Einar Selvik – Snake Pit Poetry

Einar Selvik – Snake Pit Poetry

2017 – EP – ByNorse

VOTO: SV – recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, strumenti

Tracklist: 1. Snake Pit Poetry – 2. Snake Pit Poetry (Skaldic Mode)

Dopo aver terminato la fantastica trilogia sulle rune con la sua band principale, i Wardruna, Einar Selvik, mente della band più chiacchierata e apprezzata del momento, se ne esce con un EP stampato solamente in formato vinile 10” contenente due versioni differenti di Snake Pit Poetry, canzone creata appositamente per la serie tv Vikings e per una scena in particolare, ovvero quando il protagonista Ragnar Lothbrok (Ragnarr Loðbrók), condannato a morte da re Aelle di Northumbria, muore nella fossa dei serpenti. Il testo della canzone parla chiaro, ed è preso dall’unica fonte attendibile che riguarda il personaggio scandinavo, in Italia nota come la “Saga Di Ragnarr” e pubblicata dalla milanese Iporborea.

Mai avrei immaginato serpenti
Alla fine della mia vita;
accade molto spesso
quel che meno ci s’aspetta.

Strepiterebbero i porcellini,
celando nella terra il grugno,
se conoscessero la sorte del verro;
s’avvia a straziarmi la serpe,
strisciando repentini
mi hanno morso i serpenti;
sarò all’istante cadavere,
fra i rettili morirò

Il 10 pollici si presenta benissimo: il disegno della copertina ritrae Ragnar circondato e assalito dai serpenti, il momento esatto in cui pronuncia la famosa frase “strepiterebbero i porcellini…”; nel retro è presente una foto di Einar Selvik, il testo originale e la traduzione in inglese, le info sul disco e sulla musica del vinile. Già, la musica, la cosa che probabilmente riesce meglio a Selvik: ipnotica e sofferente, calda e avvolgente. La prima traccia è la versione estesa di Snake Pit Poetry, lunga oltre sette minuti. Nella canzone è presente l’islandese Hilda Örvasdottir, voce che ha preso parte alle colonne sonore di 300: l’Alba Di Un Impero e L’uomo d’Acciaio per dirne un paio. Il tocco di Selvik è facilmente riconoscibile anche se nei sette minuti di durata è forte l’atmosfera cinematografica; la musica è intensa e quasi liturgica, che segna nel profondo. Ancor più straziante la versione breve di Snake Pit Poetry, quella chiamata “Skaldic Mode”: tre minuti in qui la voce di Einar e poche, striminzite (ma quanto toccanti!) note riescono a creare una voragine nell’ascoltato, letteralmente annichilito dinanzi a tanta drammaticità.

Snake Pit Poetry è una piccola opera d’arte, breve e perfetta. Bello esteticamente, da brivido nel contenuto, questo è un vinile che va posseduto senza remore.

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Intervista: Sergio Ponti

Quella di oggi è un’intervista diversa del solito e, lasciatemelo dire, molto interessante. Mister Folk ha scambiato due parole con Sergio Ponti, apprezzato batterista italiano che ha diviso il palco con mostri sacri dell’hard rock e del progressive, ma che riguarda da vicino il nostro mondo poiché ha inciso e suonato in tour con i fantastici romeni Dordeduh. Si è parlato quindi delle sue esperienze e dei gusti musicali, dei Metallica di …And Justice For All e di come avvicinarsi allo studio della batteria con alcuni utilissimi consigli (è insegnante!). Il tutto impreziosito da gustosi aneddoti. Beh, non resta che leggere!

La prima cosa che ti chiedo è come ti sei avvicinato alla musica e alla batteria in particolare.

Ciao Fabrizio, è un piacere essere qui a chiacchierare con te. Ho due sorelle molto più grandi di me che hanno sempre ascoltato musica. Si sono sposate quando ero molto piccolo e hanno lasciato alcuni dischi a casa dei miei. Più per capire come funzionasse il piatto, ho iniziato a mattere su dei vinili a caso, da Jesus Christ Superstar agli Eagles, passando per il grandissimo Cosmo’s Factory dei Creedence Clearwater Revival e mi sono ritrovato a comprarmi un paio di bacchette durante gli anni delle scuole medie e a distruggere la sedia di camera mia suonando dietro a quegli LP e alla cassetta di Greatest Hits dei Queen e a Made in Japan dei Deep Purple. Non che fossi capace di star dietro a quest’ultimo, ma ci provavo! Non osavo chiedere ai miei di prendermi una batteria e ricordo che chiesi a mia sorella Laura di domandare loro da parte mia… inspiegabilmente, mio padre mi prese una Century. Un set entry level su cui finii per suonare tutto il giorno, tutti i giorni.

Qual è stato il momento in cui hai detto “da grande voglio fare il batterista?”. E quando hai capito realmente che eri sulla strada giusta?

Un giorno su Videomusic passarono il video di One dei Metallica. Non avevo mai sentito parlare di batterie a doppia cassa (non c’era certamente Youtube e neanche Internet se è per questo!), e vedere Lars suonare la parte centrale all’unisono con le chitarre, con quella grinta e quella potenza, fece scattare qualcosa. Provavo e riprovavo a suonarci dietro, ma non ero in grado di farlo. Allora decisi che era il caso di studiare davvero. Leggevo Percussioni e sulla quarta di copertina trovai la pubblicità della scuola di batteria di Furio Chirico (batterista importantissimo per la scena italiana, ndMF). Telefonai e mi rispose lui in persona, gentilissimo. Fu proprio lui, dopo circa un anno di corso, a spronarmi a continuare, dicendomi: “guarda che se studi e continui ad impegnarti, potresti fare questo come lavoro”! Furio è stato una guida importante, musicalmente e umanamente.

Questo è un sito che tratta folk/pagan/viking metal, quindi ci saranno un po’ di domande sul tuo lavoro con i Dordeduh. Per farla breve, nel 2009 Negru si è tenuto il nome Negură Bunget mentre Sol Faur e Hupogrammus (quest’ultimo nella band fin dal principio, 1995) hanno fondato i Dordeduh. Da quell’anno hai iniziato ad aiutarli con i live: come e perché sei stato contattato?

Tra il 2006 e il 2008 sono stato il batterista degli Ephel Duath. Nella primavera del 2007 facemmo tre settimane di tour nel Regno Unito, con i Negură che suonavano prima di noi. A dire il vero non legammo tanto in quel periodo. Ogni band viaggiava separatamente con il proprio mezzo e ci vedevamo solo ai concerti. Nell’autunno del 2009 mi arrivò una mail da Edmond (Hupogrammus) che mi chiedeva se ero intenzionato a registrare del materiale con loro e accettai, curioso di lanciarmi in una nuova avventura.

Con i Dordeduh hai registrato l’EP Valea Omolui: ci racconti come si sono svolti i lavori e se hai preso parte dalla fase di composizione, oppure era già stato scritto tutto quanto e tu hai “semplicemente” suonato?

Fu una settimana interessante, mi pare nell’ottobre del 2009. Loro avevano pronti i riff e la maggior parte delle strutture. Credo per entrambe le parti si trattò di un’esperienza molto interessante: io mi trovavo sicuramente fuori dalla mia comfort-zone di batterista rock, e ricordo che per loro fu una ventata d’aria fresca sentire delle idee ritmiche che non rientravano nei canoni tradizionali del metal. Il groove di Zuh ad esempio, è basato su un rudimento, il triple paradiddle, che ti aspetteresti più di sentire da Steve Gadd (batterosta di James Brown, Eric Clapton, Peter Gabriel, Pino Daniele e Chick Corea tra gli altri, ndMF) che da un metal drummer. Ognuno mise del suo e sicuramente venne fuori un EP interessante.

live con i Dordeduh all’Hellfest 2014

Dopo l’EP è stato realizzato il full-length Dar De Duh, ma tu hai soltanto registrato alcune percussioni mentre la batteria è stata affidata a Ovidiu Mihăiță anche se hai continuato a suonare live con loro. Mi pare una situazione sicuramente strana e quasi complicata! Difficoltà di distanze e impegni personali?

Abitando io in Italia ed essendo loro in Romania non è mai stato facilissimo, ma credo comunque di aver fatto avanti indietro, negli anni, almeno cento volte. All’inizio sembrava che dovesse esserci Ovi (che in Romania è un attore di fama nazionale!) alla batteria, insieme a me e ad un batterista tedesco, Jorg. Non ho mai capito bene se la cosa avrebbe potuto funzionare o meno, anche perché da li a poco le condizioni di salute della mia anziana mamma si aggravarono parecchio, e dovetti rinunciare a quello che fu il concerto di debutto a Bucharest. Per un po’ suonai solo con l’altro progetto comune, Sunset In The 12th House e mi limitai, come hai scritto, a registrare le percussioni di Dar De Duh in una giornata di studio. Fu molto bello suonare le loro percussioni tradizionali e ricordo che mi diedero carta bianca, guidandomi solo in alcuni punti. Poi dal 2013 al 2015 suonai la batteria dal vivo con i Dordeduh, in tre tourneè europee e molti concerti singoli e festival in giro per l’Europa, tra cui anche Hellfest, Wacken e Rockstadt Extreme.

Come e perché è finita la collaborazione con i Dordeduh?

Nell’estate del 2015 Edmond annunciò pubblicamente il suo ritiro unilaterale e a tempo indeterminato dal mondo della musica e per me non ebbe più senso stare seduto ad aspettare che succedesse qualcosa. A questo devi aggiungere che negli ultimi periodi c’erano problemi tempistico/organizzativi generali ed io mi sono ritrovato più volte ad andare in Romania, rinunciando a concerti molto ben pagati qui in Italia (faccio il batterista di professione) per non concludere nulla là. Unisci questo al fatto che io ho una pazienza pressoché infinita per tutto, tranne che per il perdere tempo. Quello è un punto dolente, mi arrabbio subito e in maniera invereconda, quindi è stato meglio per tutti chiudere lì la collaborazione. Non rimpiango nulla di tutta l’esperienza comunque. Ho imparato un sacco di cose, suonato tanto e visto un sacco di bei posti. Ho tantissimi bei ricordi e considero la scena musicale Romena la più bella in cui abbia mai suonato… e poi li ho anche conosciuto mia moglie!

Finora abbiamo parlato di pagan black metal, ma tu sei un grande appassionato di prog rock. Ti sei mai sentito “fuori posto” mentre eri in tour con i Dordeduh? Cosa ti piaceva della loro musica e visto che ci siamo ti chiedo anche quali sono i gruppi della scena che più ti piacciono o incuriosiscono.

No, sono sempre stato accolto bene da tutti e ben voluto… almeno credo! Io ero quello con i capelli corti, gli occhiali e la maglietta bianca dei Gentle Giant nel backstage in mezzo ad una folla vestita di nero. Almeno mi trovavano subito quando c’era bisogno! Sicuramente non mi è mai piaciuto suonare il blast beat, ma è una questione di ascolti, a casa ho oltre 6000 dischi e credo ci sia il blast su tre di questi. Ho visto dei batteristi pazzeschi suonarlo e stavo lì a guardarli tutto il concerto. In Romania c’è colui che credo essere il miglior batterista estremo al mondo: si chiama Septimiu Harsan e attualmente, tra i tanti progetti, è il batterista di Disavowed e soprattutto dei Pestilence. È un musicista eccezionale che suona come Derek Roddy (Hate Eternal, Nile, Malevolent Creation ecc., ndMF) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, Steven Wilson, Claudio Baglioni, Franco Battiato, Iggy Pop ecc., ndMF) messi insieme. Siamo amici e ci sentiamo spesso. Sono contento che stia ricevendo l’attenzione che merita. È una persona molto interessante con un sacco di cose da dire. Dovreste intervistarlo! Raphael Saini (Iced Earth, Cripple Bastards, Master, Corpsefucking Art ecc., ndMF)in Italia è un batterista estremo che seguo e apprezzo molto. Davide Piovesan, il batterista originale degli Ephel Duath è bravissimo anch’egli: originalissimo. Per quanto riguarda la musica dei Dordeduh, mi piaceva l’uso di accordi, ritmiche e armonie non propriamente tipiche del metal, l’uso delle dinamiche e anche di momenti totalmente silenziosi all’interno del set. Una bella varietà! In realtà non conosco quasi nessun altro gruppo della scena alla quale eravamo accumunati… anzi chiedo a te di segnalarmene qualcuno, te ne sarei grato!

Hai altre esperienze nel mondo dell’heavy metal?

Oltre agli Ephel Duath, tra il 2004 ed il 2006 sono stato il batterista degli Illogicist.

In tuo post su Facebook definisci …And Justice For All dei Metallica come un capolavoro del progressive metal. Una frase del genere potrebbe far storcere il naso a molte persone, ci puoi spiegare perché per te il quarto lavoro dei Metallica è progressive metal?

Devi sapere che io ho una sorta d’idolatria per questo disco, sentirlo mi ha fatto venire davvero voglia di studiare la batteria. Mi ricordo tutto le parti di Lars e i testi a memoria. Testi che non parlano di mostri sotto il letto e cose simili, ma di giustizia, libertà di parola e dura condanna della guerra. Sicuramente leggerli da adolescente ha lasciato un segno. Progressive perché nel 1987/88, quando il disco è stato concepito e registrato non c’erano in giro delle band heavy (a parte i Watchtower, forse) che ardivano a fare dischi con un suono così chirurgico e preciso e allo stesso tempo potente. Le strutture non sono mai scontate, c’è sempre un giro con qualche battuta in più o in meno rispetto a quello precedente, oppure cambia il tempo. O la velocità. È vero che ci sono un sacco di takes combinate fra loro, però il disco suona omogeneo, con il sound di una band che è (era?) veramente in grado di suonare INSIEME. Te lo dimostro dicendo che in One ogni ritornello è un pelo più veloce della strofa che lo precede e poi il tempo torna a sedersi per la strofa successiva. Però subito non te ne accorgi, senti solo che il tiro del pezzo sale e cresce d’intensità. Non senti quella sensazione fastidiosa di qualcosa che accelera e rallenta e perde di groove. Questo perché la band si ascolta, si segue e i musicisti suonano tutti con la stessa intenzione. So di certo, perché ho i miei informatori e faccio le mie ricerche, che tutto il disco è registrato a click, programmando tutti i cambi di tempo e velocità passo a passo con una drum machine. Credo che Lars abbia fatto impazzire tutti durante la registrazione tra questo e il volere quel sound di batteria, però ha avuto ragione lui 🙂

Ho visto una foto con la tua batteria a pochi centimetri da quella di Ian Paice dei Deep Purple: ci racconti qualcosa di quell’incontro e ti senti fortunato a poter dividere il palco con personaggi del genere? O ti ci stai abituando?

No, non ti abitui mai e sì, sono molto fortunato. Dal 2004 suono nei Beggar’s Farm, band fondata dal polistrumentista Franco Taulino. Negli anni grazie a Franco siamo diventati una band di riferimento per alcune leggende del progressive rock, che si fidano di noi e ci assumono come band per concerti da solisti in Italia, oppure si affiancano a noi come special guest. Ho realizzato il sogno di suonare con tantissimi componenti dei Jehtro Tull, Banco Del Mutuo Soccorso, PFM e tantissimi altri grazie a questa formazione. L’esperienza con Paice è una di queste. Il batterista lo conosciamo. Parlano per lui 50 anni di carriera, milioni di dischi venduti e la stima di tutti i batteristi del mondo. Però Ian è una persona rilassata, quasi timida per quel che ho potuto vedere. Abbiamo suonato alcuni brani a due batterie e non abbiamo avuto modo di parlarci nel pomeriggio. Prima della nostra performance insieme, mentre ci presentavano, sono corso dietro la sua batteria e li è venuto fuori il mio lato da insegnante. Letteralmente: “mi hanno detto che tra gli altri pezzi dobbiamo suonare anche Smoke On The Water insieme, ma secondo me la gente la vuol sentire fatta solo da te”. Lui: “nah, come on, let’s have fun!”. Al che gli ho risposto: “allora, facciamo così, altrimenti ci pestiamo i piedi e viene fuori una schifezza. In Smoke suoni tu il groove e io solo le mani e non la cassa. Gli altri pezzi dei Jethro Tull li conosci bene?”. Vedendolo titubante e avendo trenta secondi per organizzarci gli ho detto: “allora guarda me, ti do tutti i segnali io. E non suonare la cassa in Locomotive Breath!”. Lui ha risposto: “wonderful, we’re all set!”. E ce la siamo cavata alla grande. Poi ci siamo seduti a cena assieme, ci siamo complimentati a vicenda e con lui e mia moglie abbiamo parlato della sua famiglia, della Scozia e di birre.

Clive Bunker, Ian Paice e Sergio Ponti

Quali sono i gruppi e i batteristi più influenti per il tuo stile?

Troppi e me ne dimenticherò qualcuno. Ho grandissima ammirazione per i batteristi virtuosi che sono in grado di suonare con chiunque e qualsiasi stile. Io non ne sono capace! Mi piaccioni tutti i batteristi dei miei gruppi preferiti, proprio perchè sono insostituibili nel suond della band e hanno fatto la storia del periodo in cui vi hanno militato. Il mio batterista preferito è Barriemore Barlow, che ha suonato nei Jethro Tull tra il 1971 e il 1980. Le sue idee e il suo stile sono inimitabili e non ho mai sentito nessuno suonare così, prima e dopo di lui. Ho passato centinaia di ore a cercare di imparare le sue parti e a meravigliarmi di come avesse fatto a pensarle. Lo conosco personalmente e sono stato ospite a casa sua. Lui non vuole sentir parlare di batteria, quindi abbiamo fatto lunghe chiacchierate sulla vita in generale e per me va bene così. Mi basta sapere che mi stima e che mi considera un collega e un amico. Di tutte le cose che ho fatto in musica, condividere batteria e palco con lui è stata la cosa più bella. Tutti gli altri batteristi dei Tull sono formidabili. Clive Bunker e Doane Perry sono sempre stati gentili con me ogni volta che abbiamo suonato insieme. Il compianto Mark Craney è stato un gigante del mio strumento, mai abbastanza considerato. Una forza della natura! Tutti i batteristi di Zappa, in particolar modo Terry Bozzio e Chad Wackerman per la follia organizzata del loro playing. Roger Taylor dei Queen: timing impeccabile, voce con estensione infinita, autore di brani senza tempo. Diciamo che anche suonare con una band composta da altre tre individualità così uniche è una cosa che un po’ gli invidio. John Bonham dei Led Zeppelin: non serve aggiungere altro. Ian Paice, ovviamente. Lars Ulrich, senz’altro. Mike Portnoy, come tutta la mia generazione. Nick Menza, un batterista metal con un grande groove, si sente che veniva dal rock e dal blues. Pat Torpey dei Mr.Big. Sempre in grado di infilare una chicca batteristica di grande rilievo in brani di pop/hard rock. Pierluigi Calderoni del Banco del Mutuo Soccorso, per il suo stile preciso e le ritmiche serrate e incalzanti ma allo stesso tempo leggere. È anche una brava persona, lo conosco. Edoardo Bellotti, un batterista con una grande cultura che potrebbe suonare bene tutto e suona jazz in maniera consapevole ed elegante, con poche note al posto giusto. Oggi mi piacciono tantissimo Keli, il batterista degli Agent Fresco. Bravissimo, originale e imprevedibile, e Blake Richardson dei Between The Buried And Me.

Mi sembra di capire che i Jethro Tull siano il tuo gruppo del cuore, ma ti sei sposato indossando una maglia dei Queen mentre tua moglie ne aveva una degli Yes. Si tratta di tradimento? J

Ma sai proprio tutto! Grande! Quando ho saputo che Martin Barre e Clive Bunker dei Jethro sarebbero stati al nostro matrimonio, conoscendoli ho pensato che mi avrebbero preso in giro tutto il giorno perché indossavo una loro t-shirt il giorno del mio matrimonio, allora ho optato per i Queen, che adoro al pari dei Tull. Mia moglie è una grande fan degli Yes. Ho capito solo il giorno dopo che non era solo per la band, ma anche per il “sì”. Sono solo il batterista alla fine, un po’ lento di comprendonio 🙂

Da batterista di alto livello ti chiedo se puoi dare qualche semplice consiglio a chi si vuole avvicinare al tuo strumento.

Premetto che non mi considero un batterista di alto livello, ma ti ringrazio davvero per la tua stima. Studio tutte le mattine per migliorarmi e non fare brutte figure quando suono! La mia idea è di prendere lezioni e cercare di imparare quanto più possibile e ascoltare molta musica diversa, ma poi specializzarci in ciò che ci piace davvero. Se abbiamo provato per due anni ad ascoltare ogni forma di jazz ma quando ci sediamo alla batteria suoniamo dietro a Reign In Blood, direi che la nostra direzione musicale è piuttosto chiara, ma il fatto di aver studiato altri generi ci aiuterà a suonare meglio in generale e con maggiore consapevolezza. Direi che individuare una scuola con un insegnante che ci piace, o studiare privatamente con un bravo maestro è molto molto utile. Io vorrei averlo fatto prima nella mia evoluzione. Non serve avere una batteria costosa, bisogna studiare. Allora poi una batteria da 500/700 euro con delle buone pelli accordate e dei piatti decenti suonerà come una che costa dieci volte tanto. Quando presto la mia vecchia Tamburo da 460 euro a Clive Bunker lui la suona ed esce il suono che aveva nel 1970 all’Isola di Wight davanti a 650.000 persone (si riferisce al grandioso concerto con The Doors, The Who, Jimi Hendrix, Jethro Tull, Free, Emerson, Lake & Palmer e altri nomi fondamentali per il rock, potete recuperare il video “Message To Love: The Isle Of Wight festival”, ndMF). Io mi siedo dietro e tento di rubare il mestiere. Quello del suono è un aspetto affascinante e spesso trascurato dal batterista inesperto.

Quanto è importante (e difficile) trovare il drum kit ideale? Qual è oggi il tuo drum kit standard?

È importante, ed è difficile. Costa un sacco di soldi buttati per colpa dell’inesperienza e dell’insicurezza. Uso una batteria Vibe in alluminio, costruita da Paolo Zuffi a Imola. È uno strumento eccezionale. Ian Paice, Mark Richardson degli Skunk Anansie, i miei compagni di band e altri sono tutti rimasti sbalorditi dal suo suono. Ha molto volume e proiezione e magari se devo suonare in un teatro o in un club, uso una batteria in legno con diametri più contenuti, ma il mio set ideale ha una cassa da 24”, tom da 13” (a volte aggiungo un 10” sulla destra) e timpani da 16” e 18”. Le classiche misure da rock. Piatti Paiste 2002. Ho questo sound nelle orecchie perché tutti i miei batteristi preferiti li usano, quindi mi è sembrata una scelta ovvia. Bacchette Promark 5B e pelli Evans. Il mio set ideale è portare in giro o in studio meno roba possibile per poter affrontare in modo giusto la musica che devo suonare, così da non avere tentazioni di suonare più del necessario… e smontare velocemente dopo il concerto! E non dimenticare il tappeto, altrimenti si muove tutto!

Cosa stai facendo in questo periodo?

Insegno presso tre ottime strutture. Fondazione Fossano Musica di Fossano, una scuola che ha ottimi programmi di musica d’insieme; Musicanto a Piossasco (Torino) e la Pepper Music a Moncalieri. Ho un sacco di bravi allievi e cerco di fargli ascoltare i dischi al pari di studiare i rudimenti. Tra le molte band, segnalo The Critical Failure, una nuova formazione con disco in uscita. Immagina un sound vicino a certe cose di Devin Townsend e un concept che vede con occhio sinistro e quasi ironico la vita di alcuni famosi serial killers. Presto news in merito!

Sergio, grazie di cuore per la tua disponibilità e gentilezza. E’ sempre un grande piacere poter parlare con un musicista di spessore come lo sei tu.

Grazie a te per il tempo dedicatomi e ai lettori che avranno la pazienza di leggere quest’intervista fino a qui.

Haegen – Immortal Lands

Haegen – Immortal Lands

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Leonardo Lasca: voce – Samuele Secchiaroli: chitarra – Nicholas Gubinelli: basso – Tommaso Sacco: batteria – Eugenio Cammoranesi: tastiera – Federico Padovano: flauto

Tracklist: 1. Stray Dog – 2. Legends – 3. Gioie Portuali – 4. Fighting In The River – 5. Incubo – 6. Gran Galà – 7. The Princess And The Barbarians – 8. Bazar – 9. The Tale – 10. Terre Immortali – 11. My Favourite Tobacco

A due anni dall’EP di debutto Tales From Nowhere, tornano con un nuovo lavoro i marchigiani Haegen. Il nuovo disco è un full-length autoprodotto di undici tracce per un totale di cinquantadue minuti. La musica dei ragazzi tirrenici è un folk metal abbastanza personale, dinamico e ben suonato. Rispetto al precedente EP non si notano particolari evoluzioni musicali, ma è la produzione a fare la differenza: il lavoro in studio svolto da Manuele Pesaresi di D. Engine Studio è buono, i suoni potenti e il missaggio abbastanza equilibrato anche se a volte si ha l’impressione che la voce di Leonardo Lasca potesse essere messa in maggiore risalto.

A Stray Dog spetta l’onere di aprire il disco: chitarre rocciose, la voce graffiante di Lasca e le melodie di flauto di Federico Padovano sono gli elementi principali non solo della canzone, ma dell’intero disco. La band si trova a proprio agio con i tempi medi, dimostrazione ne sono le varie Legends e Fighting In The River, quest’ultima caratterizzata da un mood vagamente oscuro che non stona affatto con il resto dell’album. Incubo, come suggerisce il titolo, è molto cupa e pesante, ma non per questo non godibile, con forse l’unico difetto che risiede nelle rime utilizzate, un po’ troppo scolastiche. Uno dei pezzi meglio riusciti è Gioie Portuali, dal testo spassoso e dal tiro vincente, una canzone in grado di fare la differenza anche dal vivo. Grande Galà è un’altra composizione ben riuscita, ritmata e coinvolgente fin dalle prime note. In Bazar troviamo degli interessanti spunti mediterranei: gli Haegen si sono sforzati di tirar fuori dagli strumenti delle melodie e situazioni diverse dal solito e il buon risultato è la migliore ricompensa possibile. Per The Tale vale lo stesso discorso: spesso il voler uscire dalla confort zone fa bene e anche in questo caso la band anconetana sforna una canzone assolutamente piacevole, delicata, una power ballad come non se ne sentono quasi mai nel folk metal; piccolo appunto personale, avrei visto bene The Tale a metà scaletta, in modo da “spezzare” in due il disco. Immortal Lands volge al termine con gli otto minuti di… Terre Immortali! Anche qui gli Haegen sorprendono e si ripete quanto detto qualche riga prima, ovvero che quando Lasca e soci decidono di osare qualcosa il buon risultato è garantito. La spassosa My Favourite Tobaccco è il miglior modo per concludere un disco riuscito e divertente con qualche inevitabile calo di tensione.

La produzione è molto potente e piena, i suoni grossi e abbastanza definiti; il missaggio poteva essere più curato a favore della voce e dei fiati (a volte un po’ affogati nel marasma sonoro), con un livello in meno per la tastiera/fisarmonica. I passi in avanti rispetto Tales From Nowhere sono evidenti e questa è la strada giusta per godere a pieno della musica degli Haegen.

Immortal Lands è un bel debutto autoprodotto ma, per quanto ben fatto, mostra dei punti migliorabili e non rappresenta il disco definitivo degli Haegen. Normale che sia così, in fondo questo è il primo full-length e lungo i cinquantadue minuti (soprattutto nell’ultima parte) si percepiscono tutte le potenzialità dei giovani musicisti. In attesa del passo successivo, che sicuramente sarà ancora migliore, godiamoci questo Immortal Lands: band da seguire con attenzione e assolutamente da non perdere live.

Intervista: Wind Rose

Con un lavoro bello e intenso come Stonehymn, era impossibile non intervistare i toscani Wind Rose. Ne è uscita una chiacchierata interessante e sincera con il cantante Francesco Cavalieri, nella quale si parla sì di musica, ma anche di “fratellanza underground”, differenza tra scena italiana ed estera, indiani d’America e nani tolkieniani. Orecchie pronte ad ascoltare quello che i Wind Rose ci propongono: siamo tutti testimoni della nascita del  “Dwarven Metal”!

Ci siamo incontrati (leggi QUI la precedente intervista) quando eravate in tour con Eluvetie e Skalmold, vi ritrovo ora con il nuovo disco Stonehymn appena pubblicato. Cos’è successo in questi due anni?

Ciao Fabrizio, felice di risentirti. In questi due anni abbiamo sicuramente fatto le esperienze più importanti della nostra vita, sia dal punto di vista lavorativo che del songwriting; siamo riusciti a trovare la nostra chiave di scrittura che ci ha accompagnati e ispirati per questo nuovo album: una miscela di power metal e folk metal che ci contraddistingue nell’odierna “vasca di squali” del business musicale.

Una volta si diceva che il terzo disco è quello della verità. Se così fosse potete stare tranquilli visti la qualità del vostro lavoro…

Non sei il primo da cui lo sentiamo dire, evidentemente è una delle regole non scritte dell’arte! 🙂

Siete passati dalla Scarlet Records alla Inner Wound Recordings: ci sono stati problemi con l’etichetta italiana o è stato un semplice rapporto arrivato alla conclusione?

Beh… diciamo che una cosa non esclude l’altra. Con la Scarlet Records credevamo (ingenuamente) di raggiungere un livello di promozione ottimale, di firmare per qualcuno che vedeva e credeva nel potenziale di questo progetto e quindi di essere supportati a livello economico per intraprendere la grande “scalata”… così non è stato. Tutte queste cose le abbiamo trovate nella florida terra svedese con Innerwound Recordings, pronta ad accoglierci con una vera proposta per il nostro album Stonehymn, con un vero piano di lavoro che punta a far crescere la band, dando veramente tutto per le band che lavorano con loro. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo lasciato quella terra arida e malsana, piena di “amici di amici”, per abbracciare l’etichetta a cui dobbiamo moltissimo del successo riscosso fino ad ora. Supporto più totale da parte della label, royalties sul venduto 10/15 volte superiori a ciò che era stato con Scarlet Records, le persone che seguono la nostra band attivamente sono aumentate, le visualizzazioni su YouTube parlano da sole.

“Dwarven metal”: ci spiegate questa autodefinizione?

Dwarven Metal è un termine nato un po’ per gioco che stava a indicare il nostro orientamento musicale… Nato per gioco e poi preso subito sul serio dalla critica e dal pubblico, forse la storia che si ripete se guardiamo band come i Turisas con Battle Metal; un’etichetta che portiamo con massimo onore e rispetto vista la nostra inclinazione fantasy marcata. 

Con To Erebor avete confermato, dopo The Breed Of Durin dell’album precedente, la passione per Tolkien. Pensate di utilizzare riferimenti tolkieniani anche in futuro? Cosa vi affascina maggiormente del mondo creato dal Professore di Oxford?

Da buoni giocatori di D&D, MMORPG e quant’altro sappiamo benissimo che la maggior parte delle ambientazioni è stata ispirata dai lavori di Tolkien. Uno specchio sul mondo moderno e antico tramutato in fantasia, dove tutto può essere il contrario di tutto ma rimarca con fermezza la distinzione tra il bene e il male: forse ciò che manca nel mondo in cui stiamo vivendo? Il mondo del fantasy sicuramente ci ha sempre appassionato, tant’è che il nostro primo disco è stato un concept molto LotR-alike, e abbiamo sempre accomunato questa passione alla musica. I riferimenti ai capolavori tolkieniani e soprattutto ai nani (di cui ormai faccio parte anche io visto che sono stato soprannominato Durin VIII ahah!) non mancheranno di sicuro nel prossimo disco, anzi, possiamo affermare che sarà uno dei nostri punti cardini per il futuro del Dwarven Metal, forgiato nel metallo, che merita maggior gloria.

Pensando a Stonehymn le prime cose che mi vengono in mente sono le ottime orchestrazioni/melodie, la robustezza della chitarra, la sezione ritmica iper compatta e la tua voce padrona del tutto. In particolare mi ha colpito Fallen Timbers, nella quale ho sentito dei richiami western, se così si può dire. Di cosa parla la canzone e avete realmente cercato di creare delle sonorità in grado di evocare immagini da film western?

Hai colpito nel cuore dell’album. Il concept di Stonehymn è incentrato appunto su due razze, una reale e una di fantasia, scacciate e rinnegate dalle proprie terre ormai invase e distrutte, che però hanno fatto di tutto per combattere, resistere e riappropriarsi di ciò che era loro: i nativi americani e i nani de Lo Hobbit. Queste sonorità che evocano scenari western sono un tributo al maestro Morricone, che amiamo moltissimo, e ad un grande popolo legato con la terra e la natura (cosa persa con l’evoluzione dell’uomo moderno), spirituali e animisti verso ciò che essa gli offriva, grandi combattenti e fedeli alle loro radici.

Come nascono i testi delle canzoni? Ci sono degli input esterni che danno il guizzo per l’idea iniziale o è un lavoro più meticoloso e di ricerca?

I testi delle canzoni solitamente nascono in entrambi i modi, non saprei dirti quale canzone è nata in un modo o quale in un altro, so dirti però che quando viene presa coscienza degli elementi chiave dell’album viene scritto tutto tramite le considerazioni personali sull’argomento che trattiamo, e arricchito e impreziosito con aneddoti o situazioni riportate alla luce tramite accurate ricerche.

Per la copertina vi siete rivolti a un nome gigantesco come quello di Jan “Orkki” Yrlund. Come si è svolto il lavoro e avete ottenuto l’immagine che avevate in mente, oppure l’artista ha creato qualcosa di più personale?

L’idea di base era molto simile, ma a disco finito, viste le influenze che erano venute fuori, l’artista ha dato una visione personale del tutto per poter trovare un connubio tra le due cose. La bozza creata da noi era più boschiva e astratta perché l’idea iniziale era di fare un album solo sui nativi americani, un album che come prima idea doveva chiamarsi “The Animist”. Personalmente, però, volevo dare un seguito a quel che era stato per me The Breed Of Durin e quindi ho voluto continuare a scrivere testi sui nani di Tolkien; a oggi, è stata la miglior scelta che abbia fatto nella mia vita. 

In cosa pensate che Stonehymn si distingua dal resto della scena heavy metal? Quali, secondo voi, i punti di forza dell’album?

Stonehymn, ma comunque il songwriting dei Wind Rose si distingue per essere un buon mix di molti generi, alcuni più recenti, altri più istituzionali del metal. I cori e le orchestrazioni sono il nostro punto di forza, maestosi e potenti danno il giusto spessore per sprigionare l’epicità dei brani. É giusto però anche far presente la costante ricerca fra elementi e chiavi del metal moderno: come per esempio i breakdown del metalcore o le parti di batteria più death, che danno una ventata di aria fresca a un genere ormai stagnante come il power metal di stampo italiano o l’inflazionatissimo folk metal nord europeo.

Mi piacerebbe conoscere le vostre influenze personali e come vi siete avvicinati alla musica suonata.

In tutta la nostra “convivenza” all’interno di questa famiglia abbiamo sempre avuto influenze diverse, siamo ascoltatori a 360 gradi (e forse questo è il punto di forza più grande, togliersi il paraocchi/orecchi), ma con gli anni ci siamo resi conto che andavamo comunque di pari passo e che le nostre differenti crescite musicali potevano compensarci e dar vita a qualcosa di nuovo.

 Se dovessi alcuni nomi di band significative per noi, e su cui ci siamo trovati sempre in sintonia, direi sicuramente: Symphony X, Turisas, Wintersun ed Ensiferum.

Siete attivi dal 2009 e pur provenendo da una zona centrale come la Toscana, mi siete sempre sembrati un po’ fuori dal circuito underground tricolore. Come avete visto cambiare (migliorare/peggiorare) la scena e come giudicate le piccole realtà che in teoria dovrebbero fare squadra per crescere tutti insieme?

Questa è un po’ una domanda a cui tutti cercano una risposta, io ti darò semplicemente la mia personale opinione: una vera e propria scena dove tutti cresciamo insieme, ci aiutiamo con le date per fare scambio e altro può essere concepita solo in una situazione underground di un progetto. Quando cominci a vedere le prime critiche, le prime persone che per mille motivi ti voltano le spalle e senti la competizione arrivi a una semplice conclusione: il mondo del metal underground, del pub dove suoni con la band tua amica dove dopo ci sbronziamo tutti insieme, per te è finito. Quel mondo ti sta stretto e senti la necessità di metterti in gioco in situazioni molto più grandi di te, di lottare con tutte le tue forze per arrivare a elevarti e ad evidenziarti dalla massa. Purtroppo in Italia spesso viene scambiato da tante band il mondo underground con il mercato musicale internazionale, e nascono delle faide anche tra band che suonano alla sagra del tortello in brodo, o ancora peggio, nascono le rockstar di quartiere. Noi abbiamo preferito fare la nostra strada, essere in pace con tutti ma seguire le nostre ambizioni e macinare esperienze, senza star a guardare troppo cosa fa quello o l’altro, senza perdersi troppo nelle guerre tra poveri. Adesso siamo in pista e dobbiamo ballare con band di grosso calibro, faremo del nostro meglio sempre e porteremo sempre rispetto a chi davvero ha spaccato tutto nella scena metal internazionale, rimanendo però sempre fermi e convinti sul fatto che devono far spazio perché siamo intenzionati a prenderci il nostro posto.

In una nostra conversazione privata mi avete accennato alle difficoltà di suonare in Italia, mentre in Europa la cosa non sembra così complicata.

Il problema dell’Italia non sta nelle venues ma negli ascoltatori. Non c’è interesse nell’andare a sentire una nuova band, un nuovo progetto, si preferisce spendere centinaia di euro per un Big senza renderci conto che un giorno non avranno con chi rimpiazzarli. La maggior parte dei locali (non tutti, tantissimi sono veramente convinti e sostenitori della scena) preferiscono non puntarci molto, quindi tendono a proporre serate per condizioni inaccettabili che quindi siamo costretti a declinare. In Europa la situazione cambia, l’ascoltatore si informa, segue e poi se piace si fa i chilometri per sentire qualcosa di interessante, paesi in cui anche l’economia funziona meglio e che quindi permettono alla band ospite di avere delle condizioni migliori che spesso portano anche degli utili da poter reinvestire nel progetto.

Vi ringrazio per la disponibilità, spero di potervi vedere presto su un palcoscenico!

Grazie mille a te Mister Folk! Alla prossima!

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marcello Andreotti: voce, chitarra – Waxwolf: chitarra – Alberto Malferrari: basso – Federico Malacarne: batteria – Gabriele Sarti: tastiera – Mattia Barbieri: banjo

Tracklist: 1. Traveller’s Song – 2. A Dreadful Painting – 3. The Forest – 4. Spirits’ Dance – 5. Azathoth’s Call – 6. Nepenthes Rejah – 7. Heroes Paradox – 8. The River – 9. Water Rings – 10. Fireflies Serenade – 11. Zoè – 12. The Mist – 13. Declivio – 14. Catarsi – 15. Devilish Touch (bonus track)

Il folk metal, come tutti gli altri generi, ha visto la propria nascita, diffusione ed esplosione nel giro di pochi anni. Ora siamo in un momento di stanca dove sembra che tutto sia stato già detto e composto, ma fortunatamente non è così. Certo, la maggior parte delle pubblicazioni rispettano i tipici parametri del settore, ma di tanto in tanto salta allo scoperto un gruppo che non sta alle regole del gioco e un po’ per cuore e un po’ per testardaggine, tira fuori tutto quel che ha da dire, infischiandosene delle strade già note e quindi più sicure. Questo modo di fare può essere interpretato come imprudenza tanto quanto coraggio: l’ultima parola sta alla musica.

Questo degli emiliani Folk Metal Jacket è il primo full-length della carriera, a otto anni dalla fondazione e più di quattro dall’incoraggiante EP Spill This Album. Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo, prima tra tutte parte della line-up: tre musicisti hanno inciso il vecchio materiale e tre sono i nuovi arrivati. Di conseguenza, com’è facile intuire, anche la musica ha preso una piega diversa rispetto al folk metal spensierato e divertente di Spill This Album: Eulogy For The Gentle Fools è più maturo e meno diretto, camaleontico e sorprendente per soluzioni musicali. Va subito riconosciuto alla formazione di Modena di aver lavorato senza paura, osando non poco per realizzare un full-length molto ambizioso e tutt’altro che immediato. È proprio questo il nodo cruciale: per assimilare questo disco ci vuole tempo e attenzione. Siamo dinanzi a un cd molto vario, estremo più nella concezione che nella musica, in grado di far storcere il naso ai puristi del genere e di incuriosire chi ascolta prevalentemente altri stili.

L’intro Traveller’s Song fa capire molte cose: strumenti spagnoli come nacchere e maracas e infiltrazioni country sono un buon biglietto da visita su ciò che si può incontrare più avanti, non a caso la successiva A Dreadful Painting porta la band su binari extreme folk metal, pur giocando con sonorità latine e stop’n’go davvero originali; una parte parlata al megafono e le sonorità simil Trollfest portano a The Forest, nella quale alla parte aggressiva e allo stacco fortemente debitore ai Children Of Bodom dei primi tre lavori (0:35) si contrappone quella più folk e melodica con delle tastiere retrò e il banjo protagonista. Si cambia registro con Spirits’ Dance, leggera e vagamente prog salvo qualche sfuriata di breve durata. Azathoth’s Call è la canzone più lunga del lotto (poco oltre i sei minuti), ma è piena d’idee al punto che viene da pensare che un’altra band ci avrebbe composto tre pezzi. Anche qui il banjo ha spazio per dire la sua, così come non mancano riff tirati e momenti nei quali i musicisti danno libero spago all’immaginazione, ma la cosa più sorprendente è il finale con banjo e voci che si sovrappongono per un risultato che rimanda alle sonorità dei loro amici Kalevala HMS. Nepenthes Rejah è probabilmente la canzone più “classica” di tutte, con la tradizionale struttura strofa-ritornello e l’alternarsi della voce scream e pulita. Si spinge sull’acceleratore con Heroes Paradox, traccia carica d’energia dalla parte centrale soft e, prendetelo con le pinze, opethiana nello spirito. Come ormai ci hanno abituato, i Folk Metal Jacket cambiano tempi e umore più volte nella stessa composizione e in Heroes Paradox si sono superati. Siamo ora a metà Eulogy For The Gentle Fools e di idee buone se ne sono sentite in gran quantità: il rischio arriva adesso, in quanto mancano ben sette canzoni alla fine dell’album ed è facile rendersi conto che un ascolto del genere non è semplice perché per apprezzare ogni singolo cambio di tempo, ogni minima sfumatura, ogni piccola variazione, ci vuole impegno e attenzione. Con un pizzico di buona volontà, però, si viene premiati con altre canzoni valide che ripagano tutto il tempo concesso all’ascolto. La seconda parte di Eulogy For The Gentle Fools parte con l’ordinaria The River, cantata con voce pulita e dal sapore progressivo e diretto al tempo stesso; molto meglio la successiva Water Rings, dal ritmo incalzante e le ottime linee vocali, mentre l’assolo di banjo è la classica ciliegina sulla torta. Il bellissimo intro di Fireflies Serenade vale da solo l’acquisto del disco e il seguito non è da meno: folk metal massiccio con un cantato dannatamente ruffiano, bell’assolo di chitarra e momenti di grande musica sono gli ingredienti che rendono Fireflies Serenade una delle canzoni meglio riuscite del platter. Zoè è l’estremizzazione di quanto ascoltato finora, nel bene e nel male. Le strutture si fanno liquide, non ci sono punti di riferimento e se è vero che i cinque minuti di durata spiazzano l’ascoltatore, è altrettanto vero che è forse la canzone che più rimane impressa quando si giunge al termine del disco. La traccia numero 12 è The Mist, ennesima prova di apertura mentale e coraggio compositivo dei Folk Metal Jacket: certi fraseggi possono riportare alla mente alcuni istanti del primo lavoro dei Liquid Tension Experiment pur in contesti assai differenti e più rock/metal nell’anima. Si giunge alla fine del viaggio e del concept con Declivio e Catarsi: la prima è un intro di trenta secondi a cui fa ruota un mix di heavy metal, rock, pianoforte e atmosfere lugubri ma anche altri stili inusuali nella scena folk. La bonus track, per quanto non indispensabile, porta a sorridere i fan di Star Wars: le note scelte dai musicisti ricordano quelle proposte dalla band alla corte di Jabba The Hut!

Eulogy For The Gentle Fools è un concept album: il protagonista è Jeff, il quale si scontra con un misterioso fauno e da questo evento nasce la storia raccontata nelle quattordici tracce dell’album. Chiaramente la grafica riprende il contenuto dei testi e la bellissima copertina di Elisa Urbinati immortala il fauno Begùr giocare a scacchi con Jeff: osservando con attenzione la front cover è possibile notare alcuni dettagli che vanno ricollegati ai testi. A proposito di testi, il booklet è anch’esso realizzato con cura maniacale e l’impaginazione è molto dinamica e divertente da vedere. L’unica cosa che stona con quanto detto, è la produzione. I suoni non sono abbastanza potenti, gli strumenti non danno l’impressione di essere perfettamente amalgamati ed è un peccato perché questo è l’unico difetto di un disco che altrimenti funziona bene.

I Folk Metal Jacket hanno lavorato tantissimo per realizzare Eulogy For The Gentle Fools e il prodotto finale è la testimonianza che si possono allargare i confini del folk metal senza per questo “tradire” il genere o snaturare la proposta musicale. Ora c’è la curiosità di sapere cosa potranno fare con il prossimo disco, sperando non ci vogliano altri quattro anni di attesa. La speranza per la band e per la scena tricolore, è che si riescano a organizzare un buon numero di concerti in giro per lo stivale per promuovere l’album: suonando live e vivendo gomito a gomito i Folk Metal Jacket potrebbero raggiungere quella sintonia in grado di far fare loro il definitivo salto di qualità, il potenziale non manca di certo.

Live Report: Furor Gallico a Roma

FUROR GALLICO + BLODIGA SKALD + CALICO JACK + ULFHEDNAR

6 ottobre, Traffic Live Club, Roma

Grande serata di folk metal al Traffic di Roma in occasione del release party di Ruhn, primo full-length dei Blodiga Skald uscito per la SoundAge Productions. E proprio di un party si è trattato: una festa a 360 gradi con numerosi stand di oggettistica, mangiafuoco, combattenti fantasy, una lotteria a premi (cd e maglie dei gruppi partecipanti) e, soprattutto, tanta buona musica. Insieme agli orchi capitolini, difatti, hanno suonato Furor Gallico in qualità di headliner, Calico Jack e Ulfhednar.

Proprio agli Ulfhednar tocca aprire la serata e la notizia positiva è che davanti al palco erano già presenti una gran quantità di persone, mentre di solito, per chi suona per primo, va di lusso se ci sono venti persone sotto al palco. La musica del gruppo è un black metal con forti influenze doom e proprio quest’ultime fanno la differenza in positivo: rallentamenti inaspettati e accordi pieni spezzano la violenza tipica del black, riuscendo quindi a far appassionare al concerto anche chi non mastica sonorità tanto estreme. Ciliegina sulla torta la micidiale Furore Pagano dei grandi Draugr, per la gioia della platea.

Scaletta Ulfhednar: 1. Mortaliter – 2. Fredda Pietra – 3. In Nomine Cuius – 4. Rulers Od Darkness – 5. Alea – 6. Furore Pagano (Draugr cover) – 7. Addicted To Tragedy

Si cambia completamente registro con i milanesi Calico Jack, band pirate metal come facilmente intuibile dal nome. I vestiti di scena e le trovate del bravo cantante Giò (tipo far salire sul palco la fotografa ufficiale del Traffic e ballarci insieme) sono in sintonia con la musica spesso goliardica ma non per questo banale, anzi: tolto l’aspetto visivo rimane un ottimo heavy metal roccioso con graziosi passaggi strumentali (benissimo il violino di Dave) e belle idee che, pur rimanendo all’interno di un genere come il pirate, suonano fresche e intelligenti. Dopo anni di silenzio sembra arrivato, finalmente, il momento del full-length per la ciurma di John Rackham (in arte Calico Jack): nel frattempo ci si può rinfrescare la memoria con Black Sails e i libri di Björn Larsson e Arthur Conan Doyle.

Scaletta Calico Jack: 1. Devil May Care – The Secret Of Cape Cod – 3. Sharkbite Johnny – 4. Death Beneath The Wave – 5. Caraibica – 6. Straits Of Chaos – 7. Where Hath Th’ Rum Gone?

I padroni di casa Blodiga Skald salgono sul palco con il boato del pubblico, presto intento a pogare e fare headbanging (e un gustoso wall of death) sulle note di Epica Vendemmia e Panapirr, ma è la cover di Madonna La Isla Bonita (mai eseguita live e suonata dopo un sondaggio su Facebook) a strappare veramente tanti applausi anche grazie alle scenette che avvengono sul palco. In particolare c’è da dire che il cantante Axuruk è un vero e proprio showman, interagisce tantissimo col pubblico e il resto della band suona con precisione e un tocco di spettacolarità che non fa mai male. La scaletta prosegue fino a giungere alla conclusiva Too Drunk To Sing!, pezzo che chiude il concerto tanto energico quanto divertente e accattivante. Il folk metal è bello perché anche il lato più scanzonato è comunque preso seriamente e gli orchi capitolini sono maestri in questo. Non poteva esserci release party meglio riuscito.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood & Feast – 4. La Isla Bonita (Madonna cover) – 5. Laughing With The Sands – 6 – Sadness – 7. Panapirr – 8. Too Drunk To Sing!

Ogni volta che i Furor Gallico mettono piede a Roma ne esce un gran concerto con un numero di pubblico sempre crescente. Anche questa volta è andata così, con le prime file del Traffic pittate di blu in omaggio alla band lombarda che sul palco non risparmia energie e sudore. La scaletta è stranamente divisa in due: la prima parte interamente dedicata al debutto Furor Gallico, la seconda a Songs From The Earth; l’encore, invece, è tutto per al primo cd. Si nota subito la presenza della brava Laura Brancorsini al violino dopo qualche anno lontana dalla band (al momento, però, non si sa se tornerà in pianta stabile nella line-up), i Furor Gallico macinano folk metal che è una meraviglia e pezzi da novanta come Cathubodva e The Gods Have Returned fanno sempre la differenza. Anche con la formazione brianzola c’è spazio per un wall of death (La Notte Dei Cento Fuochi), ma non mancano momenti più delicati come Diluvio, brano che anche dal vivo si conferma ottimo. Davide “Cica” scherza e ringrazia a più riprese il caldo pubblico prima di lasciare il palco sulle note del classico La Caccia Morta, da sempre canzone simbolo della band. Alla fine, giustamente, sono solo applausi e sorrisi.

Scaletta Furor Gallico: 1. Venti Di Imbolc – 2. Cathubodva – 3. Ancient Rites – 4. The Gods Have Returned – 5. Curmisagios – 6. Diluvio – 7. To The End – 8. Wild Jig Of Beltaine – 9. La Notte Dei Cento Fuochi – 10. Eremita – 11. Drum Solo – 12. The Song Of The Earth – 13. Medhelan/The Glorious Dawn – 14. Banshee – 15. La Caccia Morta

Dopo i concerti c’è spazio per chiacchiere, foto e l’attesa estrazione di cd e maglie per un buon numero di vincitori. I Blodiga Skald hanno pensato veramente a tutto e la serata in onore di Ruhn è riuscita alla grande: non avevo mai assistito a un release party tanto coinvolgente quanto apprezzato dal numeroso pubblico. Non c’è da sperare, quindi, in un nuovo disco degli orchi romani per poter partecipare al prossimo – divertente – release party.

I VIDEO DELLA SERATA: