Free Download VIII

Dopo quasi due anni torna – finalmente? – Free Download, l’articolo che vi permette di scoprire nuovi gruppi e scaricare gratis e legalmente i loro nuovi dischi/EP/demo, tutto questo in pochi click. Come sempre, se vi piace la musica che ascoltare supportate le band acquistando i loro prodotti!

IRONWOOD (AUS)

Dalla lontana Australia gli Ironwood ci donano il loro terzo full-length Well And Tree, un mix di progressive, metal e folk. Lo potete scaricare QUI.

HEIðNIR (USA)

One man band americana ma dalle chiare origini europee, ha pubblicato recentemente il secondo disco Thunder and Lightning, The Ancient Prediction, un viaggio pagan/black metal nella mitologia est europea. Sulla pagina Bandcamp trovate anche il debutto Црна Гора e l’EP Мой храм слёз, чорны, як вечнай ночы, sempre gratuitamente.

FOREST KING (USA)

Ancora Stati Uniti, questa volta è il gruppo Forest King a pubblicare su Bandcamp il proprio debutto dal titolo Lore Born. Potete scaricarlo a questo LINK.

SKOGSHALLEN (USA)

Dalla calda California il disco che non ti aspetti: extreme folk metal di matrice europea per gli Skogshallen, dal titolo Fara í Víking. Lo trovate sul Bandcamp della band.

CELTICRÖM (SPA)

Primo disco per gli spagnoli CeltricrömOro Y Fuego, disponibile QUI.

ANODHOR (SPA)

Break The Silence è il primo lavoro della formazione spagnola Anodhor: 30 minuti di folk metal in spagnolo, galiziano, tedesco e inglese da scaricare QUI.

GARGAM (ITA)

Death pagan metal dalla Puglia, i Gargan hanno rilasciato l’EP Tales Of The End nel 2016, eccolo QUI da ascoltare e scaricare!

VIS (ITA)

I bresciani VIS debuttano con il demo The Everburning Fire, un quattro pezzi che potete scaricare sul loro Bandcamp.

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Helheim – Åsgards Fall

Helheim – Åsgards Fall

2010 – EP – Dark Essence Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – Noralf “Reichborn” Venås: chitarra – Ørjan “V’gandr” Nordvik: basso, voce – Frode “Hrymr” Rødsjø: batteria

Tracklist: 1. Åsgards Fall, Pt. I – 2. Åsgards Fall (interlude) – 3. Åsgards Fall, Pt. II – 4. Helheim, Pt. VII – 5. Dualitet Og Ulver – 6. Jernskogen (2010 version)

Un panzer. Un panzer che avanza, lento, rumoroso, all’occhio esterno quasi insicuro. Eppure passa sopra a tutto, non c’è modo di fermarlo. Cigola, sembra sempre sul punto di non farcela più ad andare avanti, invece continua la sua lenta corsa, inattaccabile. A guidarlo ci sono quattro soldati scelti provenienti dalla Norvegia, e per l’occasione ad aiutare i nostri nell’offensiva c’è pure il pluridecorato Hoest, voce dei blacksters Taake.

Il paragone panzer/Helheim piace, è giusto. Così come il panzer, con la sua “tranquillità” avanza senza timore, a differenza dei tanti non blindati che provano a inoltrarsi tra le linee nemiche saltando in aria poco dopo, i musicisti di Bergen avanzano lentamente, senza sosta, dal lontano 1992, anno di fondazione della band. Non hanno mai azzardato, non hanno mai rischiato di perdere tutto solo per arrivare prima degli altri. No, loro sono sempre andati dritti per la loro strada, consci del percorso da fare per arrivare all’obbiettivo. E puntualmente ci sono arrivati, centrando il bersaglio a ogni cannonata. E così, sul finire del 2010, danno alle stampe il l’EP Åsgards Fall, interessante antipasto del successivo full-length uscito a distanza di pochi mesi. Il dischetto si compone di tre nuove canzoni, una delle quali sarà poi inserito nel seguente Heiðenðomr ok Motgangr, due intro e la ri-registrazione di un vecchio brano.

Appena si preme il tasto play del nostro lettore di fiducia un sound epico, malinconico e maledettamente nordico inonda i nostri padiglioni auricolari di atmosfere che sono allo stesso tempo minacciose e ammalianti, peculiarità questa che caratterizzerà l’intera durata del mini-cd. La produzione è al passo coi tempi senza però rinunciare a quell’alone oscuro tipicamente norvegese che le bands viking proprio – e per fortuna! – non riescono a non avere.

Le nuove canzoni che non sono state successivamente inserite in Heiðenðomr ok Motgangr sono Åsgards Fall, Pt. I e Åsgards Fall, Pt. II, due lunghe e affascinanti composizioni da oltre ventuno minuti complessivi, ricche di sfaccettature e umori diversi spesso contrastanti tra di loro. L’opener inizia con cupo arpeggio di chitarra prima di esplodere in un mid-tempo marziale, accattivante e coinvolgente tanto è semplice e schietto. Tempo un paio di minuti che uno stacco inaspettato quanto gradito ci porta ad atmosfere più ariose seppur minacciate da tuoni in sottofondo: in queste parti gli Helheim si dimostrano dei veri e propri maestri, abilissimi nel saper creare un forte contrasto in gradi di far salire la tensione fino al momento della liberatoria brusca ripartenza. Ma in nove minuti di canzone di carne al fuoco ne mettono parecchia, prima del melodico finale, tra assoli di chitarra e voci pulite su una base che non si discosta mai dai riff principali, cambiando solo d’intensità a seconda del momento. Åsgards Fall (interlude) serve a spezzare il ritmo prima della ripartenza massiccia di Åsgards Fall, Pt. II, canzone bathoriana se ce n’è una: dai giri di chitarra ai cori maschili, tutto sembra ricondurre alla geniale opera di Quorthon, sapientemente amalgamato con la forte personalità musicale dei quattro vichinghi di Bergen. Gli ultimi minuti sono poi da brividi: gli Helheim mettono – a sorpresa – da parte gli strumenti bellici per creare una dilatata atmosfera che tanto ricorda i My Dying Bride di The Angel and the Dark River, capolavoro della band inglese risalente al 1995. Segue un brevissimo strumentale atmosferico, che tra scacciapensieri, percussioni e voci cavernose in sottofondo introduce a Dualitet Og Ulver, up-tempo feroce quando semplice nella struttura in seguito inserito nel full-length Heiðenðomr ok Motgangr: le urla strazianti di H’gimnir e le gelide atmosfere create dai veloci riff di chitarra sono gli ingredienti vincenti del brano. A chiudere questo interessante EP troviamo la versione 2010 di un vecchio cavallo di battaglia degli Helheim, quella Jernskogen presente nel 2000 in Blod & Ild. Forse non se ne sentiva il bisogno della ri-registrazione, ma è innegabile che ogni volta che parte la batteria a inizio canzone è praticamente non possibile non immergersi in uno stato di felicità incosciente, consapevoli di dove e come si andrà a finire, ovvero a fare headbanging con tanto di corna all’aria.

L’impressione che rimane a fine ascolto è che gli Helheim sono sempre Helheim, e che questi trentatré minuti di Åsgards Fall non sono altro che un appetitoso antipasto in attesa della portata principale, ovvero il successivo Heiðenðomr ok Motgangr.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Alestorm – No Grave But The Sea

Alestorm – No Grave But The Sea

2017 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Christopher Bowes: voce, tastiera – Máté Bodor: chitarra – Gareth Murdock: basso – Elliot Vernon: tastiera, tin whistles – Peter Alcorn: batteria

Tracklist: 1. No Grave But The Sea – 2. Mexico – 3. To The End Of The World – 4. Alestorm – 5. Bar Ünd Imbiss – 6. Fucked With An Anchor – 7. Pegleg Potion – 8. Man The Pumps – 9. Rage Of The Pentahook – 10. Treasure Island

Prendete Storie di pirati e d’alto mare di Arthur Conan Doyle, La vera storia del pirata John Silver di Bjorn Larsson e L’isola del tesoro di R.L. Stevenson. Mentre scorrete le pagine che narrano di abbordaggi, bevute colossali e incredibili personaggi con gambe di legno o pappagalli sulla spalla, avvertirete sicuramente il bisogno di ascoltare della musica a tema, cosa scegliere? No, non Hans Zimmer, autore delle belle colonne sonore di Pirati dei Caraibi. Il meglio sulla piazza sono indiscutibilmente gli Alestorm e il loro nuovo No Grave But The Sea. I pirati scozzesi arrivano al quinto sigillo della propria carriera e alzi la mano chi, nel gennaio 2008, dopo aver ascoltato il debutto Captain’s Morgan Revenge, aveva immaginato non solo una carriera lunga dieci anni, ma anche il successo che li porta a essere uno dei nomi “pesanti” dell’odierna scena heavy metal. Christopher Bowes e soci sono stati bravi – anche grazie dell’ottima Napalm Records – nel migliorare strumentalmente e a livello compositivo senza perdere una briciola di quel loro tipico essere cazzoni disordinati e sudici che tanto li caratterizza. Se oggi, giugno 2017, si parla degli Alestorm come una band affermata e brava in studio quanto divertente in concerto, il merito va proprio al capitano Bowes, abile nonostante le frequenti sbornie a metter su una ciurma diligente e affiatata.

L’evoluzione musicale dal debutto a oggi è innegabile, ma è anche vero che sono tre i dischi che all’incirca suonano tutti uguali e con strutture e melodie spesso molto simili tra loro. Si può controbattere dicendo che i vari Ac/Dc e Motörhead hanno fatto una carriera – e che carriera! – sulle stesse quattro note senza che nessuno provasse a criticarli per questo motivo. Gli Alestorm, con le dovute differenze, fanno lo stesso. D’altronde, un loro fan cerca il sound Alestorm e non altro. Spazio quindi a inni alcolici, divertenti e infami “giochi” da pirati, racconti epici da veri lupi di mare. Il tutto racchiuso in una manciata di singoloni e qualche bel pezzo: tanto basta ai bucanieri scozzesi per confezionare un disco solido, allegro, tosto e accattivante.

La title-track racchiude tutto il mondo Alestorm in tre minuti e mezzo, ma il meglio arriva con le tracce Mexico, Alestorm e Fucked With An Anchor. La prima ha un ritornello irresistibile che farà impazzire tutti quanti durante i concerti:

Yo! Ho! Mexico!
Far to the south where the cactus grow
Tequila and a donkey show
Mexico! Mexico!
Yo! Ho! Mexico!
Far to the south where the cactus grow
Take me away from the ice and the snow

Alestorm è più seriosa e pesante, dal riff principale vicino al metalcore, fino alla grandiosa esplosione del chorus che glorifica Bowes nell’olimpo dei pirati:

Rum, beer, quests and mead
These are the things that a pirate needs
Raise the flag, and let’s set sail
Under the sign of the storm of ale

Continuando a parlare di ritornelli, non si può far finta di nulla dinanzi a un capolavoro come quello di Fucked With An Anchor. La traduzione la lascio a voi:

Fuck! You!
You’re a fucking wanker
We’re going to punch you right in the balls
Fuck! You!
With a fucking anchor

You’re all cunts so fuck you all
Fuck you!

Ridurre gli Alestorm a soli ritornelli da urlare al cielo e a storie tragicomiche non sarebbe giusto. Dietro ai testi e all’immagine goliardica ci sono musicisti preparati che sanno suonare i propri strumenti, e che soprattutto sanno comporre buone canzoni. Prova ne è Treasure Island, composizione da oltre sette minuti che chiude il disco con massicce dosi di doppia cassa, melodie da taverna e grandinate di riff gagliardi.

Come sempre a occuparsi dell’ottimo audio c’è Lasse Lammert, al lavoro con Bowes e soci fin dal disco d’esordio (oltre che con Svartsot, Gloryhammer e Huldre): il risultato è, manco a dirlo, di altissimo livello. Anche la copertina del disco è degna di nota, d’altra parte quando la commissione si affida a Dan Goldsworthy, noto per gli arwork di Accept e Gloryhammer, si va sul sicuro.

No Grave But The Sea è l’ennesimo bell’album degli Alestorm. Nei tre quarti d’ora di musica c’è tutto il meglio del repertorio dei pirati più amati del metal: fate scorte di rum e affilate le lame, si va alla conquista di bottini!!!

Live Report: Guns n’ Roses a Imola

GUNS N’ ROSES + THE DARKNESS + PHIL CAMPBELL AND THE BASTARD SONS

10 giugno 2017, Autodromo Enzo e Dino Ferrari, Imola

Nel 1994 c’era un ragazzino che in primo superiore scrisse un tema sul concerto dei Guns n’ Roses dell’anno prima a Modena. Un viaggio con lo zio alla volta del grande rock che spopolava in tutto il mondo. Era tutto inventato ma la professoressa non lo sapeva e il voto fu buono. Quel ragazzo 23 anni dopo non ha più bisogno di immaginare un concerto dell’ultima vera rock band, perché i Guns n’ Fucking Roses li ha visti a pochi metri di distanza. 23 anni di attesa ripagati con un mega concerto da quasi tre ore nelle quali i brani che hanno fatto la recente storia della musica rock sono stati eseguiti con grinta e passione nonostante l’età che avanza e il possibile senso di appagamento che potrebbe rovinare il tutto. E invece no: Axl, Slash e Duff hanno dato il 100% in quel di Imola, sudando e suonando come se non ci fosse un domani.

90.000 persone e il sold out avvenuto in pochissimo tempo la dicono lunga sull’importanza del ritorno dei GnR in Italia con i tre membri più importanti. L’amore dei fan, nonostante gli anni di silenzio, di stupido gossip e ridicoli meme, è invariato da quel 1993, ultima tappa italiana della formazione all’apice del successo. 90.000 persone che hanno cantato a squarciagola dall’iniziale It’s So Easy alla conclusiva Paradise City, con tutto e di più nel mezzo: scene d’isteria, lacrime a go-go, abbracci tra sconosciuti. Però la serata è iniziata qualche ora prima ed è giusto parlarne.

Dopo l’evitabile comparsata degli speaker di Virgin Radio (accolti da gran parte del pubblico come delle vere rock star, poveri noi…), si parte con la musica, quella tosta dei Phil Campbell And The Bastard Sons. Sì, il Phil Campbell che ha suonato oltre 30 anni nei seminali Motörhead e che dopo la morte di Lemmy ha messo su una band con i suoi tre figli Todd, Dane e Tyla, rispettivamente chitarra, batteria e basso, e il cantante Neil Starr. Il risultato è un rock’n’roll sporco e massiccio, con buoni riff e un’attitudine molto sincera. Una mazz’oretta di concerto e la prevedibile quanto apprezzata chiusura affidata ad Ace Of Space per la gioia della platea. Rapido cambio di palco e tocca agli inglesi The Darkness: esuberanza, roboanti assoli di chitarra e vestiario kitsch sono le parole d’ordine per la band del cantante/chitarrista Justin Hamilton – in un’attillatissima tutina blu -, in difficoltà nei primi secondi dell’opener Black Shunk e poi autore di un grande show. La sua voce, unita alla compattezza del sound ben più robusto rispetto alle prove in studio, fa la differenza e le trovate acrobatiche (verticale con i piedi in aria a battere il tempo per gli applausi del pubblico) rendono l’esibizione dei The Darkness uno spettacolo anche per gli occhi. Immancabili gli hit One Way Ticket e I Believe In A Thing Called Love, che hanno strappato applausi e sorrisi a tutti quanti.

Scaletta The Darkness: 1. Black Shuck – 2. Every Inch Of You – 3. Growing On Me – 4. One Way Ticket – 5. Loe Is Only A Feeling – 6. Solid Gold – 7. Get Your Hand Off My Woman – 8. I Believe In A Thing Called Love – 9. Love On The Rocks With No Ice

Ma questa è la sera dei Guns n’ Roses, non dimentichiamocelo. Axl e soci salgono sul palco addirittura dieci minuti in anticipo rispetto all’orario previsto dopo l’intro di Looney Tunes: It’s So Easy e Mr. Brownstone sono un’accoppiata pazzesca e l’intero autodromo canta e salta con i musicisti. Nei 170 minuti di concerto c’è spazio per qualche pezzo di Chinese Democracy, ma chiaramente a far la parte del leone è il debutto Appetite For Destruction, dal quale sono estratti ben otto micidiali pezzi. I due Use Your Illusion sono degnamente rappresentati con i vari Estranged (forse il punto più alto dell’intero concerto), Civil War, Double Talkin’ Jive, Yesterdays e You Could Be Mine tra gli altri pezzi. Vi starete chiedendo come ha cantato Axl Rose. Bene, ha cantato bene. Ovviamente gli anni (e gli stravizzi) hanno influenzato la gola tanto quanto la forma fisica, ma è ancora un buon cantante e un grande frontman. Inoltre quando ammicca alle prime file si rimane incantati da quello sguardo, uguale a quando aveva 20 anni, da gran figlio di puttana. Le note lunghe e acute del 1992 sono un ricordo, ma la sua interpretazione è assolutamente convincente con picchi positivi (la già citata Estranged e This I Love) e l’unica vera difficoltà riscontrata durante Coma. Slash e Duff McKagan hanno corso da una parte all’altra del palcoscenico non risparmiando una sola goccia di sudore, così come concreta è stata la prova di del quadrato batterista Frank Ferrer e del chitarrista (ex The Dead Daisies, recuperate i loro lavori che sono belli) Richard Fortus. Come di consueto i GnR hanno suonato diverse cover: dall’immancabile Knockin’ On Heaven’s Door (con l’intro di Only Women Bleed di Alice Cooper) alla misfitsiana Attitude, passando per Live And Let Die dei Wings (band fondata dall’ex The Beatles Paul McCartney) alle “nuove” Wish You Were Here dei Pink Floyd in forma strumentale e la fighissima The Seeker (The Who). Il culmine, però, si raggiunge con l’inaspettato tributo a Chris Cornell, una sentita versione di Black Hole Sun che ha fatto commuovere non poche persone.

Cosa rimane di una serata del genere? Sicuramente l’emozione di aver partecipato a un evento epocale. 90.000 persone per un concerto (di vero) rock in Italia non si sono mai viste. Rimane la certezza che il super trio Axl, Slash e Duff spacca ancora il culo. Rimangono i lividi sul corpo di chi ha combattuto per arrivare sotto al palco e poter incrociare lo sguardo con gli eroi che gli hanno influenzato e cambiato in maniera inequivocabile la vita. I Guns n’ Roses sono le ultime vere rockstar di un mondo musicale che ha provato in tutti i modi di rimpiazzarli con realtà a volte credibili, altre meno, ma fallendo miseramente ogni volta. Che piaccia o no i Guns n’ Roses sono di nuovo e ancora sul trono del rock’n’roll e il concerto di Imola ha certificato la grandezza di una band che è sopravvissuta a tutti gli eccessi possibili e immaginabili, a furiose liti e interminabili anni di silenzio, ma che quando ha deciso di tornare lo ha fatto in grande stile, uno stile esagerato e coatto, quello stile che appartiene solo ai Guns n’ Fucking Roses.

Scaletta Guns n’ Roses: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Rocket Queen – 10. You Could Be Mine – 11. Attitude (Misfits cover) – 12. This I Love – 13. Civil War – 14. Yesterdays – 15. Coma – 16. Slash Guitar Solo [ Speak Softly Love (Love Theme From The Godfather) (Nino Rota cover)] – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. My Michelle – 19. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 20. November Rain (“Layla” piano exit intro) – 21. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 22. Nightrain – 23. Don’t Cry – 24. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 25. The Seeker (The Who cover) – 26. Paradise City

Foto di Persephone e Michele Rienzi.

Questo report è dedicato alla mia famiglia che ha pazientemente sopportato venti anni di Guns n’ Roses a volume spropositato.

Intervista: Vinterblot

Ritrovarsi con i Vinterblot è sempre un piacere e in ogni occasione il tempo passato insieme ai ragazzi della band è speciale. Quando si dice “le persone prima dei musicisti”. Ma quando le persone sono anche ottimi musicisti che sul palco spaccano il culo, allora è tutto perfetto! Quella che segue è una piacevole quanto interessante chiacchierata telematica con il cantante Phanaeus e il chitarrista Vandrer: promoter italiani e stranieri, rispetto per i gruppi che suonano ed evoluzione musicale sono alcuni dei punti toccati nell’intervista che segue. Buona lettura!

La band all’Helvete di Oslo.

Avete suonato da poco al prestigioso Inferno Festival di Oslo. Vuoi raccontarci come sono andate le cose e le vostre impressioni da musicisti e da spettatori?

Vandrer: Ciao Fabrizio! Partecipare all’Inferno Metal Festival è stato per noi la coronazione di un sogno, possibile grazie al supporto di chi ha votato la nostra band nel contest internazionale indetto dal Festival stesso. Abbiamo raggiunto Oslo con qualche giorno di anticipo, per poter visitare i punti più interessanti della città: dall’“Urlo”, all’Helvete shop alle navi vichinghe. Inutile dire che abbiamo vissuto un viaggio nel tempo, tornando tutti un po’ teenagers (infreddoliti), ahah! Siamo stati di giorno turisti e di notte.. ascoltatori incantati dalle decine di Band internazionali offerte dal Rockefeller, concert hall storica della città dove si è tenuto il festival, assistendo a tre giorni di concerti! Siamo molto soddisfatti della nostra stessa performance, dovuta alla combinazione di molteplici fattori tra cui grande divertimento, profonda emozione ma anche sano relax! Non possiamo che conservare un ricordo eccellente di questa esperienza, dapprima come ascoltatori e poi come musicisti.

Dopo un’esperienza del genere mi viene da chiedervi in cosa i promoter italiani sbagliano e come è possibile colmare il gap esistente tra Italia ed estero.

Vandrer: I promoter italiani (volenterosi) fanno spesso il proprio meglio ma purtroppo devono scontrarsi con l’assenza di locali adatti o ben disposti a ospitare concerti metal, oppure con delle ‘scene’ musicali assenti. Nel corso della nostra breve esperienza dal vivo in questi anni, abbiamo assistito a una tendenziale crescita qualitativa degli aspetti organizzativi, grazie alla diffusione di protocolli professionali ‘standard’ finalmente più consoni! A tutti coloro i quali s’interrogano su come poter colmare il gap non posso che consigliare di prendere a modello le realtà virtuose (siano esse italiane o nord-europee) e frequentare, per quanto possibile, concerti di rodata esperienza! Posso riassumere ciò che più comunemente ‘manca’ nell’underground italiano in una parola: il rispetto per il musicista. Ciò si avverte nei piccoli dettagli. É indispensabile venire incontro alle esigenze umane primarie: dall’offrire cibo-liquidi sino al dedicare 10 metri quadri di spazio alla band per potersi riscaldare pre-show. Non vi è un business, dunque non si può immaginare di camparne, ma trovo ridicolo invitare una band per poi proporre a questa di viaggiare per migliaia di chilometri senza poter offrire un rimborso per il viaggio in sé. Non si parla di cachet, ma di non indebitarsi per suonare dal vivo! Oggi c’è grande smania di suonare dal vivo ma è necessario quanto mai del buon senso da parte di band, promoter e pubblico. Migliori sono le condizioni (e il comfort…!) garantite ad una band, migliore sarà la riuscita generale dell’evento. Spesso da noi funziona al contrario, grandi aspettative e una non-proporzionata attenzione a ciò che conta davvero.

Vi considero gli italiani meno italiani sul palco, mi spiego: vedendovi e ascoltandovi ho sempre la sensazione di aver davanti una band straniera per personalità, precisione e presenza scenica.

Vandrer: Da ‘esterofilo’, ahah, lo prendo come un complimento! Scherzi a parte, se comprendo quanto hai espresso, sono molto felice che i Vinterblot possano dare tale impressione. Siamo sempre più orgogliosi di essere Italiani con il passare degli anni! Purtroppo però, come in altri settori, anche nella musica si avverte la sensazione che non vi siano le condizioni adeguate per coltivare i propri progetti. La conseguenza diretta è che, in gran parte dei casi, il dilettantismo non riesce a elevarsi a uno step successivo, complici le limitate risorse economiche e la mancanza di un terreno fertile dove metter radici. Un post Facebook di Michael Berberian della Season Of Mist fa avviò, tempo fa, una provocazione molto sottile sullo stato di salute della scena Metal italiana, riferendosi all’Italia come Paese ‘senza speranze’ (e chi se la scorda quell’uscita! ndMF). Sono sincero, la critica è importante ma l’autocritica è indispensabile! L’Italia non è un paese di cultura ‘rock’. Negli ultimi decenni la dolce vita e il “belcanto” hanno proiettato lunghe ombre di dispotismo culturale: non vi è alcuna apertura (ma soprattutto interesse) verso le minoranze. Da un lato, sono contrario all’importazione ossessiva di qualsiasi trend anglosassone, all’esterofilia cieca, al rinnegare le proprie radici. Ma allo stesso tempo, percepisco un goffo tentativo di occultamento di qualsiasi forma di musica non conforme agli standard socialmente ‘accettabili’. Detto questo, per noi è fondamentale prendere a modello band straniere, non solo per la loro professionalità, ma soprattutto perché la loro musica è la fonte stessa della nostra ispirazione.

C’è un posto che vi manderebbe fuori di testa poterci suonare? E potendo, con quale gruppo vi piacerebbe dividere il palco?

Phanaeus: Ce ne sono di eventi mozzafiato ai quali parteciperemmo volentieri, ritenendoli dei contesti entusiasmanti, adatti al nostro progetto. I primi nomi che mi balenano in mente sono il “Midgardsblot Metalfestival” (un open air nello splendido parco nazionale di Borre, ad Horten, in Norvegia), il “Ragnard Rock Festival” (un enorme evento “pagan” francese, molto trasversale), etc. Per quanto riguarda le band con le quali saremmo onorati di poter condividere il palco, te ne cito solo un paio: Enslaved e Bolt Thrower, ovvero due tra le nostre maggiori influenze musicali.

Dal vivo siete una forza della natura, dal grande impatto scenico e dalla precisione strumentale invidiabile. C’è stato, però, un qualche momento diciamo imbarazzante, curioso o divertente che vi va di ricordare?

Phanaeus: Ti ringrazio per il tuo prezioso feedback, Fabrizio! Certo, di episodi divertenti ce ne sono a bizzeffe ma, considerando solo quelli raccontabili, se ne riduce drasticamente il numero, ahahah! Personalmente, potrei rivelarti un simpatico aneddoto legato all’esperienza che permise di conoscerci: il Fosch Fest nel luglio 2012. In quell’umida estate bergamasca, il mio colorito lunare-diafano fu messo a dura prova dall’esposizione solare, finendo vittima incauta di un’insolazione. Al termine della nostra esibizione, nel corso della restante manifestazione, supporter e conoscenti (ignari di ciò) venivano a congratularsi attraverso energiche e calorose – nel senso letterale del termine – pacche sulle spalle; inutile riportarti il mio pensiero/stato d’animo in quei momenti perché sarebbe censurabile, riduciamolo ad un eufemistico “odi et amo”!

Vinterblot live @ Mister Folk Fest

Pensi che la vostra zona di provenienza possa avervi penalizzato, oppure credi che la Puglia sia stata in qualche maniera fonte d’ispirazione per la band?

Phanaeus: Entrambi. Se ti dovessi parlare da un punto di vista maggiormente pragmatico, non ti nascondo che l’essere così “a Sud” è, a tratti, penalizzante. Un esempio? Spostarsi (anche solo al centro Italia, senza parlare di contesti internazionali) comporta costi notevoli, sia in termini economici che, soprattutto, di tempo; in alcuni frangenti siamo stati costretti a declinare alcune proposte. É tuttora impensabile l’idea di accettare offerte se non previo scrupoloso vaglio di tutte le possibilità. La nostra dimensione – di band underground – a volte non ci permette di poter conciliare in maniera semplice ed immediata le nostre vite private/professionali con questa grande e “romantica” passione! Da questo ne consegue, però, un aspetto estremamente positivo, il nerbo senza il quale probabilmente non saremmo qui a disquisire: la Tempra. Essa è forgiata sì dalle difficoltà, ma anche dal mordente stimolato dalla propria terra d’origine.

Avete mai pensato che vivendo in un’altra regione italiana, o in un altro paese europeo, la vostra musica avrebbe potuto avere una diffusione differente?

Vandrer: Costantemente! É innegabile il vantaggio geografico di una band che può costruire tour europeo… partendo dal centro dell’Europa stessa! Per non parlare della difficoltà nel cercare di evocare ‘sound gelidi’ nella bollente stagione estiva pugliese, ahah! Ma a tutto vi è un altro lato della medaglia: troviamo che l’Italia ed in particolare la nostra provincia di Bari ci abbia donato dei valori eccezionali. Anneghiamo eventuali malumori in focaccia e panzerotti! Aggiungo che siamo fieri di vivere in una delle migliori scene metal italiane in termini di frequentazione ed organizzazioni eventi. Una band esordiente ha necessità di frequentare dei concerti e confrontarsi con altri musicisti (e con il pubblico stesso!). Più folta e ricercata è la scena, maggiori sono le probabilità che un gruppo musicale possa evolversi. La provincia di Bari non ha poi molto da invidiare ad altre realtà europee, nel nostro piccolo, speriamo che la Puglia diventi in futuro un vero punto di riferimento nell’Europa meridionale.

Vi seguo fin dal primo passo ufficiale, ovvero l’EP For Asgard. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, e molte cose sono cambiate. Una sola, forse, è rimasta sempre la stessa, ovvero la qualità della musica, migliorata con il tempo e l’esperienza.

Vandrer: Fabrizio, ci fai arrossire, la tua non è nemmeno una domanda… non so come e cosa rispondere, ahah! Mettiamola così… abbiamo sempre vissuto le interviste con te con un sorriso sulla bocca, “ne è passata di acqua sotto i ponti” dalla nostra prima intervista assieme, anni fa, ma certe cose non cambiano: conversare con te è come parlare con un buon amico al pub!

Qualcosa è cambiato tra Nether Collapse e Reams Of The Untold. Si può semplificare con la parola “esperienza”, oppure credi che ci siano altri fatto importanti che hanno portato alla crescita della band?

Vandrer: La parola “inesperienza” è a mio avviso ancora più pertinente. Ogni passo in avanti compiuto è dovuto ad un’attenta analisi e studio degli errori precedenti! Realms Of The Untold ha avuto una turbolenta vita ‘segreta’, in ogni fase della sua creazione, dalla sua ideazione al suo rilascio. Ma è un piccolo traguardo al quale siamo affezionati, perché abbiamo osato spiegare le nostre ali. A quindici anni non è facile scegliere come impostare un progetto musicale, specie quando i propri gusti si evolvono di mese in mese. Ma via via che si acquisiscono gli strumenti per esprimersi musicalmente si evolvono le motivazioni stesse alla base del fare musica! Adesso, quasi dieci anni dopo la creazione dei Vinterblot, abbiamo le idee più chiare e non vediamo l’ora di condividere un nuovo atto del nostro percorso. Il prossimo Album è in cantiere e non siamo mai stati così orgogliosi della nostra musica.

L’evoluzione non è stata solo musicale: i testi con gli anni sono diventati introspettivi e talvolta li ho trovati criptici, pur partendo da un immaginario nordico e ben noto. Quanto lavorate su questo aspetto e quali sono le fonti d’ispirazione che vi portano a scrivere i testi?

Phanaeus: L’aspetto lirico e concettuale si intreccia indissolubilmente con quello musicale e compositivo, pari impegno, cura e dedizione! Testi, artwork e musica devono fondersi in un unico continuum. In verità, l’unico capitolo programmaticamente “nordico” risale al nostro primo ep./demo For Asgard, che reputo una sorta di tributo a quella terra e cultura così influente in termini di sound e genere di appartenenza, per i nostri esordi. In seguito, in modo del tutto inconscio e naturale, ho preferito indirizzare la mia scrittura su tematiche che potessero descrivere e concretizzare un universo più personale, esprimere la nostra identità senza possibilità di fraintendimenti. Concordo sulla tua scelta del termine “criptico”; probabilmente è la forma di scrittura a me più congeniale! Ritengo molto più stimolante disseminare nei testi indizi, tracce, segni e simboli, lasciando la possibilità all’ascoltatore -qualora lo voglia – di seguire un proprio percorso interpretativo e conoscitivo. Accattivare, cioè, la curiosità e coinvolgere la sensibilità esclusiva di coloro i quali dedicano ancora parte del proprio tempo alla lettura delle lyrics, alla dimensione immaginifica, allo scorgere i più svariati dettagli di una copertina, in un’epoca così caoticamente frenetica.

L’album Realms Of The Untold ha riscosso notevoli consensi da parte di critica e fan e il nome Vinterblot si è sicuramente rinforzato all’interno della scena metal. Come avete vissuto il post disco e come avete reagito alle tante recensioni positive?

Vandrer: Siamo lusingati dai feedback positivi e siamo grati per l’interesse via via crescente nei nostri confronti! Ammetto che è sempre un piacere ricevere una buona recensione, specie se (e solo se) questa è motivata da uno spirito autentico e da un ascolto approfondito. Ad ogni modo, viviamo positivamente qualsiasi critica, positiva o negativa; anzi, c’è sempre molto da imparare, dunque viviamo con serena curiosità la ricezione di ogni disco.

Realms Of The Untold è ormai “vecchio” di un anno e mezzo, mi domando quindi a cosa state lavorando e se potete dare qualche piccola anticipazione sui prossimi passi dei Vinterblot.

Phanaeus: Come potrai intuire, siamo alacremente al lavoro sulle nuove composizioni. Abbiamo una manciata di pezzi in fase di definizione ed una pletora di idee da far germogliare. D’accordo, cercherò di non eludere la domanda, ahahah! Rispetto al passato, i tre/quattro pezzi sino ad ora completati lasciano ben presagire degli scenari ancora più intensi e consapevoli. Sarà un lavoro che approfondirà maggiormente la dicotomia tra Luce ed “Ombre”…

Ragazzi, è sempre un piacere incontrarvi e scambiare due chiacchiere, grazie per la disponibilità e a presto!

Phanaeus: Piacere assolutamente reciproco. Ti ringraziamo per la chiacchierata, ai prossimi ettolitri d’idromele!

Vandrer: Alla prossima, un saluto ai lettori di Mister Folk!

La band al Viking Ship Museum di Oslo.

Arvinger – Til Evig Tid

Arvinger – Til Evig Tid

2004 – EP – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Djerv: voce – Hauk: chitarra, basso, batteria, tastiera

Tracklist: 1. Til Evig Tid – 2. Blodspakt

Uno degli obiettivi che mi ero prefissato quando decisi di iniziare l’avventura Mister Folk, era quello di dare spazio a lavori sconosciuti e realmente underground, soprattutto se meritevoli di attenzione. Per quanto difficile e controproducente in termini di visualizzazioni e feedback, ho preferito parlare di realtà poco note – e la lista sarebbe bella lunga – piuttosto degli ultimi lavori di Moonsorrow e Korpiklaani per fare due nomi a caso. Il disco preso in esame oggi è un EP del 2004 dei norvegesi Arvinger, realtà attiva dal 2001 che ha pubblicato il cd Helgards Fall nel 2003 e che è tornata attiva con il recente lavoro Rast, disponibile dalla settimana scorsa.

La musica di questo Til Evig Tid è un christian folk/viking sinfonico ricco di riff di ogni genere, cambi di tempo spesso improvvisi e piacevoli break che fanno capire quanto i due musicisti siano preparati. La prima canzone è la title-track: si viene subito aggrediti da una gran quantità di giri di chitarra (non al livello di Time Does Not Heal dei Dark Angel, ma poco ci manca) e continui cambi d’umore. Tastiere e violino sono strumenti non sempre utilizzati ma eccezionali quando entrano in azione, creando uno strano ma efficace mix tra Vintersorg e il black metal dei primi anni 2000. La seconda traccia Blodspakt è più diretta rispetto all’opener, ma non per questo meno convincente. Il mid-tempo (bello il contrasto tra lo scream di Derv e i copi puliti) concede respiro all’ascoltatore e le varie melodie sparse nei quattro minuti di durata rendono la composizione dinamica.

Meno di dieci minuti sono pochi per giudicare una band, ma anche al giorno d’oggi non è facile trovare due canzoni tanto differente quanto belle in un singolo disco, figurarsi in un EP. Questo è un lavoro che consiglio vivamente di riscoprire per gli Avinger del 2004, anche se per poco tempo, sono stati una grande band.