Intervista: Einherjer

Ospitare sulle pagine di Mister Folk una band storica, seminale e dannatamente sincera come quella degli Einherjer è un immenso piacere. Tra i gruppi che hanno dato lustro al genere del viking metal, Frode Glesnes e soci hanno pubblicato nel giro di pochi anni (1996-2003) una manciata di lavori destinati a rimanere nella storia. Dopo la reunion del 2008 gli Einherjer hanno pubblicato due dischi discreti e la nuova versione di Dragons Of The North, ma è con il recente Norrøne Spor che tornano al posto che gli spetta, ovvero il trono del viking metal. Questa bella e interessante chiacchierata è per tutti voi che amate il viking metal old school, buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa vi chiedo dove trovate l’ispirazione per continuare a suonare dopo tanti anni di attività e dopo aver pubblicato dei dischi passati alla storia del genere.

Semplice! Amiamo ciò che facciamo. Abbiamo ancora passione per quello che facciamo. È uno stile di vita. Non è qualcosa che puoi smettere di fare. Fin quando possiamo rilasciare album di alta qualità, noi continueremo. E giudicando dai nostri album precedenti, questo accadrà ancora per molto. Penso che Norrøne Spor è tra i migliori che abbiamo fatto.

Norrøne Spor è molto intenso e vario. Ci sono canzoni nel vostro classico stile e leggermente diverse ma che mantengono il vostro trademark, penso ad esempio a Tapt Uskyld.

Sì, e la ragione principale è che il materiale per le canzoni è piuttosto vecchio. Immagino intorno all’era di Blot. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione in giro dall’inizio, che è non finito o che oppure non si adattava al tempo. Ma a volte senti che è il momento giusto. Inizi a “macinarlo” in testa, e forse trovi modi alternativi per arrangiare il materiale. Ad essere onesti, eravamo insicuri su questa canzone, ma dopo il mixaggio completato si è rivelata perfetta.

Un’altra canzone un po’ diversa dal solito è Døden Tar Ingen Fangar, con quel ritornello quasi melodico che sorprende non poco. La trovo una grande canzone, vi chiedo quindi di spiegare il testo e come è nata la canzone.

Sì, è una canzone orecchiabile. È una delle primissime per quest’album. Probabilmente scritta subito dopo che Av Oss For Oss fu registrato. È anche una delle canzoni che è cambiata un po’ dalla pre-produzione alla produzione finale. Il testo è veramente personale, basato sulla perdita e sul dolore. E su cosa provoca intorno a te. Sono d’accordo sul fatto che devia un po’ da come suoniamo normalmente, ma è una buona canzone. Mi piace!

Il disco è vario nelle sonorità ma sempre di buona qualità, il segreto sta nell’aver composto i brani tutti insieme invece che separatamente?

Nessun segreto, veramente. La registrazione è stata fatta per la maggior parte allo stesso modo di sempre, nel mio Studio Borealis. L’unico cambiamento questa volta è che io ho anche mixato l’album da solo. Non ho mai mixato un album degli Einherjer prima. Gli ultimi album sono stati registrati da me e mixati da Matt Hyde a Los Angeles. Questa volta mi sentivo sicuro del fatto che avrei dovuto fare tutto il mixaggio da solo. Sono felice del modo in cui è andata a finire. Suona fresco e nuovo, ma ancora chiaramente Einherjer.

Cosa rappresenta la copertina? Chi è l’autore?

La cover art è il frutto dell’ingegno del nostro caro amico Costin Chioreanu. Abbiamo lavorato insieme per cinque anni ora e abbiamo avuto delle buone conversazioni sull’album, sul titolo e sulla cover quando ha visitato Haugesund per registrare dei video per noi quest’estate. Lui sapeva che siamo cresciuti tra i patrioti locali e quanto quest’area è importante per noi, e quindi voleva includere questo nella cover art. La sua rappresentazione meravigliosa della nostra parte della west coast mi fa venire i brividi dietro la schiena.

Parliamo della cover dei Motörhead Deaf Forever: perché avete scelto la band di Lemmy e quella canzone in particolare? Mi piace molto il risultato finale: si sente subito che suona 100% Einherjer pur essendo una cover.

I Motörhead sono una delle mie band preferite di tutti i tempi e ho sempre amato l’era veramente sottovalutata di metà anni ‘80. Il mio primo album dei Motörhead fu No Remorse del 1984. Quindi quando discutevamo sulle possibili cover per il b-side di Mine Våpen Mine Ord (un vinile 7″, ndMF) siamo finiti presto a discutere sulle canzoni dei Motörhead. L’album Orgasmatron è bellissimo, ma patisce di una produzione terribile. Deaf Forever sembrava la scelta perfetta per noi. Sia per i testi che musicalmente. E penso sia venuto benissimo. Suona bene nella versione sonora degli Einherjer. La canzone era una sorta di nostro tributo a Lemmy e all’impatto che ha avuto su noi negli anni.

Torniamo indietro di qualche anno… precisamente alle prime prove della band. Cosa ricordate di quel periodo? Perché vi siete messi a suonare e dove speravate di arrivare?

Quando abbiamo iniziato, era tutto basato sulla sensazione. Doveva essere giusto. Doveva essere Nordico. Ho sempre pensato che la sensazione e le vibrazioni nei miti nordici sarebbero state perfette da catturare in musica. Secondo me solo poche band hanno davvero toccato le emozioni e le sensazioni che io provo attraverso i temi nordici, ed è sempre come se mancasse qualcosa. Qualcosa non andava bene. Qualcosa non andava bene finché non ascoltai i Bathory e capii veramente come potesse essere potente quando era fatto bene. Ci sono altre band come i Wardruna, che stanno facendo in questo modo, più autentico. Ma noi suoniamo heavy metal! Non è esattamente “musica vichinga”, ma è quella sensazione che stiamo cercando. I riff dovrebbero risuonare di tempi antichi. Come diceva il primo volantino di Aurora Borealis (il demo del 1994, ndMF): “Fuori dalle distese dell’emisfero nord, viene il più epico ed atmosferico Viking Metal. Caricato con il potere del Mjølner. Stregato dal misticismo della terra di Thule”. Una dichiarazione veramente audace, ma penso che riassuma il modo in cui scriviamo musica, allora come adesso. Ora 25 anni dopo, i miti nordici sono ancora lì, ma non sono così prominenti. Il modo di pensare nordico è tutto lì. La mentalità e gli elementi filosofici sono molto presenti. Più profondi. Più intelligenti. Più o meno come la nostra musica…

Dragons Of The North è uno dei capisaldi del viking metal. Più passa il tempo e più quell’album sembra assumere importanza e rispetto. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo il periodo di composizione e registrazione, che aria si respirava in studio, se eravate consapevoli di quello che stavate facendo o se era “semplicemente” il primo disco di una giovane band.

Grieghallen! Il primo album! Eravamo stati in studio prima, ma solo per registrare demo ed EP. Questo era il primo contratto. Dovevamo incidere un album avendo a che fare con la Napalm Records e l’avventura stava per iniziare. Avevamo otto canzoni pronte ed entrammo nei leggendari studi con largo anticipo. Pytten lo portò a termine! Bei tempi, davvero!

Due anni fa avete ri-registrato Dragons Of The North, cosa vi ha spinto a farlo? Siete soddisfatti del risultato finale, ovvero Dragons Of The North XX?

Il 2016 ha segnato il 20º anniversario dell’album, quindi abbiamo deciso di celebrare l’evento ri-registrando l’intero album. Normalmente le band fanno questo quando non sono soddisfatte dell’originale, ma questa decisione fu presa a per via dell’amore per la registrazione originale, non a causa di essa. Molte persone odia le ri-registrazioni, e onestamente io sono uno tra quelli, ma penso che questa è venuta bene. E non è che l’originale sia scomparso perché abbiamo fatto una XX edition. Sono entrambe lì fuori, affinché tutti possano ascoltare la versione che gli piace di più.

Parlando ancora di viking metal, quali sono le differenze che notate tra la scena di fine anni ’90 e quella odierna?

Il termine “viking metal” aveva un significato a metà anni ‘90. Almeno per noi… o almeno per me. Sono cambiate molte cose da allora… e onestamente il viking metal più moderno è “un grande piatto di formaggio”! Se ascolti Hammerheart oppure Twilight Of The God non è proprio questo il caso. Questi sono gli esempi di come dovrebbe essere fatto! Ma in qualche modo, da qualche parte lungo la strada qualcosa andò terribilmente male. Noi terremo la bandiera del viking metal in alto più a lungo possibile. Ora abbiamo un mucchio di clown con gli elmetti con le corna e vestiti con le pellicce che corrono in giro cantando canzoni sul bere come se questo fosse una sorta di scherzo.

Si parla sempre di più di vichinghi anche grazie alla serie tv Vikings. Qualcuno di voi la segue e cosa ne pensa? Visto il collegamento, vi piace il lavoro svolto dai Wardruna nei loro dischi?

Ho visto un paio di stagioni. Penso sia iniziata bene, ma ho perso interesse dopo un po’. Bello vedere che Einar e i Wardruna stiano avendo una meritata spinta dalla serie. Amo i Wardruna. Suonano così “giusti”.

Vi vedremo presto in tour? Toccherete anche l’Italia?

Certo, abbiamo qualche festival organizzato per il 2019, e molte cose sono in cantiere. Spero che riusciremo a visitare l’Italia nel 2019. È passato molto tempo.

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First, I’d like to ask you where you find the inspiration to keep playing after so many years of activity and after publishing albums that became part of this genre’s history.

Simple! We love what we do. We still have passion for what we do. It’s a lifestyle. It isn’t something you can just quit. As long as we can release high quality albums, we will continue. And judging by our latest album, that will be for quite some time. I think Norrøne Sporis among the best work we’ve done.

Norrøne Spor is a very intense and varied work. It contains songs in your classic musical style, but also slightly different while still keeping your trademark sound intact – I’m thinking about Tapt Uskyld.

Yes, and the main reason for that is because the material for the song is quite old. I would guess around Blot era. We have quite a lot of stuff laying around from back in the day, that’s either unfinished or it didn’t fit in at the time. But sometimes you just feel that now is the time. You start grinding it down in your head, and maybe find alternative ways to do and arrange stuff. To be honest, we were unsure about this song until the bitter end, but then the mix was set, and it turned out perfect.

Another slightly different track is Døden Tar Ingen Fangar, with a very melodic chorus that does take by surprise. I find it a great song, I’d like to know more about the lyrics and how the track was born.

Yes, it is a catchy song. It’s one of the early ones for this album. Probably written right after Av Oss For Oss was recorded. It was also one of the songs that changed quite a bit from pre-production to the finish product. Very personal lyrics based on the topics of loss and grief. And what it does to you. I agree that it deviates a bit from what we normally sound like, but it is a good song. I like it!

Regarding sound, it’s both varied and always top quality. What’s the secret?

No secret, really. The recording was mostly done the same way as we always do, recorded in my studio, Studio Borealis. Only change this time is that I also mixed the album myself. I’ve never mixed an Einherjer album before. The last albums have been recorded by me and mixed by Matt Hyde in Los Angeles. This time I felt confident it was a better idea to do the whole mix myself. I am very happy with the way it turned out. It sounds new and fresh, but still very unmistakably Einherjer.

What’s the meaning behind the artwork? Who’s the author?

The cover art is the brainchild of our dear friend Costin Chioreanu. We’ve been working together for about 5 years now and we had some really good discussions about the album, title and cover art when he visited Haugesund to shoot some videos for us this summer. He knows we’ve grown into local patriots and how much this area means to us, so he wanted to include that in the cover art. His amazing representation of our part of the west coast makes shivers down my spine.

Let’s talk about Deaf Forever, the Motörhead song you covered: why did you choose Lemmy’s band, and why that song specifically? I really enjoy what you did with it, you can feel it’s 100% Einherier sound even though it’s a cover.

Motörhead is one of my all-time favorite bands and I’ve always loved the very underrated mid 80s era. My first Motörhead album was No Remorsefrom 84. So when discussing possible covers for the b-side of Mine Våpen Mine Ord we soon ended up discussing Motörhead songs. The Orgasmatron album is great, but suffers from terrible production. Deaf Forever just seemed like the perfect choice for us. Both lyrically and musically. And I think it turned out great. It sounds good in an Einherjer sound scape. The song was just sort of our tribute to Lemmy and the impact he did on us over the years.

Let’s go back a couple years… specifically to that first period after the band was founded. What do you remember of those days? Why did you start playing, and what were you hoping to achieve?

When we started out, it was all about the feel. It had to be right. It had to be Norse. I had always thought that the feeling and vibe in the Norse myths would be perfect to capture in music. In my opinion only a few bands had really touched the emotions and the feel I felt towards the Norse themes, and it always felt that something was missing. Something wasn’t right. It wasn’t until I heard Bathory I really understood how powerful it could be when done right. There are other bands like Wardruna, who are doing this way more authentic. But we play heavy metal! It’s not exactly Viking music, but it’s the feeling we are after. The riffs should resound of ancient times. As the first flyers for Aurora Borealisstated: “Out of the wastes of the Northern hemisphere, comes the most epic & atmospheric Viking Metal. Charged with the power of Mjølner. Enchanted by the mysticism of the land of Thule.” A very bold statement indeed, but I think it sums up the way we wrote music back then and still do to this day. Now 25 years later, the Norse myths are still there, but not that prominent. The Norse way of thinking is very much there. The mind-set and the philosophical elements are very present. Deeper. Smarter. Much like our music…

Dragons Of The North is a cornerstone of viking metal. The more time goes by, the more that album becomes respected and revered. I’d like to know more about the songwriting and recording phase, what the atmosphere in the studio was like, if you were aware of what you were doing or if it “just” felt like the first album of a young band.

Grieghallen! First album! We had been in the studio before, but only to record demos and an EP. This was the real deal. We had scored a record deal with Napalm Records and the adventure was about to start. We had 8 songs ready and we entered the legendary studio with great anticipation. Pytten delivered! Both as a person and producer. Good times indeed!

You re-recorded Dragons Of The North, what pushed you to do that? Are you satisfied with the end result?

2016 marked the 20th anniversary for the album, so we decided to celebrate the event by re-recording the whole thing. Normally bands do this because they are not happy with the original, but this decision was made because of our love for the original recording, not is spite of… Many people hate re-recordings, and to be honest I am one of them, but I think this one turned out great. And it’s not like the original album disappears because we did a XX version. They are both out there, so everyone can listen to the one they like best.

Let’s talk about viking metal some more. What do you think are the differences, if there are any, between the late 90’s scene and today?

Viking metal as a term had a meaning in the early 90s. At least for us… or at least for me. A lot of things have changed since then…and to be honest most modern day viking metal is a large plate of cheese! If you listen to Hammerheart or Twilight Of The Gods, that’s not the case at all. That is the blue print how it should be done! But somehow, somewhere down the road something went horribly wrong. We held the Viking metal banner high as long as we could. Now we have a bunch of clowns with horned helmets and furry cloths running around singing drinking songs like this is some sort of joke.

Vikings are more talked about, nowadays, also thanks to the TV show Vikings. Does anybody in the band watch it? And since we’re on the topic, what do you think of Wardruna’s work in their albums?

I’ve seen a couple seasons. I think it started good, but I lost interest after a bit. Great to see that Einar and Wardruna is getting a well deserved push by the series. I love Wardruna. It sounds very “right”.

Will you be on tour any time soon? Will you come to Italy?

Sure, we have some festivals lined up for 2019, and a lot of stuff is in the works. I really hope we get to see Italy in 2019. It’s been too long.

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Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

Nebelhorn – Urgewalt

Nebelhorn – Urgewalt

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wieland: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Auf Bifrösts Rücken – 2. Urgewalt – 3. Ägirs Zorn – 4. Wilde Jagd – 5. Muspellheim – 6. Auf Neue Lande – 7. Funkenflug – 8. Freyhall

Dopo ben undici anni di silenzio torna a farsi sentire Wieland, mente del progetto Nebelhorn. La one man band tedesca – con un passato di band “vera”, in line-up c’era anche Patrick Damiani, nome noto a chi segue Falkenbach, Carach Angren, Rivendell e Secrets Of The Moon – arriva con questo Urgewalt al terzo full-length, lavoro dalle caratteristiche musicali molto simili a quando i Nebelhorn mossero i primi passi nel 2004 con l’EP Utgard. Il viking metal puro e di matrice black richiama i grandi del passato, ma Wieland è stato bravo nel corso degli anni a rendere sempre più personale il sound del proprio gruppo facendo piccoli ma significativi passi in avanti ad ogni release. In questo modo Urgewalt si traduce nella massima espressione artistica mai realizzata dall’artista tedesco: le canzoni sono dirette ma mai scontate, il minutaggio è diventato medio delle tracce è aumentato e, soprattutto, la scrittura del musicista è cresciuta in maniera tale da permettergli di comporre una manciata di ottimi brani contornati da pezzi validi e interessanti.

L’opener Auf Bifrösts Rücken, introdotta epicamente dalle tastiere, è cruda e tagliente, cantata con furia e addolcita dalle clean vocals del ritornello. Il viking metal dei Nebelhorn è quello tipico degli anni ’90, quando la musica veniva prima di tutto e si badava meno al contorno. I riff di chitarra sono brutali e la batteria dannatamente retrò, tutto porta l’ascoltatore indietro nel tempo, ma non bisogna pensare che Urgewalt sia un disco adatto solo ai nostalgici, perché le otto tracce sono tutte di altà qualità e meritano ben più di un semplice ascolto. La title-track è un mid-tempo bellicoso che nella parte centrale si fa di un cattivo inimmaginabile prima che Wieland tiri il freno rallentando il ritmo divenuto infernale, dando nuovamente spazio alla melodia. La terza traccia Ägirs Zorn, caratterizzata dal riff compatti e oscuri, suona pagana e minacciosa, un ottimo modo per arrivare alla furiosa Wilde Jagd, black metal nei modi ma con un inaspettato utilizzo melodico della tastiera che fa il suo ingresso a sorpresa donando un po’ di melodia in un assalto all’arma bianca tipico degli anni ’90. La furia dei Nebelhorn prosegue con Muspellheim, cinque minuti di violenza e chitarre squarcia pelle che si completa meravigliosamente con Auf Neue Lande, canzone epica dalle forti melodie e dai ritmi più lenti. La bravura di Wieland sta nel saper creare brani virili e veloci senza mai cadere nel cacofonico, così come nel saper comporre pezzi solenni con ottimi spunti strumentali. In Auf Neue Lande trovano spazio per una manciata di secondi anche un arpeggio di chitarra e le clean vocals, combo che spezza in due la canzone e la rende ancora più dinamica e piacevole. L’inizio di Funkenflug è caratterizzato da un riff tipicamente heavy metal, un mid-tempo roccioso ben scandito dalla voce di Wieland che a sorpresa si trasforma in un brano vicino al folk metal per via del flauto (alla sua prima e unica apparizione nel cd) che si prende la scena e porta la canzone in una direzione più soave e del tutto inaspettata. La chiusura del disco è affidata a Freyhall, strumentale da oltre sei minuti dai toni malinconici (le iniziali onde del mare in sottofondo) che porta a conclusione un lavoro maturo e di alta qualità.

Il ritorno dei Nebelhorn è una piccola chicca per gli amanti del viking metal che non disdegnano le potenti melodie nordiche e i riff black oriented: Urgewalt è un lavoro completo e ben realizzato in grado di garantire quaranta minuti di buona musica a chi non ne ha mai abbastanza dei vecchi Falkenbach ed Enslaved.

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?

Helheim – landawarijaR

Helheim – landawarijaR

2017 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Reichborn: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Ymr – 2. Baklengs Mot Intet – 3. Rista Blodørn – 4. landawarijaR – 5. Ouroboros – 6. Synir Af Heidindomr – 7. Enda-dagr

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Quando gli Helheim annunciano l’uscita del nuovo disco si va incontro in maniera automatica a un dubbio e a una certezza. Il dubbio riguarda l’indirizzo musicale intrapreso dal combo norvegese, la certezza è sulla qualità della proposta, qualunque essa sia. É così praticamente da sempre e anche con il nuovo landawarijaR, nono full-length per i pionieri del viking metal, questa “regola” viene rispettata.

La seconda parte della carriera di H’grimnir e soci ha visto il sound mutare e maturare dal classico viking metal feroce e black oriented verso un qualcosa di maggiormente progressivo e personale, influenzato da elementi al di fuori dell’heavy metal ma comunque oscuro e minaccioso come lo erano i vecchi Jormundgand e Blod & Ild. Tutto questo fino al precedente raunijaR, possibile punto di arrivo di un’evoluzione sorprendente e spavalda. Difficile fare meglio proseguendo quella via, si pensava, e sbagliavamo tutti. landawarijaR è ancora più estremo in fatto di ricerca musicale, vario come nessun altro capitolo della ricca discografia degli Helheim, sfacciato nel proporre qualcosa che nessuno aveva mai osato. Senza tirarla per le lunghe, nella title-track è presente il tema portante di Impressioni Di Settembre della PFM, gruppo progressive rock italiano che in passato ha suonato in giro per il mondo in festival da urlo (per citarne uno: Charlotte Speedyway, Califiornia, nel 1974 con 250.000 spettatori), entrando nella classifica Billboard dei dischi più venduti in America (l’album Cook, sempre del 1974) e di fatto influenzando una miriade di musicisti. Un manipolo di questi risiede in Norvegia e se oggi passiamo ore ascoltando i capolavori di Borknagar, Enslaved ed Helheim lo dobbiamo anche al talento di Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (battieria) e Mauro Pagani (flauto e violino) e alla scena italiana (in particolare Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme) che all’epoca era rispettata e seguita con interesse.

Oltre alla bella title-track, come suona landawarijaR? Dannatamente Helheim: cupo e a tratti asfissiante, capace di grandi aperture melodiche e inaspettati break strumentali di grande gusto. I cinquantasei minuti del cd sono introdotti da Ymr, mid-tempo dal doppio cantato pulito e scream, traccia che alterna vari umori ma tenuta unita dal tipico sound dei vichinghi Helheim. Tempi frenetici e urla infernali per l’ottima Baklengs Mot Intet, epica e coinvolgente sia nelle parti violente che nei momenti più ragionati e “melodici”, vicina stilisticamente ai vecchi dischi pur mostrando una certa varietà stilistica di non poco conto. Negli otto minuti abbondanti di Rista Blodørn troviamo di tutto: ritmiche black metal, arpeggi post-rock, riff epici, urla primitive e melodie accattivanti. Con la title-track, però, si entra direttamente nella Valhalla. Tutti gli strumenti danno il meglio di sé, con le chitarre grandi protagoniste tra grandiosi riff in tremolo picking e la già citata melodia di Impressioni Di Settembre, qui proposta in varie forme e tonalità per diversi – piacevolissimi – minuti. Questo giusto tributo alla grande musica italiana è un onore e dovrebbe far riflette le persone che ignorano quanto di buono è uscito (e continua a uscire) dalle sale prove italiane. Il serpente che si morde la coda, creando in questa maniera un cerchio, è il protagonista di Ouroboros, brano che sembra diviso in due: da una parte c’è l’aspetto musicale, freddo e distaccato, dall’altro il cantato pulito (quasi liturgico) e in scream (tagliente negli interventi). Il risultato è bello ma ostico al tempo stesso, probabilmente la composizione più azzardata ed estrema di landawarijaR. Synir Af Heidindomr è una traccia molto diretta grazie soprattutto all’interpretazione vocale senza fronzoli e spartana, ma aggiunge poco a quanto già di buono detto nei precedenti capitoli. Il mid-tempo Enda-dagr chiude con eleganza il cd, con gustosi riff di chitarra e arpeggi crunchosi dalla forte personalità.

L’aspetto lirico è come sempre di grande importanza: il retaggio “norse” è presente ed è possibile percepirlo anche solo ascoltando la musica. Le rune e il loro significato sono protagoniste, rese dagli Helheim elementi fondamentali da incorporare nella vita moderna.

La produzione è perfetta per la musica proposta, potente ma non plasticosa, old style ma precisa e sporca al tempo stesso. Infine, una curiosità sui tanti ospiti presenti tra i solchi delle canzoni: tra i vari cantanti (William Hut, Morten Egeland, Pehr Skjoldhammer, Bjornar E Nilsen) spunta il nome di Ottorpedo, un comico rock norvegese che ha pubblicato diversi cd (?!).

landawarijaR è il “classico” album degli Helheim, con tutti i pregi e le caratteristiche che da anni li rende unici nel panorama viking metal. Il tributo all’Italia è un di più che fa piacere, ma anche se non ci fosse stato il nuovo disco di V’gandr e soci sarebbe stato comunque imperdibile per gli appassionati del genere.

Intervista: Enslaved

Avere l’opportunità di intervistare la band che insieme ai Bathory ha creato il viking metal non è cosa di tutti i giorni. Tanto più che Grutle Kjellson (il quale ha risposto alle mie domande) e soci non si concedono tanto spesso per interviste e chiacchiere after show. Per l’occasione ho deciso di rimanere in tema con il sito e indagare sul passato della band, ma anche su alcuni argomenti a loro “vicini” come le rune, i Wardruna e la serie televisiva Vikings.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Flavia Di Luzio per la traduzione delle domande dall’italiano all’inglese.

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Avete da poco terminato il tour, siete soddisfatti di come è andato? Ho assistito alla data di Roma e la risposta del pubblico è stata molto calda e devo dire di aver assistito a un grande concerto!

Grazie, è stato davvero un grande tour per noi con buon pubblico, energia e atmosfera. É stato figo suonare nuovamente alcuni show nei club in Italia! Non ne facevamo da un po’, solo alcuni festival qua e là.

Nei concerti di questo tour suonate dei brani molto vecchi come Fenris e Heimdallr che s’incastonano alla perfezione col materiale più recente. Pensate quindi che ci sia un filo conduttore che porta da Vikingligr Veldi a In Times?

Assolutamente, benché il nostro materiale si è evoluto e cambiato nel corso degli anni, c’è ancora quel filo conduttore attraverso tutte le nostre canzoni. Gli Enslaved saranno sempre gli Enslaved.

Allfǫðr Oðinn è un brano del 1993, eppure quando lo suonate in concerto non dimostra gli oltre 20 anni di vita. Mi domando se siete bravi voi a farlo suonare attuale, oppure se la canzone è talmente buona che necessita solo di un sound potente come voi avete nei live.

Credo che sia una di quelle canzoni senza tempo. Ha quel feeling groovy rock’n roll ed è una canzone che ha effettivamente funzionato con tutte le line-up. Mi piace ancora suonare quella canzone dopo tutti questi anni. É molto cruda ed energica.

Siete una delle poche band della vecchia guardia che ancora riesce a pubblicare album dal sound fresco pur avendo un legame col vecchio materiale. Come siete arrivati a questo punto e cosa vi rende sempre così freschi?

Penso che sia così perché ancora abbiamo piacere nel creare musica, tentiamo sempre di fare musica che noi per primi vorremmo ascoltare, è piuttosto semplice in realtà. Non abbiamo mai fatto musica per piacere a qualcuno, ma solamente a noi stessi. É sempre stato semplice e reale. Ci piace anche suonare in concerto! Posso vivere senza tutti i viaggi, ma ancora ho piacere nel suonare dal vivo!

RIITIR e In Times stupiscono per la qualità delle canzoni, sono due grandi album! Ma stupisce ancora di più il sound che miscela sapientemente sonorità attuali con quelle del vostro passato. Come si svolge la fase di scrittura e ci sono delle regole che vi siete dati?

Sono contento che ti piacciano. Regole? Oh no! Ma c’è un processo: Ivar crea I riff e registra i demo con la drum machine, poi iniziamo a lavorare sugli arrangiamenti, voci, assoli, line di basso, tastiera ecc. Poi mettiamo tutto insieme in sala prove. Per Riitir e In Times abbiamo perfino registrato batteria, basso e chitarra ritmica live in studio (nel senso di tutti e tre gli strumenti insieme, ndMF). Questo ha decisamente dato alle cose un tocco dinamico e reso il suono più organico rispetto alla maggior parte delle registrazioni odierne.

Cosa ricordate delle sessioni di registrazione di Frost e di Eld?

Abbiamo registrato Frost nell’estate del 1994, ricordo che abbiamo festeggiato molto! Ricordo me e Abbath ubriachi di whisky una notte durante le sessioni di registrazione, eravamo nel giardino dei suoi genitori e vomitavamo l’anima. Sono sicuro che fu uno spettacolo. A parte questo, mi ricordo di come allora eravamo molto concentrati sul tempo e sul denaro! Dato che il nostro budget era limitato, abbiamo lavorato duramente in studio e abbiamo trascorso lunghe giornate per fare le cose bene.

Quando abbiamo registrato Eld, ci siamo trasferiti a Bergen, così abbiamo potuto trascorrere un po’ di tempo in pià a registrare l’album, meno stress, se mi spiego. Ma, a essere onesti, non eravamo molto concentrati in quei giorni… Mettiamola così: avevamo un po’ troppe sostanze malsane nel nostro sangue. Fortunatamente abbiamo comunque realizzato un bell’album eheheh.

Il brano di apertura di Eld, 793 (Slaget om Lindisfarne), dura ben 16 minuti: avete voluto sfidare la sorte piazzando una canzone così lunga all’inizio o c’era un motivo preciso dietro questa scelta?

No, per noi aveva perfettamente senso. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo di fare una hit radio in ogni caso. Inoltre è una grande canzone!

I vostri vecchi dischi Frost e Vikingligr Veldi sono ritenuti da molti come i primi del movimento viking metal: siete d’accordo con questo punto di vista?

Credo che sia così, anche se abbiamo smesso di utilizzare il termine “viking metal” mooolto tempo fa. Davvero non vogliamo essere associati a questi gruppi vestiti di pelliccia, con corna ed elmi di plastica che suonano la fisarmonica con canzoni che parlano di ubriachi di idromele e di violentare suore per divertimento. Per noi il “viking metal” è stato un’altra cosa. É stato un passo verso la mitologia, la filosofia e la magia delle rune.

Siete stati influenzati, magari a inizio carriera, dai dischi di Bathory? Cosa pensate del lavoro svolto da Quorthon?

Naturalmente amiamo Bathory, grande fonte d’ispirazione. Io e Ivar eravamo soliti ascoltare Hammerheart e Twilight Of The Gods ogni singolo fine settimana mentre buttavamo giù birre a dirotto, che periodo fantastico!

Bathory ed Enslaved sono considerati i padri del viking metal. Entrambi, pur suonando in maniera differente, avete creato un movimento che successivamente ha ispirato tantissime band. Come vi sentite quando dei gruppi vi citano come fonte d’ispirazione, e pensate anche voi di aver creato qualcosa di nuovo e originale?

Naturalmente ci fa grande piacere, è un vero onore! Un paio di anni fa è stato anche pubblicato un tributo agli Enslaved (si riferisce al doppio cd del 2012 “Önd – A Tribute To Enslaved” con Dordeduh, Fen, Vreid, Belenos ecc., ndMF). Veramente figo ascoltare altri gruppi rifare le nostre canzoni! Allo stesso tempo ci si sente strani, siamo in giro da così tanti anni che gli album tributo sono “popindustrien” eheh.

Avete suonato Immigrant Song dei Led Zeppelin in uno show televisivo di qualche anno fa. Lo avete fatto perché è la prima canzone rock a parlare di vichinghi oppure perché semplicemente amate quella canzone dei Led Zeppelin?

Abbiamo suonato Immigrant Song perché chiaramente siamo grandi fan dei Led Zeppelin! Una delle più importanti band nella storia del rock! Che poi la canzone tratti di vichinghi islandesi è una semplice coincidenza. I Led Zeppelin hanno scritto testi di tutti i tipi in realtà, anche su Il Signore degli Anelli! Così le black metal band non sono arrivate prime neanche lì eheh. (a tal proposito, date uno sguardo al mio secondo libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo, ndMF)

Come avrete notato, in questi ultimi anni la cultura/mitologia norrena si sta diffondendo molto anche grazie alla serie tv Vikings. Pensate sia un bene che secoli di storia vengano “offerti” così facilmente in televisione, oppure può dare fastidio tutto questo interesse per una cultura non propria e spesso storpiata?

Questo spettacolo televisivo è forse il più noioso che abbia mai visto. Ho accidentalmente visto un episodio, e piuttosto che vederne un altro cammino all’indietro sui trampoli nel deserto dei Gobi con solamente la Mountain Dew (una bevanda gasata che immagino non sia di suo gradimento, ndMF).

Ho definito il bellissimo esordio degli Skuggsjá come il perfetto mix tra Enslaved e Wardruna. Concordate con me o la trovate riduttiva?

Sono d’accordo, è un grande album! E credo che fosse l’idea iniziale, la fusione tra la musica di Ivar ed Einar. Ma poi di nuovo, è il loro progetto, non sono la persona adatta per rispondere correttamente a questa domanda!

Avete sempre trattato di mitologia e rune nei vostri testi, e anche negli ultimi dischi ci sono dei chiari riferimenti a questi temi. Quel che è cambiato è però l’approccio, perché è normale avere punti di vista e modi di esprimersi differenti a 20 e a 40 anni. Come si sono evoluti i testi degli Enslaved fino a oggi?

All’inizio erano più una sorta di curiosità, tipo “guardare cosa c’è dentro”. Oggi che siamo più radicati nella mitologia, è più come il contrario, “dentro guardando fuori”, per così dire. Si tratta di più dei nostri pensieri e interpretazioni della mitologia al giorno d’oggi, rispetto ai nostri primi tentativi. Oggi sono più metaforici e filosofici, se così posso dire.

A proposito di rune, cosa pensate del lavoro svolto da Einar Selvik e dei suoi Wardruna? Sono settimane che sto studiando quello che ha fatto nei tre dischi pubblicati e trovo tutto il lavoro preciso e intelligente!

Mi piacciono molto i Wardruna. Einar è molto abile come musicista e paroliere. Tutto quello che fa, lo fa davvero bene. Lui è un ragazzo intelligente, non ci sono dubbi su questo, e penso che si meriti il successo che sta avendo ora.

Cosa rappresentano le rune per voi? Ho visto, ad esempio, che Grutle ha delle toppe con le rune attaccate ai jeans… Che effetto fa vedere un simbolo tanto potente alla mercé di tutti, in particolare delle persone che ne ignorano il significato?

Le rune e i sigilli (le rune vincolanti) sono talismani personali per me, davvero non mi interessa se le persone li ingnorano o no. La gente di oggi, comunque, non è proprio conosciuta per prestare attenzione, no? Le rune mi danno coraggio e forza.

Grazie per l’intervista, salutate i vostri fan italiani e speriamo di non dover attendere altri 20 anni per vedervi di nuovo a Roma!

Coraggio amico, sono stati solo 19 anni di assenza, eheh. Seriamente, ci piacerebbe tornare presto! E’ stata una grande serata! Forza Italia! 

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ENGLISH VERSION:

The website I run is focused on folk/viking metal, so I will ask you many questions about the old albums.

Your tour has just ended. Are you satisfied with the outcome? I attended the gig in Rome and the audience was very warm. It was undoubtedly a great show!

Thanks, it was a really great tour for us with good attendence, energy and atmosphere. It was cool to play some club shows in Italy again! We haven’t done that in a while, only some festivals here and there.

During the tour, you played very old songs, such as Fenris and Heimdallr, which interweave perfectly with the most recent material. Do you think there is a common thread that runs from Vikingligr Veldi to In Times?

Absolutely, although our material has evolved and changed over the years, there is still that red thread through all our songs. Enslaved will always be Enslaved.

The song Allfǫðr Oðinn was released in 1993, but when you play it live it does not sound so dated. I wonder if you are so skilled at making it sound brand new, or if the song is so beautiful that it just needs a powerful sound like the one that characterizes your live performances.

That songs is one of those timeless songs I guess. It has that groovy rock’n roll feel to it and that is one of the songs that had actually worked with all our line ups too. I still like to perform that song after all these years. It’s very raw and energetic

You are one of the few bands of the old guard that still manages to release fresh albums with a strong bond to the old material. How did you reach this stage in your career? How do you manage to stay fresh?

I think it’s because we still enjoy to create music, we always try to make music we would have wanted to listen to ourselves, pretty simple really. We’ve never made music to please anyone but ourselves really. It’s always been heartfelt and real. We also enjoy to play live! I can live without all the travelling, but I still enjoy to perform!

RIITIR and In Times are definitely surprising with regard to the quality of songs. They are two great albums! I am even more amazed by the sound that harmoniously blends a fresh attitude with your typical melodies. How does the writing process work? Do you follow any rules?

I’m glad you enjoy them. Rules? Oh no! But there is a process; Ivar makes the riffs and records demos with programmed drums, then we start working on the arrangements, vocals, leads, bass lines, keys etc. Then we put everything together in the rehearsal space. On Riitir and In Times, we even recorded the drums, bass and the rythm guitar live in studio. That definately gave things a dynamic touch and made it sound a lot more organic than most recordings nowdays.

What do you remember about the recording sessions of Frost and Eld?

We recorded Frost in the summer of 1994, so I remember that we partied a lot! I remember that me and Abbath got drunk on whisky one night during the sessions and stood in his parents garden blewing flames out of our mouths… I’m sure that was quite a sight.
Apart from that, I remember that we were really focused on time and money back then! Since our budgets were kind of tight, we worked really hard in the studio and spent long days to get things done.

When we recorded Eld, we had moved to Bergen, so we could spend a little more time recording the album, less stress you know. But, to be honest, we were not that focused in those days…. A little too much of certain unhealthy substances in our blood to put it that way. Fortunately, it ended up with a fine album anyway…hehe.

The opening track of Eld, 793 (Slaget om Lindisfarne) lasts 16 minutes. Did you want to push your luck by placing a so long song at the beginning, or was there a reason behind this choice?

Nah, for us that made perfect sense. We never had a goal to make a radio 1 hit anyway. Besides, it’s a great song!

Many people consider your old albums Frost and Vikingligr Veldi as pioneers of the viking metal movement. Do you agree with this viewpoint?

I guess it is, although we stopped using the term “viking metal” a looooong time ago. We really don’t wanna be associated with those bands wearing fur, plastic helmets with horns and plays accordian and songs about getting drunk on mead and rape nuns for fun. For us “viking metal” was something else. It was a hint towards the mythology, philosophy and Rune magic.

Have you been influenced, perhaps at early stages, by Bathory’s albums? What do you think about Quorthon’s works?

We love Bathory of course! Huge source of inspiration there. Me and Ivar usually listen to Hammerheart and Twilight Of The Gods every single weekend while pouring down beers! Fantastic times!

Bathory and Enslaved are seen as fathers of viking metal. The sound is different, but you both created a movement that subsequently inspired many bands. How do you feel when some bands mention you as their source of inspiration? Are you aware that you have created something new and original?

That feels great of course, it’s a real honour! A couple of years back an Enslaved tribute album was released too. Really cool to hear other bands making our songs their own!
At the same time it feels a bit weird; that we have been around for so many years that tribute albums are popindustrien up…hehe.

You played Led Zeppelin’s Immigrant Song on a tv show a few years ago. I wonder if you did it because it is the first rock song related to Vikings, or because you simply love that Led Zeppelin’s track.

We played Immigrant Song because we’re all huge fans of Led Zeppelin of course! It’s one of the most important bands in the history of rock! That the song deals about Icelandic Vikings is a mere coincidence. Led Zeppelin wrote lyrics about all kinds of stuff actually, even Lord Of The Rings related lyrics! So the black metal bands were not the first ones there either… eheh.

As you may have noticed, in recent years Norse culture/mythology is spreading widely thanks to the tv series Vikings. Do you think it is a good thing that centuries of history are “shown” so easily on television, or could someone be annoyed by all this interest in a foreign culture that is often also misconceived?

That TV-show is perhaps the lamest thing I’ve ever seen. I accidentally saw one episode, and I will rather walk backwards on stilts through the Gobi desert with only Mountain Dew to drink, before I watch another episode.

I defined the beautiful Skuggsjá’s debut as the perfect mix between Enslaved and Wardruna. Do you agree with me, or do you think it is a reductive viewpoint?

I agree, it’s a great album! And I guess that was the initial idea too, a fusion beetween Ivar and Einar’s music. But then again, it’s their project, so I’m really not the man to answear that question properly!

Your lyrics have always talked about mythology and runes and even your recent albums include strong references to these topics. Nevertheless, something has changed: the approach. After all, it is normal to have different points of view and ways of expressing oneself at 20 and 40. How have Enslaved’s lyrics evolved so far?

Well, in the beginning they were more sort of curious, kinda “outside looking in”. Today, when we are much more rooted in the mythology, it’s more like the opposite, “inside looking out”, so to speak. It is more our own thoughts and interpretation of the mythology nowadays, compared with our earliest efforts. They are more methaphorical and philosophical now, if I may say so.

With regard to runes, what do you think about the work done by Einar Selvik and Wardruna? I have been studying for weeks the content of the three albums he released and, in my opinion, all the work is accurate and smart!

I like Wardruna a lot. Einar is a very skilled musician and lyricist. Everything he does, he does thoroughly. He is a clever guy, no doubt about it, and I think he deserves the success he’s having now.

What are runes for you? I saw, for example, that Grutle’s jeans have some patches with runes depicted… How does it feel to see a so powerful symbol at the mercy of everyone, especially of people who ignore its meaning?

The runes, and the sigils (binding runes) are personal talismans to me, so it really doesn’t matter if people ignore them or not. People of today are not exactly known for paying much attention anyway, are they? The runes brings me confidence and strenght

Thanks for the interview and please, greet your Italian fans. I hope that we do not have to wait another 20 years to see you again in Rome!

Come on man, it was only 19 years abcense…hehe. But seriously, we would love to come back soon! It was a great evening!! Forza Italia!!!