Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

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Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Intervista: Furor Gallico

Si sono fatti attendere un sacco di anni, ma alla fine ne è valsa la pena: Songs From The Earth è un signor disco, il nuovo capolavoro dei Furor Gallico. Prima del concerto romano al Traffic Live Club (QUI il report) ho intervistato Davide e Luca, rispettivamente voce e chitarra della band. Tra freddo pungente e strani oggetti per sedersi (!) comodi, a un anno di distanza dalla precedente chiacchierata, ecco tutto quel che c’è da sapere sui Furor Gallico!

Furor_Gallico

La più ovvia delle domande: cosa avete fatto tra il primo e il secondo disco?

Davide: Tra il 2010 e il 2015, parliamo di quattro anni e mezzo… è passato veramente molto tempo per molteplici motivi. Innanzitutto in questi anni abbiamo intrapreso delle nuove avventure, anche a livello lavorativo, nel senso che siamo entrati in contatto con l’agenzia Bagana Rock Agency e con la Scarlet Records, quindi già queste due cose ti portano ad affrontare il lavoro in un’altra maniera, e se serve a prenderti più tempo. Inoltre ci sono stati diversi cambi di line-up, la scrittura del disco, il periodo di registrazione e cosa ben importante è stata la ricerca del suono, perché noi il disco ce l’avevamo pronto, se non ricordo male, a fine 2013. Il problema è che se hai i brani finiti ma non suonano come dici tu vai a riprendere il lavoro che hai fatto e dire “no, questo non è il suono che dico, lavoriamo ancora”. Alla fine abbiamo lavorato con Alex Azzali agli Alpha Omega Studio che ha ripreso in mano tutto il lavoro fatto in studio di registrazione e l’ha stravolta. Il suono del disco è completamente diverso da quello delle registrazioni, e meno male!

Accennavi ai cambi di line-up e già l’anno scorso ti ho fatto una breve intervista per saperne di più. La domanda seria è: il chitarrista Stefano è a Londra, il bassista Fabio in America… ma che gli fate voi ai musicisti?

Davide: Puzziamo! (risate, nda) Stefano è andato a Londra per un discorso lavorativo, voleva andare a lavorare all’estero…

Luca: E alla fine c’è rimasto!

Davide: Stesso discorso per Fabio, lui ci ha parlato candidamente, dicendo che aveva intenzione di andare negli Stati Uniti per affrontare un discorso, nel suo caso, più musicale che altro, lo sentiamo e vediamo su internet che gli va bene.

Sul disco alla batteria c’è Paulovich, ora però avete Mirko, giusto?

Davide: La batteria per il disco l’ha scritta Simone che all’epoca suonava con noi, poi ha lasciato la band ed è subentrato Mirko, però per quel che riguarda le registrazioni Mirko era appena entrato e non era stato ufficializzato, quindi abbiamo pensato di fare una cosa prendendo poi due piccioni con una fava, perché volevamo un batterista che personalizzasse il lavoro mettendoci del suo, inoltre avere un guest nel disco, che è una cosa che noi amiamo fare. Tu se ci hai seguito anche live hai visto che ci piace avere ospiti e quindi abbiamo colto la palla al balzo, prendendo Federico Paulovich dei Destrage che ha accettato subito la proposta. Ora c’è Mirko che sta portando live il disco.

Secondo me il disco è veramente bellissimo, in particolare ho apprezzato che c’è sempre il vostro marchio…

Davide: Che è il bassista, è vero, fa di cognome Marchio! (risate, nda)

… il vostro sound pur avendo delle canzoni diverse tra di loro per stile.

Davide: Leggevamo di recente una recensione su Metallized dove il recensore apprezzava i primi tre brani perché in linea con il nostro sound perché effettivamente i Furor Gallico, con il primo disco, hanno dato una sorta d’impronta musicale con il primo disco, abbastanza riconoscibile. Tutto sommato non abbiamo mai voluto fossilizzarci su un unico suono, nel senso che noi abbiamo fatto un discorso banalissimo su quel che significa il genere folk metal, cioè un cazzo, perché folk è la musica tradizionale e metal è il metal. Il fatto che i Furor Gallico si siano collocati in un certo tipo di folk metal con il primo disco non significa che debbano rimanere lì. Il fatto che Stefano un giorno sia entrato in sala prove con Steam Over The Mountain c’ha preso benissimo a tutti , ci siamo detti “perché non farla” anche se totalmente inaspettata. Idem per Diluvio, un brano che se lo metti in Viaggio Senza Vento (capolavoro dei Timoria, nda) ci sta da Dio!

Parliamo un attimo…

Davide: Dei Timoria! Allora, i Timoria sono nati a Brescia nel…

A Brescia tra Timoria e In.Si.Dia… me cojoni! (segue una breve discussione su Brescia che si conclude con un “grande Colony! nda) Steam Over The Mountain all’inizio proprio non mi piaceva, mi dicevo “è una canzone che non c’entra nulla col disco”.

Davide: Non te l’aspetti!

Poi piano piano, a forza di ascoltare il brano, penso di aver capito il senso, e ora l’apprezzo, mentre Diluvio m’ha subito fatto impazzire.

Davide: Temevamo che Diluvio potesse non piacere proprio perché nel momento in cui proponi musica come la nostra – death metal, prendila proprio alla larga – se vai a proporre una ballata, il mio timore personale, ma credo che sia condiviso, è “cazzo te ne esci con un pezzo frocio” e la gente non è contenta. Invece ti posso dire che dall’inizio del tour che la gente l’apprezza e la sa meglio di me. Però effettivamente con il senno di poi che un brano di quel tipo, una bellata melodica, è molto più fruibile ed è facile che piaccia fin dal primo ascolto. Va un attimo decontestualizzata dal resto, per fortuna è piaciuta pur essendo un brano dei Furor Gallico, dai quali ti aspetti altre sonorità. Per quel che riguarda Steam Over The Mountain sappiamo perfettamente che non piace a tutti, sappiamo perfettamente che ai concerti molti dicono “vabbè non fate quella, fatene un’altra”, però fa anche quella parte di noi, e ovviamente continueremo a portarla, è bella! A noi piace… la prima regola dei Furor Gallico è di non parlare mai dei Fur… a no, quello è Fight Club! (altre risate! nda) La regola dei Furor Gallico è che i brani li fai se piacciono, non al pubblico, ma a noi.

Davide, ti vedo un sacco professionale, un cazzone professionale!

Davide: Sì, ma poi vado a ubriacarmi! Dovresti vedermi a lavoro, minchia, ammazzo tutti!

Tra un disco e l’altro son passati quasi cinque anni, ma siete sempre rimasti sulla cresta dell’onda e la gente vi ha sempre seguito e supportato. Come ve lo spiegate?

Davide: Io non me lo sono mai spiegato! Una delle ultime date che abbiamo fatto prima di pubblicare il disco, eravamo al Colony con gli Stormlord e c’era tanta gente, finito il concerto eravamo nel backstage e di dicevamo “ragazzo, io non me lo spiego”. In realtà nessuno di noi se lo spiega, perché se proponi sempre lo stesso show, magari ti rompi i coglioni! Invece abbiamo sempre avuto un discreto successo, diciamo così, nel senso che la gente è sempre venuta a vederci… boh!

Luca: Soprattutto nelle ultime date abbiamo cercato di proporre qualcosa di nuovo, oltre a nuove canzoni… abbiamo fatto un mini set acustico di pezzi vecchi, altre cose più ricercate nel sound dal vivo e magari questa cosa è piaciuta. Siamo un gruppo che propone le stesse cose da anni e non ti aspetti…

Semplicemente la gente riconosce la bontà della musica e delle persone che ci sono dietro…

Davide: Abbiamo notato un ricambio tra il pubblico. I fedeli ci sono sempre, mi riferisco alla Folk Family che ci sarà anche domani a Parma e io c’ho una paura fottuta! Loro seguono la scena folk e sono sempre presenti, ma negli altri show c’è sempre stato un certo ricambio, e nel merchandise abbiamo venduto qualcosa. Tu dici “se il pubblico è sempre lo stesso non ti prende la maglia due volte”, quindi il ricambio c’è stato. Ora, com’è possibile il fatto che sia sempre andato bene, forse è il discorso che faceva Luca.

Come siete arrivati alla Scarlet Records?

Davide: Noi lavoriamo con Bagana Agency da due anni e ci hanno dato Michele Boccalone, che è il nostro tecnico audio e abbiamo imparato con lui una quantità di cose inimmaginabile. Bagana ha fatto una ricerca per quella che poteva essere una casa discografica giusta per noi e siamo arrivati alla Scarlet. C’hanno fatto un’ottima proposta, pertanto… scrivi “pertanto” che sembro una persona colta! Hanno ristampato il primo disco che sarà disponibile dal 18 aprile e presso gli store online e per quel che riguarda il futuro stiamo un attimo a vedere come ci si muove.

Ho visto il video della cover di Breaking The Law dei Judas Priest suonata al Montelago Celtic Festival: strana da sentire, ma figa. Ho pensato che un pezzo del genere, “fuori” dal folk metal, sarebbe una bonus track divertente, oppure buona per un EP. Avete mai pensato di realizzare un EP con cover, live ecc?

Davide: Sai, la settimana scorsa eravamo sul furgone e ascoltavamo Fleshgod Apocalypse, è partita The Forsaking che è una delle mie preferite, ed ho detto “minchia ragazzi, facciamo la cover e mettiamola sul disco”, però diciamo che l’idea è che se facciamo un album deve essere nostro, ne abbiamo parlato un pochino ed è per noi la soluzione migliore. Sono cose interessanti… però pensiamo a fare il terzo disco…

Ditemi qualcosa…

Davide: Tendenzialmente sarà un full-length come questo, abbiamo già iniziato a fare qualcosa… In verità è pronto, ce l’abbiamo di là!

Allora andiamo ad ascoltarlo, giuro che spengo il registratore!

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Furor Gallico – Songs From The Earth

Furor Gallico – Songs From The Earth

2015 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Davide: voce – Luca: chitarra – Mattia: chitarra – Marco: basso – Mirko: batteria – Paolo: tin whistles, bouzouki & cornamusa – Becky: arpa celtica – Riccardo: violino

Tracklist: 1. The Song Of The Earth – 2. Nemàin’s Breath – 3. Wild Jig Of Beltaine – 4. La Notte Dei Cento Fuochi – 5. Diluvio – 6. Squass – 7. Steam Over The Mountain – 8. To The End – 9. Eremita

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L’attesa è terminata: a quattro anni e mezzo dall’omonimo debutto, i Furor Gallico tornano con un nuovo disco, Songs From The Earth. In questi anni di cose ne sono successe, numerosi tour e cambi di musicisti in particolare. Dopo gli ultimi ingressi di Riccardo al violino e Mattia alla chitarra, la band ha finalmente trovato la necessaria tranquillità per entrare in studio e pubblicare con l’italiana Scarlet Records il nuovo full-length.

La domanda, chiaramente, è una soltanto: com’è Songs From The Earth? È bello. Bello, ben suonato, ottimamente registrato. Diverso da Furor Gallico, com’è normale che sia: sono passati tanti anni tra i due lavori, la band nel frattempo ha suonato moltissimo in giro, i musicisti sono maturati e hanno preso coscienza delle proprie possibilità. Ultima cosa, e non da poco, i diversi cambi di formazione hanno rivoluzionato il sound: sempre folk metal, ma ora maggiormente dinamico e aperto ad influenze esterne. Il folk metal dei Furor Gallico è diventato ancor più vario, maturo e vivace rispetto al passato, una vera goduria per le orecchie. 

Il disco inizia con The Songs Of The Earth, un ottimo brano d’apertura nel quale la sezione folk sposa delicatamente il lato estremo del gruppo. Il risultato è decisamente buono anche grazie alla dinamicità e ai cambi di tempo della batteria. La seconda traccia, Nemàin’s Breath, vede la cornamusa gran protagonista, e racconta delle battaglie nelle quali le bagpipes erano utilizzate come guida per i soldati. Tempi cadenzati e un alone oscuro rendono perfetto l’asse testo-musica. L’arpa di Becky introduce Wild Jig Of Beltaine, folk metal del migliore tipo. Gli strumenti tradizionali accompagnano le chitarre lungo il cammino con eccellente gusto, con un retrogusto irlandese che porta a pensare ai pub dell’isola di smeraldo, dove anziani e giovani si lasciano trasportare dall’alcool nell’oblio più nebbioso. La Notte Dei Cento Fuochi è l’ennesimo gran bel pezzo di Songs From The Earth, ritmato e dal piglio aggressivo pur non suonando estremo. La seconda parte del brano è più soft nonostante le chitarre elettriche, con i cori veramente ben riusciti (i quali ricordano una festa con molte persone, come quella che ha ispirato la canzone) che portano La Notte Dei Cento Fuochi alla conclusione. Diluvio stupisce, e non poco. Delicata, malinconica, bella e intensa. Un nuovo modo per il gruppo di esprimersi, con ottimi risultati. Sotto certi punti di vista, potrebbe sembrare una canzone romantica dei Lingalad in chiave metal:

Grida la tempesta
Urla la tormenta
Dell’amore per la pioggia e dell’innocenza
Di un passato immerso nell’ardore
Del tempo che ne sbiadisce il dolore

Invece si tratta di un nuovo brano dei Furor Gallico, maturati nella composizione e nelle tematiche (e non che nel debutto fossero banali…) trattate. Squass, sicuramente un brano rappresentativo del lato più goliardico della band, è destinato a diventare un classico al pari de La Caccia Morta. Nel testo si racconta di questo folletto che ride degli ubriachi di ritorno a casa dall’osteria che, a seconda delle versioni, li fa inciampare. Il brano è musicalmente diverso dagli altri, con un bel giro di basso iniziale e dal piglio sicuramente allegro e spensierato, divertente da ballare in concerto. A spiccare sul resto sono la parte centrale, quasi jazzata e ottima nel descrivere la confusione che regna nella testa dell’ubriaco, e il cantante Davide, bravo e teatrale nell’interpretare le buffe vicende narrate.

Mutevole è il confine tra una ciucca e la realtà

Segue la canzone che meno ci si aspetta dai Furor Gallico, quella Steam Over The Mountain dal pesante piglio moderno, una sorta di esperimento dove le parti folkloristiche non sono messe da parte, ma utilizzate e inserite in maniera diversa rispetto al solito. Non semplice l’ascolto, soprattutto le prime volte, ma quando si “capisce” il brano, tutto scorre più facilmente. To The End è una composizione più tradizionale, dove il violino di Riccardo è d’importanza primaria e dona al pezzo un tocco romantico che ben contrasta le strofe più veloci e il growl di Davide “Cica”; il finale è particolarmente ispirato, degno di una band di grande talento come sono i Furor Gallico. Chiude il disco Eremita, ennesima conferma della bontà della musica proposta dai musicisti lombardi. Interessante notare come le nove canzoni che compongono Songs From The Earth siano tutte diverse tra di loro pur portando avanti delle sonorità di base che permettono immediatamente di riconoscere il gruppo. Eremita alterna momenti quieti con arpa e melodie soavi ad accelerazioni di doppia cassa e violino con una naturalezza e un buon gusto che in pochi si possono permettere.

La copertina è stata realizzata dal mago belga Kris Verwimp (Månagarm, Absu, Suidakra, Arkona, Vintersorg ecc.), il quale aveva già lavorato con la band per Furor Gallico. L’albero della copertina rappresenta la Natura e i teschi la pochezza dell’uomo, il quale è colpevole di distruggere la Terra ma che è destinato a soccombere dinanzi la terrificante grandezza della Natura. Il disco è stato registrato presso i Metropolis Studio di Milano, dove hanno inciso, tra gli altri, Depeche Mode, PFM e New Trolls, e mixato e masterizzato da Alex Azzali presso gli Alpha Omega Studio. Tutto perfetto, dalla voce alle chitarre piene e definite, dalla sezione ritmica agli strumenti tradizionali, nitidi come non mai.

Si sono fatti attendere diversi anni, ma alla fine i Furor Gallico hanno confezionato un bellissimo disco, e si può tranquillamente dire che è valsa la pena aspettare così tanto tempo. Gli ospiti presenti, Luca Veroli dei Diabula Rasa alla cornamusa, Simon Papa dei MaterDea alla voce e Sergio Colleoni del Fosch Fest ai cori, sono assai graditi e impreziosiscono ulteriormente le nove canzoni del disco.

Songs From the Earth conferma quello sono i Furor Gallico: una grande band, ormai punto di riferimento per la scena. Questi ragazzi meritano, oltre a palcoscenici e tour di prima serie, un successo enorme.