Helheim – landawarijaR

Helheim – landawarijaR

2017 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Reichborn: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Ymr – 2. Baklengs Mot Intet – 3. Rista Blodørn – 4. landawarijaR – 5. Ouroboros – 6. Synir Af Heidindomr – 7. Enda-dagr

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Quando gli Helheim annunciano l’uscita del nuovo disco si va incontro in maniera automatica a un dubbio e a una certezza. Il dubbio riguarda l’indirizzo musicale intrapreso dal combo norvegese, la certezza è sulla qualità della proposta, qualunque essa sia. É così praticamente da sempre e anche con il nuovo landawarijaR, nono full-length per i pionieri del viking metal, questa “regola” viene rispettata.

La seconda parte della carriera di H’grimnir e soci ha visto il sound mutare e maturare dal classico viking metal feroce e black oriented verso un qualcosa di maggiormente progressivo e personale, influenzato da elementi al di fuori dell’heavy metal ma comunque oscuro e minaccioso come lo erano i vecchi Jormundgand e Blod & Ild. Tutto questo fino al precedente raunijaR, possibile punto di arrivo di un’evoluzione sorprendente e spavalda. Difficile fare meglio proseguendo quella via, si pensava, e sbagliavamo tutti. landawarijaR è ancora più estremo in fatto di ricerca musicale, vario come nessun altro capitolo della ricca discografia degli Helheim, sfacciato nel proporre qualcosa che nessuno aveva mai osato. Senza tirarla per le lunghe, nella title-track è presente il tema portante di Impressioni Di Settembre della PFM, gruppo progressive rock italiano che in passato ha suonato in giro per il mondo in festival da urlo (per citarne uno: Charlotte Speedyway, Califiornia, nel 1974 con 250.000 spettatori), entrando nella classifica Billboard dei dischi più venduti in America (l’album Cook, sempre del 1974) e di fatto influenzando una miriade di musicisti. Un manipolo di questi risiede in Norvegia e se oggi passiamo ore ascoltando i capolavori di Borknagar, Enslaved ed Helheim lo dobbiamo anche al talento di Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (battieria) e Mauro Pagani (flauto e violino) e alla scena italiana (in particolare Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme) che all’epoca era rispettata e seguita con interesse.

Oltre alla bella title-track, come suona landawarijaR? Dannatamente Helheim: cupo e a tratti asfissiante, capace di grandi aperture melodiche e inaspettati break strumentali di grande gusto. I cinquantasei minuti del cd sono introdotti da Ymr, mid-tempo dal doppio cantato pulito e scream, traccia che alterna vari umori ma tenuta unita dal tipico sound dei vichinghi Helheim. Tempi frenetici e urla infernali per l’ottima Baklengs Mot Intet, epica e coinvolgente sia nelle parti violente che nei momenti più ragionati e “melodici”, vicina stilisticamente ai vecchi dischi pur mostrando una certa varietà stilistica di non poco conto. Negli otto minuti abbondanti di Rista Blodørn troviamo di tutto: ritmiche black metal, arpeggi post-rock, riff epici, urla primitive e melodie accattivanti. Con la title-track, però, si entra direttamente nella Valhalla. Tutti gli strumenti danno il meglio di sé, con le chitarre grandi protagoniste tra grandiosi riff in tremolo picking e la già citata melodia di Impressioni Di Settembre, qui proposta in varie forme e tonalità per diversi – piacevolissimi – minuti. Questo giusto tributo alla grande musica italiana è un onore e dovrebbe far riflette le persone che ignorano quanto di buono è uscito (e continua a uscire) dalle sale prove italiane. Il serpente che si morde la coda, creando in questa maniera un cerchio, è il protagonista di Ouroboros, brano che sembra diviso in due: da una parte c’è l’aspetto musicale, freddo e distaccato, dall’altro il cantato pulito (quasi liturgico) e in scream (tagliente negli interventi). Il risultato è bello ma ostico al tempo stesso, probabilmente la composizione più azzardata ed estrema di landawarijaR. Synir Af Heidindomr è una traccia molto diretta grazie soprattutto all’interpretazione vocale senza fronzoli e spartana, ma aggiunge poco a quanto già di buono detto nei precedenti capitoli. Il mid-tempo Enda-dagr chiude con eleganza il cd, con gustosi riff di chitarra e arpeggi crunchosi dalla forte personalità.

L’aspetto lirico è come sempre di grande importanza: il retaggio “norse” è presente ed è possibile percepirlo anche solo ascoltando la musica. Le rune e il loro significato sono protagoniste, rese dagli Helheim elementi fondamentali da incorporare nella vita moderna.

La produzione è perfetta per la musica proposta, potente ma non plasticosa, old style ma precisa e sporca al tempo stesso. Infine, una curiosità sui tanti ospiti presenti tra i solchi delle canzoni: tra i vari cantanti (William Hut, Morten Egeland, Pehr Skjoldhammer, Bjornar E Nilsen) spunta il nome di Ottorpedo, un comico rock norvegese che ha pubblicato diversi cd (?!).

landawarijaR è il “classico” album degli Helheim, con tutti i pregi e le caratteristiche che da anni li rende unici nel panorama viking metal. Il tributo all’Italia è un di più che fa piacere, ma anche se non ci fosse stato il nuovo disco di V’gandr e soci sarebbe stato comunque imperdibile per gli appassionati del genere.

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Intervista: Enslaved

Avere l’opportunità di intervistare la band che insieme ai Bathory ha creato il viking metal non è cosa di tutti i giorni. Tanto più che Grutle Kjellson (il quale ha risposto alle mie domande) e soci non si concedono tanto spesso per interviste e chiacchiere after show. Per l’occasione ho deciso di rimanere in tema con il sito e indagare sul passato della band, ma anche su alcuni argomenti a loro “vicini” come le rune, i Wardruna e la serie televisiva Vikings.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Flavia Di Luzio per la traduzione delle domande dall’italiano all’inglese.

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Avete da poco terminato il tour, siete soddisfatti di come è andato? Ho assistito alla data di Roma e la risposta del pubblico è stata molto calda e devo dire di aver assistito a un grande concerto!

Grazie, è stato davvero un grande tour per noi con buon pubblico, energia e atmosfera. É stato figo suonare nuovamente alcuni show nei club in Italia! Non ne facevamo da un po’, solo alcuni festival qua e là.

Nei concerti di questo tour suonate dei brani molto vecchi come Fenris e Heimdallr che s’incastonano alla perfezione col materiale più recente. Pensate quindi che ci sia un filo conduttore che porta da Vikingligr Veldi a In Times?

Assolutamente, benché il nostro materiale si è evoluto e cambiato nel corso degli anni, c’è ancora quel filo conduttore attraverso tutte le nostre canzoni. Gli Enslaved saranno sempre gli Enslaved.

Allfǫðr Oðinn è un brano del 1993, eppure quando lo suonate in concerto non dimostra gli oltre 20 anni di vita. Mi domando se siete bravi voi a farlo suonare attuale, oppure se la canzone è talmente buona che necessita solo di un sound potente come voi avete nei live.

Credo che sia una di quelle canzoni senza tempo. Ha quel feeling groovy rock’n roll ed è una canzone che ha effettivamente funzionato con tutte le line-up. Mi piace ancora suonare quella canzone dopo tutti questi anni. É molto cruda ed energica.

Siete una delle poche band della vecchia guardia che ancora riesce a pubblicare album dal sound fresco pur avendo un legame col vecchio materiale. Come siete arrivati a questo punto e cosa vi rende sempre così freschi?

Penso che sia così perché ancora abbiamo piacere nel creare musica, tentiamo sempre di fare musica che noi per primi vorremmo ascoltare, è piuttosto semplice in realtà. Non abbiamo mai fatto musica per piacere a qualcuno, ma solamente a noi stessi. É sempre stato semplice e reale. Ci piace anche suonare in concerto! Posso vivere senza tutti i viaggi, ma ancora ho piacere nel suonare dal vivo!

RIITIR e In Times stupiscono per la qualità delle canzoni, sono due grandi album! Ma stupisce ancora di più il sound che miscela sapientemente sonorità attuali con quelle del vostro passato. Come si svolge la fase di scrittura e ci sono delle regole che vi siete dati?

Sono contento che ti piacciano. Regole? Oh no! Ma c’è un processo: Ivar crea I riff e registra i demo con la drum machine, poi iniziamo a lavorare sugli arrangiamenti, voci, assoli, line di basso, tastiera ecc. Poi mettiamo tutto insieme in sala prove. Per Riitir e In Times abbiamo perfino registrato batteria, basso e chitarra ritmica live in studio (nel senso di tutti e tre gli strumenti insieme, ndMF). Questo ha decisamente dato alle cose un tocco dinamico e reso il suono più organico rispetto alla maggior parte delle registrazioni odierne.

Cosa ricordate delle sessioni di registrazione di Frost e di Eld?

Abbiamo registrato Frost nell’estate del 1994, ricordo che abbiamo festeggiato molto! Ricordo me e Abbath ubriachi di whisky una notte durante le sessioni di registrazione, eravamo nel giardino dei suoi genitori e vomitavamo l’anima. Sono sicuro che fu uno spettacolo. A parte questo, mi ricordo di come allora eravamo molto concentrati sul tempo e sul denaro! Dato che il nostro budget era limitato, abbiamo lavorato duramente in studio e abbiamo trascorso lunghe giornate per fare le cose bene.

Quando abbiamo registrato Eld, ci siamo trasferiti a Bergen, così abbiamo potuto trascorrere un po’ di tempo in pià a registrare l’album, meno stress, se mi spiego. Ma, a essere onesti, non eravamo molto concentrati in quei giorni… Mettiamola così: avevamo un po’ troppe sostanze malsane nel nostro sangue. Fortunatamente abbiamo comunque realizzato un bell’album eheheh.

Il brano di apertura di Eld, 793 (Slaget om Lindisfarne), dura ben 16 minuti: avete voluto sfidare la sorte piazzando una canzone così lunga all’inizio o c’era un motivo preciso dietro questa scelta?

No, per noi aveva perfettamente senso. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo di fare una hit radio in ogni caso. Inoltre è una grande canzone!

I vostri vecchi dischi Frost e Vikingligr Veldi sono ritenuti da molti come i primi del movimento viking metal: siete d’accordo con questo punto di vista?

Credo che sia così, anche se abbiamo smesso di utilizzare il termine “viking metal” mooolto tempo fa. Davvero non vogliamo essere associati a questi gruppi vestiti di pelliccia, con corna ed elmi di plastica che suonano la fisarmonica con canzoni che parlano di ubriachi di idromele e di violentare suore per divertimento. Per noi il “viking metal” è stato un’altra cosa. É stato un passo verso la mitologia, la filosofia e la magia delle rune.

Siete stati influenzati, magari a inizio carriera, dai dischi di Bathory? Cosa pensate del lavoro svolto da Quorthon?

Naturalmente amiamo Bathory, grande fonte d’ispirazione. Io e Ivar eravamo soliti ascoltare Hammerheart e Twilight Of The Gods ogni singolo fine settimana mentre buttavamo giù birre a dirotto, che periodo fantastico!

Bathory ed Enslaved sono considerati i padri del viking metal. Entrambi, pur suonando in maniera differente, avete creato un movimento che successivamente ha ispirato tantissime band. Come vi sentite quando dei gruppi vi citano come fonte d’ispirazione, e pensate anche voi di aver creato qualcosa di nuovo e originale?

Naturalmente ci fa grande piacere, è un vero onore! Un paio di anni fa è stato anche pubblicato un tributo agli Enslaved (si riferisce al doppio cd del 2012 “Önd – A Tribute To Enslaved” con Dordeduh, Fen, Vreid, Belenos ecc., ndMF). Veramente figo ascoltare altri gruppi rifare le nostre canzoni! Allo stesso tempo ci si sente strani, siamo in giro da così tanti anni che gli album tributo sono “popindustrien” eheh.

Avete suonato Immigrant Song dei Led Zeppelin in uno show televisivo di qualche anno fa. Lo avete fatto perché è la prima canzone rock a parlare di vichinghi oppure perché semplicemente amate quella canzone dei Led Zeppelin?

Abbiamo suonato Immigrant Song perché chiaramente siamo grandi fan dei Led Zeppelin! Una delle più importanti band nella storia del rock! Che poi la canzone tratti di vichinghi islandesi è una semplice coincidenza. I Led Zeppelin hanno scritto testi di tutti i tipi in realtà, anche su Il Signore degli Anelli! Così le black metal band non sono arrivate prime neanche lì eheh. (a tal proposito, date uno sguardo al mio secondo libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo, ndMF)

Come avrete notato, in questi ultimi anni la cultura/mitologia norrena si sta diffondendo molto anche grazie alla serie tv Vikings. Pensate sia un bene che secoli di storia vengano “offerti” così facilmente in televisione, oppure può dare fastidio tutto questo interesse per una cultura non propria e spesso storpiata?

Questo spettacolo televisivo è forse il più noioso che abbia mai visto. Ho accidentalmente visto un episodio, e piuttosto che vederne un altro cammino all’indietro sui trampoli nel deserto dei Gobi con solamente la Mountain Dew (una bevanda gasata che immagino non sia di suo gradimento, ndMF).

Ho definito il bellissimo esordio degli Skuggsjá come il perfetto mix tra Enslaved e Wardruna. Concordate con me o la trovate riduttiva?

Sono d’accordo, è un grande album! E credo che fosse l’idea iniziale, la fusione tra la musica di Ivar ed Einar. Ma poi di nuovo, è il loro progetto, non sono la persona adatta per rispondere correttamente a questa domanda!

Avete sempre trattato di mitologia e rune nei vostri testi, e anche negli ultimi dischi ci sono dei chiari riferimenti a questi temi. Quel che è cambiato è però l’approccio, perché è normale avere punti di vista e modi di esprimersi differenti a 20 e a 40 anni. Come si sono evoluti i testi degli Enslaved fino a oggi?

All’inizio erano più una sorta di curiosità, tipo “guardare cosa c’è dentro”. Oggi che siamo più radicati nella mitologia, è più come il contrario, “dentro guardando fuori”, per così dire. Si tratta di più dei nostri pensieri e interpretazioni della mitologia al giorno d’oggi, rispetto ai nostri primi tentativi. Oggi sono più metaforici e filosofici, se così posso dire.

A proposito di rune, cosa pensate del lavoro svolto da Einar Selvik e dei suoi Wardruna? Sono settimane che sto studiando quello che ha fatto nei tre dischi pubblicati e trovo tutto il lavoro preciso e intelligente!

Mi piacciono molto i Wardruna. Einar è molto abile come musicista e paroliere. Tutto quello che fa, lo fa davvero bene. Lui è un ragazzo intelligente, non ci sono dubbi su questo, e penso che si meriti il successo che sta avendo ora.

Cosa rappresentano le rune per voi? Ho visto, ad esempio, che Grutle ha delle toppe con le rune attaccate ai jeans… Che effetto fa vedere un simbolo tanto potente alla mercé di tutti, in particolare delle persone che ne ignorano il significato?

Le rune e i sigilli (le rune vincolanti) sono talismani personali per me, davvero non mi interessa se le persone li ingnorano o no. La gente di oggi, comunque, non è proprio conosciuta per prestare attenzione, no? Le rune mi danno coraggio e forza.

Grazie per l’intervista, salutate i vostri fan italiani e speriamo di non dover attendere altri 20 anni per vedervi di nuovo a Roma!

Coraggio amico, sono stati solo 19 anni di assenza, eheh. Seriamente, ci piacerebbe tornare presto! E’ stata una grande serata! Forza Italia! 

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ENGLISH VERSION:

The website I run is focused on folk/viking metal, so I will ask you many questions about the old albums.

Your tour has just ended. Are you satisfied with the outcome? I attended the gig in Rome and the audience was very warm. It was undoubtedly a great show!

Thanks, it was a really great tour for us with good attendence, energy and atmosphere. It was cool to play some club shows in Italy again! We haven’t done that in a while, only some festivals here and there.

During the tour, you played very old songs, such as Fenris and Heimdallr, which interweave perfectly with the most recent material. Do you think there is a common thread that runs from Vikingligr Veldi to In Times?

Absolutely, although our material has evolved and changed over the years, there is still that red thread through all our songs. Enslaved will always be Enslaved.

The song Allfǫðr Oðinn was released in 1993, but when you play it live it does not sound so dated. I wonder if you are so skilled at making it sound brand new, or if the song is so beautiful that it just needs a powerful sound like the one that characterizes your live performances.

That songs is one of those timeless songs I guess. It has that groovy rock’n roll feel to it and that is one of the songs that had actually worked with all our line ups too. I still like to perform that song after all these years. It’s very raw and energetic

You are one of the few bands of the old guard that still manages to release fresh albums with a strong bond to the old material. How did you reach this stage in your career? How do you manage to stay fresh?

I think it’s because we still enjoy to create music, we always try to make music we would have wanted to listen to ourselves, pretty simple really. We’ve never made music to please anyone but ourselves really. It’s always been heartfelt and real. We also enjoy to play live! I can live without all the travelling, but I still enjoy to perform!

RIITIR and In Times are definitely surprising with regard to the quality of songs. They are two great albums! I am even more amazed by the sound that harmoniously blends a fresh attitude with your typical melodies. How does the writing process work? Do you follow any rules?

I’m glad you enjoy them. Rules? Oh no! But there is a process; Ivar makes the riffs and records demos with programmed drums, then we start working on the arrangements, vocals, leads, bass lines, keys etc. Then we put everything together in the rehearsal space. On Riitir and In Times, we even recorded the drums, bass and the rythm guitar live in studio. That definately gave things a dynamic touch and made it sound a lot more organic than most recordings nowdays.

What do you remember about the recording sessions of Frost and Eld?

We recorded Frost in the summer of 1994, so I remember that we partied a lot! I remember that me and Abbath got drunk on whisky one night during the sessions and stood in his parents garden blewing flames out of our mouths… I’m sure that was quite a sight.
Apart from that, I remember that we were really focused on time and money back then! Since our budgets were kind of tight, we worked really hard in the studio and spent long days to get things done.

When we recorded Eld, we had moved to Bergen, so we could spend a little more time recording the album, less stress you know. But, to be honest, we were not that focused in those days…. A little too much of certain unhealthy substances in our blood to put it that way. Fortunately, it ended up with a fine album anyway…hehe.

The opening track of Eld, 793 (Slaget om Lindisfarne) lasts 16 minutes. Did you want to push your luck by placing a so long song at the beginning, or was there a reason behind this choice?

Nah, for us that made perfect sense. We never had a goal to make a radio 1 hit anyway. Besides, it’s a great song!

Many people consider your old albums Frost and Vikingligr Veldi as pioneers of the viking metal movement. Do you agree with this viewpoint?

I guess it is, although we stopped using the term “viking metal” a looooong time ago. We really don’t wanna be associated with those bands wearing fur, plastic helmets with horns and plays accordian and songs about getting drunk on mead and rape nuns for fun. For us “viking metal” was something else. It was a hint towards the mythology, philosophy and Rune magic.

Have you been influenced, perhaps at early stages, by Bathory’s albums? What do you think about Quorthon’s works?

We love Bathory of course! Huge source of inspiration there. Me and Ivar usually listen to Hammerheart and Twilight Of The Gods every single weekend while pouring down beers! Fantastic times!

Bathory and Enslaved are seen as fathers of viking metal. The sound is different, but you both created a movement that subsequently inspired many bands. How do you feel when some bands mention you as their source of inspiration? Are you aware that you have created something new and original?

That feels great of course, it’s a real honour! A couple of years back an Enslaved tribute album was released too. Really cool to hear other bands making our songs their own!
At the same time it feels a bit weird; that we have been around for so many years that tribute albums are popindustrien up…hehe.

You played Led Zeppelin’s Immigrant Song on a tv show a few years ago. I wonder if you did it because it is the first rock song related to Vikings, or because you simply love that Led Zeppelin’s track.

We played Immigrant Song because we’re all huge fans of Led Zeppelin of course! It’s one of the most important bands in the history of rock! That the song deals about Icelandic Vikings is a mere coincidence. Led Zeppelin wrote lyrics about all kinds of stuff actually, even Lord Of The Rings related lyrics! So the black metal bands were not the first ones there either… eheh.

As you may have noticed, in recent years Norse culture/mythology is spreading widely thanks to the tv series Vikings. Do you think it is a good thing that centuries of history are “shown” so easily on television, or could someone be annoyed by all this interest in a foreign culture that is often also misconceived?

That TV-show is perhaps the lamest thing I’ve ever seen. I accidentally saw one episode, and I will rather walk backwards on stilts through the Gobi desert with only Mountain Dew to drink, before I watch another episode.

I defined the beautiful Skuggsjá’s debut as the perfect mix between Enslaved and Wardruna. Do you agree with me, or do you think it is a reductive viewpoint?

I agree, it’s a great album! And I guess that was the initial idea too, a fusion beetween Ivar and Einar’s music. But then again, it’s their project, so I’m really not the man to answear that question properly!

Your lyrics have always talked about mythology and runes and even your recent albums include strong references to these topics. Nevertheless, something has changed: the approach. After all, it is normal to have different points of view and ways of expressing oneself at 20 and 40. How have Enslaved’s lyrics evolved so far?

Well, in the beginning they were more sort of curious, kinda “outside looking in”. Today, when we are much more rooted in the mythology, it’s more like the opposite, “inside looking out”, so to speak. It is more our own thoughts and interpretation of the mythology nowadays, compared with our earliest efforts. They are more methaphorical and philosophical now, if I may say so.

With regard to runes, what do you think about the work done by Einar Selvik and Wardruna? I have been studying for weeks the content of the three albums he released and, in my opinion, all the work is accurate and smart!

I like Wardruna a lot. Einar is a very skilled musician and lyricist. Everything he does, he does thoroughly. He is a clever guy, no doubt about it, and I think he deserves the success he’s having now.

What are runes for you? I saw, for example, that Grutle’s jeans have some patches with runes depicted… How does it feel to see a so powerful symbol at the mercy of everyone, especially of people who ignore its meaning?

The runes, and the sigils (binding runes) are personal talismans to me, so it really doesn’t matter if people ignore them or not. People of today are not exactly known for paying much attention anyway, are they? The runes brings me confidence and strenght

Thanks for the interview and please, greet your Italian fans. I hope that we do not have to wait another 20 years to see you again in Rome!

Come on man, it was only 19 years abcense…hehe. But seriously, we would love to come back soon! It was a great evening!! Forza Italia!!!

Helheim – raunijaR

Helheim – raunijaR

2015 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vgandr: voce, basso – H’grimnir: chitarra, voce – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Helheim 9 – 2. raunijar – 3. Åsgards Fall III – 4. Åsgards Fall IV – 5. Oðr

helheim-raunijar Quattro anni dopo la pubblicazione del quadrato Heiðindómr ok mótgangr, gli scandinavi Helheim tornano sul mercato con un lavoro che può essere definito senza alcun timore come sperimentale. raunijaR è il prodotto di anni di ricerca sonora e volontà di andare avanti, cosa che stupisce dato che i quattro norvegesi non si sono mai distinti per sperimentazioni e proposte innovative. Anzi, sono sempre stati visti come delle colonne viking/black testardamente legate alla tradizione, volenterose di non distaccarsi dalle origini più estreme del genere. Ascoltando il debutto Jormundgand e i successivi album in studio é possibile notare la maturazione della band, sempre più padrona degli strumenti e capace di rendere concrete le idee con grande precisione, ma mai prima di oggi gli Helheim si erano spinti tanto in avanti come con il presente raunijaR. Senza tanti giri di parole, se non ci fosse il nome sulla confezione del cd, in più di un’occasione sarebbe difficile riconoscere in questi quarantuno minuti il sound degli Helheim.

Cosa è successo in quattro anni e cosa contiene di tanto “strano” raunijaR? In verità non si tratta di nulla di eclatante se lo avessero fatto gli Enslaved, una band che nel corso degli anni ha abituato il pubblico a cambi di stile e influenze progressive, ma il disco è marchiato Helheim e non può non fare piacere constatare come una formazione storica e importante non abbia paura di apportare novità nel proprio sound. Al classico viking di matrice black è possibile scorgere intensi momenti soft, voci clean, sonorità insospettabili e una voglia di non accettare il classico concetto di canzone strofa-bridge-ritornello.

C’è subito da dire che il sound di raunijaR è di tutto rispetto. Bjørnar Erevik Nilsen (Taake, Skuggsjá, Mistur, Galar ecc.) si è occupato delle fasi di registrazione presso i Conclave & Earshot Studio, mentre il mastering è toccato a Herbrand Larsen, tastierista degli Enslaved e al lavoro anche con Gorgoroth, Demonaz, Taake e Wardruna.

La prima delle cinque tracce che compongono raunijaR è Helheim 9, brano che inizialmente vede protagoniste chitarre acustiche, scacciapensieri e voci pulite molto belle. La seconda parte della canzone è ritmata grazie all’ingresso della batteria e del basso, con l’aggiunta del violino e alcune contro-voci che danno profondità alla composizione. La titletrack è un up-tempo devastante, dal classico andare viking/black caro agli Helheim, a sorprendere positivamente è il potente stacco a metà canzone, tanto semplice quanto efficace per creare tensione prima che l’orda nordica riparta a gran velocità tra urla lancinanti e il drumming scatenato di Hrymr. La lunghissima (12:25 di durata) Åsgards Fall III (seguito delle tracce presenti nell’EP Åsgards Fall) è introdotta da un arpeggio di chitarra acustica che lascia il passo a un riff pachidermico e semi distorto che cresce lentamente e introduce la voce – anche in questo caso pulita – per un sound assolutamente epico. Con il passare dei minuti la musica cresce d’intensità, la voce clean lascia spazio allo scream e i riff di chitarra si fanno affilati come asce bipenne in grado di staccare la testa del nemico in un solo colpo. La violenza sembra la via da percorrere, ma Åsgards Fall III torna presto al semi-distorto, con l’aggiunta di chitarre vagamente post rock nel finale, che mai nessuno avrebbe mai potuto immaginare in un disco degli Helheim. Åsgards Fall IV è la naturale conclusione musicale-lirica di quanto iniziato nell’EP del 2010 precedentemente menzionato: anche in questo caso la band di Bergen preferisce il mid-tempo abbinato a voci pulite (sempre molto efficaci ed evocative), prima dello stacco acustico di metà canzone e conseguente ripartenza sempre all’insegna del mid-tempo, anche se le chitarre cambiano i giri rispetto alla prima parte e il basso pulsa in maniera strepitosa, come un vero cuore norvegese. Oðr è l’ultimo pezzo in scaletta, una creatura da oltre dieci minuti di lunghezza, epica e sporca al tempo stesso, ricca di phatos e intuizioni degne di nota come le melodie delle chitarre – una per lato – e il violino nella parte conclusiva.

Tra i Bathory più solenni e gli Enslaved meno intricati, gli Helheim hanno messo in questo raunijaR tutto quello che avevano dentro, e il risultato è sorprendente: un ottimo disco a dir poco epico, forse dal sapore nostalgico del tempo che fu, ma in grado di guardare avanti senza timore o incertezze.

Mistur – In Memoriam

Mistur – In Memoriam

2016 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Oliver Øien: voce – Stian Bakketeig: chitarra – André Raunehaug: chitarra – Bjarte Brellid: basso – Tomas Myklebust: batteria – Espen Bakketeig: tastiera, voce

Tracklist: 1. Downfall – 2. Distant Peaks – 3. Firstborn Son – 4. Matriarch’s Lament – 5. The Sight – 6. Tears Of Remembrance

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Attende, disco d’esordio dei norvegesi Mistur, è stato un vero colpo al cuore, in grado di risvegliare dallo stato di torpore gli amanti del sognametal ad anni di distanza dalla tragica scomparsa del mai abbastanza compianto Valfar, mente dei Windir. Ci sono voluti ben sette anni per poter ascoltare la seconda opera della formazione proveniente da Kaupanger, In Memoriam, un lavoro lungo cinquantacinque minuti diviso in appena sei capitoli.

La curiosità è tanta e la domanda è solo una: come suonano i Mustur del 2016? Da Attende di tempo ne è passato e la band, com’è normale che sia, ha un approccio diverso come In Memoriam testimonia. Si può azzardare dicendo che questo sia un lavoro migliore del debutto, pur suonando differente? Difficile da stabilire, ma si può tranquillamente dire che In Memoriam è un cd di grande qualità tanto quanto lo è Attende, solo che l’effetto che ne scaturisce l’ascolto è certamente ampliato dagli anni dell’attesa. Questo è un disco di puro sognametal, sotto-genere sconosciuto ai più, suonato da pochissime band tutte provenienti dalla stessa zona della Norvegia, Sogndal.

Downfall è l’apertura perfetta: la tensione sale filo a sfociare nell’urlo liberatorio di Oliver Øien, mentre la band sfida l’inferno con riff gelidi e ritmiche furiose… il ritorno dei Mistur non poteva essere migliore! Sette minuti di melodie sognanti, malinconiche ed epiche al tempo spesso, impreziosite dal drumming chirurgico di Tomas Myklebust e dalla presenza delle clean vocals nei momenti migliori. La violenza di Distant Peaks è quasi spaventosa; ci pensano le tastiere a donare quel tocco symphonic black metal di tre lustri fa che, unito alla melodia di fondo, rendono il tutto accattivante fino allo stacco a metà canzone, soft e raffinato, dal retrogusto progressive. La ripresa delle ostilità mostra i Mistur molto vicini ai maestri Opeth del periodo Blackwater Park: un sound inaspettato, che la formazione norvegese riesce a gestire e rendere proprio. Le ritmiche assassine proseguono in Firstborn Son, up-tempo che non disprezza rallentamenti e momenti meno estremi. La parte strumentale a metà brano suona fresca e diversa da tutto quello che si sente nel genere viking/black per riff di chitarra e approccio alla composizione. Le urla animalesche di Oliver Øien ci fanno sprofondare nell’abisso del terrore mentre il pulito di Espen Bakketeig riporta alla mente alcune sonorità di Vintersorg e Borknagar. L’intro di tastiera spiana la strada alla furia di Matriarch’s Lament, black metal melodico che vede un ottimo alternarsi di partiture violente ad altre maggiormente orecchiabili e vagamente progressive, in sintonia con il concept che muove In Memoriam, ovvero con il ragazzo che attende paziente la propria vendetta, ricordando la distruzione della propria fattoria e l’uccisione di tutti i cari. La prova dei musicisti è eccellente e la lunga parte strumentale è la ciliegina sulla torta per una canzone che mostra i Mistur più sperimentali e senza paura. Il cd si conclude con due brani da oltre undici minuti l’uno: The Sight e Tears Of Remembrance. Il primo è pezzo quadrato con dei giri di chitarra che oltrepassano i limiti del black per approdare verso fraseggi freschi e poco noti a queste altitudini, dove la tastiera di Bakketeig dona un sapore seventies con brevi e mirati interventi. La conclusiva e “quasi” strumentale Tears Of Remembrance sfoggia una malinconia che trafigge il cuore, eco lontano di un tempo che non tornerà, tempo che porta via i nostri cari senza preavviso. I numerosi riff spaziano fra tristi melodie e accattivanti muri sonori dettati dalla possente sezione ritmica, i blast beat e le poche grida di Øien lasciano il palcoscenico a una sorta di ritornello con Bakketeig che sfodera un’interpretazione e una linea vocale da urlo.

Alla musica sopraffina si aggiungono l’ottimo artwork opera dell’artista Bjarne Egge, autore anche del dipinto utilizzato come copertina, e la produzione di Espen Bakketeig e Ole Hartvigsen (ex Mistur, dal 2010 con i Kampfar), nitida e aggressiva, ideale per questo tipo di sonorità. Il missaggio è stato affidato a Bjørnar Erevik Nilsen (Helheim di raunijar, Galar di De Gjenlevende ma anche Taake, Ov Hell, Skuggjsá ecc.) e il risultato è impeccabile.

Ci sono voluti ben sette anni, ma il ritorno di Espen Bakketeig (eccezionali i suoi interventi di voce pulita) e soci è di quelli che non passa inosservato. Tutto suona perfetto, la musica avvolge e incatena l’ascoltatore, i cinquantacinque minuti del cd sono colmi di sensazioni fortissime e quando si arriva alle ultime note di Tears Of Remembrance si ha la necessità di premere nuovamente play e immergersi un’altra volta in questo capolavoro sognametal. L’unica cosa che a questo punto ci si può augurare, è di non dover attendere altri sette anni per ascoltare un nuovo disco dei Mistur. In Memoriam è un cd che sfiora la perfezione, da ascoltare e amare.

Ereb Altor – Gastrike

Ereb Altor – Gastrike

2012 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, basso, tastiera – Ragnar: voce, chitarra, basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. The Gathering Of Witches2. Dance Of Darkness3. Dispellation4. Boatmans Call5. The Mistress Of Wisdom6. I Djupet Så Svart7. Seven

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C’era una volta, nel lontano nord Europa, un gruppo di due ragazzi che ogni giorno glorificava il sacro verbo di Quorthon ascoltando i suoi dischi, parlando in ogni occasione possibile della sua bravura e anche suonando musica propria sulla scia dei Bathory. Questo gruppo, che si chiama Ereb Altor, era talmente preso dal viking più epico al punto da pubblicare un paio di album di onesto heavy metal di stampo vichingo con forti richiami doom (cosa questa che, essendo i due ragazzi i responsabili della doom metal band Isole, era piuttosto preventivabile) proprio seguendo le orme dei Bathory più orgogliosamente nordici e atmosferici. Non soddisfatti, i due non mancavano intervista per sottolineare come avrebbero voluto suonare insieme al padre del viking se solo fosse ancora possibile, rimarcando l’immortalità dei suoi dischi ed il dovere di farli ascoltare alle nuove generazioni prive di basi musicali degne di nota e figlie dell’mp3 facile.

Gli Ereb Altor sono nati nel 2003 – parole loro – per omaggiare Bathory, per la soddisfazione degli amanti del bardo norvegese che annuivano compiaciuti ascoltando i loro lavori e dei nuovi giovani adepti che successivamente si sarebbero dedicati anima e corpo alla causa del viking metal. Fino a quando, un brutto giorno di qualche tempo fa, fecero capolino in sala prove le “cattive” influenze black metal, talmente forti e feroci da impossessarsi completamente della fase di scrittura, cacciando in malo modo l’epicità cristallina che caratterizzava il combo di Gävle. La rovina e decadenza di una silenziosa cittadina di campagna o un repentino e inimmaginabile ritorno alla vita dopo anni di tranquilla immobilità? Forse la verità sta nel mezzo, di sicuro la prima cosa che balza all’orecchio è che Gastrike è un album violento, crudo, distante da quello che gli Ereb Altor ci avevano abituato fin dal demo The Awakening del 2003.

Gastrike, edito dall’austriaca Napalm Records, è composto da sette brani, esattamente come i precedenti due lavori, per una durata di quarantacinque minuti. Musicalmente il nuovo lavoro della formazione svedese, per l’occasione diventato trio con l’ingresso del batterista Tord, è una sorta di viking con grosse e imponenti influenze black: pur non perdendo completamente i vecchi riferimenti bathoriani (vedi The Mistress Of Wisdom) gli Ereb Altor suonano cattivi, truci (a tratti ricordano i primi lavori degli Helheim), dove lo spazio per la melodia è ridotto al minimo e il cantato pulito è stato spodestato completamente dallo scream. Nei tanti rallentamenti doom, da sempre loro caratteristica, ora, con il cantato sporco, ricordano i My Dying Bride più disperati, per un risultato spiazzante ma di cristallina qualità.

L’indurimento del sound potrebbe essere la logica conseguenza dei temi trattati nei testi delle canzoni: lyrics ispirate dagli antichi miti, dalle leggende e dalle storie di fantasmi della loro terra. Terrore e incubi, mostri e coraggio mancante, uccisioni e notti senza fine, tutto si riflette nella crudezza delle sette composizioni. Il mid-tempo di The Gathering Of Witches mette in chiaro le cose fin dai primi secondi: urla disperate, chitarre stoppate e la batteria ipnotica non lasciano trasparire altro che sofferenza. L’inizio di Dance of Darkness, scandito da una melodia folk, sembra poter far tornare gli Ereb Altor a suonare come nei precedenti dischi, ma così non è. All’iniziale riff doomish si contrappone la successiva sfuriata black metal, il tutto sempre supportato dal lacerante cantato di Mats e Ragnar. Non tutto è svanito del vecchio modo di comporre, e la parte iniziale di Dispellation lo dimostra. Il brano scorre come in The End, con momenti tipicamente heavy metal e cori epici; l’unica reale differenza sta nel cantato, in quanto il “classico” clean semplice e d’impatto è stato definitivamente messo da parte a favore della rabbia dello scream. Boatmans Call non si discosta molto dalla precedente traccia: le chitarre e la batteria si muovono esattamente nella stessa direzione, con dei cori maggiormente presenti e un cambio di atmosfera dopo circa due minuti e mezzo che sa di lercio e crudele; tempo pochi secondi ed ecco che gli Ereb Altor sfornano uno dei momenti più convincenti dell’intero Gastrike. Note semplici, tempo lineare, ma tanto, tanto buon gusto. Arriva il turno della composizione più lunga del cd, The Mistress of Wisdom è la canzone probabilmente più varia e affascinante del disco. Inizialmente cantata in un clean piuttosto combattivo, presenta dei veri killer riff ben supportati dai cambi di tempo dettati dalla batteria di Tord. Dopo tanta “confusione” c’è spazio per il pianoforte, ma tempo pochi secondi arriva una nuova ventata musicale: l’odore è quello della drammaticità assoluta che i My Dying Bride da oltre venti anni recitano sui palchi di mezzo mondo. I Djupet Så Svart parte maggiormente ritmata rispetto alle altre sei sorelle, il tempo è più elevato e il lavoro svolto dalle chitarre è leggermente diverso e meno incisivo. La prima metà di I Djupet Så Svart è caotica, senza punti di riferimento, mentre l’altra metà è ariosa, con il cantato pulito che può ricordare alcuni act viking metal provenienti dalla fredda Scandinavia. Settimo e ultimo sigillo di Gastrike è Seven, ennesima composizione estrema dove il tremolo picking delle asce gioca un ruolo primario per la riuscita del pezzo. Sembra un brano studiato appositamente per i live, dove l’energia dell’headbanging si affianca alla naturale potenza della canzone. Si conclude in questa maniera, ottima, l’album della forse rinascita degli Ereb Altor, un disco muscoloso ma intelligente, dove i tre musicisti hanno messo anima e corpo per la realizzazione di un concept piuttosto abusato, riuscendo però ad avere un buon risultato.

I suoni sono più grassi e potenti che mai, ogni strumento respira e gode della pulizia dovuta all’ottimo lavoro di Jonas Lindström, che ha registrato il disco nello Studio Apocalypse, e di Thomas “Plec” Johansson (mixing, mastering) al Panic Room.

Gli Ereb Altor compiono una brusca e inaspettata sterzata verso lidi estremi mai esplorati prima (anche se Ragnar, ad esempio, ha fatto parte dei death metallers Theory In Practice), con risultati più che soddisfacenti. Gastrike rappresenta, in conclusione, un lavoro di transizione da quanto fatto a inizio carriera verso sonorità più aggressive ma pur sempre epiche e scandinave, come effettivamente saranno quelle dei successivi Fire Meets Ice e Nattramn. Gastrike è un disco che dopo lo stupore iniziale si lascia ascoltare con piacere.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Skálmöld – Með Vættum

Skálmöld Með Vættum

2014 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra, voce – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra, voce – Snæbjörn Ragnarsson: basso, voce – Jón Geir Jóhannsson: batteria, voce – Gunnar Ben: tastiera, oboe, voce

Tracklist: 1. Að Vori – 2. Með Fuglum – 3. Að Sumri – 4. Með Drekum – 5. Að Hausti – 6. Með Jötnum – 7. Að Vetri – 8. Með Griðungum

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Il terzo disco è quello della verità, si diceva una volta. Con i “tempi moderni” e la fretta di pubblicare qualsiasi cosa il prima possibile, tanti gruppi neanche ci arrivano al terzo disco. Tante se ne sono viste e tante se ne vedranno, di giovani promettenti-inesperte band sciogliersi come neve al sole dopo i primi passi. Tutto questo per gli Skálmöld non vale: loro sono un gruppo diverso, riconosciuto tale fin dalla pubblicazione dell’ottimo Baldur, coraggioso e sfacciato nel proporre un live album con tanto di orchestra (Skálmöld og Sinfóníuhljómsveit Íslands), deciso nel proseguire la carriera nell’insegna della qualità e della personalità. Il terzo full length della formazione islandese, difatti, è un nuovo sigillo viking metal dall’inconfondibile tocco Sigurðsson/Ragnarsson, con tutti gli elementi che hanno portato dei musicisti di Reykjavík a girare meritatamente il mondo.

L’opener Að Vori è una breve e intensa canzone dall’incedere potente e villano, durante la quale è possibile riconoscere il tipico riffing della band e il bellissimo utilizzo delle voci. Proprio le voci sono uno dei punti di forza degli Skálmöld e anche in questo lavoro è stato svolto un ottimo lavoro per valorizzarle e renderle ancora più incisive rispetto al passato. Með Fuglum è un ottimo pezzo vigoroso dove a risaltare è l’epica parte centrale, con le sei corde che creano un tappeto quasi ipnotico prima del veloce assolo vagamente slayeriano. La tastiera di Gunnar Ben è molto importante in Að Sumri, brano elaborato dai diversi umori musicali: accelerazioni e break, assoli di chitarra e melodie malinconiche sono solamente alcuni degli elementi che rendono la canzone avvincente. Með Drekum è sicuramente una delle composizioni meglio riuscite di Með Vættum: gli intrecci delle sei corde sono di grande qualità, i cori maschili in islandese sono quanto di più nordico si possa ascoltare in un disco viking metal, mentre quasi stupisce – in positivo – lo stop’n’go piuttosto “cattivo” che spezza il brano in due. L’inizio folkeggiante e le melodie vocali di Að Hausti sono due perle di questo cd, con il resto che non è da meno, tra chitarre “diverse” dal solito e la voce dell’ottimo Björgvin Sigurðsson in grande evidenza. Giunge quindi il momento di Með Jötnum, quasi dieci minuti di grande classe. Il lungo stacco centrale è a dir poco suggestivo, il contrasto con le parti tirate ed estreme è notevole ed esplicativo circa la bravura dei musicisti islandesi. Að Vetri è un classico brano degli Skálmöld, dall’inizio ritmato e dal proseguo massiccio, durante il quale gli axemen creano un bel wall of sound, ma è con l’accelerazione di metà canzone che i ragazzi danno il meglio: le voci su più livelli e l’assolo di chitarra sono tra le cose migliori del disco. Gli oltre nove minuti di Með Griðungum portano il cd alla conclusione; in questa traccia dalle tinte oscure a risaltare sono i diversi cambi d’umore, e di conseguenza musicali. La parte centrale, sicuramente più aggressiva e dinamica, ben contrasta con l’ultima parte, malinconica e drammatica, influenzata dai My Dying Bride più decadenti. Termina in questa maniera un disco valido e attraente, vario il giusto e che cerca di proporre qualcosa di nuovo nonostante la fedeltà al passato.

La bellissima copertina è un’opera del pittore/illustratore Ásgeir Jón Ásgeirsson, il quale aveva già realizzato quella di Börn Loka. Dell’intero lavoro in sala d’incisione (Stúdió ReFlex, tra maggio e luglio 2014) se n’è occupato Flex Árnason, bravissimo nel far uscire il suono degli Skálmöld più potente che mai, senza comunque snaturare l’approccio e l’attitudine dalla band.

Með Vættum è la conferma che anche i gruppi “giovani” (nel loro caso non in senso anagrafico, ma di pubblicazioni) possono realmente dire qualcosa di nuovo e personale senza la necessità di scimmiottare i nomi storici o incorporare forzatamente nel proprio sound violini celtici o melodie finlandesi. Gli Skálmöld, è bene ricordarlo, hanno debuttato con la minuscola Tutl Records, e solamente in seguito, come premio per l’ottimo Baldur, hanno firmato con la Napalm Records, etichetta che ha svolto nei loro confronti un grande lavoro promozionale e non solo. Dopo questo delizioso cd gli islandesi si assicurano in un sol colpo un posto nella storia del viking, l’affetto dei vecchi fan (acquisendone sicuramente di nuovi) e la possibilità di essere una guida per i giovanissimi – disorientati – musicisti folk.