Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

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Nebelhorn – Urgewalt

Nebelhorn – Urgewalt

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wieland: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Auf Bifrösts Rücken – 2. Urgewalt – 3. Ägirs Zorn – 4. Wilde Jagd – 5. Muspellheim – 6. Auf Neue Lande – 7. Funkenflug – 8. Freyhall

Dopo ben undici anni di silenzio torna a farsi sentire Wieland, mente del progetto Nebelhorn. La one man band tedesca – con un passato di band “vera”, in line-up c’era anche Patrick Damiani, nome noto a chi segue Falkenbach, Carach Angren, Rivendell e Secrets Of The Moon – arriva con questo Urgewalt al terzo full-length, lavoro dalle caratteristiche musicali molto simili a quando i Nebelhorn mossero i primi passi nel 2004 con l’EP Utgard. Il viking metal puro e di matrice black richiama i grandi del passato, ma Wieland è stato bravo nel corso degli anni a rendere sempre più personale il sound del proprio gruppo facendo piccoli ma significativi passi in avanti ad ogni release. In questo modo Urgewalt si traduce nella massima espressione artistica mai realizzata dall’artista tedesco: le canzoni sono dirette ma mai scontate, il minutaggio è diventato medio delle tracce è aumentato e, soprattutto, la scrittura del musicista è cresciuta in maniera tale da permettergli di comporre una manciata di ottimi brani contornati da pezzi validi e interessanti.

L’opener Auf Bifrösts Rücken, introdotta epicamente dalle tastiere, è cruda e tagliente, cantata con furia e addolcita dalle clean vocals del ritornello. Il viking metal dei Nebelhorn è quello tipico degli anni ’90, quando la musica veniva prima di tutto e si badava meno al contorno. I riff di chitarra sono brutali e la batteria dannatamente retrò, tutto porta l’ascoltatore indietro nel tempo, ma non bisogna pensare che Urgewalt sia un disco adatto solo ai nostalgici, perché le otto tracce sono tutte di altà qualità e meritano ben più di un semplice ascolto. La title-track è un mid-tempo bellicoso che nella parte centrale si fa di un cattivo inimmaginabile prima che Wieland tiri il freno rallentando il ritmo divenuto infernale, dando nuovamente spazio alla melodia. La terza traccia Ägirs Zorn, caratterizzata dal riff compatti e oscuri, suona pagana e minacciosa, un ottimo modo per arrivare alla furiosa Wilde Jagd, black metal nei modi ma con un inaspettato utilizzo melodico della tastiera che fa il suo ingresso a sorpresa donando un po’ di melodia in un assalto all’arma bianca tipico degli anni ’90. La furia dei Nebelhorn prosegue con Muspellheim, cinque minuti di violenza e chitarre squarcia pelle che si completa meravigliosamente con Auf Neue Lande, canzone epica dalle forti melodie e dai ritmi più lenti. La bravura di Wieland sta nel saper creare brani virili e veloci senza mai cadere nel cacofonico, così come nel saper comporre pezzi solenni con ottimi spunti strumentali. In Auf Neue Lande trovano spazio per una manciata di secondi anche un arpeggio di chitarra e le clean vocals, combo che spezza in due la canzone e la rende ancora più dinamica e piacevole. L’inizio di Funkenflug è caratterizzato da un riff tipicamente heavy metal, un mid-tempo roccioso ben scandito dalla voce di Wieland che a sorpresa si trasforma in un brano vicino al folk metal per via del flauto (alla sua prima e unica apparizione nel cd) che si prende la scena e porta la canzone in una direzione più soave e del tutto inaspettata. La chiusura del disco è affidata a Freyhall, strumentale da oltre sei minuti dai toni malinconici (le iniziali onde del mare in sottofondo) che porta a conclusione un lavoro maturo e di alta qualità.

Il ritorno dei Nebelhorn è una piccola chicca per gli amanti del viking metal che non disdegnano le potenti melodie nordiche e i riff black oriented: Urgewalt è un lavoro completo e ben realizzato in grado di garantire quaranta minuti di buona musica a chi non ne ha mai abbastanza dei vecchi Falkenbach ed Enslaved.

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?

Helheim – landawarijaR

Helheim – landawarijaR

2017 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Reichborn: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Ymr – 2. Baklengs Mot Intet – 3. Rista Blodørn – 4. landawarijaR – 5. Ouroboros – 6. Synir Af Heidindomr – 7. Enda-dagr

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Quando gli Helheim annunciano l’uscita del nuovo disco si va incontro in maniera automatica a un dubbio e a una certezza. Il dubbio riguarda l’indirizzo musicale intrapreso dal combo norvegese, la certezza è sulla qualità della proposta, qualunque essa sia. É così praticamente da sempre e anche con il nuovo landawarijaR, nono full-length per i pionieri del viking metal, questa “regola” viene rispettata.

La seconda parte della carriera di H’grimnir e soci ha visto il sound mutare e maturare dal classico viking metal feroce e black oriented verso un qualcosa di maggiormente progressivo e personale, influenzato da elementi al di fuori dell’heavy metal ma comunque oscuro e minaccioso come lo erano i vecchi Jormundgand e Blod & Ild. Tutto questo fino al precedente raunijaR, possibile punto di arrivo di un’evoluzione sorprendente e spavalda. Difficile fare meglio proseguendo quella via, si pensava, e sbagliavamo tutti. landawarijaR è ancora più estremo in fatto di ricerca musicale, vario come nessun altro capitolo della ricca discografia degli Helheim, sfacciato nel proporre qualcosa che nessuno aveva mai osato. Senza tirarla per le lunghe, nella title-track è presente il tema portante di Impressioni Di Settembre della PFM, gruppo progressive rock italiano che in passato ha suonato in giro per il mondo in festival da urlo (per citarne uno: Charlotte Speedyway, Califiornia, nel 1974 con 250.000 spettatori), entrando nella classifica Billboard dei dischi più venduti in America (l’album Cook, sempre del 1974) e di fatto influenzando una miriade di musicisti. Un manipolo di questi risiede in Norvegia e se oggi passiamo ore ascoltando i capolavori di Borknagar, Enslaved ed Helheim lo dobbiamo anche al talento di Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (battieria) e Mauro Pagani (flauto e violino) e alla scena italiana (in particolare Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme) che all’epoca era rispettata e seguita con interesse.

Oltre alla bella title-track, come suona landawarijaR? Dannatamente Helheim: cupo e a tratti asfissiante, capace di grandi aperture melodiche e inaspettati break strumentali di grande gusto. I cinquantasei minuti del cd sono introdotti da Ymr, mid-tempo dal doppio cantato pulito e scream, traccia che alterna vari umori ma tenuta unita dal tipico sound dei vichinghi Helheim. Tempi frenetici e urla infernali per l’ottima Baklengs Mot Intet, epica e coinvolgente sia nelle parti violente che nei momenti più ragionati e “melodici”, vicina stilisticamente ai vecchi dischi pur mostrando una certa varietà stilistica di non poco conto. Negli otto minuti abbondanti di Rista Blodørn troviamo di tutto: ritmiche black metal, arpeggi post-rock, riff epici, urla primitive e melodie accattivanti. Con la title-track, però, si entra direttamente nella Valhalla. Tutti gli strumenti danno il meglio di sé, con le chitarre grandi protagoniste tra grandiosi riff in tremolo picking e la già citata melodia di Impressioni Di Settembre, qui proposta in varie forme e tonalità per diversi – piacevolissimi – minuti. Questo giusto tributo alla grande musica italiana è un onore e dovrebbe far riflette le persone che ignorano quanto di buono è uscito (e continua a uscire) dalle sale prove italiane. Il serpente che si morde la coda, creando in questa maniera un cerchio, è il protagonista di Ouroboros, brano che sembra diviso in due: da una parte c’è l’aspetto musicale, freddo e distaccato, dall’altro il cantato pulito (quasi liturgico) e in scream (tagliente negli interventi). Il risultato è bello ma ostico al tempo stesso, probabilmente la composizione più azzardata ed estrema di landawarijaR. Synir Af Heidindomr è una traccia molto diretta grazie soprattutto all’interpretazione vocale senza fronzoli e spartana, ma aggiunge poco a quanto già di buono detto nei precedenti capitoli. Il mid-tempo Enda-dagr chiude con eleganza il cd, con gustosi riff di chitarra e arpeggi crunchosi dalla forte personalità.

L’aspetto lirico è come sempre di grande importanza: il retaggio “norse” è presente ed è possibile percepirlo anche solo ascoltando la musica. Le rune e il loro significato sono protagoniste, rese dagli Helheim elementi fondamentali da incorporare nella vita moderna.

La produzione è perfetta per la musica proposta, potente ma non plasticosa, old style ma precisa e sporca al tempo stesso. Infine, una curiosità sui tanti ospiti presenti tra i solchi delle canzoni: tra i vari cantanti (William Hut, Morten Egeland, Pehr Skjoldhammer, Bjornar E Nilsen) spunta il nome di Ottorpedo, un comico rock norvegese che ha pubblicato diversi cd (?!).

landawarijaR è il “classico” album degli Helheim, con tutti i pregi e le caratteristiche che da anni li rende unici nel panorama viking metal. Il tributo all’Italia è un di più che fa piacere, ma anche se non ci fosse stato il nuovo disco di V’gandr e soci sarebbe stato comunque imperdibile per gli appassionati del genere.

Intervista: Enslaved

Avere l’opportunità di intervistare la band che insieme ai Bathory ha creato il viking metal non è cosa di tutti i giorni. Tanto più che Grutle Kjellson (il quale ha risposto alle mie domande) e soci non si concedono tanto spesso per interviste e chiacchiere after show. Per l’occasione ho deciso di rimanere in tema con il sito e indagare sul passato della band, ma anche su alcuni argomenti a loro “vicini” come le rune, i Wardruna e la serie televisiva Vikings.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Flavia Di Luzio per la traduzione delle domande dall’italiano all’inglese.

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Avete da poco terminato il tour, siete soddisfatti di come è andato? Ho assistito alla data di Roma e la risposta del pubblico è stata molto calda e devo dire di aver assistito a un grande concerto!

Grazie, è stato davvero un grande tour per noi con buon pubblico, energia e atmosfera. É stato figo suonare nuovamente alcuni show nei club in Italia! Non ne facevamo da un po’, solo alcuni festival qua e là.

Nei concerti di questo tour suonate dei brani molto vecchi come Fenris e Heimdallr che s’incastonano alla perfezione col materiale più recente. Pensate quindi che ci sia un filo conduttore che porta da Vikingligr Veldi a In Times?

Assolutamente, benché il nostro materiale si è evoluto e cambiato nel corso degli anni, c’è ancora quel filo conduttore attraverso tutte le nostre canzoni. Gli Enslaved saranno sempre gli Enslaved.

Allfǫðr Oðinn è un brano del 1993, eppure quando lo suonate in concerto non dimostra gli oltre 20 anni di vita. Mi domando se siete bravi voi a farlo suonare attuale, oppure se la canzone è talmente buona che necessita solo di un sound potente come voi avete nei live.

Credo che sia una di quelle canzoni senza tempo. Ha quel feeling groovy rock’n roll ed è una canzone che ha effettivamente funzionato con tutte le line-up. Mi piace ancora suonare quella canzone dopo tutti questi anni. É molto cruda ed energica.

Siete una delle poche band della vecchia guardia che ancora riesce a pubblicare album dal sound fresco pur avendo un legame col vecchio materiale. Come siete arrivati a questo punto e cosa vi rende sempre così freschi?

Penso che sia così perché ancora abbiamo piacere nel creare musica, tentiamo sempre di fare musica che noi per primi vorremmo ascoltare, è piuttosto semplice in realtà. Non abbiamo mai fatto musica per piacere a qualcuno, ma solamente a noi stessi. É sempre stato semplice e reale. Ci piace anche suonare in concerto! Posso vivere senza tutti i viaggi, ma ancora ho piacere nel suonare dal vivo!

RIITIR e In Times stupiscono per la qualità delle canzoni, sono due grandi album! Ma stupisce ancora di più il sound che miscela sapientemente sonorità attuali con quelle del vostro passato. Come si svolge la fase di scrittura e ci sono delle regole che vi siete dati?

Sono contento che ti piacciano. Regole? Oh no! Ma c’è un processo: Ivar crea I riff e registra i demo con la drum machine, poi iniziamo a lavorare sugli arrangiamenti, voci, assoli, line di basso, tastiera ecc. Poi mettiamo tutto insieme in sala prove. Per Riitir e In Times abbiamo perfino registrato batteria, basso e chitarra ritmica live in studio (nel senso di tutti e tre gli strumenti insieme, ndMF). Questo ha decisamente dato alle cose un tocco dinamico e reso il suono più organico rispetto alla maggior parte delle registrazioni odierne.

Cosa ricordate delle sessioni di registrazione di Frost e di Eld?

Abbiamo registrato Frost nell’estate del 1994, ricordo che abbiamo festeggiato molto! Ricordo me e Abbath ubriachi di whisky una notte durante le sessioni di registrazione, eravamo nel giardino dei suoi genitori e vomitavamo l’anima. Sono sicuro che fu uno spettacolo. A parte questo, mi ricordo di come allora eravamo molto concentrati sul tempo e sul denaro! Dato che il nostro budget era limitato, abbiamo lavorato duramente in studio e abbiamo trascorso lunghe giornate per fare le cose bene.

Quando abbiamo registrato Eld, ci siamo trasferiti a Bergen, così abbiamo potuto trascorrere un po’ di tempo in pià a registrare l’album, meno stress, se mi spiego. Ma, a essere onesti, non eravamo molto concentrati in quei giorni… Mettiamola così: avevamo un po’ troppe sostanze malsane nel nostro sangue. Fortunatamente abbiamo comunque realizzato un bell’album eheheh.

Il brano di apertura di Eld, 793 (Slaget om Lindisfarne), dura ben 16 minuti: avete voluto sfidare la sorte piazzando una canzone così lunga all’inizio o c’era un motivo preciso dietro questa scelta?

No, per noi aveva perfettamente senso. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo di fare una hit radio in ogni caso. Inoltre è una grande canzone!

I vostri vecchi dischi Frost e Vikingligr Veldi sono ritenuti da molti come i primi del movimento viking metal: siete d’accordo con questo punto di vista?

Credo che sia così, anche se abbiamo smesso di utilizzare il termine “viking metal” mooolto tempo fa. Davvero non vogliamo essere associati a questi gruppi vestiti di pelliccia, con corna ed elmi di plastica che suonano la fisarmonica con canzoni che parlano di ubriachi di idromele e di violentare suore per divertimento. Per noi il “viking metal” è stato un’altra cosa. É stato un passo verso la mitologia, la filosofia e la magia delle rune.

Siete stati influenzati, magari a inizio carriera, dai dischi di Bathory? Cosa pensate del lavoro svolto da Quorthon?

Naturalmente amiamo Bathory, grande fonte d’ispirazione. Io e Ivar eravamo soliti ascoltare Hammerheart e Twilight Of The Gods ogni singolo fine settimana mentre buttavamo giù birre a dirotto, che periodo fantastico!

Bathory ed Enslaved sono considerati i padri del viking metal. Entrambi, pur suonando in maniera differente, avete creato un movimento che successivamente ha ispirato tantissime band. Come vi sentite quando dei gruppi vi citano come fonte d’ispirazione, e pensate anche voi di aver creato qualcosa di nuovo e originale?

Naturalmente ci fa grande piacere, è un vero onore! Un paio di anni fa è stato anche pubblicato un tributo agli Enslaved (si riferisce al doppio cd del 2012 “Önd – A Tribute To Enslaved” con Dordeduh, Fen, Vreid, Belenos ecc., ndMF). Veramente figo ascoltare altri gruppi rifare le nostre canzoni! Allo stesso tempo ci si sente strani, siamo in giro da così tanti anni che gli album tributo sono “popindustrien” eheh.

Avete suonato Immigrant Song dei Led Zeppelin in uno show televisivo di qualche anno fa. Lo avete fatto perché è la prima canzone rock a parlare di vichinghi oppure perché semplicemente amate quella canzone dei Led Zeppelin?

Abbiamo suonato Immigrant Song perché chiaramente siamo grandi fan dei Led Zeppelin! Una delle più importanti band nella storia del rock! Che poi la canzone tratti di vichinghi islandesi è una semplice coincidenza. I Led Zeppelin hanno scritto testi di tutti i tipi in realtà, anche su Il Signore degli Anelli! Così le black metal band non sono arrivate prime neanche lì eheh. (a tal proposito, date uno sguardo al mio secondo libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo, ndMF)

Come avrete notato, in questi ultimi anni la cultura/mitologia norrena si sta diffondendo molto anche grazie alla serie tv Vikings. Pensate sia un bene che secoli di storia vengano “offerti” così facilmente in televisione, oppure può dare fastidio tutto questo interesse per una cultura non propria e spesso storpiata?

Questo spettacolo televisivo è forse il più noioso che abbia mai visto. Ho accidentalmente visto un episodio, e piuttosto che vederne un altro cammino all’indietro sui trampoli nel deserto dei Gobi con solamente la Mountain Dew (una bevanda gasata che immagino non sia di suo gradimento, ndMF).

Ho definito il bellissimo esordio degli Skuggsjá come il perfetto mix tra Enslaved e Wardruna. Concordate con me o la trovate riduttiva?

Sono d’accordo, è un grande album! E credo che fosse l’idea iniziale, la fusione tra la musica di Ivar ed Einar. Ma poi di nuovo, è il loro progetto, non sono la persona adatta per rispondere correttamente a questa domanda!

Avete sempre trattato di mitologia e rune nei vostri testi, e anche negli ultimi dischi ci sono dei chiari riferimenti a questi temi. Quel che è cambiato è però l’approccio, perché è normale avere punti di vista e modi di esprimersi differenti a 20 e a 40 anni. Come si sono evoluti i testi degli Enslaved fino a oggi?

All’inizio erano più una sorta di curiosità, tipo “guardare cosa c’è dentro”. Oggi che siamo più radicati nella mitologia, è più come il contrario, “dentro guardando fuori”, per così dire. Si tratta di più dei nostri pensieri e interpretazioni della mitologia al giorno d’oggi, rispetto ai nostri primi tentativi. Oggi sono più metaforici e filosofici, se così posso dire.

A proposito di rune, cosa pensate del lavoro svolto da Einar Selvik e dei suoi Wardruna? Sono settimane che sto studiando quello che ha fatto nei tre dischi pubblicati e trovo tutto il lavoro preciso e intelligente!

Mi piacciono molto i Wardruna. Einar è molto abile come musicista e paroliere. Tutto quello che fa, lo fa davvero bene. Lui è un ragazzo intelligente, non ci sono dubbi su questo, e penso che si meriti il successo che sta avendo ora.

Cosa rappresentano le rune per voi? Ho visto, ad esempio, che Grutle ha delle toppe con le rune attaccate ai jeans… Che effetto fa vedere un simbolo tanto potente alla mercé di tutti, in particolare delle persone che ne ignorano il significato?

Le rune e i sigilli (le rune vincolanti) sono talismani personali per me, davvero non mi interessa se le persone li ingnorano o no. La gente di oggi, comunque, non è proprio conosciuta per prestare attenzione, no? Le rune mi danno coraggio e forza.

Grazie per l’intervista, salutate i vostri fan italiani e speriamo di non dover attendere altri 20 anni per vedervi di nuovo a Roma!

Coraggio amico, sono stati solo 19 anni di assenza, eheh. Seriamente, ci piacerebbe tornare presto! E’ stata una grande serata! Forza Italia! 

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ENGLISH VERSION:

The website I run is focused on folk/viking metal, so I will ask you many questions about the old albums.

Your tour has just ended. Are you satisfied with the outcome? I attended the gig in Rome and the audience was very warm. It was undoubtedly a great show!

Thanks, it was a really great tour for us with good attendence, energy and atmosphere. It was cool to play some club shows in Italy again! We haven’t done that in a while, only some festivals here and there.

During the tour, you played very old songs, such as Fenris and Heimdallr, which interweave perfectly with the most recent material. Do you think there is a common thread that runs from Vikingligr Veldi to In Times?

Absolutely, although our material has evolved and changed over the years, there is still that red thread through all our songs. Enslaved will always be Enslaved.

The song Allfǫðr Oðinn was released in 1993, but when you play it live it does not sound so dated. I wonder if you are so skilled at making it sound brand new, or if the song is so beautiful that it just needs a powerful sound like the one that characterizes your live performances.

That songs is one of those timeless songs I guess. It has that groovy rock’n roll feel to it and that is one of the songs that had actually worked with all our line ups too. I still like to perform that song after all these years. It’s very raw and energetic

You are one of the few bands of the old guard that still manages to release fresh albums with a strong bond to the old material. How did you reach this stage in your career? How do you manage to stay fresh?

I think it’s because we still enjoy to create music, we always try to make music we would have wanted to listen to ourselves, pretty simple really. We’ve never made music to please anyone but ourselves really. It’s always been heartfelt and real. We also enjoy to play live! I can live without all the travelling, but I still enjoy to perform!

RIITIR and In Times are definitely surprising with regard to the quality of songs. They are two great albums! I am even more amazed by the sound that harmoniously blends a fresh attitude with your typical melodies. How does the writing process work? Do you follow any rules?

I’m glad you enjoy them. Rules? Oh no! But there is a process; Ivar makes the riffs and records demos with programmed drums, then we start working on the arrangements, vocals, leads, bass lines, keys etc. Then we put everything together in the rehearsal space. On Riitir and In Times, we even recorded the drums, bass and the rythm guitar live in studio. That definately gave things a dynamic touch and made it sound a lot more organic than most recordings nowdays.

What do you remember about the recording sessions of Frost and Eld?

We recorded Frost in the summer of 1994, so I remember that we partied a lot! I remember that me and Abbath got drunk on whisky one night during the sessions and stood in his parents garden blewing flames out of our mouths… I’m sure that was quite a sight.
Apart from that, I remember that we were really focused on time and money back then! Since our budgets were kind of tight, we worked really hard in the studio and spent long days to get things done.

When we recorded Eld, we had moved to Bergen, so we could spend a little more time recording the album, less stress you know. But, to be honest, we were not that focused in those days…. A little too much of certain unhealthy substances in our blood to put it that way. Fortunately, it ended up with a fine album anyway…hehe.

The opening track of Eld, 793 (Slaget om Lindisfarne) lasts 16 minutes. Did you want to push your luck by placing a so long song at the beginning, or was there a reason behind this choice?

Nah, for us that made perfect sense. We never had a goal to make a radio 1 hit anyway. Besides, it’s a great song!

Many people consider your old albums Frost and Vikingligr Veldi as pioneers of the viking metal movement. Do you agree with this viewpoint?

I guess it is, although we stopped using the term “viking metal” a looooong time ago. We really don’t wanna be associated with those bands wearing fur, plastic helmets with horns and plays accordian and songs about getting drunk on mead and rape nuns for fun. For us “viking metal” was something else. It was a hint towards the mythology, philosophy and Rune magic.

Have you been influenced, perhaps at early stages, by Bathory’s albums? What do you think about Quorthon’s works?

We love Bathory of course! Huge source of inspiration there. Me and Ivar usually listen to Hammerheart and Twilight Of The Gods every single weekend while pouring down beers! Fantastic times!

Bathory and Enslaved are seen as fathers of viking metal. The sound is different, but you both created a movement that subsequently inspired many bands. How do you feel when some bands mention you as their source of inspiration? Are you aware that you have created something new and original?

That feels great of course, it’s a real honour! A couple of years back an Enslaved tribute album was released too. Really cool to hear other bands making our songs their own!
At the same time it feels a bit weird; that we have been around for so many years that tribute albums are popindustrien up…hehe.

You played Led Zeppelin’s Immigrant Song on a tv show a few years ago. I wonder if you did it because it is the first rock song related to Vikings, or because you simply love that Led Zeppelin’s track.

We played Immigrant Song because we’re all huge fans of Led Zeppelin of course! It’s one of the most important bands in the history of rock! That the song deals about Icelandic Vikings is a mere coincidence. Led Zeppelin wrote lyrics about all kinds of stuff actually, even Lord Of The Rings related lyrics! So the black metal bands were not the first ones there either… eheh.

As you may have noticed, in recent years Norse culture/mythology is spreading widely thanks to the tv series Vikings. Do you think it is a good thing that centuries of history are “shown” so easily on television, or could someone be annoyed by all this interest in a foreign culture that is often also misconceived?

That TV-show is perhaps the lamest thing I’ve ever seen. I accidentally saw one episode, and I will rather walk backwards on stilts through the Gobi desert with only Mountain Dew to drink, before I watch another episode.

I defined the beautiful Skuggsjá’s debut as the perfect mix between Enslaved and Wardruna. Do you agree with me, or do you think it is a reductive viewpoint?

I agree, it’s a great album! And I guess that was the initial idea too, a fusion beetween Ivar and Einar’s music. But then again, it’s their project, so I’m really not the man to answear that question properly!

Your lyrics have always talked about mythology and runes and even your recent albums include strong references to these topics. Nevertheless, something has changed: the approach. After all, it is normal to have different points of view and ways of expressing oneself at 20 and 40. How have Enslaved’s lyrics evolved so far?

Well, in the beginning they were more sort of curious, kinda “outside looking in”. Today, when we are much more rooted in the mythology, it’s more like the opposite, “inside looking out”, so to speak. It is more our own thoughts and interpretation of the mythology nowadays, compared with our earliest efforts. They are more methaphorical and philosophical now, if I may say so.

With regard to runes, what do you think about the work done by Einar Selvik and Wardruna? I have been studying for weeks the content of the three albums he released and, in my opinion, all the work is accurate and smart!

I like Wardruna a lot. Einar is a very skilled musician and lyricist. Everything he does, he does thoroughly. He is a clever guy, no doubt about it, and I think he deserves the success he’s having now.

What are runes for you? I saw, for example, that Grutle’s jeans have some patches with runes depicted… How does it feel to see a so powerful symbol at the mercy of everyone, especially of people who ignore its meaning?

The runes, and the sigils (binding runes) are personal talismans to me, so it really doesn’t matter if people ignore them or not. People of today are not exactly known for paying much attention anyway, are they? The runes brings me confidence and strenght

Thanks for the interview and please, greet your Italian fans. I hope that we do not have to wait another 20 years to see you again in Rome!

Come on man, it was only 19 years abcense…hehe. But seriously, we would love to come back soon! It was a great evening!! Forza Italia!!!

Helheim – raunijaR

Helheim – raunijaR

2015 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vgandr: voce, basso – H’grimnir: chitarra, voce – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Helheim 9 – 2. raunijar – 3. Åsgards Fall III – 4. Åsgards Fall IV – 5. Oðr

helheim-raunijar Quattro anni dopo la pubblicazione del quadrato Heiðindómr ok mótgangr, gli scandinavi Helheim tornano sul mercato con un lavoro che può essere definito senza alcun timore come sperimentale. raunijaR è il prodotto di anni di ricerca sonora e volontà di andare avanti, cosa che stupisce dato che i quattro norvegesi non si sono mai distinti per sperimentazioni e proposte innovative. Anzi, sono sempre stati visti come delle colonne viking/black testardamente legate alla tradizione, volenterose di non distaccarsi dalle origini più estreme del genere. Ascoltando il debutto Jormundgand e i successivi album in studio é possibile notare la maturazione della band, sempre più padrona degli strumenti e capace di rendere concrete le idee con grande precisione, ma mai prima di oggi gli Helheim si erano spinti tanto in avanti come con il presente raunijaR. Senza tanti giri di parole, se non ci fosse il nome sulla confezione del cd, in più di un’occasione sarebbe difficile riconoscere in questi quarantuno minuti il sound degli Helheim.

Cosa è successo in quattro anni e cosa contiene di tanto “strano” raunijaR? In verità non si tratta di nulla di eclatante se lo avessero fatto gli Enslaved, una band che nel corso degli anni ha abituato il pubblico a cambi di stile e influenze progressive, ma il disco è marchiato Helheim e non può non fare piacere constatare come una formazione storica e importante non abbia paura di apportare novità nel proprio sound. Al classico viking di matrice black è possibile scorgere intensi momenti soft, voci clean, sonorità insospettabili e una voglia di non accettare il classico concetto di canzone strofa-bridge-ritornello.

C’è subito da dire che il sound di raunijaR è di tutto rispetto. Bjørnar Erevik Nilsen (Taake, Skuggsjá, Mistur, Galar ecc.) si è occupato delle fasi di registrazione presso i Conclave & Earshot Studio, mentre il mastering è toccato a Herbrand Larsen, tastierista degli Enslaved e al lavoro anche con Gorgoroth, Demonaz, Taake e Wardruna.

La prima delle cinque tracce che compongono raunijaR è Helheim 9, brano che inizialmente vede protagoniste chitarre acustiche, scacciapensieri e voci pulite molto belle. La seconda parte della canzone è ritmata grazie all’ingresso della batteria e del basso, con l’aggiunta del violino e alcune contro-voci che danno profondità alla composizione. La titletrack è un up-tempo devastante, dal classico andare viking/black caro agli Helheim, a sorprendere positivamente è il potente stacco a metà canzone, tanto semplice quanto efficace per creare tensione prima che l’orda nordica riparta a gran velocità tra urla lancinanti e il drumming scatenato di Hrymr. La lunghissima (12:25 di durata) Åsgards Fall III (seguito delle tracce presenti nell’EP Åsgards Fall) è introdotta da un arpeggio di chitarra acustica che lascia il passo a un riff pachidermico e semi distorto che cresce lentamente e introduce la voce – anche in questo caso pulita – per un sound assolutamente epico. Con il passare dei minuti la musica cresce d’intensità, la voce clean lascia spazio allo scream e i riff di chitarra si fanno affilati come asce bipenne in grado di staccare la testa del nemico in un solo colpo. La violenza sembra la via da percorrere, ma Åsgards Fall III torna presto al semi-distorto, con l’aggiunta di chitarre vagamente post rock nel finale, che mai nessuno avrebbe mai potuto immaginare in un disco degli Helheim. Åsgards Fall IV è la naturale conclusione musicale-lirica di quanto iniziato nell’EP del 2010 precedentemente menzionato: anche in questo caso la band di Bergen preferisce il mid-tempo abbinato a voci pulite (sempre molto efficaci ed evocative), prima dello stacco acustico di metà canzone e conseguente ripartenza sempre all’insegna del mid-tempo, anche se le chitarre cambiano i giri rispetto alla prima parte e il basso pulsa in maniera strepitosa, come un vero cuore norvegese. Oðr è l’ultimo pezzo in scaletta, una creatura da oltre dieci minuti di lunghezza, epica e sporca al tempo stesso, ricca di phatos e intuizioni degne di nota come le melodie delle chitarre – una per lato – e il violino nella parte conclusiva.

Tra i Bathory più solenni e gli Enslaved meno intricati, gli Helheim hanno messo in questo raunijaR tutto quello che avevano dentro, e il risultato è sorprendente: un ottimo disco a dir poco epico, forse dal sapore nostalgico del tempo che fu, ma in grado di guardare avanti senza timore o incertezze.