Cruachan – Blood For The Blood God

Cruachan – Blood For The Blood God

2014 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Keith Fay: voce, chitarra, tastiera, bodhran, mandolino – Kieran Ball: chitarra – Eric Fletcher: basso – Mauro Frison: batteria – John Ryan: violino – John Fay: tin whistle, low whistle

Tracklist: 1. Crom Cruach – 2. Blood For The Blood God – 3. The Arrival Of The Fir Bolg – 4. Beren And Luthien – 5. The Marching Song Of Fiach Mac Hugh – 6. Prophecy – 7. Gae Bolga – 8. The Sea Queen Of Connaught – 9. Born For War – 10. Perversion, Corruption And Sanctity – Part 1 – 11. Perversion, Corruption And Sanctity – Part 2

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Dopo il deludente Blood On The Black Robe del 2011, era difficile aspettarsi un ritorno in grande stile da parte degli irlandesi Cruachan. Keith Fay e soci invece hanno realizzato quello che probabilmente può essere definito come il miglior disco del 2014 in ambito folk metal, degno di essere messo sullo stesso livello di The Middle Kingdom, Folk-Lore e Pagan per qualità. Vero è che i dischi appena menzionati sono tra i più importanti nella storia del folk metal, ma Blood For The Blood God è la rinascita artistica di una formazione che in studio sembrava in grande difficoltà, capace di rialzarsi più forte di prima, con un cd denso e personale, maturo e coinvolgente per tutta la durata.

La formazione dei Cruachan ha subito una vera e propria rivoluzione: rimasti i due fratelli Fay, fuori tutti gli altri, compreso lo storico bassista John Clohessy, con la band dal lontano 1993. I nuovi acquisti si sono rivelati tutti di grande spessore musicale, a partire dalla sezione ritmica composta dall’argentino Mauro Frison (presente anche nella serie tv Vikings) alla batteria ed Eric Fletcher al basso, capaci di donare alle composizioni quel groove che nel recente passato spesso veniva a mancare, così come l’accoppiata Keith Fay/Kieran Ball riesce a creare un wall of sound di tutto rispetto.

Il canonico intro porta direttamente alla title track, pezzo scelto come singolo e utilizzato per il videoclip. Si tratta semplicemente di una delle migliori canzoni degli ultimi anni dell’intera scena folk metal: la furiosa batteria e i grintosi riff di chitarra, accompagnati dal delizioso violino di John Ryan – dalle melodie penetranti e sensuali – e dal whistle di John Fay sono quanto di meglio un fan di queste sonorità possa chiedere. Tutto il disco vede la voce di Keith Fay in grande risalto: pur non essendo nato come un vero e proprio cantante, la sua ugola si rivela essere assolutamente perfetta per queste sonorità, sgraziato quanto basta e truce il giusto per far “suonare” il tutto assolutamente potente. La terza traccia, The Arrival Of The Fir Bolg, ha un’importante componente folk alla quale ben risponde il lato più estremo dei Cruachan, formato da brusche accelerazioni, stop’n’go e doppia cassa killer. Squisito l’intermezzo di musica irlandese, il quale ben presto viene “accompagnato” dalle sei corde, proseguendo fino alla conclusione del pezzo. Beren And Luthien è uno dei brani più duri e aggressivi mai scritti dagli irlandesi. I personaggi sono nati dalla magica penna di J.R.R. Tolkien, autore al quale i Cruachan devono molto: non a caso la band dei fratelli Fay nacque col nome di Minas Tirith, luogo tolkieniano di grande importanza. Musicalmente si può parlare d’influenze black metal che ben si amalgamano con riff heavy e una certa dose di dolore nella voce scream, fantastica nella circostanza; l’accelerazione finale, poi, è una vera chicca. The Marching Song Of Fiach Mac Hugh è una graziosa canzone folk irlandese con chitarre elettriche e batteria, breve e intensa, ma di grande qualità. Nel testo è raccontata la marcia di Fiach Mac Hugh, leader del Clann Uí Bhroin, finito decapitato dalla sua stessa spada. Prophecy è oscura e marziale, con gli strumenti folk che si uniscono alle sei corde per rendere il brano ancora più cupo, ma è lo stacco furioso e brutale a sconquassare tutto, e la sgraziata voce del singer rende instabile e minaccioso l’intero pezzo. La musica irlandese di Gae Bolga fa sognare l’ascoltatore, ma dopo un minuto le chitarre e la batteria entrano in scena senza snaturare l’idea originale, per un risultato sicuramente buono. La lunga The Sea Queen Of Connaught narra le vicende di Grace O’Malley, personaggio delle canzoni d’Irlanda, capo del clan Ó Máille e piratessa. Negli oltre sette minuti di durata sono presenti diversi i cambi di tempo, durante i quali tutti gli strumenti hanno il loro spazio (la parte centrale con il violino protagonista è quasi ipnotica), compreso lo stacco più soft che mostra l’enorme classe dei Cruachan. Born For War ha sonorità vicine a quanto realizzato per Folk-Lore, con il violino in grande evidenza e un bel susseguirsi di riff che favoriscono le melodie degli strumenti tradizionali, in particolare nella lunghissima sezione strumentale. Perversion, Corruption And Sanctity – Part 1 è un bel mix di tutte le sonorità che compongono il disco, a partire dalle chitarre heavy, passando per le linee vocali semplici e sincere, per concludere con i bei inserti di violino e flauti. Il lavoro termina con la strumentale Perversion, Corruption And Sanctity – Part 2, naturale seguito della traccia precedente.

La produzione è fantastica: tutti gli strumenti sono potentissimi e naturali, la batteria ha dei suoni fantastici e i vari flauti e violino sono sempre limpidi e con il giusto volume, fatto che permette ancor di più di godere delle due componenti folk/metal in perfetta simbiosi come mai prima.

Il songwriting è di altissima qualità, i cinquantacinque minuti di durata scorrono velocemente e sono assenti veri cali di tensione. Blood For The Blood God stupisce perché successore del punto più basso della carriera dei Cruachan e nato in un momento non proprio semplice per il gruppo, dovuto alla rinnovata formazione e al cambio di etichetta. Il lato metal ben bilancia quello folk, e i due aspetti si mescolano con naturalezza come forse mai è avvenuto in passato. John Fay e John Ryan sono i protagonisti dell’album, ma va menzionato anche Олексій Шкуропатський (Alex Shkuropatsky) con la sua galician bagpipe, musicista dei F.R.A.M. e già ospite in passato dei Cruachan.

In realtà bastano poche parole per descrivere Blood For The Blood God: album del 2014.

Live Report: Eluveitie a Roma

ORIGINS WORLD TOUR

ELUVEITIE – SKALMOLD – WIND ROSE

11 febbraio 2015, Orion Live Club, Ciampino (Roma)

EluveitieTour

In occasione del tour di Origins, gli Eluveitie fanno tappa a Roma per la prima volta in carriera. Non proprio Roma, bensì Ciampino, pochi chilometri fuori la capitale, dove c’è il noto Orion Live Club. Ad accompagnare gli svizzeri ci sono gli islandesi Skálmöld, forti del nuovo Með Vættum e gli italiani Wind Rose, i quali hanno appena pubblicato l’ottimo Wardens Of The West Wind su Scarlet Records.

L’apertura della serata è affidata al combo toscano: il power metal roccioso dalle tinte folk, in particolare grazie alle orchestrazioni vagamente turisasiane, è ben accolto dal pubblico – non tantissimo in realtà -, il quale sostiene costantemente i giovani ragazzi sul palco (con al basso un pezzo da 90 come Cristiano Bertocchi, ex Labyrinth e Vision Divine). Nonostante il palco ridotto, i musicisti hanno suonato molto bene dimostrando anche un’ottima presenza; un plauso a parte lo merita il cantante Francesco Cavalieri, bravissimo nel caricare gli spettatori. I Wind Rose hanno suonato tutti brani tratti dal nuovo Wardens Of The West Wind (Scarlet Records), con una menzione speciale per la massiccia e potente The Breed Of Durin e la conclusiva Rebel And Free, scelta anche come singolo dell’album.

Scaletta: 1. Age Of Conquest – 2. Hevenly Minds – 3. The Breed Of Durin – 4. Ode To The West Wind – 5. Born In The Cradle Of Storm – 6. Rebel And Free

Dopo un rapido cambio di palco è il turno degli islandesi Skálmöld, autori di tre ottimi dischi (BaldurBörn Loka e Með Vættum). L’inizio è al fulmicotone, con l’accoppiata Að Vori e Gleipnir che da sola vale il prezzo del biglietto. Il pubblico è caldo fin dai primi minuti, e col passare delle canzoni si vedranno sempre più teste fare headbanging, in particolar modo nelle parti più cadenzate come quelle di Fenrisúlfur. I ragazzi della band ci sanno fare sul palcoscenico, cercando spesso il contatto con le prime file e non lesinando espressioni buffe e altri trucchetti del mestiere. L’ora a disposizione della band passa troppo velocemente, il viking metal a più voci, epico e incantevole degli Skálmöld è una delle poche espressioni realmente innovative di una scena che ultimamente tende a ripetersi, pezzi come Valhöll, Narfi e la conclusiva Kvaðning in pochi se li possono permettere.

Scaletta: 1. Intro – 2. Að Vori– 3. Gleipnir – 4. Að Hausti– 5. Miðgarðsormur – 6. Fenrisúlfur – 7. Narfi – 8. Að Vetri – 9. Með fuglum – 10. Hefnd – 11. Valhöll– 12. Kvaðning

Con l’ingresso dell’headliner il palco si libera della seconda batteria e gli Eluveitie hanno tutto lo spazio per muoversi comodamente. King e Nil, rispettivamente da Origins ed Everything Remains As It Never Was, sono le canzone scelte come apertura: la prima cosa che si nota è la voglia di interagire con il pubblico da parte dei musicisti. Non che ora tutti abbiano l’attitudine per farlo, ma sicuramente i cambi di line-up, ultimo in ordine di tempo l’ingresso di Matteo De Sisti ai flauti/cornamusa, già noto nella scena folk con i Krampus, hanno dato, insieme alle tantissime date live, una spinta che prima non c’era. Ricordo un loro live nel 2010 e posso dire che la band è migliorata davvero tanto, sia per l’impatto musicale che per energia sprigionata. L’Orion Live Club nel frattempo si è in parte riempito, senza però riuscire a colmare il locale come accaduto con i Folkstone, ma per essere la prima volta degli svizzeri nella capitale non ci si può lamentare più di tanto. I pezzi si susseguono: Thousandfold, Kingdom Come Undone e Quoth The Raven portano il pogo tra il pubblico, mentre le ruffiane A Rose For Epona, Alesia e The Call Of The Mountain – con il ritornello cantato in italiano da Anna Murphy – rappresentano la parte più soft della discografia. Stupisce in positivo la presenza di Omnos (unico estratto di Evocation I – The Arcane Dominion), della stupenda AnDro (tratta da Spirit) e di Hope, canzone completamente acustica durante la quale la violinista Nicole Ansperger imbraccia il violoncello: un bellissimo momento delicato, intimo e intenso, gli Eluveitie come non ci si aspetta in concerto. Simpatico errore da parte di Christian Glanzmann che annuncia Tegernakô (effettivamente segnata in scaletta) con la band pronta a suonare Havoc, poi suonata. Per il bis c’è spazio per Helvetios e l’acclamata Inis Mona, canzone che ha lanciato definitamente il gruppo svizzero al tempo dell’eccellente Slania. Finisce il concerto con l’inchino degli Eluveitie tra gli applausi delle centinaia di persone accorse da Roma e dal centro/sud Italia, con la band che ricambia con sorrisi, lancio di plettri e bacchette e strette di mano.

Scaletta: 1. King – 2. Nil – 3. From Darkness – 4. Thousandfold – 5. AnDro – 6. Sucellos – 7. Omnos – 8. The Call Of The Mountain – 9. The Nameless – 10. Inception – 11. Hope – 12. Kingdom Come Undone – 13. Alesia – 14. The Silver Sister – 15. Carry The Torch – 16. A Rose For Epona – 17. Quoth The Raven – 18. Havoc – 19. Helvetios – 20. Inis Mona

Alcune considerazioni. La prima cosa che si nota è la totale mancanza di amplificatori “vecchia maniera”, ovvero testata e cassa per chitarre e bassi: gli strumenti vanno tutti in presa diretta tramite pedaliere apposite, con il vantaggio di avere già i suoni perfettamente settati e un maggiore spazio sul palco. Tantissime le maglie degli headliner indossate da ragazzi particolarmente giovani (14-20 anni), a conferma di quel che ho scritto nel libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarök: grazie alla propria musica, un bel mix di folk, melodie catchy e riff melodeath, gli Eluveitie avvicinano i più giovani al mondo celtico e del folk metal. Presenti anche alcune guardie svizzere conosciute in giornata facendo visita al Vaticano: tutti indossavano felpe della band e nel backstage hanno chiacchierato fino a tardi con alcuni membri del gruppo. Ultima nota, il prezzo del biglietto, non gestito dalle band: quasi 30 euro sono davvero tanti, e sicuramente l’idea di sborsare una tale cifra avrà scoraggiato non poche persone. Nelle altre nazioni toccate da questo tour il prezzo era di circa 20 euro.

Chi ha partecipato all’evento è sicuramente tornato a casa soddisfatto: tre gruppi di livello, tre stili diversi, ma tutti molto bravi e disponibili con il pubblico Folk on!

NB – alcuni video del concerto sono presenti sul canale Youtube Mister Folk Webzine!

Furor Gallico – Songs From The Earth

Furor Gallico – Songs From The Earth

2015 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Davide: voce – Luca: chitarra – Mattia: chitarra – Marco: basso – Mirko: batteria – Paolo: tin whistles, bouzouki & cornamusa – Becky: arpa celtica – Riccardo: violino

Tracklist: 1. The Song Of The Earth – 2. Nemàin’s Breath – 3. Wild Jig Of Beltaine – 4. La Notte Dei Cento Fuochi – 5. Diluvio – 6. Squass – 7. Steam Over The Mountain – 8. To The End – 9. Eremita

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L’attesa è terminata: a quattro anni e mezzo dall’omonimo debutto, i Furor Gallico tornano con un nuovo disco, Songs From The Earth. In questi anni di cose ne sono successe, numerosi tour e cambi di musicisti in particolare. Dopo gli ultimi ingressi di Riccardo al violino e Mattia alla chitarra, la band ha finalmente trovato la necessaria tranquillità per entrare in studio e pubblicare con l’italiana Scarlet Records il nuovo full-length.

La domanda, chiaramente, è una soltanto: com’è Songs From The Earth? È bello. Bello, ben suonato, ottimamente registrato. Diverso da Furor Gallico, com’è normale che sia: sono passati tanti anni tra i due lavori, la band nel frattempo ha suonato moltissimo in giro, i musicisti sono maturati e hanno preso coscienza delle proprie possibilità. Ultima cosa, e non da poco, i diversi cambi di formazione hanno rivoluzionato il sound: sempre folk metal, ma ora maggiormente dinamico e aperto ad influenze esterne. Il folk metal dei Furor Gallico è diventato ancor più vario, maturo e vivace rispetto al passato, una vera goduria per le orecchie. 

Il disco inizia con The Songs Of The Earth, un ottimo brano d’apertura nel quale la sezione folk sposa delicatamente il lato estremo del gruppo. Il risultato è decisamente buono anche grazie alla dinamicità e ai cambi di tempo della batteria. La seconda traccia, Nemàin’s Breath, vede la cornamusa gran protagonista, e racconta delle battaglie nelle quali le bagpipes erano utilizzate come guida per i soldati. Tempi cadenzati e un alone oscuro rendono perfetto l’asse testo-musica. L’arpa di Becky introduce Wild Jig Of Beltaine, folk metal del migliore tipo. Gli strumenti tradizionali accompagnano le chitarre lungo il cammino con eccellente gusto, con un retrogusto irlandese che porta a pensare ai pub dell’isola di smeraldo, dove anziani e giovani si lasciano trasportare dall’alcool nell’oblio più nebbioso. La Notte Dei Cento Fuochi è l’ennesimo gran bel pezzo di Songs From The Earth, ritmato e dal piglio aggressivo pur non suonando estremo. La seconda parte del brano è più soft nonostante le chitarre elettriche, con i cori veramente ben riusciti (i quali ricordano una festa con molte persone, come quella che ha ispirato la canzone) che portano La Notte Dei Cento Fuochi alla conclusione. Diluvio stupisce, e non poco. Delicata, malinconica, bella e intensa. Un nuovo modo per il gruppo di esprimersi, con ottimi risultati. Sotto certi punti di vista, potrebbe sembrare una canzone romantica dei Lingalad in chiave metal:

Grida la tempesta
Urla la tormenta
Dell’amore per la pioggia e dell’innocenza
Di un passato immerso nell’ardore
Del tempo che ne sbiadisce il dolore

Invece si tratta di un nuovo brano dei Furor Gallico, maturati nella composizione e nelle tematiche (e non che nel debutto fossero banali…) trattate. Squass, sicuramente un brano rappresentativo del lato più goliardico della band, è destinato a diventare un classico al pari de La Caccia Morta. Nel testo si racconta di questo folletto che ride degli ubriachi di ritorno a casa dall’osteria che, a seconda delle versioni, li fa inciampare. Il brano è musicalmente diverso dagli altri, con un bel giro di basso iniziale e dal piglio sicuramente allegro e spensierato, divertente da ballare in concerto. A spiccare sul resto sono la parte centrale, quasi jazzata e ottima nel descrivere la confusione che regna nella testa dell’ubriaco, e il cantante Davide, bravo e teatrale nell’interpretare le buffe vicende narrate.

Mutevole è il confine tra una ciucca e la realtà

Segue la canzone che meno ci si aspetta dai Furor Gallico, quella Steam Over The Mountain dal pesante piglio moderno, una sorta di esperimento dove le parti folkloristiche non sono messe da parte, ma utilizzate e inserite in maniera diversa rispetto al solito. Non semplice l’ascolto, soprattutto le prime volte, ma quando si “capisce” il brano, tutto scorre più facilmente. To The End è una composizione più tradizionale, dove il violino di Riccardo è d’importanza primaria e dona al pezzo un tocco romantico che ben contrasta le strofe più veloci e il growl di Davide “Cica”; il finale è particolarmente ispirato, degno di una band di grande talento come sono i Furor Gallico. Chiude il disco Eremita, ennesima conferma della bontà della musica proposta dai musicisti lombardi. Interessante notare come le nove canzoni che compongono Songs From The Earth siano tutte diverse tra di loro pur portando avanti delle sonorità di base che permettono immediatamente di riconoscere il gruppo. Eremita alterna momenti quieti con arpa e melodie soavi ad accelerazioni di doppia cassa e violino con una naturalezza e un buon gusto che in pochi si possono permettere.

La copertina è stata realizzata dal mago belga Kris Verwimp (Månagarm, Absu, Suidakra, Arkona, Vintersorg ecc.), il quale aveva già lavorato con la band per Furor Gallico. L’albero della copertina rappresenta la Natura e i teschi la pochezza dell’uomo, il quale è colpevole di distruggere la Terra ma che è destinato a soccombere dinanzi la terrificante grandezza della Natura. Il disco è stato registrato presso i Metropolis Studio di Milano, dove hanno inciso, tra gli altri, Depeche Mode, PFM e New Trolls, e mixato e masterizzato da Alex Azzali presso gli Alpha Omega Studio. Tutto perfetto, dalla voce alle chitarre piene e definite, dalla sezione ritmica agli strumenti tradizionali, nitidi come non mai.

Si sono fatti attendere diversi anni, ma alla fine i Furor Gallico hanno confezionato un bellissimo disco, e si può tranquillamente dire che è valsa la pena aspettare così tanto tempo. Gli ospiti presenti, Luca Veroli dei Diabula Rasa alla cornamusa, Simon Papa dei MaterDea alla voce e Sergio Colleoni del Fosch Fest ai cori, sono assai graditi e impreziosiscono ulteriormente le nove canzoni del disco.

Songs From the Earth conferma quello sono i Furor Gallico: una grande band, ormai punto di riferimento per la scena. Questi ragazzi meritano, oltre a palcoscenici e tour di prima serie, un successo enorme.

Incursed – Elderslied

Incursed – Elderslied

2014 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Narot Santos: voce, chitarra ritmica – Asier Fernández: chitarra solista – Juan Sampedro: basso – Asier Amo: batteria – Jon Koldo Tera: tastiera

Tracklist: 1. Song Of The Ancient (intro) – 2. Heart Of Yggdrasil 
- 3. Raging Wyverns
 – 4. The Wild Hunt – 5. Beer Bloodbath
 – 6. Tidal Waves 
- 7. Jötnar – 8. A Fateful Glare (interlude) – 9. Lady Frost – 10. The Undying Flame (Homeland part II) – 11. Suaren Lurraldea (The Land of Fire) – 12. One Among A Million
- 13. Promise Of Hope (outro)

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A due anni dall’interessante Fimbulwinter arriva il terzo sigillo degli spagnoli Incursed, preceduto di un mese dall’EP Beer Bloodbath, dischetto che ha fatto girare il nome della band anche grazie alla cover del tema principale de Il Trono Di Spade. Il disco, intitolato Elderslied, è composto da tredici tracce per una durata complessiva di ben sessantotto minuti, decisamente troppi per una band che potrebbe fare il definitivo salto di qualità concentrandosi maggiormente su un numero minore di composizioni. I brani sono mediamente buoni, ma la presenza di alcuni pezzi sottotono, come ad esempio Tidal Waves e Suaren Lurraldea, oltre ad abbassare la qualità del disco, appesantiscono l’ascolto non semplice dovuto all’alto minutaggio. Un peccato, perché Elderslied è un cd veramente ben realizzato, compresa la produzione “moderna” e compatta, con gli strumenti tutti ben equalizzati per un risultato finale di prim’ordine. La copertina, invece, appare fin troppo digitale e fredda, non adatta al disco.

Tra le canzoni riuscite meglio, si devono citare Heart Of Yggdrasil, nella quale le chitarre taglienti e la tastiera folkeggiante compiono un ottimo lavoro, The Wild Hunt, dal delizioso violino presente nel bridge, il battagliero mid tempo di Jötnar dalle chitarre massicce e l’ottima Lady Frost, dal violento inizio al fulmicotonee la voce stranamente grim. Chiaramente, ma è bene dirlo, tra i brani degni di attenzione sono presenti Raging Wyverns e Beer Bloodbath, tutti e due presenti nella tracklist dell’EP. Discorso a parte, invece, per One Among A Million, oltre dieci minuti di metal elegante ed estremo dalle tinte folk, all’interno dei quali i musicisti si sbizzarriscono creando un pezzo elaborato, ricercato e ben riuscito. In Elderslied sono presenti anche un’intro (troppo lungo), un intermezzo e un outro che nasconde la ghost track Game Of Thrones.

Buoni momenti di extreme metal, aperture folk, melodie accattivanti e un’interpretazione vocale di livello sono gli elementi miscelati in un songwriting maturo e intelligente. Con questo disco gli Incursed rafforzano il proprio nome nella scena folk metal europea; Elderslied è un cd non perfetto, ma assolutamente godibile e in grado di regalare bei momenti. La sensazione è che per il definitivo salto di qualità non manchi poi molto.

Intervista: Duir

La giovane band Duir, autrice del demo Tribe, si racconta ai microfoni di Mister Folk: cosa muove i musicisti di Verona, di cosa trattano i testi e,  soprattutto, cosa si cela dietro al motto “sesso, folk e pastorizia“?

Duir

foto di Nadja Patuzzo

I Duir nascono nel 2013: raccontare come vi siete incontrati e quali sono stati i primissimi passi.

I Duir nascono da un incontro d’idee tra Pietro e Mirko, rispettivamente bassista e chitarrista del progetto, mentre Charles Thomas Romick (batteria), Thomas Zonato (cornamusa), Giammarco Mancinelli (tastiere) e infine Giovanni De Francesco (voce) sono il frutto di travagliate ricerche su innumerevoli siti porno che non è bene specificare! Una volta completata la line-up, la sfida è stata conciliare i gusti e le influenze, spesso molto divergenti, di tutti i componenti, in quanto spaziano dal black metal degli Immortal al nu metal degli Slipknot. Pensiamo che di dildi, ehm… difficoltà, dobbiamo ancora appianarle, ma la miscela compatta e violenta che abbiamo ottenuto non ci dispiace affatto.

Cosa vi ha spinto a incidere l’EP Tribe così velocemente?

La motivazione principale è che a noi adoriamo gli show live perché traiamo energia dall’interazione con il pubblico. In quel periodo, di fatto, eravamo pieni (per fortuna, dato i tempi) di concerti, e a tutti alcuni ascoltatori si fermavano per chiedere se avevamo del merchandise. Essendo agli albori ovviamente non lo avevamo, e da lì venne la pessima idea di registrare un CD. Diciamo pessima non perché crediamo che le canzoni non siano valide, anzi, ma perché avendo un budget molto risicato, la qualità audio è anch’essa pessima. Per questo sulla nostra pagina Facebook invitiamo i fan a sentirci live e solo quelli che vogliono veramente supportarci, o non possono farne a meno del “ricordino”, di prendere il cd. P.S. a tutte le ragazze: non ci dispiacciono i reggiseni!

La critica maggiore che faccio al vostro lavoro riguarda la registrazione e la produzione. Col senno di poi, lo rifareste così com’è o cambiereste qualcosa?

Quel che fatto è fatto e non possiamo cambiarlo, abbiamo fatto il meglio con quello che potevamo permetterci. Noi pensiamo che comunque ci sia servito per crescere e che sicuramente la nostra prossima uscita si prenderà tutto il tempo necessario atto, sia a preparare un lavoro professionale, ma anche a rispecchiare tutto l’impegno che abbiamo impiegato per comporre i pezzi. Infatti l’unico rammarico per noi è stato non riuscire a trasmettere quanto adoriamo suonare e creare i nostri pezzi, tutto il resto pensiamo sia rimediabile.

Musicalmente ho trovato diversi spunti assai interessanti, e anche quelli più “classici” o “derivativi” comunque ben fatti.

Ti ringraziamo dal profondo del cuore non solo per queste parole, ma anche per l’aver cercato di andare oltre la questione suono. Ci fa un sacco piacere che almeno in parte i nostri sforzi siano riconosciuti!

Di cosa trattano i testi di Tribe?

Avremmo voluto che trattassero più di TETTE! Diciamo però, che i primi testi, quali Magic Drink e Rise Your Fear, sono stati scritti da Mirko, mentre quelli nuovi da Giovanni, ultimo arrivato nel gruppo. Si può notare che le lyrics descrivono alcune giornate come quelle sulle battaglie o sull’aspetto familiare di una tribù collocata in un Veneto non ancora conquistato dai romani. Per ora l’unico testo che affonda in radici veramente storiche è Dies Alliensis, la cui narrazione è a volte dimenticata, ma rimane molto importante per questioni di tradizione romana. Per il futuro non vorremo anticiparvi troppo, ma viste le nuove influenze e una lieve maturazione, possiamo dirvi che i prossimi testi scaveranno un po’ più a fondo.

Quali sono le fonti d’ispirazione per la musica e i testi?

Per ora sono stati dei libri sulla storia celtica di cui Mirko e Giovanni sono appassionati (qualcuno ha delle mensole da regalarci? Non sappiamo più dove metterli sti’ libri!). É anche successo che una canzone ci facesse così fortemente pensare a una cosa, che abbiamo cercato di adattare il testo in modo che “pitturasse l’immagine” anche agli ascoltatori.

Come nasce un vostro brano?

I nostri brani di solito vengono fuori da Mirko, e da Gianmarco quando è un po’ sbronzo. Usualmente i due si stuzzicano per un po’ e si passano gli spartiti fino a quando non sono abbastanza convinti. Di seguito li portano in sala prove, dove ognuno può dire la sua e propone delle modifiche in base ai propri gusti, ed infine si prova e si riprova fino a quando ogni angolo della canzone è smussato e ognuno di noi ne è convinto.

Pensate sia importante per un gruppo folk metal conoscere la musica popolare della propria zona oppure credete che non sia indispensabile?

Se per musica della zona intendi Gigi D’Alessio NO, altrimenti ogni influenza è ben accetta…

Quali saranno i vostri prossimi passi?

Tra i nostri obiettivi più prossimi c’è sicuramente quello di cercare di amalgamare meglio le varie influenze di genere, in modo da trovare un sound più particolare e nostro, nonché più pulito da registrare!!! Per questo motivo i prossimi live saranno importanti ed intensi, con band immense! Ma un po’ più rarefatti, nel senso di diradati nel tempo.

Il vostro motto recita “sesso, folk e pastorizia”. A voi le spiegazioni…

Arrivati a questo punto passiamo la parola al bassista Pietro: “allora, salve a tutti, premettendo che sono un disagio sociale, vi racconterò la storia del motto, prendendo in considerazione il motto anni ‘60 “sesso droga e rock’n’roll” ispirandomi allo spirito sul quale si è formato il nostro gruppo, ho dedotto questo motto che riassume in poche parole l’esistenza dei Duir. Mi spiego meglio: il sesso, perché bene o male ognuno si “ciava” la propria morosa, escluso Gianmarco che non ce l’ha (tutto per voi donne!), il folk, perché bene o male suoniamo folk e il nostro spirito è folk, tant’è che ci laviamo folk una volta al mese, la pastorizia perché mi piacciono molto i caprini e negli attimi di mancanza cerebrale imito con sprezzo del pericolo e volumi da disagio i versi di tali animali, in conclusione… VINOH”

Come vedete la scena italiana e in particolare quella del nord est?

SIAMO FORTI, CAZZO!! L’Italia non ha nulla da invidiare ad altri paesi malgrado non abbiamo grandi incentivi e il genere non è molto diffuso. Per quanto riguarda il nord-est, nulla da dire, a nostro avviso sta trainando la scena folk-metal attuale, anche se ci sono importantissime eccezioni, soprattutto in terra pugliese e abruzzese.

Grazie per il vostro tempo, avete lo spazio per dire quel che preferite!

Noi vorremo solo ringraziare te per il tuo, di tempo! Per la passione che ci metti nel tuo lavoro e per le belle parole che hai speso per il nostro lavoro. Speriamo che la realtà di Mister Folk possa continuare negli anni, e perché no, ispirare altri a fare musica vera come ha un po’ inspirato noi! Se invece qualcuno volesse insultarci o mandarci una foto di tette può farlo tramite la nostra pagina Facebook o la nostra email duirfolk@gmail.com.

Skálmöld – Með Vættum

Skálmöld Með Vættum

2014 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra, voce – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra, voce – Snæbjörn Ragnarsson: basso, voce – Jón Geir Jóhannsson: batteria, voce – Gunnar Ben: tastiera, oboe, voce

Tracklist: 1. Að Vori – 2. Með Fuglum – 3. Að Sumri – 4. Með Drekum – 5. Að Hausti – 6. Með Jötnum – 7. Að Vetri – 8. Með Griðungum

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Il terzo disco è quello della verità, si diceva una volta. Con i “tempi moderni” e la fretta di pubblicare qualsiasi cosa il prima possibile, tanti gruppi neanche ci arrivano al terzo disco. Tante se ne sono viste e tante se ne vedranno, di giovani promettenti-inesperte band sciogliersi come neve al sole dopo i primi passi. Tutto questo per gli Skálmöld non vale: loro sono un gruppo diverso, riconosciuto tale fin dalla pubblicazione dell’ottimo Baldur, coraggioso e sfacciato nel proporre un live album con tanto di orchestra (Skálmöld og Sinfóníuhljómsveit Íslands), deciso nel proseguire la carriera nell’insegna della qualità e della personalità. Il terzo full length della formazione islandese, difatti, è un nuovo sigillo viking metal dall’inconfondibile tocco Sigurðsson/Ragnarsson, con tutti gli elementi che hanno portato dei musicisti di Reykjavík a girare meritatamente il mondo.

L’opener Að Vori è una breve e intensa canzone dall’incedere potente e villano, durante la quale è possibile riconoscere il tipico riffing della band e il bellissimo utilizzo delle voci. Proprio le voci sono uno dei punti di forza degli Skálmöld e anche in questo lavoro è stato svolto un ottimo lavoro per valorizzarle e renderle ancora più incisive rispetto al passato. Með Fuglum è un ottimo pezzo vigoroso dove a risaltare è l’epica parte centrale, con le sei corde che creano un tappeto quasi ipnotico prima del veloce assolo vagamente slayeriano. La tastiera di Gunnar Ben è molto importante in Að Sumri, brano elaborato dai diversi umori musicali: accelerazioni e break, assoli di chitarra e melodie malinconiche sono solamente alcuni degli elementi che rendono la canzone avvincente. Með Drekum è sicuramente una delle composizioni meglio riuscite di Með Vættum: gli intrecci delle sei corde sono di grande qualità, i cori maschili in islandese sono quanto di più nordico si possa ascoltare in un disco viking metal, mentre quasi stupisce – in positivo – lo stop’n’go piuttosto “cattivo” che spezza il brano in due. L’inizio folkeggiante e le melodie vocali di Að Hausti sono due perle di questo cd, con il resto che non è da meno, tra chitarre “diverse” dal solito e la voce dell’ottimo Björgvin Sigurðsson in grande evidenza. Giunge quindi il momento di Með Jötnum, quasi dieci minuti di grande classe. Il lungo stacco centrale è a dir poco suggestivo, il contrasto con le parti tirate ed estreme è notevole ed esplicativo circa la bravura dei musicisti islandesi. Að Vetri è un classico brano degli Skálmöld, dall’inizio ritmato e dal proseguo massiccio, durante il quale gli axemen creano un bel wall of sound, ma è con l’accelerazione di metà canzone che i ragazzi danno il meglio: le voci su più livelli e l’assolo di chitarra sono tra le cose migliori del disco. Gli oltre nove minuti di Með Griðungum portano il cd alla conclusione; in questa traccia dalle tinte oscure a risaltare sono i diversi cambi d’umore, e di conseguenza musicali. La parte centrale, sicuramente più aggressiva e dinamica, ben contrasta con l’ultima parte, malinconica e drammatica, influenzata dai My Dying Bride più decadenti. Termina in questa maniera un disco valido e attraente, vario il giusto e che cerca di proporre qualcosa di nuovo nonostante la fedeltà al passato.

La bellissima copertina è un’opera del pittore/illustratore Ásgeir Jón Ásgeirsson, il quale aveva già realizzato quella di Börn Loka. Dell’intero lavoro in sala d’incisione (Stúdió ReFlex, tra maggio e luglio 2014) se n’è occupato Flex Árnason, bravissimo nel far uscire il suono degli Skálmöld più potente che mai, senza comunque snaturare l’approccio e l’attitudine dalla band.

Með Vættum è la conferma che anche i gruppi “giovani” (nel loro caso non in senso anagrafico, ma di pubblicazioni) possono realmente dire qualcosa di nuovo e personale senza la necessità di scimmiottare i nomi storici o incorporare forzatamente nel proprio sound violini celtici o melodie finlandesi. Gli Skálmöld, è bene ricordarlo, hanno debuttato con la minuscola Tutl Records, e solamente in seguito, come premio per l’ottimo Baldur, hanno firmato con la Napalm Records, etichetta che ha svolto nei loro confronti un grande lavoro promozionale e non solo. Dopo questo delizioso cd gli islandesi si assicurano in un sol colpo un posto nella storia del viking, l’affetto dei vecchi fan (acquisendone sicuramente di nuovi) e la possibilità di essere una guida per i giovanissimi – disorientati – musicisti folk.