Intervista: Hagalaz

Intervista agli Hagalaz, realtà tricolore che lo scorso anno ha pubblicato l’EP di debutto self-titled, un’occasione per conoscere meglio la band ed entrare nel loro magico e mistico mondo.

Disco

Suonate entrambi nei Korrigans, ma avete deciso di creare un side project per esprimere una parte di voi che evidentemente non viene esplorata con la band madre, è così? Come e quando vi è venuta l’idea di questo progetto?

Sì, in effetti Hagalaz nasce per avere la possibilità di esprimerci senza alcun limite. Il progetto Korrigans ha ormai una propria”personalità” ed è normale che abbiamo dei vincoli per quanto riguarda la composizione (vincoli che ci siamo prefissi noi e che ci piacciono tantissimo, bada bene!), cosa che con Hagalaz non accade, vuoi per il non identificarci in un unico genere, vuoi per la possibilità di inserire diverse tracce e diversi strumenti che sarebbe difficile riproporre fedelmente in live. L’idea è partita da Solstafir, assuefatto dai suoni crudi ma atmosferici del black, voleva creare un progetto che si rifacesse a quel black “evoluto” della fine degli anni ’90, qualcosa di più evocativo.

Cosa significa per voi il nome Hagalaz?

Hagalaz è una runa che rappresenta il cambiamento, il risveglio e la sperimentazione, bene si addice alla musica che proponiamo. L’idea del nome è nata ascoltando il primo fantastico lavoro dei Wardruna, la cui traccia “Hagal” è dedicata proprio a questo simbolo.

Come mai la decisione di suonare musica strumentale?

In verità non è stata una decisione presa sin dall’inizio o premeditata. Quando la musica ha iniziato a prendere forma ci siamo accorti che non si adattava bene ad una linea vocale, inoltre Hagalaz nasce anche come omaggio alla Natura nella sua forma più selvaggia, abbiamo preferito, quindi, lasciare la parola alle note senza introdurre suoni troppo antropici, come può essere una linea vocale.

Nella biografia parlate della Natura come vostra musa: siete soliti “isolarvi” in qualche luogo particolare per trovare la serenità personale e/o l’ispirazione per la musica?

Posso affermare che la Natura è la nostra unica vera musa, volendo accostare la musica di Hagalaz all’arte raffigurativa mi viene in mente la concezione di Natura che trasuda dalle opere buie e meagiche di Theodor Kittelsen. Alla tua domanda è facile rispondere guardando l’artwork del nostro EP: le foto sono state scattate sul nostro Appennino, in particolare la copertina è tratta da una foto scattata su una cresta durante un’ascesa sul monte Semprevisa, la vetta dei Lepini. Il nostro territorio ci offre diversi spunti, il nostro obiettivo è tradurre in musica quelle emozioni che possono essere comprese solo da chi ha vissuto un bosco di notte o una cima innevata in pieno inverno, per quanto siamo coscienti della difficoltà di questo obiettivo!

A livello musicale, quali sono i gruppi ai quali vi sentite più vicini?

Senza dubbio i gruppi che più ci hanno influenzato sono stati Agalloch, Wardruna ed Empyrium, ma le sessioni ritmiche non possono non rimandare al più crudo black metal, così come gli interlude risentono di un background prettamente folkloristico.

Il disco Hagalaz è uscito quasi un anno fa, ora è il turno del full length dei Korrigans, ci possiamo quindi aspettare notizie riguardo un nuovo lavoro degli Hagalaz a breve?

Di certo il progetto Hagalaz non sarà risolto con il solo EP pubblicato l’anno scorso, ma non possiamo parlare di lavori “a breve”. Come ci hai anticipato, negli ultimi mesi ci siamo dedicati completamente al primo full con i Korrigans (Ferocior Ad Rebellandum) e ancora adesso siamo in fase di mixaggio. Le idee per Hagalaz, però, non mancano, ma l’elaborazione richiede sempre un po’ di tempo, come avrai capito Hagalaz è un progetto in piena libertà, ci prendiamo il tempo che ci serve.

In caso, avete già ora in mente qualcosa? Il vostro sound muterà in qualche maniera?

L’unica cosa che posso anticiparti è che stiamo valutando di proseguire l’EP con altri due lavori, una sorta di trilogia che rappresenti il percorso di Hagalaz, per ora è l’idea che più ci ha convinti incarnando lo spirito progressivo della nostra musica, un iter che esplori tanto la natura quanto la nostra evoluzione musicale, pur rimanendo fedeli alle atmosfere proposte con il nostro primo lavoro.

Per alcuni istanti ho riscontrato influenze neofolk nella vostra musica, vi piace questo genere musicale?

…e non ti sei sbagliato! Apprezziamo moltissimo questo genere che sembra stia assumendo una forma più personale negli ultimi anni, nei nostri prezzi ne avrai sentito le tracce grazie all’uso di strumenti largamente diffusi nel neo folk, come il low whistle, e ancora di più per il nostro background che senz’altro ha influito nella composizione, essendo colpiti da gruppi come Faun, Wardruna, Forseti, Argine ecc…

Come mai la scelta di utilizzare i titoli della canzoni in latino?

La scelta di usare titoli in latino non nasconde nessuna filosofia o interpretazione particolare, Hagalaz si gioca tutto sulla sonorità, anche delle parole. Senz’altro usare la lingua parlata dai nostri avi ci porta con la mente a dimensioni più ancestrali, ma forse è un aspetto secondario.

Avete in programma qualcosa sul versante live o rimarrete una studio band?

In questo momento rimaniamo fedeli all’impegno solo in studio per rimanere il più possibile fedeli alle idee che abbiamo in fase di composizione, ci dedicheremo all’attività live con i Korrigans, in particolar modo in seguito all’uscita dell’album, in modo da non soffocare nessuno dei due progetti.

Grazie per l’intervista, a voi lo spazio conclusivo.

Grazie a te per lo spazio dedicatoci! E grazie a chi supporta noi e tutto il resto dell’underground, questo è l’unico modo per far vivere la vera musica, la musica indipendente da tutti i canoni che ci vengono imposti quotidianamente. Alla prossima!

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Bucovina – Duh

Bucovina – Duh

2010 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Florin “Crivãþ” Þibu: chitarra, voce – Bogdan Luparu: chitarra, voce – Vlad Datcu: basso – Manuel Giugula: tastiera – Bogdan “Vifor” Mihu: batteria

Tracklist: 1. Vuiet de Negru Izvor – 2. Duh – 3. Straja – 4. Mestrecanis – 5. Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise)

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I Bucovina sono una pagan metal band formatasi a Iasi, Romania, nel 2000 che con il mini cd Duh giungono alla seconda pubblicazione dopo il sorprendente debut Caesul Aducerii-aminte del 2006.

Il dischetto è composto da cinque brani che si riducono a tre se si tolgono intro e outro che, è bene precisarlo, una volta tanto hanno ragione di esistere. La produzione è semplicemente perfetta: quando si ha la fortuna di poter collaborare con Dan Swanö, beh, il prodotto non può che essere destinato a colpire positivamente l’ascoltatore. Gli strumenti sono tutti ottimamente bilanciati, i suoni nitidi e puliti senza però risultare plasticosi o artificiali.

Vuiet Negru De Izvor è un intro atipico per il genere, data la propensione delle formazioni folk-pagan d’iniziare gli album con suoni e rumori della natura, cercando di creare un’atmosfera di “tranquillità boschiva” che quasi sempre finisce per risultare scontata. Il brano in questione ha invece un forte sapore power metal (e preciso: Stratovarius fine anni ’90) dovuto al riffing essenziale di chitarra e al lavoro potente del drummer Bogdan “Vifor” Mihu, prima che una semplice quanto azzeccatissima melodia si faccia largo tra le note in maniera prepotente per poi lasciarsi assorbire delicatamente dal riffing essenziale ma di buon gusto a opera dei due axmen Luparu e Þibu: un inizio davvero sorprendente! La prima canzone “vera” è la title track, composizione che ha come punto forte le favolose linee vocali di Florin Þibu che si posano su di una base pagan metal piuttosto lineare, permettendo in questo modo al singer (e ai cori) di essere la vera anima della canzone. Un arpeggio di chitarra e un cantato solenne introducono la terza traccia: pochi secondi ed esplode Straja in tutta la sua epicità. I power chords sono di una semplicità disarmante e proprio per questo motivo perfetti come sottofondo allo show personale del cantante, che merita tutti i complimenti del caso per saper reggere una canzone intera – che sarebbe comunque piacevole – con la sua voce. Qualcosa cambia in Mestecanis, penultima canzone di Duh: il ritmo aumenta, il riffing si fa vivace e fa la sua comparsa il growl. L’impatto è sicuramente maggiore rispetto alle precedenti canzoni anche se l’aspetto melodico della musica è sempre ben in evidenza. I riff di chitarra sono più pesanti e finalmente non fanno solo da contorno a Florin “Crivãþ” Þibu, risultando incisivi e massicci. Molto belli i cori che di tanto in tanto fanno capolino nel brano, spezzando in parte la tensione che si accumula man mano che i minuti passano. Chiude l’EP la strumentale Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise), canzone presente nell’esordio Caesul Aducerii-aminte in versione elettrica e cantata, qui spogliata da ogni aggressività e vocalismo. Un lungo outro – oltre quattro minuti – sognante, delicato, sensuale. Sì, Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise) è maledettamente malinconica, e bella.

Duh va visto come un lavoro di transizione tra il debutto del 2006 e i Bucovina che verranno: d’altra parte sono passati più di quattro anni da Caesul Aducerii-aminte e, com’è normale che sia, alcune cose all’interno di un gruppo cambiano e la musica riflette tutto ciò. Pagan metal era prima e pagan metal è contenuto in Duh, ma l’approccio, per quanto simile, è un pochino diverso, ora più diretto e, in un certo senso, crudo.

La cosa che stupisce (e dispiace) è vedere il disco non pubblicato da una casa discografica: con l’immensa quantità di musica spazzatura/mediocre/sufficiente o anche discreta che quotidianamente viene immessa sul mercato dalle label, possibile che nessuno si sia reso conto della bontà della proposta dei Bucovina? Il cd in questione è praticamente introvabile, e per averlo ho dovuto ordinare (l’ultima copia in distribuzione!) direttamente in Romania con biblici tempi di attesa per vedermelo recapitare a casa. La band romena meriterebbe ben altra visibilità perché la musica è di grande spessore e la passione dei musicisti per la propria terra è sincera. Tra i migliori act pagan metal dell’est Europa.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Demoterion

I Demoterion sono in circolazione da poco tempo, ma hanno le idee ben chiare sul da farsi: dopo l’EP Prometheus, uscito a fine 2013, già si lavora al full length previsto per fine anno. Agguerriti e giovanissimi, li ho intervistati per saperne di più… furore abruzzese!

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Vi faccio i complimenti per la qualità del dischetto, tanto più considerando la vostra giovanissima età. Come si è formato il gruppo e quali erano (e sono) i vostri obbiettivi?

Prima di tutto grazie mille dei complimenti, si fa quel che si può! Beh, diciamo che il gruppo si è formato tramite l’incontro tra me e  l’altro chitarrista, Gianmarco, ad un concerto del suo vecchio gruppo “Chemical Warfare”, dove discutendo di musica ci è venuta l’assurda idea di mettere su un gruppo folk/melodic death! Assurda poiché in Abruzzo, specialmente nella nostra provincia, Teramo, dire che c’è poca gente che suona e ascolta il genere è un complimento! I nostri obbiettivi erano quelli di unire lo stile death metal più incazzato con le classiche melodie pagan/epic metal con lievi sfumature folk, e il risultato è, appunto, l’EP Prometheus.

Se non sbaglio “Demoterion” non ha un vero significato, è giusto? Come siete arrivati a scegliere questo nome?

Sì, dietro la storia del nome c’è un aneddoto! Ovvero, all’inizio per una sbagliata interpretazione attribuimmo a “Demoterion” il significato di “Incatenato”, e dato questo e dato il fatto che pensavamo erroneamente fosse greco lo riconducemmo al mito di Prometeo e alla cultura ellenica! Da qui anche il nome dell’EP, Prometheus! Recentemente tramite alcuni studi più seri siamo riusciti a trovare il significato vero di “Demoterion”, ovvero “Terra Della Bestia”!

Un cd di quattro pezzi realizzato pochi mesi dopo la nascita del gruppo: come si svolge la vostra fase di composizione? Dal tempo impiegato direi che tutto è filato liscio come l’olio!

Per Prometheus abbiamo fatto tutto in velocità e in modo poco studiato a dirla tutta, ovvero costruzione dei riff – molto semplici e diretti -, arrangiamento tastiera e basso e batteria, scrittura testi! Diciamo che è tutto nato dalla mia testa e da quella di Gianmarco. Invece per il prossimo disco sarà tutto molto più studiato, strutturato e pensato in chiave differente e ogni traccia sarà arrangiata dal membro corrispettivo e non solo da me e Gimmy come per il lavoro precedente.

Come definite le vostre canzoni? A quali gruppi vi piace accostare la vostra proposta musicale?

Noi ci siamo definiti inizialmente “pagan death metal”, fortemente ispirati da band come Vinterblot, Amon Amarth ecc. Diversamente il full length prenderà una vena molto più pagan con riffi ispirati da band come Thyrfing, Bathory, qualcosa sullo stile sempre melodeath/folk alla Ensiferum e anche riff più pagan/black metal sullo stile Moonsorrow!

I testi trattano di mitologia nordica, eppure la title track riguarda la mitologia greca: cosa ha di così affascinante per voi al punto da “dedicargli” il titolo del cd?

Diciamo che come ho detto prima, tutto è dovuto alla mala interpretazione del nome “Demoterion”, nient’altro!

Provenite da una terra “oscura” come l’Abruzzo, eppure cantate di mitologia nordica: cambierà qualcosa in futuro, magari con storie prese da altre epoche (e luoghi), oppure continuerete con il grande Nord?

Sì, senz’altro cambieranno diverse cose nei testi, per esempio la maggior parte saranno in italiano e qualcosa in latino e saranno presenti cori, cosa assente nell’EP ed altre cose…

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A luglio registrerete il full length Echi Di Vittoria: ci saranno canzoni tratte da Prometheus o solo pezzi nuovi? Eventuali sorprese?

Registreremo solo pezzi nuovi, ed avremo un sacco di sorprese, come special guest vocali molto interessanti (a nostro giudizio, poi de gustibus) e saranno presenti anche strumenti puramente folk, ma non voglio entrare nello specifico, a tempo debito ascolterete!

Continuando a parlare di Echi Di Vittoria, non temete di creare un prodotto troppo simile all’EP per via del poco tempo trascorso tra i due?

No no, assolutamente, sarà di gran lunga diverso ,abbiamo le idee ben chiare su cosa produrre ed il giusto tempo per comporre con calma e dedizione!

A fine luglio entrerete in studio di registrazione, sarà un autoprodotto? Come pensate di muovervi con le case discografiche?

Abbiamo già “avvertito” alcune case discografiche, anche alcune abbastanza importanti, che però sorprendentemente sembrano un minimo interessate! Allora appena pronto il full prima di pubblicarlo, ovviamente, lo manderemo a diverse etichette per vede se troviamo qualcosa! Non penso sarà autoprodotto…

In meno di un anno di vita avere realizzato un EP ed avete già annunciato il disco di debutto: chi vi corre dietro???  

Diciamo che abbiamo avuto abbastanza riscontri positivi ed incoraggiamenti che ci hanno spronato ancora di più a registrare a così breve distanza dall’EP! E d’altronde vogliamo dimostrare a tutti cosa siamo in grado di fare! Prometheus è stato concepito solo come una sorta di “presentazione”! Ora dobbiamo cominciare a fare sul serio.

Recentemente la line-up ha subito una perdita: il tastierista Pierpaolo Saccomandi ha lasciato la band, è stato rimpiazzato? Oppure state valutando la possibilità di continuare senza l’apporto delle keyboards?

Attualmente siamo in cerca (disperatamente ahahah) e lui ci aiuta nelle piccole cose, come audizioni varie in zona, supporto per serate importanti già programmate da tempo e cose così! Ci sono stati anche altri cambiamenti nella line-up, a breve annunceremo. (il riferimento è alla sostituzione del bassista Enrico Maria Laudicon il nuovo entrato Cristian ”Asgarðr” Sacchetti, nda).

In cosa pensate di differirvi rispetto gli altri gruppi della scena italiana?

Mah, penso che differentemente dalla gran parte dei gruppi emergenti italiani noi abbiamo preso una vena molto meno folk e/o meno violenta… diciamo una via di mezzo fra i devastanti e immensi Ulvedharr e i nuovissimi Dyrnwyn che hanno una vena molto pagan che a noi in generale piace davvero moltissimo, però tutto in chiave epica-Demoterion ovviamente ahahah!

Siamo arrivati alla fine della chiacchierata, a voi lo spazio!

I ringraziamenti vanno a voi per lo spazio e il tempo a noi dedicato! Grazie ancora, date uno sguardo alla nostra page su Facebook e seguiteci, ne vedrete delle belle! Hails!

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Hagalaz – Hagalaz

Hagalaz – Hagalaz

2013 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Torc: chitarra, basso, tastiera, bouzouki, tin & low whistle – Solstafir: batteria

Tracklist: 1. Nimbus Grandinis – 2. Tenebris Obortis – 3. Imber Gelidus – 4. Nix Perpetua

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Interessante e particolare realtà dell’underground laziale è quella degli Hagalaz, side project che vede Torc e Solstafir dei Korrigans alle prese con un atmosferico folk/black metal strumentale: intenzione del duo è unire la violenza del black con arpeggi e parti acustiche per celebrare la potenza e la grandiosità della Natura.

Dopo i primi e difficili istanti dovuti alla mancanza della voce, Hagalaz si ascolta con grande piacere: durante le note delle quattro lunghe composizioni scorrono davanti gli occhi caldi paesaggi autunnali e gelide montagne innevate che si alternano a seconda della musica prodotta dalla band. I suoni sono buoni e questo aiuta sicuramente un prodotto che, di suo, non risulta tra i più semplici da assimilare: Andrea Longo (SUono 3D Studio) ha curato il mastering e il missaggio del cd.

Pioggia e tuoni introducono l’arpeggio iniziale di Nimbus Grandinis, canzone d’apertura del dischetto. I primi minuti sono contraddistinti da chitarre acustiche sorrette dal drumming tipicamente metal di Solstafir, un contrasto particolare e ben riuscito; dopo due minuti e mezzo entra in scena la chitarra elettrica in distorsione, ma l’aggressività non aumenta, con il brano che rimane comunque melodico nonostante il finale maggiormente estremo. I primi istanti di Tenebris Obortis ricordano le gelide note dei migliori Dissection, ma l’effetto dura pochi secondi in quanto gli Hagalaz portano la composizione su una via personale. Anche in questo caso i primi due minuti sono affidati ad arpeggi e chitarre clean, per poi lasciare spazio a un riffing tipicamente black metal tra ritmi serratissimi e momenti cadenzati dove le armonizzazioni delle sei corde giocano un ruolo principale per la buona riuscita del pezzo. La terza traccia è la lunga (oltre otto giri di lancetta) Imber Gelidus: glaciale ma calda, nordica e folkloristica, è probabilmente la migliore composizione di Hagalaz. Strumenti e stacchi folk spezzano i riff scandinavi e le epiche tetre melodie, il passare dei minuti è come lo scorrere di un film dove le emozioni dilagano in ogni direzione, finalmente libere. Chiudono l’EP i quasi undici minuti di Nix Perpetua, dove i cambi di umore sono frequenti e repentini: melodie che evocano scenari di vita agreste si fondono con chitarre elettriche e la doppia cassa di Solstafir, i soavi arpeggi di Torc vengono annientati dalla ferocia della chitarra elettrica, sei corde che porta a conclusione la canzone e il disco con un delicato fade out.

Come detto in apertura di recensione, i primi ascolti di Hagalaz non sono tra i più semplici in quanto, più di una volta si rimane “delusi” (notare le virgolette) dalla non entrata della voce scream dopo un potente stacco o durante una cavalcata come la migliore tradizione scandinava porterebbe a pensare, ma proprio questa “mancanza” è la forza della musica, in quanto tutta l’attenzione, con conseguente “visione”, è per lei e per le immagini che riesce a scaturire. Torc e Solstafir sono stati, quindi, coraggiosi nell’imbarcarsi in un percorso musicale non semplicissimo e bravi nel realizzare un EP in grado di far “viaggiare” l’ascoltatore. Sono sicuro, però, che i due possano, con il tempo, azzardare qualcosa di più particolare e rendere la propria creatura ancora più personale e imprevedibile. Nel frattempo Hagalaz è un bel biglietto da visita.

Intervista: Caladmor

Gli svizzeri Caladmor hanno pubblicato sul finire del 2013 il pregevole disco Of Stones And Stars, lavoro che denota la maturità dei musicisti e il buon gusto in fase di songwriting. Babs e Maede hanno risposto alle mie domande… la speranza è quella di vederli presto presto in Italia con il loro folk metal!

SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION!

Un ringraziamento a Claudia Ithil per la traduzione dell’intervista.

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La prima domanda riguarda la decisione di autoprodurvi il disco dopo aver realizzato Midwinter con la Twilight Vertrieb. Cosa vi ha portato a questa scelta?

Babs: la decisione dell’autoproduzione non è stata in effetti presa volontariamente poiché la nostra ex etichetta Twilight Vertrieb era fallita quando noi avevamo già iniziato a lavorare su Of Stones And Stars. Abbiamo voluto pubblicare l’album nonostante ciò, ma non abbiamo trovato un’altra etichetta che soddisfacesse le nostre aspettative, perciò abbiamo prodotto il disco da soli… fortunatamente siamo stati aiutati da Markus Eck di metalmessage.de. Lavorare con lui si è rivelata essere la giusta decisione, decisamente!

Maede: abbiamo fatto un accordo di distribuzione con la Einheit Produktionen, quindi Of Stones And Stars sarà ufficialmente in vendita in Germania e Austria nel Febbraio 2014! 🙂

Sempre più gruppi dopo il primo disco (in alcuni casi anche tre dischi) sotto una label decidono la via dell’autoproduzione. È questo, secondo voi, il futuro dei gruppi underground e medio-piccoli?

Maede: semplicemente ciò avviene soprattutto perché essendo una band piccola non trovi un’etichetta, finché non sei abbastanza famoso e vendi qualche migliaio di copie. Il business della musica si è completamente rovinato negli ultimi anni, la musica è scivolata sempre più nel sottofondo, perché ruota tutto attorno ai soldi. È più importante avere un buon management che un’etichetta, perché il successo dipende tutto dal girare in tour e dal suonare live, questo è anche il modo in cui guadagni soldi come band.

Dal primo album è riscontrabile un certo cambiamento di stile, non nettissimo ma evidente. Ora siete più folk e dinamici, concordate?

Maede: sono d’accordo! 🙂 Penso che abbiamo fatto davvero progressi nel nostro scrivere le canzoni e nelle capacità di composizione. Il nuovo album è più complesso e diversificato.

A mesi di distanza dall’uscita sul mercato siete soddisfatti della reazione da parte di critica e fans?

Maede: anche prima di questa pubblicazione eravamo sicuri che questo album sarebbe stato un successo, perché ci abbiamo lavorato duramente, ma alla fine il feedback ha superato le nostre aspettative. È davvero soddisfacente, da musicista, quando ottieni approvazione per musica innovativa e particolare, ciò non è scontato!

Il singolo scelto è lungo e molto retrò come sound, secondo me una delle migliori composizioni che avete mai fatto. Non temevate, però, che a causa della lunga durata Alvíssmál potesse risultare pesante come videoclip?

Maede: No, affatto! abbiamo voluto realizzare uno di quei bei video antiquati con una storia e degli attori, e non solo la band che suona! Abbiamo anche voluto un video a tema vichingo e Alvissmál era perfetto per questo.

Per i testi avete utilizzato diverse lingue: a chi e come è venuta questa idea?

Babs: non abbiamo deciso “facciamo un album con diverse lingue”, non è stata un’idea predefinita. Le differenze linguistiche nei testi sono venute da canzone a canzone, dunque a Maede è venuta l’idea di fare una canzone tratta dal poema Alvíssmál che è scritto in norreno antico, e cosi ha fatto con il poema Mimirs Born di Agnes Kayser-Langerhannß. Per Laudine’s Lament ho scelto una parte della novella medioevale Iwein scritta in tedesco medio-alto, perché mi piacevano molto le parole.

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Parlando di Alvíssmál, perché la scelta di cantare dei versi dell’Edda Poetica? È stato difficile adattare la musica al testo in norreno?

Babs: uno dei principali temi dell’ album Of Stones And Stars è la saggezza. L’Edda Poetica è piena di aneddoti circa la conoscenza e la saggezza e cosi è la storia di Alvíss, quindi abbiamo pensato che andasse alla perfezione. Maede ha scritto la canzone basata su un riff di Nick; per cui non so quanto difficile è stato adattare la musica al testo, ma credo che ci sia riuscito davvero bene.

Come è nata l’idea di utilizzare i versi del poeta del XII secolo Hartmann von Aue?

Babs: come già detto mi piacciono le parole e come sono messe insieme. Ho dovuto leggere il racconto nel mio corso di tedesco medio-alto all’Università. Il passo sul lutto di Laudine per la morte di suo marito mi ha toccato molto e ho capito subito di volerci fare una canzone.

Con A. Kayser-Langerhannß, invece, si arriva all’ ‘800, chi di voi si interessa di letteratura?

Babs: tutti lo siamo! Ci piacciono i poemi di Agnes Kayser-Langerhannß perché offrono un nuovo approccio alla mitologia norrena in un modo davvero artistico.

I tre brani che presentano dei testi poetici e antichi sono al centro del disco e uno dietro l’altro: è un caso oppure è stata una vostra scelta precisa?

Maede: abbiamo scelto l’ordine delle tracce in base ad aspetti musicali e stilistici, niente a che fare direttamente con i testi!

Taberna Trollis è l’unica canzone del cd definibile “allegra” e per questo diversa dalle altre. È un lato della vostra personalità meno conosciuto?

Maede: è una parte davvero importante di noi, se venissi alle prove lo noteresti! La nostra musica, o diciamo i nostri testi e temi, sono alquanto seri, ma è sempre un piacere suonare e questo è sempre allegro, non importa se hai un messaggio serio o se stai solo suonando una drinking song! 🙂

Nel vostro disco suonano diversi ospiti, ma il nome più noto è sicuramente quello di Chrigel Glanzmann, leader degli Eluveitie: come è nata la collaborazione?

Maede: lo conosciamo da un po’ di anni e ho fatto ascoltare a Chrigel la pre-produzione del nuovo album e gli ho chiesto se poteva suonare le cornamuse in esso. Gli è piaciuto molto e ha suonato sulle tracce nel suo studio.  🙂

Le band underground trovano spesso difficoltà nell’organizzare dei veri tour a causa di problemi economici e pratici. Voi come state messi in questo senso, ci sarà modo di vedervi sui palcoscenici europei?

Maede: hai ragione! Per diventare conosciuto, devi pagare un sacco per girare in tour, perché la mentalità del booking è diventata totalmente corrotta negli ultimi anni. In Svizzera è ancora più difficile da band metal, perché non ottieni nessun supporto dal business musicale. Fortunatamente abbiamo trovato in “In Fiction Entertainment” una compagnia davvero forte che ci aiuta ad organizzare date, specialmente in Europa. Già sono confermati il Dark Troll Festival in Germania e il Ragnarök-Spektakel a Eglisau in Svizzera.

Quale è il vostro punto di forza, su disco e live?

Babs: penso si possa sentire nei nostri album che abbiamo lavorato molto nel comporre per rendere le canzoni dinamiche e generare un’atmosfera positiva. Uno dei nostri punti di forza nei live è che mostriamo di divertirti nello stare sul palco e diamo entusiasmo al nostro pubblico.

Cosa faranno i Caladmor nel 2014? Siete al lavoro sul nuovo materiale?

Maede: abbiamo già qualche nuova canzone che verrà eseguita il prossimo anno (l’intervista risale agli ultimi giorni del 2013, nda)! Faremo un sacco di date, ma stiamo lavorando anche su nuove canzoni e su un album imminente.

Grazie per l’intervista e ancora complimenti per Of Stones And Stars. Cheers!

Grazie Mr. Folk per questa intervista! Un grande grazie anche a tutti i lettori là fuori per il vostro supporto. Speriamo di vederci presto nelle vostre città.Caladmor-Band3

ENGLISH VERSION:

The first question is about the decision to self-product your album after carrying out Midwinter with Twilight Zone Records. What did you lead to this choice?

Babs: The decision for the self release was not really taken voluntarily as our former label Twilight went bankrupt when we already started working on Of Stones And Stars. But of course we wanted to release the album despite of that but couldn’t find another label suiting our expectations, so we released the album on our own. Luckily we have help for the promotion from Markus Eck from metalmessage.de. To work with him definitely turned out to be the right decision!

Maede: We made a distribution deal with Einheit Produktionen, so Of Stones And Stars we be sold officially in Germany and Austria in February 2014! 🙂

More and more bands after the first CD (sometimes even 3 discs) under a label choose the path of self-production. is this, in your opinion, the future of underground and middle-small bands?

Maede: Mostly it’s because you simple won’t find a label as a small band, until you are quite famous and sold a few thousand copies. Music business has gone totally wasted in the last years, music sliped more and more to the background, it’s all about money. It is more important to have a good management than a label, because success depends all on touring and playing live, this is also the way you earn money as a band.

From the first album we note a little change in style, not very sharp but evident. Now you are more dynamic and folk, do you agree?

Maede: I agree! 🙂 I think we really made progress in our song writing and composing skills. The new album is more complex and divers.

Moths away from the release on the market, are you fain of the reaction of the fans and the critics?

Maede: Even before the release, we were certain, that this album would be a success, because we worked so hard on it, but in the end, the feedback outreached our expectations. It’s very satisfying as a musician, when you get such an acceptance for innovative and special music, that’s not obvious!

The single you chose is long and with a very “retrò” sound, in my opinion one of the best compositions you ever realized. but, didn’t you fear that, due to the big length, Alvíssmál could result weighty as videoclip?

Maede: Not at all! We wanted to make one of those good old-fashioned videos with a story and actors, not only a band playing! We also wanted a video with some viking theme and Alvissmál was perfect for that.

For the text you used different languages: which of you had this idea?

Babs: We didn’t decide that like “let’s do an album with different languages”, so this wasn’t a conceptual idea. The lingual difference in the lyrics grew from song to song, so Maede came up with the idea to make a song out of the poem Alvíssmál which is written in Old Norse and so he did with the poem Mimirs Born from Agnes Kayser-Langerhannß. For Laudine’s Lament I chose a part of the medieval novel Iwein which is written in Middle High German because I liked the words in it so much.

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Talkin about Alvíssmál, why did you choose to sing poetic Edda’s verses? Is it been difficult to adapt the music at the text in Old Norse?

Babs: One of the main themes from the album Of Stones And Stars is wisdom. The poetic Edda is full of anecdotes about knowledge and wisdom and so is the story about Alvíss. So we thought it to fit in perfectly. Maede wrote to song, based on a riff by Nick; so I don’t know how difficult it was to put the music around the lyrics, but I think he succeeded really well J

How did the idea of using the verses of the XII century poet, Hartmann von Aue, born?

Babs: As mentioned I like the words and how they are put together. I had to read the novel in my basic Middle High German course at the University. The passage about Laudine mourning over her dead husband really touched me and I knew right away I wanted to make a song out of it.

With A. Kayser-Langerhannß, instead, we come to the 1800, which of you is interested in literature?

Babs: We all are! We like Agnes Kayser-Langerhannß’ poems because they give a new approach to the Nordic Mythology in a very artistic lyrical way.

The three tracks that present poetic and old texts are in the middle of the cd and one behind the other: is this an case or a definite choice?

Maede: We made the order of the tracks due to musical and stile aspects, id had nothing to do directly with the lyrics! 🙂

Taberna Trollis is the only song definable as “joyful” and for this reason different from the others. Is this a less known side of your personality?

Maede: It’s a very important side of us, if you would come to a band rehearsal, you would notice that! 🙂 Our music, or let’s say our lyrics and topics are somehow quite serious, but it’s always a pleasure for us to play music and this is always joyful, no matter if you have a serious message or just play a drinking song! 🙂

You have several guests playing in your cd, but the most famous name is certainly the one of Chrigel Glanzmann: how did the cooperation born?

Maede: We know him for quite a few years and I showed Chrigel the Preproduction of the new album and asked him if he could play the whistles and pipes on it. He liked it very much and played in the tracks in his home studio. 🙂

Underground bands often find difficult in organizing real tours due to economic and practical problems. how are you in this sense, there will be way to see you on european stages?

Maede: Hell your right! To become known, you have to pay a lot of money for touring, because the booking mentality has become totally corrupt in the last years. In Switzerland it’s even more difficult as a metal band, because you get nearly no support from the music business. Fortunately we found in “In fiction entertainment” a very cool booking company that helps us on organizing gigs, especially in Europe. Confirmed are already the Dark Troll Festival in Germany and the Ragnarök-Spektakel in Eglisau in Switzerland.

What’s your strength, on disc and live?

Babs: I think you can hear on our albums that we put a lot of effort in composing in order to keep the songs dynamic and to generate a certain atmosphere. One of our strength live is that we show that we enjoy to be on stage and give this enthusiasm forth to our audience.

What will Caladmor do in 2014? are you working at new material?

Maede: We already have a few new songs that will be performed next year! We will play a lot of shows but we are working also on new songs for an upcoming Album. 🙂

Thank you for this interview and congratulations again for Of Stones And Stars. Saluti!

Thank YOU Mr. Folk for this interview! Also big thanks to every reader out there for your support. We hope to meet you soon in your towns.

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Dyrnwyn – Fatherland

Dyrnwyn – Fatherland

2013 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thanatos: voce – Rick Deckard: chitarra ritmica – Vidarr Aesir: chitarra solista – Ivan Cenerini: basso – Ivan Coppola: batteria – Michela Luciani: flauto traverso – Michelangelo Iacovella: tastiera, ghironda, arpa celtica, mandolino

Tracklist: 1. Dyrnwyn 2. Battle Prayer – 3. Fatherland – 4. Whispering Wood

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I Dyrnwyn sono una giovane realtà romana: nati nel settembre 2012 per volontà del drummer Ivan Coppola e del bassista Ivan Cenerini, sono riusciti in poco tempo a trovare la stabilità di line-up che li ha portati a incidere, nel dicembre 2013 – stesso mese di pubblicazione – il demo Fatherland, quattro tracce debitore nei confronti dell’extreme folk metal di Ensiferum, Suidakra e Northern, band spagnola spesso ingiustamente sottovalutata e autrice del buon full length del 2010 self titled.

Al di là della qualità musicale, comunque degna di nota, la prospettiva di avere una scena, per quanto piccola e instabile, di gruppi folk metal (e affini) tra Roma e il Lazio, è la prima buona notizia. Il ritorno degli Oak Roots, il disco in uscita dei Korrigans, l’EP degli Hagalaz e il primo lavoro dei capitoli Dyrnwyn (più un’altra piccola sorpresa in attesa di conferma) sono il nucleo di base dal quale iniziare per rafforzare le radici di una scena che in realtà non è mai esistita, salvo poi ritrovarsi in 400 al concerto dei Folkstone, quattro volte tanto, giusto per fare un paragone con una band storica, rispetto agli ultimi due concerti capitolini dei Rotting Christ.

Le quattro tracce presenti in Fatherland sono un mix esplosivo di influenze varie e personalità, dove i riff si stagliano contro l’ascoltatore e le linee vocali squarciano la pelle. I venti minuti del demo iniziano con il lungo arpeggio acustico che porta allo stacco di Dyrnwyn, canzone che mette immediatamente in risalto la voce cruda e tagliente di Thanatos, oltre a semplici ed efficaci riff di chitarra e una parte folkloristica più che discreta. La seconda traccia è Battle Prayer, maggiormente cadenzata rispetto l’opener e con il flauto di Michela Luciani in bella vista; anche in questo caso le linee vocali sono accattivanti il giusto e il songwriting di qualità. La titletrack è, con oltre sei minuti e mezzo di durata, la più lunga de demo: un mid tempo roccioso con spruzzate di tastiera e strumenti folk che guidano gli stacchi e le melodie principali, ben sorretti dalla granitica sezione ritmica e dalla voce di Thanatos (singer anche dei Korrigans), evocativa come non mai. Il brano viene trainato alla conclusione da una parte strumentale particolarmente epica, con il seguente – e conclusivo pezzo Whispering Wood che parte sparato tra doppia cassa e una certa aggressività (mai esagerata o fine a se stessa) che i Dyrnwyn sanno ben controllare. La voce varia tra growl e scream, la sezione centrale della composizione è prevalentemente strumentale (sempre ottimi gli inserti folk) e ben collegata con strofe e i potenti stacchi, per poi riprendere la marcia verso il finale di canzone.

Non sono presenti veri difetti, e anche la produzione non è male. Sicuramente migliorabile con più tempo a disposizione e maggiore esperienza, ma comunque “giusta” per questo tipo di release: in fondo si tratta del primo demo, e sicuramente il combo romano saprà migliorare anche questo aspetto con il prossimo lavoro.

Il demo Fatherland risulta essere sicuramente un buon inizio. I Dyrnwyn sono giovani e devono ancora percorrere molta strada per affermarsi a livello nazionale, ma la via intrapresa è decisamente quella giusta: parlare della propria terra, tanto più se ricca di storia e sangue, in un contesto musicale di qualità, è il modo migliore per conquistare il cuore degli ascoltatori.