Live Report: Yggdrasil Night

YGGDRASIL NIGHT

ShadowThrone + Dyrnwyn + Under Siege

24 settembre 2017, Traffic Live Club, Roma

Serata dedicata all’underground al Traffic di Roma, ma purtroppo la risposta di pubblico è stata veramente scarsa. È questo il primo dato che voglio riportare parlando dell’Yggdrasil Night, concerto che vedeva salire sul palco del locale capitolino Under Siege, Dyrnwyn e Shadowthrone. Il pubblico romano ha deluso – cosa che succede spesso anche con nomi di culto, vedi l’atteso ritorno dei Windir -, non c’era la scusa del calcio o del cattivo tempo: una domenica sera con tre gruppi e biglietto a 5 euro merita più di una manciata di volenterosi davanti al palco.

Il primo gruppo a salire sul palco sono gli Under Siege, band di Palestrina (RM) che a breve pubblicherà il full-length di debutto: epico death metal melodico con qualche sprazzo più folk e la cornamusa del cantante Paolo Giuliani a fare capolino di tanto in tanto. Lo show è stato rovinato dai pessimi suoni che hanno reso incomprensibili le canzoni proposte. In particolare le due chitarre sono risultate completamente assenti, salvo comparire – comunque troppo basse – negli ultimi due pezzi. Di buono c’è da segnalare l’uso dei cori clean nei ritornelli mentre il singer canta in growl per un effetto battagliero e massiccio. Con i Dyrnwyn le cose vanno meglio e lo spettacolo ne guadagna. Seguiti da fedeli fan con la maglia dell’ultimo EP Ad Memoriam, i musicisti legati all’Antica Roma hanno scaldato il pubblico con cinque brani ben eseguiti. La band suona compatta e sicura, il Traffic sembra riprendersi un pochino e grazie a dei suoni finalmente all’altezza lo show fila liscio che è una meraviglia. Chiudono la serata gli ShadowThrone, dediti a un black metal che non disdegna parti meno tirate e aperture epiche che danno respiro allo spettatore, non a caso una delle principali influenze sono i Bathory. Al centro del palco splende una grande spada che viene spesso impugnata dal cantante Serj mentre le canzoni si susseguono senza tregua. L’esibizione della band di Frosinone è di qualità, i brani del debutto Demiurge Of Shadow rendono molto bene dal vivo ed è un peccato che davanti al palco sia rimasta una manciata di persone a rifarsi gli occhi e le orecchie con la superba prestazione del batterista Dave.

Finisce così, in maniera un po’ mesta, una bella serata che doveva premiare tre realtà underground e che invece rappresenta una sconfitta del pubblico romano. Lo slogan dei prossimi concerti del genere potrebbe essere “più concerti e meno internet”, ma è solo una questione di attitudine, e quella o ce l’hai oppure no. Under Siege, Dyrnwyn e ShadowThrone sicuramente ce l’hanno, così come ne sono forniti gli spettatori che non hanno cercato scuse per rimanere a casa.

Scaletta Under Siege: 1. Blàr Allt Nam Bànag (The Battle Of Bannockburn) – 2. Warrior I Am – 3. Beyond The Mountains – 4. Invaders – 5. Raise Your Banner – 6. One To Us

Scaletta Dyrnwyn: 1. Sigillum – 2. Tubilustrium – 3. Feralia – 4. Teutoburgo – 5. Para Bellum

Scaletta Shadowthrone: 1. Intro/Demiurge Of Shadow – 2. Disciples Of The Dark Masters – 3. Path Of Decay – 4. Descent – 5. Seal Of Opulence – 6. Curse Of The Royal Blood – 7. L’Autunno Di Bacco – 8. Mother North (intro, Satyricon cover)/Total Darkness – 9. Theories Behind Chaos – 10. Every Moment Burns In My Chest – 11. Faded Umanity/Outro

I VIDEO DELLA SERATA:

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Infinitas – Civitas Interitus

Infinitas – Civitas Interitus

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea: voce – Selv: chitarra – Pauli: basso – Piri: batteria – Laura Kalchofner: flauto

Tracklist: 1. The Die Is Cast – 2. Alastor – 3. Samael – 4. Labartu – 5. Aku Aku – 6. Skylla – 7. Rudra – 8. Morrigan – 9. Amon – 10. A New Hope

Nel corso degli anni abbiamo ascoltato molte forme di folk metal diverse tra loro. Le influenze e le novità non sono certo mancate, e a volte è uscito fuori qualche gruppo particolarmente in gamba in grado di combinare due generi apparentemente distanti in maniera efficace. Un nome che si può fare come esempio è quello degli inglesi Northern Oak di Of Roots And Flesh, nel quale folk metal e progressive/dark vanno di pari passo. Oggi abbiamo nell’impianto stereo il lavoro degli svizzeri Infinitas, i quali propongono una strana quanto interessante miscela di folk e thrash metal. La band esordisce nel 2015 con l’EP Self-Destruction ma è con il presente Civitas Interitus che la personalità dei musicisti viene a galla.

Il consueto intro porta alla granitica Alastor, thrash song ’80 dal melodico bridge e l’ottimo ritornello durante il quale il violino si erge protagonista insieme alla versatile voce di Andrea, brava sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente melodiche. Sulle stesse coordinate stilistiche si muove Samael, altro brano che al riffing thrash metal alterna un chorus orecchiabile con gli strumenti tradizionali (il violino è suonato dall’ospite Hanna Landolt) a creare melodie vincenti. Gli oltre otto minuti di Labartu iniziano soft e solamente al minuto tre inizia a prendere la forma canzone; il brano è piuttosto debole e nulla ha che spartire con le chitarre quasi feroci dei brani precedenti. Lo strumentale Aku Aku porta un po’ di calma e dolcezza prima dell’heavy di Skylla: gli intrecci maideniani sono l’apice di una canzone nella media che, grazie al sapiente uso di trucchetti del mestiere, si rende simpatica fin dal primo ascolto. Si torna alla baldoria e all’ispirazione con Rudra, mid-tempo con violini e riff che ridanno al thrash americano d’annata. Morrigan è un altro pezzo ben riuscito, con il formidabile ritornello che si stampa in mente e non ti lascia più nemmeno disco terminato. Gli otto minuti di Amon possono sembrare un po’ ambiziosi, ma gli Infinitas se la cavano piuttosto bene, sempre con la classica miscela di thrash e folk: i cambi scorrono lisci che è una meraviglia, gli stacchi sono tutti indovinati e il ritornello è, come di consueto, veramente ben fatto. L’outro finale A New Hope è un delicato modo di chiudere Civitas Interitus, tra arpeggi di chitarra acustica e il suono dolce delle onde del mare. C’è spazio, comunque, per una ghost track che altri non è che una parte della terza traccia Samael.

Il booklet è veramente ben fatto: c’è la mappa (un po’ Il Signore Degli Anelli e un po’ La Mappa Del Malandrino di Harry Potter) per capire i luoghi raccontati nelle canzoni. Non mancano i testi, fondamentali per comprendere la storia di Infinitas Interitus, fatta di un re e gran parte del suo popolo che facevano sempre festa ubriacandosi fino a mattino, e una piccola parte della popolazione che invece lavorava sodo e faceva sacrifici alla luna. La registrazione è di alta qualità, tutti gli strumenti sono ben bilanciati e i suoni sono reali quanto tosti.

Civitas Interitus è un album interessante, ben realizzato con alcune canzoni veramente belle. Soffre di una lunghezza esagerata che fa calare l’attenzione dell’ascoltatore, attenzione che sarebbe stata maggiormente incentivata con uno o due brani in meno, ma nonostante ciò rimane un disco apprezzabile che dopo l’iniziale stupore si ascolta con grande piacere.

Blodiga Skald – Ruhn

Blodiga Skald – Ruhn

2017 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Axuruk “Jejune”: voce – Ghash “Barbarian Know-All”: chitarra – Rukreb “The Noble One”: basso – Vargan “Shepherd Tamburine”: batteria – Maerkys “Handless”: violino – Tuyla “The Glorious One”: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. L’epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. No Grunder No Cry – 4. I Don’t Understand – 5. Sadness – 6. Follia – 7. Blood & Feast – 8. Laughing With The Sands – 9. Panapiir – 10. Too Drunk To Sing

Tefaccioseccomerda, EP del 2015, aveva fatto circolare il nome dei Blodiga Skald all’interno della scena, oltre per l’approccio orchesco, per il titolo del disco. Due anni più tardi la band di Roma torna con il full-length di debutto Ruhn, e lo fa dopo la prestigiosa firma con la russa Soundage Productions, label che ha fatto esordire e portato al successo gli Arkona con i primi quattro album e pubblicato, tra gli altri, nomi di culto come Pagan Reign, Alkonost, Arafel, Svartby ed Equinox (Lux Borealis). Ruhn è la naturale evoluzione di Tefaccioseccomerda, migliorando gli aspetti già positivi e curando maggiormente quelli che vedeva i musicisti capitolini in difficoltà. Ascoltando il disco si capisce immediatamente la maturazione e l’evoluzione degli strumentisti, ora affiatati e compatti. Anzi, a tratti sembra quasi un’altra band data l’eleganza di alcune soluzioni e lo sviluppo inaspettato di alcune composizioni. Orchi sì, ma con il cervello.

I quarantatré minuti del disco vedono tutti i musicisti alternarsi per “il momento di gloria”, in particolare è la violinista Maerkys a prendere spesso in mano la situazione, e lo fa con grazia e gusto. Ma stiamo comunque parlando di un disco nel quale gli orchi sono i padroni incontrastati, e i momenti orcheschi non mancano di certo. In questo contesto spicca la voce e la personalità di Axuruk, cantante sui generis e perfetto per il sound dei Blodiga Skald. L’improbabile titolo L’Epica Vendemmia apre Ruhn tra rumori e versi vari prima del più classico folk metal che fa sempre felici tutti gli appassionati di questo genere. Chitarre in levare e melodie accattivanti portano l’ascoltatore alla title-track, una grande composizione ricca di influenze e comunque 100% Blodiga Skald. Le mazzate che si trovano al minuto 3:00 non sono facili da ascoltare in un disco folk metal senza che questo ne esca snaturato, invece gli orchi romani riescono a mescolare vari tipi di riff e tempi tirando fuori una canzone di alta qualità che però non abbandona mai le sfumature più soavi e “romantiche” date in particolare dal violino. La terza traccia No Grunder No Cry è presente anche in Tefaccioseccomerda, qui riproposta cin una nuova versione, sicuramente più potente e coinvolgente anche grazie all’affiatata line-up. I Don’t Understand è un altro pezzo da novanta che sorprende per i numerosi cambi d’umore, ma che conferma la bontà della proposta dei Blodiga Skald, abili nei momenti più caciaroni quanto in quelli più ragionati e melodici. L’iniziale approccio power metal di Sadness è una piacevole novità, canzone che si distingue per gli ottimi riff di chitarra e per i granitici tempi smussati delle note di tastiera e violino. Follia viaggia su un mid-tempo dalle ricche orchestrazioni, dal sapore mediamente malinconico che ben contrasta con l’andazzo generale di Ruhn. Dopo un pezzo nella media come Blood And Feast, l’asticella si alza con Laughing With The Sands: il sound è quello ormai classico dei Blodiga Skald con fraseggi di qualità, ma sono i brevi cori femminili dalle reminiscenze mediorientali a fare la differenza in positivo. L’ottima scrittura dei brani risalta anche in Panapiir, nel quale si alternano momenti ordinari a stacchi catchy e trovate dinamiche (2:35) prima del granitico finale degno degli Hatebreed in versione folk metal. Too Drink To Sing (il titolo è una rivisitazione di Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys) riserva la parte migliore nel finale, tra melodie e suoni da spiaggia caraibica prima del conclusivo “eehh, mammamia!” del batterista Vargan.

Tra le particolarità di Ruhn c’è da segnalare l’utilizzo, tra titoli e testi, di ben tre lingue (italiano, inglese e russo), fatto che ha stupito più di un ascoltatore e critico. La copertina è una piccola opera d’arte: gli orchi ritratti con certosina precisione in realtà altri non sono che i musicisti stessi… c’è da dire che alcuni di loro in questa trasformazione ci hanno guadagnato! Il booklet è ricco d’illustrazioni e sono presenti tutti i testi e la storia del gruppo come se fosse un racconto di orchi. La produzione, infine, è perfetta per la proposta della band: potente e ignorante il giusto, porta il lavoro dei Blodiga Skald al livello che merita.

La band romana si è trasformata da piccola entità quasi grottesca a ottima realtà che non ha paura di misurarsi con la scena italiana ed europea. Il “rischio” era di ritrovarsi gli Svartby in versione italiana e invece siamo al cospetto di una band sì orchesca, ma brava come poche se ne trovano nello stivale tricolore. Ruhn è un esordio con i fiocchi che non smette di stupire con il ripetersi degli ascolti. Colonna sonora dell’estate/autunno 2017.

Žrec – Klíč k Pokladům

Žrec – Klíč k Pokladům

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Styrbjorn: voce – Torham: chitarra – Horn: basso – Sarapis: batteria – Isica: tastiera, flauto – Thar: violino

Tracklist: 1. Uvedení – 2. Klíč k Pokladům – 3. Řeka Domova – 4. Vozka

I cechi Žrec sono in attività dal 2004, ma non si può certo dire che siano particolarmente proficui: difatti, fino a questo momento, hanno pubblicato solamente un demo, due full-length e il nuovo EP Klíč k Pokladům. L’ultima uscita della band di Vysočina, il disco Paměti, risale al 2012 e mostra un gruppo assai diverso da quello che è possibile ascoltare in Klíč k Pokladům: partiti oltre un decennio fa come pagan metal band piuttosto cruda e diretta, hanno con gli anni ampliato i propri confini musicali, incorporando in particolare influenze folk. Ma i recenti cambi di formazione hanno mescolato le carte e il sound degli Žrec è nuovamente mutato: le bordate metal sono state ridotte e si è fatta spazio la voce pulita a discapito di quella scream e una certa vena rock ha iniziato a prendere piede all’interno delle composizioni.

Klíč k Pokladům è un quattro pezzi per un totale di ventidue minuti di durata limitato a duecentocinquanta copie. Uvedení è l’intro che porta all’opener Klíč k Pokladům, canzone che mette immediatamente in mostra la nuova direzione musicale della band. Tempi tranquilli e un certo feeling rock sono grandi novità per gli Žrec, eppure dopo l’iniziale disorientamento c’è da dire che la composizione convince nonostante qualche momento meno ispirato. Colpa e merito di ciò sta alla produzione, molto scarna e diretta, come quelle che si potevano ascoltare venti anni fa, assai differente dai suoni iper compressi che infestano gli impianti stereo al giorno d’oggi. Dopo il bel finale di Klíč k Pokladům con tanto di assolo di chitarra e la preziosa presenza dell’hammond, Řeka Domova spiazza l’ascoltatore: in un EP di tre brani, uno è strumentale. La musica è altamente evocativa, in lontananza si odono echi dei Negura Bunget più intimi e toccanti, e i cinque minuti di durata scorrono tra visioni di antichi luoghi pagani e oscure presenze nell’ombra. La lunga Vozka prosegue il mood della precedente canzone, le sonorità sono cupe ma anche soft, il cantato è finalmente perfetto e gli strumenti folk un utile alleato per la riuscita del brano. La bravura non manca ai musicisti, la voglia di esplorare neanche, e quando riescono a esprimere al meglio le proprie potenzialità gli Žrec tirano fuori delle belle canzoni.

L’artwork è semplice ma adatto a un’uscita del genere. Il booklet a colori di sei pagine è impreziosito da immagini di natura con i testi ben leggibili (ma non tradotti in inglese), più le classiche informazioni su line-up, registrazioni e altri dati.

Nuovo stile per gli Žrec, ma neanche troppo lontano da quanto fatto in passato. Klíč k Pokladům va visto come un nuovo biglietto da visita ma anche come un passaggio necessario per approdare verso qualcosa di più concreto e sicuro nel prossimo lavoro.

Intervista: Hamradun

Nel 2015 è stato pubblicato da una piccola etichetta un disco di debutto che purtroppo è passato inosservato dalle nostre parti, ma che merita assolutamente di essere riscoperto e valorizzato. Il titolo del disco è anche il nome del gruppo, Hamradun. Guidati dall’ex Týr Pól Arni Holm, hanno sfornato un cd di folk metal diretto e ben suonato, personale e legatissimo alla propria terra d’origine, le affascinanti isole Fær Øer. Proprio il cantante ha risposto alle mie domande, non risparmiando aneddoti e sincerità. Mi permetto un piccolo consiglio: dopo la lettura dell’intervista procuratevi il cd!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione dell’intervista.

[Nota del traduttore: a una prima occhiata mi sono preparato a un concentrato di egocentrismo e sindrome da one-man-band, visto quanto Pòl menziona se stesso in relazione al gruppo; ma trasportandolo in italiano, viene dipinta la figura di una persona davvero umile e molto orgogliosa del proprio lavoro (e a volte onesta al limite della secchezza), ed è forse l’intervista più bella a cui ho mai collaborato, quasi di sicuro la più interessante (e lunga) – Stefano]

Ciao Fabrizio, e ciao ai lettori di Mister Folk!

Alla maggior parte dei lettori di Mister Folk il tuo nome è legato ai Týr, ma io vorrei prima chiederti chi è il Pól Arni Holm di tutti i giorni.

Mi chiamo Pól Arni Holm e vengo dalle isole Fær Øer, precisamente dall’isola più a sud, Suðuroy – che in faroese significa proprio “isola del sud”. Ho quarant’anni e vivo nel piccolo paesino di Tvøroyri, con la mia ragazza e i nostri tre figli. A parte la mia attività musicale, passata e presente, sono stato educato come falegname e ho una laurea in Archeologia Preistorica, presa nel 2013. Al momento lavoro come capo dell’associazione giovanile locale di Suðuroy.

Fai parte degli Hamradun, folk metal band dalle tinte rock e autrice di un disco davvero bello che consiglio a tutte le persone che stanno leggendo. Vuoi raccontate la storia del gruppo?

Sono io il fondatore degli Hamradun. Abbiamo pubblicato il nostro debutto nel novembre del 2015; la nostra musica e le nostre canzoni sono un mix di antiche ballate faroesi e musica rock, e i testi sono principalmente basati su vecchie leggende e racconti delle nostre isole. Per noi è estremamente importante riuscire a dare nuova vita a queste storie attraverso la nostra musica, cantiamo in faroese e anche in un’antica variazione del danese! La creazione dell’album è un’idea che avevo avuto in testa da tempo, e quando ho incontrato il chitarrista Uni Debess e gli ho spiegato il mio progetto per la musica degli Hamradun, ne è rimasto entusiasta e abbiamo iniziato a lavorare sul materiale. L’idea di base, come ho detto poco fa, è di raccontare storie antiche con un tocco moderno. Non c’è una produzione esagerata, e le canzoni sono potenti – sono nude, se mi passi l’espressione: le cose che ascolti sull’album devono avere la stessa potenza quando le senti suonate live. È importante per la nostra musica che si riesca ad essere in grado di presentare lo stesso prodotto sia sul palco che in studio di registrazione. Dopo poco tempo si sono uniti a noi John Áki Egholm, chitarrista noto per aver militato nella band faroese Hamferð, il bassista Heri Reynheim, il batterista Rani Hammershaimb Christiansen e Finnur Hansen alle tastiere, tutti musicisti dalla grande esperienza provenienti da diversi percorsi musicali. Abbiamo registrato la maggior parte delle canzoni nello studio di Finnur, che ha anche masterizzato e mixato il nostro lavoro.

La musica degli Hamradun è delicata e suonata con il cuore, si sente subito. E credo che raggiunga immediatamente il cuore di chi la ascolta. Le melodie e i canti popolari sono un tutt’uno con le chitarre distorte e la tua voce, un lavoro sublime! Ti chiedo quindi qual è il vostro approccio alla musica e se avete un metodo specifico per comporre le canzoni.

Non ho un vero metodo per scrivere musica, ma di solito i testi vengono dopo la melodia, e ovviamente bisogna già avere un’idea di cosa si vuole scrivere. Mi ispiro alle infinite leggende e racconti delle isole Fær Øer e della scandinavia, dall’era dei vichinghi fino ad arrivare al periodo medievale.

L’unico appunto che mi sento di fare al disco è che dura un po’ poco e che magari si potevano aggiungere uno o due brani in più. Come mai la decisione di inserire solo sette canzoni in scaletta?

Ci sono solo sette tracce nell’album perché ero convinto che il resto delle tracce demo che avevamo fosse più adatto al nostro album successivo.

Il disco è uscito per la TUTL Records, etichetta che ha lanciato anche Týr e Skálmöld. Speri di percorrere la stessa strada dei tuoi connazionali e poter approdare a un’etichetta più potente per il prossimo lavoro?

L’album è stato rilasciato per la TUTL Records, delle Fær Øer – abbiamo un ottimo rapporto con il suo proprietario, Kristian Blak. Per ora pensiamo che pubblicheremo il nostro prossimo album con loro, come ho già detto siamo davvero soddisfatti della nostra partnership con TUTL.

La quarta traccia del cd è Sinklars Vìsa, canzone già incisa dai Týr in occasione del loro disco Land del 2009. Sinklars Vìsa è un pezzo tradizionale delle Fær Øer, vuoi raccontarci di cosa parla e perché è così importante? E cosa ne pensi della versione dei Týr?

L’idea di registrare Sinklars Vísa è qualcosa che avevo in mente da anni, anche prima che i Týr incidessero la loro versione nel 2008. Esistono parecchie versioni di questa ballata create da musicisti sia faroesi che stranieri, e volevo darne una mia interpretazione. In breve, Sinklars Vísa parla di un mercenario scozzese di nome Sinclair che approda sulla costa della Norvegia e, dopo aver saccheggiato i villaggi dell’entroterra coi suoi mercenari, viene attaccato da contadini norvegesi e ucciso nella battaglia di Kringen. Di solito questa ballata viene cantata dai faroesi nel tradizionale ballo a catena [NdT: la parola inglese che usa è chaindance (in faroese føroyskur dansur), un tipo di ballo cantato di gruppo marcato dal battere dei piedi; potete sentire la versione tradizionale in questo video, e se siete fan dei Týr è un vero trip]. Il mio approccio personale, nel creare questa versione, è stato innanzitutto di rimanere il più vicino possibile al tempo originale del ballo, ma era estremamente importante anche raccontare l’intera storia, di diciannove versi! Non riesci ad attirare molta attenzione con una canzone che va oltre gli otto minuti, ma va bene così. Secondo me anche la versione dei Týr è molto buona.

In Land è presente anche Hail To The Hammer, brano storico che fa parte del debutto da te cantato. Ti ha dato fastidio questa ri-registrazione? Ti è piaciuto il “nuovo” risultato finale?

Hail To The Hammer è una grande canzone, e c’è un feel diverso tra la versione che canto io e quella cantata da Heri, ma nella mia opinione sono entrambe buone e realizzate molto bene. Non so dire quale delle due sia la versione migliore, quello è un verdetto che sta ad altri, non a me.

Credo tu sia in buoni rapporti con i ragazzi dei Týr, ho visto un video del Summarfestivalinum 2013 dove canti Ormurin Langi insieme alla band. Tornando indietro nel tempo, hai lasciato la band che all’epoca faceva base a Copenhagen (Danimarca) per tornare alle Fær Øer, giusto? Ti posso chiedere se te ne sei mai pentito visto il buon successo che i Týr hanno riscosso?

Mi sono unito ai Týr nel 1999, quando all’epoca vivevamo tutti a Copenhagen. Sono stato il loro cantante per tre anni, fino al 2002, quando le nostre strade si sono separate, poco dopo che TUTL Records ha rilasciato il nostro debutto How Far To Asgaard. Ad oggi abbiamo ancora tutti degli ottimi rapporti tra di noi, sia i vecchi che i nuovi membri dei Týr.

Cosa ricordi delle registrazioni di How Far To Asgaard? Se posso permettermi, credo che tu sia migliorato davvero tanto come cantante e la tua prova su Hamradun è ottima.

Abbiamo registrato le canzoni di How Far To Asgaard a Copenhagen, mi ricordo che l’abbiamo fatto con poco tempo a disposizione, ma eravamo molto affiatati e facevamo parecchi concerti in Danimarca e nelle Fær Øer – avevamo anche vinto un concorso per nuovi talenti in Danimarca prima di iniziare a registrare. Ricordo un presentatore a un concerto che era convinto avessimo mangiato funghi allucinogeni prima dello show, come facevano i berserker vichinghi, per quanto eravamo carichi ed esaltati [NdT: Pól fa l’occhiolino, noi di Mister Folk vi preghiamo di consumare metal responsabilmente].

Le isole Fær Øer contano meno di cinquantamila abitanti, eppure c’è una scena heavy metal davvero buona! Come ti spieghi questo “fenomeno”?

C’è un sacco di talento musicale nelle Fær Øer, e forse è dovuto alla nostra forte tradizione canora che spinge questi artisti verso generi diversi, chissà! La scena metal è forte, e ci sono parecchie band emergenti che prendono la loro musica molto sul serio. Forse la popolarità di rock e metal in questo luogo è dovuta alle dure condizioni in cui viviamo, visto che siamo il parco di divertimenti degli dei del clima per tutto l’anno [NdT: nelle Fær Øer può esserci pioggia, neve, sole e tempesta, in punti diversi e in qualunque momento].

Sulla tua pagina di metal-archives c’è una tua foto in giacca e cravatta con in mano un microfono. Sembra che stai presentando qualcuno su un palco. Puoi “svelare” cosa stavi facendo?

Quella foto negli archivi viene da un concerto nelle Fær Øer del 2009! Ero appena tornato alle isole per le vacanze estive, visto che all’epoca vivevamo ancora in Danimarca. Non erano riusciti a trovare un presentatore per il festival musicale, e hanno pensato di chiamarmi e chiedermi se potevo introdurre i gruppi, quindi ho ripescato giacca e cravatta e mi sono messo al lavoro. È venuto fuori un gran bel festival, e per una volta c’era anche il sole.

Cosa hai fatto tra il divorzio con i Týr e la pubblicazione di Hamsadun? Sei comunque rimasto nel mondo della musica in qualche modo?

Dopo essermi separato dai Týr nel 2002 ho suonato in un gruppo chiamato All That Rain per un anno o due. Dopo quell’esperienza ho fatto il musicista di strada [NdT: il termine che lui usa è troubadour] con un mio caro amico in qualche occasione, e a volte mi hanno avuto come ospite per cantare a dei concerti! Non ho mai smesso di cantare anche se non ero più molto attivo nella scena, ma ho sfruttato questo tempo per concentrarmi sulla mia famiglia, sulla mia educazione e sul costruire la nostra casa, visto che nel 2006 abbiamo comprato un vecchio edificio che aveva bisogno di un sacco di riparazioni.

Tornando agli Hamradun, sono passati due anni dalla pubblicazione del debut album. State lavorando al nuovo disco? Puoi anticipare qualche cosa a riguardo? Ci sarà modo per vedervi in concerto in Italia? Sei mai stato in Italia?

Dopo i nostri primi concerti per il lancio, nel novembre 2015 nelle Fær Øer, io e gli Hamradun abbiamo subito deciso che avremmo dovuto lavorare a un seguito, e questo è il punto in cui ci troviamo ora! La maggior parte delle canzoni sono concluse, e progettiamo di finire gli arrangiamenti entro la fine del 2017. Concluso questo passo inizieremo a registrare, diciamo a inizio 2018, e speriamo ri far uscire l’album nell’estate di quell’anno. Musicalmente ci inoltreremo in un universo di leggende e antichi racconti del Nord.

Ci sarà modo per vedervi in concerto in Italia? Sei mai stato in Italia?

Ci piacerebbe molto portare la nostra musica in Italia, e abbiamo qualche legame e persone come la signora Burini e gli altri che vorrebbero davvero averci sul suolo italico! Non sono mai stato nel vostro bellissimo paese ricco di storia, sarebbe un vero piacere per noi nordici venire giù a farvi visita baciati dal sole.

Grazie mille per la disponibilità, è un vero piacere poter parlare con persone genuine e musicisti preparati. Spero che questa intervista possa aiutare in qualche modo gli Hamradun. Saluta i lettori di Mister Folk! 🙂

Grazie a te Fabrizio, e ai lettori di Mister Folk per l’intervista e il vostro interesse nella nostra musica. Speriamo che un giorno Hamradun possa portare il suo folk rock anche in Italia! Ciao! 🙂


ENGLISH VERSION:

Hey there Fabrizio and the readers of Mister Folk!

To most of Mister Folk’s readers your name is tied to Týr, but I’d like to start this by asking who the everyday Pól Arni Holm is.

My name is Pól Arni Holm and I come from the Faroe Islands, more precisely the southernmost island called Suðuroy which in faroese language means southern island. I am 40 years old and living in the small town of Tvøroyri with my girlfriend and our 3 kids. Beside my musical activity past and present, i am an educated carpenter and hold a bachelor degree in Prehistoric Archaelogy from 2013 and at the moment i am working as the leader of the local youth club on Suðuroy.

You’re a member of Hamradun, a folk metal band with a rock tinge and creators of a great album that I’m definitely recommending our readers. Want to tell us the band’s history?

I am the founder of the folk/rock band Hamradun. We released our debut album on November 2015 and our music and songs are a blend of old faroese ballads and rock music and our lyrics are mostly about old faroese legends and tales. For us it is of great importance to give these tales and legends new life through our music and we sing in faroese and an old version of danish too!

Hamradun’s music is delicate and with a lot of heart, that’s immediately clear. And I believe it can touch the heart of those who listen to it. Melodies and folk songs blend with distorted guitars and your voice, a sublime work! I’d like to know what your approach is regarding music, and if you have a specific songwriting method.

Making this album was an idea I had for a while and when I met with guitarist Uni Debess and told him my idea of the Hamradun music, he responded quickly and we started to work on the material. Basic idea of this album as I said earlier is telling old tales with a modern touch. There is no overproduction and the tracks are strong and if I can say naked, and the material you can hear on the album should be just as strong when you are playing it live. This is important for our music that you must be able to deliver the product on stage as well as on a recording session. Shortly after we were joined by guitarist John Áki Egholm also known from faroese band Hamferð, bassplayer Heri Reynheim, drummer Rani Hammershaimb Christiansen and keyboard player Finnur Hansen which all are experienced musicans and come from different musical backgrounds. We recorded most of the songs in Finnur Hansens own studio and Finnur also mastered amd mixed our production. I don’t have a specific method of writing music, but usually the lyrics come after the melody and of course you must have an idea of what you will write about. I draw my inspiration from the countless legends and tales on the Faroe Islands and Scandinavia from the times of the vikings up til the medieval period.

The only critique I have for the album is that it’s a tad too short, and could have maybe used one or two more songs. Why did you decide to go for just seven tracks?

There are only seven tracks on the Hamradun album as I thought that the the other demo tracks we had did more belong to our next upcoming album.

The album was released under TUTL Records, the label that also launched Týr and Skálmöld. Do you hope of walking down the same path as your compatriots and move on to a bigger label for your next work?

The album was released on the faroese label TUTL Records and we have had an excellent working relationship with the owner Kristian Blak. As for now we presumingly will release our new album through TUTL Records and as i said earlier we have been very pleased with our partnership with TUTL.

The album’s fourth track is Sinklars Vìsa, a song already recorded by Týr on their 2008 album Land. Did you listen to their version? What do you think about it? Sinklars Vìsa is a traditional Faroese song: can you tell us what it’s about and why it’s so important?

The idea of recording Sinklars Vísa was a thought I had for years even before Týr released their version in 2008. There are multiple versions of this ballad performed by faroese  artists and others abroad and I wanted to make my own layout of the ballad. Sinklars Vísa is shortly about a scottish mercenary called Sinclair how lands on the coast of Norway and after sacking villages on land with his mercanaires gets attacked by norwegians farmers and slain at the Battle of Kringen. Usually this ballad is perfomed by faroese people in a traditional chaindance. My personal approach to making this version, was firstly to be as close to the original tempo of the chain dance and telling the whole story was important which are 19 verses! You don’t get much airtime with the length of the song being over 8 minutes, but that is okay. I think Týrs version is very good.

Land also contains Hail To The Hammer, a historical track which is present in the debut album you recorded. How do you feel about this re-recording? Did you appreciate the “new” final result?

Hail To The Hammer is a great song and there is a different feel over the version I am singing and the one Heri sings, but both are in my opinion good and delivered well. I don’t have the answer which is the best version, but that is for others to decide🙂

I believe you’re on good terms with the guys from Týr, I remember seeing a video from Summarfestivalinum 2013 where you sing Ormurin Langi along with the band. Going back in time, you left the band – which at the time was based in Copenhagen – to come back to the Faroe Islands, right? May I ask if you ever regretted it, seen the level of success Týr managed to achieve? Have you listened to the albums they released after you split?

I joined Týr in 1999 when we all were living in Copenhagen. I was the lead singer for the first three years and our ways split in 2002, shortly after our debut album How Far to Asgaard was realeased from TUTL Records. At this day we still all have a good relationship both old and current members of Týr

How much do you remember from How Far To Asgard’s recording sessions? If I may, your ability as a singer has improved significantly since then and your performance on Hamradun is excellent.

We recorded the songs for How Far to Asgaard in Copenhagen and we did it on a short time I remember, but we were well played together and played numerous concerts in Denmark and the Faroes and we also won a music talent competition for bands in Denmark before we started our recordings. I remember a host at a concert thought we had eaten hallucinating mushrooms like the viking berzerkers did before our show, because we were so fired up and ready 🙂

There’s less than fifty thousand people on the Faroe Islands, and yet there’s an excellent heavy metal scene! How do you explain that?

There is a lot of musical talent on the Faroe Islands and maybe it is our strong singing traditions that accumulate these many artists in different genres, who knows! The metal scene is strong and there are many upcoming bands which take music very seriourly. That the rock and metal is popular here is maybe because of the harsh conditions that we are living under, as we are the playground for the weather gods all year round.

On your metal-archives.com page there’s a picture of you holding a mic in a suit and tie. It looks like you were presenting somebody on a stage. Can you reveal what you were doing there?

That picture of me in those archives is from a concert on the Faroe Islands in 2009! I had just returned on summer holiday back on the isles as we were living in Denmark at that point. They could not find a host for the music festival and called me up and asked if i could present the bands, so i found my suit and did the job. It ended up being a fine festival with sunny weather for a change.

What was going on in the period between divorcing Týr and releasing Hamradun? Were you still involved in the music world in some way?

After my divorce with Týr in 2002 i played shortly in a band called AllThatRain for a year or two and after that sang as a trubadeur with a good friend just once in a while and sometimes as a guest singer at concerts! I never quit singing even if i was not that active on the music scene but used my time on my family, education and on building our home, as we had bought an old house in 2006 which needed a lot of repairs

Going back to Hamradun, it’s been two years since the band’s debut. Have you been working on a new album? Can you give us any previews about it?

After our first release concerts on the Faroes in november 2015, we decided that we would work on material for a follow-up album with Hamradun and thats where we are at this moments! Mostly all the songs are finished and by the end of 2017 we will have completed the arangements for the album. After our schedule we will start recordings early 2018 and release our second album hopefully in the summer of 2018. Musically we will be in a universe of legends and old tales from the North.

Will there be a chance to see one of your shows in Italy? Have you ever been to Italy?

We would love to come and perform our music in Italy and we have some connections and people in Italy like Mrs Burini and others how would like to see Hamradun on italian soil! I have never been to your historically rich and beatiful country and it would be a pleasure for us northmen to make a visit down in the sun

A huge thank you for your availability, it’s always a pleasure to have a chat with genuine people and experienced musicians. I hope this interview can help Hamradun in any way. Say goodbye to Mister Folk’s readers! J

Thanks to you Fabrizio and Mister Folk readers for this interview and for your interest in our music and hopefully one day Hamradun can perform their folkrock music in Italy. Ciao 🙂

Eluveitie – Evocation II: Pantheon

Eluveitie – Evocation II: Pantheon

2017 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, chitarra, cornamusa, bodhrán, gaita, arpa, flauto – Jonas Wolf: chtarra – Rafael Salzmann: chitarra – Kay Brem: basso – Alain Ackermann: batteria – Fabienne Erni: voce, arpa, mandola – Michalina Malisz: ghironda – Nicole Ansperger: violino – Matteo Sisti: cornamusa, flauto, mandola

Tracklist: 1. Dureddu – 2. Epona – 3. Svcellos II (sequel) – 4. Nantoscelta – 5. Tovtatis – 6. Lvgvs – 7. Grannos – 8. Cernvnnos – 9. Catvrix – 10. Artio – 11. Aventia – 12. Ogmios – 13. Esvs – 14. Antvmnos – 15. Tarvos II (sequel) – 16. Belenos – 17. Taranis – 18. Nemeton

L’ultimo anno in casa Eluveitie è stato piuttosto movimentato: dopo lo split con tre dei musicisti storici della formazione svizzera, i quali hanno successivamente dato vita ai Cellar Darling, e la lunga ricerca dei degni sostituti, arriva la pubblicazione di Evocation II – Pantheon, secondo disco acustico per Chrigel Glanzmann e soci. Il presente lavoro è stato visto in diversi modi da critica e fan: la via più breve per presentare i nuovi arrivati (la cantante Fabienne Erni, il chitarrista Jonas Wolf, Michalina Malisz alla ghironda e Alain Ackermann alla batteria), e non perdere terreno dei confronti dei nuovi arrivati Cellar Darling – autori, tra l’altro, di un disco appena sufficiente – e come reale lavoro in studio da tempo pianificato. La verità è proprio questa, ovvero gli Eluveitie avevano previsto da tempo la composizione di Evocation II – Pantheon e quel che sorprende non poco è l’elevata qualità del full-length. Se il primo Evocation era piacevole e poco più, questo nuovo cd mostra il grande affiatamento dei musicisti, l’ottimo lavoro svolto in sala prove e l’importanza di musicisti che spesso sono visti quasi come “di contorno” e che invece sono fondamentali per la riuscita delle canzoni. In questo caso particolare si tratta di Matteo Sisti, “responsabile” delle influenze irish e di gran parte delle belle melodie folk che si possono trovare all’interno del lavoro.

Evocation II – Pantheon è un concept album che racchiude in diciotto tracce il pantheon della mitologia celtica e che giustamente è cantato in lingua gallica; per la scrittura dei testi e l’inevitabile ricerca scientifica, gli Eluveitie hanno consultato diversi studiosi per rendere l’aspetto lirico credibile e ben fatto. Intenzioni nobili e capacità di muoversi in maniera corretta affascinando il potenziale ascoltatore con un ottimo connubio concept/grafica, ma alla fine a parlare è solamente la musica, e non sempre un bell’artwork e i testi ricercati sono sintomo di buona proposta musicale. Gli Eluveitie, invece, nonostante lo scetticismo che li avvolgeva prima della release, hanno sfornato un cd soft ma vivace, intrigante e altamente evocativo, in sintonia con le liriche e l’aspetto mitologico da sempre caro a Glanzmann.

Evocation II ha due singoloni che la band, giustamente, ha utilizzato come trampolino per la pubblicazione: Epona e Lvgvs. La prima suona fresca e allegra, dal cantato frizzante della nuova arrivata Fabienne Erni e dalle irresistibili melodie che la fanno da padrone. La cantante è la protagonista di Artio, composizione molto delicata e intima che tocca il cuore dell’ascoltatore e, per gli amanti delle serie tv, può far tornare alla mente alcune scene malinconiche di Outlander. Lvgvs (con Netta Skog degli Ensiferum alla fisarmonica) è più in linea con quanto prodotto in Evocation I – The Arcane Dominion, con un ritornello che è difficile non ricordare subito e canticchiarlo di conseguenza. Non si può certo ridurre il disco a due sole canzoni: gli Eluveitie sono riusciti a pubblicare un lavoro molto vario e vivace. Tra le sfaccettature di Evocation II c’è anche l’irish folk, qui presente in particolar modo in paio di brani molto belli, Grannos e Aventia, sui quali sicuramente avrà messo mano il nostro compatriota Sisti, grande amante di queste sonorità. Colpisce in positivo che all’interno delle canzoni c’è spazio per tutti:, il batterista Alain Ackermann, per fare un esempio, ha modo di sbizzarrirsi in più momenti, come durante Nantoscelta. L’arpa introduce Cernvnnos, canzone dalle melodie già conosciute, piacevole collegamento con i vecchi dischi degli svizzeri; un altro esempio è Ogmios, nella quale la melodia dell’hit Inis Mona (tratta da Tri Martolod del XVIII secolo) spunta con piacevole insistenza. Infine è da menzionare Antvmnos, composizione che vede protagonisti il soave flauto di Matteo Sisti e il violino della sempre irreprensibile Nicole Ansperger ripetere la melodia del noto brano tradizionale Scarborough Fair.

Musicalmente siamo dinanzi a un album maturo e preciso, ricco di sorprese quanto povero di brani riempitivi. Il fatto che il disco sia stato concepito e registrato in un momento di transizione e, si può presumete, di grande stress, non fa altro che aumentare la stima nei confronti del leader Glanzmann, forte nel tenere a galla la barca quando sembrava imbarcare acqua.

Gli Eluveitie sorprendono per la qualità di Evocation II – Pantheon, un piacevolissimo lavoro dopo qualche anno un po’ piatto a livello musicale e in risposta ai dubbi sollevati da molti in seguito alla separazione di tre membri storici. La prossima tappa è il “classico” cd extreme folk metal, ma intanto è possibile godere di un bel disco folk come pochi ne capitano.