Ash Of Ashes – Down The White Waters

Ash Of Ashes – Down The White Waters

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Skaldir: voce, chitarra, basso, tastiera – Morten: voce

Tracklist: 1. Down The White Waters – 2. Flames On The Horizon – 3. Ash To Ash – 4. Sea Of Stones – 5. Springar – 6. Seven Winters Long (The Lay Of Wayland) – 7. In Chains (The Lay Of Wayland) – 8. The Queen’s Lament (The Lay Of Wayland) – 9. Chambers Of Stone (The Lay Of Wayland) – 10. Outro

Un disco fresco, dinamico, ben fatto, mai ripetitivo: la cosa sorprendente è che Down The White Waters è un debut album. Gli Ash Of Ashes hanno lavorato nell’ombra fino alla pubblicazione di questo cd, ma c’è da dire che i musicisti non sono certo inesperti e in particolare il chitarrista/cantante Skaldir ha realizzato quattro dischi con gli Hel tedeschi, band pagan black in attività fino al 2012.

Down The White Waters è un lavoro realizzato con il cuore, ma anche con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare e cosa vuole trasmettere all’ascoltatore. Tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering sono avvenute negli Kalthallen Studios, ovvero le sale dove gli Ash Of Ashes provano e compongono le canzoni. Non è quindi un caso che il cd sia stato “elaborato” dai musicisti stessi, senza alcun aiuto esterno. Il risultato è davvero buono, a partire dai suoni puliti e graffianti, per passare all’ottima equalizzazione e alla potenza finale del disco. Fare tutto da soli è spesso controproducente, ma Skaldir e Morten hanno davvero svolto un lavoro preciso e di qualità che dona a Down The White Waters una marcia in più.

I due musicisti si sono divisi il lavoro (della batteria se n’è occupato Dennis Strillinger, noto per essere stato dietro le pelli nel debutto del 2006 A Storm To Come dei Van Canto) e se Skadir ha realizzato tutte le musiche (con l’eccezione di Springar che è un brano tradizionale), Morten ha scritto i testi, tutti legati alla mitologia, con la chicca del mini concept chiamato “The Lay Of Wayland” e che narra delle vicende di Weland il Fabbro (stando alle parole del cantante, questa è la prima volta che un gruppo heavy metal ne canta le gesta), personaggio leggendario al quale sono attribuite, tra le altre cose, la forgiatura della spada Excalibur di arturiana memoria e l’armatura di Beowulf.

La musica degli Ash Of Ashes può essere definita “skaldic metal”: epica e imponente, malinconica ma coraggiosa. Le canzoni suonano personali nonostante i musicisti non nascondano la predilezione per i Bathory del periodo viking, influenza che si palesa in particolare nei numerosi mid-tempo di Down The White Waters, eppure Skaldir, compositore di tutte le canzoni, ha saputo metterci del suo e il risultato finale ne risente in positivo. Nei quarantadue minuti di durata gli Ash Of Ashes mostrano tutte le armi a propria disposizione e tra le chitarre emozionanti (e windiriane per drammaticità) di Chambers Of Stone e quelle più ruvide di Ash Of Ashes – una montagna russa di ferocia ed epicità – che vengono stemperate dall’intervento della nyckelharpa di Mathias Gyllengahm (Norrsinnt, Utmarken), spuntano composizioni dai tratti solenni e nordici come Seven Winters Long (impreziosita dall’hardingfele, una sorta di violino a otto o nove corde utilizzato nella musica tradizionale norvegese, dell’ospite Runahild) e Flames On The Horizon.

Down The White Waters è una vera e propria sorpresa, un disco maturo che merita assolutamente di essere conosciuto e ascoltato a ripetizione. Invece di cercare segnali di vita in gruppi che da troppi anni annaspano nelle super produzioni e non realizzano un cd veramente bello da più di dieci anni, è il caso di segnarsi il nome degli Ash Of Ashes e scoprire il mondo contenuto nelle dieci tracce di questo disco.

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Negura Bunget – Tău

Negură Bunget – Tău

2015 – full-length – Lupus Lounge

VOTO: 9Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Adrian Neagoe: chitarra, tastiera – Ovidiu Corodan: basso – Negru: batteria, percussioni – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Nămetenie – 2. Izbucul Galbenei – 3. La Hotaru Cu Cinci Culmi – 4. Curgerea Muntelui – 5. Tărîm Vîlhovnicesc – 6. împodobeala Timpului – 7. Picur Viu Foc – 8. Schimnicește

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Quello che ci offrono i Negură Bunget con Tău non sono solamente cinquanta minuti di grande musica, ma un vero e proprio viaggio nella terra della band, la Transilvania. Primo di una trilogia chiamata Transilvanian Trilogy, il settimo sigillo dei romeni è un concept sugli elementi naturali, come ben illustrato nel booklet e dalle pagine dell’imponente artbook.

Pubblicato a cinque anni di distanza dall’ottimo Vîrstele Pămîntului, Tău vede oltre a una nuova line-up (rodata grazie all’EP Gînd a-prins del 2013), una formula musicale sì marchiata a fuoco Negură Bunget, ma che rappresenta un’evoluzione, com’è normale che sia, di quanto prodotto in venti anni di carriera. Il nuovo lavoro della band capitanata dal batterista Gabriel Mafa “Negru” presenta canzoni dalla forte connotazione ambient, ben bilanciate da parti al limite del black metal e grandiosi momenti folk/etnici in grado di far accapponare la pelle. Musicalmente Tău estremizza quanto proposto in Vîrstele Pămîntului, ampliando le parti atmosferiche-ambient – sempre più importanti – che ben contrastano con i momenti extreme metal e i numerosi arpeggi di chitarra. I testi sono degli inni alla grandiosità della Natura, alla bellezza delle montagne Făgăraș, brulle e imponenti, alla potenza del fiore che resiste solitario e fiero tra le rocce delle catene montuose, alla primordiale importanza dell’acqua e alla pace che trasmette il lago Stănișoara, un vero invito alla meditazione; infine non mancano le leggende del folklore, come gli arcaici giganti di Tărîm Vîlhovnicesc.

I Negură Bunget non hanno paura di sperimentare e spostare un passo più avanti i propri limiti, proponendo un disco veramente difficile da assimilare, ricco di spunti e idee a dir poco interessanti, ma assolutamente non immediato e che a un ascolto poco attento rischia di essere etichettato come poco omogeneo. Grazie alle continue ripetizioni della tracklist – e un’attenta lettura dei testi – si capisce che è vero il contrario: Tău è un signor disco guidato da un filo conduttore facilmente riconoscibile, che sviluppa tutta la propria espressività lungo i cinquanta minuti di durata e che non mostra cali qualitativi o d’ispirazione. Gli strumenti utilizzati per creare questo concept sono numerosi, ma spicca sicuramente il theremin, uno strumento elettrico che non prevede il contatto fisico per suonare, invenzione del fisico sovietico Leve Sergeevič Termen, qui suonato dall’ospite Gabriel Almași e presente nella traccia d’apertura Nămetenie. Nell’album sono presenti anche altri guest: la voce di Alexandrina Hristov e la chitarra di Rune Eriksen “Blasphemer” (Aura Noir, Twilight Of The Gods del mediocre Fire On The Mountain ed ex Mayhem) compaiono in împodobeala Timpului, mentre Sakis Tolis, voce/chitarra dei Rotting Christ, lo troviamo in Tărîm Vîlhovnicesc.

Difficile, sinceramente difficile, per me, descrivere le canzoni che compongono Tău: nonostante le centinaia di recensioni e i libri pubblicati, a volte capita di trovarsi senza parole, o, per meglio dire, senza le parole adatte. Scrivere della maestria dei musicisti in fase di composizione, o dei “livelli” d’ascolto dell’opener Nămetenie, piuttosto dei ritmi di împodobeala Timpului risulta essere piuttosto banale e prevedibile. Tău va ascoltato tutto d’un fiato, senza distrazioni o pause, solo in questo modo sarà possibile comprendere e apprezzare il grande lavoro svolto dai Negură Bunget.

L’aspetto visivo, come al solito, è di primaria importanza. Oltre ai “classici” cd e vinili, sono sul mercato due edizioni limitate molto interessanti, ovvero wooden box e artbook. Il primo segue le orme di quanto fatto con Vîrstele Pămîntului (salvo il contenuto), quindi la confezione di legno è decorata in stile romeno e all’interno sono presenti foglie d’acero e frutti di bosco, mentre l’artbook è un elegante volume di grandi dimensioni (28×28, con bonus disc e dvd) con 72 pagine ricche di testi (in romeno e traduzione in inglese, più le spiegazioni) e meravigliose fotografie della selvaggia natura transilvana scattate da Negru, perfette per entrare immediatamente in sintonia con i testi e lo spirito del gruppo.

Terminare l’ascolto di Tău (pubblicato da Lupus Longe/Prophecy Production, già label d’interessanti realtà come Farsot, Helrunar, Durdeduh e Secrets Of The Moon) senza aver la voglia di ricominciare l’ascolto del disco è praticamente impossibile, così come è assai probabile il desiderio di saperne di più di una terra spesso troppo generalmente indicata come “quella di Dracula”. Il viaggio con i Negură Bunget è appena iniziato, e per il momento è stato entusiasmante, non resta che aspettare gli altri due capitoli della Trilogia Transilvana continuando ad ascoltare (e a sfogliare, per chi possiede l’artbook) il nuovo capolavoro di Negru e soci.

Heidevolk – Batavi

Heidevolk – Batavi

2012 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris den Boghtdrincker: voce – Mark Splintervuyscht: voce – Reamon Bomenbreker: chitarra – Rowan Roodbaert: basso – Joost den Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Een Nieuw Begin – 2. De Toekomst Lonkt – 3. Het Verbond Met Rome – 4. Wapenbroeders – 5. In Het Woud Gezworen – 6. Veleda – 7. Als De Dood Weer Naar Ons Lacht8. Einde Der Zege – 9. Vrijgevochten

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Esiste un fortissimo legame tra i gruppi folk-viking-pagan metal e la storia, la tradizione di un dato popolo, i miti e gli dèi; un legame che di fatto spesso definisce il genere musicale e il paese di appartenenza, pur con delle eccezioni – in particolare in Italia -, a seconda dei temi trattati nei testi, che possono essere epiche battaglie realmente avvenute, mitologia norrena, arcaiche leggende delle Alpi, personaggi storici o seducenti paesaggi rurali dell’Est Europa.

Gli Heidevolk, gruppo attivo dal 2002, arrivano al quarto capitolo della loro interessante discografia con Batavi, un concept album che descrive, attraverso nove capitoli, la storia della tribù germanica dei Batavi: dalla prime vicende avvenute nella natìa Germania, all’emigrazione in cerca di una nuova terra dove stabilirsi che li portò nell’attuale Olanda, passando per l’importante alleanza con l’Impero Romano, per arrivare alla conclusiva e inconcludente ribellione del 69 d.C. e successiva nuova sottomissione ai Romani. I testi sono una romantica reinterpretazione basata sugli eventi storici narrati in particolare da Tacito, storico e senatore romano.

Batavi si apre con Een Nieuw Begin, brano dal forte impatto: un inizio spumeggiante tra fieri e possenti riff di chitarra e nordici cori di voci maschili. Qui parte, in maniera secca e diretta, la storia dei Batavi, originari della Germania e costola della popolazione dei Catti. Nella successiva De Toekomst Lonkt i Batavi si allontanano dalla terra d’origine in cerca di un nuovo insediamento, trovato in seguito nel delta del fiume Reno. Musicalmente la canzone si presenta particolarmente ritmata, ricca di cambi di tempo e di stili, passando dal tappeto di doppia cassa delle prime battute a strofe e ritornelli più vari. La terza traccia, Het Verbond Met Rome, inizia con dei riff lenti e pesanti, arricchiti dalle splendide voci dei due cantanti, in questo caso particolarmente epiche, presto travolte dalla velocità del blast beat del drummer den Vellenknotscher e dalle rapide note del chitarrista Reamon Bomenbreker: ben presto la canzone si trasforma in un favoloso pezzo battagliero, tra cori eroici e accordi granitici. I singer Joris den Boghtdincker e Mark Splintervuyscht – mai tanto affiatati come su questo disco – raccontato i motivi per cui i romani nel 12 a.C. strinsero un’alleanza con i Batavi, invece di sottometterli come accadeva con tutte le altre popolazioni: si trattava di un popolo particolarmente feroce ed abile sul campo di battaglia, così da portare i conquistatori alla decisione di non voler ricevere tasse in soldi, bensì in uomini da inserire nel proprio esercito. La successiva Wapenbroeders è probabilmente la migliore composizione dell’intera discografia degli Heidevolk, a mio parere la canzone perfetta: in quattro minuti esatti racchiude l’essenza del pagan metal, ricca di sfumature e richiami ai precedenti tre dischi senza dimenticare brevi, ma importanti, motivi folk. Momenti di melodia con tanto di violino si alternano perfettamente a improvvisi break dove la sei corde crea un vero e proprio muro invalicabile, così come torna il tanto caro up tempo selvaggio e primitivo come solo in De Strijdlust Is Geboren si poteva ascoltare, prima del bellissimo e insolito finale. Una traccia, questa, che denota il chiaro e costante miglioramento del gruppo in fase di songwriting, capace ormai di racchiudere in un solo brano tante idee di qualità con una naturalezza finora inedita. Il testo si concentra sulla conquista della Britannia nel 43 d.C., quando i Batavi combatterono insieme ai Romani nella battaglia di Medwey. Si inizia a parlare di cospirazione ai danni dei conquistatori in In Het Woud Gezworen, probabilmente il momento meno interessante dell’intero disco, essendo la “classica” canzone veloce degli Heidevolk, introdotta questa volta da una parte iniziale piuttosto maschia. Veleda è un intermezzo acustico buono per spezzare l’ascolto di Batavi, prima della potente parte finale del cd: Velleda è il nome della profetessa che predisse la vittoria contro i Romani. Corre l’anno 69, la rivolta ha inizio: Als De Dood Weer Naar Ons Lacht parte aggressiva, la batteria di Joost den Vellenknotscher martella come non mai ben supportata dal basso di Rowan Roodbaert, la chitarra è minacciosa e oscura pur avendo (in verità, dote di tutto l’album) un dinamismo fino ad oggi sconosciuto alla band, e cosa assai rara, tira fuori un assolo che ben si amalgama con la trama tritaossa della canzone. Sembra di vedere i corpi degli sconfitti sul terreno: teste spaccate e sangue caldo a terra, odore di terrore e morte nell’aria, con i Batavi vincitori consci che la risposta di Roma non si farà attendere a lungo. E infatti arriverà l’anno successivo, con l’invio di ben otto legioni a ristabilire la giuste gerarchie, sconfiggendo i ribelli e facendoli tornare a servire nell’esercito. Einde Der Zege è, appunto, un’altra canzone dal piglio aggressivo, che ben si addice al testo. La linea vocale è particolarmente fiera e orgogliosa delle proprie origini, il violino regala momenti di malinconia dovuti al risultato dei campi di battaglia (furono necessari ai Romani due scontri per sottomettere nuovamente i Batavi). Sul finale del pezzo il ritmo cala, offrendo istanti di gustoso headbenging, è il momento di scendere nuovamente a patti con gli invasori, di combattere al loro fianco nuove e brute battaglie. La conclusiva Vrijgevochten è un mid-tempo dal piglio quasi riflessivo, con il finale a sfumare dal forte senso malinconico: è l’alba di una nuova era.

La produzione dell’asso Peter Tägtgren (Immortal, Destruction, Dimmu Borgir, Amon Amarth, Kampfar e tantissimi altri) è croce e delizia al tempo stesso: i suoni sono puliti e sparati in faccia senza però risultare plasticosi, anzi, tutti gli strumenti suonano particolarmente reali e minacciosi. La sezione ritmica ha un sound robusto e muscoloso, le voci di den Boghtdrincker e Splintervuyscht, il vero segreto del successo degli Heidevolk, sono più evocative che mai. I suoni sporchi e, se vogliamo, “underground” di Walhalla Wacht, secondo lavoro targato 2008 sono decisamente un lontano ricordo, e non è detto che sia per forza un bene.

A due anni di distanza dal precedente Uit Oude Grond, e nonostante l’abbandono del chitarrista e fondatore Sebas Bloeddorst, gli Heidevolk compiono un grande, e in parte inaspettato, passo in avanti, sfornando un album che colpisce immediatamente e che migliora ancor di più con l’aumentare dei passaggi, capace di catapultare l’ascoltatore direttamente a duemila anni fa, quando sul delta del Reno prosperava la popolazione dei Batavi, forti e abili combattenti, unici all’interno dell’Impero a non dover pagare il tributum romani.

Batavi è una grande colonna sonora per i meravigliosi racconti della storia antica.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Metsatöll – Karjajuht

Metsatöll – Karjajuht

2014 – full-length – Spinefarm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Markus: voce, chitarra – KuriRaivo: basso – Lauri: cornamusa estone, zither, flauti, whistles, voce – Atso: batteria

Tracklist: 1. Külmking – 2. Lööme mesti 3. See on see maa 4. Must hunt5. Terasest taotud maa – 6. Öö – 7. Tõrrede kõhtudes – 8. Metsalase veri – 9. Surmamüür – 10. Mullast – 11. Karjajuht – 12. Talisman

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Metsatöll sono una delle band più importanti e rispettate dell’est Europa, questo grazie a un’attitudine sincera che li ha portati a pubblicare negli anni album di qualità senza mai un passo falso. Se si aggiunge a questo l’abilità del combo estone nel tenere il palco, anche quando impegnato in qualità di special guest, non risulta difficile capire come i quattro musicisti (gli stessi dal 2004, un esempio di stabilità, al giorno d’oggi, non indifferente) siano entrati nel cuore degli appassionati di folk/pagan metal.

Attivi dal 1999, non è un segreto che undici anni più tardi, grazie alla pubblicazione dell’eccellente Äio, siano riusciti ad affacciarsi in maniera decisa in Europa, grazie soprattutto al lavoro della potente casa discografica Spinefarm Records, permettendo loro di vendere in poco tempo oltre 13.000 copie. Äio ha rappresentato una svolta nel sound dei Metsatöll, non tanto per la qualità – i precedenti lavori sono ottimi -, ma per lo stile acquisito, da quel momento in poi proposto anche successivamente. Il nuovo full length Karjajuht prosegue esattamente il discorso iniziato con Aio e portato avanti con Ulg, perdendo però, come prevedibile, ogni effetto sorpresa. Non che ce ne sia necessariamente bisogno data la qualità delle canzoni, ma è anche vero che con questo disco la band non ha neanche cercato di portare qualcosa di nuovo al proprio sound. In realtà piccole novità ci sono (la cornamusa che si sostituisce alla chitarra per un assolo, una melodia con la sei corde in clean e altri particolari del genere), ma nulla di particolarmente rilevante.

Karjajuht  inizia con un uno-due pugilistico in grado di abbattere anche il più forte e robusto combattente: Külmking e Lööme mesti, difatti, sono dei brani potenti e vigorosi, dal ritmo incalzante e ricchi di parti folkloristiche come da anni il buon Lauri, talentuoso polistrumentista, propone all’interno delle composizioni della band estone. Da segnalare, nella seconda traccia, la presenza del leader dei Korpiklaani Jonne Järvelä con il suo tipico stile vocale. Dall’inizio pacato, See on see maa è un buon modo per riprendere fiato – non che sia una canzone “moscia” – grazie all’ottimo ritornello e alla struttura solida del brano. Il flauto crea le melodie principali di Must hunt, ma sono da menzionare anche le eccezionali linee vocali di Markus, da sempre marchio di fabbrica dei Metsatöllgrazie al suo timbro non particolarmente delicato e immediatamente riconoscibile. Gli strumenti a fiato sono i protagonisti anche dell’up tempo Terasest taotud maa, scolastica ma accattivante. Leggermente moderna nel riffing è la seguente Öö, dove la cornamusa estone si fa bella su una base quasi new metal, ma questione di pochi secondi (e comunque il loro esser moderni non è mai stucchevole o adolescenziale) che la chitarra si indurisce tirando fuori giri di grande impatto. La settima traccia, Tõrrede kõhtudes, risulta essere piuttosto debole rispetto alle compagne, sicuramente ben al di sotto di Metsalase veri, canzone che inizia con un fantastico riff pachidermico da headbanging che non fa prigionieri. Il proseguo non è da meno, arricchito, però, da parti folk essenziali che risaltano ancor di più la bontà della composizione. Surmamüür è un brano anonimo fino a quando entra in scena la voce di Kadri Voorand con un inatteso assolo vocale originale quanto strano, di grande effetto. Il vigoroso ritmo thrash di Mullast rappresenta una bella ventata d’aria fresca, ma è con la title track Karjajuht, uno dei pezzi migliori dell’album, che i quattro estoni tornano a livelli di eccellenza: i riff massicci della sei corde e il drumming del picchiatore Marko Atso sono le principali caratteristiche di questa composizione nell’ormai classico stile Metsatöll. L’ultima traccia di questo lungo viaggio è Talisman, pezzo dal sapore malinconico che porta a conclusione un cd ben riuscito ma, a causa dei grandi predecessori, non entusiasmante.

Metsatöll hanno ormai trovato il proprio sound definitivo (anche se, come insegnano gli Arkona dell’ultimo Yav, mai dire mai), e da qualche anno continuano per la via intrapresa nel 2010 con lo strepitoso Äio senza cercare ulteriori evoluzioni. Il risultato è un disco stilisticamente impeccabile ma prevedibile e che non porterà chi li segue da anni ad un ascolto compulsivo. Sicuramente una spanna sopra alla media e punto di partenza per chi vuole avvicinarsi a queste sonorità.