ad “alzare il livello culturale” del disco, facendolo almeno in minima parte un mezzo di diffusione anche dell’arte antica, cosa che non fa male, è un po’ quello che succede a chiunque con i propri cari, ho pensato. E sempre per snocciolare nomi “colti”, è un po’ quello che Foscolo scrive in Dei Sepolcri. Le tombe, così come qualunque forma d’arte, hanno una sorta di funzione eternatrice. Non a caso ho deciso di scattare le foto per l’album al Cimitero Monumentale di Torino, molte sul mausoleo del grande tenore torinese Francesco Tamagno: una tomba è innanzitutto un monumento e un’opera d’arte. E poi, era in tema con il disco. Chissà, magari quando non ci sarò più qualcuno si ascolterà i miei dischi e si ricorderà di questo rocker torinese, ah ah!

Continuando a parlare di influenze esterne, in Funeral March ti rifai a Chopin. Vuoi raccontarci qualcosa su questa idea?

Con piacere! Partiamo dal fatto che apprezzo molto la musica classica, soprattutto quella più solenne, tragica o malinconica, in particolare Bach, Vivaldi, Beethoven, Chopin, anche se non posso dirmi un esperto: conosco qualche titolo dei miei brani preferiti come la Toccata e Fuga, il terzo movimento dell’Estate, la Sonata al Chiaro di Luna o appunto la Marcia Funebre, di qualcuno ricordo solo la melodia… Ogni tanto vado ai concerti o all’opera, ma appunto, non sono un esperto, anche se per un periodo mi era balenata l’idea di studiare in conservatorio. Però sono troppo indisciplinato per questo, ah ah! Tornando alla domanda, su Call From The Grave Quorthon richiamava la Marcia Funebre nell’assolo di chitarra, che io in effetti riprendo alla fine del brano. Ho pensato di fare un tributo a Bathory, ispirandomi a Day Of Wrath e Call From The Grave, e anche a Chopin, basando la struttura di tutto il brano sugli accordi del primo e terzo movimento della Marcia Funebre, ma c’è anche un richiamo all’organo Bachiano, ripreso con la chitarra, nell’intermezzo cantato prima del solo finale, dove tra l’altro sperimento con una nuova vocalità più raschiata. Era un bel modo per chiudere il disco, pensavo, l’atmosfera era giusta, il tema anche. L’idea si è inizialmente affiancata a quella di musicare Ode To The West Wind di P.B. Shelley, che già prevedevo come brano di chiusura e in questo caso sarebbe stato parte della doppietta finale, ma poi è finita per sostituirla. Ero più ispirato, mentre per Ode To The West Wind avevo iniziato a scrivere e registrare ma non ero altrettanto “preso”, e il disco era già lungo a sufficienza, così ho registrato soltanto Funeral March.

Pensi che un giorno gli Apocalypse possano avere una line-up anche solo per i concerti, fermo restando che in studio si tratta di una one man band?

No, non credo, anche se qualcuno sarebbe contento di vederci dal vivo. Ma una musica come questa è complicata da riproporre in concerto, non è adatta ai piccoli locali underground dove la gente vuole sbronzarsi e pogare. Suono dal vivo con un altro gruppo, ma facciamo roba totalmente diversa! La mia musica è una riflessione, un messaggio, una comunicazione tra Apocalypse e il pubblico. Voglio che il mio pubblico si sieda, si rilassi e si concentri sulle sensazioni e sulle immagini che il disco evoca. E poi con Apocalypse io voglio che sia tutto fatto a modo mio, ciò non è possibile con un gruppo di persone. Credo che resteremo una one-man band.

Il 2020 degli Apocalypse? Stai lavorando a un nuovo disco o ti stai dedicando ad altro?

Sì, il nuovo album è pronto e credo uscirà per aprile o maggio. È un po’ uno strappo alla regola, nel senso che sarà qualcosa di davvero veloce e brutale, lontanissimo dal suono di tutto quello che ho fatto finora. Velocità e brutalità senza compromessi, un disco death metal, diciamo. Spero che il mio pubblico non decida di linciarmi per questo ah ah! È un progetto che avevo in mente da tempo, che ho fatto per divertirmi, che di fatto ho iniziato a registrare a gennaio scorso, prima di Odes, che ho portato avanti in parallelo (lavoravo a fasi alterne, in base a cosa mi sentivo di fare in quel momento o giorno), che fino a marzo scorso intendevo pubblicare a fine 2019 e che pensavo di aver concluso a luglio, assieme a Odes. In realtà mentre il tempo passava mi sono sentito nuovamente ispirato e ho voluto aggiungere due brani, che ho registrato tra gennaio e febbraio. Sto anche lavorando al disco successivo, che invece sarà di nuovo sul filone epico, ma è ancora tutto in alto mare, non ho le idee molto chiare ad essere sincero. Ho anche registrato qualche altra cover dei Bathory (oltre a Vinterblot che è uscita a dicembre, per ricordare le tradizioni pagane antiche europee precedenti al Natale cristiano), in particolare Call From The Grave, Bleeding e Death From Above. Non sono sicuro se rilasciarle o meno, le ho incise per divertirmi, ma sul mio tributo alcuni hanno sentito la mancanza di brani del periodo black e death. Potrei registrare qualcos’altro di quell’epoca e fare una sorta di “capitolo 2”, ma fosse per me potrei anche registrare tutta la loro discografia, quindi non so se sia sensato ah ah! Vedremo. Mi sto dedicando molto anche alla mia vita privata, inoltre sto studiando e a livello personale sto affrontando letture filosofiche, Nietzsche in particolare, e mi piace appuntarmi pensieri o riflessioni personali ogni tanto. Recentemente ho ripreso anche a disegnare, cosa che ho fatto per tantissimi anni ma che avevo lasciato da parte per molto tempo.

Domanda secca: cosa stai ascoltando in questi giorni?

Bathory, prevalentemente. Ma anche Kormak, (((AF))) o ogni tanto qualche ascolto di brani vari da diversi gruppi, inclusa The Unquiet Grave dei Claymore. Mentre rispondevo alle tue domande però, mi sono ascoltato le opere organistiche di Bach, il terzo movimento dell’Estate di Vivaldi, qualcosa da Odes e qualche premix dal nuovo album.

Siamo al termine della chiacchierata. Vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori?

Intanto grazie per questa intervista e per la recensione! Sono felice di essere di nuovo sulle pagine di Mister Folk! Ragazzi, grazie per il vostro supporto e per aver letto questa intervista! Tenete a cuore il Metal e la musica che vi piace, e supportatela! E, per chiudere “alla Quorthon”, Hail the Hordes!

Intervista: Apocalypse

Il giovane Erymanthon sembra avere le idee piuttosto chiare: Bathory, Bathory e ancora Bathory! Dopo aver esordito pochi mesi fa con il disco Si Vis Pacem, Para Bellum, è di freschissima pubblicazione il nuovo To Hall Up High, album tributo a Quorthon contenente sette brani del compianto artista svedese (lo potete ascoltare QUI). Una devozione assoluta quella del musicista piemontese che desta non poca curiosità, ecco quindi riportata la conversazione che abbiamo nelle settimane scorse, buona lettura!

Partiamo dalle origini della band: perché il nome Apocalypse e come è nato il progetto?

Intanto ciao e grazie di avermi concesso questa intervista! Dunque, il progetto nasce come mia idea verso fine ottobre 2015, ma la data in cui ufficialmente ho fondato la band è il 1 novembre 2015, assieme ad un amico. In realtà non abbiamo avuto un nome per molto tempo… a fine febbraio 2016 finalmente ho scelto Apocalypse, che agli altri è piaciuto subito. In realtà non ha un significato particolare… semplicemente stavo leggendo una pagina Wikipedia sull’heavy metal, in cui si diceva che il genere spesso tratta temi apocalittici, e ho pensato “cazzo, Apocalypse suona proprio bene!”. Tutto qui!

Inizialmente gli Apocalypse suonavano un altro genere ed eravate un trio. Poi c’è stato il cambio di genere e il gruppo è diventato una one man band. Cosa è successo?

Sì, abbiamo iniziato volendo fare power metal in stile primi Nightwish… io suonavo la chitarra da poco più un mese, e volevo seguire le orme dei miei allora idoli Nightwish (gruppo che tuttora apprezzo e che ho visto a Milano dal vivo lo scorso 5 novembre). In realtà non eravamo un trio… io speravo di raggiungere una line-up di cinque o sei persone, ma a dire il vero, non abbiamo mai avuto una formazione completa e decente. La storia è parecchio lunga e intricata (volendo la trovate tutta sul sito), ma in breve non ho mai trovato persone dedicate come lo ero io, che avessero davvero voglia di metterci l’impegno giusto, anzi, la maggior parte delle volte mi sono trovato circondato da un branco di idioti, almeno dal punto di vista musicale. Ho assunto e cacciato nuovi membri diverse volte, alcuni sono rimasti e hanno cambiato strumento, ma comunque non siamo riusciti a far funzionare un bel niente, io mi sono molto arrabbiato, perchè tenevo molto al progetto, ma a nessuno è mai sembrato importare nulla, gli altri vedevano la band come un’occasione per cazzeggiare e perdere tempo (c’era chi lanciava bacchette in sala prove, chi si fermava a metà canzone perché non aveva voglia di continuare, chi non ha mai imparato un singolo riff…), quindi verso fine estate 2017 ho alla fine cacciato tutti quanti e ho sciolto la band, perché era una perdita di soldi, perdita di tempo e di energie. Io ho scritto un sacco di musica e non siamo mai riusciti a completare nemmeno una singola canzone. Era una frustrazione indicibile. Alla fine, ispirato dai Bathory, ho deciso di riprendere Apocalypse come progetto solista attorno a febbraio 2018. Éproprio in quel mese che ho iniziato le registrazioni per Si Vis Pacem, Para Bellum.

Il tuo è un tributo ai Bathory: cosa pensi e vorresti portare al mondo musicale con la tua musica?

Beh, direi che non ci sono dubbi! Nel mio modo di cantare, negli arrangiamenti, nel modo di suonare, nell’atmosfera e anche nel mio look l’influenza di Quorthon si fa sentire decisamente. Se vuoi vederla così, il progetto è un tributo nel senso che tento di portare avanti nel mio piccolo quello che lui, mio “padre” artistico, ha cominciato e, ahimè, è stato costretto a interrompere dalla sua prematura scomparsa. Mi ferisce molto il fatto che non potrò mai incontrarlo di persona, ma al contempo credo che lui sia vivo nei magnifici dischi che ci ha lasciato e nei progetti che ha influenzato. Io non credo affatto nell’aldilà o nella vita dopo la morte, quel che intendo è che, in un certo senso, lui è vivo dentro di me, dentro a tutti gli artisti che a lui si ispirano e dentro a tutte le Bathory Hordes, nella forma di memoria, stima ed influenza indelebili. Finchè lo ricorderemo come merita, lui sarà vivo dentro e tra di noi. Quello che voglio fare nel mondo della musica? Assolutamente omaggiare Quorthon, pur cercando di evolvere il mio stile pian piano, perchè non voglio sembrare solo una copia, voglio cercare di arrivare a fare qualcosa di mio in cui la sua influenza sia presente (un padre vorrebbe vedere il figlio seguire i suoi consigli per poi andare per la sua strada, no?). Un’altra mia speranza è che i fan dei Bathory apprezzino ciò che faccio, perchè il mio progetto è dedicato anche a loro. Alcuni già mi hanno scritto dicendomi “Quorthon rivive a Torino!” o “Quorthon starà brindando con gli Dèi ascoltando la tua musica!”, e sono frasi che mi riempiono di orgoglio e che mi fanno pensare che forse qualcosa di giusto lo sto facendo. Ma il mio sogno più grande è che, prima o poi, ci sia anche solo una, una singola persona per la quale io possa essere quello che Quorthon è stato per me: se riuscirò a ispirare così profondamente anche solo una persona, per me sarà una vittoria grandissima.

Il disco Si Vis Pacem, Para Bellum è un autoprodotto e le copie fisiche sono pochissime. La decisione di fare tutto da solo è nata da te o avresti gradito il supporto di un’etichetta?

Sì, è un disco autoprodotto e l’ho registrato e mixato per conto mio nel mio studio casalingo, i “Darkwoods Studios”, e anche i CD sono stati stampati e masterizzati da me in persona, è un processo lungo e questo spiega il perchè ce ne siano così pochi (credo una trentina). Addirittura, ormai quasi stampo su ordinazione: se qualcuno mi scrive che vuole il mio CD, lo stampo apposta e lo spedisco. Come vedi è tutto molto underground, anche perchè non ho di certo una fanbase così numerosa. Questo approccio, soprattutto per quanto riguarda la registrazione, è per me essenziale: non potrei mai lavorare in modo “tradizionale”, scrivendo un album e registrandolo tutto in una volta. Secondo il mio workflow, le canzoni e gli album prendono vita durante la registrazione: Si Vis Pacem Para Bellum è stato scritto e registrato tra febbraio e ottobre 2018, ad esempio. A volte lascio a metà album o canzoni per mesi e mi dedico ad altro prima di riprendere, al momento sono al lavoro su tre dischi diversi! Probabilmente, lavorando in casa, è diventato un processo naturale per me, e conta che comunque sono partito a lavorare sul disco da zero, quasi come side-project, puramente per mia soddisfazione e basta, mentre oggi per me il progetto ha tutta un’altra importanza. D’altro canto, il vantaggio di avere il supporto di un’etichetta è ovviamente che la questione di stampa, distribuzione e promozione è in gran parte a carico dell’etichetta stessa, ma nel contempo bisogna rispettare certe tempistiche, talvolta attenersi a certe “linee guida” sulla musica, e a me piace avere carta bianca. Ovviamente dipende dalle etichette, però c’è molto marketing nel mondo della musica. Di certo comunque mi farebbe molto piacere se un’etichetta davvero interessata alla mia musica decidesse di supportarmi su stampe, distribuzione eccetera. Si vedrà cosa ci riserva il futuro!

Parlaci delle canzoni che fanno parte del disco, dando il giusto risalto ai brani e alle tematiche che pensi siano maggiormente interessanti.

Per quanto riguarda le tematiche, ho deciso abbastanza presto che il disco avrebbe dovuto parlare di guerra, che è un tema che reputo molto epico e mi ispira molto per le canzoni. Ho deciso di inserire il tutto nel periodo dell’antica Roma, perché non mi andava di copiare il tema vichingo, volevo dare al disco un’identità un po’ più unica da questo punto di vista, con una cultura che appartiene alla nostra terra, e che non ha nulla da invidiare a nessuno in quanto a gloria ed epicità! Il disco sviluppa dunque il tema bellicoso e i diversi momenti della battaglia, andiamo con ordine: Tomorrow parla dei soldati nell’accampamento la notte prima della battaglia; The Day Of Sorrow è il giorno della battaglia: il sole sorge, la brezza fredda sussurra nell’accampamento, gli eserciti si schierano e caricano al suono dei corni da guerra, gridando di trionfare nella gloria o morire nell’onore; il brano si chiude sull’immagine dei due eserciti che cozzano. Thunder, Blood And Fire descrive brutalmente la battaglia: il tuono sferragliante delle armi e armature, il sangue delle vittime e il fuoco che avvolge i nemici (curiosità: la prima strofa termina con “Thunder”, la seconda con “Blood” e la terza ed ultima con “Fire”); per Chant Of Glory Eternal ho immaginato un canto di marcia o da accampamento dei soldati in guerra: contiene la declamazione dei valori di gloria nella vittoria e onore nella morte, delle invocazioni agli Dèi e al Destino e un’invocazione ai compagni affinché seppelliscano i caduti con la loro spada in modo che il loro ricordo resti vivo dopo la morte; in Soldiers Of Rome c’è un po’ un mix dei temi trattati finora, ma è tutta cantata in prima persona da un soldato; Gloria Et Mortem è di nuovo la descrizione di una battaglia, cantata in prima persona da un soldato ed ispirata dall’episodio della sconfitta di Canne; la title-track Si Vis Pacem, Para Bellum è sempre in prima persona, la voce descrive alcune fasi della battaglia, poi esclama “Si Vis Pacem, Para Bellum!” (se vuoi la pace prepara la guerra), e infine i cori invocano gli Dèi, mentre la voce solista urla “Questo è il mio giorno per morire” (traducendo, perché il disco è tutto in inglese eccezion fatta per l’esclamazione in latino); infine, His Last Sunset parla in terza persona di un soldato rimasto mortalmente ferito in battaglia, unico sopravvissuto sul campo, che ha perso tutte le speranze ed è afflitto dai rimpianti, piange di dolore, guarda il suo ultimo tramonto e, quando il sole sparisce, muore. Quest’ultima traccia è l’unica sul disco che avevo scritto (testo a parte) prima di scoprire i Bathory, quando gli Apocalypse erano ancora un gruppo. Personalmente, non ho una canzone preferita. Sono nel complesso molto soddisfatto del mio lavoro e ogni traccia ha il suo fascino particolare, secondo me.

Ci sono altre band che portano avanti il viking metal di Quorthon, possiamo dire Ereb Altor e Bloodshed Walhalla giusto per fare un paio di nome tra i più importanti e talentuosi. Cosa pensi di questi gruppi e in cosa differenziano gli Apocalypse da tutti gli altri?

Degli Ereb Altor non ho ascoltato quasi nulla se non una cover di Twilight Of The Gods, che peraltro mi è piaciuta, però non ho mai approfondito. Del connazionale Drakhen dei Bloodshed Walhalla ho ascoltato qualcosa in più e letto qualche intervista. Quello che ho ascoltato mi è piaciuto, ho apprezzato in particolare il suo stile di canto pulito semi-sporco. Le sue tonalità sono sempre molto epiche, ma in una chiave e con un’atmosfera un po’ diversa dalla mia secondo me, e ovviamente i temi che trattiamo nei brani sono diversi, lui è più sulla tematica vichinga, mentre io cerco di fare qualcosa di diverso e più originale rispetto al viking tradizionale. Di fatto, non cantando di vichinghi, non mi posso nemmeno definire viking metal, semmai epic/black metal o simili, anche se francamente non mi interessa più di tanto tutta questa giostra di categorie ed etichette. Però che dire, fa sicuramente piacere sapere che ci sono altri gruppi che, come me, portano alta e con orgoglio la memoria di Quorthon e Bathory!

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quando e in quale circostanza hai scoperto i dischi dei Bathory?

Vengo da una famiglia abbastanza musicale: diversi parenti suonano o suonavano strumenti musicali o cantavano. Ho provato a suonare il pianoforte quando ero piccolo ma ho mollato subito… non faceva per me. Nel 2015 ho ascoltato Wishmaster dei Nightwish, disco che mi ha ispirato a diventare un chitarrista e che influenzava fortemente i primi Apocalypse (considera che uso tuttora i modelli di chitarra e amplificatore che sono stati usati su quel disco, talmente mi piaceva quel suono), e così è nato il mio amore per il metal. Ho scoperto i Bathory a fine 2017: in primavera ho iniziato ad ascoltare black metal (soprattutto il De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem), poi mio padre mi ha consigliato i Bathory, che io ho inizialmente snobbato (che idiota son stato!), ma poi me ne sono innamorato, e se oggi sono qui a parlarti è proprio grazie a loro!

Cosa pensi dei lavori solisti di Quorthon?

Mi piacciono, per quello che ho sentito. Pur non avendoli ascoltati per intero, ho apprezzato la qualità dei brani che, pur diversi da quelli dei Bathory, sono di ottima qualità e di grande impatto emotivo. Per me è giusto che un artista abbia la possibilità di esprimersi in forme diverse e di fare qualcosa di differente. E Quorthon ha dimostrato di saperlo fare e di saperlo fare bene. Prima o poi mi comprerò sicuramente i CD e li aggiungerò alla mia collezione!

Hai già annunciato la pubblicazione di un tributo ai Bathory (l’intervista è precedente la pubblicazione del disco, ndMF) contenente sette delle canzoni. Sarà anche in formato fisico o solamente digitale? Ci sono delle cover realizzate da altri gruppi che hai gradito particolarmente?

Sì, il disco si chiamerà To Hall Up High – In Memory Of Quorthon e conterrà le cover di A Fine Day To Die (Blood Fire Death), War Machine (Requiem), Necromansy (Bathory), Song To Hall Up High (Hammerheart), One Rode To Asa Bay (Hammerheart), Twilight Of The Gods (Twilight Of The Gods) The Wheel Of Sun (Nordland II), quindi non soltanto brani viking, ma brani in generale che per me hanno significato molto. Scelta molto difficile, ma sono andato con quelli che hanno proprio segnato il mio attaccamento alla musica dei Bathory. La tripletta iniziale è formata da quei pezzi che mi hanno attirato per primi ai Bathory. Il disco sarà rilasciato solo sul canale YouTube ufficiale (dove c’è già il teaser), non è inteso come prodotto vero e proprio ma come mia soddisfazione personale e mio omaggio a Quorthon. Farò un CD da tenermi per ricordo… e magari un paio di copie per qualche amico se proprio lo vuole. Oh, e una copia da portare sulla tomba di Quorthon assieme a quella di Si Vis Pacem Para Bellum appena potrò fare un salto in Svezia. Ma non temete, sono già al lavoro su nuovo materiale originale che verrà rilasciato normalmente verso fine anno o inizio 2020! Riguardo alle cover, ho ascoltato qualcosa di Ereb Altor e Bloodshed Walhalla. Non erano male, anche se dovrei ascoltarle meglio per decidere. La famosa versione degli Emperor di A Fine Day To Die non mi fa impazzire… la intro è molto bella però.

Ti piace il periodo black metal dei Bathory?

Mi piace tutto dei Bathory. Non sono riuscito a trovare un singolo disco che mi abbia fatto dire “che schifo!”. Alcune canzoni su certi dischi non mi esaltano, e alcuni dischi mi piacciono più di altri. Però ogni disco ha il suo fascino particolare, e qui a casa ho tutta la discografia in CD. Mi piace tantissimo anche Requiem, disco odiato da tutti secondo me molto ingiustamente: per quanto mi riguarda, è un capolavoro del death/thrash!

Torino, città magica. La cosa ha influito in qualche modo sulla tua musica?

Sei appassionato di magia? Ebbene sì, Torino è parte sia del triangolo della magia nera sia di quello della magia bianca: Piazza Statuto è il centro della magia nera, Piazza Castello della magia bianca, e si trovano agli estremi opposti di Via Garibaldi, la via più importante della città. Comunque no, questo non ha avuto influenze di alcun tipo sulla mia musica… non sono particolarmente interessato a magia, esoterismo e simili. Ma se ti piace il metal estremo e soprattutto il black metal, un luogo veramente “magico” è Pagan Moon! Un negozio di dischi davvero figo, dove peraltro avevo portato anche i miei CD quando sono usciti. Fate un salto se vi capita! (e godetevi le chiacchierate col Pagano – il proprietario del negozio –, ndMF)

Grazie per la disponibilità, siamo al termine dell’intervista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Ci tengo come sempre a ringraziare davvero tutti i miei fan e coloro che mi supportano, un grande saluto a tutti voi, e a tutti i miei compagni nelle Bathory Hordes!