Intervista: Vinterblot

In occasione del Sognametal Tour ho avuto la possibilità di scambiare due parole con i talentuosi Vinterblot. Il cantante Phanaeus e il chitarrista Vandrer si sono dimostrati simpatici e cordiali come sempre, dando alcune piccole anteprime sul disco attualmente in lavorazione e svelando come si muove e nutre la creatura Vinterblot.

V1Iniziamo parlando del concerto di questa sera: ovvero come siete arrivati a suonare con i Windir, le sensazioni e com’è andato lo show. Ma parto con un pensiero che ho sentito esprime da alcune persone mentre eravate sul palco, ovvero che su disco siete bravi, ma dal vivo rendete ancora di più, sia per l’aspetto scenico che per esperienza pur essendo un gruppo relativamente giovane, quindi complimenti per l’esibizione.

VANDRER: Ti ringraziamo! Per quel che riguarda il concerto di stasera dobbiamo fare un ringraziamento a Gabbo di No Sun Music/Shores Of Null, siamo più che grati per averci concesso di partecipare. I Windir per noi sono stati, sono tutt’ora e saranno un’influenza molto importante per il nostro sound, anche dagli inediti che sveleremo prima della pubblicazione dell’album nelle nostre prossime date si potranno intuire le nuove direzioni dell’album, abbastanza evolute rispetto ai lavori precedenti. Sai, con gli anni le idee si fanno un po’ più chiare e riesci ad essere più rilassato…

Mi dispiace per il poco pubblico, Roma purtroppo è così, suonano i Windir e c’è appena qualche decina di spettatori, suonano i Rotting Christ e sono poche di più, forse perché ci sono concerti spesso e qualche volta addirittura due gruppi in due locali diversi la stessa sera, non so com’è da voi in Puglia…

VANDRER: Bari non delude quasi mai. Oddio, sui gruppi grossi non puoi mai andare sul sicuro perché ci sono discorsi di prezzo, ma anche io sono sorpreso (si riferisce alla data del Sognametal Tour, nda) ma sono fiducioso che per i Windir ci sarà la giusta audience.

PHANAEUS: Temevamo che ci fossero ancora meno persone, considerando che abbiamo suonato alle 20 ci aspettavamo dieci persone (sorride, nda). Non è un discorso curriculare che ora aggiungiamo questo tassello alle nostre date live, ma è proprio un aspetto emozionale per noi, anche senza pubblico sarebbe stato un onore. Se ti posso svelare un segreto, alcuni di noi avevano già prenotato i voli aerei per venire a vedere la data, poi magicamente dopo due settimane ci siamo trovati a suonarci.

Visto che ne avete accennato e che in concerto avete proposto un pezzo nuovo leggermente diverso dal “solito”, iniziamo a parlare del nuovo disco…

VANDRER: Stiamo componendo, una canzone è fatta!

PHANAEUS: Per quel che riguarda il nuovo pezzo preferiamo ancora non rivelare il titolo…

VANDRER: Aspettiamo l’ultimo minuto prima di fare annunci.

PHANAEUS: Ci piaceva però svecchiare la set-list, anche perché essendo il prossimo album un passo in avanti, è sicuramente diverso dal precedente non perché sono canzoni nuove, ma perché il sound è molto più sviluppato, sentito. Ci sono meno restrizioni, non so se ricordi il famoso discorso sul precedente album (si riferisce all’intervista del 2012 in occasione del Fosch Fest, nda), meno pippe mentali, stiamo veramente seguendo l’ispirazione, anche l’esperienza maturata fino adesso ci sta sicuramente aiutando, decisi su quello che stiamo facendo, quindi dargli un preview era doveroso.

State componendo, quindi avete in mente un data di pubblicazione, autoprodotto o cercherete un’etichetta?

VANDRER: Abbiamo idea di pubblicare sotto un’etichetta, quindi è possibile che non sia un autoprodotto, ma nel caso non dovessimo trovare una label, saremmo felicissimi di fare un autoprodotto. L’aiuto professionale di un’etichetta è sicuramente meglio. Siamo al lavoro su cover e artwork…

PHANAEUS: Posso dirti che è un concept album.

Non puoi dirmi che è un concept senza nemmeno dire l’argomento!

PHANAEUS: Mi piace far sentire l’odore della pietanza!

Quindi in futuro uscirà un concept album con un po’ di canzoni, forse con un’etichetta…

VANDRER: Lo sappiamo che non ti stiamo dicendo niente, perdonaci!

PHANAEUS: Se possiamo essere sinceri fino in fondo, siamo così riluttanti perché ci facciamo 3000 pippe, è tutto in divenire, potremmo dire una cosa oggi e tra una settimana chissà. Le idee ci sono, il concept c’è…

VANDRER: I brani, ci tengo a specificarlo, sono in lavorazione da due anni e mezzo, quindi il tempo darà i suoi frutti, nel senso che ci stiamo accorgendo che più tempo abbiamo a disposizione, che è poco perché abbiamo vite molto impegnate tra lavoro e università, ma stiamo cercando di dare il massimo. Possiamo dire che sicuramente non prima di primavera 2015 ci sarà l’album, anche per

In realtà ci siamo dentro fino al collo, stiamo scegliendo con chi lavorare per il prossimo videoclip e la nostra palude, al momento, è la vita quotidiana che si può conciliare con dei limiti con la nostra vita da musicofili.

Avete pubblicato il demo For Asgard nel 2010 e Nether Collapse due anni può tardi, ora a fine 2014 nel mezzo della lavorazione del nuovo disco, ascoltando i vecchi pezzi, quali sensazioni avete?

PHANAEUS: Innanzitutto una sensazione nostalgica, perché anche solo sfogliando il booklet e vedere della facce più giovani fa una certa impressione. Poi ascoltando le canzoni percepisci il cambiamento perché noi abbiamo dei pezzi in lavorazione, un concept definito, cover artwork che è quasi definita, e risentendo quanto fatto in passato emergono le inesperienze, che certe cose potevano essere fatte meglio, non c’era un punto di vista oggettivo sulla musica, soprattutto dal punto di vista tecnico e della produzione, però riascoltando viene da rimproverarti su alcune inesperienze.

Sono proprio queste però le cose che ti fanno maturare come musicista e non solo…

PHANAEUS: Esatto.

La musica e i testi dei Vinterblot sono influenzati anche da cose extra musicali quali libri, film, vita quotidiana ecc.?

PHANAEUS: Siamo un gruppo eterogeneo come interessi primari, nella stesura dell’album non ci sono ispirazioni particolari, occupandomi io dei testi e del concept cerco di non convogliare delle vere scritture in maniera specifica, perché fondamentalmente gli album partono sempre da una prima canzone che da l’ispirazione, già ti crea un’immagine in mente, e io cerco di mettere su carta quella che è l’immagine. Le influenze personali vanno dal cinema, sono un appassionato di Mario Bava e Dario Argento, però l’immaginario del gruppo è eterogeneo. Io ho degli interessi cinematografici e di letture diverse da quelle che ha lui…

Dimmele al volo, così le metto dentro: cinema e libri…

VANDRER: Serie TV, grande passione…

The Walking Dead, che è ricominciato da poco?

PHANAEUS: Colombo ahah!

A-Team! Però all’epoca si chiamavano telefilm e duravano diversi anni e c’erano tutti i giorni!

PHANAEUS: Era bellissima la parola telefilm!

VANDRER: Oddio, qualsiasi serie che sia intensa. Le mie letture sono saggi e fantasy, ma cerco di acquisire più informazioni possibile tramite internet. Una cosa che possiamo dirti è come nasce un nostro album. Lavoriamo su due binari, musica e testo, io della prima con arrangiamenti e melodie, poi in sala prove si prendono le decisioni importanti, tutti insieme. Ci teniamo in contatto tutti i giorni, io ho un riff, una canzone e lui mi risponde con uno stimolo concettuale, mi propone un’idea, quella che è una visione, una possibile cover artwork, un immaginario, il nostro approccio è anche molto spirituale, il nostro gruppo ha anche a che fare con la nostra vita. Non facciamo un genere di ribellione come il punk, non vogliamo che il nostro sia uno sfogo, ma dare al mondo quelle che sono le nostre emozioni e trasformarle in musica. Una preview che possiamo dire è che c’è un grado di sperimentazione diversa, ci sarà una novità piuttosto evidente che coinvolge sia la musica che i testi e si intreccerà con nuovi sentieri e percorsi, andando di pari passo nella tracklist, che sarà, al nostro solito, un cammino.

PHANAEUS: Per tirare le somme, anche per le domande precedenti, siamo un gruppo formato da persone differenti che però vanno in un’unica direzione.

VANDRER: Facciamo i conti col il passato e con il futuro, ovviamente nessuno si lascia condizionare da “no, questa cosa non la possiamo fare”, abbiamo barriere fino a un certo punto, ma è giusto fare un discorso organico.

PHANAEUS: Fondamentalmente i testi partono da delle suggestioni, proprio perché vogliamo che nel progetto ci siano le energie di tutti, anche se vedi il nuovo merchandising… in pratica, l’albero ha delle radici che sono cinque teste, che hanno caratteristiche diverse e vanno di direzioni diverse, però sono le nostre individualità che puntano verso l’alto, le radici che sviluppano l’albero e lo rendono saldo al terreno. Scrivere testi che parlano dei miei interessi significherebbe svilire quello che è il nostro concetto di gruppo, suggestioni e un approccio rituale della musica. L’individualità, le peculiarità di ognuno al servizio di tutti.

Cambiamo un attimino discorso: l’album che in questo momento vi ronza sempre in testa perché è il suo momento.

PHANAEUS: Un album degli Ahab, doom.

VANDRER: Helrunar, l’album è Baldr ok íss, pagan black metal band tedesca.

Conosco, è un gruppo che ha recensito Alice prima di conoscerci…

VANDRER: pagan black freddissimo, ma anche molto profondo e mitologico, che è la nostra passione numero uno. La passione per la mitologia è una costante che ci guida, ci lasciamo anche guidare dai miti. Geograficamente possiamo dire che nel prossimo album ci espanderemo, in passato siamo sempre stati accostati alla Svezia e Scandinavia. Non sonorità mediterranee, però è un discorso più universale, senza latitudine, sull’essenza umana. Come la mitologia, possono cambiare le forme ma i simboli son quelli, gli insegnamenti son quelli, gli archetipi sono quelli.

– La chiacchierata va avanti su interviste su word e face to face, polpettoni da leggere e risposte in fotocopia… –

VANDRER: ci devi scusare per questi voli pindarici, ci perdiamo, in realtà questo è esattamente quello che siamo noi, i Vinterblot in fase di composizione. Ci lasciamo coinvolgere, siamo persone emotive e andiamo dove le nostre energie di trasportano. A volte siamo sicuri e gettiamo le fondamenta, altre abbiamo bisogno di più tempo.

PHANAEUS: La fase di esposizione delle tue idee è quella più confusionaria perché non riesci a trovare le parole, hai le idee chiare, ma la parola che stai per dire non è mai quella che esprime esattamente al 100% quello che vuoi dire.

VANDRER: Il genere si allarga, sarà sempre più difficile catalogarci perché la nostra natura è ibrida, siamo stati attaccati per questa cosa, i vichinghi…

Ti piace la serie Vikings?

VANDRER: sì molto, anche se non è politicamente e storicamente corretta per dei nomi un po’ farlocchi, ma quando c’è stato quel sacrificio a Uppsala sono rimasto molto colpito perché rappresenta, parentesi personale, ciò da qui siamo partiti all’inizio, il nome Vinterblot. Esprime quel paganesimo molto crudo e diretto che a noi piace e ispira, che rappresenta la nostra musica se dovessimo trovare un’immagine. Tornando alla nostra natura ibrida, noi punteremo su questo fatto, sarà il nostro cavallo di battaglia invece che il nostro cavallo di Troia ahah!

PHANAEUS: È un album più intenso perché esprime al meglio le nostre personalità, sentirai ancor più nei riff di Fabio e del “nuovo arrivato” Auros nei soli, me al pieno delle potenzialità. Non diciamo che sarà l’album definitivo eh…

VANDRER: magari sarà un album di transizione! Ma un album fondamentale per noi.

PHANAEUS: Esatto! Sentiamo che sarà un album molto più potente rispetto al precedente perché ci stiamo lasciando andare alle nostre ispirazioni, con un pizzico di esperienza in più. Magari farà cacare, non lo so eh!

VANDRER: Faremo una cosa che a noi piace.

PHANAEUS: Il nostro obbiettivo primario è fare un album che noi vorremmo acquistare da ascoltatori.

Nether Collapse è l’album che all’epoca avreste acquistato?

VANDRER: Per il fattore artistico siamo sempre stati più che indipendenti e sinceri, assolutamente.

PHANAEUS: Si tratta di una pressione interiore, di vite e di stress, cercare di massimizzare il tempo ed essere il più spontanei possibile, ma a volte c’è qualcosa che lascia dei margini di miglioramento già appena l’hai fatto.

VANDRER: Per rispondere alla domanda: sì, quando siamo usciti dallo studio abbiamo detto “questo è il nostro massimo”. Ma c’erano dei brani composti nel 2011, con la band formata da due/tre anni, con il cantante arrivato dopo due anni, anche io mi son gettato nella composizione a diciotto anni, che cosa voglio dire… che è stata la nostra prima esperienza, quindi noi siamo soddisfatti per tanti aspetti di quell’album in relazione alla poca esperienza che avevamo e noi eravamo felici della resa sonora e degli arrangiamenti…

Ho giusto ascoltato Nether Collapse la settimana scorsa ed è sempre una figata, da ascoltatore continuo a pensare che sia un gran bell’album!

VANDRER: Prima eravamo più giovani, più diretti e meno meditativi, ma quell’istinto ci piace, siamo fieri.

PHANAEUS: Ti guardi indietro e Nether Collapse è come l’adolescenza, quando sei pieno di brufoli. Siamo soddisfatti di quell’album ma adesso vogliamo esprimere la maturità.

VANDRER: Se vuoi stiamo qua a parlare altre due ore…

Con tutto il rispetto, ma tra poco suonano i Windir e non ce li possiamo perdere… ragazzi grazie per l’intervista!

VANDRER: Hail Valfar!

PHANAEUS: Ti ringraziamo, è sempre un piacere e grazie per la disponibilità.

V2

Alphayn – Heimkehr

Alphayn – Heimkehr

2014 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Robert Schroll: voce – Hias Müllner: chitarra solista – Ralf Haider: chitarra ritmica – Andreas Hoffmann: basso – Cari “Käpt’n” Koren: batteria

Tracklist: 1. Aufbruch (intro) – 2. Alarich – 3. Weltenanfang – 4. Wetz die Krallen – 5. Maschinenmonster – 6. Reise – 7. Heimkehr – 8. Rache – 9. Wir rufen Deine Wölfe – 10. Abstieg
alphayn-heimkehrIn appena un anno di attività arrivano al debutto su lunga distanza gli austriaci Alphayn, nuova realtà che vede alla voce il buon Robert Schroll, singer dei tosti Heathen Foray. La proposta musicale della band di Vienna è un pagan metal piuttosto diretto e senza fronzoli, che mira a colpire l’ascoltatore con brani semplici e accattivanti. Heimkehr è un full length autoprodotto di trentotto minuti contenente nove brani più intro.

L’assalto sonoro di Heimkehr parte, dopo il breve Aufbruch (intro), con Alarich, brano di classico heathen metal con buoni fraseggi di chitarra e la personalità di Schroll subito in evidenza. La traccia successiva Weltenanfang è divisa in sei parti (Am Anfang, Gegensatze, Das erste Wesen, Ein Mensch, Lebenswahn – dove è presente un discreto assolo di chitarra-, Epilog) e rappresenta bene il sound degli Alphayn, fatto di melodie mai festose e riff quadrati. Wetz die Krallen ha un piglio più cupo rispetto alle altre composizioni, ma a stupire positivamente è il cambio di stile a metà brano, inaspettato quanto gradito. Dopo la scolastica Maschinenmonster è il turno di Reise, probabilmente la canzone meglio riuscita del lotto. Le chitarre di Müllner e Haider fanno un gran lavoro tra fraseggi, momenti maideniani e riff accattivanti, con la chicca rappresentata dal ritornello in voce clean. La title track è una “classica” canzone degli Alphayn, con la particolarità del break centrale di batteria e basso, un diversivo semplice e intelligente che spezza il ritmo della canzone (e del disco), portando una ventata d’aria fresca nonostante i neanche trenta minuti trascorsi dall’iniziale intro Aufbruch. L’ottava canzone, Rache, è tostissima: lenta e cadenzata, massiccia e dal sapore ’90, nonostante la breve e feroce accelerazione verso la fine, è una vera mattonata che toglie ogni speranza di serenità. Cambio di sonorità per Wir rufen Deine Wölfe, dal vago sapore folkeggiante (l’unica in tutto il cd) e le chitarre nuovamente protagoniste prima della bella conclusione di Heimkehr rappresentata da Abstieg, mid tempo teutonico quadrato e massiccio.

Il disco si presenta in un digipack sobrio dove il colore dominante è il nero, con il booklet che vede la presenza di testi, foto e le informazioni base. Tutto il processo di registrazione, missaggio e mastering è avvenuto all’Origin Audio di Vienna con Marco Cudan: il suono è bello potente (il basso di Andreas Hoffmann ricorda quello di D.D. Verni degli Overkill), pulito ma al tempo stesso ruspante come il genere suonato richiede.

La voce di Robert Schroll è una sicurezza: bravo a interpretare i brani, ottimo nel cambiare spesso tonalità e stile senza disorientare l’ascoltatore, è la vera marcia in più per un gruppo nato con le idee chiare: crudo heathen metal senza strumenti tradizionali o motivi allegri e spensierati. Una piacevole e inaspettata scoperta in un settore un po’ fermo in attesa (da anni) dei grandi nomi; gli Alphayn sono già pronti per i palcoscenici europei e per soddisfare gli amanti del pagan metal.

Woodscream – Octastorium

Woodscream – Octastorium

2014 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Valentina Tsyganova: voce – Alexander Klimov: chitarra, voce – Ivan Budkin: basso, voce – Pavel Malyshev: batteria – Anastasia Smelova: violino

Tracklist: 1. Алан – 2. Топь – 3. Лесной Царь – 4. An Dro – 5. Коваль – 6. Ворон – 7. Зов – 8. Witnesses Of J

woodscream-octastoriumI russi Woodscream giungono al debutto su lunga distanza a otto anni dalla nascita dopo una manciata di singoli e Pentadrama del 2010, discreto EP di classico folk metal sovietico. Dopo quattro anni la band di San Pietroburgo pubblica Octastorium, full length autoprodotto composto da otto brani per un totale di trentacinque minuti.

L’opener Алан è un classico brano dal sapore russo, ritornello accattivante e gli strumenti tradizionali non invadenti che sanno lasciare spazio alle robuste chitarre con la piacevole voce della Tsyganova in evidenza. L’up-tempo Топь è parzialmente rovinato dall’orribile voce growl del chitarrista Klimov, sicuramente più adatta a un disco brutal death che a uno folk. Musicalmente la canzone è piacevole e gli elementi folk sono presenti il giusto per dare l’equilibrio necessario alla musica heavy. L’inizio di Лесной Царь è di quelli esplosivi: la doppia cassa di Pavel Malyshev e la sei corde creano un sound cupo, la voce di Tsyganova è molto espressiva e il ritornello ha tutto per essere immediatamente memorizzato, tra linee vocali e melodie di violino accattivanti. Dopo tre brani arriva un po’ a sorpresa An Dro, canzone nota soprattutto grazie agli Eluveitie di Spirit, ma si tratta in realtà di una composizione tradizionale bretone. Il violino introduce Коваль, con il vocione di Klimov protagonista del pezzo, ma il ritornello è invece cantato dalla brava frontwoman, per un risultato simil Svartsot se si esclude la voce di Valentina Tsyganova. Sicuramente da menzionare la parte strumentale d’impronta folk, probabilmente la più bella e intensa dell’intero disco. La bontà delle melodie folk prosegue con Ворон, un mid tempo massiccio che vede la singer teatrale e convincente. Uno dei brani meglio riusciti di Octastorium è Зов, dove a convivere sono le due voci e una parta strumentale molto dinamica e accattivante, tra melodie soavi e riff graffianti. La conclusione del disco è affidata a Witnesses Of J, strumentale di due minuti e mezzo dal sapore celtico.

Uno dei punti di forza dei Woodscream è la voce della singer Valentina Tsyganova, brava nell’interpretare al meglio le canzoni e i cambi d’umore delle stesse. Veramente pessimo, invece, il growl ultra-brutale e fuori luogo del chitarrista Alexander Klimov, che in più di un’occasione rischia di rovinare quanto di buono prodotto dagli altri musicisti. Le parti strumentali sono piacevoli e interessanti quando alle classiche sonorità russe mescolano melodie provenienti da altre zone europee.

La copertina è bella e ben si adatta al contenuto musicale di Octastorium. La produzione, pur essendo il disco un autoprodotto, è curatissima: suoni nitidi e reali, pulizia di fondo e l’ottima equalizzazione sono sintomi di una cura meticolosa nel tentativo di realizzare un lavoro inattaccabile sotto tutti i punti di vista.

Un applauso quindi ai Woodscream per il buon cd realizzato: tutto è fatto con il cuore e la band merita di essere conosciuta ed apprezzata anche al di fuori dei patri confini.

Intervista: Gotland

I piemontesi Gotland hanno confezionato qualche mese fa quello che è un nuovo, importantissimo sigillo nel campo folk/pagan italiano e non solo. Gloria Et Morte, oltre ad essere un ottimo disco, è anche il nuovo punto di riferimento per chi vuole fare questo genere musicale in Italia. Nella bella chiacchierata con la band vengono toccati diversi argomenti: la scena italiana e le tematiche dei testi, i concerti, la scelta dell’autoproduzione e l’importanza della grafica del booklet. Buona lettura!

GotlandComplimenti per Gloria Et Morte, un album straordinario! Raccontate come è nato il disco e quali erano gli obiettivi che avevate in mente quando avete iniziato a lavorarci.

VAR: Nel 2011 c’è stata una sorta di svolta per la band, che è avvenuta in modo per noi del tutto naturale. Nella costruzione dei nostri brani il sound ha cominciato a trasformarsi dal folk/viking metal col quale avevamo iniziato nel 2007 a un epic pagan metal con influenze tendenti al black e al death metal. Durante il songwriting dell’album abbiamo mantenuto una radice folk, ma le atmosfere si sono concentrate maggiormente su sonorità più epiche ed estreme. Una volta completata la stesura dei nuovi brani, abbiamo iniziato a prendere seriamente in considerazione l’idea di incidere il nostro primo album, anche perché il precedente lavoro in studio Behind the Horizon, risalente al 2009, non rispecchiava più l’identità musicale della band. L’obiettivo primario di Gloria et Morte è stato appunto quello di presentare il nostro nuovo sound.

Ve lo dico senza giri di parole: il vostro cd è il degno successore del capolavoro De Ferro Italico per qualità e ricercatezza. Voi e i Draugr, pur suonando – come è normale che sia – in maniera differente, avete diversi punti in comune. Sembra che a muovervi ci sia una sola e stessa guida…

EG ORKAN: Innanzitutto per noi è un onore che Gloria et Morte venga accostato a un lavoro come De Ferro Italico, che personalmente considero un album perfetto sotto ogni punto di vista. Con i Draugr abbiamo diviso il palco e in questi anni è nata una buona amicizia e ancora oggi alberga la tristezza nei nostri cuori per la prematura scomparsa di Jonny. Anche se abbiamo un’identità differente, quello che ci lega credo sia dovuto al fatto che, a differenza di altre band, siamo state tra le prime in Italia che hanno scelto di approfondire tematiche che rappresentano la nostra cultura e le nostre radici, alla ricerca di un sound magari più estremo, ma sicuramente molto definito, cosa che ad esempio oggi nel panorama “Pagan/Folk” Italico vedo venire a mancare. Abbiamo ottime band con una buona attitudine, ma che si limitano a scopiazzare liriche e melodie già sentite e strasentite, e trovo che questo sia uno spreco e un peccato, specialmente quando c’è dell’ottimo potenziale.

Molti gruppi italiani si stanno allontanando da storie/concept/mitologie prettamente nordiche riscoprendo le proprie origini italiche. C’è il rischio, secondo voi, che anche questo possa diventare una sorta di moda o pensate che sia comunque un bene?

VIDARR: È sicuramente un bene, anche se a volte il nostro paese tende a inseguire le mode e ciò avviene soprattutto in ambito musicale. Nel nostro caso, fin dalla nascita del progetto, l’obiettivo è stato quello di raccontare attraverso la musica eventi storici che hanno mutato radicalmente la storia italica e lo possiamo riscontrare dai primissimi brani scritti dai Gotland come Pidrik o Adrianopoli, sino ad arrivare a pezzi come A New Reign o Slaves ov the Empire.

Le canzoni sono molto differenti tra di loro, eppure Gloria Et Morte suona omogeneo: la ferocia del black si mescola benissimo con partiture folk metal e cavalcate di stampo heavy.

EG ORKAN: Sicuramente il tuo pensiero è giusto, abbiamo lavorato molto per arrivare ad ottenere questa combinazione. Ciò è dovuto anche alle numerose influenze che abbiamo avuto nell’arco del tempo e che spaziano appunto dal metal più estremo a sonorità più heavy, ma anche alla musica classica, che dona quella componente sinfonica ed epica, e al folk più tradizionale.

Avete abbinato la musica ai testi oppure avete composto il materiale e poi ci avete adattato le lyrics? Come vi siete regolati per l’utilizzo dell’italiano e dell’inglese?

VIDARR: Solitamente nasce prima la parte strumentale con una stesura base, sulla quale adattiamo poi le liriche. Il pezzo può crescere ulteriormente con l’aggiunta di altre parti musicali e di conseguenza il testo viene ridimensionato. Le liriche sono prevalentemente in inglese, perché riteniamo che sia la lingua più adatta per il genere in questione, ma abbiamo dato spazio anche a lingue meno comuni; come il gutnico antico in Guta Saga, oppure il latino di Tenebrae in Urbe, per finire con l’omaggio alla nostra stessa lingua in Gloria Et Morte.

La copertina è spettacolare e l’artwork curatissimo: la parte visiva di un disco è – anche secondo me – molto importante!

HOSKULD: Ti ringrazio per i complimenti, che vanno certamente estesi a Jean-Pascal Fournier, autore della splendida immagine di copertina; a Silvana Massa, che si è occupata del retro-copertina ammirabile all’interno del cd; a Isis Sousa per aver concretizzato la nostra idea del simbolo “Barbaric Legions” e a Christophe Szpajdel, autore del nostro logo ufficiale. Resi i dovuti onori, posso dire che per quanto riguarda anche l’artwork interno, sul quale ho personalmente lavorato, pur non essendo un grafico professionista posso ritenermi pienamente soddisfatto. Ho scelto tonalità scure per richiamare il genere che suoniamo e colori tendenti al rosso per rimanere in tema con i concetti delle battaglie, del sangue versato in abbondanza e per suggerire alla mente di chi sta leggendo i testi mentre ascolta la nostra musica, un senso di coinvolgimento nel furore e nelle emozioni che vogliamo esprimere con le nostre liriche. Gli elementi grafici aggiunti nell’artwork hanno significati ben precisi, poiché fanno riferimento in modo diretto ad ogni singolo testo e sono stati scelti dopo attente valutazioni da parte di tutti i componenti della band. Oltre a questi, possiamo anche vantare di una citazione storica gentilmente concessaci dal noto Prof. Alessandro Barbero e da bellissimi scatti tratti dal set fotografico ad opera di Lorenzo Modica presso le rovine di un castello nel torinese.

Nel disco ci sono diversi ospiti, come sono nate queste collaborazioni? Avete lasciato carta bianca ai musicisti oppure il lavoro era già stato tutto organizzato in precedenza?

EG ORKAN: Le collaborazioni sono nate in modi differenti tra loro: quella con Paolo dei Furor Gallico risale al 2011, in occasione di una data insieme. In modo molto naturale gli è stato proposto di partecipare alla registrazione del nuovo lavoro e lui ha accettato con entusiasmo. Per quanto riguarda invece Riky Ragusa, una persona squisita e molto professionale, abbiamo avuto il piacere di assistere ad una sua esibizione alla Birreria dei Rubinetti, chiacchierando amabilmente di musica e, affascinati dalla sua performance, gli abbiamo proposto di registrare la linea di sitar nel pezzo A New Reign. Con Fabrizio dei Phenris e In Corpore Mortis ci lega da diverso tempo una buona amicizia. È stata fatta una scelta in base alle sue qualità canore, adatte al sound black metal di Tenebrae In Urbe. Il risultato, amalgamato alla voce del nostro frontman Vidarr, ci ha entusiasmato fin da subito. A grandi linee è stata data carta bianca agli ospiti, perché ci tenevamo che lasciassero un impronta prettamente personale al nostro album. Infine citiamo anche la collaborazione con Silvia ed Alessio della Birreria dei Rubinetti, che ci hanno dato modo di registrare l’intermezzo di A New Reign. Gotland2Adorando il lavoro di Valfar ho gioito quando ho saputo che una cover dei Windir sarebbe stata inserita nell’album. Come mai avete scelto The Spiritlord?

VIDARR: Diciamo che c’è l’imbarazzo della scelta se si tratta di scegliere un brano dei Windir. Li adoriamo e sono sempre stati una fonte d’ispirazione nella composizione dei nostri pezzi. Non ti nascondo che un nostro sogno nel cassetto sarebbe quello di rendere omaggio alla band suonando l’intero album 1184, che è il loro disco che preferiamo e dal quale abbiamo appunto scelto The Spiritlord, che ritenevamo adatto sia in chiave live, che una volta in sede di registrazione.

The Spiritlord sembra registrata in presa diretta, il sound è crudo e sporco il giusto. Volevate “staccare” la canzone da resto del cd anche per quanto riguarda la produzione?

EG ORKAN: Per The Spirilord è stato fatto un lavoro ben preciso, che sin da subito avevamo chiaramente in testa. Non è stata registrata in presa diretta, ma allo stesso modo degli altri brani. In un secondo tempo, durante la post-produzione abbiamo voluto lavorarci su, per ricreare un sound più “old school”, che si staccasse appunto dal resto delle sonorità dell’album e richiamasse un sound più vicino ai Windir. Siamo molto soddisfatti del risultato finale, e c’è sicuramente da ringraziare il fonico Alessio Sogno, che ha inteso alla perfezione quello che volevamo ottenere.

Come (e quanto) pensate di esservi evoluti dal primo lavoro Gotland ad oggi?

VAR: Riascoltando i nostri primi lavori diciamo che c’è stata sicuramente un’evoluzione tecnica, sia dal punto di vista delle composizioni dei pezzi, che dalle capacità di ogni singolo membro della band. È cambiato anche il nostro modo di lavorare sui brani: oggi è molto più curato e a volte anche svolto in maniera diciamo “maniacale”. Riteniamo che i nostri lavori rappresentino la nostra stessa evoluzione come musicisti ed è un percorso che ancor oggi continuiamo a seguire, non escludendo ulteriori variazioni nel sound.

Un aggettivo per ogni vostro lavoro: Gotland, Beyond Horizon e Gloria Et Morte.

EG ORKAN: Gotland direi immaturo e acerbo; Behind The Horizon, nonostante sia stato accolto molto bene dalla critica, ad oggi lo troviamo incompleto. Per “incompleto” s’intende che è stato poco valorizzato e poco curato. Gloria Et Morte molto semplicemente un disco maturo, che ha soddisfatto pienamente le nostre aspettative.

Sorprende (e infastidisce) il fatto che un disco come il vostro sia completamente autoprodotto: una scelta della band o mancanza di proposte serie e concrete da parte delle etichette discografiche?

VIDARR: Mah guarda, il discorso qui potrebbe essere molto lungo… Noi Gotland abbiamo intrapreso una strada che credo difficilmente si possa incrociare con il mondo discografico di oggi. Le Major puntano maggiormente su ciò che funziona e attira sul mercato, e di conseguenza a proposte più commerciali di quella che offriamo noi… Per farti un esempio specifico nel nostro genere: oggi l’ascoltatore è più incline ed attratto da liriche che parlino della mitologia norrena o delle saghe Vichinghe, che citino per esempio il Valhalla o il Ragnarök ecc., piuttosto che dai racconti sulle gesta di Alarico (che magari può non conoscere) o i Visigoti che saccheggiarono Roma, o la battaglia di Adrianopoli che si concluse con l’annientamento dell’esercito romano guidato dall’imperatore d’Oriente Valente ad opera dei Visigoti di Fritigerno. Detto questo, prima di entrare in studio abbiamo ricevuto diverse offerte da etichette discografiche, che però non ci soddisfacevano e che abbiamo ritenuto anche poco serie e poco professionali, e credo che questo sia dovuto proprio dalla scelta della nostra proposta musicale, che sicuramente oggi è poco commerciale. Abbiamo deciso di autoprodurci, anche perché volevamo fare tutto con molta calma, ma soprattutto con estrema precisione e accuratezza; cosa che difficilmente una band diciamo “non famosa” oggi si può permettere di fare se sotto etichetta, per il semplice motivo che le label in genere impongono tempistiche da rispettare. Il problema è che poi il prodotto finale nella maggior parte dei casi è sotto la media. Quindi, con un’attenta riflessione, per quanto alcune offerte siano state allettanti, abbiamo optato per l’autoproduzione e ne siamo pienamente soddisfatti perché abbiamo ottenuto il prodotto che volevamo.

Avete in programma una serie di date dopo l’estate? Come vi state organizzando per promuovere Gloria Et Morte?

HOSKULD: Dato il panorama musicale flebile che oggi il torinese e il Piemonte offrono, la nostra intenzione si sta orientando maggiormente verso altre zone d’Italia e l’estero. Purtroppo ultimamente abbiamo visto chiudere locali anche appena rilanciati e che ospitavano magari parecchi concerti metal. Per ora non è prevista una serie di date, ma stiamo ovviamente cercando di pianificare i prossimi concerti che, come abbiamo sempre cercato di fare, dovranno essere anche magari pochi, ma ben organizzati. La promozione dell’album è partita con una buona vendita che ha compreso anche nuovi gadgets. Oltre a questa, on stage abbiamo offerto uno spettacolo arricchito e che vogliamo continuare ad incrementare ulteriormente. Inoltre, non riuscendo proprio a star fermi stiamo buttando giù nuovo materiale come se piovesse, sempre con la solita dedizione e attenzione ai dettagli.

Siete anche gli organizzatori del Metal Alliance Fest: come vi è venuta l’idea e quali le finalità del festival?

EG ORKAN: È’ una cosa di cui andiamo molto fieri. Il Metal Alliance Fest nasce nel 2009 con un’idea ben precisa: dare spazio alle band della scena metal underground che oggi fanno sempre più fatica a proporre la loro musica; questo anche per via di promoter che puntano quasi sempre a grandi nomi, di locali che oggi arrivano addirittura a chiederti soldi per suonare, di eventi organizzati male e che pensano solo a sfruttare le giovani band come tappabuchi; per non parlare, come citavamo prima, della mancanza vera e propria di situazioni favorevoli ai concerti, visto che in questi ultimi anni è stato un susseguirsi di chiusure di diversi locali. Siamo partiti con la speranza di poter fare qualcosa per tutto questo: di poter creare una sorta di alleanza tra band e generi al fine di poter promuovere la propria musica; e oggi che siamo giunti alla SESTA edizione, non possiamo che esserne felici e orgogliosi, perché piano piano il MAF sta diventando un punto di riferimento non solo per la scena piemontese, ma anche per il resto del paese, e il fatto di proporre tutto questo in maniera gratuita per il pubblico e in modo assolutamente no profit ci rende orgogliosi. Nel nostro piccolo ci stiamo togliendo diverse soddisfazioni e stiamo constatando di anno in anno che abbiamo delle band straordinarie nel nostro paese, che non sono da meno rispetto a quelle straniere. Non ti nascondo che organizzare il Fest richiede sempre molto tempo e molte energie, ma tutto questo ci affascina e alla fine ci diverte; tant’è che lo scorso Aprile abbiamo organizzato un altro evento targato Barbaric Legions: la prima edizione dell’ITALIC PAGAN FEST, che è stato accolto alla grande e che presto avrà una seconda edizione.

Grazie per l’intervista, a voi lo spazio!

VIDARR: Ti ringraziamo per l’intervista e ringraziamo e salutiamo tutti coloro che seguono MisterFolk Webzine. Ricordiamo a chi ci volesse ascoltare o avere info su di noi, che siamo presenti su Facebook con una pagina “Gotland” e un profilo “Gotland MetalBand”, nonché su YouTube e Reverbnation. Inoltre, grazie alla collaborazione di Marzia Selmo e Hoskuld, potete trovare tutto il materiale sul nostro sito ufficiale www.gotlandmetal.com.

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Folkstone – Oltre… l’Abisso

Folkstone – Oltre… l’Abisso

2014 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lore: voce – Luca: chitarra – Federico: basso – Edo: batteria – Silvia: arpa – Roby: cornamusa, bombarda, voce – Matteo: cornamusa, bombarda, ghironda – Andrea: cornamusa, bombarda, percussioni – Maurizio: cornamusa, bombarda, flauto, uillean pipe, bouzuki, cittern

Tracklist: 1. In caduta libera – 2. Prua contro il nulla – 3. La tredicesima ora – 4. Mercanti anonimi – 5. Respiro avido – 6. Manifesto sbiadito – 7. Le voci della sera – 8. Nella mia fossa – 9. Fuori sincronia – 10. Soffio di attimi – 11. L’ultima notte – 12. Ruggine – 13. Tex – 14. Oltre… l’Abisso

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La vita va avanti, sempre e comunque. Ci sono le difficoltà, ci sono i dispiaceri, ci sono gli obblighi assurdi che cercano di tarpare le ali. Ma ci sono anche i sorrisi e i pomeriggi autunnali che preannunciano l’inverno con ancora il sole che riesce a scaldare i cuori. L’abisso raccontato dai Folkstone è la vita stessa, con tutto quello che porta con sé. Momenti belli e cupi, visi dolci e urla di dolore. Il ragazzo che si sentiva immortale si rende conto, una volta divenuto uomo, del peso del mondo, e delle proprie decisioni.

Così è la storia dei Folkstone: da montanari pieni di musica a musicisti pieni di storie da raccontare. Difficile immaginarsi un disco come Oltre… l’Abisso anche solo qualche anno fa, dopo il ruspante Damnati Ad Metalla. Le cornamuse ritmate e l’atmosfera goliardica di pezzi come Un’altra volta ancora sono ormai un ricordo, e in tutta sincerità non è necessariamente un male. La musica cambia con le persone, i testi ora sono ancora più crudi, diretti, duri e malinconici rispetto al passato. Con Oltre… l’Abisso i Folkstone hanno attraversato definitivamente la linea segnata con Il Confine di due anni fa, lavoro che infrangeva alcuni cliché del folk metal e dei primi due cd della band di Bergamo, riscuotendo – giustamente – un gran successo di critica. Il sound è ulteriormente maturato e il risultato è diverso da quanto proposto dal resto della scena, sicuramente di non semplice ascolto, dove gli strumenti folk sono utilizzati in maniera intelligente e la voce di Lore spicca come non mai. Il frontman ha con gli anni lavorato sulle proprie corde vocali, migliorando anno dopo anno la tecnica, fino a diventare una grande certezza sul palco e su disco.

Il compito di aprire Oltre… l’Abisso è affidato a In Caduta Libera, brano scelto per il bel videoclip promozionale. Un classico pezzo dei “nuovi” Folkstone, bello, accattivante e orecchiabile, con Lore in grande evidenza. Si prosegue su questa via con Prua Contro Il Nulla, traccia quasi radiofonica tanto è facile memorizzarla e cantarla dopo pochi ascolti. Chitarre roboanti e moderne per La Tredicesima Ora, canzone che mostra una nuova faccia dei Folkstone, decisamente gustosa: graziose note di arpa e le epiche cornamuse fanno da contraltare alla sei corde del (finalmente) protagonista Luca. La tracklist prosegue con l’ottima Mercanti Anonimi, nella quale Lore divide il microfono con Roberta, autrice di una prova assolutamente convincente. La base sonora è lineare e curata, tra ritmiche cadenzate, ottimi fill di Edo alla batteria e gli strumenti folk a creare la perfetta cornice per i due cantanti. Respiro Avido, già pubblicata nel 2012, è diventata in poco tempo un classico nei concerti dei Folkstone: nel contesto album guadagna non pochi punti, diventando uno dei momenti migliori di Oltre… l’Abisso. Manifesto Sbiadito è un brano soft molto delicato, ben differente da Le voci della sera che invece ha un sapore medioevale: Lore pare un menestrello e il testo è semplicemente bellissimo:

Ascolto rapito le fioche voci della sera
cerco nel presente un senso al mio ieri e al mio domani

Come ospite c’è Chris Dennis al violino, musicista che ha suonato dal 1974 al 1990 nei Nomadi e successivamente nei Modena City Rambles, dei quali è uno dei fondatori. Nel finale è presente uno stacco folk/medieval che dona energia e grinta in abbondanza. Una gradita sorpresa è rappresentata da Nella Mia Fossa, dove a suonare in questa canzone up tempo vicina stilisticamente ai Dropkick Murphys troviamo per la prima volta le cornamuse scozzesi: il risultato è semplicemente grandioso. Uno dei brani più pesanti è senz’altro Fuori Sincronia, dalle sonorità vicine a quelle di Damntati Ad Metalla; segue un brano inizialmente pacato destinato a togliere il sorriso agli ascoltatori: Soffio di Attimi è un pezzo introspettivo, struggente, tremendamente elegante, sullo stile di Ombre Di Silenzio, uno dei picchi de Il Confine. L’Ultima Notte è una canzone grintosa, “metal”, con tanta chitarra e ritmiche potenti, con lo stacco strumentale dopo le strofe che è uno dei migliori dell’intero disco. Il full length prosegue con Ruggine che parte un po’ fiacca, ma bastano un ritornello e l’ingresso della cornamusa per cambiare tutto e conquistare l’ascoltatore:

Scappare o stare?
sussulto di un secondo e poi via!

Tredicesima traccia è la cover dei Litfiba Tex, già proposta nell’ultimo tour e amata dai fan. Arrangiare un classico del rock italiano in chiave Folkstone deve aver sicuramente divertito Maurizio e compagnia suonante, come si può sentire nei quasi quattro minuti di durata. Ultima composizione dell’album è la title track, chiusura degna di un cd maturo e sincero:

Se siamo scheggie d’eternità voglio
un tramonto unico

La copertina e l’artwork sono di fattura classica per i Folkstone: disegni di Jacopo Berlendis e un significato evidente e in linea con i testi delle canzoni. Troviamo, difatti, i ragazzi sul palco intenti a suonare anche se impiccati, come a dire che nonostante le difficoltà della vita si cerca di andare avanti, sconfiggere i problemi e seguire la propria via. Folkstone che troviamo anche tra il pubblico, anche se coperti da maschere, intenti a godersi lo spettacolo visivo/musicale. La produzione è semplicemente eccellente: suoni, equalizzazione, pulizia, tutto è perfetto.

Oltre… l’Abisso è la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della bravura dei Folkstone. Maturo e personale, bello e interessante, il quarto disco della band orobica è non semplice da digerire (anzi, all’inizio spiazza non poco), ma che migliora ascolto dopo ascolto, fino a diventare una vera droga. Un cd (e vinile) da avere e consumare a forza di ascolti.