Short Folk #4

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #2

Leggi Short Folk #3

Aephanemer – Prokopton

2019 – full-length – Primeval Records/Napalm Records

8 tks – 44 mins – VOTO: 8

Partiamo dalla fine, ovvero: se un’etichetta grande e potente come la Napalm Records decide di ristampare (con tanto di bonus cd) un disco uscito pochi mesi prima per conto di una label a dir poco underground, allora vuol dire che in quel disco c’è della musica che vale la pena di conoscere. È il caso di Prokopton, secondo full-length dei francesi Aephanemer, una bomba di death metal melodico (un po’ Suidakra più cattivi, un po’ Wintersun meno prolissi) con fondamentali parti di tastiera che rendono la proposta meno aspra e più accattivante. La cantante/chitarrista Marion Bascoul ha un bel growl graffiante e il gruppo gira alla perfezione: la title-track e The Sovereign sono forse le canzoni più rappresentative, ma il cd non presenta cali qualitativi. La scoperta del 2019.

Cernunnos – The Svmmoner

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 14 mins – VOTO: 7

Gli argentini Cernunnos (da non confondere con quelli italiani!) tornano con un nuovo EP dopo aver dato alle stampe il disco Leaves Of Blood nel 2016 e l’EP Mother Earth di tre anni prima. The Svmmoner contiene tre brani e un intro per un totale di quasi tredici minuti: il sound si fa ogni pubblicazione più personale e vario, con due canzoni molto distanti tra loro come la title-track (voce pulita e ghironda a iosa) e la conclusiva The Arcane Below, vicina al death metal per voce e ritmiche, ma gustosa nei break folk dalle tinte celtiche. Nel loro piccolo i Cernunnos sono una sicurezza e al giorno d’oggi non è poco.

Equilibrium – Renegades

2019 – full-length – Nuclear Blast

10 tks – 47 mins – VOTO: 4

Ricordate gli Equilibrium di Sagas e Rekreatur, per non parlare di quelli del debutto Turis Fratyr? Bene, gli Equilibrium del 2019 in comune con quelli che hanno pubblicato i dischi prima citati hanno solamente il nome e il chitarrista René Berthiaume. Cambi di formazione, nuove influenze e la volontà di variare la propria proposta (o la classica mancanza d’ispirazione) hanno portato il gruppo tedesco a incidere Renegades, lavoro che prende le distanze da tutto quello proposto negli anni precedenti. Di folk metal non c’è traccia e non è il “cambio di genere” il problema, ma l’inconsistenza dei brani. Il lavoro delle tastiere (sempre molto presenti) è come al solito accattivante, ma sono le canzoni a non funzionare: soluzioni fin troppo piatte e deboli per convincere l’ascoltare a premere nuovamente play, figurarsi a comprare il cd.

Havamal – Tales From Yggdrasil

2019 – full-length – Art Gates Records

9 tks – 49 mins – VOTO: 7,5

Dopo il promettente EP del 2017 Call Of The North, tornano con il disco di debutto gli Havamal svedesi, da non confondere con gli Hávamál tedeschi che fanno folk metal. Tales From Yggdrasil è composto da otto tracce (più un intro) di buonissimo death metal melodico con spruzzate di folk metal alla Ensiferum soprattutto per quel che riguarda le orchestrazioni e le melodie di chitarra. Nei testi si parla di divinità scandinave e guerrieri senza paura, temi che ben si addicono a una proposta così potente e bellicosa ma che dà molta importanza alle aperture melodiche, ai dettagli delle sei corde e agli interventi di tastiera. Tales From Yggdrasil è in grado di fare la gioia di chi cerca metal estremo, cultura vichinga e sonorità scandinave in un unico disco.

Nifrost – Blykrone

2019 – full-length – Dusktone

10 tks – 42 mins – VOTO: 7

Il secondo disco dei Nifrost conferma i pareri sulla band: bravi, autori di buone canzoni e che conoscono bene il genere che suonano. Il viking metal è il loro pane quotidiano e se in alcuni momenti possono ricordare gli ultimi Windir, in altri danno l’impressione di trovarsi bene anche con quelle venature progressi (ma solo venature!) di Helheim ed Enslaved. Hanno personalità i ragazzi e Blykrone è un lavoro che piacerà non poco ai cultori del genere e se non conoscete la band questo è un ottimo modo per conoscerli a patto che poi andiate ad ascoltare anche i precedenti Motvind e Myrket Er Kome.

Pagan Throne – Dark Soldier

2019 – EP – Eternal Hatred Records

5 tks – 18 mins – VOTO: 7

I brasiliani Pagan Throne confermano con questo EP Dark Soldier quanto di buono fatto ascoltare in passato, in particolare sul secondo disco Swords Of Blood. Il pagan black metal dei cinque musicisti è piuttosto diretto, ma non disdegna le orchestrazioni e le melodie quando ben si incastrano con il resto della musica. Piccoli dettagli (i suoni vagamente orientali di Empty And Cold, alla fine la migliore composizione del cd e il testo in lingua madre di Ascensão Ao Poder Do Sol), rendono l’ascolto sempre interessante anche se i Pagan Throne non inventano nulla. Bravi nel fare bene quello che sanno fare, e tanto basta per farseli piacere.

Teshaleh – Born Of Fire

2019 – EP – autoprodotto

5 tks – 20 mins – VOTO: 7,5

Da Baltimora, USA, una piacevole scoperta in ambito folk metal da una terra che si sta facendo lentamente conquistare dalle orde europee costantemente in tour. Born Of Fire è un EP di cinque brani ben costruiti, dal doppio cantato femminile e ricco di strumenti violino, cornamusa, flauto e ciaramella. I Teshaleh suonano insieme dal 2017, ma ascoltando il cd sembra di avere a che fare con una formazione molto più esperta e dotata. Il sound è personale e accattivante, qualche influenza ogni tanto esce fuori (Huldre su tutti), ma per essere un EP di debutto difficilmente si può sperare in qualcosa di meglio. In trepidante attesa del full-length.

Varg – Wolfszeit II

2019 – full-length – Napalm Records

10 tks – 45 mins – VOTO: 6

Ri-registrare un proprio disco ha senso se l’originale suona male a causa del budget o dell’inesperienza, oppure se il lavoro è “vecchio” di venti anni e si ha il desiderio di poter ascoltare le vecchie canzoni con il potente sound attuale. Il debutto Wolfszeit risale al 2007 e, detto francamente, non suona male: è la classica produzione sporca ma giusta per il genere per una band tedesca di pagan metal. Quindi perché questo inutile dischetto nel 2019? La risposta può essere solamente legata alla volontà di far circolare nuovamente quelle canzoni dato che l’album originale è praticamente introvabile: all’epoca furono stampate solamente 2000 copie. Detto ciò, la speranza è che i Varg, dopo aver suonato nuovamente in studio queste canzoni, prendano spunto dal proprio passato per evitare la pubblicazione di lavori pessimi come Guten Tage Das End e Aller Lügen.

Vosegus – Terre Ancestrale

2019 – full-length – autoprodotto

5 tks – 42 mins – VOTO: 7,5

I francesi Vosegus si formano nel 2018 e un anno dopo danno alle stampe il disco di debutto Terre Ancestrale. Solitamente in così poco tempo non c’è modo di creare un lavoro realmente maturo, invece la band di Nantes tira fuori cinque canzoni di ottimo pagan/black metal dalle tinte oscure che rapisce l’ascoltatore fin dal primo ascolto. I brani durano tutti sette minuti, con la conclusiva title-track che invece raggiunge i dodici minuti; la produzione è buona per il genere e le canzoni scorrono bene senza momenti di stanca. Un peccato, quindi, che il disco sia al momento solo digitale: chi non vorrebbe supportare un gruppo del genere acquistando il cd?

Heidevolk in Italia per 3 concerti

Il fine settimana si preannuncia rovente per gli amanti del pagan/folk metal: gli olandesi Heidevolk, infatti, saranno in terra italiana per tre concerti, un’occasione da non perdere per gli tutti gli appassionati del genere!

La formazione di Arnhem sarà protagonista di tre show imperdibili, ecco le date e i locali:
22 novembre 2019, Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI) – evento FB
23 novembre 2019, Revolver Club, S. Donà Di Piave (VE) – evento FB
24 novembre 2019, Traffic Live, Roma – evento FB

Gli Heidevolk nascono nel 2002 e in appena tre anni stupiscono tutti quanti con la pubblicazione del debutto De Strijdlust Is Geboren, un album gagliardo e personale, robusto e caratterizzato dal doppio cantato pulito e profondo, decisamente “macho” e che si sposa alla perfezione con la musica rude e diretta dei musicisti. Non tarda ad arrivare la firma con la Napalm Records, label che da allora cura i dischi del combo proveniente dalla regione Gelderland. In totale sono stati realizzati sei full-length, un EP e lo split – dieci anni addietro – con gli Alestorm, anche loro su Napalm Records e all’epoca sulla rampa di lancio. In questi anni gli Heidevolk non hanno mai sbagliato un colpo, incidendo sempre lavori validi, ma se proprio si devono fare dei nomi, allora il prima menzionato debutto De Strijdlust Is Geboren e Batavi possono essere considerati come i migliori del lotto.

Ad accompagnare l’ormai storica band olandese ci saranno due realtà underground della scena italiana: Kormak e Hell’s Guardian. I primi, pugliesi, hanno esordito lo scorso anno con il cd Faerenus e propongono un folk metal con elementi death e symphonic, mentre i secondi, lombardi, sono in attività dal 2009, ma solo negli ultimi anni sono riusciti a pubblicare del materiale: per loro all’attivo ci sono due full-length e un EP di death metal melodico.

Heidevolk + Kormak + Hell’s Guardian è un bel mix di esperienza e gioventù, un appuntamento da non perdere e che per giunta capita nel fine settimana: assolutamente vietato mancare!

NB – Mister Folk parteciperà alla data romana e in quell’occasione sarà presente anche il banchetto della Mister Folk Distro.

Nell’archivio del sito trovate i seguenti articoli riguardanti i tre gruppi:

HEIDEVOLK
Recensione Uit Oude Grond, 2010
Recensione Batavi, 2012
Recensione Velua, 2015

KORMAK
Recensione Faerenus, 2018
Intervista 2018

HELL’S GUARDIAN
Recensione Follow Your Fate, 2014
Intervista 2014

Heidevolk – Uit Oude Grond

Heidevolk – Uit Oude Grond

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris Den Boghtdrincker: voce – Mark Splintervuyscht: voce – Reamon Bomenbreker: chitarra – Sebas Bloeddorst: chitarra – Rowan Roodbaert: basso – Joost den Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Nehalennia – 2. Ostara – 3. Vlammenzee – 4. Gelders Lied – 5. Dondergod – 6. Reuzenmacht – 7. Alvermans Wraak – 8. Karel Van Egmond – 9. Levenlots – 10. Deestring – 11. Best Bij Nacht

Terzo disco per gli Heidevolk che, forti della spinta promozionale della Napalm Records, sono diventati un nome di spicco nella scena folk metal. Non si sta parlando di una popolarità pari a quella dei leader Finntroll o Korpilaani, ma è un dato di fatto che sempre più persone negli anni scorsi si siano appassionate alla musica dei sei metallers olandesi. Ad affascinare è sicuramente la genuinità della proposta, un pagan metal diretto, poco elaborato e di grande impatto. Uit Oude Grond (“From Old Soil” la traduzione in inglese) presenta delle piccole ma importanti novità che danno un senso di evoluzione alla loro musica. Non che i nostri con il terzo cd abbiano virato verso quale lido stilistico, ma ascoltando i precedenti album (De Strijdlust Is Geboren e Valhalla Wacht) non ci si può non accorgere che qualcosa effettivamente sia cambiato. Quello che balza subito all’orecchio è la produzione: a differenza dei primi due dischi, questa è potente, pulita e nitida, forse un pochino ovattata: una maggiore enfasi alle frequenze medio-alte avrebbe probabilmente giovato al risultato finale. L’altra cosa che si nota subito è il guitar work più elaborato rispetto al passato, meno statico e con un pizzico d’innovazione rispetto ai primi due album, quanto basta per proporre qualcosa di nuovo e non restare ancorati ai soliti schemi compositivi.

Uit Oude Grond contiene dodici tracce, due delle quali strumentali, per un totale di cinquanta minuti.L’opener Nehalennia racchiude in sé tutti gli elementi caratteristici del “nuovo” corso degli Heidevolk: riffing leggermente più ricercato (pur rimanendo in un contesto tecnico/compositivo piuttosto semplice), le voci dei due cantanti – vero marchio di fabbrica, nonché segno distintivo della band – di Joris Den Boghtdrincker e Mark Splintervuyscht che cercano di essere più melodiche che in passato, riuscendo al tempo stesso a non perdere la “virilità” che li caratterizza, e per concludere un maggior peso alla componente folk. La seconda traccia è Ostara, una canzone decisamente “pagana” che ricorda le atmosfere del debutto De Strijdlust Is Geboren, in particolare lo stacco centrale con la seguente parte up-tempo che suona fieramente battagliera. Vlammenzeeè una delle canzoni più veloci del disco, con il batterista Joost den Vellenknotscher sugli scudi, autore di una prova solida senza cercare di strafare: la sua precisa doppia cassa e il buon gioco di tom rendono la canzone dinamica e scorrevole. Lenta e atmosferica è invece Gelders Lied, dove l’animo più delicato e malinconico degli Heidevolk viene a galla, regalandoci un brano come mai il sestetto olandese aveva composto. Si ritorna alle sonorità di qualche anno prima con Dondergod, brano “classico” per il gruppo originario della Gheldria (Gelderland in olandese), con un buon alternarsi di parti veloci e altre più lente dove i cantanti provano – con discreto successo – ad essere più melodici che aggressivi. Reuzenmacht è un mid tempo convincente che vede nelle sezioni centrale e finale due brevi assoli di chitarra, fatto questo piuttosto isolato nella discografia del gruppo. Ed ecco la vera sorpresa dell’album: Alvermans Wreaak, una strumentale di oltre cinque minuti di durata, nella quale gli Heidevolk dimostrano che anche a livello compositivo qualcosa è cambiato, essendo questo brano segno di grande maturità. Dopo un inizio acustico con mandolino e violino la canzone prende ritmo e potenza, con l’ingresso della batteria prima e della chitarra elettrica poi. La parte centrale vede la batteria aumentare drasticamente di velocità e il riffing delle chitarre si fa serrato (e decisamente maideniano), mentre assoli di chitarra e violino s’intrecciano prima di tornare al tema iniziale, per poi finire con battiti di mano a tempo come avviene nelle migliori taverne dove si balla, si canta e si beve in allegria. Si ritorna a sonorità seriose con Karel Van Egmond, brano che pur non essendo brutto risulta essere il più fiacco del disco nonostante qualche spunto interessante nella parte centrale. Levenlotsinvece è l’altro piccolo gioiello di questo Uit Oude Grond: assolutamente perfetti tutti i giri di chitarra, così come perfette sono le due voci sia nelle strofe che – soprattutto – nel ritornello, uno dei momenti migliori del disco nonostante sia di una semplicità disarmante. Come penultima traccia c’è una strumentale acustica dal titolo Deesting che nulla aggiunge alla tracklist ed è facile vittima dello “skippare” al brano successivo, l’interessante Best Bij Nacht che, come l’opener Nehalennia, presenta tutte le caratteristiche degli Heidevolk 2010. Non poteva esserci chiusura migliore per di un disco decisamente valido che prosegue l’evoluzione iniziata con Valhalla Wacht, un’evoluzione musicale lenta ma costante, che senza grossi scossoni dà l’opportunità all’ascoltatore di poter assorbire al meglio i nuovi input che i sei pagan metallers inseriscono di volta in volta nella propria musica.

Gli Heidevolk con Uit Oude Grond proseguono quindi sulla buona strada tracciata dai primi dischi, pubblicando un lavoro onesto e piacevole all’ascolto. Sopra la media della scena dell’epoca per qualità, ma inferiore rispetto al debutto, questo disco è comunque fondamentale per poter arrivare al successivo Batavi, lavoro epico e potente che ha visto raccogliere i frutti dei semi gettati con Uit Oude Grond.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Nodfyr – In Een Andere Tijd

:Nodfyr: – In Een Andere Tijd

2017 – EP – Ván Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Mark: chitarra, basso – Jasper: tastiera

Tracklist: 1. In Een Andere Tijd – 2. Ode Aan De Ijssel

Prendete l’eccellente debutto degli Heidevolk De Strijdlust Is Geboren, rendete le chitarre più grasse e imponenti, date una spolverata alla produzione e avrete In Een Andere Tijd, EP di debutto dei :Nodfyr:. Il paragone con gli Heidevolk non è casuale in quanto alla guida dei :Nodfyr: troviamo Joris Van Gelre, storico cantante della famosa pagan metal band olandese dei lavori migliori (ovvero dal debutto fino a Batavi) e che con il suo personale stile vocale caratterizza in maniera massiccia il questo progetto in piedi dal 2011 ma che arriva alla pubblicazione solamente nel novembre del 2017. Completano la formazione Mark Kwint e Jesper Strik, ovvero i due musicisti dietro il monicker Alvenrad (qui trovate la recensione del loro secondo disco Heer). Da segnalare un altro ex Heidevolk che però non fa più parte dei progetto, ovvero Niels Riethorst, chitarrista in De Strijdlust Is Geboren. Con queste premesse era facile immaginare un sound simile tra i due gruppi, meno, invece, l’incredibile qualità di questo EP. Si può dire che In Een Andere Tijd suona come gli Heidevolk non riescono (o vogliono?) più: canzoni epiche e solenni, virili e dirette. La struttura dei pezzi non è particolarmente ricercata, ma i due brani (per un totale di quattordici minuti) centrano in pieno il cuore degli heathen metallers alla ricerca di inni emozionanti e – se vogliamo – un po’ coatti.

Durante la title-track non sfugge all’attenzione il violino dell’ospite Irma Vos – anche lei coinvolta in molte registrazioni degli Heidevolk – la quale dona un tocca di eleganza e delicatezza a un ammasso di muscoli metallici che sembra non conoscere altro che la forza bruta. Il suono dell’acqua che scorre e le note di pianoforte danno il via agli otto minuti di Ode Aan De Ijssel, un bellissimo mid-tempo dai toni malinconici che dopo cori imponenti e chitarre lineari e ispirate si conclude nello stesso delicato smodo in cui è iniziato.

L’EP suona molto bene, esattamente come un disco pagan metal dovrebbe suonare: possente e pulito, ma dal tocco analogico, lontano da chitarre iper compresse e altre fredde modernità. Del mastering in particolare se n’è occupato un vero guru come Patrick W. Engel, il quale ha lavorato con Darkthrone, Dissection e si è occupato di recente di una gran quantità di remastering di grandi nomi come Destruction, Fates Warning e Possessed tra gli altri. La copertina è un quadro del pittore olandese dell’800 J.W. Bilders dal titolo Oude Eiken Te Wolfhezeed è possibile ammirarlo recandosi al Teylers Museum di Haarlem, in Olanda. La grafica del disco (digipak a quattro pannelli) è molto piacevole e ben si addice alla musica e all’etica pagan dei :Nodfyr:; la Ván Records ha pubblicato questo lavoro anche in vinile 7” color viola e in una versione limitata a 96 pezzi con una confezione di cartone chiusa da un sigillo in ceralacca.

Se è vero che una rondine non fa primavera, si può fare un’eccezione per i :Nodfyr: in quanto questo EP, seppur nella sua brevità, mostra tutte le qualità di una band sì agli esordi, ma composta da musicisti esperti e desiderosi di dire la propria ancora a lungo. Non resta quindi che attendere con trepidazione il full-length di debutto che, si può star sicuri, sarà qualcosa di veramente epico.

Intervista: Ash Of Ashes

Gli Ash Of Ashes arrivano al disco di debutto quasi in silenzio, senza particolari pubblicità o proclami. L’album Down The White Waters, uscito senza il supporto di un’etichetta (e dopo vedremo il perché) stupisce per l’alta qualità delle canzoni e per la produzione di grande livello, ma c’è poco da stupirsi se dietro a un nome (ancora) poco conosciuto troviamo un musicista/produttore con una lunga esperienza alle spalle. E proprio dallo split del suo vecchio gruppo, Hel – forse qualcuno di voi li ricorderà -, è iniziata questa piacevole chiacchierata con Skaldir…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Skaldir: vocals, guitars, bass, keyboards (ph. by Sandra Preuß)

Ciao Skaldir, benvenuto su Mister Folk. Credo che sia la prima intervista italiana per gli Ash Of Ashes, ti chiedo quindi di iniziare raccontando la storia della band.

Skaldir: Sono felice di non dover parlare in italiano con te! 🙂 La mia band pagan Hel si è sciolta nel 2012, e ho pensato di aver finito con questo genere. Ma già un anno dopo iniziai a sentire il desiderio di suonare di nuovo questa musica e iniziai a scrivere canzoni. Più tardi Morten si unì alla band come autore di testi e come seconda chitarra. Infine abbiamo alcuni musicisti ospiti (Dennis: batteria, Mathias: nyckelharpa e Runahild: hardanger fiddle) e abbiamo registrato l’album Down The White Waters nel 2017, poi rilasciato qualche settimana fa.

Hai pubblicato quattro full-length con gli Hel tra il 1999 e il 2012. Perché la band si è sciolta? L’EP Pagan Midgard Art è stato rilasciato dopo lo split? Cosa ti hanno insegnato gli anni passati con gli Hel che hai poi portato con te negli Ash Of Ashes?

Skaldir: Il progetto Hel era completo con l’album Das Atmen Der Erde. Sentivamo di aver detto tutto e abbiamo chiuso il capitolo. Non c’era “cattivo sangue” o altro tra noi. Lo chiudemmo e basta. L’EP “Pagan Midgard Art” è stato rilasciato sotto forma di 10” tra gli album Orloeg e Falland Vörandi nel 2004, credo. Spotify mostra la data di pubblicazione digitale, credo, e può essere questa la ragione della mia confusione. Rilasciare gli album con gli Hel mi ha insegnato ad essere molto attento con le label hehe..

Parliamo del disco Down The White Waters: perché un lavoro del genere – come sai ho apprezzato tantissimo il cd – non gode del supporto di un’etichetta?

Skaldir: Beh, sai, a volte voi fare qualcosa da te quando è molto importante per te. Sono ancora sorpreso dal fatto che molte persone pensino sia strano non avere una label, ma nel 2018 non so se ci sono molte ragioni per lavorare con una label. L’industria è cambiata molto negli ultimi anni e tu devi stare al passo con i tempi. Penso sia diverso quando lavori con grandi label come la Century Media o la Nuclear Blast. Ho avuto diverse offerte da alcune label per questo album, ma ho voluto fare da me questa volta.

Avete definito il vostro genere “Skaldic Metal”. Lo spieghi meglio ai lettori?

Skaldir: Sì, chiamiamo la nostra musica “Epic Skaldic Metal”. Fu un’idea di Mark Eck della mia agenzia Metalmessage. Volevamo fare della musica che fosse distinguibile dalle altre band pagan metal, per dimostrare che era speciale. Questa musica è epica e radicata nel metal. E i bardi erano i poeti nella Scandinavia medievale. La nostra musica ha questa vena di “storyteller”, quindi credo che sia l’espressione giusta per la musica che suoniamo.

Le ultime tracce del disco sono un mini concept dal titolo The Lay Of Wayland e parlano di Weland il Fabbro. Come mai avete scelto un personaggio “minore” anche se importante per quel che ha fatto?

Mortem: Mi sono imbattuto nella leggenda di Wayland durante il mio soggiorno in Inghilterra nel 2005 quando vidi la cosiddetta “Franks Casket” esposta al British Museum. La piccola scatola di osso di balena raffigura la leggenda su un lato. Quando lavoravo ai testi di Down The White Waters la storia mi tornò in mente. Decisi di utilizzare la leggenda sia perché è piuttosto corta sia perché offre molti temi (es: amore, avidità, vendetta, perseveranza) e non è stata usata da altre band (almeno, a quanto ne so io). Inoltre, le diverse fasi della leggenda erano perfette per le atmosfere e “l’umore” delle quattro canzoni che ora formano il Wayland-cycle.

In Chambers Of Stone sento delle similitudini con i Windir, mi riferisco in particolare a melodie drammatiche e malinconiche ma non sono prive di speranza. Conosci la musica dei Windir e in caso trovi il mio riferimento pertinente?

Skaldir: Finalmente qualcuno sente l’influenza dei Windir! Sì sono un fan della musica dei Windir, specialmente di Arntor e 1184. era uno stile di musica speciale. Aveva elementi folk ma a volte ricorda anche la musica classica così come le ovvie influenze black.

La batteria è stata registrata da Dennis Strillinger, ma non fa parte della line-up ufficiale. Volete continuare in due tu e Mortem e assoldare di volta in volta un session man alla batteria per realizzare i dischi? Porterete gli Ash Of Ashes sul palco?

Skaldir: Dobbiamo vedere come continuare. Ma molto probabilmente suonerà di nuovo la batteria. Lo spero! Ho già parlato con qualche persona di live. Ho bisogno di mettere insieme una band per i live, ma è un po’ presto per parlarne. Ma potrebbe succedere.

Nel disco fa la sua comparsa Mathias Gyllengahm: come è nata la collaborazione? Credo che quando i suoi strumenti entrano in scena riescono realmente a portare un qualcosa in più alla musica.

Skaldir: Mi piace anche ciò che porta alla musica. Ho fatto il mastering all’ultimo album di Mathias con gli Utmarken e ho sentito la sua nyckelharpa suonare ed era musicalmente stupenda, come l’intero album. Volevo lavorare con lui e avevo una canzone folk nell’album chiamata Springar e ho immaginato che avrebbe suonato bene con la nyckelharpa. La registrò e più tardi ci fu un’altra parte sulla quale volevo suonasse. Entrambe suonavano veramente bene.

Ti sei occupato di tutti gli aspetti della registrazione di Down The White Waters e il risultato è veramente buono. Lavorare sulla propria musica è più difficile rispetto a farlo su canzoni di altri gruppi? Riesci a rimanere “distaccato” quando si tratta del tuo cd?

Skaldir: È molto più difficile lavorare sulla propria musica. Posso finire un mix and master per gli altri gruppi più velocemente della mia roba. A volte il look da fuori è mancante e ti perdi nei dettagli e non puoi più vedere l’insieme. Ho bisogno di break più lunghi affinché io riesca ad avere una visione più “fresca”.

Hai lavorato in studio con molti gruppi, ma tengo molto a farti i complimenti per quello che sei riuscito a fare con numerosi dischi e devo dire che si può sentire il tuo tocco facendo un po’ attenzione e ascoltando la musica in buone cuffie. Come ti sei trovato a lavorare con King Of Asgard, Myrkgrav, SIG:AR:TYR e Ildra? Ci sono cose che vuoi raccontarci relative alle fasi di registrazione / mastering di qualche cd?

Skaldir: I Myrkgrav erano ancora agli esordi. Eravamo nella stessa label nel 2005 circa. Quindi Lars cercava un posto per fare il mastering all’album e il ragazzo della label gli diede il mio contatto. Dopo questo, molte band scandinave chiedevano di me per fare lavori di mix e mastering. Altre band ascoltavano gli album su cui avevo lavorato. Lo avevano letto nel booklet o gli ero stato raccomandato da qualcuno, è sempre diverso.

Come ti sei avvicinato alla musica e qual è stato il primo strumento che hai suonato? Quali sono i tuoi ascolti, anche non metal, di questo periodo?

Skaldir: Ho iniziato con l’organo e dopo sono passato alla tastiera e al piano. Più tardi ho imparato la chitarra e infine ho imparato a cantare. Da bambino mi piacevano alcune delle canzoni anni ‘80, erano abbastanza deprimenti hehe. Più tardi ho scoperto gli Scorpions e le band heavy metal come gli Helloween e i Judas Priest. Poi ho iniziato ad interessarmi al death metal e più tardi al black metal. Oggigiorno mi piace molto ascoltare anche prog rock, così come il metal e anche qualche vecchie robe degli anni ‘70 e ‘80

Ti ringrazio per la disponibilità e per aver realizzato un disco davvero bello come Down The White Waters, a presto!

Skaldir: Grazie per il supportarci con la tua review e per questa intervista! È stato un piacere.

Morten: vocals (ph. by aplysian_art)

ENGLISH VERSION:

Hi Skaldir, welcome on Mister Folk. I think this is the first Italian interview for Ash Of Ashes, I want to ask you to begin to tell us the band’s history.

Skaldir: And I’m glad I don’t need to talk Italian to you! 🙂 My Pagan Metal band HEL ended in 2012, then I thought I’m done with this style. But about a year later I already started to feel a desire to play this music again and started to write some songs. Later Morten joined as a writer of lyrics and as a second vocalist. Eventually we got some more guest musicians (Dennis – drums, Mathias – nyckelharpa and Runahild – hardanger fiddle) and recorded the album Down The White Waters in 2017, then released it just a few weeks ago.

You published four full-length album with Hel between 1999 and 2012. Why did the band split-up? Did the EP Pagan Midgard Art came out after the split? What did the years with Hel taught you that you brought with you in Ash Of Ashes?

Skaldir: The project Hel was just fulfilled with the last album Das Atmen Der Erde. We felt like we’ve said everything and closed the chapter. There was no bad blood or anything. It just called for it. The Pagan Midgard Art EP was released as 10” between the albums Orloeg and Falland Vörandi in, I think, 2004. I guess Spotify shows the date of the digital release, that might be the reason for confusion. Releasing all the albums with Hel taught me to be very careful with record labels hehe…

Talk about Down The White Waters: why a CD like that – as you know I appreciate so much the album – isn’t good enough for a label?

Skaldir: Well you know, sometimes you just want to do something yourself when it’s very precious to you. I’m still surprised that a lot of people seem to think it’s strange to not have a label, but in 2018 I don’t know if there are many reasons to work with a label. The industry has changed a lot in the last years and you need to keep up with the times. I guess it’s different when you work with big labels like Century Media or Nuclear Blast. I had some label offers for this album, but I wanted to do it myself this time.

You defined your genre “Skaldic Metal”. Can you explain it better for the readers?

Skaldir: Yes we called our music “Epic Skaldic Metal”. It was the idea of Markus Eck from my PR agency Metalmessage. We wanted to make the music distinguishable from other Pagan Metal bands, to show it’s something special. The music is epic and rooted in metal. And skalds were the poets in medieval Scandinavia. Our music has this “storyteller” vibe, so I think it’s a very fitting expression for the music we play.

The last tracks of the album are a little concept called The Lay Of Wayland and talks about Wieland the blacksmith. Why have you choose a “minor” character, even if it’s important for what he did?

Morten: I came across the legend of Wayland during my stay in England in 2005 when I saw the so-called Franks Casket displayed in the British Museum. This little whale’s bone box depicts parts of the legend on one of its sides. When working on the lyrics of Down The White Waters the story came to my mind again. I decided to use the legend because it is rather short but at the same time it has a lot of topics to offer (e.g. love, greed, revenge, persistence) and had not been used by any other band (at least to my knowledge). Also, the different stages of the legend worked well for the atmospheres and moods of the four songs which now form the Wayland-cycle.

In Chambers Of Stone I hear some similarities with Windir, I refer to some dramatic and gloomy melodies, but there aren’t hopeless. Do you know Windir’s music, and do you find my connection applicable to your music?

Skaldir: Finally somebody hears the Windir influence! Yes, I’m a fan of Windir’s music, especially Arntor and 1184. It was a special style of music that attracts me. It has folk elements but also it reminds on classical music sometimes as well as the obvious black metal influences.

The drum has been recorded by Dennis Strilinger, but he is not part of your official line-up. Do you want to continue in two, you and Morten, and hire from time to time a session man on drum for the albums? Will you bring Ash Of Ashes on stage?

Skaldir: We have to see how we continue. But Dennis most likely will play drums again. I hope so! I’ve already talked to some people about live shows. I need to get together a live band, but it’s a bit early to talk about it. But it could happen.

In the album Mathias Gyllengahm appears: how did the collaboration start? I think that when his instrument come out, they can really bring something more to the music.

Skaldir: I also like what it brings to the music. I’ve mastered Mathias’ latest Utmarken album and heard his nyckelharpa playing which was as amazing as the whole album musically. I wanted to work with him and had a folk song called Springar on the album I imagined would sound great with the nyckelharpa. He recorded that and later there was one more part I wanted to have him on. Both worked really well.

You deal with all the aspects of the recording of Down The White Waters and the final result is really good. Is working on your own music more difficult than working on other groups music? Can you remain “detached” when it concerne your album?

Skaldir: It is definitely more difficult to work on your own music. I can finish a mix and master for other groups much faster than my own stuff. Sometimes the look from the outside is missing and you get lost in details and can’t see the big picture anymore. I needed some longer breaks to be able to get on it again with a fresh view.

You worked in studio with many artists, but I would like to make you some compliments for what you did with many albums and I must say that we can “feel your touch” paying attention and listening the music in good earphones. How did you get on working with King Of Asgard, Myrkgrav and SIG:AR:TYR? Do you want to tell us something about the recording/mastering phases of some albums?

Skaldir: Myrkgrav were some of my early customers. We have been on the same label back then in 2005 or so. So Lars was searching for a place to master the album and the label guy gave him my contact. After that a lot more Scandinavian bands were asking me for mastering or mixing work. Other bands have heard other albums I worked on. They have read it in the booklet or get a recommendation from somebody, it’s always different.

How did you get into music and what was the first instrument that you played? What are your listening, non-metal also, in this period?

Skaldir: I started with organ and then moved on to keyboard and piano. Later I learned the guitar and eventually I started to sing. As a kid I liked some of the 80’s songs, they were kinda depressing hehe. Later I discovered the Scorpions and heavy metal bands like Helloween and Judas Priest. Then I was getting into the death metal thing and later in black metal. Nowadays I really like to listen to prog rock aswell as metal and also some older stuff from the 70’s and 80’s.

Thank you for the availability and for the realization of a beautiful album such as Down The White Waters, see you soon!

Skaldir: Thanks for supporting us with your review and this interview! It was a pleasure.

Ash Of Ashes – Down The White Waters

Ash Of Ashes – Down The White Waters

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Skaldir: voce, chitarra, basso, tastiera – Morten: voce

Tracklist: 1. Down The White Waters – 2. Flames On The Horizon – 3. Ash To Ash – 4. Sea Of Stones – 5. Springar – 6. Seven Winters Long (The Lay Of Wayland) – 7. In Chains (The Lay Of Wayland) – 8. The Queen’s Lament (The Lay Of Wayland) – 9. Chambers Of Stone (The Lay Of Wayland) – 10. Outro

Un disco fresco, dinamico, ben fatto, mai ripetitivo: la cosa sorprendente è che Down The White Waters è un debut album. Gli Ash Of Ashes hanno lavorato nell’ombra fino alla pubblicazione di questo cd, ma c’è da dire che i musicisti non sono certo inesperti e in particolare il chitarrista/cantante Skaldir ha realizzato quattro dischi con gli Hel tedeschi, band pagan black in attività fino al 2012.

Down The White Waters è un lavoro realizzato con il cuore, ma anche con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare e cosa vuole trasmettere all’ascoltatore. Tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering sono avvenute negli Kalthallen Studios, ovvero le sale dove gli Ash Of Ashes provano e compongono le canzoni. Non è quindi un caso che il cd sia stato “elaborato” dai musicisti stessi, senza alcun aiuto esterno. Il risultato è davvero buono, a partire dai suoni puliti e graffianti, per passare all’ottima equalizzazione e alla potenza finale del disco. Fare tutto da soli è spesso controproducente, ma Skaldir e Morten hanno davvero svolto un lavoro preciso e di qualità che dona a Down The White Waters una marcia in più.

I due musicisti si sono divisi il lavoro (della batteria se n’è occupato Dennis Strillinger, noto per essere stato dietro le pelli nel debutto del 2006 A Storm To Come dei Van Canto) e se Skadir ha realizzato tutte le musiche (con l’eccezione di Springar che è un brano tradizionale), Morten ha scritto i testi, tutti legati alla mitologia, con la chicca del mini concept chiamato “The Lay Of Wayland” e che narra delle vicende di Weland il Fabbro (stando alle parole del cantante, questa è la prima volta che un gruppo heavy metal ne canta le gesta), personaggio leggendario al quale sono attribuite, tra le altre cose, la forgiatura della spada Excalibur di arturiana memoria e l’armatura di Beowulf.

La musica degli Ash Of Ashes può essere definita “skaldic metal”: epica e imponente, malinconica ma coraggiosa. Le canzoni suonano personali nonostante i musicisti non nascondano la predilezione per i Bathory del periodo viking, influenza che si palesa in particolare nei numerosi mid-tempo di Down The White Waters, eppure Skaldir, compositore di tutte le canzoni, ha saputo metterci del suo e il risultato finale ne risente in positivo. Nei quarantadue minuti di durata gli Ash Of Ashes mostrano tutte le armi a propria disposizione e tra le chitarre emozionanti (e windiriane per drammaticità) di Chambers Of Stone e quelle più ruvide di Ash Of Ashes – una montagna russa di ferocia ed epicità – che vengono stemperate dall’intervento della nyckelharpa di Mathias Gyllengahm (Norrsinnt, Utmarken), spuntano composizioni dai tratti solenni e nordici come Seven Winters Long (impreziosita dall’hardingfele, una sorta di violino a otto o nove corde utilizzato nella musica tradizionale norvegese, dell’ospite Runahild) e Flames On The Horizon.

Down The White Waters è una vera e propria sorpresa, un disco maturo che merita assolutamente di essere conosciuto e ascoltato a ripetizione. Invece di cercare segnali di vita in gruppi che da troppi anni annaspano nelle super produzioni e non realizzano un cd veramente bello da più di dieci anni, è il caso di segnarsi il nome degli Ash Of Ashes e scoprire il mondo contenuto nelle dieci tracce di questo disco.