Intervista: Apocalypse

Il giovane Erymanthon sembra avere le idee piuttosto chiare: Bathory, Bathory e ancora Bathory! Dopo aver esordito pochi mesi fa con il disco Si Vis Pacem, Para Bellum, è di freschissima pubblicazione il nuovo To Hall Up High, album tributo a Quorthon contenente sette brani del compianto artista svedese (lo potete ascoltare QUI). Una devozione assoluta quella del musicista piemontese che desta non poca curiosità, ecco quindi riportata la conversazione che abbiamo nelle settimane scorse, buona lettura!

Partiamo dalle origini della band: perché il nome Apocalypse e come è nato il progetto?

Intanto ciao e grazie di avermi concesso questa intervista! Dunque, il progetto nasce come mia idea verso fine ottobre 2015, ma la data in cui ufficialmente ho fondato la band è il 1 novembre 2015, assieme ad un amico. In realtà non abbiamo avuto un nome per molto tempo… a fine febbraio 2016 finalmente ho scelto Apocalypse, che agli altri è piaciuto subito. In realtà non ha un significato particolare… semplicemente stavo leggendo una pagina Wikipedia sull’heavy metal, in cui si diceva che il genere spesso tratta temi apocalittici, e ho pensato “cazzo, Apocalypse suona proprio bene!”. Tutto qui!

Inizialmente gli Apocalypse suonavano un altro genere ed eravate un trio. Poi c’è stato il cambio di genere e il gruppo è diventato una one man band. Cosa è successo?

Sì, abbiamo iniziato volendo fare power metal in stile primi Nightwish… io suonavo la chitarra da poco più un mese, e volevo seguire le orme dei miei allora idoli Nightwish (gruppo che tuttora apprezzo e che ho visto a Milano dal vivo lo scorso 5 novembre). In realtà non eravamo un trio… io speravo di raggiungere una line-up di cinque o sei persone, ma a dire il vero, non abbiamo mai avuto una formazione completa e decente. La storia è parecchio lunga e intricata (volendo la trovate tutta sul sito), ma in breve non ho mai trovato persone dedicate come lo ero io, che avessero davvero voglia di metterci l’impegno giusto, anzi, la maggior parte delle volte mi sono trovato circondato da un branco di idioti, almeno dal punto di vista musicale. Ho assunto e cacciato nuovi membri diverse volte, alcuni sono rimasti e hanno cambiato strumento, ma comunque non siamo riusciti a far funzionare un bel niente, io mi sono molto arrabbiato, perchè tenevo molto al progetto, ma a nessuno è mai sembrato importare nulla, gli altri vedevano la band come un’occasione per cazzeggiare e perdere tempo (c’era chi lanciava bacchette in sala prove, chi si fermava a metà canzone perché non aveva voglia di continuare, chi non ha mai imparato un singolo riff…), quindi verso fine estate 2017 ho alla fine cacciato tutti quanti e ho sciolto la band, perché era una perdita di soldi, perdita di tempo e di energie. Io ho scritto un sacco di musica e non siamo mai riusciti a completare nemmeno una singola canzone. Era una frustrazione indicibile. Alla fine, ispirato dai Bathory, ho deciso di riprendere Apocalypse come progetto solista attorno a febbraio 2018. Éproprio in quel mese che ho iniziato le registrazioni per Si Vis Pacem, Para Bellum.

Il tuo è un tributo ai Bathory: cosa pensi e vorresti portare al mondo musicale con la tua musica?

Beh, direi che non ci sono dubbi! Nel mio modo di cantare, negli arrangiamenti, nel modo di suonare, nell’atmosfera e anche nel mio look l’influenza di Quorthon si fa sentire decisamente. Se vuoi vederla così, il progetto è un tributo nel senso che tento di portare avanti nel mio piccolo quello che lui, mio “padre” artistico, ha cominciato e, ahimè, è stato costretto a interrompere dalla sua prematura scomparsa. Mi ferisce molto il fatto che non potrò mai incontrarlo di persona, ma al contempo credo che lui sia vivo nei magnifici dischi che ci ha lasciato e nei progetti che ha influenzato. Io non credo affatto nell’aldilà o nella vita dopo la morte, quel che intendo è che, in un certo senso, lui è vivo dentro di me, dentro a tutti gli artisti che a lui si ispirano e dentro a tutte le Bathory Hordes, nella forma di memoria, stima ed influenza indelebili. Finchè lo ricorderemo come merita, lui sarà vivo dentro e tra di noi. Quello che voglio fare nel mondo della musica? Assolutamente omaggiare Quorthon, pur cercando di evolvere il mio stile pian piano, perchè non voglio sembrare solo una copia, voglio cercare di arrivare a fare qualcosa di mio in cui la sua influenza sia presente (un padre vorrebbe vedere il figlio seguire i suoi consigli per poi andare per la sua strada, no?). Un’altra mia speranza è che i fan dei Bathory apprezzino ciò che faccio, perchè il mio progetto è dedicato anche a loro. Alcuni già mi hanno scritto dicendomi “Quorthon rivive a Torino!” o “Quorthon starà brindando con gli Dèi ascoltando la tua musica!”, e sono frasi che mi riempiono di orgoglio e che mi fanno pensare che forse qualcosa di giusto lo sto facendo. Ma il mio sogno più grande è che, prima o poi, ci sia anche solo una, una singola persona per la quale io possa essere quello che Quorthon è stato per me: se riuscirò a ispirare così profondamente anche solo una persona, per me sarà una vittoria grandissima.

Il disco Si Vis Pacem, Para Bellum è un autoprodotto e le copie fisiche sono pochissime. La decisione di fare tutto da solo è nata da te o avresti gradito il supporto di un’etichetta?

Sì, è un disco autoprodotto e l’ho registrato e mixato per conto mio nel mio studio casalingo, i “Darkwoods Studios”, e anche i CD sono stati stampati e masterizzati da me in persona, è un processo lungo e questo spiega il perchè ce ne siano così pochi (credo una trentina). Addirittura, ormai quasi stampo su ordinazione: se qualcuno mi scrive che vuole il mio CD, lo stampo apposta e lo spedisco. Come vedi è tutto molto underground, anche perchè non ho di certo una fanbase così numerosa. Questo approccio, soprattutto per quanto riguarda la registrazione, è per me essenziale: non potrei mai lavorare in modo “tradizionale”, scrivendo un album e registrandolo tutto in una volta. Secondo il mio workflow, le canzoni e gli album prendono vita durante la registrazione: Si Vis Pacem Para Bellum è stato scritto e registrato tra febbraio e ottobre 2018, ad esempio. A volte lascio a metà album o canzoni per mesi e mi dedico ad altro prima di riprendere, al momento sono al lavoro su tre dischi diversi! Probabilmente, lavorando in casa, è diventato un processo naturale per me, e conta che comunque sono partito a lavorare sul disco da zero, quasi come side-project, puramente per mia soddisfazione e basta, mentre oggi per me il progetto ha tutta un’altra importanza. D’altro canto, il vantaggio di avere il supporto di un’etichetta è ovviamente che la questione di stampa, distribuzione e promozione è in gran parte a carico dell’etichetta stessa, ma nel contempo bisogna rispettare certe tempistiche, talvolta attenersi a certe “linee guida” sulla musica, e a me piace avere carta bianca. Ovviamente dipende dalle etichette, però c’è molto marketing nel mondo della musica. Di certo comunque mi farebbe molto piacere se un’etichetta davvero interessata alla mia musica decidesse di supportarmi su stampe, distribuzione eccetera. Si vedrà cosa ci riserva il futuro!

Parlaci delle canzoni che fanno parte del disco, dando il giusto risalto ai brani e alle tematiche che pensi siano maggiormente interessanti.

Per quanto riguarda le tematiche, ho deciso abbastanza presto che il disco avrebbe dovuto parlare di guerra, che è un tema che reputo molto epico e mi ispira molto per le canzoni. Ho deciso di inserire il tutto nel periodo dell’antica Roma, perché non mi andava di copiare il tema vichingo, volevo dare al disco un’identità un po’ più unica da questo punto di vista, con una cultura che appartiene alla nostra terra, e che non ha nulla da invidiare a nessuno in quanto a gloria ed epicità! Il disco sviluppa dunque il tema bellicoso e i diversi momenti della battaglia, andiamo con ordine: Tomorrow parla dei soldati nell’accampamento la notte prima della battaglia; The Day Of Sorrow è il giorno della battaglia: il sole sorge, la brezza fredda sussurra nell’accampamento, gli eserciti si schierano e caricano al suono dei corni da guerra, gridando di trionfare nella gloria o morire nell’onore; il brano si chiude sull’immagine dei due eserciti che cozzano. Thunder, Blood And Fire descrive brutalmente la battaglia: il tuono sferragliante delle armi e armature, il sangue delle vittime e il fuoco che avvolge i nemici (curiosità: la prima strofa termina con “Thunder”, la seconda con “Blood” e la terza ed ultima con “Fire”); per Chant Of Glory Eternal ho immaginato un canto di marcia o da accampamento dei soldati in guerra: contiene la declamazione dei valori di gloria nella vittoria e onore nella morte, delle invocazioni agli Dèi e al Destino e un’invocazione ai compagni affinché seppelliscano i caduti con la loro spada in modo che il loro ricordo resti vivo dopo la morte; in Soldiers Of Rome c’è un po’ un mix dei temi trattati finora, ma è tutta cantata in prima persona da un soldato; Gloria Et Mortem è di nuovo la descrizione di una battaglia, cantata in prima persona da un soldato ed ispirata dall’episodio della sconfitta di Canne; la title-track Si Vis Pacem, Para Bellum è sempre in prima persona, la voce descrive alcune fasi della battaglia, poi esclama “Si Vis Pacem, Para Bellum!” (se vuoi la pace prepara la guerra), e infine i cori invocano gli Dèi, mentre la voce solista urla “Questo è il mio giorno per morire” (traducendo, perché il disco è tutto in inglese eccezion fatta per l’esclamazione in latino); infine, His Last Sunset parla in terza persona di un soldato rimasto mortalmente ferito in battaglia, unico sopravvissuto sul campo, che ha perso tutte le speranze ed è afflitto dai rimpianti, piange di dolore, guarda il suo ultimo tramonto e, quando il sole sparisce, muore. Quest’ultima traccia è l’unica sul disco che avevo scritto (testo a parte) prima di scoprire i Bathory, quando gli Apocalypse erano ancora un gruppo. Personalmente, non ho una canzone preferita. Sono nel complesso molto soddisfatto del mio lavoro e ogni traccia ha il suo fascino particolare, secondo me.

Ci sono altre band che portano avanti il viking metal di Quorthon, possiamo dire Ereb Altor e Bloodshed Walhalla giusto per fare un paio di nome tra i più importanti e talentuosi. Cosa pensi di questi gruppi e in cosa differenziano gli Apocalypse da tutti gli altri?

Degli Ereb Altor non ho ascoltato quasi nulla se non una cover di Twilight Of The Gods, che peraltro mi è piaciuta, però non ho mai approfondito. Del connazionale Drakhen dei Bloodshed Walhalla ho ascoltato qualcosa in più e letto qualche intervista. Quello che ho ascoltato mi è piaciuto, ho apprezzato in particolare il suo stile di canto pulito semi-sporco. Le sue tonalità sono sempre molto epiche, ma in una chiave e con un’atmosfera un po’ diversa dalla mia secondo me, e ovviamente i temi che trattiamo nei brani sono diversi, lui è più sulla tematica vichinga, mentre io cerco di fare qualcosa di diverso e più originale rispetto al viking tradizionale. Di fatto, non cantando di vichinghi, non mi posso nemmeno definire viking metal, semmai epic/black metal o simili, anche se francamente non mi interessa più di tanto tutta questa giostra di categorie ed etichette. Però che dire, fa sicuramente piacere sapere che ci sono altri gruppi che, come me, portano alta e con orgoglio la memoria di Quorthon e Bathory!

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quando e in quale circostanza hai scoperto i dischi dei Bathory?

Vengo da una famiglia abbastanza musicale: diversi parenti suonano o suonavano strumenti musicali o cantavano. Ho provato a suonare il pianoforte quando ero piccolo ma ho mollato subito… non faceva per me. Nel 2015 ho ascoltato Wishmaster dei Nightwish, disco che mi ha ispirato a diventare un chitarrista e che influenzava fortemente i primi Apocalypse (considera che uso tuttora i modelli di chitarra e amplificatore che sono stati usati su quel disco, talmente mi piaceva quel suono), e così è nato il mio amore per il metal. Ho scoperto i Bathory a fine 2017: in primavera ho iniziato ad ascoltare black metal (soprattutto il De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem), poi mio padre mi ha consigliato i Bathory, che io ho inizialmente snobbato (che idiota son stato!), ma poi me ne sono innamorato, e se oggi sono qui a parlarti è proprio grazie a loro!

Cosa pensi dei lavori solisti di Quorthon?

Mi piacciono, per quello che ho sentito. Pur non avendoli ascoltati per intero, ho apprezzato la qualità dei brani che, pur diversi da quelli dei Bathory, sono di ottima qualità e di grande impatto emotivo. Per me è giusto che un artista abbia la possibilità di esprimersi in forme diverse e di fare qualcosa di differente. E Quorthon ha dimostrato di saperlo fare e di saperlo fare bene. Prima o poi mi comprerò sicuramente i CD e li aggiungerò alla mia collezione!

Hai già annunciato la pubblicazione di un tributo ai Bathory (l’intervista è precedente la pubblicazione del disco, ndMF) contenente sette delle canzoni. Sarà anche in formato fisico o solamente digitale? Ci sono delle cover realizzate da altri gruppi che hai gradito particolarmente?

Sì, il disco si chiamerà To Hall Up High – In Memory Of Quorthon e conterrà le cover di A Fine Day To Die (Blood Fire Death), War Machine (Requiem), Necromansy (Bathory), Song To Hall Up High (Hammerheart), One Rode To Asa Bay (Hammerheart), Twilight Of The Gods (Twilight Of The Gods) The Wheel Of Sun (Nordland II), quindi non soltanto brani viking, ma brani in generale che per me hanno significato molto. Scelta molto difficile, ma sono andato con quelli che hanno proprio segnato il mio attaccamento alla musica dei Bathory. La tripletta iniziale è formata da quei pezzi che mi hanno attirato per primi ai Bathory. Il disco sarà rilasciato solo sul canale YouTube ufficiale (dove c’è già il teaser), non è inteso come prodotto vero e proprio ma come mia soddisfazione personale e mio omaggio a Quorthon. Farò un CD da tenermi per ricordo… e magari un paio di copie per qualche amico se proprio lo vuole. Oh, e una copia da portare sulla tomba di Quorthon assieme a quella di Si Vis Pacem Para Bellum appena potrò fare un salto in Svezia. Ma non temete, sono già al lavoro su nuovo materiale originale che verrà rilasciato normalmente verso fine anno o inizio 2020! Riguardo alle cover, ho ascoltato qualcosa di Ereb Altor e Bloodshed Walhalla. Non erano male, anche se dovrei ascoltarle meglio per decidere. La famosa versione degli Emperor di A Fine Day To Die non mi fa impazzire… la intro è molto bella però.

Ti piace il periodo black metal dei Bathory?

Mi piace tutto dei Bathory. Non sono riuscito a trovare un singolo disco che mi abbia fatto dire “che schifo!”. Alcune canzoni su certi dischi non mi esaltano, e alcuni dischi mi piacciono più di altri. Però ogni disco ha il suo fascino particolare, e qui a casa ho tutta la discografia in CD. Mi piace tantissimo anche Requiem, disco odiato da tutti secondo me molto ingiustamente: per quanto mi riguarda, è un capolavoro del death/thrash!

Torino, città magica. La cosa ha influito in qualche modo sulla tua musica?

Sei appassionato di magia? Ebbene sì, Torino è parte sia del triangolo della magia nera sia di quello della magia bianca: Piazza Statuto è il centro della magia nera, Piazza Castello della magia bianca, e si trovano agli estremi opposti di Via Garibaldi, la via più importante della città. Comunque no, questo non ha avuto influenze di alcun tipo sulla mia musica… non sono particolarmente interessato a magia, esoterismo e simili. Ma se ti piace il metal estremo e soprattutto il black metal, un luogo veramente “magico” è Pagan Moon! Un negozio di dischi davvero figo, dove peraltro avevo portato anche i miei CD quando sono usciti. Fate un salto se vi capita! (e godetevi le chiacchierate col Pagano – il proprietario del negozio –, ndMF)

Grazie per la disponibilità, siamo al termine dell’intervista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Ci tengo come sempre a ringraziare davvero tutti i miei fan e coloro che mi supportano, un grande saluto a tutti voi, e a tutti i miei compagni nelle Bathory Hordes!

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Mister Folk Festival 2019, il foto report parte 2

Ecco la seconda parte delle fotografie del Mister Folk Festival 2019 (la prima la trovate QUI), evento che si è svolto lo scorso 6 aprile al Traffic Live Club di Roma. Le belle foto sono di Marco Canarie, che insieme ad Art In Progress ringrazio per il lavoro svolto con passione e professionalità. Ci vediamo l’anno prossimo? 🙂

ULFHEDNAR

BLOODSHED WALHALLA

SECHEM

KANSEIL

FUROR GALLICO

Intervista: Bloodshed Walhalla

La pubblicazione di un nuovo sontuoso album, la decisione di suonare dal vivo e le riflessioni di un musicista che proprio non riesce a stare fermo: Drakhen è come al solito un fiume in piena e nelle sue risposte troviamo diversi spunti interessanti.

I Bloodshed Walhalla saranno tra i protagonisti della terza edizione del Mister Folk Festival, questo l’evento Facebook per saperne di più: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Il nuovo disco Ragnarok è uscito un anno e mezzo dopo Thor e sei mesi dopo l’EP The Walls Of Asgard: dove trovi tutta questa ispirazione ed energia per realizzare gli album?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi dato questa possibilità, rispondere alle domande di Mister Folk è per me un grande onore e piacere. Partiamo dal presupposto che i Bloodshed Walhalla sono una one-man band e come tale ha solo una mente compositiva in azione. Questa mente lavora tutti i santi giorni e oltre ai doveri e piaceri quotidiani è sempre attiva per quanto riguarda il progetto Bloodshed Walhalla. Ogni giorno potrei scrivere una canzone e trovare il tempo necessario per pubblicarla nei canali necessari per permettere ai fan di capire sempre di più di che pasta siamo fatti. Di solito dopo la pubblicazione di un album – e in questo progetto ne sono stati pubblicati ben quattro – dato che non abbiamo altre necessità specialmente sul fronte live, inizio la stesura di nuovi inediti. La cosa mi risulta abbastanza semplice perché senza modestia un po’ ce l’ho nel cuore, e quando una cosa la senti tua in modo morboso tutto ti risulta facile. Ad oggi le cose però stanno cambiando significativamente perché i Bloodshed Walhalla sono scesi in campo per dire la propria anche sul fronte live, e credimi, quando inizi questo percorso tutto si complica maledettamente. Ma ormai ho preso questa decisione e per ora non torno indietro.

Ti rigiro la domanda: non credi che pubblicando tre dischi in un anno e mezzo non dai il tempo all’ascoltatore di “assorbire” la musica e di non valorizzare il lavoro svolto per realizzare ogni singolo album?

Se devo essere sincero questo è un aspetto curioso ed è un problema che non mi sono mai posto ed il motivo è molto semplice: quando ho iniziato l’avventura Bloodshed Walhalla mai mi sarei espettato di ricevere riscontri importanti dalla critica e dalla gente che ascolta viking metal. Evidentemente mi sbagliavo e forse qualcosa di buono l’ho fatto, e Ragnarok, che a mio avviso è un super album sfortunato, e poi ti spiego il perché, ne è la prova lampante. Ragnarok ha ricevuto super recensioni internazionali e non scherzo quando dico che sui miei canali mi scrive gente da tutto il mondo per congratularsi per il gran lavoro fatto. Ragnarok è uscito ad un anno esatto dalla pubblicazione di Thor che – anche se voi dite essere un grande album – per me è una merda al 90%. Odio questo album per la copertina che abbiamo proposto (non voluta da me), e sinceramente mi vergogno di proporlo al pubblico anche se il “guaio” è già fatto. Per questo motivo, che poi alla fine sono malintesi dovuti alla distanza nel collaborare su di un progetto, mi sono allontanato dalla casa discografica che mi ha rappresentato per tanto tempo e ho sentito la necessità di rimettermi in gioco il più velocemente possibile contattando altre etichette, e su questo sono stato veramente fortunato dato che sono stato contattato dalla romana Hellbones Records, che tanto crede nelle nostre capacità. Visto che Ragnarok era già sui miei file perché, come spigato prima, non riesco a stare fermo, non ho atteso più di tanto e Daniele (il boss dell’etichetta, ndMF) d’accordo con me, ha pubblicato il lavoro. I fan se ci vogliono bene – e ce ne vogliono – devono capire questa necessità e continuare a seguirci in maniera decisa ora ancora più di prima dato che ci stiamo proponendo anche su palchi importanti… per ora!!!

Già con Thor avevi dato prova di bravura nel realizzare canzoni dal minutaggio importante, ma con Ragnarok ti sei superato: sessantasei minuti di musica divisi in sole quattro canzoni! Come sono uscite fuori queste composizioni extra large e come ti sei reso conto che necessitavi di un grande minutaggio per portare a conclusione i brani?

Beh forse è il genere che lo richiede o perlomeno il mio genere, o per dirla tutta il genere intrapreso da alcuni artisti del settore. Penso che se vuoi raccontare qualcosa di importante hai bisogno per forza di cose di spazio e di tempo, non puoi parlare di qualcosa che per te è importante e sminuirla in breve con riassunti dei riassunti. Noi trattiamo di mitologia norrena e la mitologia norrena è vasta, IL RAGNAROK è vasto, non puoi spezzettarlo in breve, hai bisogno per forza di cose di esprimere concetti che non puoi tralasciare, noi poi ci abbiamo messo anche del nostro con una storia parallela che è raccontata nella nostra pagina ufficiale. Una sorta di concept album che è venuto fuori in maniera naturale, senza forzature, il lavoro è stato pensato e realizzato proprio come doveva essere. Ma questo viene da lontano. Dopo Legends Of A Viking e The Battle Will Never End (i primi due album, ndMF) sono stato non quasi accusato di aver emulato le musiche dei Bathory senza però sapere che quello era proprio il mio intento, e questo l’ho ammesso e spiegato tante volte. Già con Thor si è potuto costatare una tendenza nella costruzione delle song un po’ più elaborata, con un minutaggio di alcuni brani un po’ più lungo del normale. Ragnarokha confermato questa tendenza e l’ha accentuata maggiormente. Tendenza che diventerà realtà ancor di più nel prossimo lavoro dove chi ci ascolta dovrà sapere a priori che i Bloodshed Walhalla suonano e parlano musica in questa maniera e che possa piacere o no a me non interessa.

Leggendo i titoli delle canzoni e i testi appare chiaro il tuo legame con la mitologia scandinava; ti chiedo di raccontare di cosa parli nelle canzoni e se sono delle metafore per vivere l’oggi al meglio.

I quattro testi dell’album Ragnarok narrano la battaglia finale tra gli dèi e l’ordine del male e delle tenebre, dai primi segni alla distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Naturalmente, oltre alla leggenda conosciuta grazie alle fonti, abbiamo aggiunto del nostro inserendo una storia parallela totalmente creata in base agli eventi. Nello specifico, Il dio Baldr, figlio di Odino, dopo essere stato ucciso dall’inganno di Loki, viene accolto nel regno di Hel. La regina del male ascoltando i pianti disperati provenienti da tutto il creato e le suppliche del dio Odino affinché il figlio fosse liberato, decide di imprigionare il padre di tutto nelle sue celle e spedire il figlio Baldr nel mondo dei vivi rendendolo così mortale e privo di forze: Odino accetta queste condizioni. Eliminando Odino la regina invia i segni premonitori che poi scaturiranno il Ragnarok. Odino intanto entra nei sogni del figlio ormai mortale e incosciente di tutto quello che è accaduto e che accadrà e gli rivela i suoi progetti, facendogli consegnare la sua forza, il suo cavallo Sleipnir, la sua lancia e il suo elmo. Baldr così dovrà donare il suo cuore mortale alle valchirie, e dopo la sua seconda morte potrà entrare nella Valhalla e capire finalmente qual è la sua reale identità! Baldr così dovrà raggiungere il regno di Hel e con le sue abilità e le armi di Odino dovrà annientare la regina del male e il suo esercito per così liberare il padre dalle celle nere. Il Ragnarok con Odino e i suoi figli può avere inizio! Questo racconto non ha nulla a che vedere con la vita attuale e non ci sono metafore che possano collegare due mondi che sono ben distinti e separati.

Musicalmente hai apportato delle modifiche alla tua musica: sempre di viking metal bathoriano si tratta, ma è palese l’influenza dei Moonsorrow e trovo che il senso della melodia sia debitore ai Falkenbach più ispirati. Infine, per l’utilizzo delle orchestrazioni, penso si possa fare il nome dei Turisas di The Varangian Way. Questi nomi sono accostabili alla tua proposta musicale e in quale direzione ti stai dirigendo?

Alla fine questa è la musica che ascolto tutti i giorni e che per forza di cose influenza senza volere un processo di crescita personale in ambito compositivo. Ricordo che i Bloodshed Walhalla nascono come cover band dei Bathory e ripeto che di questo ne vado fiero, il mio desiderio è sempre quello di essere considerato l’erede di una realtà oramai scomparsa nel 2004 con la morte del maestro Quorthon. Proprio per il fatto che nelle nostre canzoni vogliamo raccontare e non frammentare, si è deciso di intricare notevolmente le opere aggiungendoci quanto più di fantasy possibile possa uscir fuori dagli strumenti e dai testi, e come dicevo in precedenza riteniamo che ci sia bisogno di spazio e tempo per poter esprimere al meglio il nostro potenziale. La strada è ancora lunga perché sono solo a fare tutto ciò e solamente quando i lavori sono pronti può capitare che ti accorgi di aver sbagliato a fare qualcosa, c’è ancora tantissimo da lavorare sotto alcuni punti di vista e con i piedi per terra e consapevole dei limiti evidenti si va avanti e non si torna indietro. I prossimi lavori proseguiranno questo percorso di crescita e sono sicuro che ne sentirete delle belle ancora per molto tempo. Le critiche non mi spaventano e se devo dirla tutta il 90% delle recensioni di Ragnarok ci dà ragione.

La grande novità del 2019 è sicuramente l’aver iniziato a suonare dal vivo. Cosa hai provato a stare sul palco a suonare le tue canzoni davanti al pubblico?

Ho una paura fottuta di sminuire tutto quello che di buono ho costruito in questi anni. Per suonare dal vivo ci vuole troppa esperienza, cosa che noi non abbiamo, ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. A volte mi chiedo se la decisione presa sia quella giusta e ancora oggi – anche se sono supportato da quattro stupendi ragazzi e musicisti – non ci sto ancora capendo un cazzo.

Cosa si deve aspettare uno spettatore dal concerto dei Bloodshed Walhalla?

Abbiamo esordito dal vivo all’Agglutination Roadshow 2019 che si è tenuto a Matera poche settimane fa, in pratica il fratellino dell’Agglutination, grandissimo festival internazionale che si tiene in estate nel cuore della mia terra, mica male come esordio! Qui ho notato qualcosa che mi ha fatto capire molto e che mi permette di rispondere alla tua domanda. Gli spettatori presenti hanno fatto casino quando c’era da far casino e hanno ascoltato incuriositi quando c’era da ascoltare attentamente cos’era proposto in quel momento. Quando i timidi ma determinati Bloodshed Walhalla sono saliti sul palco a mio avviso hanno incuriosito lo spettatore che ha ascoltato attentamente il lavoro di anni e anni di sacrifici, nello stesso tempo si è divertito come solo un metallaro sa fare quando è dentro la calca e in fine soddisfatto ha applaudito e apprezzato lo show proposto. Non si poteva chiedere di meglio.

La formazione live prevede ben tre chitarre: come mai una scelta così inconsueta? Come hai conosciuto e “arruolato” gli altri musicisti?

Bene, la risposta è semplice, io canto per i Bloodshed Walhalla ma fondamentalmente sono chitarrista e non mi saprei vedere sul palco senza chitarra, ma dovete capire che a volte chitarra e voce, specialmente nelle nostre canzoni, sono molto complicate da conciliare e quindi sono costretto a tralasciare particolari che in fase di registrazione abbiamo curato attentamente. Per questo mi limito alla ritmica e sporadicamente mi cimento in qualche assolo. Le parti che poi danno al brano la bellezza originale spetta agli altri due chitarristi che sanno bene come intrecciare le note e far rendere la canzone dal vivo come se la si ascolta sul cd. Il bassista e uno dei chitarristi sono miei fratelli di sangue e a loro devo tutto, il batterista e l’altro chitarrista sono dei ragazzi fantastici che abbiamo conosciuto e arruolato quando ci siamo divertiti nella parentesi come cover band degli Iron Maiden.

I Bloodshed Walhalla rimarranno sempre un tuo progetto personale o questa apertura verso i live potrebbe far diventare i Bloodshed Walhalla una vera e propria band?

I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band e come dicevo prima, musicalmente parlando devo capire ancora chi sono. Vorrei fare tantissime cose, ma la vita insegna che bisogna tenere sempre i piedi per terra e rispettare le priorità che ti sono state donate. Continuiamo così, giorno dopo giorno e vediamo quello che succede, magari ci capita qualcosa che ci indirizza verso la via giusta o magari no. Per ora i Bloodshed Walhalla sono questo, domani non si sa.

Conoscendoti immagino che da quando hai finito la composizione di Ragnarok avrai già pronte delle nuove canzoni, è così? Stai preparando un nuovo disco/EP?

Il disco che sto preparando è ancor più sconvolgente e avvincente di Ragnarok. Rimanete in contatto con noi e se ci saranno le possibilità nel 2020 lo scoprirete.

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo? Ci sono band “giovani” che ti trasmettono qualcosa e che ascolto con piacere?

Ascolto sempre la stessa roba da secoli. Ho una chiavetta usb sul mio stereo che trasmette sempre gli stessi album e non mi stanco mai di farlo. Le band sono pressappoco quelle che hai citato all’inizio dell’intervista con l’aggiunta degli Iron Maiden, Manowar, Helloween, Pink Floyd, Motorhead e altri classici. Però se ho l’occasione di ascoltare un po’ di underground lo faccio veramente con piacere!!!

Lo sai che ci sono delle persone che usano la parola “maestro” quando parlano di te? Cosa gli vuoi dire per concludere l’intervista?

Che i maestri sono altri, i maestri sono chi ha creato e chi ha insegnato qualcosa. Io ringrazio di cuore chi mi definisce in quel modo, ma posso solamente definirmi un umile discepolo di chi veramente ha ispirato le mie creazioni e la mia voglia di fare musica. Infine ringrazio solennemente Mister Folk per questa bellissima chiacchierata e invito tutti voi che avete letto queste righe di seguire tutti i suoi canali perché sono veramente interessanti, con articoli, recensioni e distro ben fatte, colme di band come la nostra che hanno veramente tanto bisogno di visibilità e supporto. Grazie Mister Folk e grazie a tutti voi, che le saette di Thor vi sconvolgano la vita in positivo! Hail Viking!

Intervista: Einherjer

Ospitare sulle pagine di Mister Folk una band storica, seminale e dannatamente sincera come quella degli Einherjer è un immenso piacere. Tra i gruppi che hanno dato lustro al genere del viking metal, Frode Glesnes e soci hanno pubblicato nel giro di pochi anni (1996-2003) una manciata di lavori destinati a rimanere nella storia. Dopo la reunion del 2008 gli Einherjer hanno pubblicato due dischi discreti e la nuova versione di Dragons Of The North, ma è con il recente Norrøne Spor che tornano al posto che gli spetta, ovvero il trono del viking metal. Questa bella e interessante chiacchierata è per tutti voi che amate il viking metal old school, buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa vi chiedo dove trovate l’ispirazione per continuare a suonare dopo tanti anni di attività e dopo aver pubblicato dei dischi passati alla storia del genere.

Semplice! Amiamo ciò che facciamo. Abbiamo ancora passione per quello che facciamo. È uno stile di vita. Non è qualcosa che puoi smettere di fare. Fin quando possiamo rilasciare album di alta qualità, noi continueremo. E giudicando dai nostri album precedenti, questo accadrà ancora per molto. Penso che Norrøne Spor è tra i migliori che abbiamo fatto.

Norrøne Spor è molto intenso e vario. Ci sono canzoni nel vostro classico stile e leggermente diverse ma che mantengono il vostro trademark, penso ad esempio a Tapt Uskyld.

Sì, e la ragione principale è che il materiale per le canzoni è piuttosto vecchio. Immagino intorno all’era di Blot. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione in giro dall’inizio, che è non finito o che oppure non si adattava al tempo. Ma a volte senti che è il momento giusto. Inizi a “macinarlo” in testa, e forse trovi modi alternativi per arrangiare il materiale. Ad essere onesti, eravamo insicuri su questa canzone, ma dopo il mixaggio completato si è rivelata perfetta.

Un’altra canzone un po’ diversa dal solito è Døden Tar Ingen Fangar, con quel ritornello quasi melodico che sorprende non poco. La trovo una grande canzone, vi chiedo quindi di spiegare il testo e come è nata la canzone.

Sì, è una canzone orecchiabile. È una delle primissime per quest’album. Probabilmente scritta subito dopo che Av Oss For Oss fu registrato. È anche una delle canzoni che è cambiata un po’ dalla pre-produzione alla produzione finale. Il testo è veramente personale, basato sulla perdita e sul dolore. E su cosa provoca intorno a te. Sono d’accordo sul fatto che devia un po’ da come suoniamo normalmente, ma è una buona canzone. Mi piace!

Il disco è vario nelle sonorità ma sempre di buona qualità, il segreto sta nell’aver composto i brani tutti insieme invece che separatamente?

Nessun segreto, veramente. La registrazione è stata fatta per la maggior parte allo stesso modo di sempre, nel mio Studio Borealis. L’unico cambiamento questa volta è che io ho anche mixato l’album da solo. Non ho mai mixato un album degli Einherjer prima. Gli ultimi album sono stati registrati da me e mixati da Matt Hyde a Los Angeles. Questa volta mi sentivo sicuro del fatto che avrei dovuto fare tutto il mixaggio da solo. Sono felice del modo in cui è andata a finire. Suona fresco e nuovo, ma ancora chiaramente Einherjer.

Cosa rappresenta la copertina? Chi è l’autore?

La cover art è il frutto dell’ingegno del nostro caro amico Costin Chioreanu. Abbiamo lavorato insieme per cinque anni ora e abbiamo avuto delle buone conversazioni sull’album, sul titolo e sulla cover quando ha visitato Haugesund per registrare dei video per noi quest’estate. Lui sapeva che siamo cresciuti tra i patrioti locali e quanto quest’area è importante per noi, e quindi voleva includere questo nella cover art. La sua rappresentazione meravigliosa della nostra parte della west coast mi fa venire i brividi dietro la schiena.

Parliamo della cover dei Motörhead Deaf Forever: perché avete scelto la band di Lemmy e quella canzone in particolare? Mi piace molto il risultato finale: si sente subito che suona 100% Einherjer pur essendo una cover.

I Motörhead sono una delle mie band preferite di tutti i tempi e ho sempre amato l’era veramente sottovalutata di metà anni ‘80. Il mio primo album dei Motörhead fu No Remorse del 1984. Quindi quando discutevamo sulle possibili cover per il b-side di Mine Våpen Mine Ord (un vinile 7″, ndMF) siamo finiti presto a discutere sulle canzoni dei Motörhead. L’album Orgasmatron è bellissimo, ma patisce di una produzione terribile. Deaf Forever sembrava la scelta perfetta per noi. Sia per i testi che musicalmente. E penso sia venuto benissimo. Suona bene nella versione sonora degli Einherjer. La canzone era una sorta di nostro tributo a Lemmy e all’impatto che ha avuto su noi negli anni.

Torniamo indietro di qualche anno… precisamente alle prime prove della band. Cosa ricordate di quel periodo? Perché vi siete messi a suonare e dove speravate di arrivare?

Quando abbiamo iniziato, era tutto basato sulla sensazione. Doveva essere giusto. Doveva essere Nordico. Ho sempre pensato che la sensazione e le vibrazioni nei miti nordici sarebbero state perfette da catturare in musica. Secondo me solo poche band hanno davvero toccato le emozioni e le sensazioni che io provo attraverso i temi nordici, ed è sempre come se mancasse qualcosa. Qualcosa non andava bene. Qualcosa non andava bene finché non ascoltai i Bathory e capii veramente come potesse essere potente quando era fatto bene. Ci sono altre band come i Wardruna, che stanno facendo in questo modo, più autentico. Ma noi suoniamo heavy metal! Non è esattamente “musica vichinga”, ma è quella sensazione che stiamo cercando. I riff dovrebbero risuonare di tempi antichi. Come diceva il primo volantino di Aurora Borealis (il demo del 1994, ndMF): “Fuori dalle distese dell’emisfero nord, viene il più epico ed atmosferico Viking Metal. Caricato con il potere del Mjølner. Stregato dal misticismo della terra di Thule”. Una dichiarazione veramente audace, ma penso che riassuma il modo in cui scriviamo musica, allora come adesso. Ora 25 anni dopo, i miti nordici sono ancora lì, ma non sono così prominenti. Il modo di pensare nordico è tutto lì. La mentalità e gli elementi filosofici sono molto presenti. Più profondi. Più intelligenti. Più o meno come la nostra musica…

Dragons Of The North è uno dei capisaldi del viking metal. Più passa il tempo e più quell’album sembra assumere importanza e rispetto. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo il periodo di composizione e registrazione, che aria si respirava in studio, se eravate consapevoli di quello che stavate facendo o se era “semplicemente” il primo disco di una giovane band.

Grieghallen! Il primo album! Eravamo stati in studio prima, ma solo per registrare demo ed EP. Questo era il primo contratto. Dovevamo incidere un album avendo a che fare con la Napalm Records e l’avventura stava per iniziare. Avevamo otto canzoni pronte ed entrammo nei leggendari studi con largo anticipo. Pytten lo portò a termine! Bei tempi, davvero!

Due anni fa avete ri-registrato Dragons Of The North, cosa vi ha spinto a farlo? Siete soddisfatti del risultato finale, ovvero Dragons Of The North XX?

Il 2016 ha segnato il 20º anniversario dell’album, quindi abbiamo deciso di celebrare l’evento ri-registrando l’intero album. Normalmente le band fanno questo quando non sono soddisfatte dell’originale, ma questa decisione fu presa a per via dell’amore per la registrazione originale, non a causa di essa. Molte persone odia le ri-registrazioni, e onestamente io sono uno tra quelli, ma penso che questa è venuta bene. E non è che l’originale sia scomparso perché abbiamo fatto una XX edition. Sono entrambe lì fuori, affinché tutti possano ascoltare la versione che gli piace di più.

Parlando ancora di viking metal, quali sono le differenze che notate tra la scena di fine anni ’90 e quella odierna?

Il termine “viking metal” aveva un significato a metà anni ‘90. Almeno per noi… o almeno per me. Sono cambiate molte cose da allora… e onestamente il viking metal più moderno è “un grande piatto di formaggio”! Se ascolti Hammerheart oppure Twilight Of The God non è proprio questo il caso. Questi sono gli esempi di come dovrebbe essere fatto! Ma in qualche modo, da qualche parte lungo la strada qualcosa andò terribilmente male. Noi terremo la bandiera del viking metal in alto più a lungo possibile. Ora abbiamo un mucchio di clown con gli elmetti con le corna e vestiti con le pellicce che corrono in giro cantando canzoni sul bere come se questo fosse una sorta di scherzo.

Si parla sempre di più di vichinghi anche grazie alla serie tv Vikings. Qualcuno di voi la segue e cosa ne pensa? Visto il collegamento, vi piace il lavoro svolto dai Wardruna nei loro dischi?

Ho visto un paio di stagioni. Penso sia iniziata bene, ma ho perso interesse dopo un po’. Bello vedere che Einar e i Wardruna stiano avendo una meritata spinta dalla serie. Amo i Wardruna. Suonano così “giusti”.

Vi vedremo presto in tour? Toccherete anche l’Italia?

Certo, abbiamo qualche festival organizzato per il 2019, e molte cose sono in cantiere. Spero che riusciremo a visitare l’Italia nel 2019. È passato molto tempo.

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First, I’d like to ask you where you find the inspiration to keep playing after so many years of activity and after publishing albums that became part of this genre’s history.

Simple! We love what we do. We still have passion for what we do. It’s a lifestyle. It isn’t something you can just quit. As long as we can release high quality albums, we will continue. And judging by our latest album, that will be for quite some time. I think Norrøne Sporis among the best work we’ve done.

Norrøne Spor is a very intense and varied work. It contains songs in your classic musical style, but also slightly different while still keeping your trademark sound intact – I’m thinking about Tapt Uskyld.

Yes, and the main reason for that is because the material for the song is quite old. I would guess around Blot era. We have quite a lot of stuff laying around from back in the day, that’s either unfinished or it didn’t fit in at the time. But sometimes you just feel that now is the time. You start grinding it down in your head, and maybe find alternative ways to do and arrange stuff. To be honest, we were unsure about this song until the bitter end, but then the mix was set, and it turned out perfect.

Another slightly different track is Døden Tar Ingen Fangar, with a very melodic chorus that does take by surprise. I find it a great song, I’d like to know more about the lyrics and how the track was born.

Yes, it is a catchy song. It’s one of the early ones for this album. Probably written right after Av Oss For Oss was recorded. It was also one of the songs that changed quite a bit from pre-production to the finish product. Very personal lyrics based on the topics of loss and grief. And what it does to you. I agree that it deviates a bit from what we normally sound like, but it is a good song. I like it!

Regarding sound, it’s both varied and always top quality. What’s the secret?

No secret, really. The recording was mostly done the same way as we always do, recorded in my studio, Studio Borealis. Only change this time is that I also mixed the album myself. I’ve never mixed an Einherjer album before. The last albums have been recorded by me and mixed by Matt Hyde in Los Angeles. This time I felt confident it was a better idea to do the whole mix myself. I am very happy with the way it turned out. It sounds new and fresh, but still very unmistakably Einherjer.

What’s the meaning behind the artwork? Who’s the author?

The cover art is the brainchild of our dear friend Costin Chioreanu. We’ve been working together for about 5 years now and we had some really good discussions about the album, title and cover art when he visited Haugesund to shoot some videos for us this summer. He knows we’ve grown into local patriots and how much this area means to us, so he wanted to include that in the cover art. His amazing representation of our part of the west coast makes shivers down my spine.

Let’s talk about Deaf Forever, the Motörhead song you covered: why did you choose Lemmy’s band, and why that song specifically? I really enjoy what you did with it, you can feel it’s 100% Einherier sound even though it’s a cover.

Motörhead is one of my all-time favorite bands and I’ve always loved the very underrated mid 80s era. My first Motörhead album was No Remorsefrom 84. So when discussing possible covers for the b-side of Mine Våpen Mine Ord we soon ended up discussing Motörhead songs. The Orgasmatron album is great, but suffers from terrible production. Deaf Forever just seemed like the perfect choice for us. Both lyrically and musically. And I think it turned out great. It sounds good in an Einherjer sound scape. The song was just sort of our tribute to Lemmy and the impact he did on us over the years.

Let’s go back a couple years… specifically to that first period after the band was founded. What do you remember of those days? Why did you start playing, and what were you hoping to achieve?

When we started out, it was all about the feel. It had to be right. It had to be Norse. I had always thought that the feeling and vibe in the Norse myths would be perfect to capture in music. In my opinion only a few bands had really touched the emotions and the feel I felt towards the Norse themes, and it always felt that something was missing. Something wasn’t right. It wasn’t until I heard Bathory I really understood how powerful it could be when done right. There are other bands like Wardruna, who are doing this way more authentic. But we play heavy metal! It’s not exactly Viking music, but it’s the feeling we are after. The riffs should resound of ancient times. As the first flyers for Aurora Borealisstated: “Out of the wastes of the Northern hemisphere, comes the most epic & atmospheric Viking Metal. Charged with the power of Mjølner. Enchanted by the mysticism of the land of Thule.” A very bold statement indeed, but I think it sums up the way we wrote music back then and still do to this day. Now 25 years later, the Norse myths are still there, but not that prominent. The Norse way of thinking is very much there. The mind-set and the philosophical elements are very present. Deeper. Smarter. Much like our music…

Dragons Of The North is a cornerstone of viking metal. The more time goes by, the more that album becomes respected and revered. I’d like to know more about the songwriting and recording phase, what the atmosphere in the studio was like, if you were aware of what you were doing or if it “just” felt like the first album of a young band.

Grieghallen! First album! We had been in the studio before, but only to record demos and an EP. This was the real deal. We had scored a record deal with Napalm Records and the adventure was about to start. We had 8 songs ready and we entered the legendary studio with great anticipation. Pytten delivered! Both as a person and producer. Good times indeed!

You re-recorded Dragons Of The North, what pushed you to do that? Are you satisfied with the end result?

2016 marked the 20th anniversary for the album, so we decided to celebrate the event by re-recording the whole thing. Normally bands do this because they are not happy with the original, but this decision was made because of our love for the original recording, not is spite of… Many people hate re-recordings, and to be honest I am one of them, but I think this one turned out great. And it’s not like the original album disappears because we did a XX version. They are both out there, so everyone can listen to the one they like best.

Let’s talk about viking metal some more. What do you think are the differences, if there are any, between the late 90’s scene and today?

Viking metal as a term had a meaning in the early 90s. At least for us… or at least for me. A lot of things have changed since then…and to be honest most modern day viking metal is a large plate of cheese! If you listen to Hammerheart or Twilight Of The Gods, that’s not the case at all. That is the blue print how it should be done! But somehow, somewhere down the road something went horribly wrong. We held the Viking metal banner high as long as we could. Now we have a bunch of clowns with horned helmets and furry cloths running around singing drinking songs like this is some sort of joke.

Vikings are more talked about, nowadays, also thanks to the TV show Vikings. Does anybody in the band watch it? And since we’re on the topic, what do you think of Wardruna’s work in their albums?

I’ve seen a couple seasons. I think it started good, but I lost interest after a bit. Great to see that Einar and Wardruna is getting a well deserved push by the series. I love Wardruna. It sounds very “right”.

Will you be on tour any time soon? Will you come to Italy?

Sure, we have some festivals lined up for 2019, and a lot of stuff is in the works. I really hope we get to see Italy in 2019. It’s been too long.

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

Nebelhorn – Urgewalt

Nebelhorn – Urgewalt

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wieland: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Auf Bifrösts Rücken – 2. Urgewalt – 3. Ägirs Zorn – 4. Wilde Jagd – 5. Muspellheim – 6. Auf Neue Lande – 7. Funkenflug – 8. Freyhall

Dopo ben undici anni di silenzio torna a farsi sentire Wieland, mente del progetto Nebelhorn. La one man band tedesca – con un passato di band “vera”, in line-up c’era anche Patrick Damiani, nome noto a chi segue Falkenbach, Carach Angren, Rivendell e Secrets Of The Moon – arriva con questo Urgewalt al terzo full-length, lavoro dalle caratteristiche musicali molto simili a quando i Nebelhorn mossero i primi passi nel 2004 con l’EP Utgard. Il viking metal puro e di matrice black richiama i grandi del passato, ma Wieland è stato bravo nel corso degli anni a rendere sempre più personale il sound del proprio gruppo facendo piccoli ma significativi passi in avanti ad ogni release. In questo modo Urgewalt si traduce nella massima espressione artistica mai realizzata dall’artista tedesco: le canzoni sono dirette ma mai scontate, il minutaggio è diventato medio delle tracce è aumentato e, soprattutto, la scrittura del musicista è cresciuta in maniera tale da permettergli di comporre una manciata di ottimi brani contornati da pezzi validi e interessanti.

L’opener Auf Bifrösts Rücken, introdotta epicamente dalle tastiere, è cruda e tagliente, cantata con furia e addolcita dalle clean vocals del ritornello. Il viking metal dei Nebelhorn è quello tipico degli anni ’90, quando la musica veniva prima di tutto e si badava meno al contorno. I riff di chitarra sono brutali e la batteria dannatamente retrò, tutto porta l’ascoltatore indietro nel tempo, ma non bisogna pensare che Urgewalt sia un disco adatto solo ai nostalgici, perché le otto tracce sono tutte di altà qualità e meritano ben più di un semplice ascolto. La title-track è un mid-tempo bellicoso che nella parte centrale si fa di un cattivo inimmaginabile prima che Wieland tiri il freno rallentando il ritmo divenuto infernale, dando nuovamente spazio alla melodia. La terza traccia Ägirs Zorn, caratterizzata dal riff compatti e oscuri, suona pagana e minacciosa, un ottimo modo per arrivare alla furiosa Wilde Jagd, black metal nei modi ma con un inaspettato utilizzo melodico della tastiera che fa il suo ingresso a sorpresa donando un po’ di melodia in un assalto all’arma bianca tipico degli anni ’90. La furia dei Nebelhorn prosegue con Muspellheim, cinque minuti di violenza e chitarre squarcia pelle che si completa meravigliosamente con Auf Neue Lande, canzone epica dalle forti melodie e dai ritmi più lenti. La bravura di Wieland sta nel saper creare brani virili e veloci senza mai cadere nel cacofonico, così come nel saper comporre pezzi solenni con ottimi spunti strumentali. In Auf Neue Lande trovano spazio per una manciata di secondi anche un arpeggio di chitarra e le clean vocals, combo che spezza in due la canzone e la rende ancora più dinamica e piacevole. L’inizio di Funkenflug è caratterizzato da un riff tipicamente heavy metal, un mid-tempo roccioso ben scandito dalla voce di Wieland che a sorpresa si trasforma in un brano vicino al folk metal per via del flauto (alla sua prima e unica apparizione nel cd) che si prende la scena e porta la canzone in una direzione più soave e del tutto inaspettata. La chiusura del disco è affidata a Freyhall, strumentale da oltre sei minuti dai toni malinconici (le iniziali onde del mare in sottofondo) che porta a conclusione un lavoro maturo e di alta qualità.

Il ritorno dei Nebelhorn è una piccola chicca per gli amanti del viking metal che non disdegnano le potenti melodie nordiche e i riff black oriented: Urgewalt è un lavoro completo e ben realizzato in grado di garantire quaranta minuti di buona musica a chi non ne ha mai abbastanza dei vecchi Falkenbach ed Enslaved.