Intervista: Stormlord

Sei anni di attesa per poter ascoltare Far, nuovo lavoro dei capitolini Stormlord. Sei lunghi anni di domande e dubbi, sospiri e continui ascolti dei vecchi album. Ci son voluti sei anni, ma ne è valsa la pena! Far è probabilmente il punto più alto della creatura di Cristiano Borchi e soci, un lavoro che alza ulteriormente l’asticella dell’extreme metal, con i musicisti bravi nel riuscire ad amalgamare meravigliosamente epicità e black metal. È proprio questo il succo del disco: Far è un bellissimo e originale lavoro di epic black metal, nel quale gli Stormlord hanno inserito tutte le proprie abilità che, insieme alla lunga esperienza in palco e in studio, ha fatto sì che la band si esprimesse al massimo, capace di realizzare un disco senza un solo calo di tensione o, peggio ancora, un solo riempitivo. Tutte le canzoni di Far hanno ragione di esistere e si diversificano tra di loro per musica e testi: se il Mediterraneo e la sua storia è sempre al centro dell’interesse dei nostri, è la musica che ha fatto l’ennesimo passo in avanti, rendendo ancora più bello e intenso quello che già lo era nel precedente e ottimo Hesperia. Nelle dieci tracce di Far troviamo una band carica e desiderosa di proseguire l’esplorazione degli angoli più nascosti del genere, confezionando in questa maniera un full-length che suona fresco e accattivante anche dopo numerosi ascolti. Tutto in Far è giusto e al suo posto, a partire dai suoni e dalla produzione per arrivare a ogni singola sfumatura percettibile in cuffia, un lavoro che è targato 2019 ma che nel metal d’annata trova ispirazione e la trasforma in forma attuale e “moderna” senza perdere un briciolo di spontaneità.

Passati i quarantanove minuti del disco (vissuti spesso a bocca aperta) c’è voglia di ascoltare nuovamente le dieci canzoni che compongono il cd e quando la reazione al disco è questa vien da dire “chissenefrega se bisogna attendere sei anni per godere di un simile lavoro”. Bentornati Stormlord, il metal ha bisogno di voi!

foto di Erica Fava.

La sera del release party al Traffic Live di Roma ho avuto la possibilità di intervistare la band quasi al completo (il tastierista Riccardo Studer era impegnato con il soundcheck dei Dyrnwyn, band che aprirà il concerto) e approfondire alcuni aspetti di Fare non solo. Hanno risposto alle mie domande Cristiano Borchi (CB), Francesco Bucci (FB), David Folchitto (DF), Gianpaolo Caprino (GC) e Andrea Angelini (AA). Un grande ringraziamento ad Angelo di Scarlet Records e Gabriele e Martina di No Sun Music per aver permesso la realizzazione di questa bella e piacevole chiacchierata.

Sei anni di attesa per il nuovo disco: come mai tutto questo tempo?

FB: Ormai abbiamo abituato chi ci segue a questa dilatazione dei tempi tra un disco e l’altro, però per capire questa cosa bisogna capire che Stormlord è una band che fa musica per passione, nel senso che noi non abbiamo alcun tornaconto economico, noi facciamo uscire un disco quando ci soddisfa al 100%. Non seguiamo le regole del music business, quindi tutti noi dobbiamo fare i conti con il lavoro, abbiamo famiglia e le classiche cose. Soprattutto noi facciamo uscire il disco quando pensiamo di essere in grado di dire qualcosa in più, non siamo mai stati un gruppo che fa uscire il cd ogni due anni per essere sempre in auge, questo chiaramente cozza su come la musica viene trattata. Da quando la musica liquida è diventata così importante bisogna sempre essere sul pezzo, ma noi, con meraviglia, ogni volta che torniamo costatiamo che c’è ancora gente che ci aspetta e colgo l’occasione per ringraziarli perché mi rendo conto che sei anni sono un’eternità.

Con Far siete tornati a Scarlet Records, etichetta con la quale avete già lavorato.

CB: Ai tempi non ci siamo separati da Scarlet perché avevamo un problema con loro, semplicemente abbiamo avuto la possibilità di andare su Locomotive Records che, parliamo prima della crisi del mercato, 2008-2009, all’epoca la Locomotive aveva tre uffici in America, in Germania e in Spagna dove era affiancata da Warner, tra l’altro in Germania la faceva Chris Bolthendal dei Grave Digger. Èchiaro che una situazione del genere ci dava l’opportunità di far raggiungere il disco a più persone e quindi quando ci siamo sentiti con Scarlet gli abbiamo detto che c’era questa occasione e loro stessi hanno detto “bravi, andate! Che magari noi vendiamo più dischi del vostro catalogo” (ridacchia, ndMF). Èstato fatto tutto in modo amichevole e non c’è mai stato un problema. Siamo stati poi con Trollzorn per una scelta di un’etichetta un po’ più settoriale, adesso siamo tornati con Scarlet anche a fronte del loro forte interesse nei nostri confronti e devo dire che le cose stanno andando molto bene, loro sono entusiasti del disco e stanno facendo tutto quello che possono e anche di più. Stiamo lavorando davvero bene e le cose non potrebbero andare meglio.

Iniziamo ora a parlare del nuovo album, Far. Parlatemi dei testi che sembrano essere molto importanti per voi e sicuramente interessanti da conoscere.

FB: Innanzitutto ti ringraziamo per voler parlare dei testi, diamo sempre grande importanza al lato lirico delle canzoni e non sempre ci vengono poste delle domande sui testi, sono commosso (si ride, ndMF)!

Purtroppo i testi quasi non vengono più letti.

FB: Non più. Purtroppo è così e ci dispiace perché ci mettiamo un certo impegno. Per Far non si tratta di un concept perché mi sentivo soddisfatto di quanto fatto con Hesperia che invece lo era. Quindi i testi in questo senso non seguono un filo conduttore preciso ma hanno sempre a che fare con quelli che sono i “nostri” argomenti, e quindi ci sono temi classici che sono la mitologia, la storia di Roma e della Grecia e più in generale del Mare Mediterraneo, perché noi ci sentiamo tutti uniti da questo mare. C’è sempre quel filo conduttore che parte da pezzi di Mare Nostrum come And The Wind Shall Scream My Name e ovverosia una mia riflessione sull’uomo che trova compimento nel suo esplorare, scoprire lo sconosciuto, e questo mi piace ripeterlo sempre, andiamo in contrasto col classico messaggio del gruppo metal perché il nostro è un forte messaggio di tolleranza. Poi mi piace farmi ispirare dalla natura dei pezzi anche se poi non fanno parte di queste tipologie di testi che comunque sono i più importanti e abbiamo ad esempio Cimmeria, che trova ispirazione da un poema di Howard che è il creatore di Conan ed è la prima poesia che lui abbia mai fatto riguardante il mondo di Conan e il testo è integralmente trasposto per questa canzone, oppure Levante che si connette sempre al mondo come esploratore, ma l’ispirazione è una poesia di Walt Whitman che però ne capovolge il significato, ovvero che nella poesia Colombo esplora per la gloria di Dio, qui è l’uomo che esplora per la gloria dell’uomo. Poi c’èLeviathanche è un pezzo che parla dell’Etna, un simbolo del Mar Mediterraneo, con una parte cantata in catanese dal nostro fonico Giuseppe Orlando (nonché batterista dei The Foreshadowing ed ex Novembre): l’Etna come casa di Efesto, prigione dei venti per Eolo. Mediterranea come forse simbolo dei testi di Stormlord in quanto parla del privilegio di vivere in una terra nella quale ti basta chiudere gli occhi e puoi sentire l’eternità, nel senso la storia che vive sotto queste terre.

Sono felice di aver iniziato la chiacchierata su Far parlando con i testi perché sono una parte della musica che viene quasi sempre messa in seconda parte, ma che invece ha molta importanza ed è un peccato che anche le etichette, quando mandano i promo digitali, non inseriscano un file con i testi. Soprattutto con gli mp3 e la musica digitale ho l’impressione che non ci sia tempo e interesse verso i testi.

AA: Mi hanno fatto notare che ora Spotify, su alcune canzoni, compare anche il testo, è un segno positivo.

FB: Non di tutti, non credo di noi, magari degli U2 sì…

CB: È anche vero che molti gruppi, a livello di testi, non hanno molto da dire.

Nel corso degli anni, per esperienza-gusti personali-cambi di musicisti ecc., la musica è cambiata. Mi ricordo che all’epoca del vostro primo EP Under The Sign Of The Sword, non c’era internet, con gli amici dell’Appennino, parlando del disco che era sulle riviste ci dicevamo “ma che fanno questi?” e uno che vi aveva ascoltato disse “sono tipo i Bal-Sagoth”. Allora mi son detto “ah, black metal epico, magari sono fighi!” e mi procurai una cassetta tramite tape trading e così vi ascoltai per la prima volta.

CB: Beh sì dai, più o meno ci siamo. Magari un po’ più semplici.

Quindi ecco, dal primo disco a oggi c’è stata una grande evoluzione, in particolare per questo album ho sentito quasi delle chitarre “moderne”, se posso dire…

FB: Sìsì, puoi dirlo!

Un largo uso del growl e in alcuni frangenti ho avuto la sensazione di ascoltare qualcosa di vicino ai Behemoth per quel che riguarda l’atmosfera. Però metti la canzone e dici “sono gli Stormlord”, diversi da quelli di dieci o cinque anni fa, ma riconoscibili. La domanda è: quanto è difficile, se lo è, essere se stessi senza ripetersi andando avanti come gruppo e come musicisti.

CB: Guarda, io penso di parlare a nome di tutti, questa difficoltà noi non l’abbiamo mai percepita proprio per un discorso come quello che faceva Francesco. Non essendo noi un gruppo che deve tenere conto di un mercato, di dover far tornare i conti, far uscire un disco che deve seguire una strada perché i fan vogliono quello o altro. Noi lavoriamo spontaneamente senza alcun tipo di pregiudizio nei confronti delle nostre idee. In carriera abbiamo fatto pezzi acustici come TheCastway cantato in scream, Hesperia che è un pezzo semi elettronico cantato in italiano in growl…

Non ci sono limiti.

CB: Quello che ci piace, che secondo noi ci è venuto bene, lo portiamo avanti. Questa, secondo noi, è la chiave per rimanere se stessi: non abbiamo pressioni esterne, quindi i nostri gusti sono quelli. Possono essere arricchiti dai nuovi ascolti e dai tempi che vanno avanti, come dicevi te le “chitarre moderne” sono nuove influenze sicuramente anche nel modo di suonare, ma siamo sempre noi perché di base è musica genuina, sincera, che viene da dentro perché non ha bisogno di non essere così perché non abbiamo costrizioni di sorta, né dobbiamo sbrigarci, né dobbiamo seguire schemi collaudati “perché così vendiamo tot”, tutti questi discorsi con noi non ci sono e questo permette di portare avanti la nostra personalità e fare quello che vogliamo. Questo ci porta a un’evoluzione del sound, arricchire e modificare senza snaturare perché siamo sempre noi.

Testi legati al Mediterraneo e un importante messaggio, musica che è epica ma penso di poter dire che è anche il più aggressivo della vostra carriera

CB: Sì.

Ma è di un’epicità in alcuni punti…

FB: È quella l’idea, noi suoniamo extreme epic metal!

In alcuni passaggi, rischio di dire una castroneria, ma l’ho pensato: ci sono dei momenti di epicità pari a quelli di Imaginations From The Other Side dei Blind Guardian con tutt’altra musica. Voglia di uscire di casa e urlare al cielo qualcosa…

FB: Mi è capitato di descriverla come “musica per guardare all’orizzonte”. Quando sei talmente fomentato che vuoi sfidare il sole, ecco quella vorrei che fosse la sensazione che si ha quando si ascolta la nostra musica. Però sì, di base deve essere schifosamente epico un disco degli Stormlord.

La tua è una bellissima descrizione, mi hai fatto pensare a quando sono stato in Irlanda, a Doolin per la precisione. Arrivi lì e a un metro ci sono le scogliere a picco sull’oceano e dopo il nulla, la fine del mondo.

FB: Bravo, mi sei piaciuto, ti farò scrivere un testo per il prossimo disco! (risate, ndMF)

Musica iperepica, testi… iperepici e copertina… iperepica. Lui è un mostro sacro degli artwork…

Band in coro: È iperepico!

Come lavorate con Gyula Havancsák: gli mandate la musica, i testi, gli dite la vostra idea…

AA: La parte dell’artwork l’ho seguita io a nome della band. Abbiamo lasciato parecchia libertà a Gyula.

CB: Andy ha seguito da vicino Gyula.

FB: Posto che con Gyula ci lavoriamo dai tempi di Mare Nostrum, è il terzo disco che ci fa.

AA: Ci conosce, sapeva già più o meno su quali coordinate muoversi, la musica la conosce. Abbiamo fatto tra di noi un brainstorming per buttare giù qualche idea con la musica che avevamo già composto, lo abbiamo contattato e dato degli input, poi lo abbiamo lasciato libero di lavorare. Ci ha mandato delle bozze e noi gli chiedevamo delle correzioni, cambi colore ecc., ci sono comunque due artwork per il cd e il vinile ha un’apertura più ampia ed esalta ancor di più la copertina.

È la prima volta che pubblicate su vinile?

FB: Sì.

Che sensazione è?:

FB: Bellissima! Anche io ascolto musica quasi solo liquida, vuoi l’mp3 o Spotify, abbiamo comunque un grande amore per il vinile perché è il formato che c’era quando eravamo piccoli, ci siamo cresciuti, e per noi che diamo molta importanza all’artwork… ricordiamo tutti cosa vuol dire prendere un disco su vinile no? Iron Maiden, Somewhere In Time, la grafica. Poi il vinile, se ci pensi, è un oggetto che ti obbliga a porre attenzione all’ascolto perché lo devi mettere, mettere la puntina, quattro canzoni e lo devi girare, non lo puoi lasciare come sottofondo, e credo che sia un bel messaggio in un mondo che come ora puoi essere travolto dalla musica per un’intera giornata senza focalizzarla. Soprattutto è un bellissimo oggetto con una bellissima copertina.

Avete parlato di Iron Maiden, li avete coverizzati anni fa. Poi a memoria Slayer e Death SS e Metallica con Creeping Death: sicuramente tra i gruppi che vi hanno dato tanto da ragazzi…

CB: C’era anche una canzone dei Naglfar che facevamo dal vivo al tempo…

FB: Pure Venom! Countess Bathory!

CB: Dei Naglfar facevamo da Through The Midnight Spheres da Vittra, il primo disco.

Dovendo farne una adesso, da inserire in un disco, magari anche per via di un legame con i testi…

CB: Dovremmo fare una riunione e decidere ahah!

Allora ditene una a testa. Per gusto e magari perché ce la vedete bene rifatta nello stile Stormlord.

CB: Io lo sfizio me lo sono tolto facendo Moonchild perché sono cresciuto con gli Iron Maiden, da ragazzino saltavo in camera facendo finta di essere Bruce Dickinson, facevo finta di cantare, mica le cantavo! Facevo così “aua aua aua ah”, facendo un po’ la scimmia della situazione, cantavo e ballavo…

Ma pure vestito come Bruce Dickinson, con i leggins a righe?

CB: Bastava anche il pigiama che andava bene lo stesso. Seventh Son Of The Seventh Son è stato il mio primo disco dei Maiden e ho iniziato proprio con Moonchild e per me ha un super significato. Tra l’altro sono anche riuscito a farla ascoltare a Bruce, quando gli ho fatto un’intervista gli ho lasciato il disco, erano i tempi di Metal Shock e gli lascia The GorgonianCult e so pure che ha gradito molto. A lui, come si può sentire dai suoi dischi solisti, piacciono anche le cose un po’ più spinte, dove c’è la doppia cassa…

Quale ti piace di più di Bruce solista?

CB: Oddio, non te lo so dire

FB: Secondo me ti piace Balls To Picasso, quello con Tears Of The Dragon

CB: Quello era più rock perché c’era un po’ di repulsione per il metal, poi è andato oltre, più duro dei Maiden.

Io vado pazzo per The Chemical Wedding, all’epoca l’ho consumato.

FB: Bellissimo!

CB: Per noi gli Iron Maiden sono un’influenza, tolto il batterista… ahahah!

DF: Diciamo che i dischi principali li conosco e mi piace anche X Factor. Secondo me è un ottimo disco.

CB: Siamo influenzatissimi anche dal loro modo di stare sul palco.

FB: Siamo molto attivi sul palco, vuoi perché abbiamo il cantante senza strumento, vuoi che siamo tanti, però zompiamo come loro!

CB: Nel limite del possibile e degli spazi.

FB: Mi è tornata in mente che tempo fa ci abbiamo provato a fare una cosa. Giampaolo è colui che canta quando senti la voce profonda alla Sister Of Mercy e tempo fa avevamo abbozzato un pezzo dei Bathory, quella Song To Hall Up High cantata da lui. Sarebbe figo fatta con delle orchestrazioni perché per me i Bathory sono una grandissima influenza, sia quelli black ma soprattutto quelli epici. Song To Hall Up High fatta dalla voce di Giampaolo potrebbe essere davvero una figata con delle belle orchestrazioni.

GC: Essendo fan dei vecchi Metallica, sono un discepolo di James Hetfield a livello chitarristico, a me piacerebbe fare The Thing That Should Not Be, riarrangiarla. Non è un pezzo veloce, è strana, molto affascinante e particolare. Rivisitarla con lo scream, un pizzico più veloce…

DF: In un certo senso lo sfizio me lo sono tolto anche io con Creeping Death. Questo lo sanno in pochi, ma Creeping Death è stata la prima canzone metal che ho provato a suonare: sai le bacchette sul ventilatore o qualunque cosa che trovavo, ho detto “ok, divento batterista”. Mi ha proprio introdotto alla batteria metal e quando mi hanno detto “facciamo Creeping Death” ho pensato “che figata!”. Quindi sto bene così, ma potendo esprimere un desiderio, da fan del power metal, vorrei fare qualsiasi cosa degli Helloween, dei Running Wild o dei Gamma Ray, sennò un pezzo non metal e rifarlo metal, che a volte è proprio una sfida. Anche se è rock, un pezzo dei Guano Apes, quando hanno fatto la cover di Big In Japane sembrava una canzone loro. I Turisas hanno fatto una cover dei Boney M, Rasputin (la trovate come bonus track di The Varangian Way, ndMF), ed è bella. Una cosa anni ’70, roba stranissima, rifatta metal, è sicuramente stimolante. Io sarei per queste cose dance rifatte in chiave metal.

Mi viene in mente i Trollfest che hanno rifatto Toxic di Bretney Spears

FB: Ci abbiamo suonato con i Trollfest, conosco.

DF: Non è facile, ma rifare un pezzo che ti piace, che ti ha ispirato e rifarlo “tuo” è una sfida. Secondo me è più difficile farlo con roba che non è del tuo genere piuttosto che con roba che conosci e fa parte del tuo background. Coverizzare una Mirror Mirror dei Blind Guardian, faccio un nome a caso, la fai un po’ più ignorante e viene, vai a scomodare una band con i Blind Guardian che non è “semplice”, ma sai già come fare.

AA: Chiudo il giro io e dico Iron Maiden perché ricordo le emozioni che ho provato le prime volte che li ho ascoltati e mi domandavo “ma cos’è quest’atmosfera epica?”, all’epoca non avevo mai sentito una cosa del genere da un altro gruppo. Scegliendo direi magari un pezzo non proprio conosciutissimo come Total Eclipse con la voce di Cristiano altissima, mammamia!

Va bene ragazzi, io innanzitutto vi ringrazio per il tempo che mi avete concesso, è stato un piacere intervistarvi e rinnovo i complimenti per Far, un gran bel disco! A partire da domani, cosa faranno gli Stormlord? Date, festival, video?

FB: Hai detto tutto tu! A breve dobbiamo girare il video, abbiamo il Metalitalia Festival a Milano con Arch Enemy, Flashgod Apocalypse, Darkane ecc. (l’intervista si è svolta il 24 maggio, quindi prima del festival di Metalitalia, ndMF), abbiamo altri festival in via di conferma e c’è la nostra agenzia Bagana che sta lavorando per noi e dopo l’estate immagino che si suonerà. Questo disco è stato un po’ come un parto, ma ora arriva il rock’n’roll: come dico sempre la nostra dimensione ideale è dal vivo, noi in stile Iron Maiden diamo tutto dal vivo e speriamo di avere tante date! Per il futuro remoto chi può dirlo, magari faremo un nuovo disco in due anni oppure in dieci, mi guardano sconvolti (riferiti agli altri del gruppo, ndMF), facciamo dieci va!

Terminata l’intervista si prosegue a parlare in maniera informale, ma le parole di Giampaolo Caprino sono talmente interessanti che gli chiedo se posso registrarle, ecco la coda dell’intervista:

GC: Per noi sono molto importanti i testi, così come le composizioni. Noi le incastriamo queste due cose, quindi facciamo una certa ricerca per i testi, su mitologia, storia e poesia, facciamo anche una certa ricerca nella musica, cercando le scale giuste, i modi e le scale che hanno un sapore antico. Spesso e volentieri abbiamo utilizzato la “scala napoletana” perché ha un sapore mediterraneo, come su Mare Nostrum.

Voi partite sempre dai testi per poi aggiungere la musica giusta?

GC: Noi iniziamo a portare delle idee che abbiamo partorito a casa, nella nostra ricerca, le portiamo e le uniamo, così nasce qualcosa. Avendo già una certa personalità – come ha detto prima Cristiano, non è che ci sforziamo nel riprendere qualcosa del passato e autocelebrarci, siamo noi, siamo semplicemente noi al naturale – ha un certo carattere, il carattere Stormlord, che Francesco percepisce che quella canzone può parlare di quella cosa lì. In quel momento si uniscono le cose e si ritorna sulla musica e si crea l’atmosfera, si cerca lo strumento antico. Per esempio, in Hesperia nel pezzo Onward To Roma, è un pezzo sul viaggio di Enea dalla Sardegna alle coste laziali, lì abbiamo utilizzato degli strumenti sardi.

Non sono solo effetti digitali quindi…

GC: No! Su Mare Nostrum mi ci sono messo io con il marranzano e doin doin doin (imita il suono dello strumento noto anche come “scacciapensieri”, ndMF).

Mi hai parlato di scale antiche e ho pensato che a casa ho due dischi di un gruppo romano che fa “antica musica romana”, si chiamano Synaulia. Li conosci?

GC: Non li conosco, ma posso dirti che ogni volta che nella nostra musica c’è qualcosa di “romano” è perché ci siamo visti Ben-Hur, perché magari abbiamo tratto ispirazione dalla colonna sonora di un vecchio film. “Senti qui, armonizzano tutti per quarta, senti queste trombe”, è un farsi ispirare dalle immagini e dalla musica di quel famoso musicista degli anni ’60 per come l’ha vista lui e farsi ispirare da quelle che lui ha dato alla nostra cultura e immaginario collettivo. Peschiamo dai film spesso e volentieri, come in Hesperia che abbiamo avuto come ispiratore Basil Poledouris, compositore di origine greca che ha composto la colonna sonora di Conan Il Barbaro, che è un capolavoro della storia della musica per quanto mi riguarda. Che poi ce la siamo portata dietro pure su Farquesta presenza, rivisitando in maniera più metal, diretta e moderna.

Si chiude così la lunga chiacchierata con i ragazzi degli Stormlord: seduti sui cuscini del Traffic Live, chiacchierando di buona musica prima dell’inizio del concerto: che belle le intervista face to face!

foto di Erica Fava.

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Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Coldest Year – 2. The Moving Empire – 3. Hagakure’s Way – 4. Ódauðlegur – 5. The Great Run – 6. Kia Kaha – 7. Baba Jaga – 8. Shahrazād – 9. Homeland – 10. The First Sight Of A Blind Man

Solitamente i gruppi che arrivano al secondo disco sono ancora alla ricerca del proprio suono. Magari hanno capito come muoversi, ma alcune cose nel modo di comporre musica possono ancora cambiare ed evolversi. Gli Atlas Pain, invece, hanno ben chiaro come suonare e arrivati al secondo full-length suonano esattamente come ci si aspetta dagli Atlas Pain, ovvero potente bombastic metal personale e accattivante. La band milanese, in realtà, ha fatto intendere fin dal demo del 2014 come poteva realizzare buona musica e da allora non si sono spostati poi molto. Attenzione, non si parla d’immobilità artistica, ma della sempre più rara consapevolezza di stare facendo bene qualcosa e, di conseguenza, della non necessità di grandi cambiamenti. Certamente i musicisti in questi anni hanno lavorato non poco su ogni aspetto che riguarda gli Atlas Pain e i risultati – anche grazie a questo disco – sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo Tales Of A Pathfinder è un concept album composto da dieci brani compresi intro e outro per una durata complessiva di quasi cinquanta minuti. Prima di addentrarci nella musica e nei testi, è bene menzionare l’accattivante copertina realizzata da Jan Yrlund (Manowar, Korpiklaani ecc.) e della potenza dei suoni grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Romani (Ulvedharr, Hell’s Guardian e Skylark, oltre al primo disco degli Atlas Pain What The Oak Left) per quel che riguarda il missaggio e il mastering e di Davide Tavecchia (una vecchia conoscenza della band, avendo lavorato con loro in occasione dell’EP Behind The Front Page del 2015, ma anche con gli Æxylium di Tales From This Land), entrambi bravi a catturare l’essenza e l’attitudine dei quattro musicisti in studio.

Dopo l’intro The Coldest Year apre le danze The Moving Empire, classica canzone per gli Atlas Pain perché incarna perfettamente il sound e lo spirito del gruppo lombardo: epic/folk/bombastic metal frullato in poco più di quattro minuti. Con questo brano inizia anche la storia del viaggio che ha come principio la città di Londra nel 1899 e che porterà ai confini del mondo con la scoperta di nuove terre e culture, fino a concludersi in maniera positiva e inaspettata: fiction e steampunk per un concept originale e fresco, lontanissimo dai soliti temi trattati in questo genere musicale. Hagakure’s Way brilla per il ritornello che vede uniti cori maschili e la voce harsh di Samuele Faulisi, mentre Ódauðlegur, come intuibile dal titolo, è la canzone che per stile ricorda maggiormente il metal scandinavo. A tal proposito c’è da dire che gli Atlas Pain aggiungono piccoli elementi ai vari brani in modo di farli avvicinare in qualche maniera a quando raccontato nei testi: un dettaglio, questo, che denota il lavoro in sala prove dei musicisti e la volontà di creare un qualcosa di realmente unico. A metà disco incontriamo quello che forse è il miglio pezzo di Tales Of A Pathfinder, ovvero The Great Run, dall’irresistibile crescendo che sfocia in un chorus potente e frizzante. Il brano è diretto e senza fronzoli, colpisce duro quando è il momenti di farlo, ma è anche tremendamente accattivante e ruffiano negli stacchi e nel già citato ritornello. Le parti veloci di Kia Kaha sono quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria, con Baba Jaga che invece stupisce piacevolmente anche nei rari momenti soft, tra note di pianoforte e orchestrazioni (intorno al terzo minuto) eleganti che ricordano i Turisas più ispirati: l’ultimo minuto, poi, è tutto da gustare e riascoltare, una sana dose di divertimento e spensieratezza che ogni tanto è assolutamente gradita. Il viaggio prosegue con Shahrazād, nella quale le sei corde si prendono le luci della ribalta prima di lasciare il passo agli undici minuti di Homeland, chiusura perfetta per un disco audace come questo. Il suono del mare è dolce così come la melodia di chitarra nei primi minuti del pezzo che diventa con il passare dei giri sempre più energico e tosto. A sorpresa, però, la maggior parte della composizione è strumentale e non mancano i cambi di umore che vanno a dipingere Homeland come una canzone teatrale che si conclude nell’outro The First Sight Of A Blind Man, elegante e dolce coda di pianoforte.

Tales Of A Pathfinder è la storia di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, ma è anche il viaggio che gli Atlas Pain propongono all’ascoltatore: la musica è di qualità, il concept di primo livello e il risultato finale dice che il gruppo italiano conferma le qualità del debutto e apporta qualche piccola novità che rende l’ascolto del cd sempre interessante e divertente. Gli Atlas Pain sono entrati di diritto nell’elite del metal italiano, al di là delle etichette che, come appare chiaro ascoltando questo lavoro, stanno strette al gruppo.

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Davide: voce – Gabriel: chitarra – Marco: basso – Mirko: batteria – Becky: arpa

Tracklist: 1. Passage To A New Life – 2. The Phoenix – 3. Waterstrings – 4. Nebbia Della Mia Terra – 5. Canto d’Inverno – 6. Starpath – 7. Aquane – 8. The Sound Of Infinity – 9. Dusk Of The Ages – 10. The Gates Of Annwn

A inizio carriera i Furor Gallico erano visti come i “fratelli piccoli” dei Folkstone: tante date insieme e qualche musicista che da una band passava all’altra hanno dato a molti questa impressione. Da allora sono trascorsi diversi anni, sono stati pubblicati dei dischi e la line-up è cambiata più volte, ma una cosa è rimasta immutata da quel 390 B.C.: The Glorious Dawn, demo gioiellino del 2009: la musica dei Furor Gallico è sempre di alta, altissima qualità. Guidati dal duo Davide Cicalese e Becky, i folk metallers brianzoli tornano sul mercato a quattro anni dal precedente Songs From The Earth, e lo fanno con un disco classico ma fresco al tempo stesso: il sound e le caratteristiche che hanno creato la personalità della band sono sempre lì in prima linea, ma le canzoni si sono arricchite di nuove sfumature, di nuovi colori che prima non erano presenti nella tavolozza dei Furor Gallico. In particolare stupisce la maturità di alcune composizioni e la compattezza del disco nel suo insieme, al punto che si può considerare Dusk Of The Ages come un disco dalla maturità “internazionale”: un bel traguardo per i “fratellini” dei Folkstone che ora possono ambire al trono del folk metal in Italia.

Ascoltando le dieci tracce che compongono l’opera si notano immediatamente tre elementi sugli altri: il frequente uso della voce femminile, la forte presenza della chitarra (assoli compresi) e una maggiore profondità del songwriting rispetto al passato. Attenzione: Songs From The Earth e Furor Gallico, ovvero i primi due full-length, sono dei buonissimi dischi anche ascoltati oggi, ma la band ha saputo evolversi e crescere nel tempo senza abbandonare le peculiarità che hanno portato tante persone ad amare la loro musica. Sound (parzialmente) nuovo e look nuovo: a kilt e vestiari celtici ora sono preferiti jeans e giacche di pelle, probabilmente a rimarcare, anche visivamente, la volontà di andare oltre i cliché del genere.

Considerando quanto detto, è naturale che la prima traccia del disco del disco – tre minuti e mezzo acustici e delicati – abbia come titolo Passage To A New Life, ottimo componimento che porta a The Phoenix, pezzo scelto come singolo: immediato e crudo e brutale all’inizio, ma anche melodico e “ruffiano” nel ritornello, nonché ricco di momenti di gloria per la sei corde di Gabriel e nel quale gli strumenti folk, pur sotto traccia, riescono a dare alla composizione quel tocco particolare e vincente. Waterstrings, canzone introdotta dalla voce dell’ospite Valentina Pucci – cantante presente in molti brani –, suona più classica e vicina al precedente cd, ma non per questo risulta essere scontata o “già sentita”. Ancora meglio va con Nebbia Della Mia Terra, con il ritornello in clean di Davide che si stampa immediatamente in testa così come le melodie del violino di Laura Brancorsini (autrice di tutte le parti di violino, oggi in veste di ospite ma dal 2007 al 2014 membro dei Furor Gallico). Per Canto d’Inverno le sonorità si fanno più dolci nella prima parte, al punto che Davide sembra un vecchio bardo carico di magia, e l’ingresso degli strumenti elettrici non porta stravolgimenti: l’affascinante viaggio continua senza particolari scossoni fino al termine del brano. Si torna al folk metal più ruvido con Starpath, con tanto di growl e un drumming più potente; anche qui, quasi a sorpresa, c’è spazio per uno stacco d’arpa e violino, con le corde della chitarra acustica pizzicate con delicatezza prima del ritorno della doppia cassa e dei riff più selvaggi, mentre in Aquane, dopo un inizio soft con gli strumenti folk, si fa spazio il potente up-tempo che spazza via (temporaneamente) melodie e ricami celtici. In questo brano il flauto è in agguato e si prende tutto lo spazio possibile riuscendo, nei pochi secondi di luce, a trasformare la canzone in un’intricata alternanza giorno/notte: potrebbe sembrare la classica canzone che mischia un po’ tutto, in realtà mostra quanto i Furor Gallico siano degli ottimi compositori e si trovino a proprio agio con questo stile di canzone, tra l’altro la più lunga dell’intero disco con quasi otto minuti di durata. Con The Sound Of Infinity si crea un bel break acustico dal sapore irlandese, soprattutto quando interviene il violino, ma forse avrebbe avuto maggiore fortuna posizionato in scaletta uno o due slot prima. La title-track racchiude tutti gli elementi del sound della band brianzola senza però esplorare il lato più oscuro e feroce che viene lasciato libero nella conclusiva The Gates Of Annwn, ottima chiusura di un lavoro completo e in un certo senso complesso, sicuramente ricco di spunti positivi e gustose sorprese.

La copertina del maestro belga Kris Verwimp è la giusta chicca per un album delizioso, ma bisogna approfondire il discorso produzione, perché questa volta Cicalese e compagnia si sono rivolti ad alcune delle figure più referenziate del settore: Tommy Vetterli, produttore degli Eluveitie e chitarrista dei Coroner ed ex Kreator, ha mixato il disco presso i New Sound Studio in Svizzera, mentre il mastering è avvenuto negli svedesi Fashination Streer Studios da Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Amorphis e Dark Tranquillity tra gli altri). I suoni hanno una potenza incredibile, gli strumenti, anche quelli in secondo piano, hanno il giusto spazio nel missaggio finale e non ci sono dettagli che nell’insieme si perdono. Per la prima volta i Furor Gallico godono di una produzione stellare e a guadagnarne sono i brani del disco e, di conseguenza, l’ascoltatore finale.

Dusk Of The Ages ha un taglio internazionale, suona potente come non mai e contiene alcune delle canzoni più belle scritte dai Furor Gallico. Siamo a gennaio, ma già abbiamo tra le mani uno dei migliori dischi del 2019.

Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Intervista: Furor Gallico

Si sono fatti attendere un sacco di anni, ma alla fine ne è valsa la pena: Songs From The Earth è un signor disco, il nuovo capolavoro dei Furor Gallico. Prima del concerto romano al Traffic Live Club (QUI il report) ho intervistato Davide e Luca, rispettivamente voce e chitarra della band. Tra freddo pungente e strani oggetti per sedersi (!) comodi, a un anno di distanza dalla precedente chiacchierata, ecco tutto quel che c’è da sapere sui Furor Gallico!

Furor_Gallico

La più ovvia delle domande: cosa avete fatto tra il primo e il secondo disco?

Davide: Tra il 2010 e il 2015, parliamo di quattro anni e mezzo… è passato veramente molto tempo per molteplici motivi. Innanzitutto in questi anni abbiamo intrapreso delle nuove avventure, anche a livello lavorativo, nel senso che siamo entrati in contatto con l’agenzia Bagana Rock Agency e con la Scarlet Records, quindi già queste due cose ti portano ad affrontare il lavoro in un’altra maniera, e se serve a prenderti più tempo. Inoltre ci sono stati diversi cambi di line-up, la scrittura del disco, il periodo di registrazione e cosa ben importante è stata la ricerca del suono, perché noi il disco ce l’avevamo pronto, se non ricordo male, a fine 2013. Il problema è che se hai i brani finiti ma non suonano come dici tu vai a riprendere il lavoro che hai fatto e dire “no, questo non è il suono che dico, lavoriamo ancora”. Alla fine abbiamo lavorato con Alex Azzali agli Alpha Omega Studio che ha ripreso in mano tutto il lavoro fatto in studio di registrazione e l’ha stravolta. Il suono del disco è completamente diverso da quello delle registrazioni, e meno male!

Accennavi ai cambi di line-up e già l’anno scorso ti ho fatto una breve intervista per saperne di più. La domanda seria è: il chitarrista Stefano è a Londra, il bassista Fabio in America… ma che gli fate voi ai musicisti?

Davide: Puzziamo! (risate, nda) Stefano è andato a Londra per un discorso lavorativo, voleva andare a lavorare all’estero…

Luca: E alla fine c’è rimasto!

Davide: Stesso discorso per Fabio, lui ci ha parlato candidamente, dicendo che aveva intenzione di andare negli Stati Uniti per affrontare un discorso, nel suo caso, più musicale che altro, lo sentiamo e vediamo su internet che gli va bene.

Sul disco alla batteria c’è Paulovich, ora però avete Mirko, giusto?

Davide: La batteria per il disco l’ha scritta Simone che all’epoca suonava con noi, poi ha lasciato la band ed è subentrato Mirko, però per quel che riguarda le registrazioni Mirko era appena entrato e non era stato ufficializzato, quindi abbiamo pensato di fare una cosa prendendo poi due piccioni con una fava, perché volevamo un batterista che personalizzasse il lavoro mettendoci del suo, inoltre avere un guest nel disco, che è una cosa che noi amiamo fare. Tu se ci hai seguito anche live hai visto che ci piace avere ospiti e quindi abbiamo colto la palla al balzo, prendendo Federico Paulovich dei Destrage che ha accettato subito la proposta. Ora c’è Mirko che sta portando live il disco.

Secondo me il disco è veramente bellissimo, in particolare ho apprezzato che c’è sempre il vostro marchio…

Davide: Che è il bassista, è vero, fa di cognome Marchio! (risate, nda)

… il vostro sound pur avendo delle canzoni diverse tra di loro per stile.

Davide: Leggevamo di recente una recensione su Metallized dove il recensore apprezzava i primi tre brani perché in linea con il nostro sound perché effettivamente i Furor Gallico, con il primo disco, hanno dato una sorta d’impronta musicale con il primo disco, abbastanza riconoscibile. Tutto sommato non abbiamo mai voluto fossilizzarci su un unico suono, nel senso che noi abbiamo fatto un discorso banalissimo su quel che significa il genere folk metal, cioè un cazzo, perché folk è la musica tradizionale e metal è il metal. Il fatto che i Furor Gallico si siano collocati in un certo tipo di folk metal con il primo disco non significa che debbano rimanere lì. Il fatto che Stefano un giorno sia entrato in sala prove con Steam Over The Mountain c’ha preso benissimo a tutti , ci siamo detti “perché non farla” anche se totalmente inaspettata. Idem per Diluvio, un brano che se lo metti in Viaggio Senza Vento (capolavoro dei Timoria, nda) ci sta da Dio!

Parliamo un attimo…

Davide: Dei Timoria! Allora, i Timoria sono nati a Brescia nel…

A Brescia tra Timoria e In.Si.Dia… me cojoni! (segue una breve discussione su Brescia che si conclude con un “grande Colony! nda) Steam Over The Mountain all’inizio proprio non mi piaceva, mi dicevo “è una canzone che non c’entra nulla col disco”.

Davide: Non te l’aspetti!

Poi piano piano, a forza di ascoltare il brano, penso di aver capito il senso, e ora l’apprezzo, mentre Diluvio m’ha subito fatto impazzire.

Davide: Temevamo che Diluvio potesse non piacere proprio perché nel momento in cui proponi musica come la nostra – death metal, prendila proprio alla larga – se vai a proporre una ballata, il mio timore personale, ma credo che sia condiviso, è “cazzo te ne esci con un pezzo frocio” e la gente non è contenta. Invece ti posso dire che dall’inizio del tour che la gente l’apprezza e la sa meglio di me. Però effettivamente con il senno di poi che un brano di quel tipo, una bellata melodica, è molto più fruibile ed è facile che piaccia fin dal primo ascolto. Va un attimo decontestualizzata dal resto, per fortuna è piaciuta pur essendo un brano dei Furor Gallico, dai quali ti aspetti altre sonorità. Per quel che riguarda Steam Over The Mountain sappiamo perfettamente che non piace a tutti, sappiamo perfettamente che ai concerti molti dicono “vabbè non fate quella, fatene un’altra”, però fa anche quella parte di noi, e ovviamente continueremo a portarla, è bella! A noi piace… la prima regola dei Furor Gallico è di non parlare mai dei Fur… a no, quello è Fight Club! (altre risate! nda) La regola dei Furor Gallico è che i brani li fai se piacciono, non al pubblico, ma a noi.

Davide, ti vedo un sacco professionale, un cazzone professionale!

Davide: Sì, ma poi vado a ubriacarmi! Dovresti vedermi a lavoro, minchia, ammazzo tutti!

Tra un disco e l’altro son passati quasi cinque anni, ma siete sempre rimasti sulla cresta dell’onda e la gente vi ha sempre seguito e supportato. Come ve lo spiegate?

Davide: Io non me lo sono mai spiegato! Una delle ultime date che abbiamo fatto prima di pubblicare il disco, eravamo al Colony con gli Stormlord e c’era tanta gente, finito il concerto eravamo nel backstage e di dicevamo “ragazzo, io non me lo spiego”. In realtà nessuno di noi se lo spiega, perché se proponi sempre lo stesso show, magari ti rompi i coglioni! Invece abbiamo sempre avuto un discreto successo, diciamo così, nel senso che la gente è sempre venuta a vederci… boh!

Luca: Soprattutto nelle ultime date abbiamo cercato di proporre qualcosa di nuovo, oltre a nuove canzoni… abbiamo fatto un mini set acustico di pezzi vecchi, altre cose più ricercate nel sound dal vivo e magari questa cosa è piaciuta. Siamo un gruppo che propone le stesse cose da anni e non ti aspetti…

Semplicemente la gente riconosce la bontà della musica e delle persone che ci sono dietro…

Davide: Abbiamo notato un ricambio tra il pubblico. I fedeli ci sono sempre, mi riferisco alla Folk Family che ci sarà anche domani a Parma e io c’ho una paura fottuta! Loro seguono la scena folk e sono sempre presenti, ma negli altri show c’è sempre stato un certo ricambio, e nel merchandise abbiamo venduto qualcosa. Tu dici “se il pubblico è sempre lo stesso non ti prende la maglia due volte”, quindi il ricambio c’è stato. Ora, com’è possibile il fatto che sia sempre andato bene, forse è il discorso che faceva Luca.

Come siete arrivati alla Scarlet Records?

Davide: Noi lavoriamo con Bagana Agency da due anni e ci hanno dato Michele Boccalone, che è il nostro tecnico audio e abbiamo imparato con lui una quantità di cose inimmaginabile. Bagana ha fatto una ricerca per quella che poteva essere una casa discografica giusta per noi e siamo arrivati alla Scarlet. C’hanno fatto un’ottima proposta, pertanto… scrivi “pertanto” che sembro una persona colta! Hanno ristampato il primo disco che sarà disponibile dal 18 aprile e presso gli store online e per quel che riguarda il futuro stiamo un attimo a vedere come ci si muove.

Ho visto il video della cover di Breaking The Law dei Judas Priest suonata al Montelago Celtic Festival: strana da sentire, ma figa. Ho pensato che un pezzo del genere, “fuori” dal folk metal, sarebbe una bonus track divertente, oppure buona per un EP. Avete mai pensato di realizzare un EP con cover, live ecc?

Davide: Sai, la settimana scorsa eravamo sul furgone e ascoltavamo Fleshgod Apocalypse, è partita The Forsaking che è una delle mie preferite, ed ho detto “minchia ragazzi, facciamo la cover e mettiamola sul disco”, però diciamo che l’idea è che se facciamo un album deve essere nostro, ne abbiamo parlato un pochino ed è per noi la soluzione migliore. Sono cose interessanti… però pensiamo a fare il terzo disco…

Ditemi qualcosa…

Davide: Tendenzialmente sarà un full-length come questo, abbiamo già iniziato a fare qualcosa… In verità è pronto, ce l’abbiamo di là!

Allora andiamo ad ascoltarlo, giuro che spengo il registratore!

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