L’Italia s’è desta

Il 2021 è appena terminato e si possono tirare le somme di un anno musicale. Nonostante gli ottimi ritorni di Dordeduh, Thyrfing e Negură Bunget (dei quali, lo anticipo, ne parlerò – e non solo – tra qualche mese), le conferme di King Of Asgard, Helheim, Sur Austru e :Nodfyr: e un buon numero di lavori di qualità provenienti da tutto il mondo, la prima cosa che balza all’occhio (e all’orecchio!) è la bellezza di alcuni dischi italiani usciti nel corso dell’anno. Bloodshed Walhalla, Dyrnwyn e Apocalypse hanno fatto parlare di sé e della scena italiana anche oltre confine, dove purtroppo il folk/viking metal nostrano è ancora oggi poco considerato. Se negli ultimi venti anni il metallo tricolore ha sfondato queste immaginarie barriere che ci separavano dagli altri mercati grazie a Labyrinth, Lacuna Coil e Rhapsody in prima linea, altrettanto non è accaduto nel nostro amato genere musicale, ancora troppo poco apprezzato e conosciuto nonostante negli anni siano usciti dischi di enorme pregio, primo fra tutti De Ferro Italico dei Draugr. Certo, qualche data all’estero è stata fatta da alcuni gruppi, ma si tratta sempre di live estemporanei, qualche festival qua e là per l’Europa, mai di veri tour (ma anche mini tour andrebbero bene!) di supporto a formazioni affermate che porterebbero visibilità al gruppo e, forse, anche all’intera scena italiana. Gli stessi Dyrnwyn in occasione della pubblicazione del debutto Sic Transit Gloria Mundi hanno suonato un paio di volte all’estero, e lo stesso si può dire, tra gli altri, per Blodiga Skald e Selvans. Non è certo bastata la presenza dei Folkstone a qualche festival tedesco a cambiare la percezione che si ha all’estero del folk metal italiano, eppure la scena è ricca di qualità, con dischi finalmente personali e con suoni professionali.

Bisogna dirlo: all’estero di folk metal italiano, oggi inizio gennaio 2022, si parla solo per via dei Nanowar Of Steel e del loro Italian Folk Metal, disco come da tradizione tra serio e grottesco, suonato in maniera impeccabile e che in alcune tracce suonano più folk di molti gruppi che sembrano aver paura di osare. La Maledizione Di Capitan Findus suona come gli Alestorm dopati, La Mazurka Del Vecchio Che Guarda I Cantieri è quello che i gruppi romagnoli non azzardano a fare (“perché faremmo ridere” mi è stato detto una volta), ma il liscio di Raul Casadei non è la versione italiana dell’humpaa finlandese? In diversi brani compare Maurizio Cardullo (ex Folkstone ed ex Furor Gallico) tra cornamuse e flauti e le varie La Polenta Taragnarock e Il Signore Degli Anelli Dello Stadio non a caso suonano molto Folkstone, ma la domanda che ci si deve porre è: possibile che per far nominare “italian folk metal” all’estero bisogni aspettare il disco dei Nanowar Of Steel e la loro musica burlona? Si paga ancora oggi, inizio 2022, il dazio di avere avuto una scena che per troppo tempo è stata succube dell’innegabile fascino scandinavo di miti e saghe che tutti noi amiamo? Questa è una cosa che si nota facilmente approfondendo un po’ la storia dei gruppi, dai nomi ai testi delle prime pubblicazioni. Tutto questo fino a quando De Ferro Italico incendiò l’underground con la voglia di avere una personalità musicale forte e riconoscibile, (ri)scoprendo le proprie origini e raccontando attraverso la musica storie che non hanno nulla da invidiare a quelle del grande Nord. E così i Gotland (nome dell’isola svedese che diede il nome, per farla molto semplice e veloce, al popolo dei Goti) hanno pubblicato l’eccellente Gloria Et Morte e i già citati Dyrnwyn (nome di una spada magica della mitologia gallese) hanno a cuore la storia dell’antica Roma e ne parlano nei loro cd. La verità è che negli ultimi anni la scena folk/pagan/viking italiana ha fatto passi da gigante sotto tutti i punti di vista ed è sempre più raro ascoltare materiale non all’altezza della situazione, manca forse una maggiore convinzione dei gruppi nel porsi soprattutto con promoter e locali e, fatto grave, il supporto del pubblico. Troppe volte si sente dire ai banchetti del merchandise “il cd costa 10 euro? Ma sono due birre!”, e per quanto possa far sorridere una frase del genere ascoltata più di una volta in sede di concerto, è anche preoccupante. La prima cosa da fare è proprio quello di supportare il gruppo acquistando dischi e magliette perché i follower su Spotify non portano assolutamente nulla alla band.

Mi sono lasciato trasportare dai pensieri, dalle riflessioni e dal cuore, ma certe cose vanno tirate fuori per creare un dialogo e portare alla luce alcune criticità di una scena che ha molto da dire. Una scena che in pochi mesi ha visto arrivare Pedemontium, Second Chapter e Il Culto Del Fuoco appartenenti rispettivamente ad Apocalypse, Bloodshed Walhalla e Dyrnwyn. Tre realtà che nel tempo si sono create un nome rispettabile grazie a pubblicazioni di qualità. Pedemontium è un concept album incentrato sulle bellezze naturali del Piemonte, Second Chapter è l’ideale seguito dell’epico Ragnarok, seconda parte del concept ideato da Drakhen, Il Culto Del Fuoco è la definitiva consacrazione artistica del gruppo romano. Dispiace dirlo, ma sono certo che se questi cd fossero stati incisi e pubblicati da musicisti svedesi o tedeschi l’attenzione di stampa e pubblico sarebbe certamente maggiore, così come le possibilità di suonare in tour e nei festival che anche in questa fase problematica si svolgono quasi regolarmente al di fuori degli italici confini.

L’autunno ha poi portato i nuovi ottimi lavori di Aexylium, Selvans e Dawn Of A Dark Age, tutti veramente belli e gli amanti di queste sonorità non possono che essere felici di avere tanta buona musica da ascoltare. I primi mesi del 2022 vedranno gli impianti stereo suonare a volumi indicibili i nuovi e attesi album di Lou Quinse, Gotland, Duir e Atlas Pain: un ottimo modo per iniziare l’anno! Infine, con grande gioia, anche i Vallorch sono tornati in studio dopo tanti anni di difficoltà e cambi di formazione.

Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare che sia arrivato il momento di far valere il folk metal italiano anche all’estero e poter dire che l’Italia s’è desta!

Nell’ARCHIVIO del sito trovate tutte le recensioni pubblicate in questi quasi nove anni di attività e dando anche un solo rapido sguardo potrete notare la gran quantità di articoli legati ai gruppi italiani. Di seguito, però, segnalo alcuni dischi che per motivi differenti hanno una marcia in più (sicuramente ne dimentico diversi, perdonatemi!): leggete la recensione e poi andate ad ascoltare il cd e se vi dovesse piacere ricordate di acquistarlo direttamente dalla band in quanto è il miglior modo per supportare i musicisti e la scena!

Aexylium – The Fifth Season
Apocalypse – Pedemontium
Atavicus – Di Eroica Stirpe
Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder
Bloodshed Walhalla – Second Chapter
Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine
Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco
Folkstone – Oltre… L’Abisso
Furor Gallico – Dusk Of The Ages
Gotland – Gloria Et Morte
Kanseil – Fulìsche
Lou Quinse – Lo Sabbat
Scuorn – Parthenope
Selvans – Faunalia
Stilema – Utopia

Helheim – WoduridaR

Helheim – WoduridaR

2021 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Vilje Av Stål – 2. Forrang For Fiender – 3. WoduridaR – 4. Åndsfilosofen – 5. Ni S Soli Sot – 6. Litil Vis Made – 7. Tankesmed – 8. Det Kommer I Bølger – 9. Hazard (Richard Marx cover)

Ogni volta che esce un nuovo disco degli Helheim non si può fare a meno di essere positivamente stupiti per la qualità del lavoro e per l’incredibile evoluzione musicale che la formazione norvegese ha compiuto da inizio carriere a oggi. Nati nell’ormai lontano 1992, il quartetto di Bergen arriva con WoduridaR al traguardo dell’undicesimo studio album, sicuramente uno dei capitoli migliori dell’intera discografia. Musicalmente il nuovo disco prosegue la linea stilistica iniziata con l’ottimo raunijaR del 2015, il primo a coniugare in maniera ineccepibile black, viking, avantgarde e un pizzico di prog. Sono seguiti poi gli altrettanto validi landawarijaR e Rignir, dai quali WoduridaR prende la libertà di esprimersi senza freni, ma recuperando un po’ di sana cattiveria che ultimamente era stata messa un po’ da parte a favore di soluzioni meno estreme.

Le otto canzoni che compongono il disco hanno un inquietante quanto affascinante alone di nebbia intorno a loro. La produzione è ottima e non siamo dinanzi a suoni sporchi o affossati, la nebbia fa parte delle canzoni, è quello che si “vede” chiudendo gli occhi e ascoltando WoduridaR. Non poteva esserci inizio migliore con Vilje Av Stål, viking black con pregevoli rallentamenti e arpeggi nell’aria elettrica e assoli funzionali al “caos” che trasmette il brano. Forrang For Fiender è un up-tempo con il doppio cantato scream/pulito, breve nella durata ma dal forte impatto emotivo. La title-track è una bella canzone varia e ricca di soluzioni, con un ritornello melodico che si ripete molte volte fino a diventare ipnotico. Il continuo alternarsi di metal estremo, melodie sinistre, cori monumentali e urla scream – senza un preciso schema, il che rende le canzoni mai prevedibili – e forse esempio più bello e completo è rappresentato da Ni S Soli Sot, ennesima dimostrazione, non che ce ne fosse bisogno, di come si può essere efficaci e appassionanti senza avere una spina dorsale ben definita: assoli di chitarra, controtempi di batteria e squillanti campane sono solo alcuni degli elementi che rendono il pezzo in questione incredibilmente attraente. É interessante poi che dopo un brano così multiforme arrivi quello più estremo e old school, quel Litil Vis Made che riesce a trovare il modo di incuriosire con lo stacco centrale con cantato pulito e suoni inusuali primi di riprendere la corsa verso l’inferno, Helheim appunto.

I cinquattasette minuti di WoduridaR (se si considera anche la canzone Hazard presente solo in versione digitale e sul vinile, non su cd, riuscita cover di una hit del 1992 del cantante Richard Marx) volano via, imprendibili come la nebbia notturna in un bosco che può essere minaccioso ma anche accogliente. Con gli Helheim è sempre così: all’apparenza spaventosi e scontrosi, ma l’ascolto conquista immediatamente nonostante (o forse proprio grazie) l’oscurità che permea le canzoni. Da qualche anno sono indubbiamente tra le migliori realtà non solo viking black o scandinave, ma del metal estremo tutto.

Intervista: Ereb Altor

Se seguite il sito sapete benissimo della mia simpatia per la musica degli Ereb Altor, non a caso nell’archivio della ‘zine trovate diverse recensioni dei loro dischi e altre due interviste. La scusa per contattare la band svedese è la pubblicazione dell’EP Eldens Boning, gustoso antipasto del full-length in uscita a fine anno. Viking metal, mitologia nordica, antipazioni del prossimo lavoro e un ricordo non proprio epico del concerto romano tenuto un po’ di anni fa…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Bentornati su Mister Folk! Questa è la nostra terza chiacchierata e ti chiedo come sono andate le cose con Järtecken e date live successive.

Ciao, davvero è la terza volta? Beh, sicuramente porterà fortuna! Tutto è andato nel migliore dei modi con Järtecken, e così anche il tour seguente; le date live sono andate bene, ovviamente finché la pandemia non ha rovinato i nostri piani per la promozione futura dell’album.

Come avete vissuto quest’ultimo anno di pandemia? Avete sfruttato questo tempo per concentrarvi sulla musica?

Poiché non è stato più possibile fare concerti, mi sono auto-isolato nella “cripta” che chiamiamo Studio Apocalypse. In realtà, posso dire di aver iniziato a scrivere brani per un nuovo album già alcuni mesi prima dell’uscita di Järtecken, durante l’attesa per gli ultimi preparativi (layout, mastering ecc.). Ho trascorso innumerevoli ore al lavoro, prima di presentare la preproduzione del mio lavoro agli altri membri degli Ereb Altor. Poiché la pandemia ci ha sopraffatti, non abbiamo avuto molto altro da fare all’infuori di registrare e produrre: tutto ciò si è tradotto in dodici canzoni.

Quando avete deciso di realizzare un EP prima del prossimo full-length? Questi brani troveranno spazio in una prossima pubblicazione o rimarranno solo su Eldens Boning?

Poiché non sono un grande fan degli album troppo “lunghi” (e dodici canzoni degli Ereb Altor lo avrebbero reso tale), abbiamo avuto l’idea di pubblicare alcuni brani su un EP. In altre parole, il prossimo album degli Ereb Altor è stato registrato in contemporanea all’EP, e contiamo di pubblicarlo più avanti, verso la fine del 2021.

Sacrifice 2.0 è “il seguito” di Sacrifice presente su Fire Meets Ice. Vuoi raccontarci come nasce l’idea di questa seconda parte e se c’è una connessione anche a livello di testi?

La versione originale di Sacrifice mi ha tormentato per anni. Quando ho scritto la canzone, avevo una visione ben precisa in mente, ma il risultato finale non ha rispecchiato affatto le mie aspettative. In primis, il tempo era troppo lento e alcune parti del brano erano troppo estese. Ho voluto correggere gli errori commessi in quell’occasione. So che il passato è passato e che forse andrebbe lasciato così com’è, ma per una volta ho fatto un’eccezione. Avevamo anche bisogno di un brano in più per l’EP, e il ritornello di Sacrifice, a mio avviso, è uno dei migliori momenti del nostro repertorio.

La copertina è molto suggestiva e minacciosa, davvero bella! Ha un qualche legame con le tematiche trattate nelle canzoni?

Sì, è l’interpretazione che Christine Linde ha voluto dare alla storia che si cela dietro la title track. Si ispira alla storia di un vecchio re svedese vissuto nel VII secolo. Era un uomo spietato, e si diceva che da ragazzo avesse mangiato il cuore di un lupo. Quando suo padre morì, invitò i sovrani dei sei regni limitrofi a un banchetto in sua memoria. Attese che gli altri re si ubriacassero, li imprigionò e incendiò l’intera dimora; poi, si impossessò delle loro terre. Sull’immagine di copertina si possono vedere i fantasmi dei sei re e il fuoco che li ha uccisi.

Questa è la vostra terza release disponibile unicamente su vinile dopo The Lake Of Blood e Blot-Ilt-Taut. Volete creare qualcosa di “unico” rivolto solamente ai fan più fedeli?

Questi tre lavori sono un po’speciali. Non considero Blot-Ilt-Taut come un vero album degli Ereb Altor, visto che si tratta di una raccolta di cover dei Bathory. L’idea di una release in vinile ci venne dalla nostra vecchia etichetta, la Cyclone Empire, e ci trovammo d’accordo, dato che non si tratta di un nostro “vero” lavoro. L’EP Eldens Boning è una sorta di anteprima del nostro prossimo full-length. Dato che si compone di soli quattro brani, abbiamo pensato che sarebbe stato bello pubblicarlo solo in vinile: una versione rara, una chicca per i collezionisti. In ogni caso, le nostre canzoni sono sempre disponibili sulle piattaforme di streaming, e naturalmente possono essere scaricate in alta qualità sulla nostra pagina Bandcamp.

A quando il successore di Järtecken? Nella precedente intervista hai detto che in futuro ci sarebbero stati box “lussuosi”, mi puoi anticipare qualcosa?

Poco fa ti ho accennato a una pubblicazione verso la fine del 2021. Potrebbero esserci molte altre cose interessanti, ma per il momento non posso dirti nulla a riguardo.

Quanto è importante a livello personale la mitologia norrena? La reputate un ottimo argomento per le canzoni o c’è qualcosa di più profondo e spirituale?

Sono davvero interessato alla nostra storia e, ovviamente, al nostro patrimonio culturale. La mitologia norrena è parte di tutto ciò e la trovo molto affascinante, ma non direi di avere un legame spirituale con essa. Gli Ereb Altor si confrontano anche con altri miti, leggende ed eventi storici propri della Scandinavia, al di là della mitologia norrena.

Ricordo con piacere il vostro show a Roma in compagnia di Borknagar e Mänegarm. Ricordi qualcosa di quella serata (QUI il live report) e hai aneddoti legati ai concerti in terra italiana?

Ricordo carcasse di automobili fuori dal locale, haha. Beh, è difficile ricordare nello specifico i singoli live nei club, li mescolo sempre l’uno con l’altro. Credo che la Rock’n’Roll Arena, da qualche parte vicino Milano, sia stato uno dei migliori locali in cui abbiamo suonato durante quel tour, anche se perdemmo una ruota del rimorchio posteriore del tourbus, e dopo il concerto Jens dei Borknagar impiegò un’ora a ripararlo.

In Italia ci sono due one-man band che partono dal viking dei Bathory per metterci del proprio, mi riferisco a Bloodshed Walhalla e Apocalypse. Hai ascoltato qualcosa di loro? I tuoi ascolti di questo periodo?

No, mi spiace, non li conosco, ma li ascolterò un giorno. Al momento sto ascoltando la preproduzione del nuovo album degli Isole, hahaha… a parte questo, sto ascoltando i miei tre album preferiti del 2020, Garmarna, Sorcerer e Katatonia.

Grazie per queste risposte e spero di potervi vedere nuovamente in concerto, magari proprio a Roma!

Lo spero anch’io, questa dannata pandemia finirà presto. Abbiamo in programma di partecipare a due festival in Italia, più in là durante l’anno (il 23 luglio al Camunia Sonora e il 19 agosto in Abruzzo al Frantic Fest, il primo ha visto la cancellazione dei gruppi inglesi e scandinavi, il secondo è stato direttamente rimandato al 2022, ndMF). Ovviamente, se la pandemia ce lo consentirà.

ENGLISH VERSION:

Welcome back to Mister Folk! This is our third chat! First of all, I would like to ask you how things played out with your eighth album, Järtecken, and the following live shows.

Hi, really? Well third time is a charm. Everything turned out nicely with Järtecken and the following tour and live shows were good then the pandemic obviously ruined our plans to support the album further.

How did you deal with the pandemic situation, during the last year? Did you take advantage of this time to focus and work on some new music?

Yes, since live shows no longer was possible I isolated myself in the crypt we call Studio Apocalypse. Actually I think I started writing songs for a new album a few months before Järtecken was released while waiting for the final preparations (layout, mastering and such). I spent countless hours of work before I even presented my work with a pre-productional recording to the others in Ereb Altor. And since the pandemic came over us we didn’t have much else to do but to record/produce everything and it resulted in twelve songs.

When did you choose to release an EP, before starting to work on a new full-length album? Are you going to include those tracks also in it, or are you thinking about keeping them exclusively for Elders Boning?

Since I’m not a super fan of really long albums (twelve Ereb Altor songs would be a quite long album) the idea of releasing some songs on an EP came to us. In other words, the next Ereb Altor is already recorded at the same point as the EP and we are aiming at a late release in 2021.

Sacrifice 2.0 is the “sequel” of Sacrifice which is included in Fire Meets Ice. Would you like to tell us the idea behind this choice? Is there a connection between the lyrics of both tracks?

The original version of Sacrifice has been disturbing me for years. When I wrote the song I had a vision and the result didn’t really add up with the expectaions I had. First of all the tempo was too slow and there were parts of the song that were too extensive. I wanted to correct the mistakes I did back then. I know the past is the past and maybe it should stay that way but for once I made an exception. We also needed one more song for the EP and the chorus in Sacrifice is to me one of the finest moments in our catalogue.

The cover looks evocative and “threatening”, it is amazing! Is there a relationship with the themes of your songs?

Yes, its Christine Linde’s interpretation of the story behind the title track. Its inspired by an old King in Sweden during the 7th century. He was a ruthless man and there was a rumour he ate the heart of a wolf when he was a kid. When his father died he invited the surrounding six kings to a feast in his father’s memory. When the kings got drunk he locked them inside and burned the house down to the ground with the kings inside. Then he seized their lands. On the front cover you can see the ghosts of the six kings and the fire.

This is your third release available only as a vinyl version, after The Lake Of Blood and Blot-Ilt-Taut. Did you want to create something unique and exclusive, for your biggest fans?

These three releases are a bit special. I still dont consider Blot-Ilt-Taut being a real Ereb Altor record since all of the songs are Bathory covers. The idea of a vinyl release only back then came from our old label Cyclone Empire and we were fine with the idea since it’s not a real EA album. The EP Eldens Boning is kind of a preview of the next full lenght album. Since it’s only four songs we thought it was kind of cool making at a rare release on vinyl only. A collector’s gem. Still the songs will be available on streaming platforms and of course it will also be available on our bandcamp as high quality downloads.

When will you release Järtecken’s successor? In our previous interview, you revealed that some luxury box sets would have been planned for the future: would you like to tell me something more about that?

We are like I mentioned earlier aiming for a release in late 2021. There might be more interesting things happening this year but I cant tell you anything at the moment.

How much is Norse mythology important, on a personal level? Do you consider it as the main theme of your songs? Do you have a spiritual bond with it?

I am very interested in our history and then of course our inheritance. Norse mythology is a part of that and I find it intriguing but I wouldnt say I have a spiritual bond with it. Ereb Altor also deals with other myths, legends and historic events from Scandinavia besides Norse mythology.

I remember with pleasure your show in Rome, with Borknagar and Mänegarm. Do you remember something of that night? Do you have some stories related to your gigs in Italy?

I remember car wrecks on the field outside the venue, hahaha… Well, its hard to remember any specifics about club shows, I always mix them up with each other. Rock’n’Roll arena in some city near Milano I think was one of the best club shows we have played it was on that same tour, although we lost a wheel on the trailer behind the nightliner and Jens from Borknagar spent an hour beneath the trailer repairing something after the show.

Two Italian one-man bands draw inspiration from Bathory’s Viking style, adding a personal touch: I refer to Bloodshed Valhalla and Apocalypse. Have you heard about them, or listened to some of their works? What are you listening to at this moment?

No, sorry I havent heard them. I will have to check them out some day. Right now I am listening to the pre-production of the next Isole album, hahaha…. Other than that I listen a lot to my three favourite albums of 2020, Garmarna, Sorcerer and Katatonia.

Thank you very much for your answers, I hope to see you again live as soon as possible… maybe in Rome!

I hope so too, hopefully this damned pandemic will end soon. We are scheduled to do two festivals in Italy later these year. If the pandemic will let us of course.

Ulvhedin – Pagan Manifest

Ulvhedin – Pagan Manifest

2004 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: John Carr: voce – John Lind: chitarra – Helge Gårder: basso – Are Gjarde: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Element Of Sorrow – 2. Maanelys – 3. One Eyed God – 4. Where The Spirits Gather – 5. The Ungodly Path – 6. Pagan Manifest – 7. Echo Of The Goddesses Voices – 8. Gnipahellir

Il 2004 vede la pubblicazione di Pagan Manifest, debutto dei norvegesi Ulvhedin. Ma, soprattutto, il 2004 è l’anno durante il quale l’Einheit Produktionen rilascia il primo disco, proprio Pagan Manifest. L’etichetta tedesca diventerà con gli anni una sicurezza per gli appassionati di pagan/folk metal, genere nel quale si è specializzata producendo pregiate perle dell’underground sotto il nome di Odroerir, Andras, Oakenshield, Surturs Lohe e Nine Treasures tra gli altri.

Gli Ulvhedin si formano nel 1994, ma solo quattro anni più tardi arriverà il demo Gnipahellir, dal quale ripropongono in Pagan Manifest due brani per l’occasione leggermente ri-arrangiati, ovvero The Ungodly Path e la conclusiva outro strumentale Gnipahellir. I tempi per la formazione scandinava sono sempre stati lunghi, e tra il demo e il disco di debutto passano sei anni, ma la musica nonostante lo scorrere del tempo non varia di una virgola: viking metal d’annata senza fronzoli e orpelli particolari. Dritti al punto, senza deviazioni e distrazioni, otto canzoni e quaranta minuti per dire quel che c’è da dire. Sotto la mano di Pytten che si occupa della produzione (ricordiamolo al lavoro con Windir, Enslaved, Burzum, Einherjer, Immortal e Mayhem per citarne alcuni) e registrato nel Grieghallen Studios, Pagan Manifest suona crudo e sincero, lontanissimo dai suoni pompati e artificiali di questi anni; il cd suona come la band suonava realmente in sala prove, e lasciandosi trasportare dalle note del disco si torna con la mente a tanti anni fa, quando si andava ad assistere alle prove del gruppo amico e nella saletta c’era quell’odore tipico degli amplificatori valvolari che si scaldavano e ruggivano al suonare del chitarrista, e la musica era vissuta in maniera diversa e tutti si sognava un futuro su di un palco con migliaia di persone a cantare le canzoni scritte proprio in quella saletta.

La notorietà gli Ulvhedin, invece, non la conobbero mai. Pagan Manifest è stato in realtà registrato nel 2000 ed era prevista la pubblicazione per la Native North Records, una piccola etichetta gestita dagli Einherjer che rilasciò una manciata di produzioni prima di chiudere in men che non si dica. Per vedere la luce Pagan Manifest impiegò quattro anni, ma ormai il treno era passato, con gli Ulvhedin in ritardo su tutto e privi di forze: peccato, perché il disco merita e la musica è di qualità. Non si parla di sound camaleontico come quello degli Enslaved o epico come quello dei Windir, ma il viking metal diretto e gaiardo degli Ulvhedin aveva tutto il potenziale per accontentare l’ascoltatore dell’epoca. L’opener Element Of Sorrow è uno dei pezzi meglio riusciti, capace di riunire in cinque minuti tutte le sfaccettature del sound dei nostri, con il doppio cantato pulito/growl, le aperture melodiche e il buon guitar work che nulla invidia a chi “ce l’ha fatta”. One Eyed God è più aggressiva e bada poco alle chiacchiere:

Odin! Ruler of Valholl
Hear my call
This time it will last
Your gif twill awake the past

Where The Spirits Gather ha il gusto melodico che era dei Dissection e la cosa non può che fare piacere, la title track è parecchio ispirata (con i mid-tempo gli Ulvhedin si trovavano alla grande) e se c’è una canzone che avrebbe potuto fare le fortune del gruppo con un video ben fatto, questa sarebbe proprio Pagan Manifest. Infine arriva Echo Of The Goddesses Voices e il suo approccio quasi progressive (una sorta di Enslaved prima che gli Enslaved lo facessero veramente) che suona fresco e intrigante. E mentre la strumentale Gnipahellir risuona intorno a noi, le domande e le riflessioni nascono spontanee: come ha fatto il viking metal a trasformarsi in una sorta di carnevalata di 365 giorni? Perché l’immagine e il suono è più importante di una canzone ben fatta? Perché ci si è allontanati sempre di più dallo spirito iniziale, finendo a mendicare soldi con merchandise sempre più stravagante (e inutile) invece di pensare all’unica cosa che realmente conta, ovvero la musica? Sono domande che noi tutti dovremmo rivolgerci e, con un po’ di umiltà, capire in quale direzione muoverci per non perdere del tutto questa arte. Pagan Manifest? Il manifesto pagano di un certo modo di fare musica, quando i soldi, i follower, le magliette fighe e l’idromele annacquato nei corni marchiati con i loghi delle band non erano neanche nei pensieri del più affamato musicista, il quale pensava a far funzionare il cambio tra strofa e bridge e non alle altre cose. Pagan Manifest è un capolavoro indispensabile per la sopravvivenza del viking metaller? No di certo, ma è uno gran bell’esempio di come la musica fosse realizzata e vissuta prima di internet e di tutto il resto: già solo per questo dovrebbe far parte della libreria musicale di chi vuole suonare questo genere. E forse non c’è eredità migliore per un gruppo che non ha fatto in tempo a veder venduto il proprio cd che già si era sfasciato.

Apocalypse – Odes

Apocalypse – Odes

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Erymanthon: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Falling In The Darkness – 2. Ode Of Last Twilight – 3. Woods Of Wistfulness – 4. By The River – 5. The Ephemereal Life – 6. Exegi Monumentum – 7. Funeral March

A meno di un anno di distanza dal debutto Si Vis Pacem, Para Bellum, Erymanthon torna a lodare il genio creativo di Quorthon e dei suoi Bathory con il suo progetto Apocalypse. Odes, secondo full-length della one man band (disponibile solo in formato digitale), è difatti un tributo a quanto realizzato dal musicista svedese a cavallo tra Blood Fire Death e il periodo viking. La difficoltà di valutare un lavoro del genere sta proprio nel capire quanto un disco di canzoni originali che sembrano uscire da dei nastri sconosciti dei Bathory periodo 1988-1990 possa avere un senso nel 2020. Si potrebbe quasi parlare di out takes – il tutto è da prendere nell’accezione positiva –, ma negli anni altri gruppi, alcuni di rilevanza internazionale, sono passati da dischi clone di Hammerheart e Blood On Ice a un viking/black metal sì bathoriano, ma nel quale hanno saputo aggiungere quel qualcosa di personale che ora li rende facilmente riconoscibili nel marasma del metal odierno, senza comunque rinnegare la devozione per Quorthon, sempre in bella vista.

Odes è composto da sette tracce (l’intro Falling In The Darkness e l’intermezzo Exegi Monumentum, voce/chitarra cantato in latino di odi oraziane, presenti anche in The Ephemereal Life, più cinque canzoni) per un totale di quarantanove minuti. Come detto in apertura, il disco è un tributo ai Bathory, ma quando Erymanthon prova a mischiare un po’ le carte le cose si fanno più interessanti. By The River – una malinconica canzone acustica, piuttosto scarna nella struttura e che proprio grazie a ciò riesce ad arrivare dritta al bersaglio – e Funeral March – ispirata alla Sonata No.2 Op.35 di Chopin – nella quale le trame della sei corde si fanno più intricate e donano al pezzo un sapore nuovo, sono forse i migliori esempi. E poi ci sono Ode Of Last Twilight, Woods Of Wistfulness e i sedici minuti di The Ephemereal Life (una bella prova di avvenuta maturità compositiva) a ricordare quanto Quorthon sia importante per il giovane musicista piemontese. Se il logo, le copertine e le canzoni (comprese le parole chiave dei titoli) hanno un filo diretto con i Bathory, sorprende la voce – comprese le imprecisioni e le urla stonate – per vicinanza a quella di Thomas Börje Forsberg. Ad ascolto ultimano ci si rende facilmente conto di quanto Odes sia un disco dalle tinte malinconiche, c’è dolore nelle note delle canzoni, ma questo non ha cambiato più di tanto lo stile degli Apocalypse, con le composizioni che comunque hanno guadagnato un qualcosa di distintivo e particolare.

Odes, rispetto al debutto, mostra la volontà, seppur limitata a un paio di brani, di provare qualcosa di meno derivativo fermo restando il legame con il padre del black e del viking metal. Anche la produzione segna un passo in avanti, con un bel basso dal suono caldo e profondo che dona consistenza al sound delle canzoni. I presupposti, come abbiamo visto, ci sono tutti per percorrere il sentiero che ha portato Ereb Altor e Bloodshed Walhalla dall’essere poco più di cover band a gruppi dalla forte personalità in grado di incidere lavori di alta qualità senza per questo rinnegare quanto fatto in gioventù. Gli Apocalypse saranno i prossimi?

Short Folk #4

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

Leggi Short Folk #2

Leggi Short Folk #3

Leggi Short Folk #5

Aephanemer – Prokopton

2019 – full-length – Primeval Records/Napalm Records

8 tks – 44 mins – VOTO: 8

Partiamo dalla fine, ovvero: se un’etichetta grande e potente come la Napalm Records decide di ristampare (con tanto di bonus cd) un disco uscito pochi mesi prima per conto di una label a dir poco underground, allora vuol dire che in quel disco c’è della musica che vale la pena di conoscere. È il caso di Prokopton, secondo full-length dei francesi Aephanemer, una bomba di death metal melodico (un po’ Suidakra più cattivi, un po’ Wintersun meno prolissi) con fondamentali parti di tastiera che rendono la proposta meno aspra e più accattivante. La cantante/chitarrista Marion Bascoul ha un bel growl graffiante e il gruppo gira alla perfezione: la title-track e The Sovereign sono forse le canzoni più rappresentative, ma il cd non presenta cali qualitativi. La scoperta del 2019.

Cernunnos – The Svmmoner

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 14 mins – VOTO: 7

Gli argentini Cernunnos (da non confondere con quelli italiani!) tornano con un nuovo EP dopo aver dato alle stampe il disco Leaves Of Blood nel 2016 e l’EP Mother Earth di tre anni prima. The Svmmoner contiene tre brani e un intro per un totale di quasi tredici minuti: il sound si fa ogni pubblicazione più personale e vario, con due canzoni molto distanti tra loro come la title-track (voce pulita e ghironda a iosa) e la conclusiva The Arcane Below, vicina al death metal per voce e ritmiche, ma gustosa nei break folk dalle tinte celtiche. Nel loro piccolo i Cernunnos sono una sicurezza e al giorno d’oggi non è poco.

Equilibrium – Renegades

2019 – full-length – Nuclear Blast

10 tks – 47 mins – VOTO: 4

Ricordate gli Equilibrium di Sagas e Rekreatur, per non parlare di quelli del debutto Turis Fratyr? Bene, gli Equilibrium del 2019 in comune con quelli che hanno pubblicato i dischi prima citati hanno solamente il nome e il chitarrista René Berthiaume. Cambi di formazione, nuove influenze e la volontà di variare la propria proposta (o la classica mancanza d’ispirazione) hanno portato il gruppo tedesco a incidere Renegades, lavoro che prende le distanze da tutto quello proposto negli anni precedenti. Di folk metal non c’è traccia e non è il “cambio di genere” il problema, ma l’inconsistenza dei brani. Il lavoro delle tastiere (sempre molto presenti) è come al solito accattivante, ma sono le canzoni a non funzionare: soluzioni fin troppo piatte e deboli per convincere l’ascoltare a premere nuovamente play, figurarsi a comprare il cd.

Havamal – Tales From Yggdrasil

2019 – full-length – Art Gates Records

9 tks – 49 mins – VOTO: 7,5

Dopo il promettente EP del 2017 Call Of The North, tornano con il disco di debutto gli Havamal svedesi, da non confondere con gli Hávamál tedeschi che fanno folk metal. Tales From Yggdrasil è composto da otto tracce (più un intro) di buonissimo death metal melodico con spruzzate di folk metal alla Ensiferum soprattutto per quel che riguarda le orchestrazioni e le melodie di chitarra. Nei testi si parla di divinità scandinave e guerrieri senza paura, temi che ben si addicono a una proposta così potente e bellicosa ma che dà molta importanza alle aperture melodiche, ai dettagli delle sei corde e agli interventi di tastiera. Tales From Yggdrasil è in grado di fare la gioia di chi cerca metal estremo, cultura vichinga e sonorità scandinave in un unico disco.

Nifrost – Blykrone

2019 – full-length – Dusktone

10 tks – 42 mins – VOTO: 7

Il secondo disco dei Nifrost conferma i pareri sulla band: bravi, autori di buone canzoni e che conoscono bene il genere che suonano. Il viking metal è il loro pane quotidiano e se in alcuni momenti possono ricordare gli ultimi Windir, in altri danno l’impressione di trovarsi bene anche con quelle venature progressive (ma solo venature!) di Helheim ed Enslaved. Hanno personalità i ragazzi e Blykrone è un lavoro che piacerà non poco ai cultori del genere; se non conoscete la band questo è un ottimo modo per farlo a patto che poi andiate ad ascoltare anche i precedenti Motvind e Myrket Er Kome.

Pagan Throne – Dark Soldier

2019 – EP – Eternal Hatred Records

5 tks – 18 mins – VOTO: 7

I brasiliani Pagan Throne confermano con questo EP Dark Soldier quanto di buono fatto ascoltare in passato, in particolare sul secondo disco Swords Of Blood. Il pagan black metal dei cinque musicisti è piuttosto diretto, ma non disdegna le orchestrazioni e le melodie quando ben si incastrano con il resto della musica. Piccoli dettagli (i suoni vagamente orientali di Empty And Cold, alla fine la migliore composizione del cd e il testo in lingua madre di Ascensão Ao Poder Do Sol), rendono l’ascolto sempre interessante anche se i Pagan Throne non inventano nulla. Bravi nel fare bene quello che sanno fare, e tanto basta per farseli piacere.

Teshaleh – Born Of Fire

2019 – EP – autoprodotto

5 tks – 20 mins – VOTO: 7,5

Da Baltimora, USA, una piacevole scoperta in ambito folk metal da una terra che si sta facendo lentamente conquistare dalle orde europee costantemente in tour. Born Of Fire è un EP di cinque brani ben costruiti, dal doppio cantato femminile e ricco di strumenti violino, cornamusa, flauto e ciaramella. I Teshaleh suonano insieme dal 2017, ma ascoltando il cd sembra di avere a che fare con una formazione molto più esperta e dotata. Il sound è personale e accattivante, qualche influenza ogni tanto esce fuori (Huldre su tutti), ma per essere un EP di debutto difficilmente si può sperare in qualcosa di meglio. In trepidante attesa del full-length.

Varg – Wolfszeit II

2019 – full-length – Napalm Records

10 tks – 45 mins – VOTO: 6

Ri-registrare un proprio disco ha senso se l’originale suona male a causa del budget o dell’inesperienza, oppure se il lavoro è “vecchio” di venti anni e si ha il desiderio di poter ascoltare le vecchie canzoni con il potente sound attuale. Il debutto Wolfszeit risale al 2007 e, detto francamente, non suona male: è la classica produzione sporca ma giusta per il genere per una band tedesca di pagan metal. Quindi perché questo inutile dischetto nel 2019? La risposta può essere solamente legata alla volontà di far circolare nuovamente quelle canzoni dato che l’album originale è praticamente introvabile: all’epoca furono stampate solamente 2000 copie. Detto ciò, la speranza è che i Varg, dopo aver suonato nuovamente in studio queste canzoni, prendano spunto dal proprio passato per evitare la pubblicazione di lavori pessimi come Guten Tage Das End e Aller Lügen.

Vosegus – Terre Ancestrale

2019 – full-length – autoprodotto

5 tks – 42 mins – VOTO: 7,5

I francesi Vosegus si formano nel 2018 e un anno dopo danno alle stampe il disco di debutto Terre Ancestrale. Solitamente in così poco tempo non c’è modo di creare un lavoro realmente maturo, invece la band di Nantes tira fuori cinque canzoni di ottimo pagan/black metal dalle tinte oscure che rapisce l’ascoltatore fin dal primo ascolto. I brani durano tutti sette minuti, con la conclusiva title-track che invece raggiunge i dodici minuti; la produzione è buona per il genere e le canzoni scorrono bene senza momenti di stanca. Un peccato, quindi, che il disco sia al momento solo digitale: chi non vorrebbe supportare un gruppo del genere acquistando il cd?